(2018) REPORT - Paghe da fame e violazioni nella catena di H&M

I risultati di una ricerca pubblicata oggi, raccolti nel report “H&M: Le promesse non bastano, I salari restano di povertà”, rivelano come molti lavoratori e lavoratrici che producono abiti per H&M vivano sotto la soglia di povertà, nonostante le promesse dell’azienda di pagare un salario dignitoso entro il 2018 e le recenti ingannevoli dichiarazioni sui progressi raggiunti. I lavoratori intervistati guadagnano in India e Turchia un terzo e in Cambogia meno della metà della soglia stimata di salario dignitoso. In Bulgaria, lo stipendio dei lavoratori intervistati presso un “fornitore d’oro” di H&M non arriva nemmeno al  10% di quello che necessiterebbero per avere vite dignitose.

Uno dei più grandi rivenditori al mondo, con profitti per 2,6 miliardi di dollari, ha una catena di fornitura con lavoratori costretti a ore eccessive di lavoro per pura sopravvivenza.

Straordinari per sopravvivere

I salari sono così bassi che dobbiamo fare gli straordinari per coprire i nostri bisogni primari” ha raccontato un lavoratore di un “fornitore d’oro” di H&M in India.

Le ore di straordinari in tre delle sei fabbriche coinvolte nell’inchiesta spesso superano il limite massimo legale e lavorare di domenica è frequente in tutti e quattro i paesi in cui si è svolta la ricerca: Bulgaria, Turchia, Cambogia e India. In Bulgaria addirittura i lavoratori hanno raccontato di dover effettuare gli straordinari solo per raggiungere il salario minimo legale.

Entri in fabbrica alle 8 di mattina, ma non sai mai quando ne uscirai. A volte torniamo a casa alle 4 del mattino seguente” ha rivelato un lavoratore della Koush Moda, “fornitore d’oro” di H&M in Bulgaria.

Svenimenti sul posto di lavoro

Scarsi salari, straordinari eccessivi e l’onere aggiuntivo del lavoro domestico portano a malnutrizione, stanchezza e svenimenti sul posto di lavoro.

Un terzo delle donne intervistate in Indiae due terzi in Cambogia– che lavorano nelle fabbriche classificate da H&M come “fornitori di platino” – sono svenute sul posto di lavoro. Una lavoratrice in India ha raccontato di essere stata accompagnata dai suoi compagni in ospedale per un’emorragia interna dopo che aveva colpito una macchina durante uno svenimento.

Le lavoratrici bulgare parlano degli svenimenti come di eventi quotidiani. Inoltre, una lavoratrice ha denunciato il licenziamento di una compagna dopo uno svenimento.

Il contesto della ricerca

Le interviste ai lavoratori e alle lavoratrici e la fase di analisi sono state condotte tra marzo e giugno 2018 durante la campagna “Turn Around, H&M” coordinata dalla Clean Clothes Campaigne sostenuta dall’International Labor Rights Forume da WeMove.EU.

La campagna è stata lanciata nel maggio 2018quando è diventato evidente che H&M non avrebbe mantenuto l’impegno di “adottare modelli retributivi tali da garantire entro il 2018 la corresponsione di salari dignitosi, un provvedimento che avrebbe interessato a quella data 850.000 lavoratori dell’abbigliamento”. Al tempo dell’annuncio le maestranze interessate fabbricavano il 60% dei prodotti del marchio, alle dipendenze di “fornitori strategici e selezionati” che l’azienda classifica come “gold” o “platinum”. Proprio tra queste sono state scelte le fabbriche in cui realizzare l’inchiesta.

Non ci si può fidare delle parole di H&M

Sapevamo che H&M non avrebbe mantenuto il suo impegno, ma ciò che abbiamo trovato a livello di salari e di condizioni di lavoro nelle fabbriche della sua catena di fornitura è davvero scioccante. H&M deve intervenire immediatamente per porre fine allo scandalo dei salari da fame e delle violazioni dei diritti dei lavoratori” ha dichiarato Bettina Musiolek della Clean Clothes Campaign,che ha coordinato la ricerca.

La scorsa settimana H&M ha rilasciato una dichiarazione altisonante, un chiaro tentativo di neutralizzare l’impatto dei risultati che pubblichiamo oggi e che, naturalmente, abbiamo inviato in anticipo all’azienda. Di fatto H&M sta cercando di rimuovere dalla memoria collettiva quegli 850.000 lavoratori cui doveva garantire un salario dignitoso entro il 2018. Ma noi abbiamo la memoria lunga e non lasceremo che ciò accada” ha dichiarato Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign.

È ormai del tutto evidente che non ci si può fidare delle parole di H&M. Invece di vuote chiacchiere da pubbliche relazioni, vogliamo vedere cambiamenti reali e trasparenti nelle paghe dei lavoratori. Come abbiamo già scritto ai vertici della società, devono pubblicare una road map con obiettivi di aumento salariale misurabili e a breve termine, dettagliando in che modo l’azienda intenda cambiare le sue pratiche di acquisto per essere sicura che i lavoratori ottengano un salario dignitoso” ha dichiarato Judy Gearhart, direttore esecutivo di ILRF.

I consumatori chiedono di agire

H&M non può continuare a fingere che le cose stiano migliorando quando i lavoratori sono costretti a fare gli straordinari e ancora vivono in povertà. Questa ricerca mobiliterà migliaia di cittadini preoccupati e consumatori critici che hanno a cuore il rispetto dei diritti umani e il consumo e la produzione sostenibile” ha dichiarato Virginia Lopez di WeMove.EU.

All’interno della campagna “Turn Around, H&M! esiste una petizione per chiedere salari dignitosi e condizioni di lavoro giuste in tutta la catena di fornituradi H&M. Le firme raccolte hanno già superato quota 100mila.


Ali Enterprises: presentato reclamo contro RINA nel sesto anniversario della tragedia

Presentato reclamo contro l’auditor italiano RINA, per aver ignorato irregolarità fatali nella fabbrica di abbigliamento.

Roma, 11 settembre – Oltre 250 persone sono morte e decine sono rimaste ferite nell’incendio che ha coinvolto la fabbrica tessile Ali Enterprises a Karachi, in Pakistan, l’11 settembre 2012. Solo tre settimane prima, l’auditor italiano RINA Services S.p.a. aveva certificato quella fabbrica per aver rispettato gli standard internazionali del lavoro. Nel sesto anniversario di quella tragedia, una coalizione internazionale di otto organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani, dei lavoratori e dei consumatori ha presentato un reclamo formale presso il Punto di Contatto Nazionale OCSE al Ministero dello Sviluppo Economico contro RINA, l’azienda che avrebbe potuto prevenire la morte di centinaia di persone, se avesse lavorato correttamente.

Mio figlio è morto nell’incendio insieme a centinaia di persone perché non è riuscito a scappare in tempo dalla fabbrica in fiamme. Non c’era un sistema antincendio funzionante, le uscite di emergenza erano bloccate o inutilizzabili” ha raccontato Saeeda Khatoon, portavoce dell’Associazione vittime dell’incendio della Ali Enterprises.

L’elevato numero di morti di questa tragedia dimostra come il processo di certificazione abbia ignorato i principali problemi di sicurezza. Una simulazione digitale dell’incendio, prodotta dall’agenzia di ricerca Forensic Architecture, con sede a Goldsmiths presso l’Università di Londra, ha mostrato che se le mancanze sugli standard sulla sicurezza fossero state identificate e corrette in tempo, centinaia di vite avrebbero potuto essere salvate.

Responsabile dell’audit e della certificazione della fabbrica era l’azienda italiana RINA che non ha mai visitato la fabbrica, nemmeno attraverso la sua filiale pakistana RI&CA (Regional Inspection & Certification Agency). L’audit non ha evidenziato una serie di infrazioni agli standard internazionali che stava verificando (SA 8000) e alle norme sulla sicurezza pakistane che si sarebbero rivelate fatali, tra cui un pavimento costruito illegalmente, un sistema di allarme antincendio non funzionante, la presenza di lavoro minorile e un sistema strutturale di lavoro straordinario eccessivo. Il rapporto ha anche falsamente certificato la presenza di diverse uscite di emergenza e sufficiente materiale antincendio, quando in realtà le porte erano chiuse, le uscite bloccate e l’unico estintore disponibile non funzionante.

Ben Vanpeperstraete, coordinatore del settore lobby e advocacy della Clean Clothes Campaign ha dichiarato: “È evidente che RINA ha svolto un pessimo lavoro sottoscrivendo un rapporto che ha chiaramente fallito nell’identificare i principali rischi per la sicurezza dei lavoratori. RINA avrebbe dovuto evidenziare le criticità della fabbrica e usare la certificazione SA 8000 come leva per spingere l’azienda a porre rimedio prima di certificarla.”

Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti ha aggiunto: “Il rifiuto di RINA di fornire informazioni rilevanti in nome degli obblighi di riservatezza ha ostacolato il lavoro dei difensori dei diritti umani e delle parti esterne indipendenti impegnate a ricostruire i fatti e a accelerare il processo di risarcimento. Questo caso mostra ancora una volta la necessità di una piena e pubblica trasparenza attraverso la rimozione di qualsiasi ostacolo contrattuale tra le aziende di certificazione e i loro clienti.”

RINA è un’azienda multinazionale con sede in Italia, paese membro dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) ed è quindi tenuta ad osservare le Linee guida OSCE per le Imprese Multinazionali. Per questo oggi, una coalizione internazionale di otto organizzazioni dal Pakistan, Germania, Italia e Olanda hanno presentato un reclamo formale al Punto Nazionale di Contatto italiano contro RINA per il rilascio della certificazione SA8000 sulla base di un rapportodi audit carente e scorretto. Le associazioni sollecitano RINA a pubblicare la relazione di audit della Ali Enterprises, a garantire una procedura di audit più trasparente in futuro e che si dimostri responsabile nei confronti dei lavoratori. Inoltre, il reclamo denuncia due difetti generali del sistema di certificazione, sollecitando che gli audit tengano conto del contesto delle pratiche di acquisto dei marchi e includano un sistema di pagamento che eviti l’attuale conflitto di interesse derivante dagli audit di fabbrica pagati dai proprietari delle fabbriche stesse. Il documento vuole mostrare come l’attuale sistema di certificazione legittimi lo sfruttamento e crei false assicurazioni che possono costare la vita: un cambiamento sostanziale è necessario, in merito alla trasparenza, al coinvolgimento dei lavoratori e alla responsabilità delle società di revisione. Infine si chiede che RINA si impegni nel processo di risarcimento.

Carolijn Terwindtdell’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR), organizzazione che ha partecipato alla presentazione di questo reclamo e che sta supportando le vittime pakistane in una causa civile contro il principale acquirente della fabbrica, ha dichiarato: “Il fallimento evidente di RINA nel riconoscere e agire sulle violazioni della sicurezza dei lavoratori nella fabbrica Ali Enterprises mostra ancora una volta l’imperfezione intrinseca dell’attuale sistema di certificazione e la necessità di trasparenza e coinvolgimento dei lavoratori nell’intero processo, se si vuole evitare di continuare a fallire.”

Alessandro Mostaccio, Segretario Generale del Movimento Consumatori, altra organizzazione coinvolta nel reclamo, ha dichiarato: “La certificazione SA 8000 costituisce una garanzia per i consumatori di tutto il mondo nell’acquisto di prodotti sicuri. Rilasciandola alla Ali Enterprises, RINA ha fornito una garanzia ingannevole ai consumatori, gettando una pesante ombra su tutto il sistema di certificazione e la sua capacità di contribuire a rendere l’industria più sicura e giusta. Questa è una violazione del diritto fondamentale dei consumatori a prodotti sicuri, come contemplato dall’articolo 2 del Codice Italiano del Consumo.”

Questo fallimento del sistema di certificazione dimostra l’estrema necessità di meccanismi credibili di prevenzione per la sicurezza nel settore dell’abbigliamento che siano orientati verso la costruzione di capacità pubbliche invece di affidarsi a sistemi paralleli basati sul profitto.

  • Il reclamo OSCE è stato presentato l’11 settembre 2018 al Punto di Contatto Nazionale presso il Ministero dello Sviluppo Economico, Direzione Generale per la Politica Industriale, la Competitività e le PMI, Divisione VI – Politiche internazionali, promozione della responsabilita sociale d’impresa e del movimento cooperativo
  • Le organizzazioni che hanno presentato il reclamo sono: Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association (AEFFAA), National Trade Union Federation (NTUF), Pakistan Institute of Labour Education and Research (PILER), European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR), Clean Clothes Campaign (CCC), Campagna Abiti Puliti, Movimento Consumatori, medico international
  • Il video della simulazione digitale prodotta dal Forensic Architecture è disponibile qui: https://www.forensic-architecture.org/case/outsourcing-risk/
  • RINA è anche sotto inchiesta da parte della procura di Genova. Il principale acquirente della fabbrica al momento dell’incendio, l’azienda low cost KIK, sta affrontando una causa legale a Dortmund
  • Qualche mese fa la battaglia per i risarcimenti ai familiari delle vittime si è finalmente conclusa. Qui maggiori informazioni:http://www.abitipuliti.org/news/iniziati-finalmente-i-risarcimenti-alle-vittime-dellincendio-alla-ali-enterprises-del-2012/
  • Cronologia degli eventi dal 2012 ad oggi: https://cleanclothes.org/safety/ali-enterprises/time-line-for-the-ali-enterprises-case


Iniziati finalmente i risarcimenti alle vittime dell’incendio alla Ali Enterprises del 2012

Dopo oltre 5 anni di attesa, i sopravvissuti e le famiglie delle vittime dell’incendio del 2012 della fabbrica Ali Enterprises hanno ricevuto le pensioni attraverso un fondo finanziato dal principale marchio acquirente di quella fabbrica, il distributore tedesco KiK. Il processo è stato lungo, ma il risultato è innovativo. Creando un precedente per l’industria tessile globale, le famiglie riceveranno contributi corrispondenti agli standard internazionali stabiliti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO).

Tutti i beneficiari hanno perso componenti delle loro famiglie o la loro salute nell’incendio mortale che ha coinvolto la fabbrica Ali Enterprises a Karachi, in Pakistan, l’11 settembre 2012, uccidendo più di 250 lavoratori e lavoratrici del tessile. La fabbrica produceva abiti per l’azienda tedesca KiK che ha pagato 1 milione di dollari subito dopo la tragedia per garantire sollievo immediato. Nonostante questo ci sono voluti altri quattro anni di campagne e negoziati prima che l’azienda sottoscrivesse un accordo di risarcimento a lungo termine. Nel settembre 2016, KiK ha accettato di versare 5,15 milioni di dollari nel fondo che deve fornire le pensioni per le famiglie colpite.

Questo accordo è innovativo per molti aspetti. Al contrario di precedenti accordi di risarcimento su larga scala sottoscritti nell’industria del tessile, questo è stato realizzato per garantire pensioni a lungo termine nel pieno rispetto della Convenzione 121 dell’ILO sui benefici per infortuni sul lavoro. Inoltre il processo di preparazione, i calcoli, l’istituzione di un comitato pienamente rappresentativo, il processo distributivo e la ricerca di una soluzione che rispettasse le aspettative nazionali e incontrasse gli standard internazionali hanno rappresentato un lavoro pioneristico, che sfortunatamente ha richiesto un altro anno e mezzo di impegno. Qualche giorno fa, finalmente, la Sindh Employees Social Security Institution ha avviato il pagamento delle pensioni.

Saeeda Khatoon, presidente della Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association, che ha perso un figlio nell’incendio, ha dichiarato: “Il risarcimento a lungo termine garantirà sollievo alle famiglie delle vittime, che stanno attraversando difficoltà insopportabili. Sono grata al Dipartimento pakistano del lavoro, al SESSI e al governo del Sindh per essersi interessati ai nostri casi e reso possibile questo processo”.

Nasir Mansoor, vice segretario generale del National Trade Union Federation Pakistan (NTUF) ha aggiunto: “È un momento storico. Le famiglie vittime di questa tragedia vengono risarcite secondo gli standard dell’ILO. Questo rappresenta un precedente per il futuro. Il supporto internazionale dell’ILO, di IndustriALL e della Clean Clothes Campaign è stato fondamentale per raggiungere il risultato. È ormai tempo di riconoscere e rispettare i diritti fondamentali alla sicurezza e alla salute per i lavoratori pakistani, per prevenire futuri incidenti.

Nel frattempo altri lavoratori restano a rischio lavorando in fabbriche ancora insicure. L’incendio della Ali Enterprises è solo uno degli esempi più evidenti del fallimento del sistema privatizzato di ispezione e certificazione sociale usato dalle imprese nel settore della moda” dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti. “La fabbrica, infatti, aveva ricevuto la certificazione SAI8000 solo poche settimane prima dell’incendio dalla società italiana di auditing RINA, che non si è mai fatta carico di alcuna responsabilità per l’accaduto”, conclude Lucchetti.

Karamat Ali, direttore esecutivo del Pakistan Institute of Labour Education and Research ricorda che: “Ora che le famiglie della Ali Enterprises riceveranno finalmente le loro pensioni, è ora di tener conto delle altre lezioni imparate da questa tragedia e guardare al futuro. L’evento mostra dolorosamente l’urgenza di stabilire ispezioni credibili e conformi agli standard internazionali, inserite in un sistema adatto al contesto nazionale”.

Note

  • Maggiori informazioni sul processo che ha portato al risarcimento per le famiglie delle vittime della Ali Enterprises sono raccolte cronologicamente sul sito della Campagna Abiti puliti e della Clean Clothes Campaign.
  • L’Oversight Committee è composto da rappresentanti dell’ILO, del governo pakistano, dell’associazione delle vittime e delle organizzazioni del lavoro.
  • Le pensioni consisteranno in versamenti mensili di 7.545 Rs. per i genitori delle vittime non sposate e lo stesso ammontare per le vedove dei lavoratori defunti con supplementi per i figli a carico.
  • Una recente simulazione informaticarealizzata dalla Forensic Architecture su richiesta dell’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR) mostra che con pochi piccoli aggiustamenti si sarebbero potute salvare molte persone, se non tutti i lavoratori presenti nella fabbrica. La simulazione sarà presa in considerazione in una causa avviata da quattro vittime in Germania per il risarcimento del dolore e della sofferenza subiti (non compresi nella Convenzione ILO 121 che si limita a risarcire la perdita di reddito).

La Cambogia intende cancellare le accuse contro l'attivista per i diritti dei lavoratori Tola Moeun

La scorsa settimana il difensore dei diritti umani e dei lavoratori Tola Moeun ha ricevuto il Labor Rights Defenders Award 2018 per il suo costante impegno a favore dei lavoratori in Cambogia, immersi in un clima di forte repressione che colpisce società civile, sindacati, attivisti, opposizione e media. Il premio è arrivato dodici giorni dopo che il Ministero del Lavoro cambogiano aveva annunciato di aver chiesto ai tribunali di sospendere le accuse penali nei suoi confronti.

L'annuncio del Ministero è incoraggiante, indica che il governo cambogiano è sensibile alle pressioni internazionali ed è disposto a cambiare il suo approccio repressivo basato su accuse infondate. Il lavoro di Tola è stato fondamentale per affrontare le violazioni nelle catene di fornitura multinazionali e queste accuse hanno gravemente limitato la sua capacità di operare.

Un’accusa preliminare per “violazione della fiducia” è stata formulata lo scorso 18 gennaio dal sostituto procuratore della corte di Phnom Penh nei confronti di tre uomini: Tola Moeun, Pa Nguon Teang (difensore della libertà di stampa) e But Buntenh (monaco attivista). Tutti e tre erano stati membri del comitato funerario dell’attivista assassinato Kem Ley. Il sostituto procuratore ha chiesto per i tre uomini la custodia cautelare ma al momento dell’annuncio nessuno di loro era nel Paese. Se fossero tornati avrebbero rischiato la detenzione preventiva per un periodo indefinito e tre anni di carcere se condannati.

Fin dalla formulazione delle accuse, oltre 100 organizzazioni in tutto il mondo hanno sottoscritto un appello chiedendo al governo cambogiano di rispettare i diritti umani fondamentali e di ritirare immediatamente le accuse nei confronti dei tre uomini. La dichiarazione ha definito il caso emblematico di un più ampio deterioramento del clima lavorativo e dei diritti umani in Cambogia: il governo cambogiano è infatti ritenuto responsabile per la chiusura di una serie di media indipendenti, del National Democratic Institute, lo scioglimento del Cambodia National Rescue Party con l’arresto dei suoi leader con accuse di “tradimento” e la persecuzione giudiziaria di una serie di difensori dei diritti umani e di sindacalisti.

I prossimi giorni sono cruciali per il caso Tola. Fino a quando le accuse non saranno ritirate formalmente, l’attivista rischia il procedimento penale. La decisione verrà probabilmente presa in breve tempo.

La Clean Clothes Campaign ritiene importante continuare a mantenere alta la pressione sul governo fino a quando le accuse non verranno effettivamente ritirate. Inoltre chiede all’Ethical Trading Initiative (ETI), che rappresenta i principali brand attivi in Cambogia, di sostenere questo caso e in generale la difesa dei diritti umani nei suoi rapporti con il governo. Questo tipo di impegno è fondamentale per favorire un cambiamento di atteggiamento da parte del governo cambogiano.

Alcuni giorni dopo l’annuncio del Ministero del Lavoro, l’Unione Europea ha predisposto una missione in Cambogia per monitorare il Generalised Scheme of Preferences, l’accordo commerciale in base al quale le merci cambogiane raggiungono il mercato europeo esenti da dazi doganali. La tempistica di questa missione presenta l'opportunità di avere un impatto su un caso particolarmente grave di uso improprio del sistema della giustizia penale e di restituire un importante difensore dei diritti dei lavoratori alla sua famiglia e alla sua comunità, dove può continuare il suo importantissimo lavoro.


H&M rispetti l’impegno a pagare salari dignitosi

Mentre gli azionisti di H&M si riuniscono a Stoccolma per l’incontro annuale (AGM), la crescente coalizione internazionale che promuove la campagna “Turn Around, H&M!” richiama l’attenzione sul fatto che H&M stia lasciando senza risposte centinaia di migliaia di lavoratori in attesa di ricevere un salario dignitoso.

Nel 2013 H&M annunciava che 850.000 lavoratori avrebbero ricevuto un salario dignitoso entro il 2018. Invece di materializzarsi nelle buste paga dei lavoratori, l’obiettivo stesso è scomparso dalla comunicazione aziendale, proprio come i documenti originali sono scomparsi dal sito web. La comunicazione aziendale di H&M oggi si riferisce solo all’introduzione del metodo del salario equo per le fabbriche dei fornitori. Gli 850.000 lavoratori e i loro redditi effettivi non fanno più parte del messaggio.

La richiesta formale di discutere, durante l’assemblea degli azionisti prevista per domani 8 maggio, dell’impegno assunto dalla multinazionale a garantire il salario dignitoso ai lavoratori tessili della sua filiera, non è stata presa in considerazione. Ciò è avvenuto nonostante H&M abbia beneficiato dell’accoglienza positiva di tale impegno da parte dei media e dei consumatori socialmente consapevoli; il fallimento dell’impegno assunto minerebbe indubbiamente la reputazione di H&M. Si tratta di un tema sensibile su cui gli azionisti dovrebbero generalmente essere prudenti, anche se la società riporta profitti per 2,6 miliardi di dollari, come accaduto nel 2017.

La Clean Clothes Campaign ha ripetutamente, sebbene senza successo, invitato H&M a dichiarare chiaramente il parametro di riferimento per il salario dignitoso e a pubblicare altre informazioni necessarie a condurre una seria valutazione degli sforzi compiuti a riguardo. Dominique Muller di Labour Behind the Label (la Clean Clothes Campaign inglese) dichiara: “Un marchio che dichiara pubblicamente con molto clamore tali impegni e riceve per questo molto credito, deve dimostrare, chiaramente e pubblicamente, progressi misurabili e verificabili verso un cambiamento reale. Quello che H&M ci presenta invece, è un quadro molto vago, opaco e non significativo.”

Una recente dimostrazione sono i dati sui salari per paesi selezionati che H&M ha presentato in aprile. Sono focalizzati sulla differenza tra il salario minimo – che non è mai prossimo ad alcun livello credibile di salario dignitoso – e il salario medio più elevato nelle fabbriche dei fornitori di H&M. Non ci sono informazioni sul fatto che i salari includano vari bonus, ma è molto probabile che sia così. Le ricerche condotte presso i fornitori di H&M in Cambogia hanno rivelato che quasi tutti gli emolumenti, oltre il salario minimo, sono legati a prestazioni particolari come il lavoro straordinario di domenica e nei giorni festivi.

Anannya Bhattacharjee dell’Asia Floor Wage Alliance (AFWA) ha dichiarato: “Sulla base dei miei contatti con i lavoratori penso che le cifre di H&M siano gonfiate e travisate, probabilmente includono pagamenti che non dovrebbero far parte del calcolo del salario“. Bhattacharjee ha anche sottolineato che i sindacati dell’AFWA hanno contattato H&M nel 2016: “L’idea era di incontrarsi e negoziare un accordo per il pagamento progressivo di un salario dignitoso; invece di lavorare su quella proposta, H&M ha scelto di nascondersi dietro esperimenti unilaterali e non trasparenti.

Se anche prendiamo le cifre pubblicate da H&M come riferimento, è chiaro che i lavoratori portano a casa solo una frazione di ciò che costituirebbe un salario dignitoso. In Cambogia ad esempio, i lavoratori sono pagati in media 166 euro al mese secondo H&M, e questo è superiore al salario minimo nazionale. Tuttavia un salario dignitoso secondo l’AFWA dovrebbe essere di 396 euro al mese. In Indonesia H&M riporta lo stipendio medio mensile di 148 euro mentre la stima fatta da AFWA per un salario dignitoso è pari a 352 dollari. In Bangladesh, la cifra riportata da H&M è di 79 euro al mese mentre un salario dignitoso dovrebbe essere quasi cinque volte più alto (374 euro). A Bangalore, centro dell’industria indiana dell’abbigliamento, i lavoratori portano a casa 111 euro al mese mentre la stima di AFWA è pari a 280 euro. Non c’è da meravigliarsi se molti lavoratori hanno già aderito alla campagna “Turn Around, H&M!“, invitando l’azienda a rispettare gli impegni assunti durante la manifestazione pubblica tenutasi a Bangalore lo scorso 1° maggio.

La situazione non sembra migliore in Europa. “Abbiamo recentemente parlato con un certo numero di lavoratori che producono vestiti per H&M, e senza eccezione, guadagnano molto, molto meno di quello di cui avrebbero bisogno per essere in grado di soddisfare i bisogni primari per se stessi e le loro famiglie e così avere una vita dignitosa“, ha detto Bettina Musiolek, coordinatrice del gruppo dei Paesi produttori europei della Clean Clothes Campaign.

H&M dichiara di rifornirsi da 1.668 fabbriche in tutto il mondo che impiegano oltre 1,6 milioni di persone. Le pratiche commerciali dell’azienda perciò influenzano direttamente moltissime persone.

Se si considera l’intero processo  necessario a produrre un capo di abbigliamento e farlo arrivare al consumatore in negozio o direttamente a casa, stiamo parlando di milioni di persone coinvolte. Mentre la nostra campagna è stata innescata dal fatto che H&M ha voltato le spalle a un impegno esplicito verso 850.000 lavoratori tessili che lavorano per il noto marchio, non dobbiamo dimenticare tutti gli altri lavoratori che vengono sfruttati nella sua catena di fornitura“, ha dichiarato Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign.

La campagna “Turn Around, H&M!” farà in modo che i tentativi di H&M di allontanarsi dall’impegno originale non passino inosservati. Anche se questo importante tema non è entrato nell’agenda formale della riunione degli azionisti, un gruppo di attivisti si recherà domani a Stoccolma per ricordare a tutti i presenti che un utile di 2,6 miliardi di dollari è più che sufficiente per porre fine allo scandalo dei salari di povertà nella catena di fornitura di H&M. Adesso!

Turn Around, H&M!


Firma la petizione


Per approfondire:

  • La campagna “Turn Around, H&M!” ha sito online su turnaroundhm.org ed è presente sui social media con #TurnAroundHM e #LivingWageNow.
  • La Clean Clothes Campaign definisce un salario dignitoso come il salario che dovrebbe essere guadagnato in una settimana lavorativa standard (non più di 48 ore) e consentire alla lavoratrice tessile di acquistare cibo per sé e la sua famiglia, pagare l’affitto, pagare per l’assistenza sanitaria, l’abbigliamento, il trasporto e l’istruzione e una piccola quantità di risparmi per gli imprevisti.
  • Recenti appelli pubblici da parte di Clean Clothes Campaign verso H&M perché onori il suo impegno:
  • Rapporti con informazioni sulle condizioni di lavoro e salari all’interno della catena di approvvigionamento H&M includono:

 

 

 


Rana Plaza 5 anni dopo: i marchi devono firmare il nuovo Accordo

Oggi, a una settimana dal quinto anniversario del crollo del Rana Plaza, la Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della Clean Clothes Campaign) e i suoi alleati iniziano una sette giorni di pressione sui marchi internazionali affinché si assumano le loro responsabilità nel garantire fabbriche sicure in Bangladesh firmando l’Accordo di Transizione 2018.

L’Accordo di Transizione 2018 porta avanti il lavoro svolto con l’attuale Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh sottoscritto nel 2013, a partire dalla scadenza del prossimo maggio, per assicurare la continuità dell’impegno a garantire la sicurezza nelle fabbriche (al 1° marzo l’85% degli interventi riparatori in tema di sicurezza identificati durante le ispezioni iniziali sono stati completati).

L’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh fu istituito nel maggio 2013 in risposta al crollo del Rana Plaza e, grazie alle sue ispezioni indipendenti e alla formazione dei lavoratori, ha contribuito in maniera significativa a migliorare la sicurezza delle fabbriche in quel Paese. Un’estensione dell’inziale programma quinquennale è stata già firmata dal oltre 140 marchi, coprendo più di 1.300 fabbriche e circa due milioni di lavoratori. L’obiettivo è di aumentare il numero di operai salvaguardati rispetto al precedente accordo.

Convinta che tutti i lavoratori del tessile e dell’abbigliamento che producono in Bangladesh abbiano il diritto a non temere per le loro vite nei luoghi di lavoro, la Clean Clothes Campaign chiede a tutti i marchi che si riforniscono in quel Paese, e non l’hanno ancora fatto, di sottoscrivere l’Accordo di Transizione 2018.

Innanzitutto stiamo facendo pressione su quei marchi che avevano già sottoscritto il primo Accordo (firmato da oltre 220 aziende) affinché rinnovino il loro impegno. Tra questi ricordiamo il marchio italiano Teddy S.p.A, Abercrombie & Fitch, Sainsbury’s e Gekas Ullared. Per Abercrombie & Fitch è prevista una giornata specifica di mobilitazione di Clean Clothes Campaign, International Labor Rights Forum, United Students Against Sweatshops e altri alleati il prossimo 21 aprile. Sainsbury’s è l’unica ancora reticente tra 6 aziende target di una petizione lanciata da SumofUs lo scorso febbraio.

Poi ci stiamo rivolgendo a quelle aziende che non hanno mai sottoscritto la prima versione dell’Accordo per chiedergli di abbandonare le ispezioni unilaterali aziendali e impegnarsi in un programma ispettivo credibile e trasparente come quello previsto dall’Accordo. Tra queste VF Corporation (The North Face, Timberland, Lee, Wrangler), Gap, Walmart, Decathlon New Yorker.

Infine, raccogliamo la possibilità offerta dal nuovo Accordo 2018 di includere anche fabbriche che producono accessori tessili, a maglia e in tessuto non necessariamente di abbigliamento. È ad esempio il caso di marchi come IKEA, chiamati ad assumersi anche loro la responsabilità di garantire la sicurezza per i propri lavoratori sfruttando l’opportunità offerta dall’Accordo 2018.

L’Accordo 2018 inoltre, include disposizioni migliorate per il risarcimento per i lavoratori infortunati e riconosce l’importanza della libertà di associazione sindacale nell’assicurare che i lavoratori abbiano voce in capitolo nella protezione della propria sicurezza.

Ma siglare l’Accordo 2018 non è l’unica azione urgente per garantire adeguati e credibili progressi per la sicurezza nelle fabbriche per milioni di lavoratori del settore. Dopo il Rana Plaza si sono verificati nuovi incidenti minori per scala e visibilità che non attenuano la gravità e la sofferenza per le famiglie coinvolte.

La Campagna Abiti Puliti esprime solidarietà alle famiglie dei numerosi lavoratori che sono morti e sono rimasti feriti in gravi incidenti in incendi, esplosioni, crolli fin dal 2013 che non hanno ricevuto lo stesso livello attenzione e protesta internazionaledichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti Pertanto sollecitiamo il governo del Bangladesh, con il sostegno dell’OIL e dei marchi che si riforniscono Bangladesh, a rendere giustizia a tutti i lavoratori colpiti da incidenti sul lavoro attraverso l’istituzione di un sistema nazionale permanente di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro secondo gli standard internazionali e a individuare una soluzione transitoria per risarcire i lavoratori vittime degli incidenti passati che attendono da troppo tempo equi risarcimenti basati su un sistema credibile e trasparenteconclude Deborah Lucchetti.

Per spingere i marchi a sottoscrivere il nuovo Accordosaranno organizzati eventi di pressione in tutto il mondo. L’appuntamento in Italia è per il 23 aprile a Torino, presso la Stanza dello Zodiaco del Castello del Valentino alle ore 18,15, quando, insieme a Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, al giurista Ugo Mattei, alla ricercatricedel Green Team Management del Politecnico di Torino Giulia Sonetti, al direttore Mauro Rossetti con la moderazione Sara Conforti, presidente di hoferlab, attraverso un dibattito pubblico faremo un bilancio trasparente a 5 anni dal Rana Plaza, su cosa è cambiato in Bangladesh e su cosa bisogna ancora mettere in campo per il futuro.

Cosa puoi fare tu

Firma la petizione!

 

Scrivi a Teddy per chiedergli di sbrigarsi e assumersi le sue responsabilità. Mandagli un messaggio su Facebook e su Twitter:

  • Teddy non mettere a rischio la vita dei tuoi lavoratori. Firma l’Accordo sul Bangladesh 2018. Ora! #workersafety

Scrivi a Abercrombie & Fitch per chiedergli di sbrigarsi e assumersi le sue responsabilità. Mandagli un messaggio su Facebook e su Twitter:

  • Abercrombie non mettere a rischio la vita dei tuoi lavoratori. Firma l’Accordo sul Bangladesh 2018. Ora! #RanaPlazaNeverAgain

Scrivi a IKEA per chiedergli di sbrigarsi e assumersi le sue responsabilità. Mandagli un messaggio su Facebook e su Twitter:

  • IKEA assumiti le tue responsabilità. Firma l’Accordo sul Bangladesh 2018. Ora! #RanaPlazaNeverAgain

Scrivi a the North Face per chiedergli di sbrigarsi e assumersi le sue responsabilità. Mandagli un messaggio su Facebook e su Twitter:

  • The North Face ai lavoratori che producono i tuoi abiti hanno bisogno di fabbriche sicure. Firma l’Accordo sul Bangladesh 2018. Ora! #RanaPlazaNeverAgain

Controlla la lista dei marchi firmatari e vedi se il tuo marchio preferito ha già sottoscritto l’Accordo 2018. No? Digli attraverso i social media di farlo subito!

  • [@NomeMarchio] Rispetta i lavoratori. Non mettere a rischio le loro vite. Firma subito l’Accordo per il Bangladesh 2018 #workersafety

Notizie Utili


EVENTO: Rana Plaza + 5 / Cosa è cambiato in Bangladesh e nella moda?

23 aprile ore 18.15
Stanza dello Zodiaco
Castello del Valentino • TORINO

IL 24.04.13 A DACCA IN BANGLADESH PERSERO LA VITA ALMENO 1.134 LAVORATORI E PIÙ DI 2.000 RIMASERO FERITI MENTRE CUCIVANO ABITI DESTINATI AI NEGOZI DI TUTTO IL MONDO.

Poche ore dopo, coraggiosi attivisti e attiviste per i diritti umani scavavano a mani nude sotto le macerie per trovare le prove che collegavano quelle fabbriche a noti marchi occidentali, i veri datori di lavoro di quei lavoratori che non sono più tornati a casa.

UN BILANCIO TRASPARENTE A 5 ANNI DAL RANA PLAZA

MODERA

  • Sara Conforti – presidente hoferlab

INTERVENGONO

  • Deborah Lucchetti – portavoce Campagna Abiti Puliti
  • Ugo Mattei – Giurista, docente Università di Torino e Hastings College of Law California, Coordinatore accademico IUC di Torino
  • Mauro Rossetti – direttore Associazione Tessile e Salute

CONCLUDE

  • Giulia Sonetti – Polito Green Team Management Interuniversity Department of Regional & Urban Studies and Planning

A SEGUIRE CONFRONTO CON IL PUBBLICO


Cresce la mobilitazione per sostenere Tola Moeun

Dalla pubblicazione di una lettera rivolta al governo della Cambogia, oltre 100 organizzazioni hanno aderito alla richiesta di porre fine al processo politico di Tola Moeun, difensore dei diritti umani cambogiano.

La lettera era stata scritta e firmata da quattro sindacati globali e oltre 30 organizzazioni nazionali e internazionali impegnate nella difesa dei diritti dei lavoratori, dopo che i pubblici ministeri in Cambogia avevano rivolto accuse penali e un ordine di detenzione preventiva nei confronti di Tola e altri due importanti leader della società civile: Pa Nguon Teang, difensore della libertà di stampa, e Venerable But Buntenh, monaco attivista. Le accuse, come spiegato nella lettera, sono infondate e sembrano essere mosse da motivazioni politiche.

Tola è il Direttore Esecutivo del Center for the Alliance of Labor and Human Rights (CENTRAL) e un noto difensore dei diritti dei lavoratori in Cambogia.

Da quando la lettera è diventata pubblica lo scorso 19 febbraio, oltre 50 organizzazioni, tra cui Amnesty International, in tutto il mondo l’hanno sottoscritta manifestando il loro sostegno e chiedendo al governo cambogiano di rispettare i diritti umani fondamentali ritirando immediatamente le accuse a carico di Tola e dei due attivisti.

È noto che i tribunali cambogiani non siano indipendenti ma guidati dagli interessi politici del partito di governo Cambodian People’s Party. Queste accuse costituiscono un tentativo di silenziare e punire una delle voci indipendenti del paese per i diritti dei lavoratori.

Guardare le autorità cambogiane che si concentrano senza sosta su un famoso attivista per i diritti dei lavoratori che ha facilitato l'accesso ai risarcimenti per i lavoratori dell'abbigliamento prima del Consiglio di Arbitrato del Paese dovrebbe allarmare i marchi internazionali che conoscono i costi per scongiurare le situazioni di crisi" ha dichiarato Aruna Kashyap, consigliere senior della divisione diritti di genere di Human Rights Watch. "I marchi che tacciono dovrebbero avere chiaro che ogni iniziativa, eventualmente pianificata in Cambogia, rischia di fallire o ridicolizzarsi, se la società civile è confinata in carcere o perseguitata dalle autorità cambogiane. Inoltre questo non farà che aumentare il livello degli abusi sui lavoratori nelle catene di fornitura, compromettendo la possibilità stessa per i lavoratori di risolvere le loro controversie in modo costruttivo

Tutto questo fa parte della repressione in corso, non solo contro i difensori dei diritti umani critici del regime di Hun Sen ma anche contro il movimento sindacale nazionale. Questo governo ha introdotto e attuato la legge sindacale che rende impossibile organizzarsi e contrattare collettivamente. Se è rimasto un senso di decenza, è il caso che si intervenga” ha dichiarato Apolinar Z. Tolentino, rappresentante regionale per l’Asia e il Pacifico dei Building e Wood Workers.

La Campagna Abiti Puliti si unisce alle richieste della società civile internazionale nel richiedere al governo cambogiano di rispettare i diritti umani fondamentali e di ritirare immediatamente le accuse nei confronti di Tola e degli altri due leader. Inoltre esprime solidarietà e sostegno alle 35 organizzazioni per i diritti umani cambogiane che hanno già espresso simili preoccupazioni.

Scarica la lettera congiunta


Bangladesh: 100 giorni alla scadenza dell’Accordo. I firmatari invitano i marchi a sottoscrivere il nuovo Accordo 2018

A 100 giorni dalla scadenza dell’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh, le aziende dell’abbigliamento sono chiamate a continuare il loro impegno per rendere l’industria tessile sicura e sostenibile sottoscrivendo l’Accordo di Transizione 2018.

Questo Accordo continuerà il lavoro ispettivo nelle fabbriche del Bangladesh, identificando i rischi per la sicurezza e assicurandosi che vengano corretti. Ad oggi 109 aziende del tessile hanno già firmato questo nuovo Accordo, coprendo oltre 2 milioni di lavoratori.

Tuttavia molte aziende, tra cui Marks and Spencer, Next, Sainsbury’s, Metro Group, Abercrombie & Fitch e Dansk Supermarked, non hanno ancora riconfermato il loro impegno.

I sindacati globali (IndustriALL e UNI) e le quattro organizzazioni testimoni (Clean Clothes Campaign, International Labor Rights Forum, Maquila Solidarity Network e Worker Rights Consortium) firmatari dell’Accordo chiedono a queste aziende di impegnarsi il prima possibile.

Non firmando l’Accordo 2018, tra 100 giorni i lavoratori saranno lasciati in fabbriche non monitorate. Di conseguenza, i marchi della moda verranno meno ai loro obblighi di due diligence per garantire ai lavoratori delle proprie catene di fornitura la giusta sicurezza” ha dichiarato Ineke Zeldenrust, coordinatrice internazionale della Clean Clothes Campaign.

L’Accordo originario è entrato in vigore nel maggio 2013, in seguito alla tragedia del Rana Plaza accaduta nell’aprile 2013, quando 1134 lavoratori e lavoratrici persero la vita. L’Accordo ha creato un sistema realistico per monitorare e correggere le storture delle fabbriche delle catene di fornitura dei marchi firmatari, insieme a un programma di formazione sulla sicurezza per i lavoratori. Un lavoro che continuerà in virtù dell’Accordo 2018.

Non esiste un’alternativa credibile all’Accordo per garantire la sicurezza dei lavoratori in Bangladesh. Non è possibile tornare indietro ai programmi gestiti dalle aziende visto che si sono dimostrati del tutto fallimentari nel prevenire tragedie immani. Firmare l’Accordo 2018 è l’unica strada per le aziende per rispettare i loro obblighi di due diligence nei confronti dei lavoratori” ha dichiarato Jenny Holdcroft, assistente del segretario generale di IndustiALL

È altrettanto importante per quelle aziende che non avevano sottoscritto il primo Accordo, così come per quelle che hanno già posto rimedio ai difetti riscontrati nelle loro fabbriche grazie al primo Accordo.

La necessità di comitati per la sicurezza e di un programma di ispezione in corso è sempre valida perché una fabbrica può essere sicura un giorno e poi avere le porte antincendio bloccate il giorno dopo. Finché il governo del Bangladesh non sarà pronto ad assumersi questa responsabilità, l’Accordo continuerà a fornire formazione, competenze ingegneristiche e strutture di monitoraggio per rendere sicure le fabbriche”, ha dichiarato Christy Hoffman, vice segretario generale di UNI global union.

Questo appello a sottoscrivere l’Accordo 2018 è rivolto anche alle aziende non firmatarie della prima versione come quelle dell’Alleanza per la sicurezza dei lavoratori in Bangladesh, un programma di sicurezza gestito dalle aziende stesse.

Chiediamo alle aziende dell’Alleanza e a quelle che non hanno mai sottoscritto alcun programma di firmare l’Accordo 2018 il prima possibile mostrando la loro volontà nel garantire la sicurezza nelle fabbriche del Bangladesh insieme ai sindacati bengalesi e internazionali” ha dichiarato Judy Gearhart, direttore esecutivo dell’International Labor Rights Forum.


(2018) REPORT - Lavoro senza libertà - Lavoratrici migranti nell’industria tessile di Bangalore

Le donne migranti impiegate nelle fabbriche tessili indiane che riforniscono i grandi marchi internazionali della moda come Benetton, C&A, GAP, H&M, Levi’s, M&S e PVH, sono soggette a condizioni di moderna schiavitù. A Bangalore, il più grande centro di produzione di abbigliamento in India, giovani donne, reclutate con false promesse di salari e benefici economici, lavorano sotto pressione per paghe da fame. Le loro condizioni di vita negli ostelli sono precarie e la loro libertà di movimento è severamente limitata. Nonostante si dichiarino almeno diciottenni, molte di loro sembrano molto più giovani.

Queste sono alcune delle condizioni riportate nel report “Lavoro senza Libertà – Lavoratrici migranti nell’industria tessile di Bangalore”, curato dall’organizzazione per i diritti umani India Committee of the Netherlands, la Clean Clothes Campaign e il sindacato femminile di Bangalore Garment Labour Union. La ricerca ha riscontrato che 5 degli 11 indicatori dell’ILO per identificare il lavoro forzato sono presenti nelle fabbriche di Bangalore: abuso di vulnerabilità, inganno con false promesse (ad esempio sui salari), limitazione dei movimenti nelle abitazioni, intimidazioni e minacce, condizioni di lavoro e di vita inumane


70 mila persone chiedono ad Armani e Primark di rivelare dove vengono prodotti i loro abiti

Circa 70mila persone chiedono ad alcuni fra i maggiori marchi e distributori della moda (Armani, Primark, Urban Outfitters, Forever 21 e Walmart) di fare della trasparenza uno dei loro buoni propositi dell’anno nuovo e rendere pubbliche le informazioni sulle fabbriche che producono i loro abiti. Durante il mese di gennaio, attivisti in tutta Europa e nel mondo consegneranno le firme raccolte con la petizione sulla trasparenza ai i marchi coinvolti.

La consegna delle firme è l’ultimo passo, in ordine cronologico, della campagna globale #GoTransparent, portata avanti da Human Rights Watch, Clean Clothes Campaign e International Labor Rights Forum. Con questa campagna le organizzazioni hanno fissato uno standard minimo di trasparenza per il settore tessile, l’Iniziativa per la trasparenza nella catena di fornitura dell’abbigliamento e delle calzature, convincendo 17 marchi ad impegnarsi a pubblicare le informazioni sulle fabbriche da cui si riforniscono, compresi indirizzi e numeri di lavoratori impiegati.

La campagna #GoTransparent era indirizzata in modo specifico a cinque marchi, Armani, Primark, Urban Outfitters, Forever 21 e Walmart, considerati tra i più reticenti a svelare le informazioni sulle loro catene di fornitura e che si sono rifiutati di seguire l’esempio degli altri brand di impegnarsi a rendere più trasparenti le loro filiere.

Le informazioni richieste dall’Iniziativa per la Trasparenza sono fondamentali per i lavoratori e gli attivisti per poter allertare i marchi di eventuali violazioni dei diritti lungo la catena di fornitura. Si potrebbero, ad esempio, evitare scene drammatiche come quelle seguite al crollo del Rana Plaza, quando attivisti e lavoratori rischiando la propria vita sono dovuti rientrare tra le macerie per cercare le etichette dei marchi responsabili.

Tra l’altro questi cinque marchi sembrano non essere al passo con i tempi: già dieci anni fa, alcune università negli Stati Uniti avevano iniziato a richiedere maggiore trasparenza alle aziende che producevano le loro divise. Più recentemente, molti marchi internazionali hanno iniziato a fare passi avanti in questo senso. Altri nel 2017 hanno deciso di passare dalla mancanza totale di trasparenza al pieno rispetto delle richieste contenute nell’Iniziativa (tra questi ASICS, ASOS, Clarks, New Look, Next e i Pentland Brands). ASOS, dopo aver aderito, ha dichiarato: “Tutte le strade portano alla trasparenza. Se le nostre pratiche nel settore della moda non sono abbastanza buone da poterle raccontare ai nostri consumatori, allora semplicemente non sono buone a sufficienza”.

Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti ha dichiarato: “Qualsiasi marchio si rifiuti di condividere informazioni sulla propria catena di fornitura dovrebbe far scattare un allarme rosso nei consumatori e in tutti coloro che hanno a cuore i diritti umani. Che cosa c’è da nascondere? Le imprese committenti conoscono la provenienza dei loro prodotti e monitorano le loro catene di fornitura? Se i marchi stanno realmente compiendo passi avanti verso la trasparenza, dovrebbero essere desiderosi di comunicarlo ai propri consumatori”.

Di questi temi si discuterà a Firenze il prossimo 10 gennaio dalle 9.30 alle 14 durante l’eventoLa filiera trasparente nel settore della moda” promosso dalla Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della Clean Clothes Campaign) e dalla FILCTEM CGIL, con il patrocinio della Regione Toscana. Oltre agli organizzatori, parteciperanno alla discussione rappresentanti dell’industria del settore e delle istituzioni. Per il programma completo dell’evento: http://www.abitipuliti.org/news/la-filiera-trasparente-nel-settore-moda/

Elenco delle firme

Background:

L’attuale slancio verso la trasparenza della catena di approvvigionamento è ripreso da importanti iniziative internazionali, come la mozione prodotta dal Parlamento Europeo in Aprile 2017, l’Iniziativa faro nell’industria dell’abbigliamento, che richiede catene di approvvigionamento trasparenti e due diligence. Sempre nell’aprile 2017, 79 organizzazioni europee della società civile hanno rivolto un appello alla Commissione Europea. Inoltre, i marchi di calzature erano già stati sollecitati a mostrare maggiore trasparenza attraverso una petizione di Change Your Shoes, iniziativa promossa da diverse organizzazioni per i diritti dei lavoratori in Europa e in Asia (in Italia dalla Campagna Abiti Puliti).

Note per l’editore:

  • La consegna delle firme è ad oggi programmata in diverse città, tra cui Amsterdam (Primark, Armani), Antwerp (Armani, Urban Outfitters), Brussels (Primark) e Zagabria (Armani).
  • Il testo della petizione rivolta a Walmart, Urban Outfitters, Forever 21, Armani e Primark è qui org/gotransparent.
  • Il Rapporto Segui il il filo che ha lanciato la petizione ad Aprile 2017
  • La coalizione che ha lanciato l’iniziativa per la Trasparenza è composta da Human Rights Watch, Clean Clothes Campaign, International Corporate Accountability Roundtable, International Labour Rights Forum, Workers Rights Consortium, Maquila Solidarity Network, IndustriALL Global Union, UNI Global Union International Trade Union Confederation. La coalizione di organizzazioni per i diritti umani, del lavoro e i sindacati che hanno promosso l’iniziativa sta attualmente verificando le risposte dei marchi e il rispetto degli impegni assunti

Consegna delle firme ad Armani a Hong Kong


(2017) REPORT - Guarda dove metti i piedi! Nuovo rapporto sulle concerie della pelle

Oggi la Campagna Abiti Puliti, nell’ambito dell’iniziativa Change your shoes, lancia il nuovo report “Guarda dove metti i piedi”. Attraverso un’approfondita ricerca sul campo condotta negli stati federali di Tamil Nadu e Uttar Pradesh in India, lo studio analizza le dannose condizioni ambientali e di lavoro nelle concerie della pelle. Le due regioni, che ospitano varie concerie, centri di produzione ed esportazione di pelle anche verso l’Unione Europea, sono caratterizzate da livelli anormali di inquinamento idrico e del suolo, danni ambientali e rischi sanitari per i lavoratori e le comunità circostanti. La ricerca ha evidenziato come tali problemi derivino da un trattamento incauto di acque reflue e rifiuti solidi derivanti dal processo di concia.

Il rischio più significativo è legato all’uso del Cromo III che in determinate circostanze può trasformarsi nel più tossico e cancerogeno Cromo VI (CrVI) e diventare una seria minaccia per i lavoratori e le lavoratrici. La ricerca sul campo ha rivelato che i rifiuti solidi e le acque reflue non trattate contenenti Cr (VI) sono spesso abbandonati su terreni aperti, contaminando per decenni i corpi idrici circostanti, compresa l’acqua potabile. Inoltre, l’acqua di irrigazione ricca di Cr (VI) e i fanghi di depurazione hanno danneggiato i terreni e le coltivazioni che circondano le concerie, mettendo così a rischio la sopravvivenza dell’intera popolazione rurale.

L’osservazione sul campo e le interviste ai lavoratori delle concerie indicano poi una serie di problemi per la salute e la sicurezza sul lavoro. La maggior parte degli operai e delle operaie ha raccontato di soffrire di diversi disturbi come febbre cronica, problemi respiratori e irritazione agli occhi e alla pelle causati dal contatto diretto con agenti chimici della concia. Ciò potrebbe essere ricondotto all’insufficienza di equipaggiamento protettivo adeguato e di formazione specifica sulla sicurezza. A questo si aggiungono condizioni di lavoro estremamente precarie, salari da fame, contratti di lavoro irregolari e assenza di protezione assicurative sociali e per la salute. Questa combinazione tra malattie e insicurezza finanziaria costringe molti degli intervistati a una battaglia quotidiana per la sopravvivenza.

Nonostante l’India sia dotata di una regolamentazione e di norme stringenti in materia ambientale e di diritto del lavoro, compreso il settore delle concerie, “l’implementazione di queste regole è scarsa o del tutto assente, soprattutto in contesti informali o parzialmente illegali” come ricorda Pradeepan Ravi del Cividep. A ciò si aggiunge la mancanza di trasparenza che caratterizza tutto questo livello della catena di fornitura. “Questo è il punto su cui possono giocare un ruolo determinante i marchi nazionali e internazionali, responsabili tra le altre cose del rispetto dei diritti umani e degli standard ambientali” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, rappresentante italiana di Change Your Shoes. “In linea con i Principi Guida per le imprese e i diritti umani delle Nazioni Unite (UNGPs), i marchi dovrebbero stabilire una strategia di due diligence con mappe e analisi dell’intera catena di fornitura, in modo da identificare e intervenire sui rischi per gli esseri umani e per l’ambiente a ogni livello. Azioni concrete dovrebbero poi essere intraprese in accordo con le organizzazioni della società civile, i sindacati e gli altri attori significativi”.

Per questi motivi la rete degli attivisti che ha promosso Change Your Shoes chiede alle autorità indiane di rafforzare e implementare in maniera rigorosa le norme esistenti e agli stati membri dell’Unione Europea di predisporre un accordo legalmente vincolante che obblighi le aziende a mettere in pratica la due diligence in linea con gli UNGPs.

Questo nuovo rapporto rappresenta un ulteriore passo per far luce sul lato oscuro della produzione globale di pelle riguardo i rischi ambientali e per i diritti umani e completa il quadro delle indagini sinora svolte in diversi paesi e segmenti delle filiere delle calzature. Tali ricerche tracciano la rotta di catene di fornitura globali di cui l’Italla è parte integrante sia come sito produttivo che come mercato di consumo.


Diteci chi fabbrica le nostre scarpe! La consegna della petizione sulla trasparenza

13.606 persone hanno chiesto ai marchi europei delle calzature di fare un passo avanti, comunicare chi produce le loro scarpe e cessare di mettere a rischio la vita dei loro lavoratori e lavoratrici.

La petizione era rivolta a 26 marchi europei ed è stata sottoscritta da migliaia di cittadini preoccupati che le loro scarpe siano prodotte da persone che non rischiano la loro vita ogni volta che si recano sul posto di lavoro.

24 miliardi di scarpe sono prodotte ogni anno – 3 paia per ogni persona del pianeta. L’87% di queste viene realizzato in Asia, dove milioni di donne cuciono scarpe a casa loro sopportando paghe da fame, problemi di salute e condizioni di lavoro insicure. Nelle concerie, l’uso non regolamentato di sostanze chimiche tossiche e di coloranti espone i lavoratori al Cromo VI – prodotto nel processo di concia delle pelli – col rischio di causare asma, eczema, cecità e cancro. Quando questa sostanza entra poi in contatto con le acque reflue provoca inquinamento dannoso per l’ambiente e per coloro che vivono e lavorano nelle vicinanze.

La crescente domanda in Europa e la competizione tra i marchi per fornire prodotti sempre più economici e in tempi sempre più rapidi significa, in particolare per i lavoratori e le lavoratrici in Asia e in Est Europa, essere sotto pressione per produrre sempre più, spesso attraverso straordinari non pagati e sotto minaccia di licenziamento e intimidazione, se provano ad alzare la voce per chiedere più diritti. Queste condizioni di lavoro per noi consumatori restano nascoste, visto che i marchi tengono segrete le loro catene di produzione.

Ma ora i cittadini europei stanno sollevando questi problemi e vogliono essere sicuri che le loro scarpe non stiano causando danni all’ambiente e alle persone. Migliaia di persone chiedono ai marchi di pubblicare le informazioni sulla realizzazione delle loro scarpe, di smettere di usare sostanze tossiche durante la produzione e di garantire un salario vivibile e condizioni di lavoro dignitose ai loro operai e operaie.

In Germania le firme raccolte sono state consegnate a Deichmann la quale ha dichiarato che lavorerà per migliorare la situazione per i lavoratori lungo la sua catena di fornitura. In Polonia sono state consegnate a CCC, la più grande azienda del Paese. CCC ha replicato che assumerà passi concreti per monitorare la catena di fornitura e avvierà un dialogo con i lavoratori e le organizzazioni della società civile. In Italia la petizione è stata consegnata a Prada che finora non ha fornito alcuna risposta in merito alle diverse richieste di trasparenza. In Spagna le firme sono arrivate a Camper che ha appena iniziato a pubblicare alcune informazioni sulla sua catena di fornitura. In Inghilterra la petizione è stata consegnata a 11 marchi tra cui Schuh, che si è detta disponibile a considerare le raccomandazioni per migliorare la situazione.

Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti ha dichiarato: “La crescente richiesta di trasparenza non può essere ignorata. Una petizione parallela indirizzata a 5 marchi globali dell’abbigliamento e delle calzature sullo stesso tema ha raccolto oltre 70 mila firme. Come risultato di questa pressione pubblica alcuni grandi marchi, tra cui Clarks, hanno accettato di pubblicare la lista dei loro fornitori. Tuttavia troppi marchi ancora dimostrano di non essere per nulla interessati a parlare delle condizioni di lavoro nelle loro filiere produttive e molta strada resta da fare per garantire un trattamento equo per i loro lavoratori. Allo stesso tempo è promettente che alcuni grandi marchi stiano cambiando atteggiamento e riconoscano che l’unica soluzione è ascoltare le preoccupazioni dei consumatori e le esigenze dei lavoratori, mostrandosi disponibili ad assumersi le loro responsabilità. Continueremo a lavorare con i brand della moda per migliorare la trasparenza delle loro catene di fornitura e le condizioni dei loro lavoratori. E ci auguriamo che anche i grandi brand italiani, come Prada, rispondano alle richieste di migliaia di persone e accettino la sfida della trasparenza

La coalizione Change your shoes ha presentato la petizione anche ai Membri del Parlamento Europeo a Bruxelles lo scorso 20 novembre mostrando l’esistenza di una forte pressione pubblica per cambiare l’industria calzaturiera e chiedendo all’Europa di rendere obbligatoria per le aziende la pubblicazione dei nomi e degli indirizzi dei loro fornitori.

Scarica il fumetto che racconta la consegna a Prada
Scarica l’elenco delle firme raccolte

LA CONSEGNA IN ITALIA A PRADA

 

 

LA CONSEGNA NEL RESTO D’EUROPA


H&M manterrà la promessa di pagare un salario dignitoso entro il 2018?

Quattro anni fa, H&M aveva fatto una promessa che, se mantenuta, avrebbe costituito un punto di svolta per l’intera industria dell’abbigliamento. Il 25 novembre 2013 H&M, infatti, aveva promesso che avrebbe pagato quello che loro stessi chiamavano un “salario dignitoso equo” ai lavoratori della sua catena di fornitura entro il 2018.

Il pagamento di un salario dignitoso da parte di H&M ai suoi lavoratori costituirebbe uno sviluppo rivoluzionario, considerando che i salari da fame rappresentano tutt’ora la norma in tutto il settore, compresa la catena di fornitura di H&M. Sono paghe ben distanti da quello che dovrebbe essere un salario dignitoso: un salario, cioè, che dovrebbe consentire al lavoratore e alla sua famiglia di condurre una vita decente, avere una dieta sana, un alloggio adeguato, accesso alle cure mediche, all’istruzione e ai trasporti, nonché una somma aggiuntiva da poter usare in caso di imprevisti.

Durante gli ultimi cinque anni da quell’annuncio, H&M si è dimostrata particolarmente opaca circa i suoi piani tanto da far pensare fosse solo uno spot pubblicitario per placare l’opinione pubblica preoccupata dalle sue condizioni di produzione.

Attualmente, i salari medi delle fabbriche dei fornitori di H&M in Bangladesh, Myanmar, Cambogia e India sono solo leggermente superiori ai salari minimi nazionali. In Bangladesh, per esempio, H&M sostiene che i lavoratori della sua catena di fornitura guadagnano in media 87 dollari al mese, che è addirittura inferiore alla soglia di povertà stabilita della Banca Mondiale di 88 dollari al mese. L’effetto è che i lavoratori e i loro figli soffrono di malnutrizione. Le stime di quanto dovrebbe essere il salario dignitoso variano, ma in media indicano tutte che in Bangladesh dovrebbe essere di almeno il triplo per garantire una vita dignitosa. La terribile situazione dei lavoratori di H&M è apparsa ancora più chiara quando migliaia di loro sono scesi in piazza nel dicembre 2016 per chiedere aumenti salariali.

Il salario minimo nei paesi di produzione tessile è stabilito dai governi a livello nazionale. Ma questi governi, per paura di perdere commesse importanti per la loro economia nazionale, si dimostrano particolarmente restii nell’accordare aumenti, alimentando una gara al ribasso per i salari di tutti i lavoratori e le lavoratrici.

In realtà, secondo la Clean Clothes Campaign, i marchi potrebbero influenzare queste politiche salariali, rassicurando i governi che aumenti del salario minimo legale non determinerebbero la loro fuga e che invece continuerebbero a investire in relazioni commerciali di lungo periodo e a commissionare ordini anche se i prezzi dovessero salire. I marchi potrebbero assumendosi la responsabilità per salari dignitosi attraverso pagamenti diretti inclusi negli ordini alle fabbriche dei loro fornitori. Essendo uno degli attori più importanti per le esportazioni dal Bangladesh, H&M potrebbe avere un’influenza determinante per i salari di milioni di lavoratori nel paese.

Invece, dopo aver alzato un gran polverone con le sue dichiarazioni, H&M ha riformulato la sua promessa rendendola molto meno ambiziosa. Invece di corrispondere direttamente a tutti i lavoratori della sua catena di fornitura un salario dignitoso, il brand ha precisato che avrebbe solo messo in moto dei “meccanismi” che avrebbero permesso di raggiungere il salario dignitoso per almeno l’80% dei suoi lavoratori e lavoratrici. Come abbia intenzione di fare e quali progetti pilota voglia implementare però non è dato sapersi. Questo impedisce ai lavoratori e alle loro organizzazioni di monitorare i progressi.

L’obiettivo che H&M si era data nel 2013, cioè di pagare un salario dignitoso agli 850 mila lavoratori e lavoratrici della sua catena di fornitura, sebbene ambizioso, è sicuramente raggiungibile per un’azienda delle dimensioni, profitti e potere di H&M. Ad esempio, il suo stesso presidente Stefan Persson potrebbe facilmente garantire ai lavoratori di H&M un aumento sulle loro retribuzioni fino a quando l’azienda abbia raggiunto il suo obiettivo. Oggi infatti, egli possiede un patrimonio di 19,9 miliardi di dollari che sarebbe sufficiente a pagare a tutti i lavoratori della sua filiera in Bangladesh un salario dignitoso pieno per i prossimi trent’anni.

H&M ha sicuramente le risorse per imprimere un importante cambiamento e ha più volte sostenuto di essere un’azienda leader su questi temi. Dando un’occhiata ai numeri, ci si rende conto che se H&M riallocasse il budget che in un solo anno spende in pubblicità a favore dei salari, potrebbe garantire ai suoi lavoratori in Cambogia 6,5 anni di salario dignitoso.

Il profitto netto di H&M nel 2016 è stato di oltre 2 miliardi di dollari. Basterebbe solo l’1,9% di questa cifra per pagare a tutti i suoi lavoratori in Cambogia i 78 dollari aggiuntivi al mese per garantirgli di vivere con dignità.


(2017) REPORT - Europe's sweatshop - L'Europa dello sfruttamento

Un nuovo rapporto della Clean Clothes Campaign rivela condizioni di grave sfruttamento nella produzione di abbigliamento e calzature “Made in Europe”

Un nuovo rapporto della Clean Clothes Campaign, Europe’s Sweatshops, documenta i salari da fame endemici e le dure condizioni di lavoro nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa. Ad esempio, molti lavoratori in Ucraina, nonostante gli straordinari, guadagnano appena 89 euro al mese in un Paese in cui il salario dignitoso dovrebbe essere almeno 5 volte tanto. Tra i clienti di queste fabbriche ci sono marchi globali come Benetton, Esprit, GEOX, Triumph e Vera Moda.

Per questi marchi i Paesi dell’Est e Sud-Est Europa rappresentano paradisi per i bassi salari. Molti brand enfatizzano l’appartenenza al “Made in Europe”, suggerendo con questo concetto “condizioni di lavoro eque”. In realtà, molti dei 1,7 milioni di lavoratori e lavoratrici di queste regioni vivono in povertà, affrontano condizioni di lavoro pericolose, tra cui straordinari forzati, e si trovano in una situazione di indebitamento significativo.

Queste fabbriche di sfruttamento offrono lavoratori economici, anche se qualificati e professionali. Troppo spesso i salari mensili della maggior parte della forza lavoro femminile raggiungono appena la soglia del salario minimo legale, che varia dagli 89 euro in Ucraina ai 374 euro in Slovacchia. Ma il salario dignitoso, quello che permetterebbe a una famiglia di provvedere ai bisogni primari, dovrebbe essere quattro o cinque volte superiore e in Ucraina, ad esempio, questo vorrebbe dire guadagnare almeno 438 euro al mese.

I salari minimi legali in questi Paesi sono attualmente al di sotto delle loro rispettive soglie di povertà e dei livelli di sussistenza. Le conseguenze sono terribili. “A volte semplicemente non abbiamo niente da mangiare”, ha raccontato una lavoratrice ucraina. “I nostri salari bastano appena per pagare le bollette elettriche, dell’acqua e dei riscaldamenti” ha detto un’altra donna ungherese.

Le interviste a 110 lavoratrici e lavoratori di fabbriche di abbigliamento e calzature in Ungheria, Ucraina e Serbia hanno rivelato che molti di loro sono costretti ad effettuare straordinari per raggiungere i loro obiettivi di produzione. Ma nonostante questo, difficilmente riescono a guadagnare qualcosa in più del salario minimo.

Molti degli intervistati hanno raccontato di condizioni di lavoro pericolose come l’esposizione al calore o a sostanze chimiche tossiche, condizioni antigieniche, straordinari forzati illegali e non pagati e abusi da parte dei dirigenti. I lavoratori intervistati si sentono intimiditi e sotto costante minaccia di licenziamento o trasferimento.

Quando i lavoratori serbi chiedono perché durante la calda estate non c’è aria condizionata, perché l’accesso all’acqua potabile è limitato, perché sono costretti a lavorare di nuovo il sabato, la risposta è sempre la stessa: “Quella è la porta

Ci pare evidente che i marchi internazionali stiano approfittando in maniera sostanziosa di un sistema foraggiato da bassi salari e importanti incentivi governativi” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “In Serbia, ad esempio, oltre ad ingenti sovvenzioni, le imprese estere ricevono aiuti indiretti come esenzione fiscale fino a per dieci anni, terreni a titolo quasi gratuito, infrastrutture e servizi. E nelle zone franche sono pure esentate dal pagamento delle utenze mentre i lavoratori fanno fatica a pagare le bollette della luce e dell’acqua, in continuo vertiginoso aumento” continua Deborah Lucchetti.

Le fabbriche citate nel rapporto producono tutte per importanti marchi globali: tra questi troviamo Benetton, Esprit, GEOX, Triumph e Vera Moda. La Campagna Abiti Puliti chiede ai marchi coinvolti di adeguare i salari corrisposti al livello dignitoso e di lavorare insieme ai loro fornitori per eliminare le condizioni di lavoro disumane e illegali documentate in questo rapporto.


Il governo del Bangladesh continua a violare gli impegni assunti

Non ci sono più scuse: nuovi fatti rivelano il fallimento del Bangladesh nelle fare le riforme del lavoro mentre l’Europa rimane a guardare

Alla luce dei fatti evidenziati nel nuovo rapporto pubblicato oggi, i sindacati e le organizzazioni di attivisti del lavoro rinnovano alla Commissione Europea la richiesta di onorare la promessa di avviare un’indagine commerciale in Bangladesh, a seguito del perdurante fallimento del governo nel fare urgentemente le necessarie riforme di legge e delle politiche di governo dei diritti sindacali nell’industria dell’abbigliamento del paese.

In un nuovo rapporto inviato oggi alla Commissione Europea, la Clean Clothes Campaign, l’International Trade Union Confederation, l’European Trade Union Confederation, IndustriALL Global Union e UNI Global Union dimostrano che, nonostante la firma del “Sustainability Compact” con l’Unione Europea quattro anni fa, il governo del Bangladesh continua a violare gli impegni assunti, non realizzando le riforme vitali necessarie a garantire che l’industria dell’abbigliamento rispetti i principali standard internazionali del lavoro.

Il rapporto si concentra su quattro settori chiave che restano i principali ambiti di preoccupazione per l’Unione europea, l’ILO, i sindacati e gli attivisti per i diritti del lavoro, oltre ad altri portatori di interesse della comunità internazionale a seguito del crollo catastrofico dell’edificio Rana Plaza in Bangladesh. Si tratta della riforma del diritto del lavoro, della libertà di associazione sindacale nelle zone franche per l’esportazione (EPZ), del miglioramento della procedura di registrazione dei sindacati e della cessazione dei fenomeni diffusi di discriminazione anti-sindacale.

Il Sustainability Compact per il Bangladesh comprende una serie di azioni specifiche e temporanee nei quattro ambiti che il governo del Bangladesh si è impegnato ad attuare quando ha firmato il Compact nel 2013. Tuttavia, sebbene il Bangladesh continui a fallire nell’implentazione delle azioni necessarie, l’UE tarda nell’avviare un’indagine commerciale in Bangladesh per confermare in che misura siano soddisfatti i principali diritti del lavoro e dei diritti umani.

Lo scorso maggio la Commissione Europea aveva esteso il termine di attuazione delle azioni di adeguamento ad agosto 2017, quando il governo del Bangladesh avrebbe dovuto fornire all’UE “progressi tangibili” per poter conservare l’idoneità all’accesso commerciale preferenziale dell’UE. Questa estensione della scadenza è giunta a seguito di una serie di estensioni precedenti ed è oggi passata senza alcuna conseguenza. Ciò è indicativo della riluttanza della Commissione Europea ad utilizzare il suo potere nel richiamare il governo del Bangladesh alle sue responsabilità.

Come principale partner commerciale del Bangladesh, l’Unione Europea ha sia il potere che la responsabilità di contribuire ad assicurare che gli standard di lavoro in Bangladesh siano rispettati. Il nuovo rapporto include una serie di casi studio che sottolineano come i sindacalisti continuano a fronteggiare forti discriminazioni e violenze. Questi casi, associati alla repressione delle proteste pacifiche per i salari avvenute all’inizio dell’anno, dimostrano che il dialogo avviato è stato un approccio completamente inefficace per assicurare un cambiamento significativo in Bangladesh.

ITUC, IndustriALL, UNI, ETUC e CCC sollecitano la Commissione Europea a smettere di prolungare le scadenze e ad agire nei confronti del governo del Bangladesh avviando un’indagine commerciale sulla sua ammissibilità all’accesso preferenziale al mercato dell’Unione europea, al fine di esercitare pressioni sul Bangladesh perchè intraprenda riforme del lavoro significative. Un’indagine commerciale potrà fornire ampie possibilità al governo del Bangladesh di fare la cosa giusta, ma fornirà anche lo stimolo necessario per il cambiamento.

Scarica il rapporto completo “The European Union and the Bangladesh garment industry: the failure of the Sustainability Compact


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L'Accordo per il Bangladesh viene rinnovato con notevoli miglioramenti

Washington, Toronto, Amsterdam e Roma, 29 giugno – Oggi le federazioni sindacali globali Industriall e UNI annunciano l’accordo raggiunto con i marchi e i distributori per il rinnovo dell’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici. Ad oggi 13 marchi hanno firmato il nuovo accordo e altri 8 hanno assunto l’impegno di firmarlo, con molti altri che probabilmente seguiranno nelle prossime settimane.

Si tratta dell’innovativo Accordo sulla sicurezza fondato su impegni vincolanti e esecutivi per i marchi dell’abbigliamento al fine di garantire l’identificazione e la correzione dei rischi presso le loro fabbriche in Bangladesh. L’Accordo ha coordinato i lavori di ristrutturazione delle fabbriche coinvolte – dall’installazione delle porte antincendio al rinforzo di colonne strutturali pericolose – migliorando la sicurezza per milioni di lavoratori.

ll nuovo Accordo, che entrerà in vigore nel maggio del 2018 a scadenza dell’attuale, estende il programma per altri tre anni. Ciò comporta la prosecuzione di ispezioni robuste e indipendenti sulla sicurezza per garantire che i progressi raggiunti nel primo periodo siano mantenuti e che i proprietari delle fabbriche non tornino alle pratiche insicure del passato.

Il nuovo Accordo, come il primo, è siglato tra sindacati, marchi di abbigliamento e distributori e include, in qualità di “testimoni”, quattro organizzazioni non governative per i diritti del lavoro: la Clean Clothes Campaign, l’International Labor Rights Forum, il Maquila Solidarity Network e il Worker Rights Consortium.

Come dichiara Ineke Zeldenrust della Clean Clothes Campaign “Il rinnovo dell’Accordo garantisce la prosecuzione del programma più efficace per garantire la sicurezza nelle fabbriche nell’era contemporanea della produzione globale di abbigliamento. L’accordo ha già generato più di 100.000 miglioramenti documentati sulla sicurezza in più di 1.500 fabbriche di confezionamento che impiegano più di 2.5 milioni di lavoratori.”

L’Accordo è l’antidoto ai sistemi volontari di ispezione che hanno fallito miseramente nel proteggere i lavoratori in Bangladesh e che hanno portato al crollo catastrofico del Rana Plaza” dichiara Scott Nova, Direttore Esecutivo del Workers Rights Consortium. “L’Accordo è un modello che sostituisce le promesse volontarie con impegni obbligatori, assicura severe conseguenze economiche per i fornitori che rifiutano di operare in sicurezza e richiede ai marchi committenti di assicurare che questi possano permettersi il costo dei lavori di ristrutturazione. Il rinnovo dell’Accordo testimonia l’efficacia di questo nuovo modello

Judy Gearhart Direttore Esecutivo dell’ International Labor Rights Forum aggiunge: “chiediamo ai marchi e distributori che si riforniscono in Bangladesh di siglare il nuovo accordo. Crediamo che le imprese davvero responsabili lo faranno

L’obiettivo dell’estensione è assicurare che i progressi raggiunti in questi anni siano mantenuti e che i lavoratori di nuove fabbriche siano ricondotti entro il contesto protettivo dell’Accordo, in funzione dei fornitori che i marchi e i distributori firmatari inseriranno nella loro filiera produttiva. Il nuovo Accordo mira anche a sostenere miglioramenti al regime pubblico di regolamentazione del Bangladesh.

Scopo del nuovo Accordo per ulteriori 3 anni non è concedere altro tempo per completare le misure richieste alle imprese attualmente coinvolte nei piani di risanamento. Tutte le imprese attualmente coinvolte dall’Accordo devono infatti completare i piani di azione correttivi entro le scadenze previste e non oltre maggio del 2018. L’ispettorato istituito dall’Accordo garantirà il rispetto di queste scadenze.

Per i lavoratori il nuovo Accordo presenta notevoli miglioramenti rispetto all’originale, incluso un mandato a pagare trattamenti di fine rapporto per le fabbriche che chiudono o si trasferiscono per ragioni di sicurezza, protezione per i rappresentanti sindacali che fronteggiano rappresaglie da parte del proprio datore di lavoro quando richiedono maggiore sicurezza e miglioramenti del meccanismo di risoluzione delle controversie, che vincola i marchi al rispetto dei loro impegni.

Secondo Gearhart: “Il nuovo Accordo non contiene tutti i miglioramenti che i sindacati e le ONG avrebbero voluto, ma mantiene tutti gli elementi critici dell’originale e aggiunge nuove preziose disposizioni“.

Il nuovo Accordo apre anche ad una possibile espansione negoziata del suo scopo, per includere fabbriche che fanno prodotti collegati come tessuti per la casa e calzature, filati e stoffa. Tali fabbriche sono oggi al di fuori del perimetro dell’attuale Accordo, lasciando i lavoratori senza protezione. “Accogliamo con favore il linguaggio nel nuovo accordo che consente potenziali negoziati per includere fabbriche fuori dall’attuale ambito dell’accordo“, ha dichiarato Deborah Lucchetti portavoce della Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della Clean Clothes Campaign).

Afferma Lynda Yanz, direttore esecutivo della rete di solidarietà di Maquila, “L’Accordo non ha ancora raggiunto tutti i suoi obiettivi ma si è già distinto per il grande avanzamento rispetto a tutte le iniziative che l’hanno preceduto. L’accordo è stato indubbiamente impegnativo da mettere in atto ed ha incontrato molti ostacoli, con i lavori di ristrutturazione molto in ritardo rispetto al programma. Tuttavia i progressi realizzati sono reali e implicano decine di migliaia di miglioramenti alla sicurezza documentati che hanno ridotto i rischi per milioni di lavoratori “.

Aggiunge ancora Nova “Per quanto riguarda i diritti del lavoro nelle catene di approvvigionamento, la retorica spesso sostituisce l’azione e il tipo di progresso concreto e oggettivamente misurabile per i lavoratori che l’Accordo ha prodotto è ancora poco diffuso. Ecco perché era vitale rinnovarlo

Il testo del nuovo Accordo
http://bangladeshaccord.org/wp-content/uploads/2018-Accord-full-text.pdf

L’annuncio delle Federazioni sindacali globali
http://www.industriall-union.org/leading-fashion-brands-join-with-unions-to-sign-new-bangladesh-accord-on-fire-and-building-safety.


Un passo avanti: campagna sulla trasparenza nel settore delle calzature

Continua la campagna per chiedere ai grandi marchi trasparenza sulle loro filiere di produzione. Accanto alla petizione #GoTransparent accompagnata dal report Segui il filo, che si focalizza sull’industria dell’abbigliamento, le organizzazioni di Change your Shoes lanciano la campagna “Step Up / Un passo avanti” per chiedere trasparenza nel settore delle calzature.

Le poche norme sulla sicurezza e i salari bassi dei lavoratori dell’abbigliamento sono ampiamente conosciuti, ma raramente sentiamo notizie sulle persone che fanno le nostre scarpe. Ora attivisti in tutta Europa stanno invitando i marchi produttori di scarpe a smettere di nascondersi e ad assumersi la responsabilità delle condizioni nelle proprie catene di fornitura, dove i lavoratori patiscono salari da povertà e condizioni lavorative pericolose.
L’85% della pelle venduta nell’UE viene conciata con il cromo. Durante il processo produttivo i lavoratori sono esposti a sostanze chimiche che possono causare asma, cancro della pelle e altre malattie mortali. Uno dei lavoratori intervistato durante la creazione di un rapporto Change Your Shoes, ad esempio, per l’esposizione a queste sostanze chimiche ha avuto tumori in tutto il corpo.

In altri luoghi troviamo lavoratrici domestiche che per cucire tomaie in pelle per le nostre scarpe lavorano in modo intenso e senza pause. Ma, come parte finale della complessa catena di fornitura, queste donne sono spesso invisibili ai grandi marchi: invece soffrono di problemi di salute dovuti al lavoro ripetitivo e purtroppo sono anche particolarmente vulnerabili allo sfruttamento da parte dei loro datori di lavoro.

La campagna “Step Up/Fai un Passo Avanti”, lanciata il 9 maggio (in occasione dello Europe Day), invita i principali marchi di scarpe europei a seguire la crescente tendenza verso una maggiore trasparenza, rendendo pubblica la lista dei propri fornitori, e mostrando di non temere di mostrarsi responsabili sulle condizioni lavorative in cui vengono realizzati i propri prodotti. Chiede anche di adottare misure per proteggere i lavoratori da condizioni pericolose come le sostanze chimiche utilizzate nel processo di conciatura e garantire che i lavoratori siano trattati in modo equo, in linea con le proprie responsabilità basate sulle linee guida dell’ONU.

Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti ha dichiarato: “La trasparenza è uno strumento importante per migliorare le condizioni dei lavoratori delle scarpe. Se sappiamo quali marchi acquistano da quali fabbriche, possiamo chiedergli di assumersi le loro resposnabilità, e i lavoratori saranno in grado di richiedere risarcimenti e esporre le proprie considerazioni o preoccupazioni sulla sicurezza e sul salario a chi di dovere. Inoltre, i cittadini dell’UE potranno accedere alle informazioni e compiere scelte consapevoli sulle proprie scarpe“.

La campagna Change Your Shoes sta chiedendo a Deichmann, Camper, Prada, Birkenstock, CCC e Leder & Schuh di pubblicare i nomi e gli indirizzi di tutti i propri fornitori, di abbandonare l’uso di sostanze chimiche pericolose e garantire condizioni di lavoro eque e sicure per le persone che producono le loro scarpe.

Non abbiamo accesso a molte informazioni sulle condizioni di lavoro nell’industria delle calzature perché molti marchi mantengono segrete le loro catene di fornitura“, ha contiunato Deborah Lucchetti. “Questo deve cambiare”.

Scarica il factsheet


È giunto il momento per la Commissione Europea di imporre la trasparenza nelle catene di fornitura dell'abbigliamento

Oggi, 27 aprile 2017, “l’iniziativa faro della UE sul settore dell’abbigliamento” è stato approvata dal Parlamento europeo in seduta plenaria con una grande maggioranza dei voti.

È importante che, oltre a promuovere iniziative volontarie, il Parlamento europeo inviti la Commissione a presentare una proposta legislativa sull’obbligatorietà dell’applicazione della due diligence nelle catene di fornitura del settore tessile in linea con i nuovi orientamenti OCSE in materia di due diligence nel settore dell’abbigliamento e della calzatura. Il Parlamento europeo chiede inoltre alla Commissione di avviare un’iniziativa per la divulgazione obbligatoria dei siti produttivi e “sottolinea la necessità di raccogliere e pubblicare dati completi sul rendimento della sostenibilità aziendale attraverso l’elaborazione di definizioni e standard comuni per la raccolta e il confronto di dati statistici, in particolare sulle importazioni generali“.

In linea con il presente invito del Parlamento europeo, oggi la Clean Clothes Campaign insieme a 78 organizzazioni della società civile invia una lettera comune per invitare la Commissione Europea a rendere obbligatoria per le imprese la pubblicazione della lista completa dei fornitori, inclusi i nomi, i contatti, gli indirizzi dei siti produttivi, su base regolare e accessibile. La trasparenza è un prerequisito fondamentale per verificare l’effettivo rispetto dei diritti umani e del lavoro in qualunque fase produttiva, ovunque essa avvenga nel mondo.


Rana Plaza: 4 anni dopo poco è cambiato

Il 24 aprile 2017 la rete della Clean Clothes Campaign ricorderà coloro che sono rimasti uccisi e feriti al Rana Plaza, l’edificio a più piani che è crollato in Bangladesh quattro anni fa. In una dichiarazione rilasciata oggi la Clean Clothes Campaign invia i suoi pensieri e la sua vicinanza a coloro che soffrono per i propri cari e coloro che soffrono ancora per le cicatrici fisiche e psicologiche lasciate dal disastro.

La Clean Clothes Campaign ricorda il quarto anniversario del Rana Plaza, definendo una serie di azioni fondamentali da parte dei governi, dei marchi e dei datori di lavoro per garantire la sicurezza, i diritti dei lavoratori e la trasparenza. Queste azioni sono necessarie per ottenere quel cambiamento strutturale promesso in seguito al disastro.

Nella sua dichiarazione disponibile on line, la Clean Clothes Campaign affronta una serie di problemi ricorrenti che affliggono l’industria dell’abbigliamento e che sono stati particolarmente evidenziati dal disastro di Rana Plaza. Quando l’edificio, che ospitava cinque fabbriche di indumenti, è crollato non era stato adeguatamente ispezionato, i suoi lavoratori non erano organizzati in un sindacato e non c’erano dati pubblici sui marchi committenti.

L’Accordo legalmente vincolante sulla sicurezza e la prevenzione degli incendi è stato istituito a seguito del disastro per assicurare che vengano effettuate ispezioni corrette e siano risolti i problemi rilevati. Ciò ha portato ad un significativo miglioramento della sicurezza delle fabbriche in Bangladesh tuttavia l’avanzamento verso un’industria dell’abbigliamento più sicura è ostacolato dalla continua repressione dei diritti dei lavoratori e dal segreto ingiustificato che avvolge le filiere produttive e non rivela dove i marchi di abbigliamento producono i loro beni.

Questo livello di segretezza ha anche ostacolato la campagna di risarcimento che ha seguito il crollo del Rana Plaza. Gli attivisti e i giornalisti hanno dovuto ricercare tra le macerie le etichette e documenti necessari per dimostrare il legame tra marchi e fabbriche di produzione. Come sottolinea Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti (Clean Clothes Campaign italiana): “I lavoratori non dovrebbero rischiare la propria vita o il posto di lavoro per cercare di trafugare etichette e documenti fuori da una fabbrica per farsi ascoltare. I lavoratori hanno il diritto di sapere per chi producono e i consumatori dovrebbero sapere dove vengono prodotti i vestiti che acquistano “.

La Clean Clothes Campaign, nella sua dichiarazione, ha sviluppato una serie di azioni chiare, semplici e realizzabili che, se assunte dai marchi e dai governi, ci avvicinerebbero all’industria sostenibile promessa ai lavoratori del settore e ai consumatori all’indomani della tragedia. Queste azioni includono l’estensione dell’attuale Accordo oltre il periodo iniziale di validità di cinque anni e il suo rafforzamento. La Clean Clothes Campaign invita inoltre i marchi e i distributori a migliorare la trasparenza della loro catena di approvvigionamento, consentendo ai lavoratori e ai consumatori di monitorare più attentamente le condizioni di lavoro. Inoltre la dichiarazione evidenzia la necessità di un’azione maggiore da parte dell’Unione Europea – il principale mercato di esportazioni del Bangladesh – finalizzata ad utilizzare gli accordi commerciali per far rispettare i diritti sindacali in Bangladesh e ad approvare una normativa che obbliga i marchi e i distributori a rendere pubblica la loro catena di approvvigionamento.

In occasione del quarto anniversario della più grave catastrofe nell’industria dell’abbigliamento, chiediamo ai governi e ai marchi di agire adesso per mantenere la promessa di lavorare per il cambiamento.

Leggi la dichiarazione completa della Clean Clothes Campaign qui: http://www.abitipuliti.org/wp-content/uploads/2017/04/Dichiarazione-anniversario-Rana-Plaza.pdf


(2017) REPORT - Segui il filo: alla ricerca della trasparenza di filiera nell’industria dell’abbigliamento e delle calzature

Molte più aziende dell’abbigliamento e delle calzature dovrebbero unirsi alle 17 che già sono in linea con una nuova importante iniziativa per la trasparenza, secondo il rapporto lanciato oggi da una coalizione di gruppi di difesa dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori. L’iniziativa impegna le aziende a pubblicare le informazioni che permettano a sostenitori dei diritti, lavoratori e consumatori di scoprire dove vengono realizzati i loro prodotti.
Il rapporto di 40 pagine Segui il filo: alla ricerca della trasparenza di filiera nell’industria dell’abbigliamento e delle calzature, arriva poco prima del quarto anniversario della tragedia del crollo del Rana Plaza in Bangladesh. Chiede nello specifico ai marchi di adottare l’”Iniziativa per la trasparenza nella catena di fornitura dell’abbigliamento e delle calzature”. Le aziende che vi aderiscono si impegnano a pubblicare informazioni che identifichino le fabbriche che realizzano i loro prodotti, rimuovendo un ostacolo fondamentale per sradicare pratiche di lavoro abusive e aiutando a prevenire disastri come quello del Rana Plaza.
La coalizione ha contattato 72 aziende e chiesto loro di adottare e dare piena attuazione all’iniziativa. Il documento riporta le loro risposte in maniera dettagliata e valuta le pratiche di trasparenza messe in atto in relazione all’impegno richiesto dall’iniziativa stessa.
Un livello minino di trasparenza nella catena di fornitura dell’industria tessile dovrebbe essere la norma nel 21° secolo” dichiara Aruna Kashyap, Senior Counsel della divisione diritti delle donne di Human Rights Watch. “Un atteggiamento di apertura rispetto ai propri fornitori è utile per i lavoratori, per i diritti umani e mostra la buona volontà delle aziende nel prevenire abusi lungo la catena di fornitura”.
Il crollo dell’edificio Rana Plaza il 24 aprile 2013 ha ucciso in Bangladesh più di 1.100 lavoratori tessili e ne ha feriti più di 2.000. Fu preceduto da due grossi incendi,  uno divampato nella fabbrica Ali Enterprises in Pakistan e l’altro alla Tazreen Fashions in Bangladesh, che uccisero più di 350 persone e ne ferirono gravemente molte altre. Non potendo determinare quali aziende si rifornissero presso quelle fabbriche, i sostenitori dei diritti dei lavoratori dovettero andare alla ricerca di etichette tra le macerie ed intervistare i sopravvissuti per scoprire chi fossero i responsabili.
Alla fine del 2016, almeno 29 marchi globali dell’abbigliamento avevano pubblicato alcune informazioni sulle fabbriche che confezionano i loro prodotti. Sulla scia del momento favorevole, nel 2016, una coalizione di nove organizzazioni sindacali e di difesa dei diritti umani e dei lavoratori ha ideato l’Iniziativa, il cui obiettivo è creare parità di condizioni nel settore dell’abbigliamento e portarlo verso uno standard minimo di pubblicazione delle informazioni sulle fabbriche fornitrici.
La coalizione è composta da: Clean Clothes Campaign, Human Rights Watch, IndustriALL Global Union, International Corporate Accountability Roundtable, International Labor Rights Forum, International Trade Union Confederation, Maquila Solidarity Network, UNI Global Union e Worker Rights Consortium.
I membri della coalizione hanno scritto a 72 aziende – comprese 23 che già stavano pubblicando informazioni sui fornitori – chiedendo loro di adottare e dare attuazione all’Iniziativa per la Trasparenza. In quel momento molte aziende, tra le quali alcune che si riforniscono in paesi con persistenti violazioni dei diritti dei lavoratori, non avevano pubblicato alcuna informazione sui loro fornitori.
L’Iniziativa per la Trasparenza prende spunto dalle buone pratiche delle aziende globali nel settore dell’abbigliamento e stabilisce un requisito minimo, e non un limite massimo, per la trasparenza nella catena di fornitura. Chiede ai marchi di pubblicare importanti informazioni sui fornitori e sui loro subfornitori autorizzati. Queste informazioni contribuiscono all’affermazione dei diritti dei lavoratori, allo sviluppo delle pratiche di business responsabile e di applicazione della due diligence sui diritti umani. Infine stimola la creazione di un clima di fiducia tra i vari attori così come previsto dai Principi Guida dell’ONU su imprese e diritti umani.
Molti importanti investitori hanno iniziato a chiedere ai marchi di pubblicare informazioni sui loro fornitori. Recentemente, la Corporate Human Rights Benchmark, supportata da 85 investitori che rappresentano 5,3 trilioni di dollari in asset, ha inserito nelle schede di valutazione dei marchi la trasparenza della catena di fornitura, chiedendo loro di pubblicare almeno i nomi delle fabbriche che producono per loro.
Dopo il Rana Plaza e gli altri disastri, i gruppi in difesa dei diritti umani, i sindacati e alcune aziende e investitori hanno capito quanto la trasparenza sia importante per prevenire gli abusi ed assicurare responsabilità” dichiara Ben Vanpeperstraete, coordinatore delle attività di lobby e advocacy della Clean Clothes Campaign. “Le aziende devono mettere in pratica la trasparenza per dimostrare che rispettano i diritti umani e garantiscono condizioni di lavoro dignitose”.
La trasparenza è uno strumento molto potente per promuovere la responsabilità di impresa verso i lavoratori del tessile lungo tutta la catena di fornitura, secondo la Coalizione. Permette alle organizzazioni ed ai lavoratori di avvertire le aziende riguardo agli abusi nella fabbriche fornitrici, e facilita il ricorso più veloce a meccanismi di reclamo per abusi dei diritti umani.
Delle 72 aziende contattate, 17 saranno perfettamente in linea con gli standard dell’iniziativa entro il 31 dicembre 2017.
Gli standard di molte altre aziende restano invece al di sotto: cinque hanno quasi raggiunto gli standard, 18 si stanno muovendo nella giusta direzione rivelando almeno i nomi e gli indirizzi delle fabbriche di confezionamento e sette stanno muovendo piccoli passi verso la pubblicazione di informazioni relative alla lor catena di fornitura – ad esempio, su una parte dei loro fornitori, o almeno i nomi in base ai Paesi, entro dicembre 2017.
Altre 25 aziende non pubblicano alcuna informazione sulla fabbriche che confezionano i loro prodotti. Queste aziende non hanno risposto oppure non si sono impegnate a pubblicare le informazioni richieste.
La Coalizione chiede alle aziende che non hanno ancora aderito all’Iniziativa di farlo entro dicembre e di impegnarsi attivamente per portare il settore verso una soglia minima di trasparenza nella catena di fornitura.
Assicurare un livello minimo di trasparenza nelle catene di fornitura, come richiesto dall’iniziativa, darebbe un importante contributo agli sforzi per assicurare le responsabilità delle aziende” dichiara Judy Gearhart, executive director dell’International Labor Rights Forum. “Le aziende possono fare di più, ma dovrebbero quanto meno partire con questo passo basilare”.
Alcune aziende hanno dichiarato che rivelare le informazioni potrebbe svantaggiarle commercialmente. Ma questa affermazione è palesemente contraddetta dalla pubblicazione effettuata dalle altre aziende. Come ha dichiarato Esprit, una delle aziende che si è impegnata per la trasparenza: “Rivelare queste informazioni non è facile per molte aziende, ma è arrivato il momento di farlo”.

MATERIALI

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INIZIATIVA PER LA TRASPARENZA

L’Iniziativa per la trasparenza mostra l’impegno dei marchi tessili e delle calzature per una maggiore trasparenza nella propria catena di fornitura.

L’impegno per una maggiore trasparenza rende possibile all’azienda stessa di collaborare con le società civile nell’identificare, valutare ed evitare potenziali o reali impatti negativi per i diritti umani. Questo è un passo fondamentale che rafforza la due diligence dell’azienda verso i diritti umani.

Ogni azienda che aderisce all’iniziativa si impegna quanto meno a mettere in atto, entro il 31 deicember 2017, i seguenti punti.

Pubblicare i siti produttivi

L’azienda pubblicherà a scadenze regolari ( ad esempio 2 volte l’anno) sul proprio sito internet una lista di tutti i siti dove vengono realizzati i propri prodotti. La lista dovrebbe fornire in Inglese le seguenti informazioni:

  1. Nome completo di tutte le unità di produzione e degli impianti di trasformazione autorizzati. 1
  2. Gli indirizzi dei siti
  3. La società madre dell’azienda in quel sito.2
  4. Tipologie di prodotti realizzati.3
  5. Numero di lavoratori per ogni sito.4

Le aziende pubblicheranno queste informazioni su un foglio elettronico o altro formato con funzioni di ricerca.

1 Gli impianti di trasformazione includono quelli che si occupano di stampa, ricamo, lavanderia e così via.

2 La società madre è un’azienda che ha una partecipazione di maggioranza o di controllo  su una delle fabbriche inserite nell’elenco dei fornitori. Considerato che la responsabilità per la due diligence sui diritti umani nelle relazioni di subcontratto ricadono sui fornitori, la coalizione ha stabilito come limite minimo per la fornitura di questi dati il livello di azienda madre delle fabbriche di cut-make-trim. Se il fornitore è l’azienda madre della fabbrica comunicata, allora si prega di indicare se il fornitore stesso possieda o abbia una relazione contrattuale con la fabbrica in questione

3 Si prega di indicare la categoria generale: abbigliamento, calzature, tessili per la casa, accessori

4 Si prega di indicare se il luogo rientra in una delle seguenti categorie in base al numero dei lavoratori: meno di 1000 lavoratori; da 1001 a 5000 lavoratori; da 5001 a 10.000 lavoratori; più di 10.000 lavoratori

LE RISPOSTE DELLE AZIENDE

Aziende allineate alle richieste dell’ Impegno per la trasparenza

I marchi che avevano già pubblicato informazioni e si sono impegnate ad integrarle entro Dicembre 2017 così come chiesto dall’Iniziativa sono: adidas, C&A, Cotton On Group, Esprit, G-Star RAW, H&M Group, Hanesbrands, Levis, Lindex, Nike e Patagonia.

I marchi che non avevano pubblicato informazioni e si sono impegnate a farlo così come chiesto dall’Iniziativa sono: ASICS, ASOS, Clarks, New Look, Next e Pentland Brands. Questi marchi globali aiuteranno a fare un ulteriore passo per la promozione di uno standard minimo a livello di settore per la trasparenza della catena di fornitura.

John Lewis, Marks and Spencer, Tesco, Gap e Mountain Equipment Co-op aderiscono quasi interamente agli standard richiesti.

 

Nella giusta direzione

Coles, Columbia Sportswear, Disney, Hudson’s Bay Company, Kmart and Target Australia e Woolworths Australia già pubblicavano i nomi e gli indirizzi delle fabbriche fornitrici e non hanno preso impegni per le altre richieste. Puma e New Balance già pubblicavano i nomi e gli indirizzi delle fabbriche fornitrici e si sono impegnate ad aggiungere altri dettagli per avvicinarsi alle altre richieste avanzate con l’Iniziativa.

ALDI North e ALDI South, Arcadia Group, Benetton, Debenhams, LIDL, Tchibo, Under Armour e VF Corporation hanno iniziato a muoversi nella giusta direzione e hanno iniziato o inizieranno a pubblicare entro il 2017 almeno i nomi e gli indirizzi di tutte le fabbriche di confezionamento. Fast Retailing ha pubblicato i nomi e gli indirizzi della lista delle fabbriche principali del suo marchio UNIQLO nel 2017.

 

Piccoli passi verso la pubblicazione delle informazioni

Target USA aveva pubblicato in precedenza i nomi dei fornitori con i paesi di produzione, ma non si è assunta alcun altro impegno. Nel 2017 Mizuno, Abercrombie & Fitch, Loblaw e PVH Corporation si muoveranno per pubblicare i nomi dei fornitori, ma solo con il paese di produzione.

BESTSELLER e Decathlon hanno promesso di pubblicare alcune informazioni nel 2017 senza precisare quali.

 

Nessun impegno a pubblicare le informazioni

American Eagle Outfitters, Canadian Tire, Carrefour, Desigual, DICK’S Sporting Goods, Foot Locker, Hugo Boss, KiK, MANGO, Morrison’s, Primark, Sainsbury’s, The Children’s Place e Walmart non si sono impegnate a pubblicare nulla. Inditex si è rifiutata di pubblicare le informazioni, ma mette a disposizione di IndustriALL e dei suoi membri i dati come parte dell’attività di reporting stabilito dal Global Framework Agreement.

Armani, Carter’s, Forever 21, Matalan, Ralph Lauren Corporation, Rip Curl, River Island, Shop Direct, Sports Direct e Urban Outfitters non hanno risposto alla coalizione e non pubblicano alcuna informazione.


Marchi che hanno sottoscritto il Global Framework Agreement con IndustriALL e pubblicano alcune informazioni: H&M Group e Mizuno; Tchibo inizierà nel 2017.

Marchi che sono parte del Bangladesh Accord on Fire and Building Safety e pubblicano alcune informazioni: Stanno già pubblicando informazioni: adidas, C&A, Cotton On Group, Esprit, G-Star RAW, H&M Group, Kmart Australia, Lindex, Marks and Spencer, Puma, Target Australia e Woolworths

Hanno iniziato o inizieranno a pubblicare alcune informazioni nel 2017: Abercrombie & Fitch, ALDI North e ALDI South, BESTSELLER, Debenhams, Fast Retailing, John Lewis, New Look, Next, LIDL, Loblaw, PVH Corporation, Tchibo  e Tesco.

Marchi che sono parte della German Partnership for Sustainable Textiles (il Textil Bündnis) e pubblicano alcune informazioni: Adidas, C&A, Esprit, H&M e Puma; altri come ALDI North e ALDI South, LIDL e Tchibo hanno iniziato o inizieranno nel 2017.


(2017) REPORT – Il vero costo delle nostre scarpe

La Campagna Abiti Puliti e Change your Shoes annunciano il lancio della nuova inchiesta “Il vero costo delle nostre scarpe: viaggio nelle filiere produttive di tre marchi globali delle calzature” realizzata dal Centro Nuovo Modello Di Sviluppo (CNMS) e FAIR.

Il rapporto descrive il viaggio compiuto lungo le filiere produttive di tre grandi marchi di calzature (Tod’s, GEOX e Prada), mostrando quanto questa industria sia ancora lontana dal rispettare i diritti umani e sindacali degli operai che confezionano le loro scarpe.

Tale basso livello di rispetto si fa sentire anche nel continente europeo che sta vivendo importanti fenomeni di rilocalizzazione. Questa è uno degli aspetti di novità che emerge dal rapporto. Si definisce reshoring e indica il trasferimento in direzione contraria delle attività produttive precedentemente delocalizzate in Asia (o altri luoghi “low cost”) soprattutto per l’abbassamento del costo del lavoro. L’aumento di produttività, unito a una politica di moderazione salariale, di maggiore flessibilità del lavoro, di maggiore libertà di licenziamento, di relazioni industriali soft affiancate da incentivi e sussidi per attrarre gli investimenti, sta rendendo di nuovo appetibile anche la vecchia Europa che presenta il vantaggio di una mano d’opera ad alta tradizione manifatturiera. Ad essere più interessati al fenomeno sono i paesi dell’Europa dell’Est con salari a volte più bassi di quelli asiatici.

Utilizzando oltre 11 milioni di euro messi a disposizione dal governo serbo, nel gennaio 2016 GEOX ha aperto un impianto di produzione a Vranje, in Serbia. Come descritto nel rapporto, durante l’estate del 2016 una serie di irregolarità sono state denunciate dalla stampa locale: condizioni sanitarie e di sicurezza insoddisfacenti, offese verbali ai lavoratori, forme di assunzione non regolari, straordinari eccessivi e altre violazioni alle norme sul lavoro. Grazie alla capacità di denuncia di alcuni lavoratori, alla pressione dei media e all’attività di sindacati e organizzazioni di attivisti per i diritti dei lavoratori, alcuni aspetti sono migliorati, ma ancora molto c’è da fare. Il video-documentario “In my shoes”, prodotto per Change Your Shoes da Sara Farolfi e Mario Poeta, raccoglie alcune di queste voci. Tuttavia, per consentire ai lavoratori di godere a pieno dei loro diritti, deve essere garantito e rafforzato un vero processo di libertà di associazione sindacale e di contrattazione collettiva, che includa un aumento negoziato dei salari per soddisfare il costo medio della vita.

Le reti di produzione globale sono strutturate per incoraggiare la corsa verso il basso e spesso  favorire violazioni diffuse dei diritti dei lavoratori. Quando i tempi di consegna sono molto stretti e i prezzi pagati dai marchi talmente bassi da non permettere nemmeno di coprire i costi di produzione dei subfornitori, allora entriamo nel mondo oscuro dell’economia informale, popolato da aziende che cercano di risparmiare frodando i propri lavoratori, le autorità fiscali, e il sistema di sicurezza sociale. In questo contesto, è facile per le piccole imprese fallire, come è successo ad alcuni imprenditori che hanno lavorato per Tod’s e Prada.

Come conseguenza di queste relazioni inique vi è una crescente sproporzione tra prezzi e valore reale dei beni assorbita per la maggior dalla distribuzione e dal marchio (che si appropriano di circa il 60% del prezzo finale) lasciando le briciole agli altri attori della catena di fornitura. Questo accade soprattutto dove c’è più opacità, lontano dalla vista dei consumatori. L’inchiesta rivela come la maggior parte dei lavoratori e dei subappaltatori abbia paura di testimoniare, preferendo farlo nell’anonimato.

La presenza di cittadini e consumatori bene informati, di media indipendenti, di reti di solidarietà internazionali, sono condizioni fondamentali per ottenere dalle imprese comportamenti responsabili conformi alle tutele previste dalle leggi nazionali, dalle convenzioni internazionali e dai Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani (UNGP).

Campagna Abiti Puliti con Change your Shoes chiede ai marchi delle calzature (compresi Tod’s, Prada e GEOX) di garantire una totale trasparenza della loro catena di fornitura e il rispetto dei diritti umani e del lavoro fondamentali, compreso il pagamento di salari dignitosi; allo stesso tempo chiede ai governi nazionali e alle istituzioni europee di rafforzare i controlli sull’applicazione delle leggi sul lavoro, soprattutto nei segmenti ad alto rischio di violazione; obbligare le aziende a rendere trasparenti le loro catene di fornitura e a implementare un piano di due diligence per identificare, prevenire, ridurre e rendere conto degli impatti negativi delle loro operazioni sui diritti dei lavoratori lungo tutta la catena di fornitura.

Un nuovo rapporto della Clean Clothes Campaign rivela condizioni di grave sfruttamento nella produzione di abbigliamento e calzature “Made in Europe”

Un nuovo rapporto della Clean Clothes Campaign, Europe’s Sweatshops, documenta i salari da fame endemici e le dure condizioni di lavoro nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa. Ad esempio, molti lavoratori in Ucraina, nonostante gli straordinari, guadagnano appena 89 euro al mese in un Paese in cui il salario dignitoso dovrebbe essere almeno 5 volte tanto. Tra i clienti di queste fabbriche ci sono marchi globali come Benetton, Esprit, GEOX, Triumph e Vera Moda.

Per questi marchi i Paesi dell’Est e Sud-Est Europa rappresentano paradisi per i bassi salari. Molti brand enfatizzano l’appartenenza al “Made in Europe”, suggerendo con questo concetto “condizioni di lavoro eque”. In realtà, molti dei 1,7 milioni di lavoratori e lavoratrici di queste regioni vivono in povertà, affrontano condizioni di lavoro pericolose, tra cui straordinari forzati, e si trovano in una situazione di indebitamento significativo.

Queste fabbriche di sfruttamento offrono lavoratori economici, anche se qualificati e professionali. Troppo spesso i salari mensili della maggior parte della forza lavoro femminile raggiungono appena la soglia del salario minimo legale, che varia dagli 89 euro in Ucraina ai 374 euro in Slovacchia. Ma il salario dignitoso, quello che permetterebbe a una famiglia di provvedere ai bisogni primari, dovrebbe essere quattro o cinque volte superiore e in Ucraina, ad esempio, questo vorrebbe dire guadagnare almeno 438 euro al mese.

I salari minimi legali in questi Paesi sono attualmente al di sotto delle loro rispettive soglie di povertà e dei livelli di sussistenza. Le conseguenze sono terribili. “A volte semplicemente non abbiamo niente da mangiare”, ha raccontato una lavoratrice ucraina. “I nostri salari bastano appena per pagare le bollette elettriche, dell’acqua e dei riscaldamenti” ha detto un’altra donna ungherese.

Le interviste a 110 lavoratrici e lavoratori di fabbriche di abbigliamento e calzature in Ungheria, Ucraina e Serbia hanno rivelato che molti di loro sono costretti ad effettuare straordinari per raggiungere i loro obiettivi di produzione. Ma nonostante questo, difficilmente riescono a guadagnare qualcosa in più del salario minimo.

Molti degli intervistati hanno raccontato di condizioni di lavoro pericolose come l’esposizione al calore o a sostanze chimiche tossiche, condizioni antigieniche, straordinari forzati illegali e non pagati e abusi da parte dei dirigenti. I lavoratori intervistati si sentono intimiditi e sotto costante minaccia di licenziamento o trasferimento.

Quando i lavoratori serbi chiedono perché durante la calda estate non c’è aria condizionata, perché l’accesso all’acqua potabile è limitato, perché sono costretti a lavorare di nuovo il sabato, la risposta è sempre la stessa: “Quella è la porta

Ci pare evidente che i marchi internazionali stiano approfittando in maniera sostanziosa di un sistema foraggiato da bassi salari e importanti incentivi governativi” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “In Serbia, ad esempio, oltre ad ingenti sovvenzioni, le imprese estere ricevono aiuti indiretti come esenzione fiscale fino a per dieci anni, terreni a titolo quasi gratuito, infrastrutture e servizi. E nelle zone franche sono pure esentate dal pagamento delle utenze mentre i lavoratori fanno fatica a pagare le bollette della luce e dell’acqua, in continuo vertiginoso aumento” continua Deborah Lucchetti.

Le fabbriche citate nel rapporto producono tutte per importanti marchi globali: tra questi troviamo Benetton, Esprit, GEOX, Triumph e Vera Moda. La Campagna Abiti Puliti chiede ai marchi coinvolti di adeguare i salari corrisposti al livello dignitoso e di lavorare insieme ai loro fornitori per eliminare le condizioni di lavoro disumane e illegali documentate in questo rapporto.


EVENTO - MADE IN ITALY - CNA Torino - 18 aprile 2017

ore 15.00 Saluti di benvenuto

  • Nicola Scarlatelli Presidente CNA Torino
  • Silvio Cattaneo Presidente CNA Federmoda Piemonte 
  • Vitaliano Alessio Stefanoni Responsabile CNA Federmoda Torino 
  • Giuseppina De Santis Assessore Regionale Attività Produttive 
  • Alberto Sacco Assessore alle Attività Produttive Comune di Torino

ore 15.30 Apertura lavori 

  • Antonio Franceschini, Responsabile Nazionale CNA Federmoda

ore 15.45 Interventi 

  • Il vero costo delle nostre scarpe”, Deborah Lucchetti (portavoce Campagna Abiti Puliti/Change Your Shoes); presentazione video della VII edizione della performance 13600HZ Concerto per Macchine per Cucire (progetto di ricerca artistica di Sara Conforti) 
  • Economia del tessile sostenibile: la lana italiana” ed. Franco Angeli, Secondo Rolfo Direttore IRCrES-CNR, presentazione della ricerca sulla lana rustica

ore 16.30 Presentazione del progetto

  • Guida “Consumo e diritti: sensibilizzare i giovani verso un consumo consapevole” a cura di Rossella Calabrò, Vice Presidente Nazionale CNA Federmoda

ore 16.50 Tavola rotonda

  • Sen. Valeria Fedeli Ministra Istruzione Università e Ricerca 
  • Sonia Paoloni Segretaria Nazionale Filtcem Cgil 
  • Mario Siviero Segretario Nazionale Femca Cisl 
  • Flaminio Fasetti Segretario Regione Piemonte Uiltec Uil 
  • Benedetta Francesconi MiSE- DGPICPMI, Resp. Segretariato del PCN per le Linee guida OCSE 
  • Stefano Di Niola Responsabile Dipartimento Relazioni Sindacali CNA Nazionale 
  • Luca Marco Rinfreschi Presidente Nazionale CNA Federmoda

ore 18.15 Conclusioni 

  • Presidente Nazionale CNA Daniele Vaccarino


EVENTO - RI-VESTITI! La moda di fare un'altra economia - BOLOGNA - 8 E 9 APRILE 2017

La Campagna Abiti Puliti prenderà parte al Festival Terra Equa 2017: “Ri-Vestiti! La moda di fare un’altra economia”.

Saremo presenti sabato 8 aprile e domenica 9 aprile con l’evento “FASHION REVERSE – Sai cosa ti metti addosso?”, a cura di Sara Conforti e Deborah Lucchetti. Una lettura partecipata delle etichettte dei vestiti che indossiamo. Un workshop dedicato a coloro che desiderano saperne di più sui nostri abiti, scoprire di “che cosa sono fatti”, chi sono le persone che le producono.

Sabato 8 alle ore 18 sarà proiettato, presso lo spazio cinema “TRUE COST”, il documentario presentato al Festival di Cannes 2015 che racconta le storie elle persone che producono i nostri vestiti, l’impatto dell’industria della moda sul nostro mondoe qual’è il vero costo della maglietta da 10 euro che indossiamo.

Intervengono:
Linda Triggiani (C’è un mondo – Terra Equa)
David Cambioli (Altra Qualità)
Deborah Lucchetti (FAIR – Campagna Abiti Puliti)
Emanuele Giordana (giornalista, saggista e direttore di Lettera 22)
In collaborazione con “Tutti nello stesso piatto”, Festival internazionale di cinema e videodiversità.

Scopri il programma completo —-> http://terraequa.blogspot.it/p/ce-un-filo-che-lega-noi-agli-altri-e.html


elusione

EVENTO – IL VERO COSTO DELLE NOSTRE SCARPE – GENOVA – 14 APRILE 2017

Ore 20.45 – 13600HZ Concerto per macchine per cucire VII Edizione

Arrivato alla sua sua VII edizione il progetto performativo 13600HZ  Concerto per macchine per cucire (gia’ presentato precedentemente al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Artissima 21 / Zonarte, Teatro della Cavallerizza Reale di Torino e Palazzo Ducale Fondazione per la cultura di Genova) presenta il suo nuovo tabeau vivent Sistemi Periodici +[Ar]3d54s1 – Damnatio Memoriae creato site specific per la Campagna Change your Shoes / Abiti Puliti. (www.abitipuliti.org) Un lavoro corale creato attraverso il coinvolgimento del pubblico  femminile in pratiche partecipate dedicate alla condivisione delle  narrazioni di vita vissuta legate alla memoria delle proprie calzature d’affezione al fine di costruire un atto universale che dall’auto_rappresentazione apre la strada a nuove forme di esperienza collettiva attraverso il gesto e il suono. In collaborazione con:Francesca Cinalli (Coreografie/Drammaturgie) Paolo De Santis, Luca Morino, Pierluigi Pusole (sewing machines orchestra) Massimiliano Monnecchi (Fotografia e documentazione) Si ringraziano per la partecipazione ai workshop prepratori:
Francesca Albera, Simona Bartolami, Chiara Birattari, Beatrice Catanzaro, Maria Elisa Carzedda, Francesca Cecchi, Simona Ceccobelli, Paola Colasanto, Erika Crosetti, Ludovica Galloorsi, Claudia Gasparini, Elisa Nicosia, Zoe Romano.

Ore 21.20 – IN MY SHOES

Proiezione in anteprima del video sulla storia di lotta e emancipazione di un gruppo di operaie serbe, prodotto da

ORE 21.30 – IL VERO COSTO DELLE NOSTRE SCARPE

Public speaking con interventi di:
Luca Borzani (Fondazione Cultura Palazzo Ducale), Deborah Lucchetti (Fair / portavoce Campagna Abiti Puliti), Sara Conforti (artista/attivista. autrice di progetti per l’attivazione della partecipazione pubblica), Sara Farolfi (giornalista)


EVENTO - Il vero costo delle nostre scarpe - Torino - 8 marzo 2017

Ore 19.30 – 13600HZ Concerto per macchine per cucire VII Edizione

Arrivato alla sua sua VII edizione il progetto performativo 13600HZ  Concerto per macchine per cucire (gia' presentato precedentemente al Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea, Artissima 21 / Zonarte, Teatro della Cavallerizza Reale di Torino e Palazzo Ducale Fondazione per la cultura di Genova) presenta il suo nuovo tabeau vivent Sistemi Periodici +[Ar]3d54s1 - Damnatio Memoriae creato site specific per la Campagna Change your Shoes / Abiti Puliti. (www.abitipuliti.org) Un nuovo capitolo della ricerca artistica di Sara Conforti che approda ed accoglie il pubblico nella suggestiva cornice della storica Galleria Umberto I di Torino e realizzato attraverso 9 sessioni di ricerca condotte negli spazi del Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea in collaborazione con la cittadinanza.Un lavoro corale creato attraverso il coinvolgimento del pubblico  femminile in pratiche partecipate dedicate alla condivisione delle  narrazioni di vita vissuta legate alla memoria delle proprie calzature d'affezione al fine di costruire un atto universale che dall'auto_rappresentazione apre la strada a nuove forme di esperienza collettiva attraverso il gesto e il suono. In collaborazione con:Francesca Cinalli (Coreografie/Drammaturgie) Paolo De Santis, Luca Morino, Pierluigi Pusole (sewing machines orchestra) Massimiliano Monnecchi (Fotografia e documentazione)

Ore 20.45 – IN MY SHOES

Proiezione in anteprima del video sulla storia di lotta e emancipazione di un gruppo di operaie serbe, prodotto da

ORE 21.00 – IL VERO COSTO DELLE NOSTRE SCARPE

Public speaking con interventi di:
Sergio Cofferati (europarlamentare del Gruppo Socialisti e Democratici), Deborah Lucchetti (Fair / portavoce Campagna Abiti Puliti), Sara Conforti (artista/attivista. autrice di progetti per l’attivazione della partecipazione pubblica), con la moderazione di Giorgia Marino, giornalista de La Stampa - Tuttogreen.


Evento - Le nuove schiavitù

Gruppo consiliare Si Toscana a Sinistra e Campagna Abiti puliti presentano
“LE NUOVE SCHIAVITÙ”

Auditorium Consiglio Regione Toscana – Via Cavour 4 - Firenze
28 gennaio 2017, ore 9,30-13

Collegamento in streaming/registrazione audio-video

Saluti del Presidente del Consiglio Regionale Eugenio Giani

Le ragioni politiche di questo convegno
Tommaso Fattori - Capogruppo Si Toscana a Sinistra CRT

Nuove schiavitù nelle filiere globali dell’abbigliamento e delle calzature
Deborah Lucchetti (Fair/Campagna Abiti Puliti)

Il lavoro interinale ovvero la precarietà organizzata
Antonio Di Stasi – Ordinario di Diritto del lavoro nell’Università Politecnica delle Marche

Il lavoro nero e il caporalato come nuove forme di schiavitù
Roberto Iovino - Coordinatore Osservatorio Placido Rizzotto FLAI CGIL

COFFE BREAK equo-solidale

Presentazione videoinchiesta "Il caporalato nei vigneti toscani"
Jacopo Storni – giornalista

Precarietà e nero nel distretto di Santa Croce
Francesco Gesualdi - Centro Nuovo Modello di Sviluppo/ Campagna Abiti Puliti
Papa Demba - UIL TEC


(2016) REPORT - Il lavoro sul filo di una stringa

Il «made in Europe» è spesso considerato una garanzia di qualità e di buone condizioni di lavoro. Numerose inchieste realizzate nell’ambito del progetto Change Your Shoes hanno però rivelato un lato nascosto dell’industria calzaturiera, dalle concerie toscane fino alle fabbriche dell’Est Europa. Scarpe «italiane» o «tedesche» ma in realtà prodotte in fabbriche in Macedonia o Albania, dove decine di migliaia di operaie lavorano in condizioni scandalose e per salari spesso inferiori a quelli retribuiti in Cina. Dall’esame delle condizioni di lavoro in queste aziende possiamo concludere che l’esternalizzazione delle produzioni condotta dai marchi europei verso i paesi dell’Est Europa non si basa su processi di responsabilità e trasparenza. E non produce dignità e benessere per le lavoratrici che vivono in situazione di povertà e spesso di miseria.

Nel 2014 nel mondo sono state prodotte 24 miliardi di paia di scarpe. Benché la maggior parte provenga dall’Asia, il 23% delle scarpe di pelle, più costose, viene prodotto in paesi europei, fra i quali spicca l’Italia. È inoltre in Italia che avviene il processo di conciatura del 60% di tutto il cuoio prodotto nell’Unione Europea. Questo compito gravoso viene spesso affidato ai lavoratori immigrati, un fenomeno ben visibile nelle concerie intorno a Santa Croce, in Toscana, come racconta Una dura storia di cuoio, un’indagine che descrive la realtà di queste migliaia di lavoratori che quotidianamente maneggiano carichi pesanti e sostanze chimiche senza protezioni adeguate.

Non di rado le fasi più onerose della produzione vengono esternalizzate in paesi dell’Est Europa, consentendo così alle marche italiane e tedesche di trarre profitto dalla manodopera a basso costo e dai tempi di produzione più brevi. Con il rapporto Il lavoro sul filo di una stringa, curato da Public Eye e ENS, la campagna Change Your Shoes è entrata nelle fabbriche di sei paesi dell’Est Europa per raccontarne le difficili condizioni di lavoro. In Albania, Macedonia e Romania il salario minimo si situa fra i 140 e i 156 euro mensili, cifre inferiori a quelle previste in Cina. Per poter mantenere le proprie famiglie le operaie dovrebbero guadagnare da quattro a cinque volte tanto

Venendo pagate a cottimo, spesso le lavoratrici preferiscono poi rinunciare ai guanti o ad altro materiale di protezione contro le colle e le sostanze chimiche che devono maneggiare, così da poter lavorare più rapidamente. Similmente all’industria tessile, il settore calzaturiero è affetto da problemi strutturali che non si fermano di fronte alle frontiere europee.

La nostra indagine mostra anche che marche e distributori non si interessano abbastanza alle condizioni di lavoro nelle fabbriche in cui le scarpe vengono prodotte. Dalle interviste svolte e dai siti web delle aziende risulta che la produzione è realizzata intera­mente per conto di noti marchi e catene distributive che ope­rano sui mercati dell’Unione Europea, fra questi Zara, Lowa, Deichmann, Ara, Geox, Bata, Leder & Schuh AG, Ecco. A tutti i marchi e distributori coinvolti chiediamo di assumersi le proprie responsabilità e di mettere in atto le misure necessarie affinché il rispetto dei diritti umani sia garantito nella totalità della loro catena di produzione. Soprattutto, che si impegnino perché agli operai ed alle operaie venga versato un salario dignitoso.

Materiali

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Leggi anche

Scarpe «made in Europe» e i salari da fame ai lavoratori dell’Est Repubblica

Salari da fame e sfruttamento. Il lato oscuro delle scarpe “made in Europe” Corriere della Sera

Le scarpe europee «prodotte all’Est da operai sfruttati» Avvenire

Scarpe ‘made in Europe’, ma con paghe da fame: “Le fabbriche dell’Est? Peggio che in Cina” Il Fatto Quotidiano

SCARPE «MADE IN EUROPE», SALARI DA FAME Valori

Scarpe made in Europe, salari da fame Sbilanciamoci

Diritti, Change Your Shoes denuncia: scarpe “made in Europe” ma salari da fame Help Consumatori

Scarpe ‘made in Europe’, salari da fame: nuovo report sul lavoro nell’Est Europa GONews

Scarpe made in Italy ed Europe: salari da fame nelle fabbriche in Macedonia, Albania e Romania GreenReport

 

Evento di presentazione

Alcune foto dell’evento “Il lavoro appeso a un filo – I diritti dei lavoratori nell’est Europa” che si è svolto presso l’Università di Padova. Un’occasione per riflettere sui processi produttivi e i fenomeni di sfruttamento dei lavoratori nell’Est Europa alla luce del Report “Il lavoro sul filo di una stringa”

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EVENTO: Il lavoro appeso a un filo - I diritti dei lavoratori nell'est Europa

MERCOLEDÌ 30 NOVEMBRE / ORE 9.30 – 13.00
Università di Padova – Aula Magna, Dipartimento Fisppa
Via Cesarotti, 12 – Padova

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ORE 9.00
Registrazione Partecipanti

ORE 9.30
Devi Sacchetto, Università di Padova
Introduce e modera il convegno

ORE 9.45
Deborah Lucchetti, Fair – Campagna Abiti Puliti
IL LAVORO SUL FILO DI UNA STRINGA
Il vero costo del lavoro nell’industria calzaturiera alla periferia produttiva d’Europa: Albania, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Polonia, Romania e Slovacchia.

ORE 10.10
Giorgio Grappi, Università di Bologna
CONFLITTI LAVORATIVI LUNGO – LA CATENA DEL VALORE
La riorganizzazione logistica della produzione e le conseguenze sul lavoro.

ORE 10.45
Giulia Anita Bari, coordinatrice progetto Terragiusta Medici per i Diritti Umani
IMPORTARE IL LAVORO COME UNA COMMODITY
Come si erode la sicurezza sociale per i lavoratori meno tutelati e i migranti lungo le filiere globali dalle calzature all’agricoltura.

ORE 11.1O
Mario Iveković, Presidente Novi Sindikat (Serbia)
LE SFIDE PER IL SINDACATO INTERNAZIONALE
Quale solidarietà internazionale oggi fra lavoratori di diversi paesi di settori produttivi e servizi, e fra cittadini e migranti.

ORE 11.40
DOMANDE E DIBATTITO

ORE 12.10
PROSPETTIVE FUTURE
Ogni relatore condivide una proposta concreta: la cosa più importante da fare per ridare senso alla solidarietà internazionale e una speranza ai diritti lavorativi dei più vulnerabili.

 


Meng Han è stato giudicato colpevole e condannato a 1 anno e 9 mesi

Questa settimana l’attivista Meng Han è stato riconosciuto colpevole di “aver raggruppato una folla per disturbare l’ordine sociale” ed è stato condannato ad un 1 anno e 9 mesi di carcere. Dal momento che è già stato detenuto per 11 mesi, sarà rilasciato in 2 settembre 2017.

Condanniamo con forza questa sentenza. Meng Han si era impegnato per informare dei propri diritti i lavoratori e le lavoratrici di una fabbrica di calzature ed è già stato detenuto per mesi con contatti sporadici con un avvocato mentre la sua famiglia è stata ripetutamente molestata.

Chiediamo il rilascio immediato di Meng Han e la fine della repressione dei diritti dei lavoratori e della persecuzione degli attivisti e delle loro famiglie.

L’avvocato di Meng Han, Yan Xin, ha commentato così la sentenza: “Meng Han ha espresso alla corte la scelta di non ricorrere in appello. Tutto il processo è stato estremamente faticoso. Come difensore capisco la pressione che ha dovuto sostenere Meng Han e rispetto la sua scelta. Come avvocato però ho sostenuto indipendentemente il mio punto di vista, visto che per motivi soggettivi e oggettivi il fatto non costituisce un crimine, ma il tribunale non ha accolto la richiesta. Auguro a Meng Han e alla sua famiglia un felice e sereno futuro!


Attivista cinese rischia l’ergastolo per aver sostenuto i lavoratori dell’industria delle calzature

Giovedì 3 e venerdì 4 novembre, l’attivista cinese per i diritti dei lavoratori Meng Han sarà processato dalla corte del distretto di Panyu nel sud della Cina. Meng Han è stato preso di mira dalle autorità cinesi dopo che l’uomo si era impegnato per informare dei propri diritti i lavoratori e le lavoratrici di una fabbrica che produceva calzature per marchi come Calvin Klein, Coach e Ralph Lauren. È accusato di “aver raggruppato una folla per disturbare l’ordine sociale” e rischia fino all’ergastolo.

Il 3 dicembre 2015 la polizia cinese ha eseguito una serie di retate a sorpresa nelle case e negli uffici di circa 50 attivisti e volontari appartenenti a gruppi impegnati nella difesa dei diritti dei lavoratori nella provincia di Guangdong.

Se da una parte gli arresti di Meng Han e degli altri attivisti sono chiaramente parte di una repressione generale nei confronti delle Ong che si battono per i diritti dei lavoratori in Cina, dall’altra questo improvviso giro di vite è riconducibile ad una specifica contesa presso la Lide Shoes Factory del distretto di Panyu, dove una serie di scioperi che hanno coinvolto più di 2500 lavoratori nel 2015 hanno portato ad una vittoria degli attivisti nella negoziazione con i datori di lavoro in tema di previdenza sociale, contributi per gli alloggi, straordinari e pagamenti delle ferie.

Mr Meng Han è in carcere da dicembre 2015. Da allora ha potuto avere qualche contatto con un avvocato solo sporadicamente, in violazione della legge cinese. Altri tre attivisti tra quelli arrestati sono stati processati alla fine di settembre 2016 e condannati a pene da 1 a 3 anni con sospensione condizionale. A quel punto, l’udienza per il caso di Meng Han è stata sospesa per ulteriori indagini.

Meng Han ha subito diverse intimidazioni durante la detenzione. Le autorità hanno esercitato pressioni affinché incriminasse uno dei suoi colleghi in cambio di una sentenza più accomodante. Anche la sua famiglia è stata vittima di intimidazioni: i suoi genitori sono stati costretti a trasferirsi dopo che dei teppisti non identificati hanno divelto la porta di casa con un’ascia.

Chiediamo ai marchi che si rifornivano presso la Lide Shoes Factory (Calvin Klein, Coach e Ralph Lauren) di assumersi le loro responsabilità e di intraprendere azioni adeguate affinché Meng Han e gli altri attivisti coinvolti vengano immediatamente rilasciati dalle autorità cinesi.

Meng Han rischia di restare in prigione per anni solo per aver informato i lavoratori dei loro diritti. Se questi marchi credono nella libertà di associazione sindacale per i lavoratori che realizzano le loro scarpe, allora devono schierarsi dalla parte di Meng Han, mandando un chiaro messaggio alle autorità cinesi affinché l’attivista sia immediatamente e incondizionatamente rilasciatodichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti


H&M e WWF lanciano una nuova collezione: ennesima operazione di marketing?

nowIl 29 settembre H&M e WWF hanno lanciato una nuova collezione di abiti per bambini orientata ad aprire la strada verso un’industria tessile più rispettosa dell’ambiente. Peccato che mentre H&M e WWF cerchino di ridurre l’inquinamento delle acque e favorire pratiche di riciclo, i problemi legati alla “fast fashion” non siano per niente affrontati. H&M continua a perseguire un modello di business basato su enormi volumi di vendite, tassi di crescita rapidi e consumo eccessivo, uno schema insostenibile di per sé. La Clean Clothes Campaign teme che l’azienda stia approfittando ancora una volta di un’opportunità di marketing che porterà a un cambiamento piccolo per le persone interessate traendo in inganno i consumatori.
Tra l’altro, la cooperazione di H&M con il WWF va inserita in una serie di altre partnership strategiche che l’azienda ha realizzato negli ultimi anni per promuovere la sua nuova “immagine sostenibile”. H&M ha lavorato con determinazione per dipingersi come azienda responsabile senza in realtà cambiare le proprie pratiche di business: producendo a basso costo e aumentando le vendite ad alto margine di profitto, l’azienda trae un duplice vantaggio a spese dei diritti dei suoi lavoratori.

Nel 2013 H&M annunciò la sua Roadmap per un giusto salario dignitoso impegnandosi a pagare ai lavoratori tessili di alcuni suoi fornitori strategici un fair living wage a partire dal 2018. Mentre la società civile elogiava l’intenzione, in realtà la Roadmap non è riuscita nemmeno a stabilire un parametro di calcolo del salario dignitoso, rendendo impossibile misurarne la riuscita. Inoltre nel suo Sustainibility Report del 2015 non ha inserito alcuna cifra reale per dimostrare un qualche progresso in questa direzione. Senza contare il recente rapporto nel quale il Cambodian NGO Center for Alliance of Labor & Human Rights (CENTRAL) e la Ong norvegese Future In Our Hands (Framtiden i våre hender) mostrano le condizioni di lavoro tutt’altro che decenti in alcuni dei più importanti fornitori del marchio: situazioni lontane dalle sue stesse linee guida per la sostenibilità per quanto riguarda sia i contratti di lavoro, sia la libertà di associazione che i salari


(2016) REPORT - Test cromo nelle scarpe

64 paia di scarpe di pelle di 23 importanti marchi europei sono state testate per verificare l’esistenza di tracce di cromo esavalente VI, una sostanza altamente tossica, allergenica e cancerogena. Le scarpe sono state acquistate in Europa e Svizzera e inviate al laboratorio specializzato Umweltbundesamt, accreditato presso l’Agenzia per l’ambiente austriaca.

La concia della pelle con il cromo è la pratica più diffusa per la realizzazione di calzature in cuoio. Solitamente viene utilizzato il cromo III, non tossico. A volte però l’ossidazione del cromo III può causare la formazione di cromo VI, che a contatto con la pelle è causa di dermatiti allergiche. È stato stimato che la percentuale di popolazione dell’UE allergica al cromo VI si attesta tra lo 0,2 e lo 0,7%, che corrisponde a circa 1 – 3 milioni di persone. Per questo motivo la legislazione comunitaria ha imposto un limite di 3mg/kg alla sua quantità nei prodotti in pelle.

51 paia delle scarpe analizzate non avevano alcuna traccia di cromo VI. 13 paia avevano quantità entro la soglia legale di 3mg/kg. Nessun paio di scarpe ha oltrepassato il limite legale. Questo evidenzia come l’introduzione di un limite legale abbia di fatto portato benefici per i consumatori. Tuttavia i marchi non dovrebbero limitarsi a garantire prodotti sicuri per i consumatori: è loro dovere lavorare anche per salvaguardare la salute e la sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici che producono le loro scarpe.

È evidente, invece, come le aziende facciano pochi sforzi per proteggere i lavoratori. La trasparenza lungo tutta la catena di fornitura, compresi i fornitori a monte, è in questo senso una precondizione fondamentale per garantire la loro sicurezza. “Il regolamento dell’Unione Europea indica chiaramente quanto sia determinante fissare regole vincolanti per le imprese” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti che coordina in Italia Change Your Shoes*, “La trasparenza della filiera dovrebbe essere un requisito obbligatorio per tutte le imprese quale precondizione per garantire il rispetto dei diritti umani e del lavoro in tutti i luoghi di produzione”.

Allo stesso tempo, la mancanza di trasparenza sulle condizioni di lavoro e informazioni poco chiare sui materiali impiegati nella produzione impediscono ai consumatori di scegliere eticamente le scarpe che indossano.

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Mondi in movimento

schermata-2016-09-15-alle-14-32-28Vi invitiamo il 23 settembre a Castel Mareccio (Bolzano) dalle 14 alle 17.30 alla Tavola Rotonda L'abito giusto. Di che stoffa sei? che si svolgerà all'interno dell'iniziativa Mondi in Movimento 

Le guerre e la povertà che portano oltre 60 milioni di persone a fuggire dai propri paesi, le sfide e le strategie della cooperazione internazionale, il ruolo delle economie solidali nella produzione dei tessili, lo sfruttamento del lavoro minorile in Turchia, i diritti delle donne in Afghanistan, questi sono solo alcuni dei temi che saranno affrontati nelle conferenze internazionali e nelle tavole rotonde delle quattro giornate che la Cooperazione allo sviluppo della Provincia autonoma di Bolzano, l’Organizzazione per Un mondo solidale, la Rete delle Botteghe del Mondo e la youngCaritas organizzano a Castel Mareccio dal 21 al 24 settembre 2016.

Le testimonianze dirette dall’Afghanistan, dalla Tunisia, dal Libano, dall’India e dal Bangladesh, un film sulle condizioni delle donne marocchine e tunisine, una mostra sul ruolo della cooperazione internazionale costituiranno momenti per riflettere e confrontarsi.

Una sfilata con abiti di alta moda etica e del commercio equo ed alcuni stand dove trovare questi capi, arricchiranno le giornate. Cooperanti e studenti/tesse, esperti/e delle migrazioni e imprenditori/trici del commercio equo, giornalisti/e e rappresentanti di organizzazioni internazionali, insieme al pubblico interessato, discuteranno delle sfide a livello globale, delle buone pratiche, dei diversi approcci e del ruolo della cooperazione internazionale. Le giornate si concluderanno con un vero e proprio processo alla cooperazione internazionale con testimoni favorevoli e contrari ed un verdetto finale: la cooperazione allo sviluppo ne uscirà assolta o condannata?

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Ali Enterprises: KiK accetta di pagare risarcimenti aggiuntivi

leadimage_ali_enterprisesGrazie ad una campagna durata quattro anni e dopo mesi di negoziato, è stato raggiunto finalmente un accordo per il pagamento di altri 5 milioni di dollari di risarcimenti ai sopravvissuti e alle famiglie delle vittime del più grande disastro industriale del Pakistan.

L’11 settembre del 2012 più di 255 lavoratori hanno perso la vita e oltre 50 sono rimasti feriti nell’incendio divampato nella fabbrica tessile Ali Enterprises in Karachi. Persone arse vive dietro finestre sprangate e porte bloccate. Altre rimaste inferme dopo aver provato a salvarsi lanciandosi dai piani più alti.

Il distributore tedesco KiK, unico acquirente conosciuto della Ali Enterprises, ha ora accettato di versare una quota aggiuntiva di 5,15 milioni di dollari nel fondo per la perdita di reddito, cure mediche e costi di riabilitazione per i feriti e i familiari delle vittime.

Precedentemente KiK aveva pagato 1 milione di dollari dopo la firma di un Memorandum of Understanding (MoU) con l’organizzazione pakistana dei lavoratori PILER nel dicembre 2012. In quell’accordo KiK si era impegnata anche a finanziare il risarcimento di lungo termine per tutte le vittime.

Nel frattempo è stata lanciata una campagna congiunta dal National Trade Union Federation (NTUF), il PILER, IndustriALL Global Union (a cui NTUF è affiliata), la Clean Clothes Campaign (CCC) e altre alleanze tra cui UNI Global Union, per garantire che un giusto risarcimento fosse assicurato.

Il nuovo accordo per il finanziamento (Arrangement) viene negoziato tra IndustriALL, CCC, e KiK con la facilitazione dell’International Labour Organization (ILO) e su richiesta del Ministro dello sviluppo e della cooperazione economica tedesco.

L’Arrangement ha lo scopo di integrare i pagamenti previsti per le vittime dal sistema di previdenza sociale pakistano al fine di raggiungere i livelli previsti dalla Convenzione ILO 121 (Employment Injury Benefits). Pagamenti aggiuntivi periodici dovrebbero iniziare nei primi mesi del 2017.

Nasir Mansoor, segretario generale del NTUF ha dichiarato: “Questo accordo storico non ha precedenti nel contesto del movimento dei lavoratori pakistani. Dopo 4 anni di battaglie, le vittime di questa tragedia ottengono giustizia. Ringraziamo IndustriALL e la Clean Clothes Campaign per questo successo. Anche l’ILO ha ricoperto un ruolo fondamentale per rendere tutto ciò possibile. Ci ricorda che la sicurezza sul posto di lavoro è un diritto, non un privilegio.”

Saeeda Khatoon, vedova e vice presidente della Ali Enterprise Factory Fire Affectees Association, ha perso il suo unico figlio in quell’incendio. Ha dichiarato: “è un giorno di tregua per i familiari delle vittime: le loro grida sono state ascoltate. Sappiamo che i nostri cari non torneranno, ma possiamo sperare che questo tipo di tragedie non si ripeteranno in futuro. Il governo, i marchi e i proprietari delle fabbriche devono garantire sul serio gli standard di sicurezza ai lavoratori nelle fabbriche

Karamat Ali, direttore esecutivo di PILER, ha dichiarato: ”Questi risarcimenti non riporteranno in vita i loro cari, ma speriamo che almeno possano alleviare le sofferenze finanziarie di queste famiglie. Chiediamo che il governo pakistano proclami l’11 settembre il giorno della sicurezza dei lavoratori per aumentare la consapevolezza e migliorare la situazione

Jyrki Raina, segretario generale di IndustiALL, ha dichiarato: ”Alla fine abbiamo raggiunto un accordo per garantire un po’ di giustizia ai sopravvissuti e a i familiari delle vittime. Ci complimentiamo con KiK per essersi preso le sue responsabilità assicurando alle vittime i risarcimenti previsti dagli standard internazionali. Ora è tempo di iniziare a costruire un’industria tessile sicura in Pakistan come si sta facendo con l’Accord in Bangladesh”.

Solo poche settimane prima dell’incendio fatale, la Ali Enterpises aveva ricevuto la certificazione SA 8000 dalla società di revisione SAI (Social Accountability International) che aveva affidato l’incarico all’ente di certificazione italiano RINA: questo voleva dire che la fabbrica aveva presumibilmente soddisfatto gli standard internazionali in nove aree, compresa la salute e la sicurezza. “La tragedia accaduta testimonia il fallimento di questi modelli di certificazione e solleva forti dubbi e preoccupazioni sulle tipologie di ispezione per la sicurezza realizzate in Pakistan così come sull’implementazione delle leggi sul lavoro e dei codici di sicurezza degli edifici.” dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, membro italiano della CCC. “Solo processi che mettono al centro i lavoratori e sindacati liberamente scelti possono garantire adeguati livelli di monitoraggio e prevenzione nelle fabbriche

Ineke Zeldenrust della CCC ha dichiarato: “Siamo molto contenti che KiK abbia riconosciuto il suo dovere di porre rimedio. Questo Arrangement è un eccellente esempio di come i marchi possano e debbano assumersi le loro responsabilità per i morti e i feriti lungo la loro catena di fornitura, soprattutto in questi Paesi dove i rischi sono ben noti. I lavoratori tessili pakistani continuano ad essere a rischio. Tutti i marchi devono impegnarsi nel garantire che una giusta ed efficace due diligence e misure rimediali siano messe in campo per prevenire incidenti simili in futuro.

Questo Arrangement è il terzo accordo sulle compensazioni in ordine temporale negoziato dal movimento dei lavoratori dopo quello raggiunto per il disastro della Tazreen del 2012 e quello del Rana Plaza nel 2013.

Un piccolo riassunto dei contenuti dell’arrangement:

  • Dei 5,15 milioni di dollari che KiK pagherà, 250 mila dollari per coprire incrementi nei costi e 4,9 milioni per le famiglie delle vittime e per i sopravvissuti.
  • L’implementazione, l’amministrazione e la governance dell’Arrangement saranno sviluppati con un processo facilitato dall’ILO. Includerà consultazioni con gli attori principali e sarà supervisionato dalla Sindh High Court
  • In totale l’Arrangement fornirà 6,6 milioni di dollari per i risarcimenti, di cui 5,9 finanziati da KiK e 700 mila dal sistema previdenziale pakistano (Sindh Employees Social Security Institution SESSI)
  • Gli aventi diritto riceveranno una pensione mensile. La cifra per ciascuno dipenderà dalla situazione finanziaria personale e dal numero di persone da a loro carico per il mantenimento.
  • Le pensioni non saranno al livello del salario dignitoso visto che gli standard internazionali per gli infortuni sul lavoro si basano sui salari percepiti al momento. Per la Ali Enterprises comunque il riferimento usato per il calcolo è generoso e le pensioni sono indicizzate per soddisfare il tasso di inflazione.
  • L’Arrangement non copre i danni per il dolore e la sofferenza subite.
  • A questo link un comunicato dell’ILO

Prima vittoria nel caso Tazreen: risarcimenti completati

La Clean Clothes Campaign e l’International Labor Rights Forum sono lieti di annunciare che il processo avviato per risarcire le vittime dell’incendio del 2012 della fabbrica Tazreen Fashion è stato completato. I lavoratori, le lavoratrici e le loro famiglie hanno ricevuto i pagamenti relativi alla perdita dei loro redditi.

Il Tazreen Claims Administration Trust, che si è occupato di calcolare e distribuire i risarcimenti utilizzando il sistema elaborato per il caso Rana Plaza, ha annunciato il completamento di tutte le fasi del processo di risarcimento: raccolta delle richieste, verifiche mediche e formali, calcolo dei benefici e distribuzione dei pagamenti.

Il Trust Fund era stato creato in seguito ad un accordo siglato da C&A, C&A Foundation, IndustriALL Global Union e la Clean Clothes Campaign nel settembre 2015, tre anni dopo che l’incendio nella fabbrica tessile bangladese (24 novembre 2012) aveva ucciso 113 persone e ferito circa 2.000 lavoratori e lavoratrici. Nell’Ottobre 2015 è stato istituito il Tazreen Claims Administration Trust per guidare il processo.

A novembre 2015 sono stati raccolti 2,5 milioni di dollari nel Fondo: C&A Foundation e Fung Foundation hanno versato circa 1 milione ciascuno (il brand Sean John’s Enyce è stato rappresentato da Li & Fung); piccole somme sono state versate da Walmart (via BRAC USA), Kik e El Corte Ingles.

Un Fondo del Primo Ministro bangladese aveva garantito fondi immediatamente dopo l’incendio.

Gli altri marchi che si rifornivano presso la Tazreen non hanno versato un centesimo. Tra loro: l’italiana Piazza Italia, Dickies, Disney, Edinburgh Woollen Mill, Karl Rieker, Sears, Soffe (della Delta Apparel) e Teddy Smith.

Resta deplorevole il fatto che molti dei marchi che producevano nella Tazreen non si siano assunti le loro responsabilità evitando di contribuire al Fondo per i risarcimenti e che colossi come Walmart – cui erano destinati la maggior parte di prodotti – abbiano versato solo 250 mila dollari” ha dichiarato Liana Foxvog dell’International Labor Rights Forum.

Le prime richieste sono state vagliate nell’ottobre 2015 e le conseguenti verifiche mediche e formali sono state ultimate nell’aprile 2016. Successivamente i beneficiari sono stati supportati nell’investimento dei fondi ricevuti attraverso obbligazioni governative, conosciute come shanchaipatra, che garantiscono alti interessi e pagamenti regolari.

A fine giugno 2016 la maggior parte del lavoro del Tazreen Claims Administration Trust era stato completato: in totale sono stati versati 2,17 milioni di dollari a 582 membri delle famiglie di 103 lavoratori deceduti e 10 scomparsi e a 174 lavoratori e lavoratrici che continuano a patire le ferite dovute all’incendio. Questi pagamenti si sono sommati a quelli iniziali effettuati dal Fondo del Primo Ministro del Bangladesh.

E' di straordinaria importanza che i feriti e i familiari delle vittime abbiano finalmente ricevuto risarcimenti che li allontaneranno da ulteriori pesanti forme di povertà ed esclusione sociale” ha dichiarato Deborah Lucchetti presidente di Fair e portavoce della Campagna Abiti Puliti, "il risultato raggiunto è il frutto di una campagna di pressione pubblica durata più di tre anni che ha dimostrato ancora una volta l'importanza di unire le forze, società civile e lavoratori, per ottenere giustizia."

Restano ancora da garantire i trattamenti medici per i lavoratori e le lavoratrici vittime di sofferenze fisiche e psicologiche. 350 mila dollari devono essere trasferiti in un diverso Trust Fund di Dhaka, in fase di creazione, che si occuperà dei trattamenti sia delle vittime della Tazreen che di quelle del Rana Plaza. Si spera che questo nuovo Fondo ponga le basi per un servizio permanete di sostegno agli infortuni sul lavoro.

Sebbene ci sia voluto molto tempo, il completamento di questo processo resta un enorme successo. Le vittime hanno finalmente visto riconosciuti i loro diritti creando un precedente importante per casi simili.

Ora il processo di risarcimento si è concluso ma la lotta della famiglie continua. Esse chiedono che i responsabili della morte dei loro cari rispondano delle loro azioni, noi continueremo a supportarli in questa loro battaglia fino a quando sarà resa loro piena giustizia.


"Una dura storia di cuoio": Santa Croce come esempio di competizione globale, precarietà locale

Dipartimento di Economia e Management - Università di Pisa
martedì 5 luglio ore 16:00
Aula A2 Polo Piagge - Via Giacomo Matteotti, 11 - Pisa


intervengono:
Francesco Gesualdi
(coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo)
Papa Demba
(sindacalista UIL)
Simone D'Alessandro
(professore di economia politica)

Incontriamo Francesco Gesualdi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano, coordinatore del dossier "Una dura storia di cuoio", realizzato nell'ambito della campagna "Abiti Puliti".
Analizzeremo quanto emerso dallo studio e le criticità che si celano dietro il distretto conciario di Santa Croce sia rispetto alle condizioni di lavoro che alle problematiche ambientali. Parteciperà anche Papa Demba, conoscitore  del distretto e della realtà vissuta dai lavoratori immigrati che rappresentano una parte importante della forza lavoro del settore conciario.
Obiettivo dell'incontro è non solo  conoscere meglio un settore problematico che fa parte del nostro territorio, ma anche capire quali iniziative possono essere assunte, come consumatori e come cittadini, per indurre imprese e decisori politici a risolvere le problematiche esistenti.

(2016) REPORT - Calpestare i diritti dei lavoratori

La campagna Change Your Shoes ha realizzato una nuova inchiesta su come 23 aziende di calzature molto note in tutta Europa si stiano comportando per affrontare i problemi legati ai diritti umani nella loro catena di fornitura.

Ogni anno vengono prodotte nel mondo 24 miliardi di paia di scarpe e la maggior parte viene realizzata in Asia (88%), nei paesi a basso costo della manodopera. La catena di fornitura include lavoro ad alta intensità, processi pericolosi, pressioni su tempi e sui prezzi di consegna: tutto questo ha inevitabilmente un impatto negativo sulle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori. La campagna ha già denunciato, nel rapporto Una dura storia di cuoio, come uno dei settori più a rischio di questa industria sia la concia per le scarpe in pelle, dove i lavoratori mettono in pericolo la propria salute se non adeguatamente tutelati. Con un’altra ricerca, Tricky footwork, ha evidenziato il ruolo della repressione violenta dello Stato per mettere a tacere le rivendicazioni dei lavoratori in Cina.

In questa cornice Change Your Shoes ha realizzato una valutazione di alcuni dei marchi più noti di calzature, per avere un quadro delle strategie messe in campo dalle aziende in tema di sostenibilità sociale e per fornire i consumatori di uno strumento valido per comprendere chi sta facendo di più e chi di meno per risolvere i problemi della catena di fornitura globale.

Come ricordavamo, i rischi di violazioni dei diritti umani e dei lavoratori nel settore sono molto alti: ciò nonostante 11 aziende su 23 non hanno risposto al questionario inviato (tra cui le italiane Ferragamo e TOD’S) e anche quelle che lo hanno fatto non hanno fornito una solida evidenza circa le politiche aziendali attuate per garantire il rispetto dei diritti umani e del lavoro nelle loro catene di fornitura, con particolare riferimento al pagamento di un salario dignitoso. La mancanza di trasparenza si evince anche dal fatto che 14 di queste 23 non producono bilanci di sostenibilità, nonostante i Principi Guida su imprese e diritti umani delle Nazioni Unite sollecitino le aziende che svolgono operazioni ad alto rischio di violazioni dei diritti umani a riferire su come affrontino i problemi nella loro catena di fornitura.

Dalle informazioni ricevute da GEOX e Prada, i due marchi italiani che hanno risposto ai questionari, emerge un quadro di azioni insufficienti a garantire un’effettiva e completa attività di due diligence. GEOX ad esempio afferma di riconoscere nel suo stabilimento in Serbia un salario del 20% più alto della media del settore, ma senza fornire elementi concreti di calcolo in merito. Secondo interviste ai lavoratori svolte in paesi limitrofi inoltre, il salario dignitoso stimato è molto distante dal livello minimo legale, sufficiente a coprire in media appena il 20% del fabbisogno reale. PRADA non ha fornito informazioni sui paesi di produzione e sul numero di fabbriche, dimostrando una scarsa propensione a rendere conto del suo operato e di come affronta gli impatti negativi della sua attività sui lavoratori, ovunque essi producano (nostre ricerche hanno rivelato che, oltre ai suoi stabilimenti in Italia e UK, l’azienda produce anche in Europa dell’Est, Turchia e Vietnam).

E’ sorprendente lo scarso livello di trasparenza dimostrato dai marchi europei analizzati e in particolare da quelli italianidichiara Deborah Lucchetti, presidente di Fair e portavoce della Campagna Abiti Puliti. “Rendere conto del proprio operato a partire dalla messa in chiaro delle informazioni che riguardano la filiera produttiva, è il primo passo fondamentale per prevenire, identificare e porre rimedio alle violazioni dei diritti umani come stabilito dai Principi Guida delle Nazioni Unite per le imprese” continua Deborah Lucchetti “Il nostro rapporto mette in evidenza quanta strada i marchi debbano ancora fare per garantire ai consumatori europei di acquistare calzature esenti da sfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente, in qualunque parte del mondo esse siano prodotte.”

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(2016) REPORT - Tricky Footwork - La lotta per i diritti del lavoro nell’industria cinese delle calzature

I partner della Campagna Change your shoes lanciano un nuovo report sulle condizioni di lavoro nel settore delle calzature. Dopo l’indagine “Una dura storia di cuoio” realizzata in Italia, tra le fabbriche conciarie del distretto di Santa Croce, lo sguardo si sposta in Cina, di gran lunga leader mondiale nella produzione di scarpe: oltre 15,7 miliardi di paia di scarpe realizzate nel solo 2014.

Sulla base di un’inchiesta realizzata a fine 2015 tra i lavoratori di tre fabbriche della provincia Guangdong, a cura dell’organizzazione tedesca SÜDWIND, il rapporto fotografa una situazione allarmante nel settore dal punto di vista delle violazioni dei diritti umani di chi ci lavora.

I lavoratori delle fabbriche che producono per i grandi marchi europei come Adidas, Clarks e Ecco ci hanno raccontato, tra le altre violazioni, di salari ben al disotto del livello dignitoso, straordinari non volontari, protezione insufficiente dai rischi per la sicurezza e la salute, violenza per reprimere gli scioperi, contributi assicurativi non versati e indennità di fine rapporto irrisorie” dichiara Anton Pieper di SÜDWIND, tra i curatori del report.

Il settore delle calzature è molto dinamico e la Cina gioca un ruolo fondamentale all’interno della rete di fornitura globale che assegna a diversi Paesi funzioni produttive diverse” continua Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti PulitiPurtroppo questo porta ad una competizione senza regole che sacrifica i diritti dei lavoratori e ostacola processi di emancipazione nelle fabbriche

Le violazioni sono quindi un fenomeno molto diffuso nel settore calzaturiero cinese. Eppure la Cina vanta una legislazione in materia di lavoro molto progressista, soprattutto se comparata a quella di altri paesi produttori. I lavoratori godono di molte protezioni, almeno sulla carta, anche se tra queste non è prevista la libertà di riunione e di associazione sindacale. Molte grandi aziende del settore si sono da tempo dotate di codici di condotta per prevenire tali violazioni da parte dei loro fornitori. Ma ciò non è sufficiente senza il coinvolgimento diretto dei lavoratori.

In passato il settore ha conosciuto una crescita record ignorando standard internazionali come le norme fondamentali sul lavoro dell’International Labour Organisation (ILO). Questo ha portato ad un aumento delle controversie negli ultimi anni, molte delle quali con esiti spesso molto violenti

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PARLANO DI NOI

 


H&M non mantiene le promesse

attivati_hmLa Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della Clean Clothes Campaign), l’International Labor Rights Forum e il United Students Against Sweatshops, organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti dei lavoratori in Europa, Bangladesh e Nord America, lanciano una mobilitazione internazionale per chiedere ad H&M di mantenere finalmente le promesse fatte per rendere sicure le fabbriche dei suoi fornitori in Bangladesh.

A tre anni dalla firma dell’Accordo per la prevenzione degli incendi e la sicurezza degli edifici in Bangladesh, con il quale anche H&M si era impegnata a migliorare le condizioni di lavoro nella sua catena di fornitura, un’analisi sulle misure correttive messe in campo dall’azienda in alcune fabbriche, suoi fornitori strategici, mostra come ad oggi la maggior parte di queste siano ancora sprovviste di uscite di sicurezza adeguate.

Nonostante le ripetute denunce di abusi sui diritti dei lavoratori, H&M continua imperterrita a promuovere se stessa come azienda “sostenibile” attraverso eventi e campagne dedicate: dopo il lancio della “Conscious Exclusive Collection” la settimana scorsa a Parigi, dal 18 al 24 aprile si dedicherà alla promozione della “World Recycle Week” (attraverso il video della pop star M.I.A.), la stessa settimana in cui gli attivisti commemoreranno i 1.138 morti causati dal crollo del Rana Plaza, la tragedia che poi portò di fatto alla firma dell’Accordo.

Gli attivisti chiedono ad H&M di dimostrare il suo impegno attraverso i fatti e non con le chiacchere. In particolare l’azienda deve concentrarsi su tre interventi fondamentali – la rimozione di blocchi alle uscite di sicurezza, la rimozione delle porte e delle serrande scorrevoli e l’installazione di porte tagliafuoco e recinzioni alle scale - da realizzarsi entro il 3 Maggio, giorno in cui a Solna, in Svezia, si svolgerà il suo Annual General Meeting.

L’importanza di queste misure è stata evidenziata ancora una volta da un incendio divampato lo scorso febbraio nella fabbrica Matrix Sweaters Ltd, fornitrice di H&M: poteva essere l’ennesima tragedia e solo il fatto che molti lavoratori non erano ancora arrivati in fabbrica per il loro turno di lavoro lo ha evitato. Il report di ispezione della fabbrica realizzato nell’ambito dell’Accordo ha infatti rivelato come H&M abbia mancato diverse scadenze per eliminare i rischi di incendio e rendere la struttura sicura: centinaia di lavoratori hanno rischiato di rimanere bloccati dentro la fabbrica in fiamme.

E’ bene inoltre sottolineare che l’attuazione generale dell’Accordo va a rilento visto che solo in 4 fabbriche su 1.600 sono state completate le azioni correttive previste dal programma di ispezioni indipendenti. Questa situazione impone a tutte le imprese firmatarie di attivarsi rapidamente per mantenere fede all’accordo e garantire il rispetto dei tempi previsti per la correzione delle gravi anomalie che mettono a rischio la vita dei lavoratori in Bangladesh.

La Clean Clothes Campaign, l’International Labor Rights Forum e il United Students Against Sweatshops hanno raccolto tutte le informazioni sul sito www.hmbrokenpromises.com, invitando le persone a firmare una petizione e a partecipare alle iniziative che verranno organizzate in tutto il mondo da oggi e fino al 3 maggio.

FIRMA LA PETIZIONE

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Unisciti a noi nel richiamare H&M al dovere di garantire con tempestività la messa in sicurezza delle fabbriche dei suoi fornitori in Bangladesh, affinché non si ripetano mai più altri casi come la Matrix Sweaters, la Garib & Garib o la Tazreen.
Vai alla petizione --->

 

 

PRENDI PARTE A UN’AZIONE

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Un progetto di Sara Conforti.

TSHIRTINACTION (&NOW ?)
Edizione speciale per la Campagna Abiti Puliti

Tra talk, archivio e performance. Un momento dedicato all'incontro sul tema del recupero del valore narrativo e semantico dei capi d'abbigliamento dismessi.

  • Genova I 17 aprile O16 I Teatro Altrove I h. 17.OO
  • Cocconato d’Asti I 25 Aprile O16 I Mostra In. Abito I h. 15.OO
  • Milano I 27 Aprile O16 I Serpica_lab I Stadera I via Montegani I h. 19.OO
  • Torino I 1 maggio O16 I Residenza Temporanea San Salvario I h. 15.OO

Scopri di più sul laboratorio --->

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ORGANIZZA UN’AZIONE

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Scegli un negozio H&M e organizza un presidio, un volantinaggio, un flash mob per raccontare alle persone cosa sta succeddendo!

Manda una mail a francesco.verdolino@hotmail.it indicando luogo e orario dell'azione! Ti forniremo materiali e ti metteremo in contatto con altre persone della tua città.

 


NO MORE RANA PLAZA

Email Invito

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TEATRO ALTROVE
Piazzetta Cambiaso 1 - 16124 Genova
INGRESSO GRATUITO

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di Sara Conforti

TSHIRTINACTION (&NOW ?)

Edizione speciale per la Campagna Abiti Puliti

ore 17 - 19 / Laboratorio esperienziale
max 15 partecipanti, gradita la prenotazione

Un progetto dell’artista/curatrice che lega la moda ed il costume a pratiche e progetti sociali e relazionali.
Tra talk, archivio e performance.
Un momento dedicato all’incontro sul tema del recupero del valore narrativo e semantico dei capi d’abbigliamento dismessi e i possibili significati dell’abito in relazione alle diverse dimensioni generazionali, sociali, territoriali ed esperienziali. Un lavoro collettivo, mnemonico e manuale per la tessitura di nuovi legami.

Ogni partecipante è invitato a portare:
una TSHIRT acquistata/indossata in un periodo/momento
importante della propria storia personale
una fotografia che lo ritrae con il capo scelto o almeno
una propria fotografia in cui si è ritratti in quel periodo storico.

TRUE COST di Andrew Morgan
Chi paga il prezzo dei nostri vestiti?

ore 20.30 / Proiezione film

Prima della proiezione intervengono:
>  Deborah Lucchetti
Presidente Fair e coordinatrice Campagna Abiti Puliti
>  Sara Conforti
Presidente hóferlabprojects
>  Valeria Graziano
Ricercatrice Art and Design Research Institute Middlesex University, Londra.


Info e prenotazioni per il laboratorio: hoferlab.it - hoferlabprojects@gmail.com

H&M non mantiene le promesse

Approfondisci e scopri cosa puoi fare tu!


So tutto di te: la nuova campagna della Filctem CGIL

CGIL_WebFlyer-02Cosa si nasconde dietro un paio di scarpe, una borsa, un abito?
Lo chiede la Filctem Cgil di Firenze con la campagna #sotuttodite.

Firenze è la capitale del lusso con la presenza di tutte le principali Griffe della pelletteria e della moda: ma la produzione di scarpe, borse, abiti avviene lungo una filiera non tracciata, dove si nascondono fenomeni di illegalità e sfruttamento del lavoro.

La Filctem, che è la categoria della Cgil che organizza i lavoratori del tessile, ha messo il dito nella piaga e con questa campagna vuole ottenere la completa trasparenza e tracciabilità della produzione per poter tutelare i lavoratori nell'intera catena di fornitura.

La campagna partita questa estate con sfilata “trasparente” davanti all'esposizione di Pitti Immagine è stata recentemente rilanciata con le storie di lavoratori che ci hanno messo la faccia raccontando il loro saper fare.

Pochi giorni fa la Filctem Cgil ha promosso un appello di sostegno alla campagna che, tra gli altri, è stato sottoscritto da Deborah Lucchetti, portavoce della campagna Abiti Puliti e Francuccio Gesualdi, del Centro Nuovo Modello di Sviluppo.

La campagna dopo una prima fase di divulgazione, sensibilizzazione e approfondimento si focalizzerà sulla richiesta alle aziende di rendere pubblica e trasparente la propria catena di fornitura.

A questo link il sito della campagna da dove è possibile attivarsi e firmare l'appello www.sotuttodite.org

Appello

Ogni giorno indossiamo abiti, scarpe, borse, portafogli, senza sapere molto di loro.
Sono il nostro oggetto di culto, abbiamo una storia con loro, ma non sappiamo nulla della loro storia.
Dove sono stati fabbricati? Da quali mani e soprattutto in quali condizioni?
Eppure l’assenza di una vera e propria tracciabilità dei prodotti rischia di distruggere la miniera di sapere che caratterizza la manifattura del nostro Paese, storicamente organizzata in filiere di piccole aziende artigiane, per lo più aggregate in territori ad alta vocazione, come ad esempio, la pelletteria a Firenze. Ma chi può controllare che la catena di fornitura non si sposti verso chi offre un minor prezzo, perché sceglie la strada dell’illegalità e sfrutta i lavoratori in Italia o all’estero? Questa insidia purtroppo è sempre più presente, in assenza di regole, trasparenza, controlli.
Per questo facciamo appello a tutti coloro che hanno a cuore il valore del lavoro, la ricchezza del sapere artigiano, i diritti umani e dei lavoratori in qualsiasi angolo del mondo, la legalità e la trasparenza del sistema economico, per coalizzarci e batterci affinché le filiere della moda siano tracciabili, controllate e quindi sostenibili.
Proponiamo a tutti voi di sottoscrivere questo appello a sostegno della campagna #sotuttodite.org e attivarci assieme per rafforzare una sensibilità collettiva su questi temi e per chiedere alle Istituzioni e imprese, a partire dagli attori del territorio fiorentino, un meccanismo che metta in trasparenza la catena di fornitura. Perché la trasparenza non è reato.


(2015) REPORT - Una dura storia di cuoio

3 maggio 2016. Dopo un'analisi della critiche avanzate da Unic, associazione italiana dell'industria della concia, torna in rete l’inchiesta realizzata dal Centro Nuovo Modello Di Sviluppo (CNMS) e dalla Campagna Abiti Puliti Una dura storia di cuoioche analizza la situazione lavorativa nell’industria della concia italiana. La ricerca, parte del progetto Change Your Shoes, focalizza l’attenzione in quella che viene definita la Repubblica del Cuoio: il distretto produttivo di Santa Croce.

I punti principali del rapporto sono:

1) Uno sguardo al commercio globale di pelle: l’Italia stazione conciaria del lusso

L’Italia non dispone di grandi allevamenti di bestiame: con 6 milioni di bovini allevati, ricopre appena lo 0,36% del totale mondiale. Anche la produzione di pelli grezze è ridotta, appena l’1% del totale mondiale. Però l’Italia ha una lunga tradizione conciaria e molti stabilimenti di lavorazione, per cui riesce a generare il 17% del valore della produzione totale mondiale di pelli finite (5,25 miliardi di euro) e addirittura il 30% del valore delle esportazioni. Si tratta quindi in gran parte di pelle ottenuta a partire da semilavorati importati dall’estero: un calcolo svolto nella ricerca dimostra come ben il 75% della pelle prodotta in Italia abbia in realtà origine da pelle semilavorata di provenienza estera.

2) Si produce di meno e si commercia di più, anche nei distretti

L’attività di concia in Italia è sviluppata principalmente in tre distretti, che assieme coprono l’88,6% di tutta la produzione: in ordine di importanza, Arzignano in Veneto, lungo la valle del Chiampo in provincia di Vicenza; Santa Croce sull’Arno in Toscana, tra le province di Pisa e Firenze; Solofra in Campania, tra Napoli e Avellino.

L’industria conciaria italiana è dominata da piccole imprese a proprietà familiare, ma ciò non ha impedito ad alcune di esse di internazionalizzarsi, di aprire concerie all’estero. Esempi sono Antiba, azienda di Santa Croce che possiede concerie in India, o Vicenza Pelli, azienda di Arzignano con uno stabilimento in Serbia. I campioni dell’internazionalizzazione sono i fratelli Mastrotto che dal Veneto si sono espansi in Brasile, Tunisia, Vietnam, per disporre di pelli finite a basso costo da collocare sul mercato mondiale, ormai affollato da nuovi venuti che riescono a vendere a prezzi molto più bassi di quelli praticati dai paesi di vecchia industrializzazione.

3) Il segreto del distretto di Santa Croce sull’Arno: piccolo e frammentato

Il distretto di Santa Croce contribuisce al 70% di tutto il cuoio per suole prodotto in Europa e al 98% di quello prodotto in Italia. Qui ci sono 240 concerie, per la maggior parte di piccole dimensioni e con i macchinari necessari alla sola fase centrale della concia; sono affiancate da oltre 500 laboratori terzisti per l’esecuzione delle altre lavorazioni specifiche. Solo in rarissimi casi, le concerie appartengono a grandi imprese internazionali: tra i casi più noti Blutonic e Caravel Pelli Pregiate (15 e 76 dipendenti), proprietà della multinazionale del lusso Kering, che detiene tra gli altri i marchi Gucci e Bottega Italiana.

Il distretto impiega 12.700 persone, tra lavoratori alle dirette dipendenze delle imprese e assunti da agenzie interinali. I primi rappresentano il 72% del totale, i secondi il 28%. È nelle officine dei terzisti che si concentra il lavoro interinale, dove si registrano le situazioni di maggior sfruttamento lavorativo.

4) La precarietà dei rapporti di lavoro: una flessibilità che favorisce l’illegalità

Nel 2012 i lavoratori interinali nel distretto di Santa Croce erano 1.733. Nel 2014 sono 3.451, il doppio. Segno che il lavoro è cresciuto, ma in forma sempre più precaria. Lo dimostra anche il fatto che nel 2014 nel distretto hanno trovato lavoro 4.650 nuovi addetti, ma solo 1.199 alle dirette dipendenze delle aziende produttrici. A confermare la precarietà interviene anche il dato sui contratti: nel 2014 i lavoratori interinali sono stati 3.451, ma i contratti stipulati sono stati 5.021, uno e mezzo a testa. Sono diffusi persino contratti di 4 ore: un lavoratore viene assunto alle 8 e a mezzogiorno si ritrova già senza lavoro.

Nonostante le maggiori elasticità consentite dalla legge, le infrazioni non sono scomparse. Nel distretto di Santa Croce è abituale lavorare ben oltre le ore di straordinario consentite, facendo ampio ricorso al pagamento al nero. Dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2014, nel distretto sono state ispezionate 181 aziende per un totale di 999 lavoratori. Di questi, 70% erano di nazionalità italiana e 30% immigrati. Complessivamente sono state trovate irregolarità riguardanti 208 lavoratori fra cui 112 totalmente in nero. Il 44% dei lavoratori in nero erano immigrati.

5) Il ricatto ai lavoratori stranieri

I contratti interinali aperti nel 2014 hanno riguardato per il 54% stranieri, quasi tutti extra comunitari. Non è un caso se negli ultimi dieci anni gli stranieri residenti nei comuni del distretto sono passati da 5.060 a 14.248. La crisi ha indebolito ulteriormente la posizione degli immigrati e molti di loro stanno perdendo le posizioni che avevano raggiunto. Alcuni, che in passato erano riusciti a conquistarsi un lavoro a tempo indeterminato, lo hanno perso quando sono andati a trovare i propri cari in Senegal: le dimissioni in bianco fatte firmate al momento dell’assunzione sono servite ai datori di lavoro per licenziare gli operai che si assentavano per periodi troppo lunghi.

Le agenzie interinali si prestano spesso ai desideri delle ditte, che vogliono che alcuni lavoratori senegalesi, particolarmente apprezzati, vadano a lavorare solo per loro, anche se vengono assunti occasionalmente con contratti interinali. Un rapporto “usa e getta”, quindi, con l’obbligo di essere sempre a disposizione: il tempo di un lavoratore diventa così totalmente proprietà della ditta, sia quando lavora che quando non lavora.

6) La salute a rischio

Nel distretto ci sono aziende moderne, attente alle normative sulla sicurezza e l’igiene, ma anche concerie e terzisti che investono malvolentieri, cercando anzi di risparmiare a discapito dei vincoli normativi. Dalla ricerca emerge che sono soprattutto gli interinali i più a rischio: nelle ore in cui sono assunti vengono costretti a ritmi massacranti e spesso senza la fornitura degli indumenti antinfortunistici, come le cuffie contro il rumore o le mascherine per ripararsi dalle esalazioni.

Nel 2011 la sezione della Medicina del Lavoro competente per il distretto di Santa Croce, ha condotto uno studio su 101 lavoratori addetti alla scarnatura, con un’età media di 44 anni, di cui 37 stranieri: di tutti i lavoratori esaminati, 31 sono risultati positivi per disturbi alla colonna vertebrale. I casi di malattie professionali riconosciuti nel distretto di Santa Croce dal 1997 al 2014 sono stati 493, suddivisibili in cinque grandi gruppi: malattie muscolo-scheletriche (44%), tumori (19%), dermatiti da contatto, ipoacusie da rumore e malattie respiratorie.

7) Acque chiare, ma tanta opacità

In un'area in cui vivono circa 110.000 persone, il carico inquinante nel sistema delle acque è pari a quello di una città con 3 milioni di abitanti: eppure tra riciclo dei rifiuti e corretto smaltimento le condizioni ambientali sono molto migliorate rispetto al passato. Ciò nonostante la ricerca ha riscontrato una evidente mancanza di collaborazione da parte delle imprese di smaltimento e una grande opacità dei dati. Purtroppo nel passato recente la mancanza di controlli ha portato anche allo sviluppo di situazioni criminali: la Guardia di Finanza ha scoperto che tra 2006 e 2013 il Depuratore di Ponte a Cappiano (oggi chiuso) ha immesso nel fiume Arno ben 5 milioni di metri cubi di fanghi tossici senza depurarli.

Materiali

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tazreenincendio

Dopo tre anni dall’incendio della Tazreen, Walmart rifiuta ancora di pagare i risarcimenti. E anche Piazza Italia la segue a ruota.

La Clean Clothes Campaign e il Labor Rights Forum chiedono ai marchi internazionali, tra cui Walmart e El Corte Ingles, di versare i contributi nel fondo di risarcimento per i familiari delle 112 vittime e per i sopravvissuti dell’incendio alla fabbrica Tazreen in Bangladesh.

Martedì 24 novembre ricorrerà il terzo anniversario di quel disastro. Quando divampò l’incendio, i lavoratori restarono intrappolati nella fabbrica: le uscite erano bloccate e l’unico modo per scappare era buttarsi dalle finestre dei piani alti. Più di cento lavoratori rimasero feriti saltando da quelle finestre al terzo e quarto piano, con lesioni alla schiena e alla testa che hanno causato molto dolore. Negli ultimi tre anni i familiari dei morti e dei feriti hanno lottato per avere i loro risarcimenti per la perdita di un caro o della capacità di tornare al lavoro.

La Tazreen produceva per giganti come l’americana Walmart, il sezione spagnola de El Corte Ingles, il distributore tedesco KIK, C&A e Sean John’s Enyce brand. Altri marchi collegati sono Edinburgh Woollen Mill (UK), KarlRieker (Germania), Teddy Smith (Francia) e le americane Disney, Sears, Dickies e Delta Apparel. Tra loro anche l’italiana Piazza Italia.

Un accordo per coprire la perdita di reddito e le spese mediche è stato siglato da IndustriALL Global Union, la Clean Clothes Campaign, C&A e la C&A Foundation poco prima del secondo anniversario della tragedia.

Questo accordo ha portato alla creazione del Tazreen Claims Administration Trust, che sovrintende il processo per le richieste di rimborso, collabora con le organizzazioni che rappresentano le famiglie e raccoglie fondi per effettuare i pagamenti. Le famiglie degli operai morti nel rogo hanno cominciato a registrare le loro richieste e oggi il Trust ha lanciato un nuovo sito web, che fornisce informazioni sul processo e dettagli su come possono essere effettuate le donazioni. (http://tazreenclaimstrust.org)

Ci si aspetta che il Trust Fund raccolga il denaro necessario ad effettuare tutti i pagamenti innanzitutto attraverso i contributi delle imprese che si rifornivano presso la fabbrica. Si sta chiedendo ai marchi con un fatturato di oltre 1 milione di dollari di versare almeno 100 mila dollari. C&A e Li & Fung (che si riforniva per conto di Sean Paul) si sono già impegnate ad effettuare versamenti. La tedesca KiK, attualmente coinvolta in una controversia per quanto riguarda il suo rifiuto di negoziare il risarcimento delle vittime dell’incendio alla Ali Enterprises, ha ora accettato di effettuare un versamento nel Trust Fund.

Ma non tutte le aziende si sono impegnate pubblicamente finora. Il più grande cliente della Tazreen, Walmart, non ha ancora corrisposto un centesimo per le vittime e i loro familiari. Eppure nel 2014 aveva dichiarato pubblicamente la volontà di voler contribuire con 3 milioni di dollari attraverso la BRAC USA per le vittime del Rana Plaza e di altre tragedie dell’industria tessile del Bangladesh. 1 milione di dollari lo ha versato nel Rana Plaza Trust Fund, 92 mila dollari li ha forniti per le cure mediche. Cosa intende fare con il restante 1,1 milione di dollari promesso?

Anche le intenzioni della sezione spagnola del El Corte Ingles non sono chiare, visto che, pur avendo partecipato al Comitato iniziale incaricato di portare avanti il processo sul Rana Plaza, non si è ancora impegnato per nulla sul caso Tazreen.

Sam Maher, che rappresenta la Clean Clothes Campaign ha dichiarato: "Questi lavoratori hanno atteso tre anni per ottenere i pagamenti necessari alla sopravvivenza quotidiana, per pagare affitto, istruzione e assistenza sanitaria. Essi non dovrebbero essere costretti ad
aspettare ancora. Non vi è alcuna giustificazione per il rifiuto di pagare - i lavoratori Tazreen meritano di essere trattati come quelli del Rana Plaza. Esortiamo tutti quei marchi che compravano dalla Tazreen a contribuire subito senza ulteriori ritardi."

Judy Gearhart, direttore esecutivo dell'International Labor Rights Forum, ha detto: "È
inconcepibile che dopo tre anni le vittime Tazreen e le famiglie non hanno ancora ricevuto
un risarcimento significativo e Wal-Mart non ha pagato o promesso nulla. Ecco perché, nel
terzo anniversario della tragedia, stiamo incoraggiando i consumatori ad agire on-line e di fronte ai negozi Walmart come parte della settimana di azione Black Friday
"

Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della Clean Clothes Campaign) aggiunge: “La mancanza di una regolamentazione legale e vincolante, che obblighi le multinazionali ad assumersi le loro responsabilità per tutta la catena di fornitura vigilando sul rispetto dei diritti umani per prevenire disastri come questo, ad esempio con ispezioni indipendenti, trasparenti e non concordate, e intervenire con risarcimenti equi e tempestivi in caso di violazioni, lascia nelle mani dei grandi marchi la volontà di impegnarsi o meno nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dei lavoratori che producono per loro.”

Ma non è accettabile che dei lavoratori muoiano per la negligenza delle multinazionali. Proprio per questo motivo vi diamo appuntamento a Torino il prossimo 21 novembre, dalle 10.30 alle 17.30, presso l’Ex Birrificio Metzger cccto in via Bogetto 4/g per discutere insieme ad attivisti, esperti del settore e istituzioni quali siano le strategie e gli strumenti che si possano mettere in campo per proteggere in maniera più efficiente ed efficace i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici nel mondo.

Programma dell’evento:
http://www.abitipuliti.org/changeyourshoes/2015/10/27/peoples-meeting-21-novembre-torino/


People's Meeting - 21 Novembre - Torino

FAIR - Peoples meeting header

Grazie ai relatori, a tutti coloro che hanno partecipato e che hanno inviato contributi scritti. Gli esiti dei People’s Meeting organizzati nei 12 paesi europei che promuovono Change Your Shoes saranno utilizzati per continuare il lavoro di sensibilizzazione e miglioramento delle condizioni di lavoro nella filiera delle calzature per renderla più equa, sicura e trasparente per i lavoratori e le lavoratrici che le producono, i cittadini e le cittadine che le acquistano.

DIRITTI DEI LAVORATORI, RETI DI MULTINAZIONALI, POLITICHE EUROPEE:
COSA POSSIAMO FARE PER CAMBIARE ROTTA?

Leggi il documento introduttivo

IL PROGRAMMA

Ex Birrificio Metzger cccto - via Bogetto 4/g - 10144 Torino

10.30 - 11.00 Registrazione Partecipanti

INPUT

Quali iniziative dovrebbe assumere l’unione europea nell’ambito degli aiuti allo sviluppo, della legislazione sociale, della politica economica, dei trattati internazionali per sradicare la povertà e promuovere i diritti umani e del lavoro dentro e fuori l’Europa?

11.00 – 13.00
Le politiche per lo sviluppo e il commercio in Europa: strabismi, rischi e opportunità per l’azione dei movimenti sociali in difesa dei diritti dei lavoratori

Intervengono

lucchettiDeborah Lucchetti, Presidente Fair,
Campagna Abiti Puliti

balcetGiovanni Balcet, Docente di Economia Internazionale, Università di Torino e Maison des Sciences de l’Homme, Paris

matteiUgo Mattei, Giurista, Docente Università di Torino e Hastings College of Law California,Coordinatore accademico International University College di Torino

13.00 - 14.00
Pranzo al Fornello Popolare a cura dell’Ex-Birrificio Metzger

baloon_italia

OUTPUT
Di quali informazioni, strategie e strumenti dobbiamo disporre noi cittadini, attivisti, operatori dei movimenti sociali e consumatori per trasformarci e consolidarci in attori di cambiamento e attivatori di democrazia e diritti per tutti e per tutte?

14.00 -15.30
Lavoro in gruppi e plenaria. Condivisione dei contributi pre-conferenza.

Facilita

esposito Gilda Esposito, facilitatrice di innovazione sociale ed educativa, Università di Firenze

15.30 - 16.00

Coffee break al Fornello Popolare a cura dell’Ex-Birrificio Metzger

FINAL SHARING
Quale è la vostra posizione in quanto esponenti istituzionali sui temi e sulle strategie per proteggere i diritti dei lavoratori senza confini? Cosa possiamo fare noi per sostenere il vostro impegno dentro le istituzioni per darvi concretezza?

16.00 - 17.30
Le risposte della politica: c’è un futuro per i diritti dei lavoratori in Europa e nelle filiere globali del tessile e delle calzature?

distefanoModera
Andrea Di Stefano, Economista, Direttore rivista Valori

Intervengono

gesualdiFrancesco Gesualdi Presidente Centro Nuovo Modello Sviluppo, Campagna Abiti Puliti

cappuccioSilvana Cappuccio, Area Politiche europee e internazionali CGIL, rappresentate gruppo lavoratori CdA OIL

francesconiBenedetta Francesconi,
Resp. del Segretariato del PNC OCSE - Ministero dello Sviluppo Economico

onelliPaolo Onelli,
Direttore Generale Tutela delle Condizioni di Lavoro e Rel. Ind. Min. del Lavoro e delle P.S.

fassinaStefano Fassina,
Deputato, Sinistra Italiana

forenzaEleonora Forenza, Europarlamentare, L’Altra Europa con Tsipras-Gruppo GUE NGL 

Registrati

Per confermare la tua parte cipazione è necessario iscriversi al People’s Meeting tramite questo form: http://goo.gl/forms/3X4RSYx41S.

DOCUMENTO INTRODUTTIVO

Scarica e leggi il documento introduttivo preparato dalla Campagna Abiti Puliti

CONTRIBUISCI

Considerando la complessità di scenari ed il poco tempo a disposizione per la costruzione di proposte bottom up siete tutti invitati ad inviare un contributo preparatorio, un concept paper, un PPT, un videoclip all’indirizzo info@abitipuliti.org entro il giorno prima del people meeting. I contributi verranno pubblicati sul sito della Campagna Abiti Puliti e utilizzati durante l’incontro.

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LIVING WAGE NOW FORUM: la Clean Clothes Campaign chiede accordi vincolanti

Durante il Living Wage Now Forum tenutosi a Bruxelles dal 12 al 14 ottobre, la Clean Clothes Campaign ha consegnato le oltre 125 mila firme raccolte per chiedere l’istituzione di accordi vincolanti e una legislazione adeguata che permetta ai marchi del tessile di assumersi le loro responsabilità in tema di salario dignitoso.

Le firme sono state consegnate alle aziende internazionali e ai rappresentanti della Commissione Europea che hanno preso parte alla due giorni dedicata al salario dignitoso.

Il Forum ha visto la partecipazione di oltre 250 lavoratori, marchi, decisori politici e attivisti riuniti per impegnarsi a implementare il salario dignitoso per tutti i lavoratori del tessile.

Durante l’evento, i partecipanti si sono mostrati d’accordo sul fatto che le politiche adottate in base ai codici di condotta volontari e ai progetti pilota messi in campo finora dalle aziende non hanno prodotto quasi alcuna differenza. La Clean Clothes Campaign insiste sulla necessità di avere un approccio vincolante e strutturale come quello che ha portato alla firma dell’Accordo sulla Sicurezza in Bangladesh e del Protocollo sulla Libertà di Associazione in Indonesia. Questo tipo di accordi è assolutamente innovativo perché affronta le cause del problema alla radice.

È importante che la Commissione Europea migliori velocemente la legislazione in tema di trasparenza del settore tessile. Dopo il disastro del Rana Plaza, è stato impossibile avere una lista dei marchi europei che si rifornivano presso le fabbriche di quell’edificio. Si è dovuto scavare a mani nude tra le macerie per recuperare le etichette e identificare i marchi. Questa è una vergogna per tutte quelle aziende che parlano di responsabilità di impresa. Oggi l’Europa rivede le sue direttive sulla sicurezza e la tracciabilità dei prodotti: esiste quindi la possibilità concreta di rendere pubblici i luoghi di produzione della merce venduta sul mercato europeo.

Altro tema di dibattito è stato il salario estremamente basso dell’industria tessile europea. Ad esempio in Georgia i lavoratori tessili percepiscono appena 114 euro al mese, solo il 10% del salario dignitoso.

L’Asia Floor Wage è convinta che debbano essere le aziende a farsi carico degli aumenti salariali sia in Europa che nel Sud Est Asiatico, visto che sono loro che si appropriano della maggior parte del valore dei beni che le donne e gli uomini che lavorano per loro producono.

Alcune aziende hanno promesso di pagare il salario dignitoso ai lavoratori e alle lavoratrici che producono i loro abiti. Altri hanno stabilito delle tappe per garantire che i diritti dei lavoratori siano rispettati in tutta la catena di fornitura. I risultati non si vedono ancora e noi non ci fermeremo finché questo non diventerà realtà.

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Living Wage Now Forum

Dal 12 al 14 ottobre 2015 si svolgerà a Bruxelles il Living Wage Now Forum organizzato da achACT, Schone Kleren Campagne e Clean Clothes Campaign.

Lo scopo? Incoraggiare i decisori politici e i marchi a passare dalle parole ai fatti basandosi su proposte concrete elaborate dalla Clean Clothes Campaign.

Decine di rappresentanti dei lavoratori da tutto il mondo (Bangladesh, Cambogia, Indonesia, India, Sri Lanka, Haiti, Georgia, Croazia, Salvador), marchi (H&M, Primark, C&A, New Look, Pentland, N'Brown, Tchibo), politici europei, esperti e membri delle organizzazioni che si occupano di diritti dei lavoratori si incontreranno per discutere come rendere il salario dignitoso per tutti una realtà.

SCARICA IL PROGRAMMA

Solo su invito : contattare achacteurs@achact.be

PER MAGGIORI INFORMAZIONI

 


Sicurezza edifici in Bangladesh: H&M non rispetta i patti

Schermata 2015-10-02 alle 09.36.53----> FIRMA LA PETIZIONE: https://actionnetwork.org/letters/h-m-agire-per-la-sicurezza-dei-lavoratori

La Clean Clothes Campaign (CCC), l’International Labor Rights Forum (ILRF), il Maquila Solidarity Network (MSN) e il Worker Rights Consortium (WRC) lanciano il report Evaluation of H&M Compliance with Safety Action Plans for Strategic Suppliers in Bangladesh. Il documento analizza le informazioni pubbliche disponibili riguardo ai progressi fatti da H&M nell’affrontare i rischi per la sicurezza dei lavoratori nei suoi stabilimenti in Bangladesh.
I dati, provenienti dalle relazioni delle ispezioni nelle fabbriche e dai Piani di Azione Correttiva (CAPs) resi pubblici dall’Accordo per la prevenzione degli incendi e la sicurezza in Bangladesh (siglato in seguito al crollo del Rana Plaza nel 2013, il peggior disastro della storia dell’industria tessile che ha causato la morte di 1138 persone), mostrano chiaramente come H&M non abbia rispettato gli impegni per garantire la sicurezza dei lavoratori.

Concentrandosi sulle fabbriche che H&M ha indicato come le migliori della sua catena di fornitura in tema di lavoro e ambiente, il rapporto mostra come tutte queste fabbriche non siano state in grado di rispettare le scadenze previste per le riparazioni e come la maggior parte delle ristrutturazioni non siano ancora state ultimate nonostante i termini scaduti. Le ristrutturazioni includono l’installazione di porte tagliafuoco, la rimozione dei blocchi e delle porte scorrevoli dalle uscite di sicurezza e delle recinzioni sulle scale, permettendo ai lavoratori di uscire dalla fabbrica in sicurezza in caso di emergenza.

Nel 2010, 21 lavoratori sono morti nell’incendio della fabbrica Garib&Garib, fornitore di H&M, per mancanza di elementi base a garantire la sicurezza, tra cui le uscite antincendio.

“Per la prima volta, grazie all’Accordo, H&M è a conoscenza di tutte le ristrutturazioni necessarie a rendere finalmente sicure le sue fabbriche in modo che i lavoratori non corrano rischi e non temano un nuovo Rana Plaza” ha dichiarato Bob Jeffcott del Maquila Solidarity Network (MSN). “Nonostante ciò, continuano a tirarla per le lunghe e a ritardare i lavori”

“Da parte di H&M vorremmo vedere un investimento serio nel processo di risanamento dei suoi fornitori in Bangladesh, almeno pari a quello effettuato in pubblicità e dichiarazioni altisonanti sulla sostenibilità. Dato il suo peso nel settore tessile in quel paese e data l’opportunità offerta dallo storico Accordo siglato dopo la tragedia del Rana Plaza, H&M può giocare un ruolo chiave per mettere in sicurezza l’intero settore in Bangladesh ”, dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti.

“Sull’onda emotiva che ha circondato il disastro del Rana Plaza, H&M, il più grande produttore di abbigliamento in Bangladesh, ha garantito di sistemare le condizioni in cui si trovano le fabbriche in quel Paese” ha concluso Scott Nova del Worker Rights Consortium (WRC). “Ora è chiaro che H&M ha infranto quella promessa”.


Ali Enterprises: dopo 3 anni KIK ancora non paga i risarcimenti alle vittime

L’11 settembre 2012 alla Ali Enterprises morirono arse vive 254 persone mentre 55 rimasero gravemente ferite. L’incendio divampò alle 6 del pomeriggio e gli operai rimasero intrappolati come topi dietro a finestre sbarrate e uscite bloccate. Un inferno che ancora oggi vive nella memoria dei sopravvissuti che conducono vite miserabili in attesa di giustizia. Solo tre settimane prima, è bene ricordarlo, la Ali Enterprises aveva ottenuto la certificazione SA8000 dal RINA, società di ispezione italiana. Una azienda sicura, secondo gli ispettori accreditati dalla SAI.

Nel terzo anniversario del peggior disastro industriale del Pakistan, i sindacati globali IndustriALL e UNI, insieme con la Clean Clothes Campaign richiamano il grande distributore tedesco KIK  alle sue dirette responsabilità e in particolare al dovere di onorare la promessa di garantire il risarcimento alle vittime.

All'indomani del disastro il gigante tedesco KiK, con 3.200 punti vendita in tutta la Germania, l'Austria e l'Europa orientale, ha firmato un Memorandum vincolante con l’impegno di effettuare un pagamento iniziale di US $ 1 milione per le vittime e le loro famiglie per le cure immediate.
KiK ha versato $ 1 milione nel fondo provvisorio ma si è sottratta agli altri obblighi previsti dall’accordo di impegnarsi nel negoziato per determinare il risarcimento di lungo periodo per le vittime. A cui si affianca l’obbligo di versare  250.000 dollari per rinforzare il lavoro di monitoraggio degli standard sociali, anche questo mai onorato.

Dalla firma dell’accordo il 21 dicembre 2012, KiK ha giocato a prendere tempo e ha messo in campo tatticismi solo volti ad evitare le sue responsabilità. La necessità di ricevere un giusto risarcimento che includa la perdita di reddito, le spese mediche e i danni psicologici, per quanto scritta in un accordo firmato dalle parti, conta poco o nulla.

Ma le vittime non demordono e neanche le organizzazioni che da tre anni difendono i loro diritti. Come quelli di Rifit Bibi, rimasta vedova con quattro bambini piccoli da mantenere, che dichiara "Ricevo 5.000 PKR (47 dollari ) al mese di pensione, non sufficienti per comprare il cibo per i miei figli. La vita è miserabile, da quando mio marito è morto”. O quelli di Shahida Parveen, vedova di 37 anni e dei suoi tre figli che ha paura di finire a lavorare in una fabbrica della morte e vorrebbe lavorare negli uffici, per i quali necessita di una buona istruzione, ma non ha abbastanza soldi per permettersela.

KiK vanta un record di approvvigionamento da alcune delle fabbriche più pericolose al mondo e quello di unica azienda collegata ai tre più gravi disastri che hanno colpito l'industria dell'abbigliamento in tempi recenti: l’incendio alla Ali Enterprises in Pakistan; l’incendio alla Tazreen Bangladesh (2012); e il crollo del Rana Plaza, sempre in Bangladesh (2013). Tre tragedie in cui sono morti 1.500 lavoratori.

Secondo gli attivisti della Clean Clothes Campaign e i sindacati globali IndustriALL e UNI, si tratta di una situazione inaccettabile, di un insulto per le vittime che non possono attendere ancora. Per questo è stata avviata una campagna di pressione internazionale per obbligare la KiK a rispettare gli accordi. E una petizione, lanciata da Shahida, una delle donne rimaste vedove quel maledetto 11 settembre  http://bitly.com/makekikpay 


Al via la campagna “Change your shoes” per trasformare l’industria calzaturiera.

18 organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani, dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente, provenienti dall’Europa, la Cina, l’India e l’Indonesia, lanciano la nuova campagna globale “Change your Shoes”, volta ad affrontare le violazioni sistematiche dei diritti umani che affliggono l'industria calzaturiera, tra cui le condizioni di lavoro non sicure e i salari da fame, nonché la necessità di una regolamentazione e di trasparenza.

Recenti disastri dell’industria tessile, tra cui il crollo del Rana Plaza, hanno messo in evidenza le spaventose condizioni di lavoro degli operai e delle operaie del tessile. Quello che spesso si trascura è che problemi molto simili pervadono anche altri settori di produzione di beni primari, come quello calzaturiero e degli accessori. Ad esempio i salari da fame sono una realtà purtroppo radicata, con circa il 2% del prezzo di un paio di scarpe pagato al lavoratore che le produce. Per non parlare dei rischi per la salute e per l’ambiente che si corrono in moltissime concerie a causa dell’utilizzo di Cromo III.

All’inizio dell’anno la campagna Change your Shoes ha commissionato alla Nielsen un sondaggio. È risultato che il 50% dei cittadini europei ha scarse o nessuna informazione sulla produzione delle scarpe, nonostante la dimensione industriale del settore sia immensa, con oltre 22 miliardi di paia di scarpe prodotte nel solo 2013, l’87% delle quali in Asia. Il sondaggio ha inoltre rivelato che il 63% dei cittadini ritiene che l’Europa dovrebbe imporre regolamentazioni sui beni che entrano nel mercato continentale per garantire il rispetto dei diritti dei lavoratori.

“È sorprendente quanto poco conoscano i consumatori del settore calzaturiero. La campagna Change your Shoes si occuperà di sensibilizzare i cittadini, esercitare pressioni sui marchi e chiedere ai legislatori di affrontare quei nodi chiave che favoriscono il perdurare degli abusi, come la totale mancanza di trasparenza. L’Ue, come istituzione leader democratica, deve compiere passi concreti e implementare chiare regolamentazioni che salvaguardino i diritti dei lavoratori” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti.

La campagna inoltre lancia oggi una nuova applicazione per smartphone invitando tutti e tutte a partecipare ad una marcia virtuale verso Bruxelles, chiedendo all’Ue di adottare le misure necessarie a garantire trasparenza nelle catene di fornitura calzaturiere. L’applicazione può essere scaricata qui: http://changeyourshoes.cantat.com/

SCARICA IL FACTSHEET PER APPROFONDIRE

Questo comunicato stampa è stato prodotto con l’assistenza finanziaria dell’Unione Europea. I contenuti di questo comunicato stampa sono di responsabilità della Campagna Abiti Puliti e in nessuna circostanza possono essere considerati una posizione dell’Unione Europea.


I nostri abiti hanno un difetto di fabbricazione. Rispediamoli simbolicamente ai marchi

Mentre impazzano i saldi estivi nelle città di tutto il mondo, la Clean Clothes Campaign punta i riflettori sui “difetti di fabbricazione” degli abiti con il lancio del nuovo sito Living Wage Defect. Le persone possono simbolicamente rispedire ai marchi un abito a causa del difetto da salario dignitoso e firmare la petizione in favore dei lavoratori e delle lavoratrici del tessile.

In Asia come in Europa, i lavoratori del tessile lottano per i loro salari. Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti dichiara: “I salari minimi attuali sono così bassi che i lavoratori sono costretti a vivere in povertà, senza la possibilità di offrire un futuro migliore ai loro figli. I marchi parlano di salario dignitoso da anni, ma non abbiamo ancora visto miglioramenti per i lavoratori

Un salario dignitoso dovrebbe essere guadagnato in una normale settimana lavorativa e permettere al lavoratore di acquistare cibo per se stesso e la sua famiglia, pagare l’affitto, le cure mediche, gli abiti, i trasporti, i costi di istruzione e risparmiare una piccola somma per affrontare spese impreviste. La realtà è un’altra. Una lavoratrice del Bangladesh, ad esempio, dovrebbe lavorare più di 22 ore al giorno, tutti i giorni della settimana, per raggiungere il salario dignitoso.

 

Difetto da salario dignitoso

Nella maggior parte dei casi i lavoratori del tessile guadagnano solo il 20-30% del salario dignitoso. “Se i nostri abiti fossero ridotti del 70-80% , li rispediremmo indietro. Invitiamo i consumatori a fare lo stesso per il difetto da salario dignitoso, rispedendo simbolicamente ai marchi un abito attraverso il sito Living Wage Defect” aggiunge Lucchetti.

Negli ultimi due anni, oltre 110 mila cittadini europei hanno già sottoscritto la petizione per l’istituzione del salario dignitoso nel settore tessile. Questa petizione sarà consegnata alle imprese e ai rappresentanti politici durante il Living Wage Now Forum che si svolgerà nell’Ottobre 2015 a Bruxelles.

 

Living Wage Now Forum

Dal 2013 la Clean Clothes Campaign lavora intensamente per sostenere la battaglia dei lavoratori e delle lavoratrici del tessile per il salario dignitoso, dando voce agli operai, rafforzando le organizzazioni dei lavoratori e supportando strategie concrete come l’Asia Floor Wage Alliance, iniziativa regionale impegnata unisce sindacati e organizzazioni per i diritti umani e dei lavoratori in Asia.

In Europa, la CCC ha sensibilizzato i cittadini affinché esercitassero pressioni sui marchi e sui decisori politici per intraprendere iniziative concrete e costruire un contesto normativo volto al rispetto e alla promozione del diritto al salario dignitoso nel tessile.

Il percorso culminerà con il Living Wage Now Forum, che si svolgerà dal 12 al 14 ottobre 2015 a Bruxelles: in quell’occasione la CCC chiederà alle imprese e ai decisori politici europei di discutere sui prossimi passi concreti necessari al rispetto dei diritti umani nell’industria della moda.

 

LIVING WAGE NOW

FIRMA LA PETIZIONE

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Dichiarazione della Campagna Abiti Puliti sul crollo della Jieyu Shoe Factory in Cina

La Campagna Abiti Puliti esprime tristezza e rabbia per la notizia della tragica perdita di vite umane in una fabbrica di scarpe crollata in Cina orientale sabato scorso 5 luglio, e invia le sue sentite condoglianze a tutte le famiglie colpite.

Gli ultimi rapporti suggeriscono che alla Jieyu Shoe Factory, situata nella provincia orientale di Zhejiang in Cina e crollata lo scorso 5 luglio, hanno perso la vita tra i sei e i 14 operai.
56 operai erano al lavoro quando l'edificio di quattro piani crollato. Più 30 hanno subito lesioni gravi e le squadre locali antincendio e di soccorso stanno continuando a scavare tra le macerie per recuperare i corpi. La causa del crollo del palazzo non è chiara, ma grandi e pesanti serbatoi d'acqua erano stati installati sul tetto e questo, secondo le ultime fonti, potrebbe aver contribuito.

Inoltre non è tuttora chiaro quali marchi internazionali si rifornissero alla fabbrica, anche se la zona è un centro di produzione di scarpe ben noto. Secondo la commissione turismo del governo locale la città di Wenling, dove si trovava la fabbrica della morte, produce “un quinto della produzione mondiale di scarpe”.

Il crollo accresce la lista dei disastri in materia di salute e sicurezza nel settore abbigliamento e calzature venuti prepotentemente alla ribalta internazionale con il caso Rana Plaza del 2013.

La Campagna Abiti Puliti non cessa di fare appello all’industria mondiale della moda e delle calzature affinchè apprenda dagli errori del passato e si impegni a garantire sicurezza e salubrità in tutti i luoghi di lavoro.

Esorta tutte le aziende committenti della Jieyu Shoe Factory a lavorare insieme per garantire un equo risarcimento e cure mediche appropriare alle famiglie delle vittime e alle persone colpite da questo tragico incidente.


Rana Plaza: abbiamo vinto!

La Clean Clothes Campaign (CCC) è lieta di annunciare una grande vittoria: il Rana Plaza Donors Trust Fund ha finalmente raggiunto l’obiettivo di 30 milioni di dollari grazie ad una cospicua donazione anonima.
 
La CCC ha iniziato la campagna subito dopo il crollo nell’aprile 2013 chiedendo ai marchi e ai distributori di risarcire le vittime di quel disastro. Da allora oltre un milione di consumatori in tutta Europa e nel mondo hanno partecipato alle azioni rivolte ai principali marchi che si rifornivano in una delle cinque fabbriche ospitate dal Rana Plaza. Proprio queste azioni hanno costretto molti brand a pagare i risarcimenti dovuti portando il Fondo a soli 2,4 milioni di dollari dall’obiettivo nel secondo anniversario del disatro. Una grande donazione ricevuta dal Fondo nei giorni scorsi ha infine permesso di raggiungere i 30 milioni di dollari prefissati.
 
“Oggi è un giorno importante per la giustizia e per i diritti dei lavoratori. Dopo più di due anni di campagna internazionale ininterrotta, le vittime del Rana Plana possono finalmente contare sul pieno risarcimento a loro dovuto secondo i calcoli effettuati dal Rana Plaza Trust Fund. Ciò non sarebbe stato possibile senza la pressione costante e crescente dei cittadini e dei consumatori che in tutta Europa non hanno mai smesso di chiedere giustizia per quei lavoratori” dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti. “ Avremmo voluto ottenere questo risultato molto prima. Tuttavia l’assenza di regole vincolanti per le imprese che le obblighino a risarcire in lavoratori in casi come questi mette in luce la necessità di superare meccanismi di tipo volontario che possono funzionare solo in presenza di una forte pressione pubblica”

Il Rana Plaza Donors Trust Fund è stato istituito dall’ILO nel gennaio 2014 per raccogliere i soldi da destinare alle vittime come risarcimento per la perdita di guadagni e per coprire le spese mediche. Nel novembre 2014 il Rana Plaza Coordination Committee ha annunciato che sarebbero stati necessari 30 milioni di dollari per garantire i 5000 risarcimenti previsti dal processo di valutazione. Tuttavia, a causa delle donazioni insufficienti dei marchi e dei distributori, non era stato possibile fino ad oggi completare tutti i pagamenti.
 
La Clean Clothes Campaign continuerà a sostenere le vittime Rana Plaza che stanno cercando di ottenere ulteriori risarcimenti per il dolore e la sofferenza subiti a causa della negligenza aziendale e istituzionale: risarcimenti che non rientrano nel campo di applicazione dell’Arrangement e quindi esclusi dai 30 milioni di dollari.
 
La CCC chiede inoltre modifiche strutturali a livello politico per garantire alle vittime di futuri disastri un intervento più tempestivo. Accoglie positivamente la nuova iniziativa dell’ILO in Bangladesh rivolta a sviluppare un sistema nazionale di protezione per gli infortuni sul lavoro per i 4 milioni di lavoratori tessili del Paese. Invita infine anche i politici europei a sviluppare una migliore regolamentazione delle catene di fornitura al fine di garantire che i marchi e i rivenditori si assumano adeguate responsabilità in futuro.


CCC chiede un'inchiesta sull'incendio nelle Filippine

La Clean Clothes Campaign chiede al governo delle Filippine di svolgere un’inchiesta completa e dettagliata sulle circostanze che hanno causato l’incendio della fabbrica di infradito di Manila, che ha causato la morte di almeno 72 lavoratori e lavoratrici lo scorso 13 maggio 2015.

L’incendio, probabilmente il peggiore della storia industriale filippina, è divampato quando le scintille di un impianto di saldatura, utilizzato per riparare una serranda, sono entrate in contatto con una sostanza chimica altamente infiammabile raccolta nelle vicinanze. I lavoratori sono rimasti intrappolati al secondo piano del palazzo, impossibilitati a scappare dallaefinestre chiuse con sbarre e reti metalliche. La violenza del fuoco ha reso estremamente difficile l’identificazione dei corpi e 20 lavoratori risultano ancora dispersi.

La fabbrica Kentex Manufacturing Incorporated, situata a Valenzuela City, stava producendo ciabatte di gomma per la vendita e la distribuzione in diverse parti delle Filippine. I familiari delle vittime hanno costituito la Justice for Kentex Workers Alliance e sono determinati a lottare per i loro cari.

La CCC chiede che il governo persegua i responsabili di questi decessi e fornisca un pieno risarcimento ai familiari delle vittime. Inoltre, la CCC supporta la richiesta, fatta dai gruppi impegnati nella difesa dei diritti dei lavoratori al governo, di rendere obbligatorio che le ispezioni alle fabbriche siano effettuate da ispettori indipendenti dal settore.

Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, dichiara: “Siamo di fronte all’ennesima tragedia che poteva e doveva essere evitata. Se vi fossero state ispezioni indipendenti e terze, sarebbero venute alla luce le gravi violazioni delle normative vigenti sulla sicurezza. E’ doveroso da parte del governo avviare una indagine per accertare le cause dell’incendio e identificare i responsabili. Inoltre le famiglie delle vittime hanno diritto ad in pieno e certo risarcimento

Subito dopo l’incendio Rosalinda Baldoz, Labor Secretary, ha dichiarato che la fabbrica aveva superato un controllo sul rispetto degli standard di salute e sicurezza del lavoro condotto dal Department of Labor and Employment (DOLE) nel settembre 2014. Inoltre, secondo quanto riportato, il Bureau of Fire Protection aveva fornito anche una certificazione per la sicurezza antincendio.

Tuttavia, il team di inchiesta, composto da Ong specializzate in diritti dei lavoratori che hanno visitato l’area il 14 maggio, ha riscontrato violazioni evidenti delle norme relative alla salute e sicurezza dei lavoratori, molte delle quali hanno contribuito sia alla scoppio dell’incendio che alla perdita della vite umane.

L’inchiesta ha scoperto che lo stoccaggio insicuro delle sostanze chimiche e la mancanza di una corretta etichettatura del contenuto ha fatto si che i lavoratori non fossero consapevoli dell’infiammabilità delle sostanze o delle modalità da seguire per spegnere l’incendio quando è divampato. La mancanza di adeguati sistemi di allarme antincendio, di esercitazioni di emergenza e di formazione non ha permesso ai lavoratori di fronteggiare le fiamme o scappare. Inoltre l’assenza di adeguate uscite di emergenza ha intrappolato le persone senza poter scappare. Tutte queste lacune costituiscono evidenti violazioni delle norme sulla sicurezza esistenti e avrebbero dovuto essere scoperte dalle ispezioni se fossero state condotte in maniera adeguata.

Potete sostenere le famiglie dei feriti e delle vittime mandando un messaggio attraverso questa pagina facebook e usando l’hashtag #JusticeForKentexWorkers


ATTIVATI! Manda la lettera aperta a Doutzen Kroes, modella per H&M

ATTIVATI!

Manda questa lettera a Doutzen Kroes, modella per H&M nella nuova collezione bikini, perché ci aiuti pubblicamente ad ottenere il salario dignitoso per tutti lavoratori e le lavoratrici della catena di fornitura di H&M!

Come?

  • Copia e incolla il testo sulla pagina Facebook di Doutzen: https://www.facebook.com/Doutzen
  • Mandale un tweet:
    @Doutzen complimenti per #HMSummer! Ma sai come vengono prodotti quei bikini? http://bit.ly/1c9gVKz

La lettera

Cara Doutzen,
hai appeno posato come modella per la nuova collezione bikini di H&M. Congratulazioni per le bellissime fotografie!

Ma sai dove e in che condizioni sono prodotti i bikini di H&M?
Le donne che fanno questi indumenti di H&M nell’Est Europa e in Asia guadagnano una paga molto al di sotto del salario dignitoso. Nonostante lavorino dalle 10 alle 12 ore a l giorno, non guadagnano abbastanza per provvedere all’educazione dei propri figli, a pasti sani e cure mediche. In Cambogia, dovrebbero guadagnare quattro volte quello che guadagnano ora per essere sicure che loro e le loro famiglie possano condurre una vita dignitosa.

Doutzen ti chiediamo di aiutarci a permettere che tutti i lavoratori e le lavoratrici del tessile possano conseguire un salario dignitoso. Potresti chiedere pubblicamente ad H&M di pagare un salario dignitoso e di divulgare i parametri del salario dignitoso dei progetti già in essere?
Qui trovi maggiori informazioni sul perché pensiamo che H&M debba sbrigarsi.

Grazie mille

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Somyot libero: firma la petizione per chiedere il suo rilascio

free-somyot-EngOggi sono 4 anni esatti dall’arresto di Somyot Pruksakaemsuk, il giornalista e attivista dei diritti umani thailandese. La Campagna Abiti Puliti è preoccupata per le sue condizioni fisiche e chiede il suo rilascio immediato.
L’abuso della legge sulla lesa maestà per mettere a tacere media e bloggers si è intensificato dopo il colpo di stato miliare del maggio 2014. Questo mina gravemente la libertà d’espressione e minaccia tutti i cittadini thailandesi
Fai sentire la tua voce e firma la petizione: http://www.ipetitions.com/petition/tell-thailand-free-thai-activist-somyot

Somyot ha collaborato con la Clean Clothes Campaign in numerose campagne e Azioni Urgenti. Le accuse contro di lui si basano su due articoli satirici, scritti da qualcun altro, pubblicati sul giornale Voice of Taksin (la Voce degli oppressi), ora non più esistente, e di cui al tempo Somyot era il direttore. L’Articolo 112 del codice penale thailandese stabilisce che “chiunque diffami, insulti o minacci il re, la regina, l’erede al trono o il reggente, deve essere punito con la carcerazione da tre a quindici anni”. Inoltre, poco prima del suo arresto, il 28 aprile 2011, Somyot aveva lanciato pubblicamente una petizione per rimuovere il reato di lesa maestà dal codice penale thailandese.

Il 30 aprile 2015 Somyot avrà trascorso 4 anni dietro le sbarre, durante i quali tutte e 16 le sue richieste di cauzione sono state respinte. Somyot soffre di gotta e ipertensione e ci sono serie preoccupazioni che il trattamento medico che sta ricevendo nel carcere Bangkok Remand non sia sufficiente.

Fai sentire la tua voce e firma la petizione: http://www.ipetitions.com/petition/tell-thailand-free-thai-activist-somyot


Parte la campagna “Change Your Shoes”. Bene il regolamento sul Cromo VI, ma serve di più

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Photo by GMB Akash

Dal 1 maggio 2015 l'Unione Europea vieterà i prodotti in pelle che superano un valore critico di Cromo VI. È un passo importante per proteggere i consumatori europei dai prodotti in pelle nocivi, ma non per tutelare le persone che lavorano nelle concerie e nei calzaturifici. Pertanto, la nuova campagna Change Your Shoes propone di migliorare le condizioni sociali ed ecologiche nell’industria delle calzature e del cuoio. Inoltre, segnala la necessità di una maggiore trasparenza nel modo in cui i consumatori sono informati sui prodotti che acquistano e indossano.

E’ preoccupante che i consumatori europei corrano dei rischi per la loro salute indossando scarpe di pelle. Così come è allarmante che i lavoratori e le lavoratrici delle concerie e dei calzaturifici in India e Bangladesh siano ancora più a rischio lavorando con sostanze chimiche senza alcuna protezione e in costante contatto con il cuoio inquinato” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, tra i promotori della campagna Change Your shoes. “Il Cromo VI dovrebbe essere stato vietato da molto tempo. Il nuovo regolamento dell’Unione Europea è un primo passo ma resta da valutare la sua efficacia e i suoi effetti positivi per i lavoratori e le lavoratrici del settore”.

La concia chimica con il Cromo VI è una tecnica utilizzata nell’80-85% della produzione mondiale di pelletteria. In alcuni casi viene usato il Cromo III che però, in determinate circostanze, può trasformarsi in Cromo VI, altamente tossico per l’uomo e causa di malattie della pelle e respiratorie.

A differenza dell’industria tessile, le cattive condizioni sociali dei processi produttivi nel settore calzaturiero sono quasi del tutto sconosciute. Nei prossimi tre anni il progetto Change Your Shoes effettuerà delle ricerche sulle condizioni ambientali e di lavoro nell’industria delle calzature e del cuoio e favorirà il confronto tra i cittadini europei, i decisori politici e le imprese sui risultati riscontrati. “Il nostro scopo è quello di migliorare le condizioni in cui vengono prodotte le nostre scarpe cercando, tra le altre cose, di cambiare le abitudini di consumo dei cittadini europei, chiedendo che venga vietato l’utilizzo di cromo nella concia delle pelli e vengano aumentati i salari dignitosi nelle concerie e nei calzaturifici” ricorda ancora Deborah Lucchetti.

Change Your Shoes è parte dell'Anno europeo per lo sviluppo con il motto 'Il nostro mondo, la nostra dignità, il nostro futuro'. L'UE è un attore importante nella protezione dei lavoratori e dei consumatori dai prodotti pericolosi e nell'implementazione di una catena di fornitura etica e sostenibile del settore calzaturiero.

Change your Shoes è un’iniziativa europea delle organizzazioni che si occupano di diritti umani e diritti dei lavoratori, 15 organizzazioni europee e 3 asiatiche insieme per una catena di fornitura etica e sostenibile nel settore calzaturiero. La campagna mira a migliorare le condizioni sociali ed ecologiche dell’industria delle calzature e del cuoio sensibilizzando i consumatori sulle loro scelte di vita, sollecitando cambiamenti nelle politiche pubbliche e rafforzando la responsabilità delle imprese.


Secondo anniversario Rana Plaza: la responsabilità di Benetton vale molto più di 1 milione di dollari

copertina_rana_plaza_protestSiamo preoccupati per il recente annuncio di Benetton di voler versare nel Fondo per i risarcimenti per le vittime del Rana Plaza appena 1,1 milioni di dollari, a fronte della nostra richiesta di almeno 5 milioni di dollari.

Il contributo limitato di Benetton lascia le famiglie delle vittime ancora senza un adeguato risarcimento, confermando la crisi finanziaria del Fondo, a cui mancano ancora 6 milioni di dollari per raggiungere il totale previsto.

È evidente che Benetton ha cercato di legittimare il suo contributo assumendo la PWC per determinare la cifra da versare. Restano però forti dubbi sulla reale esperienza e competenza di questa società in tema di diritti umani tali da dirimere una questione così complicata.

La metodologia utilizzata dalla PWC per calcolare la cifra che Benetton deve versare nel Fondo è sbagliata. L’azienda ha tentato di eseguire il calcolo in base ai rapporti commerciali di Benetton con la fabbrica da cui si riforniva. Non crediamo sia un metodo corretto, ma anche se si volesse prenderlo per buono, bisogna essere precisi su una serie di altri fattori:

  • L’ammontare totale della produzione di tutte e cinque le fabbriche del Rana Plaza nel periodo stabilito;
  • Il totale della produzione di Benetton in quel periodo;
  • La cifra totale necessaria per un pieno risarcimento;
  • Gli altri marchi presenti in tutte le cinque fabbriche in quel periodo;
  • Le percentuali di produzione per ciascuno di questi marchi (per garantire una piena copertura)

A parte il totale necessario al pieno risarcimento, calcolato e sottoscritto attraverso il Rana Plaza Arrangement (un processo che ha coinvolto tutti gli attori rilevanti, compresi i rappresentanti dei marchi), tutte le informazioni relative agli altri fattori fornite dalla PWC si basano su congetture, ipotesi e dati incompleti, per stessa ammissione dell’azienda nelle prime pagine della sua relazione.

PWC presuppone che l’impegno di Benetton nei confronti delle vittime sia strettamente legato alla sua quota di produzione nelle fabbriche dell’edificio, ignorando una serie di elementi che aumentano il livello di responsabilità di Benetton:

  • Il fatto che Benetton abbia mentito pubblicamente sulle sue relazioni con il Rana Plaza nelle settimane successive al disastro, negando inizialmente qualsiasi legame con l’edificio e successivamente, dopo essere stata costretta ad ammettere che i suoi beni venivano prodotti anche li, sottostimando continuamente l’entità del suo rapporto con la più grande fabbrica dell’edifico – nonostante altri brand avessero già ammesso le proprie responsabilità
  • Il fatto che Benetton abbia trascinato per due anni questa storia del risarcimento contribuendo ad aggravare il ritardo nei pagamenti
  • Il fatto che Benetton, per sua stessa ammissione, abbia prodotto nel Rana Plaza più di un quarto di milione di pezzi, lavorando con la fabbrica per oltre otto mesi, senza mai compiere nessun passo per accertare la condizioni di sicurezza dei lavoratori, nonostante abbia condotto diverse visite di controllo della qualità della produzione
  • Il fatto che Benetton, la cui società madre registra un fatturato di 15 miliardi di dollari all’anno, possa permettersi di pagare molto di più di altri marchi coinvolti nel caso

Queste sono le ragioni per concludere che il livello di responsabilità di Benetton verso le vittime è molto più grande di quello di moli altri marchi, ma nessuna di queste viene riconosciuta, né tantomeno presa in considerazione, nella valutazione della PWC

Il report della PWC è in realtà utile per un altro motivo: documenta, in maniera dettagliata, l’enorme relazione di Benetton con la New Wave Style, la più grande fabbrica del Rana Plaza, mostrando ancor più di prima quanto l’azienda si sia dimostrata sfacciata nelle settimane immediatamente successive al disastro.

La relazione della PWC mostra che

  • la New Wave Style ha prodotto numerosi ordini per la Benetton;
  • questi ordini (e le 39 relative fatture) sono stati spediti direttamente dal Rana Plaza alla Benetton e Benetton ha pagato direttamente la New Wave Style tutte e 39 le volte;
  • il personale di Benetton ha visitato diverse volte il Rana Plaza per controllare le attività della New Wave Style;
  • i lavoratori del Rana Plaza hanno inviato un ordine alla Benetton appena 11 giorni prima del crollo

Alla luce di questo, l’affermazione di Benetton “nessuna delle aziende coinvolte è un fornitore dei nostri brand” può essere vista solo come una sfacciata e cinica menzogna di cui l’azienda, ad oggi, non si è ancora mai scusata.

Pertanto, sulla base di tutte queste motivazioni, chiediamo fortemente a Benetton di aumentare in maniera sostanziosa il suo contributo.

È importante ribadire, e questo è un fatto, che nonostante il significativo rapporto con la fabbrica New Wave Style, Benetton non abbia applicato la dovuta diligenza per accertare la sicurezza dell’edificio: se l’avesse fatto il Rana Plaza non sarebbe crollato. Già solo per questo, Benetton è responsabile della morte e della mutilazione di migliaia di persone e deve aumentare il suo contributo prendendo anche in considerazione l’opportunità di versare gli altri 6 milioni di dollari che mancano nel Fondo.