(2017) REPORT - Europe's sweatshop - L'Europa dello sfruttamento

Un nuovo rapporto della Clean Clothes Campaign rivela condizioni di grave sfruttamento nella produzione di abbigliamento e calzature “Made in Europe”

Un nuovo rapporto della Clean Clothes Campaign, Europe’s Sweatshops, documenta i salari da fame endemici e le dure condizioni di lavoro nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa. Ad esempio, molti lavoratori in Ucraina, nonostante gli straordinari, guadagnano appena 89 euro al mese in un Paese in cui il salario dignitoso dovrebbe essere almeno 5 volte tanto. Tra i clienti di queste fabbriche ci sono marchi globali come Benetton, Esprit, GEOX, Triumph e Vera Moda.

Per questi marchi i Paesi dell’Est e Sud-Est Europa rappresentano paradisi per i bassi salari. Molti brand enfatizzano l’appartenenza al “Made in Europe”, suggerendo con questo concetto “condizioni di lavoro eque”. In realtà, molti dei 1,7 milioni di lavoratori e lavoratrici di queste regioni vivono in povertà, affrontano condizioni di lavoro pericolose, tra cui straordinari forzati, e si trovano in una situazione di indebitamento significativo.

Queste fabbriche di sfruttamento offrono lavoratori economici, anche se qualificati e professionali. Troppo spesso i salari mensili della maggior parte della forza lavoro femminile raggiungono appena la soglia del salario minimo legale, che varia dagli 89 euro in Ucraina ai 374 euro in Slovacchia. Ma il salario dignitoso, quello che permetterebbe a una famiglia di provvedere ai bisogni primari, dovrebbe essere quattro o cinque volte superiore e in Ucraina, ad esempio, questo vorrebbe dire guadagnare almeno 438 euro al mese.

I salari minimi legali in questi Paesi sono attualmente al di sotto delle loro rispettive soglie di povertà e dei livelli di sussistenza. Le conseguenze sono terribili. “A volte semplicemente non abbiamo niente da mangiare”, ha raccontato una lavoratrice ucraina. “I nostri salari bastano appena per pagare le bollette elettriche, dell’acqua e dei riscaldamenti” ha detto un’altra donna ungherese.

Le interviste a 110 lavoratrici e lavoratori di fabbriche di abbigliamento e calzature in Ungheria, Ucraina e Serbia hanno rivelato che molti di loro sono costretti ad effettuare straordinari per raggiungere i loro obiettivi di produzione. Ma nonostante questo, difficilmente riescono a guadagnare qualcosa in più del salario minimo.

Molti degli intervistati hanno raccontato di condizioni di lavoro pericolose come l’esposizione al calore o a sostanze chimiche tossiche, condizioni antigieniche, straordinari forzati illegali e non pagati e abusi da parte dei dirigenti. I lavoratori intervistati si sentono intimiditi e sotto costante minaccia di licenziamento o trasferimento.

Quando i lavoratori serbi chiedono perché durante la calda estate non c’è aria condizionata, perché l’accesso all’acqua potabile è limitato, perché sono costretti a lavorare di nuovo il sabato, la risposta è sempre la stessa: “Quella è la porta

Ci pare evidente che i marchi internazionali stiano approfittando in maniera sostanziosa di un sistema foraggiato da bassi salari e importanti incentivi governativi” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “In Serbia, ad esempio, oltre ad ingenti sovvenzioni, le imprese estere ricevono aiuti indiretti come esenzione fiscale fino a per dieci anni, terreni a titolo quasi gratuito, infrastrutture e servizi. E nelle zone franche sono pure esentate dal pagamento delle utenze mentre i lavoratori fanno fatica a pagare le bollette della luce e dell’acqua, in continuo vertiginoso aumento” continua Deborah Lucchetti.

Le fabbriche citate nel rapporto producono tutte per importanti marchi globali: tra questi troviamo Benetton, Esprit, GEOX, Triumph e Vera Moda. La Campagna Abiti Puliti chiede ai marchi coinvolti di adeguare i salari corrisposti al livello dignitoso e di lavorare insieme ai loro fornitori per eliminare le condizioni di lavoro disumane e illegali documentate in questo rapporto.


Il governo del Bangladesh continua a violare gli impegni assunti

Non ci sono più scuse: nuovi fatti rivelano il fallimento del Bangladesh nelle fare le riforme del lavoro mentre l’Europa rimane a guardare

Alla luce dei fatti evidenziati nel nuovo rapporto pubblicato oggi, i sindacati e le organizzazioni di attivisti del lavoro rinnovano alla Commissione Europea la richiesta di onorare la promessa di avviare un’indagine commerciale in Bangladesh, a seguito del perdurante fallimento del governo nel fare urgentemente le necessarie riforme di legge e delle politiche di governo dei diritti sindacali nell’industria dell’abbigliamento del paese.

In un nuovo rapporto inviato oggi alla Commissione Europea, la Clean Clothes Campaign, l’International Trade Union Confederation, l’European Trade Union Confederation, IndustriALL Global Union e UNI Global Union dimostrano che, nonostante la firma del “Sustainability Compact” con l’Unione Europea quattro anni fa, il governo del Bangladesh continua a violare gli impegni assunti, non realizzando le riforme vitali necessarie a garantire che l’industria dell’abbigliamento rispetti i principali standard internazionali del lavoro.

Il rapporto si concentra su quattro settori chiave che restano i principali ambiti di preoccupazione per l’Unione europea, l’ILO, i sindacati e gli attivisti per i diritti del lavoro, oltre ad altri portatori di interesse della comunità internazionale a seguito del crollo catastrofico dell’edificio Rana Plaza in Bangladesh. Si tratta della riforma del diritto del lavoro, della libertà di associazione sindacale nelle zone franche per l’esportazione (EPZ), del miglioramento della procedura di registrazione dei sindacati e della cessazione dei fenomeni diffusi di discriminazione anti-sindacale.

Il Sustainability Compact per il Bangladesh comprende una serie di azioni specifiche e temporanee nei quattro ambiti che il governo del Bangladesh si è impegnato ad attuare quando ha firmato il Compact nel 2013. Tuttavia, sebbene il Bangladesh continui a fallire nell’implentazione delle azioni necessarie, l’UE tarda nell’avviare un’indagine commerciale in Bangladesh per confermare in che misura siano soddisfatti i principali diritti del lavoro e dei diritti umani.

Lo scorso maggio la Commissione Europea aveva esteso il termine di attuazione delle azioni di adeguamento ad agosto 2017, quando il governo del Bangladesh avrebbe dovuto fornire all’UE “progressi tangibili” per poter conservare l’idoneità all’accesso commerciale preferenziale dell’UE. Questa estensione della scadenza è giunta a seguito di una serie di estensioni precedenti ed è oggi passata senza alcuna conseguenza. Ciò è indicativo della riluttanza della Commissione Europea ad utilizzare il suo potere nel richiamare il governo del Bangladesh alle sue responsabilità.

Come principale partner commerciale del Bangladesh, l’Unione Europea ha sia il potere che la responsabilità di contribuire ad assicurare che gli standard di lavoro in Bangladesh siano rispettati. Il nuovo rapporto include una serie di casi studio che sottolineano come i sindacalisti continuano a fronteggiare forti discriminazioni e violenze. Questi casi, associati alla repressione delle proteste pacifiche per i salari avvenute all’inizio dell’anno, dimostrano che il dialogo avviato è stato un approccio completamente inefficace per assicurare un cambiamento significativo in Bangladesh.

ITUC, IndustriALL, UNI, ETUC e CCC sollecitano la Commissione Europea a smettere di prolungare le scadenze e ad agire nei confronti del governo del Bangladesh avviando un’indagine commerciale sulla sua ammissibilità all’accesso preferenziale al mercato dell’Unione europea, al fine di esercitare pressioni sul Bangladesh perchè intraprenda riforme del lavoro significative. Un’indagine commerciale potrà fornire ampie possibilità al governo del Bangladesh di fare la cosa giusta, ma fornirà anche lo stimolo necessario per il cambiamento.

Scarica il rapporto completo “The European Union and the Bangladesh garment industry: the failure of the Sustainability Compact


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L'Accordo per il Bangladesh viene rinnovato con notevoli miglioramenti

Washington, Toronto, Amsterdam e Roma, 29 giugno – Oggi le federazioni sindacali globali Industriall e UNI annunciano l’accordo raggiunto con i marchi e i distributori per il rinnovo dell’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici. Ad oggi 13 marchi hanno firmato il nuovo accordo e altri 8 hanno assunto l’impegno di firmarlo, con molti altri che probabilmente seguiranno nelle prossime settimane.

Si tratta dell’innovativo Accordo sulla sicurezza fondato su impegni vincolanti e esecutivi per i marchi dell’abbigliamento al fine di garantire l’identificazione e la correzione dei rischi presso le loro fabbriche in Bangladesh. L’Accordo ha coordinato i lavori di ristrutturazione delle fabbriche coinvolte – dall’installazione delle porte antincendio al rinforzo di colonne strutturali pericolose – migliorando la sicurezza per milioni di lavoratori.

ll nuovo Accordo, che entrerà in vigore nel maggio del 2018 a scadenza dell’attuale, estende il programma per altri tre anni. Ciò comporta la prosecuzione di ispezioni robuste e indipendenti sulla sicurezza per garantire che i progressi raggiunti nel primo periodo siano mantenuti e che i proprietari delle fabbriche non tornino alle pratiche insicure del passato.

Il nuovo Accordo, come il primo, è siglato tra sindacati, marchi di abbigliamento e distributori e include, in qualità di “testimoni”, quattro organizzazioni non governative per i diritti del lavoro: la Clean Clothes Campaign, l’International Labor Rights Forum, il Maquila Solidarity Network e il Worker Rights Consortium.

Come dichiara Ineke Zeldenrust della Clean Clothes Campaign “Il rinnovo dell’Accordo garantisce la prosecuzione del programma più efficace per garantire la sicurezza nelle fabbriche nell’era contemporanea della produzione globale di abbigliamento. L’accordo ha già generato più di 100.000 miglioramenti documentati sulla sicurezza in più di 1.500 fabbriche di confezionamento che impiegano più di 2.5 milioni di lavoratori.”

L’Accordo è l’antidoto ai sistemi volontari di ispezione che hanno fallito miseramente nel proteggere i lavoratori in Bangladesh e che hanno portato al crollo catastrofico del Rana Plaza” dichiara Scott Nova, Direttore Esecutivo del Workers Rights Consortium. “L’Accordo è un modello che sostituisce le promesse volontarie con impegni obbligatori, assicura severe conseguenze economiche per i fornitori che rifiutano di operare in sicurezza e richiede ai marchi committenti di assicurare che questi possano permettersi il costo dei lavori di ristrutturazione. Il rinnovo dell’Accordo testimonia l’efficacia di questo nuovo modello

Judy Gearhart Direttore Esecutivo dell’ International Labor Rights Forum aggiunge: “chiediamo ai marchi e distributori che si riforniscono in Bangladesh di siglare il nuovo accordo. Crediamo che le imprese davvero responsabili lo faranno

L’obiettivo dell’estensione è assicurare che i progressi raggiunti in questi anni siano mantenuti e che i lavoratori di nuove fabbriche siano ricondotti entro il contesto protettivo dell’Accordo, in funzione dei fornitori che i marchi e i distributori firmatari inseriranno nella loro filiera produttiva. Il nuovo Accordo mira anche a sostenere miglioramenti al regime pubblico di regolamentazione del Bangladesh.

Scopo del nuovo Accordo per ulteriori 3 anni non è concedere altro tempo per completare le misure richieste alle imprese attualmente coinvolte nei piani di risanamento. Tutte le imprese attualmente coinvolte dall’Accordo devono infatti completare i piani di azione correttivi entro le scadenze previste e non oltre maggio del 2018. L’ispettorato istituito dall’Accordo garantirà il rispetto di queste scadenze.

Per i lavoratori il nuovo Accordo presenta notevoli miglioramenti rispetto all’originale, incluso un mandato a pagare trattamenti di fine rapporto per le fabbriche che chiudono o si trasferiscono per ragioni di sicurezza, protezione per i rappresentanti sindacali che fronteggiano rappresaglie da parte del proprio datore di lavoro quando richiedono maggiore sicurezza e miglioramenti del meccanismo di risoluzione delle controversie, che vincola i marchi al rispetto dei loro impegni.

Secondo Gearhart: “Il nuovo Accordo non contiene tutti i miglioramenti che i sindacati e le ONG avrebbero voluto, ma mantiene tutti gli elementi critici dell’originale e aggiunge nuove preziose disposizioni“.

Il nuovo Accordo apre anche ad una possibile espansione negoziata del suo scopo, per includere fabbriche che fanno prodotti collegati come tessuti per la casa e calzature, filati e stoffa. Tali fabbriche sono oggi al di fuori del perimetro dell’attuale Accordo, lasciando i lavoratori senza protezione. “Accogliamo con favore il linguaggio nel nuovo accordo che consente potenziali negoziati per includere fabbriche fuori dall’attuale ambito dell’accordo“, ha dichiarato Deborah Lucchetti portavoce della Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della Clean Clothes Campaign).

Afferma Lynda Yanz, direttore esecutivo della rete di solidarietà di Maquila, “L’Accordo non ha ancora raggiunto tutti i suoi obiettivi ma si è già distinto per il grande avanzamento rispetto a tutte le iniziative che l’hanno preceduto. L’accordo è stato indubbiamente impegnativo da mettere in atto ed ha incontrato molti ostacoli, con i lavori di ristrutturazione molto in ritardo rispetto al programma. Tuttavia i progressi realizzati sono reali e implicano decine di migliaia di miglioramenti alla sicurezza documentati che hanno ridotto i rischi per milioni di lavoratori “.

Aggiunge ancora Nova “Per quanto riguarda i diritti del lavoro nelle catene di approvvigionamento, la retorica spesso sostituisce l’azione e il tipo di progresso concreto e oggettivamente misurabile per i lavoratori che l’Accordo ha prodotto è ancora poco diffuso. Ecco perché era vitale rinnovarlo

Il testo del nuovo Accordo
http://bangladeshaccord.org/wp-content/uploads/2018-Accord-full-text.pdf

L’annuncio delle Federazioni sindacali globali
http://www.industriall-union.org/leading-fashion-brands-join-with-unions-to-sign-new-bangladesh-accord-on-fire-and-building-safety.


Un passo avanti: campagna sulla trasparenza nel settore delle calzature

Continua la campagna per chiedere ai grandi marchi trasparenza sulle loro filiere di produzione. Accanto alla petizione #GoTransparent accompagnata dal report Segui il filo, che si focalizza sull’industria dell’abbigliamento, le organizzazioni di Change your Shoes lanciano la campagna “Step Up / Un passo avanti” per chiedere trasparenza nel settore delle calzature.

Le poche norme sulla sicurezza e i salari bassi dei lavoratori dell’abbigliamento sono ampiamente conosciuti, ma raramente sentiamo notizie sulle persone che fanno le nostre scarpe. Ora attivisti in tutta Europa stanno invitando i marchi produttori di scarpe a smettere di nascondersi e ad assumersi la responsabilità delle condizioni nelle proprie catene di fornitura, dove i lavoratori patiscono salari da povertà e condizioni lavorative pericolose.
L’85% della pelle venduta nell’UE viene conciata con il cromo. Durante il processo produttivo i lavoratori sono esposti a sostanze chimiche che possono causare asma, cancro della pelle e altre malattie mortali. Uno dei lavoratori intervistato durante la creazione di un rapporto Change Your Shoes, ad esempio, per l’esposizione a queste sostanze chimiche ha avuto tumori in tutto il corpo.

In altri luoghi troviamo lavoratrici domestiche che per cucire tomaie in pelle per le nostre scarpe lavorano in modo intenso e senza pause. Ma, come parte finale della complessa catena di fornitura, queste donne sono spesso invisibili ai grandi marchi: invece soffrono di problemi di salute dovuti al lavoro ripetitivo e purtroppo sono anche particolarmente vulnerabili allo sfruttamento da parte dei loro datori di lavoro.

La campagna “Step Up/Fai un Passo Avanti”, lanciata il 9 maggio (in occasione dello Europe Day), invita i principali marchi di scarpe europei a seguire la crescente tendenza verso una maggiore trasparenza, rendendo pubblica la lista dei propri fornitori, e mostrando di non temere di mostrarsi responsabili sulle condizioni lavorative in cui vengono realizzati i propri prodotti. Chiede anche di adottare misure per proteggere i lavoratori da condizioni pericolose come le sostanze chimiche utilizzate nel processo di conciatura e garantire che i lavoratori siano trattati in modo equo, in linea con le proprie responsabilità basate sulle linee guida dell’ONU.

Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti ha dichiarato: “La trasparenza è uno strumento importante per migliorare le condizioni dei lavoratori delle scarpe. Se sappiamo quali marchi acquistano da quali fabbriche, possiamo chiedergli di assumersi le loro resposnabilità, e i lavoratori saranno in grado di richiedere risarcimenti e esporre le proprie considerazioni o preoccupazioni sulla sicurezza e sul salario a chi di dovere. Inoltre, i cittadini dell’UE potranno accedere alle informazioni e compiere scelte consapevoli sulle proprie scarpe“.

La campagna Change Your Shoes sta chiedendo a Deichmann, Camper, Prada, Birkenstock, CCC e Leder & Schuh di pubblicare i nomi e gli indirizzi di tutti i propri fornitori, di abbandonare l’uso di sostanze chimiche pericolose e garantire condizioni di lavoro eque e sicure per le persone che producono le loro scarpe.

Non abbiamo accesso a molte informazioni sulle condizioni di lavoro nell’industria delle calzature perché molti marchi mantengono segrete le loro catene di fornitura“, ha contiunato Deborah Lucchetti. “Questo deve cambiare”.

Scarica il factsheet


È giunto il momento per la Commissione Europea di imporre la trasparenza nelle catene di fornitura dell'abbigliamento

Oggi, 27 aprile 2017, “l’iniziativa faro della UE sul settore dell’abbigliamento” è stato approvata dal Parlamento europeo in seduta plenaria con una grande maggioranza dei voti.

È importante che, oltre a promuovere iniziative volontarie, il Parlamento europeo inviti la Commissione a presentare una proposta legislativa sull’obbligatorietà dell’applicazione della due diligence nelle catene di fornitura del settore tessile in linea con i nuovi orientamenti OCSE in materia di due diligence nel settore dell’abbigliamento e della calzatura. Il Parlamento europeo chiede inoltre alla Commissione di avviare un’iniziativa per la divulgazione obbligatoria dei siti produttivi e “sottolinea la necessità di raccogliere e pubblicare dati completi sul rendimento della sostenibilità aziendale attraverso l’elaborazione di definizioni e standard comuni per la raccolta e il confronto di dati statistici, in particolare sulle importazioni generali“.

In linea con il presente invito del Parlamento europeo, oggi la Clean Clothes Campaign insieme a 78 organizzazioni della società civile invia una lettera comune per invitare la Commissione Europea a rendere obbligatoria per le imprese la pubblicazione della lista completa dei fornitori, inclusi i nomi, i contatti, gli indirizzi dei siti produttivi, su base regolare e accessibile. La trasparenza è un prerequisito fondamentale per verificare l’effettivo rispetto dei diritti umani e del lavoro in qualunque fase produttiva, ovunque essa avvenga nel mondo.


Rana Plaza: 4 anni dopo poco è cambiato

Il 24 aprile 2017 la rete della Clean Clothes Campaign ricorderà coloro che sono rimasti uccisi e feriti al Rana Plaza, l’edificio a più piani che è crollato in Bangladesh quattro anni fa. In una dichiarazione rilasciata oggi la Clean Clothes Campaign invia i suoi pensieri e la sua vicinanza a coloro che soffrono per i propri cari e coloro che soffrono ancora per le cicatrici fisiche e psicologiche lasciate dal disastro.

La Clean Clothes Campaign ricorda il quarto anniversario del Rana Plaza, definendo una serie di azioni fondamentali da parte dei governi, dei marchi e dei datori di lavoro per garantire la sicurezza, i diritti dei lavoratori e la trasparenza. Queste azioni sono necessarie per ottenere quel cambiamento strutturale promesso in seguito al disastro.

Nella sua dichiarazione disponibile on line, la Clean Clothes Campaign affronta una serie di problemi ricorrenti che affliggono l’industria dell’abbigliamento e che sono stati particolarmente evidenziati dal disastro di Rana Plaza. Quando l’edificio, che ospitava cinque fabbriche di indumenti, è crollato non era stato adeguatamente ispezionato, i suoi lavoratori non erano organizzati in un sindacato e non c’erano dati pubblici sui marchi committenti.

L’Accordo legalmente vincolante sulla sicurezza e la prevenzione degli incendi è stato istituito a seguito del disastro per assicurare che vengano effettuate ispezioni corrette e siano risolti i problemi rilevati. Ciò ha portato ad un significativo miglioramento della sicurezza delle fabbriche in Bangladesh tuttavia l’avanzamento verso un’industria dell’abbigliamento più sicura è ostacolato dalla continua repressione dei diritti dei lavoratori e dal segreto ingiustificato che avvolge le filiere produttive e non rivela dove i marchi di abbigliamento producono i loro beni.

Questo livello di segretezza ha anche ostacolato la campagna di risarcimento che ha seguito il crollo del Rana Plaza. Gli attivisti e i giornalisti hanno dovuto ricercare tra le macerie le etichette e documenti necessari per dimostrare il legame tra marchi e fabbriche di produzione. Come sottolinea Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti (Clean Clothes Campaign italiana): “I lavoratori non dovrebbero rischiare la propria vita o il posto di lavoro per cercare di trafugare etichette e documenti fuori da una fabbrica per farsi ascoltare. I lavoratori hanno il diritto di sapere per chi producono e i consumatori dovrebbero sapere dove vengono prodotti i vestiti che acquistano “.

La Clean Clothes Campaign, nella sua dichiarazione, ha sviluppato una serie di azioni chiare, semplici e realizzabili che, se assunte dai marchi e dai governi, ci avvicinerebbero all’industria sostenibile promessa ai lavoratori del settore e ai consumatori all’indomani della tragedia. Queste azioni includono l’estensione dell’attuale Accordo oltre il periodo iniziale di validità di cinque anni e il suo rafforzamento. La Clean Clothes Campaign invita inoltre i marchi e i distributori a migliorare la trasparenza della loro catena di approvvigionamento, consentendo ai lavoratori e ai consumatori di monitorare più attentamente le condizioni di lavoro. Inoltre la dichiarazione evidenzia la necessità di un’azione maggiore da parte dell’Unione Europea – il principale mercato di esportazioni del Bangladesh – finalizzata ad utilizzare gli accordi commerciali per far rispettare i diritti sindacali in Bangladesh e ad approvare una normativa che obbliga i marchi e i distributori a rendere pubblica la loro catena di approvvigionamento.

In occasione del quarto anniversario della più grave catastrofe nell’industria dell’abbigliamento, chiediamo ai governi e ai marchi di agire adesso per mantenere la promessa di lavorare per il cambiamento.

Leggi la dichiarazione completa della Clean Clothes Campaign qui: http://www.abitipuliti.org/wp-content/uploads/2017/04/Dichiarazione-anniversario-Rana-Plaza.pdf


(2017) REPORT - Segui il filo: alla ricerca della trasparenza di filiera nell’industria dell’abbigliamento e delle calzature

Molte più aziende dell’abbigliamento e delle calzature dovrebbero unirsi alle 17 che già sono in linea con una nuova importante iniziativa per la trasparenza, secondo il rapporto lanciato oggi da una coalizione di gruppi di difesa dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori. L’iniziativa impegna le aziende a pubblicare le informazioni che permettano a sostenitori dei diritti, lavoratori e consumatori di scoprire dove vengono realizzati i loro prodotti.
Il rapporto di 40 pagine Segui il filo: alla ricerca della trasparenza di filiera nell’industria dell’abbigliamento e delle calzature, arriva poco prima del quarto anniversario della tragedia del crollo del Rana Plaza in Bangladesh. Chiede nello specifico ai marchi di adottare l’”Iniziativa per la trasparenza nella catena di fornitura dell’abbigliamento e delle calzature”. Le aziende che vi aderiscono si impegnano a pubblicare informazioni che identifichino le fabbriche che realizzano i loro prodotti, rimuovendo un ostacolo fondamentale per sradicare pratiche di lavoro abusive e aiutando a prevenire disastri come quello del Rana Plaza.
La coalizione ha contattato 72 aziende e chiesto loro di adottare e dare piena attuazione all’iniziativa. Il documento riporta le loro risposte in maniera dettagliata e valuta le pratiche di trasparenza messe in atto in relazione all’impegno richiesto dall’iniziativa stessa.
Un livello minino di trasparenza nella catena di fornitura dell’industria tessile dovrebbe essere la norma nel 21° secolo” dichiara Aruna Kashyap, Senior Counsel della divisione diritti delle donne di Human Rights Watch. “Un atteggiamento di apertura rispetto ai propri fornitori è utile per i lavoratori, per i diritti umani e mostra la buona volontà delle aziende nel prevenire abusi lungo la catena di fornitura”.
Il crollo dell’edificio Rana Plaza il 24 aprile 2013 ha ucciso in Bangladesh più di 1.100 lavoratori tessili e ne ha feriti più di 2.000. Fu preceduto da due grossi incendi,  uno divampato nella fabbrica Ali Enterprises in Pakistan e l’altro alla Tazreen Fashions in Bangladesh, che uccisero più di 350 persone e ne ferirono gravemente molte altre. Non potendo determinare quali aziende si rifornissero presso quelle fabbriche, i sostenitori dei diritti dei lavoratori dovettero andare alla ricerca di etichette tra le macerie ed intervistare i sopravvissuti per scoprire chi fossero i responsabili.
Alla fine del 2016, almeno 29 marchi globali dell’abbigliamento avevano pubblicato alcune informazioni sulle fabbriche che confezionano i loro prodotti. Sulla scia del momento favorevole, nel 2016, una coalizione di nove organizzazioni sindacali e di difesa dei diritti umani e dei lavoratori ha ideato l’Iniziativa, il cui obiettivo è creare parità di condizioni nel settore dell’abbigliamento e portarlo verso uno standard minimo di pubblicazione delle informazioni sulle fabbriche fornitrici.
La coalizione è composta da: Clean Clothes Campaign, Human Rights Watch, IndustriALL Global Union, International Corporate Accountability Roundtable, International Labor Rights Forum, International Trade Union Confederation, Maquila Solidarity Network, UNI Global Union e Worker Rights Consortium.
I membri della coalizione hanno scritto a 72 aziende – comprese 23 che già stavano pubblicando informazioni sui fornitori – chiedendo loro di adottare e dare attuazione all’Iniziativa per la Trasparenza. In quel momento molte aziende, tra le quali alcune che si riforniscono in paesi con persistenti violazioni dei diritti dei lavoratori, non avevano pubblicato alcuna informazione sui loro fornitori.
L’Iniziativa per la Trasparenza prende spunto dalle buone pratiche delle aziende globali nel settore dell’abbigliamento e stabilisce un requisito minimo, e non un limite massimo, per la trasparenza nella catena di fornitura. Chiede ai marchi di pubblicare importanti informazioni sui fornitori e sui loro subfornitori autorizzati. Queste informazioni contribuiscono all’affermazione dei diritti dei lavoratori, allo sviluppo delle pratiche di business responsabile e di applicazione della due diligence sui diritti umani. Infine stimola la creazione di un clima di fiducia tra i vari attori così come previsto dai Principi Guida dell’ONU su imprese e diritti umani.
Molti importanti investitori hanno iniziato a chiedere ai marchi di pubblicare informazioni sui loro fornitori. Recentemente, la Corporate Human Rights Benchmark, supportata da 85 investitori che rappresentano 5,3 trilioni di dollari in asset, ha inserito nelle schede di valutazione dei marchi la trasparenza della catena di fornitura, chiedendo loro di pubblicare almeno i nomi delle fabbriche che producono per loro.
Dopo il Rana Plaza e gli altri disastri, i gruppi in difesa dei diritti umani, i sindacati e alcune aziende e investitori hanno capito quanto la trasparenza sia importante per prevenire gli abusi ed assicurare responsabilità” dichiara Ben Vanpeperstraete, coordinatore delle attività di lobby e advocacy della Clean Clothes Campaign. “Le aziende devono mettere in pratica la trasparenza per dimostrare che rispettano i diritti umani e garantiscono condizioni di lavoro dignitose”.
La trasparenza è uno strumento molto potente per promuovere la responsabilità di impresa verso i lavoratori del tessile lungo tutta la catena di fornitura, secondo la Coalizione. Permette alle organizzazioni ed ai lavoratori di avvertire le aziende riguardo agli abusi nella fabbriche fornitrici, e facilita il ricorso più veloce a meccanismi di reclamo per abusi dei diritti umani.
Delle 72 aziende contattate, 17 saranno perfettamente in linea con gli standard dell’iniziativa entro il 31 dicembre 2017.
Gli standard di molte altre aziende restano invece al di sotto: cinque hanno quasi raggiunto gli standard, 18 si stanno muovendo nella giusta direzione rivelando almeno i nomi e gli indirizzi delle fabbriche di confezionamento e sette stanno muovendo piccoli passi verso la pubblicazione di informazioni relative alla lor catena di fornitura – ad esempio, su una parte dei loro fornitori, o almeno i nomi in base ai Paesi, entro dicembre 2017.
Altre 25 aziende non pubblicano alcuna informazione sulla fabbriche che confezionano i loro prodotti. Queste aziende non hanno risposto oppure non si sono impegnate a pubblicare le informazioni richieste.
La Coalizione chiede alle aziende che non hanno ancora aderito all’Iniziativa di farlo entro dicembre e di impegnarsi attivamente per portare il settore verso una soglia minima di trasparenza nella catena di fornitura.
Assicurare un livello minimo di trasparenza nelle catene di fornitura, come richiesto dall’iniziativa, darebbe un importante contributo agli sforzi per assicurare le responsabilità delle aziende” dichiara Judy Gearhart, executive director dell’International Labor Rights Forum. “Le aziende possono fare di più, ma dovrebbero quanto meno partire con questo passo basilare”.
Alcune aziende hanno dichiarato che rivelare le informazioni potrebbe svantaggiarle commercialmente. Ma questa affermazione è palesemente contraddetta dalla pubblicazione effettuata dalle altre aziende. Come ha dichiarato Esprit, una delle aziende che si è impegnata per la trasparenza: “Rivelare queste informazioni non è facile per molte aziende, ma è arrivato il momento di farlo”.

MATERIALI

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INIZIATIVA PER LA TRASPARENZA

L’Iniziativa per la trasparenza mostra l’impegno dei marchi tessili e delle calzature per una maggiore trasparenza nella propria catena di fornitura.

L’impegno per una maggiore trasparenza rende possibile all’azienda stessa di collaborare con le società civile nell’identificare, valutare ed evitare potenziali o reali impatti negativi per i diritti umani. Questo è un passo fondamentale che rafforza la due diligence dell’azienda verso i diritti umani.

Ogni azienda che aderisce all’iniziativa si impegna quanto meno a mettere in atto, entro il 31 deicember 2017, i seguenti punti.

Pubblicare i siti produttivi

L’azienda pubblicherà a scadenze regolari ( ad esempio 2 volte l’anno) sul proprio sito internet una lista di tutti i siti dove vengono realizzati i propri prodotti. La lista dovrebbe fornire in Inglese le seguenti informazioni:

  1. Nome completo di tutte le unità di produzione e degli impianti di trasformazione autorizzati. 1
  2. Gli indirizzi dei siti
  3. La società madre dell’azienda in quel sito.2
  4. Tipologie di prodotti realizzati.3
  5. Numero di lavoratori per ogni sito.4

Le aziende pubblicheranno queste informazioni su un foglio elettronico o altro formato con funzioni di ricerca.

1 Gli impianti di trasformazione includono quelli che si occupano di stampa, ricamo, lavanderia e così via.

2 La società madre è un’azienda che ha una partecipazione di maggioranza o di controllo  su una delle fabbriche inserite nell’elenco dei fornitori. Considerato che la responsabilità per la due diligence sui diritti umani nelle relazioni di subcontratto ricadono sui fornitori, la coalizione ha stabilito come limite minimo per la fornitura di questi dati il livello di azienda madre delle fabbriche di cut-make-trim. Se il fornitore è l’azienda madre della fabbrica comunicata, allora si prega di indicare se il fornitore stesso possieda o abbia una relazione contrattuale con la fabbrica in questione

3 Si prega di indicare la categoria generale: abbigliamento, calzature, tessili per la casa, accessori

4 Si prega di indicare se il luogo rientra in una delle seguenti categorie in base al numero dei lavoratori: meno di 1000 lavoratori; da 1001 a 5000 lavoratori; da 5001 a 10.000 lavoratori; più di 10.000 lavoratori

LE RISPOSTE DELLE AZIENDE

Aziende allineate alle richieste dell’ Impegno per la trasparenza

I marchi che avevano già pubblicato informazioni e si sono impegnate ad integrarle entro Dicembre 2017 così come chiesto dall’Iniziativa sono: adidas, C&A, Cotton On Group, Esprit, G-Star RAW, H&M Group, Hanesbrands, Levis, Lindex, Nike e Patagonia.

I marchi che non avevano pubblicato informazioni e si sono impegnate a farlo così come chiesto dall’Iniziativa sono: ASICS, ASOS, Clarks, New Look, Next e Pentland Brands. Questi marchi globali aiuteranno a fare un ulteriore passo per la promozione di uno standard minimo a livello di settore per la trasparenza della catena di fornitura.

John Lewis, Marks and Spencer, Tesco, Gap e Mountain Equipment Co-op aderiscono quasi interamente agli standard richiesti.

 

Nella giusta direzione

Coles, Columbia Sportswear, Disney, Hudson’s Bay Company, Kmart and Target Australia e Woolworths Australia già pubblicavano i nomi e gli indirizzi delle fabbriche fornitrici e non hanno preso impegni per le altre richieste. Puma e New Balance già pubblicavano i nomi e gli indirizzi delle fabbriche fornitrici e si sono impegnate ad aggiungere altri dettagli per avvicinarsi alle altre richieste avanzate con l’Iniziativa.

ALDI North e ALDI South, Arcadia Group, Benetton, Debenhams, LIDL, Tchibo, Under Armour e VF Corporation hanno iniziato a muoversi nella giusta direzione e hanno iniziato o inizieranno a pubblicare entro il 2017 almeno i nomi e gli indirizzi di tutte le fabbriche di confezionamento. Fast Retailing ha pubblicato i nomi e gli indirizzi della lista delle fabbriche principali del suo marchio UNIQLO nel 2017.

 

Piccoli passi verso la pubblicazione delle informazioni

Target USA aveva pubblicato in precedenza i nomi dei fornitori con i paesi di produzione, ma non si è assunta alcun altro impegno. Nel 2017 Mizuno, Abercrombie & Fitch, Loblaw e PVH Corporation si muoveranno per pubblicare i nomi dei fornitori, ma solo con il paese di produzione.

BESTSELLER e Decathlon hanno promesso di pubblicare alcune informazioni nel 2017 senza precisare quali.

 

Nessun impegno a pubblicare le informazioni

American Eagle Outfitters, Canadian Tire, Carrefour, Desigual, DICK’S Sporting Goods, Foot Locker, Hugo Boss, KiK, MANGO, Morrison’s, Primark, Sainsbury’s, The Children’s Place e Walmart non si sono impegnate a pubblicare nulla. Inditex si è rifiutata di pubblicare le informazioni, ma mette a disposizione di IndustriALL e dei suoi membri i dati come parte dell’attività di reporting stabilito dal Global Framework Agreement.

Armani, Carter’s, Forever 21, Matalan, Ralph Lauren Corporation, Rip Curl, River Island, Shop Direct, Sports Direct e Urban Outfitters non hanno risposto alla coalizione e non pubblicano alcuna informazione.


Marchi che hanno sottoscritto il Global Framework Agreement con IndustriALL e pubblicano alcune informazioni: H&M Group e Mizuno; Tchibo inizierà nel 2017.

Marchi che sono parte del Bangladesh Accord on Fire and Building Safety e pubblicano alcune informazioni: Stanno già pubblicando informazioni: adidas, C&A, Cotton On Group, Esprit, G-Star RAW, H&M Group, Kmart Australia, Lindex, Marks and Spencer, Puma, Target Australia e Woolworths

Hanno iniziato o inizieranno a pubblicare alcune informazioni nel 2017: Abercrombie & Fitch, ALDI North e ALDI South, BESTSELLER, Debenhams, Fast Retailing, John Lewis, New Look, Next, LIDL, Loblaw, PVH Corporation, Tchibo  e Tesco.

Marchi che sono parte della German Partnership for Sustainable Textiles (il Textil Bündnis) e pubblicano alcune informazioni: Adidas, C&A, Esprit, H&M e Puma; altri come ALDI North e ALDI South, LIDL e Tchibo hanno iniziato o inizieranno nel 2017.


(2017) REPORT – Il vero costo delle nostre scarpe

La Campagna Abiti Puliti e Change your Shoes annunciano il lancio della nuova inchiesta “Il vero costo delle nostre scarpe: viaggio nelle filiere produttive di tre marchi globali delle calzature” realizzata dal Centro Nuovo Modello Di Sviluppo (CNMS) e FAIR.

Il rapporto descrive il viaggio compiuto lungo le filiere produttive di tre grandi marchi di calzature (Tod’s, GEOX e Prada), mostrando quanto questa industria sia ancora lontana dal rispettare i diritti umani e sindacali degli operai che confezionano le loro scarpe.

Tale basso livello di rispetto si fa sentire anche nel continente europeo che sta vivendo importanti fenomeni di rilocalizzazione. Questa è uno degli aspetti di novità che emerge dal rapporto. Si definisce reshoring e indica il trasferimento in direzione contraria delle attività produttive precedentemente delocalizzate in Asia (o altri luoghi “low cost”) soprattutto per l’abbassamento del costo del lavoro. L’aumento di produttività, unito a una politica di moderazione salariale, di maggiore flessibilità del lavoro, di maggiore libertà di licenziamento, di relazioni industriali soft affiancate da incentivi e sussidi per attrarre gli investimenti, sta rendendo di nuovo appetibile anche la vecchia Europa che presenta il vantaggio di una mano d’opera ad alta tradizione manifatturiera. Ad essere più interessati al fenomeno sono i paesi dell’Europa dell’Est con salari a volte più bassi di quelli asiatici.

Utilizzando oltre 11 milioni di euro messi a disposizione dal governo serbo, nel gennaio 2016 GEOX ha aperto un impianto di produzione a Vranje, in Serbia. Come descritto nel rapporto, durante l’estate del 2016 una serie di irregolarità sono state denunciate dalla stampa locale: condizioni sanitarie e di sicurezza insoddisfacenti, offese verbali ai lavoratori, forme di assunzione non regolari, straordinari eccessivi e altre violazioni alle norme sul lavoro. Grazie alla capacità di denuncia di alcuni lavoratori, alla pressione dei media e all’attività di sindacati e organizzazioni di attivisti per i diritti dei lavoratori, alcuni aspetti sono migliorati, ma ancora molto c’è da fare. Il video-documentario “In my shoes”, prodotto per Change Your Shoes da Sara Farolfi e Mario Poeta, raccoglie alcune di queste voci. Tuttavia, per consentire ai lavoratori di godere a pieno dei loro diritti, deve essere garantito e rafforzato un vero processo di libertà di associazione sindacale e di contrattazione collettiva, che includa un aumento negoziato dei salari per soddisfare il costo medio della vita.

Le reti di produzione globale sono strutturate per incoraggiare la corsa verso il basso e spesso  favorire violazioni diffuse dei diritti dei lavoratori. Quando i tempi di consegna sono molto stretti e i prezzi pagati dai marchi talmente bassi da non permettere nemmeno di coprire i costi di produzione dei subfornitori, allora entriamo nel mondo oscuro dell’economia informale, popolato da aziende che cercano di risparmiare frodando i propri lavoratori, le autorità fiscali, e il sistema di sicurezza sociale. In questo contesto, è facile per le piccole imprese fallire, come è successo ad alcuni imprenditori che hanno lavorato per Tod’s e Prada.

Come conseguenza di queste relazioni inique vi è una crescente sproporzione tra prezzi e valore reale dei beni assorbita per la maggior dalla distribuzione e dal marchio (che si appropriano di circa il 60% del prezzo finale) lasciando le briciole agli altri attori della catena di fornitura. Questo accade soprattutto dove c’è più opacità, lontano dalla vista dei consumatori. L’inchiesta rivela come la maggior parte dei lavoratori e dei subappaltatori abbia paura di testimoniare, preferendo farlo nell’anonimato.

La presenza di cittadini e consumatori bene informati, di media indipendenti, di reti di solidarietà internazionali, sono condizioni fondamentali per ottenere dalle imprese comportamenti responsabili conformi alle tutele previste dalle leggi nazionali, dalle convenzioni internazionali e dai Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani (UNGP).

Campagna Abiti Puliti con Change your Shoes chiede ai marchi delle calzature (compresi Tod’s, Prada e GEOX) di garantire una totale trasparenza della loro catena di fornitura e il rispetto dei diritti umani e del lavoro fondamentali, compreso il pagamento di salari dignitosi; allo stesso tempo chiede ai governi nazionali e alle istituzioni europee di rafforzare i controlli sull’applicazione delle leggi sul lavoro, soprattutto nei segmenti ad alto rischio di violazione; obbligare le aziende a rendere trasparenti le loro catene di fornitura e a implementare un piano di due diligence per identificare, prevenire, ridurre e rendere conto degli impatti negativi delle loro operazioni sui diritti dei lavoratori lungo tutta la catena di fornitura.

Materiali

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The real cost of our shoes FULL REPORT
The real cost of our shoes FACTSHEET

Lavorare per GEOX nel 21° secolo – Il caso serbo


EVENTO - MADE IN ITALY - CNA Torino - 18 aprile 2017

ore 15.00 Saluti di benvenuto

  • Nicola Scarlatelli Presidente CNA Torino
  • Silvio Cattaneo Presidente CNA Federmoda Piemonte 
  • Vitaliano Alessio Stefanoni Responsabile CNA Federmoda Torino 
  • Giuseppina De Santis Assessore Regionale Attività Produttive 
  • Alberto Sacco Assessore alle Attività Produttive Comune di Torino

ore 15.30 Apertura lavori 

  • Antonio Franceschini, Responsabile Nazionale CNA Federmoda

ore 15.45 Interventi 

  • Il vero costo delle nostre scarpe”, Deborah Lucchetti (portavoce Campagna Abiti Puliti/Change Your Shoes); presentazione video della VII edizione della performance 13600HZ Concerto per Macchine per Cucire (progetto di ricerca artistica di Sara Conforti) 
  • Economia del tessile sostenibile: la lana italiana” ed. Franco Angeli, Secondo Rolfo Direttore IRCrES-CNR, presentazione della ricerca sulla lana rustica

ore 16.30 Presentazione del progetto

  • Guida “Consumo e diritti: sensibilizzare i giovani verso un consumo consapevole” a cura di Rossella Calabrò, Vice Presidente Nazionale CNA Federmoda

ore 16.50 Tavola rotonda

  • Sen. Valeria Fedeli Ministra Istruzione Università e Ricerca 
  • Sonia Paoloni Segretaria Nazionale Filtcem Cgil 
  • Mario Siviero Segretario Nazionale Femca Cisl 
  • Flaminio Fasetti Segretario Regione Piemonte Uiltec Uil 
  • Benedetta Francesconi MiSE- DGPICPMI, Resp. Segretariato del PCN per le Linee guida OCSE 
  • Stefano Di Niola Responsabile Dipartimento Relazioni Sindacali CNA Nazionale 
  • Luca Marco Rinfreschi Presidente Nazionale CNA Federmoda

ore 18.15 Conclusioni 

  • Presidente Nazionale CNA Daniele Vaccarino


EVENTO - RI-VESTITI! La moda di fare un'altra economia - BOLOGNA - 8 E 9 APRILE 2017

La Campagna Abiti Puliti prenderà parte al Festival Terra Equa 2017: “Ri-Vestiti! La moda di fare un’altra economia”.

Saremo presenti sabato 8 aprile e domenica 9 aprile con l’evento “FASHION REVERSE – Sai cosa ti metti addosso?”, a cura di Sara Conforti e Deborah Lucchetti. Una lettura partecipata delle etichettte dei vestiti che indossiamo. Un workshop dedicato a coloro che desiderano saperne di più sui nostri abiti, scoprire di “che cosa sono fatti”, chi sono le persone che le producono.

Sabato 8 alle ore 18 sarà proiettato, presso lo spazio cinema “TRUE COST”, il documentario presentato al Festival di Cannes 2015 che racconta le storie elle persone che producono i nostri vestiti, l’impatto dell’industria della moda sul nostro mondoe qual’è il vero costo della maglietta da 10 euro che indossiamo.

Intervengono:
Linda Triggiani (C’è un mondo – Terra Equa)
David Cambioli (Altra Qualità)
Deborah Lucchetti (FAIR – Campagna Abiti Puliti)
Emanuele Giordana (giornalista, saggista e direttore di Lettera 22)
In collaborazione con “Tutti nello stesso piatto”, Festival internazionale di cinema e videodiversità.

Scopri il programma completo —-> http://terraequa.blogspot.it/p/ce-un-filo-che-lega-noi-agli-altri-e.html


elusione

EVENTO – IL VERO COSTO DELLE NOSTRE SCARPE – GENOVA – 14 APRILE 2017

Ore 20.45 – 13600HZ Concerto per macchine per cucire VII Edizione

Arrivato alla sua sua VII edizione il progetto performativo 13600HZ  Concerto per macchine per cucire (gia’ presentato precedentemente al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Artissima 21 / Zonarte, Teatro della Cavallerizza Reale di Torino e Palazzo Ducale Fondazione per la cultura di Genova) presenta il suo nuovo tabeau vivent Sistemi Periodici +[Ar]3d54s1 – Damnatio Memoriae creato site specific per la Campagna Change your Shoes / Abiti Puliti. (www.abitipuliti.org) Un lavoro corale creato attraverso il coinvolgimento del pubblico  femminile in pratiche partecipate dedicate alla condivisione delle  narrazioni di vita vissuta legate alla memoria delle proprie calzature d’affezione al fine di costruire un atto universale che dall’auto_rappresentazione apre la strada a nuove forme di esperienza collettiva attraverso il gesto e il suono. In collaborazione con:Francesca Cinalli (Coreografie/Drammaturgie) Paolo De Santis, Luca Morino, Pierluigi Pusole (sewing machines orchestra) Massimiliano Monnecchi (Fotografia e documentazione) Si ringraziano per la partecipazione ai workshop prepratori:
Francesca Albera, Simona Bartolami, Chiara Birattari, Beatrice Catanzaro, Maria Elisa Carzedda, Francesca Cecchi, Simona Ceccobelli, Paola Colasanto, Erika Crosetti, Ludovica Galloorsi, Claudia Gasparini, Elisa Nicosia, Zoe Romano.

Ore 21.20 – IN MY SHOES

Proiezione in anteprima del video sulla storia di lotta e emancipazione di un gruppo di operaie serbe, prodotto da

ORE 21.30 – IL VERO COSTO DELLE NOSTRE SCARPE

Public speaking con interventi di:
Luca Borzani (Fondazione Cultura Palazzo Ducale), Deborah Lucchetti (Fair / portavoce Campagna Abiti Puliti), Sara Conforti (artista/attivista. autrice di progetti per l’attivazione della partecipazione pubblica), Sara Farolfi (giornalista)


EVENTO - Il vero costo delle nostre scarpe - Torino - 8 marzo 2017

Ore 19.30 – 13600HZ Concerto per macchine per cucire VII Edizione

Arrivato alla sua sua VII edizione il progetto performativo 13600HZ  Concerto per macchine per cucire (gia' presentato precedentemente al Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea, Artissima 21 / Zonarte, Teatro della Cavallerizza Reale di Torino e Palazzo Ducale Fondazione per la cultura di Genova) presenta il suo nuovo tabeau vivent Sistemi Periodici +[Ar]3d54s1 - Damnatio Memoriae creato site specific per la Campagna Change your Shoes / Abiti Puliti. (www.abitipuliti.org) Un nuovo capitolo della ricerca artistica di Sara Conforti che approda ed accoglie il pubblico nella suggestiva cornice della storica Galleria Umberto I di Torino e realizzato attraverso 9 sessioni di ricerca condotte negli spazi del Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea in collaborazione con la cittadinanza.Un lavoro corale creato attraverso il coinvolgimento del pubblico  femminile in pratiche partecipate dedicate alla condivisione delle  narrazioni di vita vissuta legate alla memoria delle proprie calzature d'affezione al fine di costruire un atto universale che dall'auto_rappresentazione apre la strada a nuove forme di esperienza collettiva attraverso il gesto e il suono. In collaborazione con:Francesca Cinalli (Coreografie/Drammaturgie) Paolo De Santis, Luca Morino, Pierluigi Pusole (sewing machines orchestra) Massimiliano Monnecchi (Fotografia e documentazione)

Ore 20.45 – IN MY SHOES

Proiezione in anteprima del video sulla storia di lotta e emancipazione di un gruppo di operaie serbe, prodotto da

ORE 21.00 – IL VERO COSTO DELLE NOSTRE SCARPE

Public speaking con interventi di:
Sergio Cofferati (europarlamentare del Gruppo Socialisti e Democratici), Deborah Lucchetti (Fair / portavoce Campagna Abiti Puliti), Sara Conforti (artista/attivista. autrice di progetti per l’attivazione della partecipazione pubblica), con la moderazione di Giorgia Marino, giornalista de La Stampa - Tuttogreen.


Evento - Le nuove schiavitù

Gruppo consiliare Si Toscana a Sinistra e Campagna Abiti puliti presentano
“LE NUOVE SCHIAVITÙ”

Auditorium Consiglio Regione Toscana – Via Cavour 4 - Firenze
28 gennaio 2017, ore 9,30-13

Collegamento in streaming/registrazione audio-video

Saluti del Presidente del Consiglio Regionale Eugenio Giani

Le ragioni politiche di questo convegno
Tommaso Fattori - Capogruppo Si Toscana a Sinistra CRT

Nuove schiavitù nelle filiere globali dell’abbigliamento e delle calzature
Deborah Lucchetti (Fair/Campagna Abiti Puliti)

Il lavoro interinale ovvero la precarietà organizzata
Antonio Di Stasi – Ordinario di Diritto del lavoro nell’Università Politecnica delle Marche

Il lavoro nero e il caporalato come nuove forme di schiavitù
Roberto Iovino - Coordinatore Osservatorio Placido Rizzotto FLAI CGIL

COFFE BREAK equo-solidale

Presentazione videoinchiesta "Il caporalato nei vigneti toscani"
Jacopo Storni – giornalista

Precarietà e nero nel distretto di Santa Croce
Francesco Gesualdi - Centro Nuovo Modello di Sviluppo/ Campagna Abiti Puliti
Papa Demba - UIL TEC


(2016) REPORT - Il lavoro sul filo di una stringa

Il «made in Europe» è spesso considerato una garanzia di qualità e di buone condizioni di lavoro. Numerose inchieste realizzate nell’ambito del progetto Change Your Shoes hanno però rivelato un lato nascosto dell’industria calzaturiera, dalle concerie toscane fino alle fabbriche dell’Est Europa. Scarpe «italiane» o «tedesche» ma in realtà prodotte in fabbriche in Macedonia o Albania, dove decine di migliaia di operaie lavorano in condizioni scandalose e per salari spesso inferiori a quelli retribuiti in Cina. Dall’esame delle condizioni di lavoro in queste aziende possiamo concludere che l’esternalizzazione delle produzioni condotta dai marchi europei verso i paesi dell’Est Europa non si basa su processi di responsabilità e trasparenza. E non produce dignità e benessere per le lavoratrici che vivono in situazione di povertà e spesso di miseria.

Nel 2014 nel mondo sono state prodotte 24 miliardi di paia di scarpe. Benché la maggior parte provenga dall’Asia, il 23% delle scarpe di pelle, più costose, viene prodotto in paesi europei, fra i quali spicca l’Italia. È inoltre in Italia che avviene il processo di conciatura del 60% di tutto il cuoio prodotto nell’Unione Europea. Questo compito gravoso viene spesso affidato ai lavoratori immigrati, un fenomeno ben visibile nelle concerie intorno a Santa Croce, in Toscana, come racconta Una dura storia di cuoio, un’indagine che descrive la realtà di queste migliaia di lavoratori che quotidianamente maneggiano carichi pesanti e sostanze chimiche senza protezioni adeguate.

Non di rado le fasi più onerose della produzione vengono esternalizzate in paesi dell’Est Europa, consentendo così alle marche italiane e tedesche di trarre profitto dalla manodopera a basso costo e dai tempi di produzione più brevi. Con il rapporto Il lavoro sul filo di una stringa, curato da Public Eye e ENS, la campagna Change Your Shoes è entrata nelle fabbriche di sei paesi dell’Est Europa per raccontarne le difficili condizioni di lavoro. In Albania, Macedonia e Romania il salario minimo si situa fra i 140 e i 156 euro mensili, cifre inferiori a quelle previste in Cina. Per poter mantenere le proprie famiglie le operaie dovrebbero guadagnare da quattro a cinque volte tanto

Venendo pagate a cottimo, spesso le lavoratrici preferiscono poi rinunciare ai guanti o ad altro materiale di protezione contro le colle e le sostanze chimiche che devono maneggiare, così da poter lavorare più rapidamente. Similmente all’industria tessile, il settore calzaturiero è affetto da problemi strutturali che non si fermano di fronte alle frontiere europee.

La nostra indagine mostra anche che marche e distributori non si interessano abbastanza alle condizioni di lavoro nelle fabbriche in cui le scarpe vengono prodotte. Dalle interviste svolte e dai siti web delle aziende risulta che la produzione è realizzata intera­mente per conto di noti marchi e catene distributive che ope­rano sui mercati dell’Unione Europea, fra questi Zara, Lowa, Deichmann, Ara, Geox, Bata, Leder & Schuh AG, Ecco. A tutti i marchi e distributori coinvolti chiediamo di assumersi le proprie responsabilità e di mettere in atto le misure necessarie affinché il rispetto dei diritti umani sia garantito nella totalità della loro catena di produzione. Soprattutto, che si impegnino perché agli operai ed alle operaie venga versato un salario dignitoso.

Materiali

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Leggi anche

Scarpe «made in Europe» e i salari da fame ai lavoratori dell’Est Repubblica

Salari da fame e sfruttamento. Il lato oscuro delle scarpe “made in Europe” Corriere della Sera

Le scarpe europee «prodotte all’Est da operai sfruttati» Avvenire

Scarpe ‘made in Europe’, ma con paghe da fame: “Le fabbriche dell’Est? Peggio che in Cina” Il Fatto Quotidiano

SCARPE «MADE IN EUROPE», SALARI DA FAME Valori

Scarpe made in Europe, salari da fame Sbilanciamoci

Diritti, Change Your Shoes denuncia: scarpe “made in Europe” ma salari da fame Help Consumatori

Scarpe ‘made in Europe’, salari da fame: nuovo report sul lavoro nell’Est Europa GONews

Scarpe made in Italy ed Europe: salari da fame nelle fabbriche in Macedonia, Albania e Romania GreenReport

 

Evento di presentazione

Alcune foto dell’evento “Il lavoro appeso a un filo – I diritti dei lavoratori nell’est Europa” che si è svolto presso l’Università di Padova. Un’occasione per riflettere sui processi produttivi e i fenomeni di sfruttamento dei lavoratori nell’Est Europa alla luce del Report “Il lavoro sul filo di una stringa”

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EVENTO: Il lavoro appeso a un filo - I diritti dei lavoratori nell'est Europa

MERCOLEDÌ 30 NOVEMBRE / ORE 9.30 – 13.00
Università di Padova – Aula Magna, Dipartimento Fisppa
Via Cesarotti, 12 – Padova

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ORE 9.00
Registrazione Partecipanti

ORE 9.30
Devi Sacchetto, Università di Padova
Introduce e modera il convegno

ORE 9.45
Deborah Lucchetti, Fair – Campagna Abiti Puliti
IL LAVORO SUL FILO DI UNA STRINGA
Il vero costo del lavoro nell’industria calzaturiera alla periferia produttiva d’Europa: Albania, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Polonia, Romania e Slovacchia.

ORE 10.10
Giorgio Grappi, Università di Bologna
CONFLITTI LAVORATIVI LUNGO – LA CATENA DEL VALORE
La riorganizzazione logistica della produzione e le conseguenze sul lavoro.

ORE 10.45
Giulia Anita Bari, coordinatrice progetto Terragiusta Medici per i Diritti Umani
IMPORTARE IL LAVORO COME UNA COMMODITY
Come si erode la sicurezza sociale per i lavoratori meno tutelati e i migranti lungo le filiere globali dalle calzature all’agricoltura.

ORE 11.1O
Mario Iveković, Presidente Novi Sindikat (Serbia)
LE SFIDE PER IL SINDACATO INTERNAZIONALE
Quale solidarietà internazionale oggi fra lavoratori di diversi paesi di settori produttivi e servizi, e fra cittadini e migranti.

ORE 11.40
DOMANDE E DIBATTITO

ORE 12.10
PROSPETTIVE FUTURE
Ogni relatore condivide una proposta concreta: la cosa più importante da fare per ridare senso alla solidarietà internazionale e una speranza ai diritti lavorativi dei più vulnerabili.

 


Meng Han è stato giudicato colpevole e condannato a 1 anno e 9 mesi

Questa settimana l’attivista Meng Han è stato riconosciuto colpevole di “aver raggruppato una folla per disturbare l’ordine sociale” ed è stato condannato ad un 1 anno e 9 mesi di carcere. Dal momento che è già stato detenuto per 11 mesi, sarà rilasciato in 2 settembre 2017.

Condanniamo con forza questa sentenza. Meng Han si era impegnato per informare dei propri diritti i lavoratori e le lavoratrici di una fabbrica di calzature ed è già stato detenuto per mesi con contatti sporadici con un avvocato mentre la sua famiglia è stata ripetutamente molestata.

Chiediamo il rilascio immediato di Meng Han e la fine della repressione dei diritti dei lavoratori e della persecuzione degli attivisti e delle loro famiglie.

L’avvocato di Meng Han, Yan Xin, ha commentato così la sentenza: “Meng Han ha espresso alla corte la scelta di non ricorrere in appello. Tutto il processo è stato estremamente faticoso. Come difensore capisco la pressione che ha dovuto sostenere Meng Han e rispetto la sua scelta. Come avvocato però ho sostenuto indipendentemente il mio punto di vista, visto che per motivi soggettivi e oggettivi il fatto non costituisce un crimine, ma il tribunale non ha accolto la richiesta. Auguro a Meng Han e alla sua famiglia un felice e sereno futuro!


Attivista cinese rischia l’ergastolo per aver sostenuto i lavoratori dell’industria delle calzature

Giovedì 3 e venerdì 4 novembre, l’attivista cinese per i diritti dei lavoratori Meng Han sarà processato dalla corte del distretto di Panyu nel sud della Cina. Meng Han è stato preso di mira dalle autorità cinesi dopo che l’uomo si era impegnato per informare dei propri diritti i lavoratori e le lavoratrici di una fabbrica che produceva calzature per marchi come Calvin Klein, Coach e Ralph Lauren. È accusato di “aver raggruppato una folla per disturbare l’ordine sociale” e rischia fino all’ergastolo.

Il 3 dicembre 2015 la polizia cinese ha eseguito una serie di retate a sorpresa nelle case e negli uffici di circa 50 attivisti e volontari appartenenti a gruppi impegnati nella difesa dei diritti dei lavoratori nella provincia di Guangdong.

Se da una parte gli arresti di Meng Han e degli altri attivisti sono chiaramente parte di una repressione generale nei confronti delle Ong che si battono per i diritti dei lavoratori in Cina, dall’altra questo improvviso giro di vite è riconducibile ad una specifica contesa presso la Lide Shoes Factory del distretto di Panyu, dove una serie di scioperi che hanno coinvolto più di 2500 lavoratori nel 2015 hanno portato ad una vittoria degli attivisti nella negoziazione con i datori di lavoro in tema di previdenza sociale, contributi per gli alloggi, straordinari e pagamenti delle ferie.

Mr Meng Han è in carcere da dicembre 2015. Da allora ha potuto avere qualche contatto con un avvocato solo sporadicamente, in violazione della legge cinese. Altri tre attivisti tra quelli arrestati sono stati processati alla fine di settembre 2016 e condannati a pene da 1 a 3 anni con sospensione condizionale. A quel punto, l’udienza per il caso di Meng Han è stata sospesa per ulteriori indagini.

Meng Han ha subito diverse intimidazioni durante la detenzione. Le autorità hanno esercitato pressioni affinché incriminasse uno dei suoi colleghi in cambio di una sentenza più accomodante. Anche la sua famiglia è stata vittima di intimidazioni: i suoi genitori sono stati costretti a trasferirsi dopo che dei teppisti non identificati hanno divelto la porta di casa con un’ascia.

Chiediamo ai marchi che si rifornivano presso la Lide Shoes Factory (Calvin Klein, Coach e Ralph Lauren) di assumersi le loro responsabilità e di intraprendere azioni adeguate affinché Meng Han e gli altri attivisti coinvolti vengano immediatamente rilasciati dalle autorità cinesi.

Meng Han rischia di restare in prigione per anni solo per aver informato i lavoratori dei loro diritti. Se questi marchi credono nella libertà di associazione sindacale per i lavoratori che realizzano le loro scarpe, allora devono schierarsi dalla parte di Meng Han, mandando un chiaro messaggio alle autorità cinesi affinché l’attivista sia immediatamente e incondizionatamente rilasciatodichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti


H&M e WWF lanciano una nuova collezione: ennesima operazione di marketing?

nowIl 29 settembre H&M e WWF hanno lanciato una nuova collezione di abiti per bambini orientata ad aprire la strada verso un’industria tessile più rispettosa dell’ambiente. Peccato che mentre H&M e WWF cerchino di ridurre l’inquinamento delle acque e favorire pratiche di riciclo, i problemi legati alla “fast fashion” non siano per niente affrontati. H&M continua a perseguire un modello di business basato su enormi volumi di vendite, tassi di crescita rapidi e consumo eccessivo, uno schema insostenibile di per sé. La Clean Clothes Campaign teme che l’azienda stia approfittando ancora una volta di un’opportunità di marketing che porterà a un cambiamento piccolo per le persone interessate traendo in inganno i consumatori.
Tra l’altro, la cooperazione di H&M con il WWF va inserita in una serie di altre partnership strategiche che l’azienda ha realizzato negli ultimi anni per promuovere la sua nuova “immagine sostenibile”. H&M ha lavorato con determinazione per dipingersi come azienda responsabile senza in realtà cambiare le proprie pratiche di business: producendo a basso costo e aumentando le vendite ad alto margine di profitto, l’azienda trae un duplice vantaggio a spese dei diritti dei suoi lavoratori.

Nel 2013 H&M annunciò la sua Roadmap per un giusto salario dignitoso impegnandosi a pagare ai lavoratori tessili di alcuni suoi fornitori strategici un fair living wage a partire dal 2018. Mentre la società civile elogiava l’intenzione, in realtà la Roadmap non è riuscita nemmeno a stabilire un parametro di calcolo del salario dignitoso, rendendo impossibile misurarne la riuscita. Inoltre nel suo Sustainibility Report del 2015 non ha inserito alcuna cifra reale per dimostrare un qualche progresso in questa direzione. Senza contare il recente rapporto nel quale il Cambodian NGO Center for Alliance of Labor & Human Rights (CENTRAL) e la Ong norvegese Future In Our Hands (Framtiden i våre hender) mostrano le condizioni di lavoro tutt’altro che decenti in alcuni dei più importanti fornitori del marchio: situazioni lontane dalle sue stesse linee guida per la sostenibilità per quanto riguarda sia i contratti di lavoro, sia la libertà di associazione che i salari


(2016) REPORT - Test cromo nelle scarpe

64 paia di scarpe di pelle di 23 importanti marchi europei sono state testate per verificare l’esistenza di tracce di cromo esavalente VI, una sostanza altamente tossica, allergenica e cancerogena. Le scarpe sono state acquistate in Europa e Svizzera e inviate al laboratorio specializzato Umweltbundesamt, accreditato presso l’Agenzia per l’ambiente austriaca.

La concia della pelle con il cromo è la pratica più diffusa per la realizzazione di calzature in cuoio. Solitamente viene utilizzato il cromo III, non tossico. A volte però l’ossidazione del cromo III può causare la formazione di cromo VI, che a contatto con la pelle è causa di dermatiti allergiche. È stato stimato che la percentuale di popolazione dell’UE allergica al cromo VI si attesta tra lo 0,2 e lo 0,7%, che corrisponde a circa 1 – 3 milioni di persone. Per questo motivo la legislazione comunitaria ha imposto un limite di 3mg/kg alla sua quantità nei prodotti in pelle.

51 paia delle scarpe analizzate non avevano alcuna traccia di cromo VI. 13 paia avevano quantità entro la soglia legale di 3mg/kg. Nessun paio di scarpe ha oltrepassato il limite legale. Questo evidenzia come l’introduzione di un limite legale abbia di fatto portato benefici per i consumatori. Tuttavia i marchi non dovrebbero limitarsi a garantire prodotti sicuri per i consumatori: è loro dovere lavorare anche per salvaguardare la salute e la sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici che producono le loro scarpe.

È evidente, invece, come le aziende facciano pochi sforzi per proteggere i lavoratori. La trasparenza lungo tutta la catena di fornitura, compresi i fornitori a monte, è in questo senso una precondizione fondamentale per garantire la loro sicurezza. “Il regolamento dell’Unione Europea indica chiaramente quanto sia determinante fissare regole vincolanti per le imprese” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti che coordina in Italia Change Your Shoes*, “La trasparenza della filiera dovrebbe essere un requisito obbligatorio per tutte le imprese quale precondizione per garantire il rispetto dei diritti umani e del lavoro in tutti i luoghi di produzione”.

Allo stesso tempo, la mancanza di trasparenza sulle condizioni di lavoro e informazioni poco chiare sui materiali impiegati nella produzione impediscono ai consumatori di scegliere eticamente le scarpe che indossano.


Mondi in movimento

schermata-2016-09-15-alle-14-32-28Vi invitiamo il 23 settembre a Castel Mareccio (Bolzano) dalle 14 alle 17.30 alla Tavola Rotonda L'abito giusto. Di che stoffa sei? che si svolgerà all'interno dell'iniziativa Mondi in Movimento 

Le guerre e la povertà che portano oltre 60 milioni di persone a fuggire dai propri paesi, le sfide e le strategie della cooperazione internazionale, il ruolo delle economie solidali nella produzione dei tessili, lo sfruttamento del lavoro minorile in Turchia, i diritti delle donne in Afghanistan, questi sono solo alcuni dei temi che saranno affrontati nelle conferenze internazionali e nelle tavole rotonde delle quattro giornate che la Cooperazione allo sviluppo della Provincia autonoma di Bolzano, l’Organizzazione per Un mondo solidale, la Rete delle Botteghe del Mondo e la youngCaritas organizzano a Castel Mareccio dal 21 al 24 settembre 2016.

Le testimonianze dirette dall’Afghanistan, dalla Tunisia, dal Libano, dall’India e dal Bangladesh, un film sulle condizioni delle donne marocchine e tunisine, una mostra sul ruolo della cooperazione internazionale costituiranno momenti per riflettere e confrontarsi.

Una sfilata con abiti di alta moda etica e del commercio equo ed alcuni stand dove trovare questi capi, arricchiranno le giornate. Cooperanti e studenti/tesse, esperti/e delle migrazioni e imprenditori/trici del commercio equo, giornalisti/e e rappresentanti di organizzazioni internazionali, insieme al pubblico interessato, discuteranno delle sfide a livello globale, delle buone pratiche, dei diversi approcci e del ruolo della cooperazione internazionale. Le giornate si concluderanno con un vero e proprio processo alla cooperazione internazionale con testimoni favorevoli e contrari ed un verdetto finale: la cooperazione allo sviluppo ne uscirà assolta o condannata?

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Ali Enterprises: KiK accetta di pagare risarcimenti aggiuntivi

leadimage_ali_enterprisesGrazie ad una campagna durata quattro anni e dopo mesi di negoziato, è stato raggiunto finalmente un accordo per il pagamento di altri 5 milioni di dollari di risarcimenti ai sopravvissuti e alle famiglie delle vittime del più grande disastro industriale del Pakistan.

L’11 settembre del 2012 più di 255 lavoratori hanno perso la vita e oltre 50 sono rimasti feriti nell’incendio divampato nella fabbrica tessile Ali Enterprises in Karachi. Persone arse vive dietro finestre sprangate e porte bloccate. Altre rimaste inferme dopo aver provato a salvarsi lanciandosi dai piani più alti.

Il distributore tedesco KiK, unico acquirente conosciuto della Ali Enterprises, ha ora accettato di versare una quota aggiuntiva di 5,15 milioni di dollari nel fondo per la perdita di reddito, cure mediche e costi di riabilitazione per i feriti e i familiari delle vittime.

Precedentemente KiK aveva pagato 1 milione di dollari dopo la firma di un Memorandum of Understanding (MoU) con l’organizzazione pakistana dei lavoratori PILER nel dicembre 2012. In quell’accordo KiK si era impegnata anche a finanziare il risarcimento di lungo termine per tutte le vittime.

Nel frattempo è stata lanciata una campagna congiunta dal National Trade Union Federation (NTUF), il PILER, IndustriALL Global Union (a cui NTUF è affiliata), la Clean Clothes Campaign (CCC) e altre alleanze tra cui UNI Global Union, per garantire che un giusto risarcimento fosse assicurato.

Il nuovo accordo per il finanziamento (Arrangement) viene negoziato tra IndustriALL, CCC, e KiK con la facilitazione dell’International Labour Organization (ILO) e su richiesta del Ministro dello sviluppo e della cooperazione economica tedesco.

L’Arrangement ha lo scopo di integrare i pagamenti previsti per le vittime dal sistema di previdenza sociale pakistano al fine di raggiungere i livelli previsti dalla Convenzione ILO 121 (Employment Injury Benefits). Pagamenti aggiuntivi periodici dovrebbero iniziare nei primi mesi del 2017.

Nasir Mansoor, segretario generale del NTUF ha dichiarato: “Questo accordo storico non ha precedenti nel contesto del movimento dei lavoratori pakistani. Dopo 4 anni di battaglie, le vittime di questa tragedia ottengono giustizia. Ringraziamo IndustriALL e la Clean Clothes Campaign per questo successo. Anche l’ILO ha ricoperto un ruolo fondamentale per rendere tutto ciò possibile. Ci ricorda che la sicurezza sul posto di lavoro è un diritto, non un privilegio.”

Saeeda Khatoon, vedova e vice presidente della Ali Enterprise Factory Fire Affectees Association, ha perso il suo unico figlio in quell’incendio. Ha dichiarato: “è un giorno di tregua per i familiari delle vittime: le loro grida sono state ascoltate. Sappiamo che i nostri cari non torneranno, ma possiamo sperare che questo tipo di tragedie non si ripeteranno in futuro. Il governo, i marchi e i proprietari delle fabbriche devono garantire sul serio gli standard di sicurezza ai lavoratori nelle fabbriche

Karamat Ali, direttore esecutivo di PILER, ha dichiarato: ”Questi risarcimenti non riporteranno in vita i loro cari, ma speriamo che almeno possano alleviare le sofferenze finanziarie di queste famiglie. Chiediamo che il governo pakistano proclami l’11 settembre il giorno della sicurezza dei lavoratori per aumentare la consapevolezza e migliorare la situazione

Jyrki Raina, segretario generale di IndustiALL, ha dichiarato: ”Alla fine abbiamo raggiunto un accordo per garantire un po’ di giustizia ai sopravvissuti e a i familiari delle vittime. Ci complimentiamo con KiK per essersi preso le sue responsabilità assicurando alle vittime i risarcimenti previsti dagli standard internazionali. Ora è tempo di iniziare a costruire un’industria tessile sicura in Pakistan come si sta facendo con l’Accord in Bangladesh”.

Solo poche settimane prima dell’incendio fatale, la Ali Enterpises aveva ricevuto la certificazione SA 8000 dalla società di revisione SAI (Social Accountability International) che aveva affidato l’incarico all’ente di certificazione italiano RINA: questo voleva dire che la fabbrica aveva presumibilmente soddisfatto gli standard internazionali in nove aree, compresa la salute e la sicurezza. “La tragedia accaduta testimonia il fallimento di questi modelli di certificazione e solleva forti dubbi e preoccupazioni sulle tipologie di ispezione per la sicurezza realizzate in Pakistan così come sull’implementazione delle leggi sul lavoro e dei codici di sicurezza degli edifici.” dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, membro italiano della CCC. “Solo processi che mettono al centro i lavoratori e sindacati liberamente scelti possono garantire adeguati livelli di monitoraggio e prevenzione nelle fabbriche

Ineke Zeldenrust della CCC ha dichiarato: “Siamo molto contenti che KiK abbia riconosciuto il suo dovere di porre rimedio. Questo Arrangement è un eccellente esempio di come i marchi possano e debbano assumersi le loro responsabilità per i morti e i feriti lungo la loro catena di fornitura, soprattutto in questi Paesi dove i rischi sono ben noti. I lavoratori tessili pakistani continuano ad essere a rischio. Tutti i marchi devono impegnarsi nel garantire che una giusta ed efficace due diligence e misure rimediali siano messe in campo per prevenire incidenti simili in futuro.

Questo Arrangement è il terzo accordo sulle compensazioni in ordine temporale negoziato dal movimento dei lavoratori dopo quello raggiunto per il disastro della Tazreen del 2012 e quello del Rana Plaza nel 2013.

Un piccolo riassunto dei contenuti dell’arrangement:

  • Dei 5,15 milioni di dollari che KiK pagherà, 250 mila dollari per coprire incrementi nei costi e 4,9 milioni per le famiglie delle vittime e per i sopravvissuti.
  • L’implementazione, l’amministrazione e la governance dell’Arrangement saranno sviluppati con un processo facilitato dall’ILO. Includerà consultazioni con gli attori principali e sarà supervisionato dalla Sindh High Court
  • In totale l’Arrangement fornirà 6,6 milioni di dollari per i risarcimenti, di cui 5,9 finanziati da KiK e 700 mila dal sistema previdenziale pakistano (Sindh Employees Social Security Institution SESSI)
  • Gli aventi diritto riceveranno una pensione mensile. La cifra per ciascuno dipenderà dalla situazione finanziaria personale e dal numero di persone da a loro carico per il mantenimento.
  • Le pensioni non saranno al livello del salario dignitoso visto che gli standard internazionali per gli infortuni sul lavoro si basano sui salari percepiti al momento. Per la Ali Enterprises comunque il riferimento usato per il calcolo è generoso e le pensioni sono indicizzate per soddisfare il tasso di inflazione.
  • L’Arrangement non copre i danni per il dolore e la sofferenza subite.
  • A questo link un comunicato dell’ILO

Prima vittoria nel caso Tazreen: risarcimenti completati

La Clean Clothes Campaign e l’International Labor Rights Forum sono lieti di annunciare che il processo avviato per risarcire le vittime dell’incendio del 2012 della fabbrica Tazreen Fashion è stato completato. I lavoratori, le lavoratrici e le loro famiglie hanno ricevuto i pagamenti relativi alla perdita dei loro redditi.

Il Tazreen Claims Administration Trust, che si è occupato di calcolare e distribuire i risarcimenti utilizzando il sistema elaborato per il caso Rana Plaza, ha annunciato il completamento di tutte le fasi del processo di risarcimento: raccolta delle richieste, verifiche mediche e formali, calcolo dei benefici e distribuzione dei pagamenti.

Il Trust Fund era stato creato in seguito ad un accordo siglato da C&A, C&A Foundation, IndustriALL Global Union e la Clean Clothes Campaign nel settembre 2015, tre anni dopo che l’incendio nella fabbrica tessile bangladese (24 novembre 2012) aveva ucciso 113 persone e ferito circa 2.000 lavoratori e lavoratrici. Nell’Ottobre 2015 è stato istituito il Tazreen Claims Administration Trust per guidare il processo.

A novembre 2015 sono stati raccolti 2,5 milioni di dollari nel Fondo: C&A Foundation e Fung Foundation hanno versato circa 1 milione ciascuno (il brand Sean John’s Enyce è stato rappresentato da Li & Fung); piccole somme sono state versate da Walmart (via BRAC USA), Kik e El Corte Ingles.

Un Fondo del Primo Ministro bangladese aveva garantito fondi immediatamente dopo l’incendio.

Gli altri marchi che si rifornivano presso la Tazreen non hanno versato un centesimo. Tra loro: l’italiana Piazza Italia, Dickies, Disney, Edinburgh Woollen Mill, Karl Rieker, Sears, Soffe (della Delta Apparel) e Teddy Smith.

Resta deplorevole il fatto che molti dei marchi che producevano nella Tazreen non si siano assunti le loro responsabilità evitando di contribuire al Fondo per i risarcimenti e che colossi come Walmart – cui erano destinati la maggior parte di prodotti – abbiano versato solo 250 mila dollari” ha dichiarato Liana Foxvog dell’International Labor Rights Forum.

Le prime richieste sono state vagliate nell’ottobre 2015 e le conseguenti verifiche mediche e formali sono state ultimate nell’aprile 2016. Successivamente i beneficiari sono stati supportati nell’investimento dei fondi ricevuti attraverso obbligazioni governative, conosciute come shanchaipatra, che garantiscono alti interessi e pagamenti regolari.

A fine giugno 2016 la maggior parte del lavoro del Tazreen Claims Administration Trust era stato completato: in totale sono stati versati 2,17 milioni di dollari a 582 membri delle famiglie di 103 lavoratori deceduti e 10 scomparsi e a 174 lavoratori e lavoratrici che continuano a patire le ferite dovute all’incendio. Questi pagamenti si sono sommati a quelli iniziali effettuati dal Fondo del Primo Ministro del Bangladesh.

E' di straordinaria importanza che i feriti e i familiari delle vittime abbiano finalmente ricevuto risarcimenti che li allontaneranno da ulteriori pesanti forme di povertà ed esclusione sociale” ha dichiarato Deborah Lucchetti presidente di Fair e portavoce della Campagna Abiti Puliti, "il risultato raggiunto è il frutto di una campagna di pressione pubblica durata più di tre anni che ha dimostrato ancora una volta l'importanza di unire le forze, società civile e lavoratori, per ottenere giustizia."

Restano ancora da garantire i trattamenti medici per i lavoratori e le lavoratrici vittime di sofferenze fisiche e psicologiche. 350 mila dollari devono essere trasferiti in un diverso Trust Fund di Dhaka, in fase di creazione, che si occuperà dei trattamenti sia delle vittime della Tazreen che di quelle del Rana Plaza. Si spera che questo nuovo Fondo ponga le basi per un servizio permanete di sostegno agli infortuni sul lavoro.

Sebbene ci sia voluto molto tempo, il completamento di questo processo resta un enorme successo. Le vittime hanno finalmente visto riconosciuti i loro diritti creando un precedente importante per casi simili.

Ora il processo di risarcimento si è concluso ma la lotta della famiglie continua. Esse chiedono che i responsabili della morte dei loro cari rispondano delle loro azioni, noi continueremo a supportarli in questa loro battaglia fino a quando sarà resa loro piena giustizia.


"Una dura storia di cuoio": Santa Croce come esempio di competizione globale, precarietà locale

Dipartimento di Economia e Management - Università di Pisa
martedì 5 luglio ore 16:00
Aula A2 Polo Piagge - Via Giacomo Matteotti, 11 - Pisa


intervengono:
Francesco Gesualdi
(coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo)
Papa Demba
(sindacalista UIL)
Simone D'Alessandro
(professore di economia politica)

Incontriamo Francesco Gesualdi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano, coordinatore del dossier "Una dura storia di cuoio", realizzato nell'ambito della campagna "Abiti Puliti".
Analizzeremo quanto emerso dallo studio e le criticità che si celano dietro il distretto conciario di Santa Croce sia rispetto alle condizioni di lavoro che alle problematiche ambientali. Parteciperà anche Papa Demba, conoscitore  del distretto e della realtà vissuta dai lavoratori immigrati che rappresentano una parte importante della forza lavoro del settore conciario.
Obiettivo dell'incontro è non solo  conoscere meglio un settore problematico che fa parte del nostro territorio, ma anche capire quali iniziative possono essere assunte, come consumatori e come cittadini, per indurre imprese e decisori politici a risolvere le problematiche esistenti.

(2016) REPORT - Calpestare i diritti dei lavoratori

La campagna Change Your Shoes ha realizzato una nuova inchiesta su come 23 aziende di calzature molto note in tutta Europa si stiano comportando per affrontare i problemi legati ai diritti umani nella loro catena di fornitura.

Ogni anno vengono prodotte nel mondo 24 miliardi di paia di scarpe e la maggior parte viene realizzata in Asia (88%), nei paesi a basso costo della manodopera. La catena di fornitura include lavoro ad alta intensità, processi pericolosi, pressioni su tempi e sui prezzi di consegna: tutto questo ha inevitabilmente un impatto negativo sulle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori. La campagna ha già denunciato, nel rapporto Una dura storia di cuoio, come uno dei settori più a rischio di questa industria sia la concia per le scarpe in pelle, dove i lavoratori mettono in pericolo la propria salute se non adeguatamente tutelati. Con un’altra ricerca, Tricky footwork, ha evidenziato il ruolo della repressione violenta dello Stato per mettere a tacere le rivendicazioni dei lavoratori in Cina.

In questa cornice Change Your Shoes ha realizzato una valutazione di alcuni dei marchi più noti di calzature, per avere un quadro delle strategie messe in campo dalle aziende in tema di sostenibilità sociale e per fornire i consumatori di uno strumento valido per comprendere chi sta facendo di più e chi di meno per risolvere i problemi della catena di fornitura globale.

Come ricordavamo, i rischi di violazioni dei diritti umani e dei lavoratori nel settore sono molto alti: ciò nonostante 11 aziende su 23 non hanno risposto al questionario inviato (tra cui le italiane Ferragamo e TOD’S) e anche quelle che lo hanno fatto non hanno fornito una solida evidenza circa le politiche aziendali attuate per garantire il rispetto dei diritti umani e del lavoro nelle loro catene di fornitura, con particolare riferimento al pagamento di un salario dignitoso. La mancanza di trasparenza si evince anche dal fatto che 14 di queste 23 non producono bilanci di sostenibilità, nonostante i Principi Guida su imprese e diritti umani delle Nazioni Unite sollecitino le aziende che svolgono operazioni ad alto rischio di violazioni dei diritti umani a riferire su come affrontino i problemi nella loro catena di fornitura.

Dalle informazioni ricevute da GEOX e Prada, i due marchi italiani che hanno risposto ai questionari, emerge un quadro di azioni insufficienti a garantire un’effettiva e completa attività di due diligence. GEOX ad esempio afferma di riconoscere nel suo stabilimento in Serbia un salario del 20% più alto della media del settore, ma senza fornire elementi concreti di calcolo in merito. Secondo interviste ai lavoratori svolte in paesi limitrofi inoltre, il salario dignitoso stimato è molto distante dal livello minimo legale, sufficiente a coprire in media appena il 20% del fabbisogno reale. PRADA non ha fornito informazioni sui paesi di produzione e sul numero di fabbriche, dimostrando una scarsa propensione a rendere conto del suo operato e di come affronta gli impatti negativi della sua attività sui lavoratori, ovunque essi producano (nostre ricerche hanno rivelato che, oltre ai suoi stabilimenti in Italia e UK, l’azienda produce anche in Europa dell’Est, Turchia e Vietnam).

E’ sorprendente lo scarso livello di trasparenza dimostrato dai marchi europei analizzati e in particolare da quelli italianidichiara Deborah Lucchetti, presidente di Fair e portavoce della Campagna Abiti Puliti. “Rendere conto del proprio operato a partire dalla messa in chiaro delle informazioni che riguardano la filiera produttiva, è il primo passo fondamentale per prevenire, identificare e porre rimedio alle violazioni dei diritti umani come stabilito dai Principi Guida delle Nazioni Unite per le imprese” continua Deborah Lucchetti “Il nostro rapporto mette in evidenza quanta strada i marchi debbano ancora fare per garantire ai consumatori europei di acquistare calzature esenti da sfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente, in qualunque parte del mondo esse siano prodotte.”

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(2016) REPORT - Tricky Footwork - La lotta per i diritti del lavoro nell’industria cinese delle calzature

I partner della Campagna Change your shoes lanciano un nuovo report sulle condizioni di lavoro nel settore delle calzature. Dopo l’indagine “Una dura storia di cuoio” realizzata in Italia, tra le fabbriche conciarie del distretto di Santa Croce, lo sguardo si sposta in Cina, di gran lunga leader mondiale nella produzione di scarpe: oltre 15,7 miliardi di paia di scarpe realizzate nel solo 2014.

Sulla base di un’inchiesta realizzata a fine 2015 tra i lavoratori di tre fabbriche della provincia Guangdong, a cura dell’organizzazione tedesca SÜDWIND, il rapporto fotografa una situazione allarmante nel settore dal punto di vista delle violazioni dei diritti umani di chi ci lavora.

I lavoratori delle fabbriche che producono per i grandi marchi europei come Adidas, Clarks e Ecco ci hanno raccontato, tra le altre violazioni, di salari ben al disotto del livello dignitoso, straordinari non volontari, protezione insufficiente dai rischi per la sicurezza e la salute, violenza per reprimere gli scioperi, contributi assicurativi non versati e indennità di fine rapporto irrisorie” dichiara Anton Pieper di SÜDWIND, tra i curatori del report.

Il settore delle calzature è molto dinamico e la Cina gioca un ruolo fondamentale all’interno della rete di fornitura globale che assegna a diversi Paesi funzioni produttive diverse” continua Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti PulitiPurtroppo questo porta ad una competizione senza regole che sacrifica i diritti dei lavoratori e ostacola processi di emancipazione nelle fabbriche

Le violazioni sono quindi un fenomeno molto diffuso nel settore calzaturiero cinese. Eppure la Cina vanta una legislazione in materia di lavoro molto progressista, soprattutto se comparata a quella di altri paesi produttori. I lavoratori godono di molte protezioni, almeno sulla carta, anche se tra queste non è prevista la libertà di riunione e di associazione sindacale. Molte grandi aziende del settore si sono da tempo dotate di codici di condotta per prevenire tali violazioni da parte dei loro fornitori. Ma ciò non è sufficiente senza il coinvolgimento diretto dei lavoratori.

In passato il settore ha conosciuto una crescita record ignorando standard internazionali come le norme fondamentali sul lavoro dell’International Labour Organisation (ILO). Questo ha portato ad un aumento delle controversie negli ultimi anni, molte delle quali con esiti spesso molto violenti

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PARLANO DI NOI

 


H&M non mantiene le promesse

attivati_hmLa Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della Clean Clothes Campaign), l’International Labor Rights Forum e il United Students Against Sweatshops, organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti dei lavoratori in Europa, Bangladesh e Nord America, lanciano una mobilitazione internazionale per chiedere ad H&M di mantenere finalmente le promesse fatte per rendere sicure le fabbriche dei suoi fornitori in Bangladesh.

A tre anni dalla firma dell’Accordo per la prevenzione degli incendi e la sicurezza degli edifici in Bangladesh, con il quale anche H&M si era impegnata a migliorare le condizioni di lavoro nella sua catena di fornitura, un’analisi sulle misure correttive messe in campo dall’azienda in alcune fabbriche, suoi fornitori strategici, mostra come ad oggi la maggior parte di queste siano ancora sprovviste di uscite di sicurezza adeguate.

Nonostante le ripetute denunce di abusi sui diritti dei lavoratori, H&M continua imperterrita a promuovere se stessa come azienda “sostenibile” attraverso eventi e campagne dedicate: dopo il lancio della “Conscious Exclusive Collection” la settimana scorsa a Parigi, dal 18 al 24 aprile si dedicherà alla promozione della “World Recycle Week” (attraverso il video della pop star M.I.A.), la stessa settimana in cui gli attivisti commemoreranno i 1.138 morti causati dal crollo del Rana Plaza, la tragedia che poi portò di fatto alla firma dell’Accordo.

Gli attivisti chiedono ad H&M di dimostrare il suo impegno attraverso i fatti e non con le chiacchere. In particolare l’azienda deve concentrarsi su tre interventi fondamentali – la rimozione di blocchi alle uscite di sicurezza, la rimozione delle porte e delle serrande scorrevoli e l’installazione di porte tagliafuoco e recinzioni alle scale - da realizzarsi entro il 3 Maggio, giorno in cui a Solna, in Svezia, si svolgerà il suo Annual General Meeting.

L’importanza di queste misure è stata evidenziata ancora una volta da un incendio divampato lo scorso febbraio nella fabbrica Matrix Sweaters Ltd, fornitrice di H&M: poteva essere l’ennesima tragedia e solo il fatto che molti lavoratori non erano ancora arrivati in fabbrica per il loro turno di lavoro lo ha evitato. Il report di ispezione della fabbrica realizzato nell’ambito dell’Accordo ha infatti rivelato come H&M abbia mancato diverse scadenze per eliminare i rischi di incendio e rendere la struttura sicura: centinaia di lavoratori hanno rischiato di rimanere bloccati dentro la fabbrica in fiamme.

E’ bene inoltre sottolineare che l’attuazione generale dell’Accordo va a rilento visto che solo in 4 fabbriche su 1.600 sono state completate le azioni correttive previste dal programma di ispezioni indipendenti. Questa situazione impone a tutte le imprese firmatarie di attivarsi rapidamente per mantenere fede all’accordo e garantire il rispetto dei tempi previsti per la correzione delle gravi anomalie che mettono a rischio la vita dei lavoratori in Bangladesh.

La Clean Clothes Campaign, l’International Labor Rights Forum e il United Students Against Sweatshops hanno raccolto tutte le informazioni sul sito www.hmbrokenpromises.com, invitando le persone a firmare una petizione e a partecipare alle iniziative che verranno organizzate in tutto il mondo da oggi e fino al 3 maggio.

FIRMA LA PETIZIONE

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Unisciti a noi nel richiamare H&M al dovere di garantire con tempestività la messa in sicurezza delle fabbriche dei suoi fornitori in Bangladesh, affinché non si ripetano mai più altri casi come la Matrix Sweaters, la Garib & Garib o la Tazreen.
Vai alla petizione --->

 

 

PRENDI PARTE A UN’AZIONE

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Un progetto di Sara Conforti.

TSHIRTINACTION (&NOW ?)
Edizione speciale per la Campagna Abiti Puliti

Tra talk, archivio e performance. Un momento dedicato all'incontro sul tema del recupero del valore narrativo e semantico dei capi d'abbigliamento dismessi.

  • Genova I 17 aprile O16 I Teatro Altrove I h. 17.OO
  • Cocconato d’Asti I 25 Aprile O16 I Mostra In. Abito I h. 15.OO
  • Milano I 27 Aprile O16 I Serpica_lab I Stadera I via Montegani I h. 19.OO
  • Torino I 1 maggio O16 I Residenza Temporanea San Salvario I h. 15.OO

Scopri di più sul laboratorio --->

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ORGANIZZA UN’AZIONE

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Scegli un negozio H&M e organizza un presidio, un volantinaggio, un flash mob per raccontare alle persone cosa sta succeddendo!

Manda una mail a francesco.verdolino@hotmail.it indicando luogo e orario dell'azione! Ti forniremo materiali e ti metteremo in contatto con altre persone della tua città.

 


NO MORE RANA PLAZA

Email Invito

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TEATRO ALTROVE
Piazzetta Cambiaso 1 - 16124 Genova
INGRESSO GRATUITO

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di Sara Conforti

TSHIRTINACTION (&NOW ?)

Edizione speciale per la Campagna Abiti Puliti

ore 17 - 19 / Laboratorio esperienziale
max 15 partecipanti, gradita la prenotazione

Un progetto dell’artista/curatrice che lega la moda ed il costume a pratiche e progetti sociali e relazionali.
Tra talk, archivio e performance.
Un momento dedicato all’incontro sul tema del recupero del valore narrativo e semantico dei capi d’abbigliamento dismessi e i possibili significati dell’abito in relazione alle diverse dimensioni generazionali, sociali, territoriali ed esperienziali. Un lavoro collettivo, mnemonico e manuale per la tessitura di nuovi legami.

Ogni partecipante è invitato a portare:
una TSHIRT acquistata/indossata in un periodo/momento
importante della propria storia personale
una fotografia che lo ritrae con il capo scelto o almeno
una propria fotografia in cui si è ritratti in quel periodo storico.

TRUE COST di Andrew Morgan
Chi paga il prezzo dei nostri vestiti?

ore 20.30 / Proiezione film

Prima della proiezione intervengono:
>  Deborah Lucchetti
Presidente Fair e coordinatrice Campagna Abiti Puliti
>  Sara Conforti
Presidente hóferlabprojects
>  Valeria Graziano
Ricercatrice Art and Design Research Institute Middlesex University, Londra.


Info e prenotazioni per il laboratorio: hoferlab.it - hoferlabprojects@gmail.com

H&M non mantiene le promesse

Approfondisci e scopri cosa puoi fare tu!


So tutto di te: la nuova campagna della Filctem CGIL

CGIL_WebFlyer-02Cosa si nasconde dietro un paio di scarpe, una borsa, un abito?
Lo chiede la Filctem Cgil di Firenze con la campagna #sotuttodite.

Firenze è la capitale del lusso con la presenza di tutte le principali Griffe della pelletteria e della moda: ma la produzione di scarpe, borse, abiti avviene lungo una filiera non tracciata, dove si nascondono fenomeni di illegalità e sfruttamento del lavoro.

La Filctem, che è la categoria della Cgil che organizza i lavoratori del tessile, ha messo il dito nella piaga e con questa campagna vuole ottenere la completa trasparenza e tracciabilità della produzione per poter tutelare i lavoratori nell'intera catena di fornitura.

La campagna partita questa estate con sfilata “trasparente” davanti all'esposizione di Pitti Immagine è stata recentemente rilanciata con le storie di lavoratori che ci hanno messo la faccia raccontando il loro saper fare.

Pochi giorni fa la Filctem Cgil ha promosso un appello di sostegno alla campagna che, tra gli altri, è stato sottoscritto da Deborah Lucchetti, portavoce della campagna Abiti Puliti e Francuccio Gesualdi, del Centro Nuovo Modello di Sviluppo.

La campagna dopo una prima fase di divulgazione, sensibilizzazione e approfondimento si focalizzerà sulla richiesta alle aziende di rendere pubblica e trasparente la propria catena di fornitura.

A questo link il sito della campagna da dove è possibile attivarsi e firmare l'appello www.sotuttodite.org

Appello

Ogni giorno indossiamo abiti, scarpe, borse, portafogli, senza sapere molto di loro.
Sono il nostro oggetto di culto, abbiamo una storia con loro, ma non sappiamo nulla della loro storia.
Dove sono stati fabbricati? Da quali mani e soprattutto in quali condizioni?
Eppure l’assenza di una vera e propria tracciabilità dei prodotti rischia di distruggere la miniera di sapere che caratterizza la manifattura del nostro Paese, storicamente organizzata in filiere di piccole aziende artigiane, per lo più aggregate in territori ad alta vocazione, come ad esempio, la pelletteria a Firenze. Ma chi può controllare che la catena di fornitura non si sposti verso chi offre un minor prezzo, perché sceglie la strada dell’illegalità e sfrutta i lavoratori in Italia o all’estero? Questa insidia purtroppo è sempre più presente, in assenza di regole, trasparenza, controlli.
Per questo facciamo appello a tutti coloro che hanno a cuore il valore del lavoro, la ricchezza del sapere artigiano, i diritti umani e dei lavoratori in qualsiasi angolo del mondo, la legalità e la trasparenza del sistema economico, per coalizzarci e batterci affinché le filiere della moda siano tracciabili, controllate e quindi sostenibili.
Proponiamo a tutti voi di sottoscrivere questo appello a sostegno della campagna #sotuttodite.org e attivarci assieme per rafforzare una sensibilità collettiva su questi temi e per chiedere alle Istituzioni e imprese, a partire dagli attori del territorio fiorentino, un meccanismo che metta in trasparenza la catena di fornitura. Perché la trasparenza non è reato.


(2015) REPORT - Una dura storia di cuoio

3 maggio 2016. Dopo un'analisi della critiche avanzate da Unic, associazione italiana dell'industria della concia, torna in rete l’inchiesta realizzata dal Centro Nuovo Modello Di Sviluppo (CNMS) e dalla Campagna Abiti Puliti Una dura storia di cuoioche analizza la situazione lavorativa nell’industria della concia italiana. La ricerca, parte del progetto Change Your Shoes, focalizza l’attenzione in quella che viene definita la Repubblica del Cuoio: il distretto produttivo di Santa Croce.

I punti principali del rapporto sono:

1) Uno sguardo al commercio globale di pelle: l’Italia stazione conciaria del lusso

L’Italia non dispone di grandi allevamenti di bestiame: con 6 milioni di bovini allevati, ricopre appena lo 0,36% del totale mondiale. Anche la produzione di pelli grezze è ridotta, appena l’1% del totale mondiale. Però l’Italia ha una lunga tradizione conciaria e molti stabilimenti di lavorazione, per cui riesce a generare il 17% del valore della produzione totale mondiale di pelli finite (5,25 miliardi di euro) e addirittura il 30% del valore delle esportazioni. Si tratta quindi in gran parte di pelle ottenuta a partire da semilavorati importati dall’estero: un calcolo svolto nella ricerca dimostra come ben il 75% della pelle prodotta in Italia abbia in realtà origine da pelle semilavorata di provenienza estera.

2) Si produce di meno e si commercia di più, anche nei distretti

L’attività di concia in Italia è sviluppata principalmente in tre distretti, che assieme coprono l’88,6% di tutta la produzione: in ordine di importanza, Arzignano in Veneto, lungo la valle del Chiampo in provincia di Vicenza; Santa Croce sull’Arno in Toscana, tra le province di Pisa e Firenze; Solofra in Campania, tra Napoli e Avellino.

L’industria conciaria italiana è dominata da piccole imprese a proprietà familiare, ma ciò non ha impedito ad alcune di esse di internazionalizzarsi, di aprire concerie all’estero. Esempi sono Antiba, azienda di Santa Croce che possiede concerie in India, o Vicenza Pelli, azienda di Arzignano con uno stabilimento in Serbia. I campioni dell’internazionalizzazione sono i fratelli Mastrotto che dal Veneto si sono espansi in Brasile, Tunisia, Vietnam, per disporre di pelli finite a basso costo da collocare sul mercato mondiale, ormai affollato da nuovi venuti che riescono a vendere a prezzi molto più bassi di quelli praticati dai paesi di vecchia industrializzazione.

3) Il segreto del distretto di Santa Croce sull’Arno: piccolo e frammentato

Il distretto di Santa Croce contribuisce al 70% di tutto il cuoio per suole prodotto in Europa e al 98% di quello prodotto in Italia. Qui ci sono 240 concerie, per la maggior parte di piccole dimensioni e con i macchinari necessari alla sola fase centrale della concia; sono affiancate da oltre 500 laboratori terzisti per l’esecuzione delle altre lavorazioni specifiche. Solo in rarissimi casi, le concerie appartengono a grandi imprese internazionali: tra i casi più noti Blutonic e Caravel Pelli Pregiate (15 e 76 dipendenti), proprietà della multinazionale del lusso Kering, che detiene tra gli altri i marchi Gucci e Bottega Italiana.

Il distretto impiega 12.700 persone, tra lavoratori alle dirette dipendenze delle imprese e assunti da agenzie interinali. I primi rappresentano il 72% del totale, i secondi il 28%. È nelle officine dei terzisti che si concentra il lavoro interinale, dove si registrano le situazioni di maggior sfruttamento lavorativo.

4) La precarietà dei rapporti di lavoro: una flessibilità che favorisce l’illegalità

Nel 2012 i lavoratori interinali nel distretto di Santa Croce erano 1.733. Nel 2014 sono 3.451, il doppio. Segno che il lavoro è cresciuto, ma in forma sempre più precaria. Lo dimostra anche il fatto che nel 2014 nel distretto hanno trovato lavoro 4.650 nuovi addetti, ma solo 1.199 alle dirette dipendenze delle aziende produttrici. A confermare la precarietà interviene anche il dato sui contratti: nel 2014 i lavoratori interinali sono stati 3.451, ma i contratti stipulati sono stati 5.021, uno e mezzo a testa. Sono diffusi persino contratti di 4 ore: un lavoratore viene assunto alle 8 e a mezzogiorno si ritrova già senza lavoro.

Nonostante le maggiori elasticità consentite dalla legge, le infrazioni non sono scomparse. Nel distretto di Santa Croce è abituale lavorare ben oltre le ore di straordinario consentite, facendo ampio ricorso al pagamento al nero. Dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2014, nel distretto sono state ispezionate 181 aziende per un totale di 999 lavoratori. Di questi, 70% erano di nazionalità italiana e 30% immigrati. Complessivamente sono state trovate irregolarità riguardanti 208 lavoratori fra cui 112 totalmente in nero. Il 44% dei lavoratori in nero erano immigrati.

5) Il ricatto ai lavoratori stranieri

I contratti interinali aperti nel 2014 hanno riguardato per il 54% stranieri, quasi tutti extra comunitari. Non è un caso se negli ultimi dieci anni gli stranieri residenti nei comuni del distretto sono passati da 5.060 a 14.248. La crisi ha indebolito ulteriormente la posizione degli immigrati e molti di loro stanno perdendo le posizioni che avevano raggiunto. Alcuni, che in passato erano riusciti a conquistarsi un lavoro a tempo indeterminato, lo hanno perso quando sono andati a trovare i propri cari in Senegal: le dimissioni in bianco fatte firmate al momento dell’assunzione sono servite ai datori di lavoro per licenziare gli operai che si assentavano per periodi troppo lunghi.

Le agenzie interinali si prestano spesso ai desideri delle ditte, che vogliono che alcuni lavoratori senegalesi, particolarmente apprezzati, vadano a lavorare solo per loro, anche se vengono assunti occasionalmente con contratti interinali. Un rapporto “usa e getta”, quindi, con l’obbligo di essere sempre a disposizione: il tempo di un lavoratore diventa così totalmente proprietà della ditta, sia quando lavora che quando non lavora.

6) La salute a rischio

Nel distretto ci sono aziende moderne, attente alle normative sulla sicurezza e l’igiene, ma anche concerie e terzisti che investono malvolentieri, cercando anzi di risparmiare a discapito dei vincoli normativi. Dalla ricerca emerge che sono soprattutto gli interinali i più a rischio: nelle ore in cui sono assunti vengono costretti a ritmi massacranti e spesso senza la fornitura degli indumenti antinfortunistici, come le cuffie contro il rumore o le mascherine per ripararsi dalle esalazioni.

Nel 2011 la sezione della Medicina del Lavoro competente per il distretto di Santa Croce, ha condotto uno studio su 101 lavoratori addetti alla scarnatura, con un’età media di 44 anni, di cui 37 stranieri: di tutti i lavoratori esaminati, 31 sono risultati positivi per disturbi alla colonna vertebrale. I casi di malattie professionali riconosciuti nel distretto di Santa Croce dal 1997 al 2014 sono stati 493, suddivisibili in cinque grandi gruppi: malattie muscolo-scheletriche (44%), tumori (19%), dermatiti da contatto, ipoacusie da rumore e malattie respiratorie.

7) Acque chiare, ma tanta opacità

In un'area in cui vivono circa 110.000 persone, il carico inquinante nel sistema delle acque è pari a quello di una città con 3 milioni di abitanti: eppure tra riciclo dei rifiuti e corretto smaltimento le condizioni ambientali sono molto migliorate rispetto al passato. Ciò nonostante la ricerca ha riscontrato una evidente mancanza di collaborazione da parte delle imprese di smaltimento e una grande opacità dei dati. Purtroppo nel passato recente la mancanza di controlli ha portato anche allo sviluppo di situazioni criminali: la Guardia di Finanza ha scoperto che tra 2006 e 2013 il Depuratore di Ponte a Cappiano (oggi chiuso) ha immesso nel fiume Arno ben 5 milioni di metri cubi di fanghi tossici senza depurarli.

Materiali

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tazreenincendio

Dopo tre anni dall’incendio della Tazreen, Walmart rifiuta ancora di pagare i risarcimenti. E anche Piazza Italia la segue a ruota.

La Clean Clothes Campaign e il Labor Rights Forum chiedono ai marchi internazionali, tra cui Walmart e El Corte Ingles, di versare i contributi nel fondo di risarcimento per i familiari delle 112 vittime e per i sopravvissuti dell’incendio alla fabbrica Tazreen in Bangladesh.

Martedì 24 novembre ricorrerà il terzo anniversario di quel disastro. Quando divampò l’incendio, i lavoratori restarono intrappolati nella fabbrica: le uscite erano bloccate e l’unico modo per scappare era buttarsi dalle finestre dei piani alti. Più di cento lavoratori rimasero feriti saltando da quelle finestre al terzo e quarto piano, con lesioni alla schiena e alla testa che hanno causato molto dolore. Negli ultimi tre anni i familiari dei morti e dei feriti hanno lottato per avere i loro risarcimenti per la perdita di un caro o della capacità di tornare al lavoro.

La Tazreen produceva per giganti come l’americana Walmart, il sezione spagnola de El Corte Ingles, il distributore tedesco KIK, C&A e Sean John’s Enyce brand. Altri marchi collegati sono Edinburgh Woollen Mill (UK), KarlRieker (Germania), Teddy Smith (Francia) e le americane Disney, Sears, Dickies e Delta Apparel. Tra loro anche l’italiana Piazza Italia.

Un accordo per coprire la perdita di reddito e le spese mediche è stato siglato da IndustriALL Global Union, la Clean Clothes Campaign, C&A e la C&A Foundation poco prima del secondo anniversario della tragedia.

Questo accordo ha portato alla creazione del Tazreen Claims Administration Trust, che sovrintende il processo per le richieste di rimborso, collabora con le organizzazioni che rappresentano le famiglie e raccoglie fondi per effettuare i pagamenti. Le famiglie degli operai morti nel rogo hanno cominciato a registrare le loro richieste e oggi il Trust ha lanciato un nuovo sito web, che fornisce informazioni sul processo e dettagli su come possono essere effettuate le donazioni. (http://tazreenclaimstrust.org)

Ci si aspetta che il Trust Fund raccolga il denaro necessario ad effettuare tutti i pagamenti innanzitutto attraverso i contributi delle imprese che si rifornivano presso la fabbrica. Si sta chiedendo ai marchi con un fatturato di oltre 1 milione di dollari di versare almeno 100 mila dollari. C&A e Li & Fung (che si riforniva per conto di Sean Paul) si sono già impegnate ad effettuare versamenti. La tedesca KiK, attualmente coinvolta in una controversia per quanto riguarda il suo rifiuto di negoziare il risarcimento delle vittime dell’incendio alla Ali Enterprises, ha ora accettato di effettuare un versamento nel Trust Fund.

Ma non tutte le aziende si sono impegnate pubblicamente finora. Il più grande cliente della Tazreen, Walmart, non ha ancora corrisposto un centesimo per le vittime e i loro familiari. Eppure nel 2014 aveva dichiarato pubblicamente la volontà di voler contribuire con 3 milioni di dollari attraverso la BRAC USA per le vittime del Rana Plaza e di altre tragedie dell’industria tessile del Bangladesh. 1 milione di dollari lo ha versato nel Rana Plaza Trust Fund, 92 mila dollari li ha forniti per le cure mediche. Cosa intende fare con il restante 1,1 milione di dollari promesso?

Anche le intenzioni della sezione spagnola del El Corte Ingles non sono chiare, visto che, pur avendo partecipato al Comitato iniziale incaricato di portare avanti il processo sul Rana Plaza, non si è ancora impegnato per nulla sul caso Tazreen.

Sam Maher, che rappresenta la Clean Clothes Campaign ha dichiarato: "Questi lavoratori hanno atteso tre anni per ottenere i pagamenti necessari alla sopravvivenza quotidiana, per pagare affitto, istruzione e assistenza sanitaria. Essi non dovrebbero essere costretti ad
aspettare ancora. Non vi è alcuna giustificazione per il rifiuto di pagare - i lavoratori Tazreen meritano di essere trattati come quelli del Rana Plaza. Esortiamo tutti quei marchi che compravano dalla Tazreen a contribuire subito senza ulteriori ritardi."

Judy Gearhart, direttore esecutivo dell'International Labor Rights Forum, ha detto: "È
inconcepibile che dopo tre anni le vittime Tazreen e le famiglie non hanno ancora ricevuto
un risarcimento significativo e Wal-Mart non ha pagato o promesso nulla. Ecco perché, nel
terzo anniversario della tragedia, stiamo incoraggiando i consumatori ad agire on-line e di fronte ai negozi Walmart come parte della settimana di azione Black Friday
"

Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della Clean Clothes Campaign) aggiunge: “La mancanza di una regolamentazione legale e vincolante, che obblighi le multinazionali ad assumersi le loro responsabilità per tutta la catena di fornitura vigilando sul rispetto dei diritti umani per prevenire disastri come questo, ad esempio con ispezioni indipendenti, trasparenti e non concordate, e intervenire con risarcimenti equi e tempestivi in caso di violazioni, lascia nelle mani dei grandi marchi la volontà di impegnarsi o meno nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dei lavoratori che producono per loro.”

Ma non è accettabile che dei lavoratori muoiano per la negligenza delle multinazionali. Proprio per questo motivo vi diamo appuntamento a Torino il prossimo 21 novembre, dalle 10.30 alle 17.30, presso l’Ex Birrificio Metzger cccto in via Bogetto 4/g per discutere insieme ad attivisti, esperti del settore e istituzioni quali siano le strategie e gli strumenti che si possano mettere in campo per proteggere in maniera più efficiente ed efficace i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici nel mondo.

Programma dell’evento:
http://www.abitipuliti.org/changeyourshoes/2015/10/27/peoples-meeting-21-novembre-torino/


People's Meeting - 21 Novembre - Torino

FAIR - Peoples meeting header

Grazie ai relatori, a tutti coloro che hanno partecipato e che hanno inviato contributi scritti. Gli esiti dei People’s Meeting organizzati nei 12 paesi europei che promuovono Change Your Shoes saranno utilizzati per continuare il lavoro di sensibilizzazione e miglioramento delle condizioni di lavoro nella filiera delle calzature per renderla più equa, sicura e trasparente per i lavoratori e le lavoratrici che le producono, i cittadini e le cittadine che le acquistano.

DIRITTI DEI LAVORATORI, RETI DI MULTINAZIONALI, POLITICHE EUROPEE:
COSA POSSIAMO FARE PER CAMBIARE ROTTA?

Leggi il documento introduttivo

IL PROGRAMMA

Ex Birrificio Metzger cccto - via Bogetto 4/g - 10144 Torino

10.30 - 11.00 Registrazione Partecipanti

INPUT

Quali iniziative dovrebbe assumere l’unione europea nell’ambito degli aiuti allo sviluppo, della legislazione sociale, della politica economica, dei trattati internazionali per sradicare la povertà e promuovere i diritti umani e del lavoro dentro e fuori l’Europa?

11.00 – 13.00
Le politiche per lo sviluppo e il commercio in Europa: strabismi, rischi e opportunità per l’azione dei movimenti sociali in difesa dei diritti dei lavoratori

Intervengono

lucchettiDeborah Lucchetti, Presidente Fair,
Campagna Abiti Puliti

balcetGiovanni Balcet, Docente di Economia Internazionale, Università di Torino e Maison des Sciences de l’Homme, Paris

matteiUgo Mattei, Giurista, Docente Università di Torino e Hastings College of Law California,Coordinatore accademico International University College di Torino

13.00 - 14.00
Pranzo al Fornello Popolare a cura dell’Ex-Birrificio Metzger

baloon_italia

OUTPUT
Di quali informazioni, strategie e strumenti dobbiamo disporre noi cittadini, attivisti, operatori dei movimenti sociali e consumatori per trasformarci e consolidarci in attori di cambiamento e attivatori di democrazia e diritti per tutti e per tutte?

14.00 -15.30
Lavoro in gruppi e plenaria. Condivisione dei contributi pre-conferenza.

Facilita

esposito Gilda Esposito, facilitatrice di innovazione sociale ed educativa, Università di Firenze

15.30 - 16.00

Coffee break al Fornello Popolare a cura dell’Ex-Birrificio Metzger

FINAL SHARING
Quale è la vostra posizione in quanto esponenti istituzionali sui temi e sulle strategie per proteggere i diritti dei lavoratori senza confini? Cosa possiamo fare noi per sostenere il vostro impegno dentro le istituzioni per darvi concretezza?

16.00 - 17.30
Le risposte della politica: c’è un futuro per i diritti dei lavoratori in Europa e nelle filiere globali del tessile e delle calzature?

distefanoModera
Andrea Di Stefano, Economista, Direttore rivista Valori

Intervengono

gesualdiFrancesco Gesualdi Presidente Centro Nuovo Modello Sviluppo, Campagna Abiti Puliti

cappuccioSilvana Cappuccio, Area Politiche europee e internazionali CGIL, rappresentate gruppo lavoratori CdA OIL

francesconiBenedetta Francesconi,
Resp. del Segretariato del PNC OCSE - Ministero dello Sviluppo Economico

onelliPaolo Onelli,
Direttore Generale Tutela delle Condizioni di Lavoro e Rel. Ind. Min. del Lavoro e delle P.S.

fassinaStefano Fassina,
Deputato, Sinistra Italiana

forenzaEleonora Forenza, Europarlamentare, L’Altra Europa con Tsipras-Gruppo GUE NGL 

Registrati

Per confermare la tua parte cipazione è necessario iscriversi al People’s Meeting tramite questo form: http://goo.gl/forms/3X4RSYx41S.

DOCUMENTO INTRODUTTIVO

Scarica e leggi il documento introduttivo preparato dalla Campagna Abiti Puliti

CONTRIBUISCI

Considerando la complessità di scenari ed il poco tempo a disposizione per la costruzione di proposte bottom up siete tutti invitati ad inviare un contributo preparatorio, un concept paper, un PPT, un videoclip all’indirizzo info@abitipuliti.org entro il giorno prima del people meeting. I contributi verranno pubblicati sul sito della Campagna Abiti Puliti e utilizzati durante l’incontro.

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LIVING WAGE NOW FORUM: la Clean Clothes Campaign chiede accordi vincolanti

Durante il Living Wage Now Forum tenutosi a Bruxelles dal 12 al 14 ottobre, la Clean Clothes Campaign ha consegnato le oltre 125 mila firme raccolte per chiedere l’istituzione di accordi vincolanti e una legislazione adeguata che permetta ai marchi del tessile di assumersi le loro responsabilità in tema di salario dignitoso.

Le firme sono state consegnate alle aziende internazionali e ai rappresentanti della Commissione Europea che hanno preso parte alla due giorni dedicata al salario dignitoso.

Il Forum ha visto la partecipazione di oltre 250 lavoratori, marchi, decisori politici e attivisti riuniti per impegnarsi a implementare il salario dignitoso per tutti i lavoratori del tessile.

Durante l’evento, i partecipanti si sono mostrati d’accordo sul fatto che le politiche adottate in base ai codici di condotta volontari e ai progetti pilota messi in campo finora dalle aziende non hanno prodotto quasi alcuna differenza. La Clean Clothes Campaign insiste sulla necessità di avere un approccio vincolante e strutturale come quello che ha portato alla firma dell’Accordo sulla Sicurezza in Bangladesh e del Protocollo sulla Libertà di Associazione in Indonesia. Questo tipo di accordi è assolutamente innovativo perché affronta le cause del problema alla radice.

È importante che la Commissione Europea migliori velocemente la legislazione in tema di trasparenza del settore tessile. Dopo il disastro del Rana Plaza, è stato impossibile avere una lista dei marchi europei che si rifornivano presso le fabbriche di quell’edificio. Si è dovuto scavare a mani nude tra le macerie per recuperare le etichette e identificare i marchi. Questa è una vergogna per tutte quelle aziende che parlano di responsabilità di impresa. Oggi l’Europa rivede le sue direttive sulla sicurezza e la tracciabilità dei prodotti: esiste quindi la possibilità concreta di rendere pubblici i luoghi di produzione della merce venduta sul mercato europeo.

Altro tema di dibattito è stato il salario estremamente basso dell’industria tessile europea. Ad esempio in Georgia i lavoratori tessili percepiscono appena 114 euro al mese, solo il 10% del salario dignitoso.

L’Asia Floor Wage è convinta che debbano essere le aziende a farsi carico degli aumenti salariali sia in Europa che nel Sud Est Asiatico, visto che sono loro che si appropriano della maggior parte del valore dei beni che le donne e gli uomini che lavorano per loro producono.

Alcune aziende hanno promesso di pagare il salario dignitoso ai lavoratori e alle lavoratrici che producono i loro abiti. Altri hanno stabilito delle tappe per garantire che i diritti dei lavoratori siano rispettati in tutta la catena di fornitura. I risultati non si vedono ancora e noi non ci fermeremo finché questo non diventerà realtà.

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Living Wage Now Forum

Dal 12 al 14 ottobre 2015 si svolgerà a Bruxelles il Living Wage Now Forum organizzato da achACT, Schone Kleren Campagne e Clean Clothes Campaign.

Lo scopo? Incoraggiare i decisori politici e i marchi a passare dalle parole ai fatti basandosi su proposte concrete elaborate dalla Clean Clothes Campaign.

Decine di rappresentanti dei lavoratori da tutto il mondo (Bangladesh, Cambogia, Indonesia, India, Sri Lanka, Haiti, Georgia, Croazia, Salvador), marchi (H&M, Primark, C&A, New Look, Pentland, N'Brown, Tchibo), politici europei, esperti e membri delle organizzazioni che si occupano di diritti dei lavoratori si incontreranno per discutere come rendere il salario dignitoso per tutti una realtà.

SCARICA IL PROGRAMMA

Solo su invito : contattare achacteurs@achact.be

PER MAGGIORI INFORMAZIONI

 


Sicurezza edifici in Bangladesh: H&M non rispetta i patti

Schermata 2015-10-02 alle 09.36.53----> FIRMA LA PETIZIONE: https://actionnetwork.org/letters/h-m-agire-per-la-sicurezza-dei-lavoratori

La Clean Clothes Campaign (CCC), l’International Labor Rights Forum (ILRF), il Maquila Solidarity Network (MSN) e il Worker Rights Consortium (WRC) lanciano il report Evaluation of H&M Compliance with Safety Action Plans for Strategic Suppliers in Bangladesh. Il documento analizza le informazioni pubbliche disponibili riguardo ai progressi fatti da H&M nell’affrontare i rischi per la sicurezza dei lavoratori nei suoi stabilimenti in Bangladesh.
I dati, provenienti dalle relazioni delle ispezioni nelle fabbriche e dai Piani di Azione Correttiva (CAPs) resi pubblici dall’Accordo per la prevenzione degli incendi e la sicurezza in Bangladesh (siglato in seguito al crollo del Rana Plaza nel 2013, il peggior disastro della storia dell’industria tessile che ha causato la morte di 1138 persone), mostrano chiaramente come H&M non abbia rispettato gli impegni per garantire la sicurezza dei lavoratori.

Concentrandosi sulle fabbriche che H&M ha indicato come le migliori della sua catena di fornitura in tema di lavoro e ambiente, il rapporto mostra come tutte queste fabbriche non siano state in grado di rispettare le scadenze previste per le riparazioni e come la maggior parte delle ristrutturazioni non siano ancora state ultimate nonostante i termini scaduti. Le ristrutturazioni includono l’installazione di porte tagliafuoco, la rimozione dei blocchi e delle porte scorrevoli dalle uscite di sicurezza e delle recinzioni sulle scale, permettendo ai lavoratori di uscire dalla fabbrica in sicurezza in caso di emergenza.

Nel 2010, 21 lavoratori sono morti nell’incendio della fabbrica Garib&Garib, fornitore di H&M, per mancanza di elementi base a garantire la sicurezza, tra cui le uscite antincendio.

“Per la prima volta, grazie all’Accordo, H&M è a conoscenza di tutte le ristrutturazioni necessarie a rendere finalmente sicure le sue fabbriche in modo che i lavoratori non corrano rischi e non temano un nuovo Rana Plaza” ha dichiarato Bob Jeffcott del Maquila Solidarity Network (MSN). “Nonostante ciò, continuano a tirarla per le lunghe e a ritardare i lavori”

“Da parte di H&M vorremmo vedere un investimento serio nel processo di risanamento dei suoi fornitori in Bangladesh, almeno pari a quello effettuato in pubblicità e dichiarazioni altisonanti sulla sostenibilità. Dato il suo peso nel settore tessile in quel paese e data l’opportunità offerta dallo storico Accordo siglato dopo la tragedia del Rana Plaza, H&M può giocare un ruolo chiave per mettere in sicurezza l’intero settore in Bangladesh ”, dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti.

“Sull’onda emotiva che ha circondato il disastro del Rana Plaza, H&M, il più grande produttore di abbigliamento in Bangladesh, ha garantito di sistemare le condizioni in cui si trovano le fabbriche in quel Paese” ha concluso Scott Nova del Worker Rights Consortium (WRC). “Ora è chiaro che H&M ha infranto quella promessa”.


Ali Enterprises: dopo 3 anni KIK ancora non paga i risarcimenti alle vittime

L’11 settembre 2012 alla Ali Enterprises morirono arse vive 254 persone mentre 55 rimasero gravemente ferite. L’incendio divampò alle 6 del pomeriggio e gli operai rimasero intrappolati come topi dietro a finestre sbarrate e uscite bloccate. Un inferno che ancora oggi vive nella memoria dei sopravvissuti che conducono vite miserabili in attesa di giustizia. Solo tre settimane prima, è bene ricordarlo, la Ali Enterprises aveva ottenuto la certificazione SA8000 dal RINA, società di ispezione italiana. Una azienda sicura, secondo gli ispettori accreditati dalla SAI.

Nel terzo anniversario del peggior disastro industriale del Pakistan, i sindacati globali IndustriALL e UNI, insieme con la Clean Clothes Campaign richiamano il grande distributore tedesco KIK  alle sue dirette responsabilità e in particolare al dovere di onorare la promessa di garantire il risarcimento alle vittime.

All'indomani del disastro il gigante tedesco KiK, con 3.200 punti vendita in tutta la Germania, l'Austria e l'Europa orientale, ha firmato un Memorandum vincolante con l’impegno di effettuare un pagamento iniziale di US $ 1 milione per le vittime e le loro famiglie per le cure immediate.
KiK ha versato $ 1 milione nel fondo provvisorio ma si è sottratta agli altri obblighi previsti dall’accordo di impegnarsi nel negoziato per determinare il risarcimento di lungo periodo per le vittime. A cui si affianca l’obbligo di versare  250.000 dollari per rinforzare il lavoro di monitoraggio degli standard sociali, anche questo mai onorato.

Dalla firma dell’accordo il 21 dicembre 2012, KiK ha giocato a prendere tempo e ha messo in campo tatticismi solo volti ad evitare le sue responsabilità. La necessità di ricevere un giusto risarcimento che includa la perdita di reddito, le spese mediche e i danni psicologici, per quanto scritta in un accordo firmato dalle parti, conta poco o nulla.

Ma le vittime non demordono e neanche le organizzazioni che da tre anni difendono i loro diritti. Come quelli di Rifit Bibi, rimasta vedova con quattro bambini piccoli da mantenere, che dichiara "Ricevo 5.000 PKR (47 dollari ) al mese di pensione, non sufficienti per comprare il cibo per i miei figli. La vita è miserabile, da quando mio marito è morto”. O quelli di Shahida Parveen, vedova di 37 anni e dei suoi tre figli che ha paura di finire a lavorare in una fabbrica della morte e vorrebbe lavorare negli uffici, per i quali necessita di una buona istruzione, ma non ha abbastanza soldi per permettersela.

KiK vanta un record di approvvigionamento da alcune delle fabbriche più pericolose al mondo e quello di unica azienda collegata ai tre più gravi disastri che hanno colpito l'industria dell'abbigliamento in tempi recenti: l’incendio alla Ali Enterprises in Pakistan; l’incendio alla Tazreen Bangladesh (2012); e il crollo del Rana Plaza, sempre in Bangladesh (2013). Tre tragedie in cui sono morti 1.500 lavoratori.

Secondo gli attivisti della Clean Clothes Campaign e i sindacati globali IndustriALL e UNI, si tratta di una situazione inaccettabile, di un insulto per le vittime che non possono attendere ancora. Per questo è stata avviata una campagna di pressione internazionale per obbligare la KiK a rispettare gli accordi. E una petizione, lanciata da Shahida, una delle donne rimaste vedove quel maledetto 11 settembre  http://bitly.com/makekikpay 


Al via la campagna “Change your shoes” per trasformare l’industria calzaturiera.

18 organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani, dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente, provenienti dall’Europa, la Cina, l’India e l’Indonesia, lanciano la nuova campagna globale “Change your Shoes”, volta ad affrontare le violazioni sistematiche dei diritti umani che affliggono l'industria calzaturiera, tra cui le condizioni di lavoro non sicure e i salari da fame, nonché la necessità di una regolamentazione e di trasparenza.

Recenti disastri dell’industria tessile, tra cui il crollo del Rana Plaza, hanno messo in evidenza le spaventose condizioni di lavoro degli operai e delle operaie del tessile. Quello che spesso si trascura è che problemi molto simili pervadono anche altri settori di produzione di beni primari, come quello calzaturiero e degli accessori. Ad esempio i salari da fame sono una realtà purtroppo radicata, con circa il 2% del prezzo di un paio di scarpe pagato al lavoratore che le produce. Per non parlare dei rischi per la salute e per l’ambiente che si corrono in moltissime concerie a causa dell’utilizzo di Cromo III.

All’inizio dell’anno la campagna Change your Shoes ha commissionato alla Nielsen un sondaggio. È risultato che il 50% dei cittadini europei ha scarse o nessuna informazione sulla produzione delle scarpe, nonostante la dimensione industriale del settore sia immensa, con oltre 22 miliardi di paia di scarpe prodotte nel solo 2013, l’87% delle quali in Asia. Il sondaggio ha inoltre rivelato che il 63% dei cittadini ritiene che l’Europa dovrebbe imporre regolamentazioni sui beni che entrano nel mercato continentale per garantire il rispetto dei diritti dei lavoratori.

“È sorprendente quanto poco conoscano i consumatori del settore calzaturiero. La campagna Change your Shoes si occuperà di sensibilizzare i cittadini, esercitare pressioni sui marchi e chiedere ai legislatori di affrontare quei nodi chiave che favoriscono il perdurare degli abusi, come la totale mancanza di trasparenza. L’Ue, come istituzione leader democratica, deve compiere passi concreti e implementare chiare regolamentazioni che salvaguardino i diritti dei lavoratori” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti.

La campagna inoltre lancia oggi una nuova applicazione per smartphone invitando tutti e tutte a partecipare ad una marcia virtuale verso Bruxelles, chiedendo all’Ue di adottare le misure necessarie a garantire trasparenza nelle catene di fornitura calzaturiere. L’applicazione può essere scaricata qui: http://changeyourshoes.cantat.com/

SCARICA IL FACTSHEET PER APPROFONDIRE

Questo comunicato stampa è stato prodotto con l’assistenza finanziaria dell’Unione Europea. I contenuti di questo comunicato stampa sono di responsabilità della Campagna Abiti Puliti e in nessuna circostanza possono essere considerati una posizione dell’Unione Europea.


I nostri abiti hanno un difetto di fabbricazione. Rispediamoli simbolicamente ai marchi

Mentre impazzano i saldi estivi nelle città di tutto il mondo, la Clean Clothes Campaign punta i riflettori sui “difetti di fabbricazione” degli abiti con il lancio del nuovo sito Living Wage Defect. Le persone possono simbolicamente rispedire ai marchi un abito a causa del difetto da salario dignitoso e firmare la petizione in favore dei lavoratori e delle lavoratrici del tessile.

In Asia come in Europa, i lavoratori del tessile lottano per i loro salari. Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti dichiara: “I salari minimi attuali sono così bassi che i lavoratori sono costretti a vivere in povertà, senza la possibilità di offrire un futuro migliore ai loro figli. I marchi parlano di salario dignitoso da anni, ma non abbiamo ancora visto miglioramenti per i lavoratori

Un salario dignitoso dovrebbe essere guadagnato in una normale settimana lavorativa e permettere al lavoratore di acquistare cibo per se stesso e la sua famiglia, pagare l’affitto, le cure mediche, gli abiti, i trasporti, i costi di istruzione e risparmiare una piccola somma per affrontare spese impreviste. La realtà è un’altra. Una lavoratrice del Bangladesh, ad esempio, dovrebbe lavorare più di 22 ore al giorno, tutti i giorni della settimana, per raggiungere il salario dignitoso.

 

Difetto da salario dignitoso

Nella maggior parte dei casi i lavoratori del tessile guadagnano solo il 20-30% del salario dignitoso. “Se i nostri abiti fossero ridotti del 70-80% , li rispediremmo indietro. Invitiamo i consumatori a fare lo stesso per il difetto da salario dignitoso, rispedendo simbolicamente ai marchi un abito attraverso il sito Living Wage Defect” aggiunge Lucchetti.

Negli ultimi due anni, oltre 110 mila cittadini europei hanno già sottoscritto la petizione per l’istituzione del salario dignitoso nel settore tessile. Questa petizione sarà consegnata alle imprese e ai rappresentanti politici durante il Living Wage Now Forum che si svolgerà nell’Ottobre 2015 a Bruxelles.

 

Living Wage Now Forum

Dal 2013 la Clean Clothes Campaign lavora intensamente per sostenere la battaglia dei lavoratori e delle lavoratrici del tessile per il salario dignitoso, dando voce agli operai, rafforzando le organizzazioni dei lavoratori e supportando strategie concrete come l’Asia Floor Wage Alliance, iniziativa regionale impegnata unisce sindacati e organizzazioni per i diritti umani e dei lavoratori in Asia.

In Europa, la CCC ha sensibilizzato i cittadini affinché esercitassero pressioni sui marchi e sui decisori politici per intraprendere iniziative concrete e costruire un contesto normativo volto al rispetto e alla promozione del diritto al salario dignitoso nel tessile.

Il percorso culminerà con il Living Wage Now Forum, che si svolgerà dal 12 al 14 ottobre 2015 a Bruxelles: in quell’occasione la CCC chiederà alle imprese e ai decisori politici europei di discutere sui prossimi passi concreti necessari al rispetto dei diritti umani nell’industria della moda.

 

LIVING WAGE NOW

FIRMA LA PETIZIONE

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Dichiarazione della Campagna Abiti Puliti sul crollo della Jieyu Shoe Factory in Cina

La Campagna Abiti Puliti esprime tristezza e rabbia per la notizia della tragica perdita di vite umane in una fabbrica di scarpe crollata in Cina orientale sabato scorso 5 luglio, e invia le sue sentite condoglianze a tutte le famiglie colpite.

Gli ultimi rapporti suggeriscono che alla Jieyu Shoe Factory, situata nella provincia orientale di Zhejiang in Cina e crollata lo scorso 5 luglio, hanno perso la vita tra i sei e i 14 operai.
56 operai erano al lavoro quando l'edificio di quattro piani crollato. Più 30 hanno subito lesioni gravi e le squadre locali antincendio e di soccorso stanno continuando a scavare tra le macerie per recuperare i corpi. La causa del crollo del palazzo non è chiara, ma grandi e pesanti serbatoi d'acqua erano stati installati sul tetto e questo, secondo le ultime fonti, potrebbe aver contribuito.

Inoltre non è tuttora chiaro quali marchi internazionali si rifornissero alla fabbrica, anche se la zona è un centro di produzione di scarpe ben noto. Secondo la commissione turismo del governo locale la città di Wenling, dove si trovava la fabbrica della morte, produce “un quinto della produzione mondiale di scarpe”.

Il crollo accresce la lista dei disastri in materia di salute e sicurezza nel settore abbigliamento e calzature venuti prepotentemente alla ribalta internazionale con il caso Rana Plaza del 2013.

La Campagna Abiti Puliti non cessa di fare appello all’industria mondiale della moda e delle calzature affinchè apprenda dagli errori del passato e si impegni a garantire sicurezza e salubrità in tutti i luoghi di lavoro.

Esorta tutte le aziende committenti della Jieyu Shoe Factory a lavorare insieme per garantire un equo risarcimento e cure mediche appropriare alle famiglie delle vittime e alle persone colpite da questo tragico incidente.


Rana Plaza: abbiamo vinto!

La Clean Clothes Campaign (CCC) è lieta di annunciare una grande vittoria: il Rana Plaza Donors Trust Fund ha finalmente raggiunto l’obiettivo di 30 milioni di dollari grazie ad una cospicua donazione anonima.
 
La CCC ha iniziato la campagna subito dopo il crollo nell’aprile 2013 chiedendo ai marchi e ai distributori di risarcire le vittime di quel disastro. Da allora oltre un milione di consumatori in tutta Europa e nel mondo hanno partecipato alle azioni rivolte ai principali marchi che si rifornivano in una delle cinque fabbriche ospitate dal Rana Plaza. Proprio queste azioni hanno costretto molti brand a pagare i risarcimenti dovuti portando il Fondo a soli 2,4 milioni di dollari dall’obiettivo nel secondo anniversario del disatro. Una grande donazione ricevuta dal Fondo nei giorni scorsi ha infine permesso di raggiungere i 30 milioni di dollari prefissati.
 
“Oggi è un giorno importante per la giustizia e per i diritti dei lavoratori. Dopo più di due anni di campagna internazionale ininterrotta, le vittime del Rana Plana possono finalmente contare sul pieno risarcimento a loro dovuto secondo i calcoli effettuati dal Rana Plaza Trust Fund. Ciò non sarebbe stato possibile senza la pressione costante e crescente dei cittadini e dei consumatori che in tutta Europa non hanno mai smesso di chiedere giustizia per quei lavoratori” dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti. “ Avremmo voluto ottenere questo risultato molto prima. Tuttavia l’assenza di regole vincolanti per le imprese che le obblighino a risarcire in lavoratori in casi come questi mette in luce la necessità di superare meccanismi di tipo volontario che possono funzionare solo in presenza di una forte pressione pubblica”

Il Rana Plaza Donors Trust Fund è stato istituito dall’ILO nel gennaio 2014 per raccogliere i soldi da destinare alle vittime come risarcimento per la perdita di guadagni e per coprire le spese mediche. Nel novembre 2014 il Rana Plaza Coordination Committee ha annunciato che sarebbero stati necessari 30 milioni di dollari per garantire i 5000 risarcimenti previsti dal processo di valutazione. Tuttavia, a causa delle donazioni insufficienti dei marchi e dei distributori, non era stato possibile fino ad oggi completare tutti i pagamenti.
 
La Clean Clothes Campaign continuerà a sostenere le vittime Rana Plaza che stanno cercando di ottenere ulteriori risarcimenti per il dolore e la sofferenza subiti a causa della negligenza aziendale e istituzionale: risarcimenti che non rientrano nel campo di applicazione dell’Arrangement e quindi esclusi dai 30 milioni di dollari.
 
La CCC chiede inoltre modifiche strutturali a livello politico per garantire alle vittime di futuri disastri un intervento più tempestivo. Accoglie positivamente la nuova iniziativa dell’ILO in Bangladesh rivolta a sviluppare un sistema nazionale di protezione per gli infortuni sul lavoro per i 4 milioni di lavoratori tessili del Paese. Invita infine anche i politici europei a sviluppare una migliore regolamentazione delle catene di fornitura al fine di garantire che i marchi e i rivenditori si assumano adeguate responsabilità in futuro.


CCC chiede un'inchiesta sull'incendio nelle Filippine

La Clean Clothes Campaign chiede al governo delle Filippine di svolgere un’inchiesta completa e dettagliata sulle circostanze che hanno causato l’incendio della fabbrica di infradito di Manila, che ha causato la morte di almeno 72 lavoratori e lavoratrici lo scorso 13 maggio 2015.

L’incendio, probabilmente il peggiore della storia industriale filippina, è divampato quando le scintille di un impianto di saldatura, utilizzato per riparare una serranda, sono entrate in contatto con una sostanza chimica altamente infiammabile raccolta nelle vicinanze. I lavoratori sono rimasti intrappolati al secondo piano del palazzo, impossibilitati a scappare dallaefinestre chiuse con sbarre e reti metalliche. La violenza del fuoco ha reso estremamente difficile l’identificazione dei corpi e 20 lavoratori risultano ancora dispersi.

La fabbrica Kentex Manufacturing Incorporated, situata a Valenzuela City, stava producendo ciabatte di gomma per la vendita e la distribuzione in diverse parti delle Filippine. I familiari delle vittime hanno costituito la Justice for Kentex Workers Alliance e sono determinati a lottare per i loro cari.

La CCC chiede che il governo persegua i responsabili di questi decessi e fornisca un pieno risarcimento ai familiari delle vittime. Inoltre, la CCC supporta la richiesta, fatta dai gruppi impegnati nella difesa dei diritti dei lavoratori al governo, di rendere obbligatorio che le ispezioni alle fabbriche siano effettuate da ispettori indipendenti dal settore.

Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, dichiara: “Siamo di fronte all’ennesima tragedia che poteva e doveva essere evitata. Se vi fossero state ispezioni indipendenti e terze, sarebbero venute alla luce le gravi violazioni delle normative vigenti sulla sicurezza. E’ doveroso da parte del governo avviare una indagine per accertare le cause dell’incendio e identificare i responsabili. Inoltre le famiglie delle vittime hanno diritto ad in pieno e certo risarcimento

Subito dopo l’incendio Rosalinda Baldoz, Labor Secretary, ha dichiarato che la fabbrica aveva superato un controllo sul rispetto degli standard di salute e sicurezza del lavoro condotto dal Department of Labor and Employment (DOLE) nel settembre 2014. Inoltre, secondo quanto riportato, il Bureau of Fire Protection aveva fornito anche una certificazione per la sicurezza antincendio.

Tuttavia, il team di inchiesta, composto da Ong specializzate in diritti dei lavoratori che hanno visitato l’area il 14 maggio, ha riscontrato violazioni evidenti delle norme relative alla salute e sicurezza dei lavoratori, molte delle quali hanno contribuito sia alla scoppio dell’incendio che alla perdita della vite umane.

L’inchiesta ha scoperto che lo stoccaggio insicuro delle sostanze chimiche e la mancanza di una corretta etichettatura del contenuto ha fatto si che i lavoratori non fossero consapevoli dell’infiammabilità delle sostanze o delle modalità da seguire per spegnere l’incendio quando è divampato. La mancanza di adeguati sistemi di allarme antincendio, di esercitazioni di emergenza e di formazione non ha permesso ai lavoratori di fronteggiare le fiamme o scappare. Inoltre l’assenza di adeguate uscite di emergenza ha intrappolato le persone senza poter scappare. Tutte queste lacune costituiscono evidenti violazioni delle norme sulla sicurezza esistenti e avrebbero dovuto essere scoperte dalle ispezioni se fossero state condotte in maniera adeguata.

Potete sostenere le famiglie dei feriti e delle vittime mandando un messaggio attraverso questa pagina facebook e usando l’hashtag #JusticeForKentexWorkers


ATTIVATI! Manda la lettera aperta a Doutzen Kroes, modella per H&M

ATTIVATI!

Manda questa lettera a Doutzen Kroes, modella per H&M nella nuova collezione bikini, perché ci aiuti pubblicamente ad ottenere il salario dignitoso per tutti lavoratori e le lavoratrici della catena di fornitura di H&M!

Come?

  • Copia e incolla il testo sulla pagina Facebook di Doutzen: https://www.facebook.com/Doutzen
  • Mandale un tweet:
    @Doutzen complimenti per #HMSummer! Ma sai come vengono prodotti quei bikini? http://bit.ly/1c9gVKz

La lettera

Cara Doutzen,
hai appeno posato come modella per la nuova collezione bikini di H&M. Congratulazioni per le bellissime fotografie!

Ma sai dove e in che condizioni sono prodotti i bikini di H&M?
Le donne che fanno questi indumenti di H&M nell’Est Europa e in Asia guadagnano una paga molto al di sotto del salario dignitoso. Nonostante lavorino dalle 10 alle 12 ore a l giorno, non guadagnano abbastanza per provvedere all’educazione dei propri figli, a pasti sani e cure mediche. In Cambogia, dovrebbero guadagnare quattro volte quello che guadagnano ora per essere sicure che loro e le loro famiglie possano condurre una vita dignitosa.

Doutzen ti chiediamo di aiutarci a permettere che tutti i lavoratori e le lavoratrici del tessile possano conseguire un salario dignitoso. Potresti chiedere pubblicamente ad H&M di pagare un salario dignitoso e di divulgare i parametri del salario dignitoso dei progetti già in essere?
Qui trovi maggiori informazioni sul perché pensiamo che H&M debba sbrigarsi.

Grazie mille

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Somyot libero: firma la petizione per chiedere il suo rilascio

free-somyot-EngOggi sono 4 anni esatti dall’arresto di Somyot Pruksakaemsuk, il giornalista e attivista dei diritti umani thailandese. La Campagna Abiti Puliti è preoccupata per le sue condizioni fisiche e chiede il suo rilascio immediato.
L’abuso della legge sulla lesa maestà per mettere a tacere media e bloggers si è intensificato dopo il colpo di stato miliare del maggio 2014. Questo mina gravemente la libertà d’espressione e minaccia tutti i cittadini thailandesi
Fai sentire la tua voce e firma la petizione: http://www.ipetitions.com/petition/tell-thailand-free-thai-activist-somyot

Somyot ha collaborato con la Clean Clothes Campaign in numerose campagne e Azioni Urgenti. Le accuse contro di lui si basano su due articoli satirici, scritti da qualcun altro, pubblicati sul giornale Voice of Taksin (la Voce degli oppressi), ora non più esistente, e di cui al tempo Somyot era il direttore. L’Articolo 112 del codice penale thailandese stabilisce che “chiunque diffami, insulti o minacci il re, la regina, l’erede al trono o il reggente, deve essere punito con la carcerazione da tre a quindici anni”. Inoltre, poco prima del suo arresto, il 28 aprile 2011, Somyot aveva lanciato pubblicamente una petizione per rimuovere il reato di lesa maestà dal codice penale thailandese.

Il 30 aprile 2015 Somyot avrà trascorso 4 anni dietro le sbarre, durante i quali tutte e 16 le sue richieste di cauzione sono state respinte. Somyot soffre di gotta e ipertensione e ci sono serie preoccupazioni che il trattamento medico che sta ricevendo nel carcere Bangkok Remand non sia sufficiente.

Fai sentire la tua voce e firma la petizione: http://www.ipetitions.com/petition/tell-thailand-free-thai-activist-somyot


Parte la campagna “Change Your Shoes”. Bene il regolamento sul Cromo VI, ma serve di più

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Photo by GMB Akash

Dal 1 maggio 2015 l'Unione Europea vieterà i prodotti in pelle che superano un valore critico di Cromo VI. È un passo importante per proteggere i consumatori europei dai prodotti in pelle nocivi, ma non per tutelare le persone che lavorano nelle concerie e nei calzaturifici. Pertanto, la nuova campagna Change Your Shoes propone di migliorare le condizioni sociali ed ecologiche nell’industria delle calzature e del cuoio. Inoltre, segnala la necessità di una maggiore trasparenza nel modo in cui i consumatori sono informati sui prodotti che acquistano e indossano.

E’ preoccupante che i consumatori europei corrano dei rischi per la loro salute indossando scarpe di pelle. Così come è allarmante che i lavoratori e le lavoratrici delle concerie e dei calzaturifici in India e Bangladesh siano ancora più a rischio lavorando con sostanze chimiche senza alcuna protezione e in costante contatto con il cuoio inquinato” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, tra i promotori della campagna Change Your shoes. “Il Cromo VI dovrebbe essere stato vietato da molto tempo. Il nuovo regolamento dell’Unione Europea è un primo passo ma resta da valutare la sua efficacia e i suoi effetti positivi per i lavoratori e le lavoratrici del settore”.

La concia chimica con il Cromo VI è una tecnica utilizzata nell’80-85% della produzione mondiale di pelletteria. In alcuni casi viene usato il Cromo III che però, in determinate circostanze, può trasformarsi in Cromo VI, altamente tossico per l’uomo e causa di malattie della pelle e respiratorie.

A differenza dell’industria tessile, le cattive condizioni sociali dei processi produttivi nel settore calzaturiero sono quasi del tutto sconosciute. Nei prossimi tre anni il progetto Change Your Shoes effettuerà delle ricerche sulle condizioni ambientali e di lavoro nell’industria delle calzature e del cuoio e favorirà il confronto tra i cittadini europei, i decisori politici e le imprese sui risultati riscontrati. “Il nostro scopo è quello di migliorare le condizioni in cui vengono prodotte le nostre scarpe cercando, tra le altre cose, di cambiare le abitudini di consumo dei cittadini europei, chiedendo che venga vietato l’utilizzo di cromo nella concia delle pelli e vengano aumentati i salari dignitosi nelle concerie e nei calzaturifici” ricorda ancora Deborah Lucchetti.

Change Your Shoes è parte dell'Anno europeo per lo sviluppo con il motto 'Il nostro mondo, la nostra dignità, il nostro futuro'. L'UE è un attore importante nella protezione dei lavoratori e dei consumatori dai prodotti pericolosi e nell'implementazione di una catena di fornitura etica e sostenibile del settore calzaturiero.

Change your Shoes è un’iniziativa europea delle organizzazioni che si occupano di diritti umani e diritti dei lavoratori, 15 organizzazioni europee e 3 asiatiche insieme per una catena di fornitura etica e sostenibile nel settore calzaturiero. La campagna mira a migliorare le condizioni sociali ed ecologiche dell’industria delle calzature e del cuoio sensibilizzando i consumatori sulle loro scelte di vita, sollecitando cambiamenti nelle politiche pubbliche e rafforzando la responsabilità delle imprese.


Secondo anniversario Rana Plaza: la responsabilità di Benetton vale molto più di 1 milione di dollari

copertina_rana_plaza_protestSiamo preoccupati per il recente annuncio di Benetton di voler versare nel Fondo per i risarcimenti per le vittime del Rana Plaza appena 1,1 milioni di dollari, a fronte della nostra richiesta di almeno 5 milioni di dollari.

Il contributo limitato di Benetton lascia le famiglie delle vittime ancora senza un adeguato risarcimento, confermando la crisi finanziaria del Fondo, a cui mancano ancora 6 milioni di dollari per raggiungere il totale previsto.

È evidente che Benetton ha cercato di legittimare il suo contributo assumendo la PWC per determinare la cifra da versare. Restano però forti dubbi sulla reale esperienza e competenza di questa società in tema di diritti umani tali da dirimere una questione così complicata.

La metodologia utilizzata dalla PWC per calcolare la cifra che Benetton deve versare nel Fondo è sbagliata. L’azienda ha tentato di eseguire il calcolo in base ai rapporti commerciali di Benetton con la fabbrica da cui si riforniva. Non crediamo sia un metodo corretto, ma anche se si volesse prenderlo per buono, bisogna essere precisi su una serie di altri fattori:

  • L’ammontare totale della produzione di tutte e cinque le fabbriche del Rana Plaza nel periodo stabilito;
  • Il totale della produzione di Benetton in quel periodo;
  • La cifra totale necessaria per un pieno risarcimento;
  • Gli altri marchi presenti in tutte le cinque fabbriche in quel periodo;
  • Le percentuali di produzione per ciascuno di questi marchi (per garantire una piena copertura)

A parte il totale necessario al pieno risarcimento, calcolato e sottoscritto attraverso il Rana Plaza Arrangement (un processo che ha coinvolto tutti gli attori rilevanti, compresi i rappresentanti dei marchi), tutte le informazioni relative agli altri fattori fornite dalla PWC si basano su congetture, ipotesi e dati incompleti, per stessa ammissione dell’azienda nelle prime pagine della sua relazione.

PWC presuppone che l’impegno di Benetton nei confronti delle vittime sia strettamente legato alla sua quota di produzione nelle fabbriche dell’edificio, ignorando una serie di elementi che aumentano il livello di responsabilità di Benetton:

  • Il fatto che Benetton abbia mentito pubblicamente sulle sue relazioni con il Rana Plaza nelle settimane successive al disastro, negando inizialmente qualsiasi legame con l’edificio e successivamente, dopo essere stata costretta ad ammettere che i suoi beni venivano prodotti anche li, sottostimando continuamente l’entità del suo rapporto con la più grande fabbrica dell’edifico – nonostante altri brand avessero già ammesso le proprie responsabilità
  • Il fatto che Benetton abbia trascinato per due anni questa storia del risarcimento contribuendo ad aggravare il ritardo nei pagamenti
  • Il fatto che Benetton, per sua stessa ammissione, abbia prodotto nel Rana Plaza più di un quarto di milione di pezzi, lavorando con la fabbrica per oltre otto mesi, senza mai compiere nessun passo per accertare la condizioni di sicurezza dei lavoratori, nonostante abbia condotto diverse visite di controllo della qualità della produzione
  • Il fatto che Benetton, la cui società madre registra un fatturato di 15 miliardi di dollari all’anno, possa permettersi di pagare molto di più di altri marchi coinvolti nel caso

Queste sono le ragioni per concludere che il livello di responsabilità di Benetton verso le vittime è molto più grande di quello di moli altri marchi, ma nessuna di queste viene riconosciuta, né tantomeno presa in considerazione, nella valutazione della PWC

Il report della PWC è in realtà utile per un altro motivo: documenta, in maniera dettagliata, l’enorme relazione di Benetton con la New Wave Style, la più grande fabbrica del Rana Plaza, mostrando ancor più di prima quanto l’azienda si sia dimostrata sfacciata nelle settimane immediatamente successive al disastro.

La relazione della PWC mostra che

  • la New Wave Style ha prodotto numerosi ordini per la Benetton;
  • questi ordini (e le 39 relative fatture) sono stati spediti direttamente dal Rana Plaza alla Benetton e Benetton ha pagato direttamente la New Wave Style tutte e 39 le volte;
  • il personale di Benetton ha visitato diverse volte il Rana Plaza per controllare le attività della New Wave Style;
  • i lavoratori del Rana Plaza hanno inviato un ordine alla Benetton appena 11 giorni prima del crollo

Alla luce di questo, l’affermazione di Benetton “nessuna delle aziende coinvolte è un fornitore dei nostri brand” può essere vista solo come una sfacciata e cinica menzogna di cui l’azienda, ad oggi, non si è ancora mai scusata.

Pertanto, sulla base di tutte queste motivazioni, chiediamo fortemente a Benetton di aumentare in maniera sostanziosa il suo contributo.

È importante ribadire, e questo è un fatto, che nonostante il significativo rapporto con la fabbrica New Wave Style, Benetton non abbia applicato la dovuta diligenza per accertare la sicurezza dell’edificio: se l’avesse fatto il Rana Plaza non sarebbe crollato. Già solo per questo, Benetton è responsabile della morte e della mutilazione di migliaia di persone e deve aumentare il suo contributo prendendo anche in considerazione l’opportunità di versare gli altri 6 milioni di dollari che mancano nel Fondo.


Foto del concerto per le vittime Rana Plaza

Il 18 aprile a Genova, nell'ambito della rassegna La storia in piazza, si è svolta la performance 136OOhZ concerto per macchine per cucire in memoria delle vittime del Rana Plaza.

13600hZ, un progetto di Sara Conforti - hòferlab, porta in scena le ritualità quotidiane della vestizione, il valore simbolico e semantico del nostro abitare l’abito. è un progetto di natura concettuale e simbolista. Un tableau vivant dal cuore sociale e la volontà educativa, che prende forma come una pièce teatrale, e alla fine diventa evento sensoriale.

Ecco alcuni momenti dell'evento:

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Rana Plaza: cosa puoi fare tu!

copertina_newsletter_ranaPlazaIl 24 aprile 2015, secondo anniversario del disastro del Rana Plaza, entra in azione per chiedere giustizia per le vittime  e cambiamenti significativi nell’industria tessile globale. Uniti possiamo farcela.

Ti suggeriamo alcuni modi per attivarsi. Puoi essere creativo/a e inventarne di altri. Facci sapere che azioni hai preparato.

Azioni individuali

Posta messaggi di solidarietà
Non sottovalutare la potenza di questa semplice azione. La solidarietà è il collante che ci unisce e che ci permette insieme di promuovere un cambiamento. Il 24 aprile e nei pressi, posta messaggi di solidarietà su facebook, twitter, il tuo blog o qualsiasi mezzo di comunicazione hai a disposizione. Magari aggiungi una fotografia di te stesso con un cartello di solidarietà

Messaggi che puoi usare:
Ricorda il #RanaPlaza. #NeverAgain
Ricorda il #RanaPlaza. Io sto dalla parte dei lavoratori #Solidarity
Solidarietà ai lavoratori e lavoratrici che producono i miei abiti. Ricorda il #RanaPlaza
Nessuno dovrebbe morire al prezzo di una t-shirt. Ricorda il #RanaPlaza

Twitta messaggi di protesta alle aziende
Le aziende dipendono sempre più dai social media per costruire la loro immagine e il loro profilo. Li usuano anche per entrare in contatto con i consumatori. I social media sono un ottimo strumento per veicolare la tua protesta nei confronti dei marchi. Due anni dopo il crollo del #RanaPlaza, le vittime stanno ancora aspettando i risarcimenti. I brand direttamente collegati al Rana Plaza realizzano tutti insieme profitti che superano i 25 miliardi di dollari e non riescono a trovare 30 milioni di dollari per garantire alle vittime la piena compensazione. Questo è del tutto inaccettabile. Dobbiamo far sentire la nostra indignazione.
Chiedi a tutti i brand collegati al Rana Plaza che paghino il pieno e giusto risarcimento alle vittime. Comunica ai tuoi marchi preferiti che ti aspetti da loro trasparenza delle catene di fornitura e rispetto dei diritti umani. Comunica al governo che ti aspetti che dia priorità alla responsabilità d’impresa attraverso leggi adeguate, permettendo alle vittime di avere accesso alla giustizia a prescindere da dove gli abusi accadono.
Alcuni tweet che puoi usare
.@benetton @wlmart @childrensplace a tutti gli altri. Ricordate il #RanaPlaza. Pagate i risarcimenti #PayUp
.@hm e tutti gli altri. Ricordate il #RanaPlaza. Proteggete i diritti umani dei lavoratori del tessile. #PayUp
Ricordate il #RanaPlaza. I marchi devono essere trasparenti e rispettare i diritti umani

Scrivi col gesso e posta le foto
Scrivi messaggi di solidarietà col gesso fuori dai grandi negozi delle strade principali. Scegli negozi di marchi direttamente collegati al Rana Plaza, come Benetton, Primark, Mango, Walmart, Inditex (Zara). Ispirati all’arte pubblica usata per ricordare le vittime dell’incendio del Triangle Shirtwaist Factory

Azioni per piccoli gruppi

Scatta una foto di gruppo con un messaggio di solidarietà
Proprio come puoi scattare foto di te stesso da solo, aggiungi i tuoi familiari e i tuoi amici in una foto di gruppo con un cartello in solidarietà delle vittime del Rana Plaza.

Scrivi col gesso e posta le foto
Quest’azione già descritta sopra diventa più divertente se fatta in gruppo. Inoltre i tuoi messaggi posso essere più grandi e di maggiore impatto

Organizza una serata di cinema
Guardare un film in compagnia può essere una buona occasione per ricordare il disastro del Rana Plaza tutti insieme. Invita i presenti a condividere pensieri e considerazioni aggiungendo un’azione solidale da fare tutti insieme

Azioni per grandi gruppi o organizzazioni

Organizza una proiezione cinematografica con discussione
Trasforma la proiezione in un piccolo evento in un locale, una libreria, una sede di un’associazione. Potresti anche provare a contattarci per valutare se c’è la possibilità che qualcuno della Campagna Abiti Puliti si unisca all’evento per portare un contributo al dibattito. Crea un evento su facebook e condividilo con quante più persone puoi.

Organizza una manifestazione
Può trattarsi di un corteo, un presidio, un momento di volantinaggio davanti ad un negozio di uno dei marchi collegati al Rana Plaza. Ma anche qualcosa di più creativo, tipo:

  • Un “die-in”: persone distese a terra che simbolicamente rappresentano le persone morte nel disastro
  • Una catena umana che circondi simbolicamente un negozio di un marchio
  • Una veglia con candele
  • Una protesta con cartelloni, striscioni, slogan

Ricordati di valutare in base al comune dove risiedi i tempi per chiedere le normali autorizzazioni ad occupare il suolo pubblico. Quindi procedi a diffondere l’evento tra più persone possibile

 

Alcuni consigli finali

  Alcuni film e programmi da proiettare

Domande

Scrivi a info@abitipuliti.org


Rana Plaza: Benetton annuncia il suo versamento, ma il processo non è trasparente

Manca una settimana al secondo anniversario del peggior disastro industriale di sempre nel settore tessile: il crollo del Rana Plaza in Bangladesh.

La Clean Clothes Campaign, i sindacati e altri partner lanciano per l’occasione una richiesta di attivazione globale per chiedere che i sopravvissuti e i familiari delle vittime ricevano i risarcimenti che gli spettano e che tutti i marchi di abbigliamento che si riforniscono in Bangladesh sottoscrivano l’Accordo sulla sicurezza e la prevenzione degli incendi in Bangladesh.

Nonostante l’urgenza, i marchi continuano a ritardare i versamenti nel Rana Plaza Donors Trust Fund. Mancano all’appello 8,5 milioni di dollari per garantire a tutte le vittime il pieno e giusto risarcimento: ad oggi hanno ricevuto solo il 70% di quanto gli spetta.

Questa mattina Benetton ha annunciato che verserà 1.1 milioni di dollari nel fondo, dopo un’intensa campagna che chiedeva all’azienda di pagare 5 milioni di dollari.

“Benetton ha avuto la possibilità di emergere come leader nella cura e nel rispetto dei diritti delle vittime, dimostrando che le sue parole non erano solo operazioni di marketing. Purtroppo, “i veri colori di Benetton” si sono rivelati per quel che sono” dichiara Ineke Zeldenrust della Clean Clothes Campaign.

Lo scorso febbraio Benetton aveva dichiarato pubblicamente che avrebbe pagato “entro poche settimane” e che aveva chiesto ad una terza parte credibile e indipendente di determinare la cifra da versare. Oggi sappiamo che si tratta della società di revisione PriceWaterhouseCoopers (PWC).
E che l’americana World Wide Responsible Apparel Program (WRAP), che Benetton descrive come una Ong impegnata sul fronte del rispetto degli standard sociali ha approvato la valutazione della PWC. WRAP in realtà è una società di certificazione e auditing sociale sponsorizzata in maniera unilaterale dall’industria con uno dei peggiori curriculum del comparto. La fabbrica Garib & Garib, ad esempio, bruciata nel 2010 causando 21 morti a Dhaka, era stata da poco certificata dalla WRAP.

“Benetton ha di nuovo sprecato tempo e denaro in un processo atto a cercare di legittimare il loro insufficiente versamento. È molto preoccupante che abbia affidato la sua valutazione ad una società che non ha precedenti in materia di diritti umani. È davvero allarmante e significativo che la valutazione della PWC sia stata approvata solo da una delle meno affidabili società di revisione in un settore che fa acqua da tutte le parti. Parliamoci chiaro, il comportamento di Benetton non è stato per niente trasparente. Il processo ha escluso tutti i sindacati e le organizzazioni che si occupano di diritti dei lavoratori da due anni direttamente impegnate nel lavoro per l’ottenimento dei risarcimenti per le vittime in Bangladesh” ha dichiarato Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign.

Sono state programmate azioni in tutto il mondo. Si comincia proprio dall’Italia, a Genova, il 18 aprile, dalle ore 19. Presso Palazzo Ducale, nell’ambito della rassegna La storia in piazza, la Campagna Abiti Puliti in collaborazione con l’Associazione Culturale hòferlab porterà in scena

136OOhZ concerto per macchine per cucire, una performance artistica a cura di Sara Conforti. A seguire il dibattito Mai più Rana Plaza. Attivismo, arte e giornalismo per una nuova età dei diritti condotto da Valentina Sonzini, nel quale interverranno Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, Sara Conforti, curatrice e ideatrice della performance, Liza Boschin e Elena Marzano, giornaliste di Presa Diretta e autrici del reportage “Made In Italy” realizzato in Bangladesh.

La settimana prossima sono previste azioni negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Belgio, in Francia, in Germania, in Spagna. In Bangladesh sindacati e Ong (come Workers Safety Forum, BLAST e BILS) daranno voce alle vittime del disastro.

L’ILO ha istituito il Rana Plaza Donors Trust Fund nel gennaio 2014 per raccogliere i risarcimenti per le vittime. Il Rana Plaza Coordination Committee (RPCC), istituito nell’ottobre 2013, è stato incaricato di sviluppare e supervisionare il processo di risarcimento meglio conosciuto come Arrangement. Il RPCC è composto dal governo e dall’industria bengalese, marchi e rivenditori globali, sindacati e Ong bengalesi e internazionali. L’ILO ha un ruolo di attore neutrale. Durante il processo di definizione dell’Arrangement, i rappresentanti dei marchi si sono opposti all’inserimento di cifre specifiche per ciascun brand. Al contrario, hanno insistito perché il sistema fosse su base volontaria, senza linee guida sui pagamenti, credendo che tutti i marchi e gli stakeholders avrebbero effettuato generose donazioni per garantire al Fondo di raggiungere la somma necessaria. Finora questo metodo si è dimostrato fallimentare.

Fin dall’istituzione del Fondo nel gennaio 2014, gli attivisti sostengono che le donazioni devono essere proporzionate al fatturato dell’azienda, all’entità delle sue relazioni commerciali con il Bangladesh e con il Rana Plaza. Per questo la CCC ha sempre chiesto a Benetton di versare almeno 5 milioni di dollari nel Fondo.

Quasi tutti i marchi collegati al Rana Plaza hanno effettuato donazioni insufficienti, non assumendosi quindi le loro responsabilità nei confronti delle vittime. Alcuni brand come Mango, Inditex e Matalan si sono rifiutate di rendere pubbliche le cifre che hanno versato. Altre come Walmart e The Children’s Place, pur rendendo pubbliche le cifre, hanno versato piccole quantità di denaro. 

L’intenzione di Benetton di versare 1,1 milioni di dollari nel Fondo da poco rivelata è una grande delusione.

Benetton dovrebbe sapere quanto, a causa sue e degli altri marchi coinvolti, abbiamo sofferto per l’accaduto e adesso esce pubblicamente con 1,1 milioni di dollari. Questo è così irrispettoso per noi e per tutte le vittime Rana Plaza", dice Latif Sheikh, che ha perso la moglie nel crollo. Latif insieme alle altre famiglie delle vittime e ai superstiti mantengono la loro richiesta a Benetton di colmare quanto manca a raggiungere la cifra totale necessaria al fondo.

"Dobbiamo chiederci perché di tutte le aziende collegate direttamente al Rana Plaza solo due - Primark e Loblaw - hanno contribuito in modo significativo dimostrando di prendere sul serio le loro responsabilità e di rispettare la vita dei lavoratori. Se tutte le altre società coinvolte avessero seguito il loro esempio, non saremmo costretti a registrare questa mancanza di 8,5 milioni di dollari nel Fondo ad una settimana dal secondo anniversario del disastro” ha dichiarato ancora Ineke Zeldenrust del Clean Clothes Campaign.

Il 24 aprile del 2013, poco dopo le 8 del mattino, gli otto piani di cemento del Rana Plaza sono crollati uccidendo 1138 persone. Alcune sono morte sul colpo. Altre, sepolte vive, sono state costrette ad amputarsi parti del corpo per essere estratte dalle macerie. È stato stimato che ci fossero 3890 persone nell’edificio al momento del crollo.


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Le vuote promesse di H&M sul salario dignitoso

copertina_HM_alltalkLa Clean Clothes Campaign chiede ad H&M di dimostrare le sue affermazioni in merito al “giusto salario dignitoso”, dopo la pubblicazione del suo ultimo Sustainability Report. Sfruttare la povertà dei lavoratori per campagne di marketing con scarse prove di cambiamento è immorale e rallenta i progressi di tutto il settore industriale.

H&M, il cui marchio campeggia sulle pagine del Guardian dedicate alla moda etica e che vanta una gamma di “collezioni consapevoli”, ha lanciato una road map per il salario dignitoso nel 2013. Il colosso svedese si è impegnato a pagare per i suoi 850.000 lavoratori un salario dignitoso dal 2018, ma nel suo ultimo Sustainability Report non ci sono cifre realistiche che dimostrino progressi verso questo obiettivo.

Carin Leffler della CCC dichiara: “Nonostante l’annuncio di progetti in partnership con l’ILO, di programmi educativi al fianco dei sindacati svedesi e una ampia retorica su salari equi, H&M ha finora presentato purtroppo pochi risultati concreti che mostrano i progressi verso il salario dignitoso. H&M sta lavorando duramente per guadagnarsi una reputazione nel campo della sostenibilità, ma i risultati per i lavoratori sono ancora tutti da vedere."

Athit Kong, vice presidente del sindacato tessile cambogiano C.CADWU espone il suo punto di vista sul progetto di “giusto salario dignitoso” di H&M: “il rapporto di H&M non riflette accuratamente la realtà della Cambogia o del Bangladesh e questi annunci risultano privi di senso per i lavoratori che lottano quotidianamente per sfamare le loro famiglie. Un modello “sostenibile” proposto e controllato completamente dall’azienda, ma non fondato su un autentico rispetto dei lavoratori e di sindacati che operano sul campo, non porterà mai risultati concreti per i lavoratori stessi e serve solo come operazione di facciata per coprire sistematici abusi”.

Le criticità evidenziate dalla CCC includono anche la mancanza di una cifra che identifichi l’impegno dell’azienda verso il salario dignitoso e la scelta di avviare progetti pilota in fabbriche in cui controllano il 100% della produzione. Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della CCC) a tal proposito ricorda che: “nel 99% dei casi la natura stessa della filiera dell’abbigliamento globale non presenta fabbriche in cui i committenti hanno un tale livello di controllo diretto, quindi difficilmente H&M sarà in grado con tali progetti pilota di aumentare le proprie “conoscenze” e la sfera di influenza. Qualsiasi progetto pilota per essere credibile deve avere parametri ben definiti e scadenze precise per favorire progressi in tutte le fabbriche e non solo in alcune. In Italia, dove H&M è molto presente, crescono i consumatori consapevoli interessati ai comportamenti reali delle imprese. È bene che l’azienda si confronti con cittadini sempre più maturi ed esigenti, cui non bastano le dichiarazioni formali

La CCC chiede a H&M di dimostrare che dietro i suoi discorsi c’è una concreta volontà di agire. Per questo chiede all’azienda, come primo e immediato passo, di negoziare un salario migliore per la Cambogia direttamente con il comitato sindacale nazionale e di firmare con loro e altri marchi un accordo esecutivo impegnandosi ad aumentare la paga verso la soglia del salario dignitoso per tutti i lavoratori, concordando scadenze e misure precise.

Carin Leffler aggiunge: “H&M deve mettere tutto nero su bianco: un parametro chiaro di salario dignitoso per capire e mostrare la soglia verso la quale si sta lavorando, una strategia più dettagliata con scadenze precise su come intende approfondire le sue conoscenze lungo tutta la sua filiera di produzione, rapporti dettagliati e trasparenti sui progressi raggiunti che vanno negoziati diretti in Cambogia con il comitato sindacale nazionale.”

H&M è brava a parole. La sfidiamo a continuare con le cifre.


136OOhZ concerto per macchine per cucire

V Edizione - COMPULSIVELY (ON).
In memoria delle 1.138 vittime del Rana Plaza.

18 Aprile 2015
Palazzo Ducale - Genova
http://lastoriainpiazza.it/

Un progetto di Sara Conforti - hòferlab
In collaborazione con Campagna Abiti Puliti e FAIR

13600hZ porta in scena le ritualità quotidiane della vestizione, il valore simbolico e semantico del nostro abitare l’abito. è un progetto di natura concettuale e simbolista. Un tableau vivant dal cuore sociale e la volontà educativa, che prende forma come una pièce teatrale, e alla fine diventa evento sensoriale.

Il 24 aprile 2013 morivano a Dacca in Bangladesh 1138 lavoratori mentre più di 2500 rimanevano feriti sotto il crollo del Rana Plaza, la fabbrica della morte che ospitava 5 fabbriche tessili al servizio dei grandi marchi multinazionali. Tra questi gli italiani Benetton, Robe di Kappa, Manifattura Corona e Yes Zee.

Il Rana Plaza rappresenza il capolinea di un sistema di produzione globale che non è più in grado di tutelare i diritti fondamentali delle persone, ridotte a pura merce scambiata per pochi spiccioli nel mercato internazionale del lavoro. Il vero volto di un capitalismo furioso e senza regole.

La Campagna Abiti Puliti, coordinata in Italia da Fair, è presente in 17 paesi europei e collabora con più di 250 sindacati e organizzazioni di base nel mondo. Lavora da 30 anni per difendere e promuovere i diritti dei lavoratori tessili nell’industria dell’abbigliamento globale. Collabora con Hòferlab perché crede nell’innovazione dei linguaggi della politica e nella necessità di parlare a tante e tanti attraverso l’arte e la bellezza.

A seguire
Mai più Rana Plaza. Attivismo, arte e giornalismo per una nuova età dei diritti

Intervengono
Deborah Lucchetti | Fair/Campagna Abiti Puliti
Sara Conforti | Hoferlab e ideatrice 136OOhZ
Liza Boschin e Elena Marzano | giornaliste Presa Diretta
conduce Valentina Sonzini

In conclusione aperitivo a km0
a cura della Cooperativa Valli Unite


Un vero boss paga salari dignitosi

Firma la petizione per dire a Hugo Boss che un vero boss paga salari dignitosi. Circa metà degli abiti di Hugo Bosso sono prodotti in Europa. Il report Stitched Up della Clean Clothes Campaign ha mostrato la differenza tra gli attuali salari e il salario dignitoso. Molti lavoratori hanno paghe al di sotto della soglia di povertà. Molti di loro denunciano attività antisindacali, intimidazioni, inosservanza delle regole sugli straordinari e discriminazioni di genere.

"Rispetto l'azienda, rispetto il mio lavoro, perché loro non rispettano me? Hugo Boss non si comporta in maniera responsabile" dichiara un lavoratore turco.

Mentre alcuni lavoratori (2013) di un'azienda turca fornitrice di Hugo Boss guadagnano 326 euro in media comprensivi di straordinari e bonus, la soglia di povertà nazionale si attesta sui 401 euro e il salario minimo sugli 890 euro. Lavoratori che hanno aderito a un sindacato hanno subito pratiche di mobbing o sono stati licenziati. Alcuni hanno denunciato ricorrenti intimidazioni.

Bettina Musiolek della Clean Clothes Campaign dichiara: "Made in Europe dovrebbe significare per i lavoratori fuggire la povertà e non aver paura di iscriversi a un sindacato. Ma invece vuol dire creare povertà e impedire alle persone di esercitare le proprie libertà politiche. Hugo Boss deve intervenire per mettere fine a queste violazioni. A real boss pay a living wage"


Diritti in movimento - Assemblea Nazionale Abiti Puliti

SAVE THE DATE - 28 marzo 2015

Per partecipare è richiesta l'iscrizione a questo link

DIRITTI IN MOVIMENTO
Salario vivibile, sicurezza e libertà di associazione sindacale
per i lavoratori del tessile

FIRENZE - Via dell'Agnolo, 5
Giardino dei Ciliegi

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ORE 14.30 - 17.30

INSIEME POSSIAMO
nuovi legami per una campagna più forte
Assemblea nazionale Campagna Abiti Puliti

Dopo la partecipatissima consultazione online che ci ha visto tutti protagonisti lanciamo ufficialmente l'appuntamento per l'Assemblea Nazionale degli attivisti della Campagna Abiti Puliti. Grazie ai vostri numerosi commenti e suggerimenti, abbiamo organizzato questo primo appuntamento come occasione per presentare la Campagna e iniziare ad organizzarci per il futuro.

Intervengono:
Francuccio Gesualdi - Centro Nuovo Modello di Sviluppo / Abiti Puliti
Deborah Lucchetti – Fair / Abiti Puliti
Ersilia Monti – Cenetro Nuovo Modello di Sviluppo / Abiti Puliti
Montse Framis - Mani Tese / Abiti Puliti
Monica Tiengo – Ya Basta
Sara Conforti - Ass Culturale hòferlab

ORE 17.30 - 19

TAVOLA ROTONDA
Dal Rana Plaza al “Made in Italy”:
le campagne di Abiti Puliti per i diritti dei lavoratori

Intervengono:
Ersilia Monti - CNMS / Abiti Puliti
Deborah Lucchetti - FAIR / Abiti Puliti
Bernardo Marasco - Filctem CGIL

Modera Lorenzo Guadagnucci - giornalista

ORE 19 - Aperitivo equo solidale


Street Action Milano per le vittime del Rana Plaza

Si è svolta sabato 28 febbraio nel cuore di Milano durante la Fashion Week la grande performance a cura della Antica Sartoria Errante in collaborazione con la Campagna Abiti Puliti per chiedere a Benetton di risarcire immediatamente le vittime del Rana Plaza versando nel Donors Trust Fund almeno 5 milioni di dollari.

Un momento di condivisione e sensibilizzazione che ha coinvolto passanti, curiosi, cittadini nel tragico ricordo di quella tragedia avvenuta quasi due anni fa.

Dopo le dichiarazioni dei giorni scorsi dell'azienda, che si è impegnata ad effettuare un versamento nel fondo, chiediamo che si adoperi in fretta per mantenere la sua promessa. Purtroppo le vaghe dichiarazioni circa le valutazioni di una "terza parte indipendente" sull'importo che alla fine decideranno di versare nel fondo, lasciano ancora una volta un'ombra sulle reali intenzioni della famiglia Benetton.

5 milioni di dollari è una cifra proporzionata calcolata in base a dei criteri oggettivi: relazioni commerciali del marchio con il Rana Plaza, relazioni commerciali con il Bangladesh, proporzione con il fatturato dell'azienda.

Non c'è più tempo: le vittime stanno aspettando. E' ora che ricomincino a vivere.

Foto di Riccardo La Valle

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Benetton paghi 5 milioni di dollari

Benetton è stato l’obiettivo di un’intensa campagna iniziata nel momento dell’istituzione del Rana Plaza Donors Trust Fund all’inizio del 2014. Pochi giorni fa l’azienda ha finalmente annunciato di volersi impegnare ad effettuare un versamento in quel Fondo, ma, stando ad una loro breve dichiarazione, ancora non sarebbero in grado di rendere nota la cifra, il cui ammontare verrà stabilito da una terza parte “indipendente” e reso pubblico non prima del secondo anniversario di quella tragedia.

La Clean Clothes Campaign (CCC) accoglie con prudenza il cambiamento di idea di Benetton e al contempo si mostra preoccupata per questo ritardo nel pagamento che potrebbe pregiudicare la possibilità per le vittime di essere risarcite prima di quell’anniversario. Per questo chiede a Benetton di agire subito per rispettare l’impegno preso con le vittime del Rana Plaza.

Fin dall’istituzione del Fondo nel gennaio 2014, la CCC ha sostenuto che tutti i marchi presenti in Bangladesh avrebbero dovuto contribuire in base alle proprie capacità economiche e all’entità delle proprie relazioni commerciali con il Bangladesh e il Rana Plaza. In base a ciò, abbiamo sempre chiesto a Benetton di versare nel fondo almeno 5 milioni di dollari.

Non c’è alcun motivo per ritardare il processo ulteriormente” ha dichiarato Ilona Kelly della Clean Clothes Campaign. “Il Fondo è stato aperto per un anno e Benetton è ben consapevole che ci si aspetta un versamento di almeno 5 milioni di dollari. L’azienda ha avuto tutto il tempo necessario per valutare la sua donazione. È ora che paghi quanto dovuto.”

Gli attivisti ricordano che Benetton è abituata a rinnegare i suoi impegni. L’ha fatto ad esempio quando ha deciso di partecipare al processo di costruzione dell’Arrangement, l’accordo che regola il Fondo negoziato di risarcimento delle vittime del Rana Plaza, salvo tirarsi indietro al momento della firma.

Non c’è nulla di indipendente in una terza parte incaricata e pagata da Benetton stessa. I fatti sono chiari: mancano 9 milioni di dollari al totale previsto del Fondo. Cinque di questi devono essere versati da Benetton.” continua Ilona Kelly.

Colmare i 9 milioni mancanti naturalmente è una responsabilità anche di quegli altri marchi che hanno fatto solo piccoli versamenti nel fondo, come Walmart, Children’s Place, Mango, Robe di Kappa e Inditex. Anche il Bangladesh Prime Minister's Fund, che pure ha raccolto numerose donazioni in seguito al disastro, e la BGMEA, l’associazione degli imprenditori tessili bangladesi, devono fare un ulteriore sforzo per colmare la differenza che manca.

Siamo davanti all’opportunità concreta di costruire una occasione storica, se tutte le persone vittime di questa tragedia ricevessero il pieno risarcimento che gli spetta entro il secondo anniversario del crollo. Questo può essere realizzato se innanzitutto Benetton contribuirà con almeno 5 milioni di dollari. Tuttavia fino a che tutti e 30 milioni non saranno nel Fondo, tutti gli attori coinvolti dovranno considerarsi responsabili per il raggiungimento di questo obiettivo e incrementare i loro versamenti” ha dichiarato Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti.


Speciale Terra Nuova su Abiti Puliti

copertina_terra_nuovaNon perdere il numero di febbraio del mensile Terra Nuova che dedica l’approfondimento alla campagna Abiti Puliti, la mobilitazione in atto per indurre le aziende e i gruppi del tessile-­abbigliamento a produrre rispettando i diritti dei lavoratori e l’ambiente.
Spesso i consumatori non sono informati, non sanno cosa si nasconde dietro al capo che acquistano. Abiti Puliti ha proprio lo scopo di informare e fare pressione sui produttori.
Le persone, quando sanno e conoscono, possono diventare consumatori consapevoli e le loro scelte hanno grandi ripercussioni.
E a spiegare obiettivi e attività è Deborah Lucchetti, presidente della cooperativa sociale Fair e coordinatrice del distaccamento italiano della campagna.

Terra Nuova non è distribuita in edicola per evitare spreco di carta e materie prime; la trovi nei negozi di alimenti naturali e nelle erboristerie. Consulta la mappa dei 1300 punti vendita per individuare quello più vicino a te: http://www.aamterranuova.it/MappaNegozibio/

Oppure attiva l’abbonamento per ricevere la rivista a casa tua:
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(2015) REPORT - Quanto è vivibile l'abbigliamento in Italia?

Nuovo report sull’industria tessile e calzaturiera italiana

La Campagna Abiti Puliti lancia un nuovo report sulla situazione del settore tessile e calzaturiero italiano redatto attraverso una ricerca realizzata in tre regioni italiane: Veneto, Toscana, Campania Il processo è noto: per abbattere i costi e incrementare i profitti le imprese delocalizzano le loro produzioni in Paesi dove possono reperire salari da fame, infime condizioni di lavoro e assenza di organizzazioni sindacali. Il settore dell’abbigliamento è tra i più attivi in questo campo: l’utilizzo di manodopera a bassi salari e diritti in Cina o in Bangladesh, come in Romania o Moldavia ne sono un esempio lampante. Le imprese multinazionali, spesso incentivate dai governi locali, comprano stabilimenti o ne costruiscono di nuovi, ricattano i lavoratori facendo leva sui loro bisogni di base; così possono produrre le loro merci a prezzi ridicoli incassando lauti profitti. La costruzione della filiera si basa sull’idea che è sempre possibile trovare manodopera a bassi salari da sfruttare a proprio vantaggio. Mentre una massa crescente di altri lavoratori sempre più impoveriti, è obbligata a tapparsi il naso e a comprare vestiti e calzature a basso costo in una spirale senza fine di corsa verso il basso. Ma se improvvisamente ci accorgessimo che quei disperati siamo noi? Nessuno saprà mai se si è trattato di un processo spontaneo o di una strategia preordinata, di quelle che si discutono a Davos o negli incontri segreti del club Bilderberg, ma è un fatto che dopo avere messo in ginocchio i piccoli produttori italiani, esportando la loro produzione in Romania, Moldavia, o perfino Cina, ora qualche grande marca stia tornando in Italia a godersi i risultati che essi stessi hanno prodotto negli anni scorsi. Succede ad esempio nella Riviera del Brenta, area a cavallo tra le province di Padova e Venezia, dove si producono calzature femminili. Dopo un ventennio di delocalizzazioni di piccoli e medi imprenditori contoterzisti, che se volevano lavorare se ne andavano in Romania o chiudevano, oggi giganti come Luis Vuitton, Armani, Prada, Dior, sono tornati per comprarsi degli stabilimenti o aprirne di nuovi. E mentre Prada ha acquistato la Giorgio Moretto, Louis Vuitton ha fatto due acquisizioni e aperto un nuovo stabilimento a Fiesso d'Artico. Ci lavorano 360 persone fra cui molti modellisti, chiamati pomposamente artigiani che svolgono attività di studio e progettazione per l’intera gamma di calzature Louis Vuitton. Dallo stabilimento escono ogni anno ottocentomila paia di calzature di tutti i tipi. Stivali, mocassini, calzature da sera, sportive e ballerine. Ma sia ben chiaro, non tutte le fasi di lavorazione sono eseguite al suo interno. Oltre alla progettazione, si fa l’assemblaggio e la finitura con l'aiuto di robot e l'utilizzo di tomaie prestampate e importate dall'India. Infatti benché si tratti di imprese del lusso, anche queste si stanno orientando verso una produzione standardizzata per un consumatore che non può spendere 3000 euro per un capo personalizzato, ma 500 euro per levarsi la soddisfazione di sfoggiare un capo firmato, quelli li trova. Standardizzazione, flessibilità oraria, bassa scolarizzazione dei lavoratori, paura di perdere il posto di lavoro, scarsa sindacalizzazione: sono tutti elementi tipici delle fabbriche bengalesi o moldave. Non deve quindi stupire se la filiera produttiva dei grandi marchi che rilocalizzano in Italia risulta composta da un’ampia rete di subfornitori medi e grandi, che a loro volta subappaltano fasi di lavoro a piccole imprese artigianali. Fra esse anche imprese cinesi che ormai sono presenti un po’ in tutti i territori a tradizione calzaturiera e dell’abbigliamento. Le condizioni di lavoro cambiano a seconda del posto occupato dall’impresa nella filiera globale di produzione. Ma queste catene del lavoro sono difficili da riscostruire, anche perché i marchi non sono per niente disponibili a pubblicizzare i nomi dei loro fornitori e in molti casi non hanno neppure il controllo completo sull’intera filiera. Secondo la ricerca realizzata dalla Campagna abiti puliti, i salari migliori si trovano fra i lavoratori alle dirette dipendenze dei grandi marchi, non solo perché sono i luoghi che più frequentemente i giornalisti visitano, ma anche perché qui i lavoratori sono più organizzati e solitamente riescono a ottenere l’applicazione dei contratti collettivi e premi di produzione a livello aziendale. Ovviamente non mancano le eccezioni. Dalle testimonianze raccolte Prada pare sia la griffe con rapporti sindacali più difficili e condizioni di lavoro più critiche. D’altra parte, Prada è l’unica delle grandi case del lusso nella Riviera del Brenta che pur producendo calzature applica il contratto collettivo del cuoio. E non a caso, ma perché il contratto del cuoio è peggiorativo rispetto a quello calzaturiero per quanto riguarda sia le paghe sia gli aspetti normativi. La filiera è un insieme di gironi danteschi e più si scende, più magri sono i salari e peggiori le condizioni di lavoro, fino a potersi imbattere nel lavoro nero che ovviamente sfugge alle grandi griffe perché loro il rapporto lo tengono solo col primo anello della subfornitura. Ma spesso i prezzi che pagano sono così bassi da non lasciare molta scelta a chi sta alla base. In ogni caso, neri o legali che siano, la ricerca ha appurato che i salari dei lavoratori nei livelli contrattuali più bassi, cioè la stragrande maggioranza, non vanno oltre i 1100-1200 euro netti al mese, che secondo un calcolo dell’Istat, nel Nord Italia non bastano per tirare avanti una famiglia di quattro persone neanche se si abita in campagna. Certo, poi modellisti, montatori e dirigenti vari alzano il livello salariale medio, ma per quanti corrono lungo le manovie, le catene di montaggio delle calzature, le paghe non sono certo a un livello dignitoso. Le condizioni di lavoro nell’industria italiana dell’abbigliamento e delle calzature sono mutate negli ultimi venti anni: molte le imprese che hanno chiuso, alta la riduzione del fatturato. Il ritorno delle grandi multinazionali è sicuramente positivo in termini occupazionali, ma può diventare catastrofico se si importano in Italia le condizioni di lavoro e i livelli salariali che le imprese trovano altrove. La ricerca ci restituisce la fotografia di una situazione che potremmo definire di post-occidentalizzazione riferendoci alle condizioni di lavoro prima riscontrabili nell’Europa dell’Est e nel lontano Oriente e ora anche nel Vecchio Continente: la dimostrazione che dopo la lunga discesa verso il fondo ora è tempo di risalire, prima che sia troppo tardi.

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Lusso low Cost

di Devi Sacchetto, Docente di Sociologia presso l'Università di Padova

Cinque giorni dopo che lo stilista di punta ha finito di disegnare in qualche atelier parigino i nuovi modelli di Louis Vuitton, a Fiesso d’Artico (Venezia) si comincia a produrre i prototipi che continueranno a fare la spola con la capitale francese su un aereo privato finché il campione non sarà pronto per entrare in produzione. La narrazione delle merci volanti, essenziale nella costruzione dell’immaginario del lusso esclusivo, oscura il lavoro che corre lungo tutta la filiera. La ricerca svolta per conto dell’associazione «Abiti puliti» e condotta con Davide Bubbico e Veronica Redini in tre aree di Veneto, Toscana e Campania ha cercato di rischiarare le trasformazioni nelle condizioni di lavoro nel cosiddetto sistema moda che, per quanto dimagrito, conta ancora complessivamente circa 500 mila addetti con una concentrazione in un pugno di regioni: Veneto, Toscana e Marche per le calzature e la pelletteria, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna per l’abbigliamento. In Campania, che pure non è tra le regioni centrali per i due settori, permangono realtà produttive importanti, soprattutto nell’abbigliamento, con una forte incidenza di lavoro irregolare.

Negli ultimi dieci anni le filiere dell’abbigliamento e delle calzature hanno subito un profondo processo di riorganizzazione produttiva che è stato accelerato dalla crisi economica. Un ruolo chiave è stato assunto dai grandi gruppi internazionali detentori di brand grazie alle possibilità finanziarie di investimento sulla produzione e di gestione dei canali distributivi. Molti dei marchi del lusso globali da Louis Vuitton ad Armani, da Prada a Gucci hanno concentrato una parte importante della loro produzione manifatturiera in Italia perché dispone, da un lato, di manodopera con buone capacità sia manifatturiere sia di gestione dei flussi produttivi esternalizzati in Italia e all’estero e, dall’altro, lato di costi di manodopera assai contenuti. Ovviamente, le loro catene di fornitura non si fermano certo negli italici confini, continuando a produrre parti o interi cicli di produzione all’estero. Vero è che negli ultimi anni si registrano anche alcuni rientri delle produzioni delocalizzate all’estero – nuovamente internalizzate o esternalizzate in locoIl cosiddetto back-reshoringè una conseguenza di diversi fenomeni, dai cambiamenti nei differenziali dei livelli salariali (bloccati in Italia e in crescita in altri paesi, ad esempio in Cina) ai consistenti margini di profitto delle imprese del lusso. D’altra parte, le necessità di una maggiore flessibilità e rapidità e di una «qualità» garantita dal marchio «Made in Italy», possono oggi trovare soluzione grazie al permanere di reti produttive di piccole imprese che operano in situazioni legislative «grigie». Come spiega un esperto di marketing: «molte produzioni che alcuni facevano fuori, tendenzialmente le riportano dentro. Intanto perché la Cina si è alzata a livelli di prezzi quindi quei differenziali non ce li hai più… Poi il made in China, se ti beccano, due palle!... non ha molto senso per un prodotto su cui hai margini incredibili, rischiare che il marchio si sputtani».

Alla luce del classico meccanismo di oscuramento del lavoro materiale e del cospicuo investimento sulle componenti immateriali della produzione si comprende perché sia largamente diffusa l’ideologia stigmatizzante che rende l’aggettivo «cinese» sinonimo di lavoro di scarsa qualità e irregolarità. Una dinamica che, tanto nella produzione quanto nel consumo, va a tutto vantaggio dei committenti, i quali, tuttavia, non hanno remore nell’usare l’imprenditoria cinese in Italia come metro di comparazione per stabilire i costi, come ci racconta un funzionario sindacale: «gli imprenditori cinesi si lamentavano di questo razzismo intrinseco delle imprese italiane perché quando parlavano con gli imprenditori italiani questi gli dicevano “questa è la tariffa che pago. Poi quando gli italiani capivano che sono cinese mi dicevano, no, aspetta, è la metà”». Il ruolo delle imprese gestite da imprenditori cinesi che occupano esclusivamente connazionali è rilevante nelle tre regioni: essi lavorano prevalentemente nel sub-appalto per il pronto moda, ma anche per le griffe, direttamente o indirettamente. Ma in alcune aree, come quella pratese e in parte campana, si ritrovano imprese cinesi che sono uscite dal loro tradizionale ruolo di terziste per espandersi nel settore del pronto-moda assumendo il controllo di tutte le fasi della produzione e della distribuzione configurandosi come un vero e proprio distretto parallelo. È stata soprattutto questa nuova strategia di autonomizzazione a mettere in allarme parte del mondo imprenditoriale italiano che ha iniziato a strillare contro la concorrenza delle imprese cinesi.

L’aurea di esclusività che circonda il business del lusso è costruita attraverso una strategia che mira a produrre merci incomparabili, fabbricate da artigiani talentuosi che hanno appreso il loro lavoro nel corso di lunghi anni di apprendistato. Dal Veneto alla Campania le griffe diffondono una retorica secondo la quale i lavoratori producono opere d’arte grazie alle loro capacità manuali, come racconta un manager di una delle imprese italiane più importanti che opera nella Riviera del Brenta: «possiamo produrre determinati tipi di calzature solo grazie ad artigiani assunti come operai che, grazie a un processo di formazione estremamente lungo, conoscono le pelli e le attrezzature e sanno come certe operazioni di costruzione della calzatura vanno effettuate». In realtà la manodopera non dispone sempre di particolari capacità professionali, mentre una parte consistente della produzione o alcune lavorazioni vengono esternalizzate.

La presenza dei grandi brand ha senza dubbio garantito ad alcune aree produttive di «reggere» durante il periodo di crisi economica, ma ha accentuato il carattere gerarchico e piramidale delle reti di fornitura in Italia e all’estero. Questa rete di relazioni sbilanciate, dalla tendenza dei committenti al continuo incremento dei profitti, si ripercuote con intensità sulle condizioni dei lavoratori italiani e stranieri.

In Veneto e in Toscana, dove le griffe hanno aperto propri stabilimenti, il processo di concentrazione del personale è più evidente. In Campania, invece, le aziende di maggiori dimensioni sono legate all’alta sartoria, mentre permangono medie imprese del pronto moda e un sistema ancora esteso, anche se ridimensionato, di piccole imprese contoterziste, spesso collocate su livelli diversi di irregolarità nell’impiego della manodopera. Le piccole imprese, in particolare in Campania, sono sovente instabili e vengono gestite da imprenditori che spesso si sono fatti da sé e che in modo efficace un operaio definisce «o’ megl’ ten’ ’a zella» (quello che sta meglio, ha la rabbia). Esse possono lavorare per conto di grandi marchi, ma anche, talvolta contemporaneamente, nel settore della contraffazione. Qui il lavoro nero coesiste con il lavoro grigio e con quello regolare all’interno della stessa azienda.

Tra gli imprenditori a fare le spese della diffusione del ciclo di lusso sono state prevalentemente le piccole imprese artigiane, in grado di realizzare un prodotto di qualità, ma incapaci di imporsi autonomamente sui mercati esteri. Come ci racconta un piccolo imprenditore: «chi resiste è perché esporta in paesi in cui lo status symbol del brand funziona… le aziende di mezzo che fanno un prodotto a marchio loro che non è il brand sono quelle che non ce la fanno perché oggi quello spazio di mezzo non esiste più».

Se in generale le condizioni di lavoro migliori si riscontrano in Toscana e le peggiori in Campania, tuttavia esse sono molto diversificate, poiché sono connesse al tipo di produzione e alla casella occupata nella catena del valore (imprese committenti o subfornitori), alla dimensione dell’azienda e alla presenza o meno del sindacato. D’altra parte in alcune aree delle tre regioni è ancora presente il lavoro a domicilio più o meno regolare.

I tempi delle mansioni si sono compressi e il ritmo è determinato dagli obiettivi di produzione giornaliera, sebbene non si tratti di un vero e proprio cottimo. La presenza delle griffe ha accelerato l’«industrializzazione» dei processi produttivi con un’accentuazione della divisione del lavoro e una decisa standardizzazione delle operazioni, ispirandosi al sistema toyotista secondo l’ideologia del «miglioramento continuo». Ma è evidente che si tratta di una discontinuità nella strategia del lusso a favore di elementi più attenti alla moda e alla velocità di innovazione nello stile che alla qualità. Nelle aziende di minori dimensioni la divisione del lavoro invece si affievolisce anche perché molti lavoratori provengono da un lungo apprendistato professionale che ha permesso loro di acquisire competenze diverse.

La composizione della forza lavoro si è modificata e alle tradizionali maestranze italiane, costituite da uomini e soprattutto donne, si è affiancata nel corso degli ultimi vent’anni la presenza di lavoratori migranti, circa il 15% degli occupati complessivi. La spina dorsale su cui si reggono i due settori è costituita da manodopera proveniente dalle classi meno abbienti e con scarsi livelli di istruzione, con una lunga esperienza nel settore. Coloro che dispongono di un contratto regolare sono assunti molto spesso a tempo indeterminato, per quanto anche in questi settori siano ormai presenti molti contratti precari. In Campania, dove maggiore è la precarietà, l’inserimento al lavoro avviene in giovane età, talvolta senza aver neppure completato gli obblighi scolastici, e in nero.

La divisione del lavoro all’interno delle imprese è quasi sempre piuttosto netta tra donne e migranti – in posizione subalterna che svolgono le mansioni più ripetitive e banalizzate – e gli uomini – collocati nelle postazioni professionali più prestigiose. Tuttavia, le nuove professionalità necessarie alle griffe permettono talvolta una rottura del tradizionale modello sessuato di divisione del lavoro. La maggior parte delle aziende, indipendentemente dalla dimensione, svolgono la loro attività nel cosiddetto turno giornaliero (8-17), con una pausa di un’ora intorno a mezzogiorno, mentre le altre pause di lavoro non sempre sono definite. Le ampie possibilità di flessibilità oraria, garantite dal contratto collettivo, sono fondamentali per le imprese che possono così coniugare le loro necessità produttive con un basso esborso monetario. Le ore di flessibilità o il ricorso allo straordinario sono svolte solitamente a fine turno per una o due ore o il sabato mattina. Il rischio di infortuni e condizioni di nocività sono oggi ancora presenti, in particolare nelle imprese del contoterzismo e nel lavoro a domicilio campano. Si tratta di produzioni che espongono le maestranze a svariati agenti chimici che possono inquinare l’aria sotto forma di gas e vapori o di particelle aerodisperse connesse all’uso di adesivi attivatori e diluenti o all’uso di prodotti di finitura.

L’ingresso delle griffe ha prodotto una divaricazione delle retribuzioni: da un lato nel distretto di Scandicci (FI) i salari si attestano sui 1.500 euro netti al mese per un primo impiego e intorno ai 3.000 per una mansione qualificata, dall’altro lato nei laboratori campani dove viene applicato il cottimo si può anche non superare gli 800 euro mensili. Le griffe infatti garantiscono anche premi o voci accessorie del salario che lo rendono più elevato rispetto ai salari medi delle altre imprese.

Per operaie e operai i salari rimangano comunque solitamente assai modesti, dai 1100 ai 1300 euro mensili. Le differenze maggiori riguardano mansioni come quella del montaggio o dei modellisti nelle calzature, che permettono di arrivare a a circa 2.000 euro, o di figure quali i gestori di catene produttive e del controllo qualità esterno che possono spuntare anche fino a 2.500-3.000 euro mensili. I salari maschili sono più elevati per il tipo di mansione a loro riservato percependo sovente superminimi, mentre i lavoratori stranieri occupati nelle piccole imprese stanno all’estremo opposto sebbene una parte consistente di essi abbia ormai sviluppato buone capacità professionali e anche una discreta anzianità.

In Campania i salari rimangono particolarmente compressi sia perché in molti casi essi sono frutto di condizioni di lavoro irregolare e a cottimo sia perché la forza lavoro viene inquadrata nei più bassi livelli contrattuali, indipendentemente dalla professionalità. Il salario è comunque sovente inferiore a quello contrattuale, come spiega un operaio casertano: «il salario effettivamente percepito non è mai quello dichiarato in busta paga, perché o è inferiore perché ne devi restituire una parte al padrone, o è superiore, ad esempio se sei assunto part-time ma lavori otto ore oppure quando gli straordinari o l’una tantum sono retribuiti fuori busta». Per i lavoratori irregolari in Campania le retribuzioni sono molto variabili per quanto fissate generalmente su base giornaliera: dai 35 ai 40 euro. Ma, come emerso dalle cronache, nell’hinterland a nord di Napoli, lavoratori migranti bangladeshi e pakistani a cui era stato ritirato il passaporto lavoravano anche fino a 14 ore al giorno per sei giorni la settimana per salari di circa 3 euro all’ora.

Lo sfrangiamento dei livelli salariali è comune a tutta la penisola e non è solo connesso alle imprese gestite da imprenditori cinesi o al lavoro nero, perché quanto sembra emergere è la compresenza di lavoro regolare e irregolare. Come afferma un’operaia toscana: «si stanno cinesizzando, i rapporti, perché in questa fase di crisi, la gente in qualche modo si arrangia, se è disoccupata lavora al nero. Ci sono stati dei lavoratori a cui proponevano di lavorare a 2-3 euro l’ora, italiane eh!... Poi magari sono in cassa integrazione a zero ore e vanno a nero da un’altra parte… con la cassa integrazione prendono 4 euro e gliene danno altri 4 a nero».

Le situazioni di irregolarità sono presenti soprattutto nelle imprese contoterziste sottoposte alle pressioni dei committenti e alla competizione delle altre piccole imprese. Come ci racconta un operaio napoletano: «con l’inizio della crisi nel 2008 l’azienda ha ridotto il ricorso al lavoro a domicilio e ha esternalizzato il lavoro di orlatura ai cinesi. Se le donne a domicilio erano pagate 1,50 euro al paio, i cinesi hanno abbassato il costo a 1,20 euro e tra l’altro essendo di più, senza limiti di orario e con macchinari più nuovi questi hanno dimostrato una capacità di lavoro di gran lunga maggiore».

L’abbigliamento e le calzature sono settori storicamente meno sindacalizzati rispetto ad altri comparti manifatturieri e dove è più visibile lo sfilacciamento nei rapporti tra lavoratori e sindacato. Se si fa eccezione per le grandi aziende, in cui i delegati rimangono abbastanza presenti, il contatto con le organizzazioni sindacali arriva spesso solo nei momenti di emergenza, per mancati pagamenti, infortuni, accesso ai diversi ammortizzatori sociali. Le responsabilità del sindacato nella solitudine operaia è riconosciuta perfino da alcuni sindacalisti: «è da anni che siamo tutti coinvolti in questa mal gestione, in questa anomalia comportamentale. Forse ci vedono troppo vicini all’azienda, avere cioè un rapporto, una promiscuità fra azienda-sindacato-lavoratori che giustamente io, il lavoratore, è smarrito, lo comprendo se dice che va da un legale perché dice “ma io ho visto il sindacalista e l’imprenditore che erano a prendere il caffè insieme”… Dobbiamo trovare la giusta collocazione: le relazioni industriali non possono essere per ovvi motivi come quarant’anni fa, però non possono essere un ibrido come sono adesso».

Ma il rapporto tra sindacati e lavoratori è attraversato anche dalla nuova composizione della forza lavoro. Solo una settimana fa, il segretario della Filctem-Cgil di Venezia, Riccardo Colletti, dichiarava a un quotidiano locale che gli imprenditori calzaturieri locali dopo i lauti profitti del 2014 dovrebbero assumere prima di tutto gli italiani perché gli stranieri sono dei disperati facilmente ricattabili. Affermazioni che certo non agevolano l’organizzazione di questa nuova forza lavoro internazionale per ottenere salari dignitosi e luoghi di lavoro decenti. Mai come in questi oscuri laboratori si mostra la crisi di un sindacato che pretende di scoprire il solo lavoratore che pensa di poter rappresentare dentro a un rapporto di potere che è nuovo proprio perché è la somma di forme di dominio già viste. Mai come in questo momento questa incapacità ormai consolidata rischia di rendere quel rapporto di potere un dominio ordinario.


Street Action a Torino per i risarcimenti Benetton al Rana Plaza

Giovedì 11 dicembre, nell'ambito della Campagna #PayUp, Sara Conforti insieme ad altri attivisti e sostenitori della Campagna Abiti Puliti hanno realizzato un flash mob nel centro di Torino davanti ad alcuni store di Benetton per chiedere all'azienda di pagare immediatamente i risarcimenti dovuti per le vittime del Rana Plaza, l'edificio di otto piani crollato nel 2013 causando la morte di 1138 persone e il ferimento di oltre 2000 lavoratori e lavoratrici.

6 "portatori" sono entrati in scena indossando macchine per cucire dipinte di nero sulle spalle, come zaini. Hanno indossato abiti neri, eleganti.
Si sono disposti silenziosamente in riga, davanti all'ingresso del punto vendita mentre altri 4 performer hanno srotolato a terra lo striscione
rosso  relativo alla campagna RANA PLAZA / PAY UP BENETTON.
Dopo la disposizione i "portatori" hanno aperto le giacche al fine di mostrare l'etichetta verde UNITED VICTIMS OF BENETTON, cucita sul petto.
All'esposizione dell'etichetta i "portatori" si sono voltati verso il punto vendita per concludere l'azione con un grande ed ironicoapplauso.

Contemporaneamente si sono tenute altre azioni in alcune città europee e negli Stati Uniti.
Visita il sito della campagna e unisciti all'azione

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Siglato l’accordo per i risarcimenti della Tazreen

copertina_tazreen_960Due anni dopo che più di 120 persone hanno perso la vita intrappolati nella fabbrica Tazreen Fashions a Dhaka, in Bangladesh, è stato raggiunto un accordo tra IndustriALL Global Union e gli affiliati locali, la Clean Clothes Campaign e C&A sul meccanismo per garantire il risarcimento alle vittime della tragedia.

Il 24 novembre 2012, la Tazreen Fashions, una fabbrica di abbigliamento fornitrice di importanti marchi internazionali, è stata avvolta dalle fiamme. Incastrate dietro uscite bloccate, più di 120 persone sono morte intrappolate, mentre cercavano di scappare. 300 lavoratori sono rimasti gravemente feriti. Per due anni queste persone hanno dovuto affrontare la miseria e i problemi medici a causa dell’incendio.

Nei giorni scorsi tutte le controparti si sono impegnate nei negoziati, facilitati dall’ILO, per accordarsi sui principi generali di un accordo. I dettagli saranno finalizzati nei prossimi giorni, con la speranza che i risarcimenti alla fine saranno pagati.

Ineke Zeldenrust della CCC ha dichiarato: “Nella giornata del secondo anniversario siamo estremamente lieti di annunciare l’accordo che la Clean Clothes Campaign e IndustriALL hanno raggiunto con C&A sui principi generali per il risarcimento. Il sistema si basa sullo schema già sviluppato per le vittime del Rana Plaza, che prevede risarcimenti per la perdita di reddito, valutazioni mediche indipendenti e cure prolungate.

Come parte dell’accordo la C&A Foundation si è impegnata a contribuire con una cifra considerevole destinata al pieno e giusto risarcimento per le vittime della Tazreen, in aggiunta ai fondi già destinati. I dettagli finali saranno elaborati e resi pubblici non appena i costi totali saranno calcolati. Accogliamo con piacere il ruolo positivo che C&A ha svolto in questo processo, determinante per raggiungere l’accordo.”

La Clean Clothes Campaign ricorda oggi, insieme ai sindacati bengalesi e agli attivisti per i diritti dei lavoratori, le vittime di quel terribile incendio. Alla luce del nuovo accordo appena siglato, rinnova l’invito a tutti gli altri marchi collegati a quel disastro a contribuire immediatamente e in maniera sostanziosa al fondo per i risarcimenti.

I lavoratori hanno raccontato che al momento dell’incendio avevano appena concluso una spedizione a Walmart, principale acquirente degli indumenti prodotti alla Tazreen. “Walmart non si è assunta ancora alcuna responsabilità nei confronti dei lavoratori morti e feriti” ha dichiarato Babul Akther, il Segretario Generale del BGIWF (Bangladesh Indepedent Garment Workers Federation), affiliato ad IndustriALL.

Al momento del disastro i lavoratori e le lavoratrici della Tazreen stavano producendo anche per l’italiana Piazza Italia, KIK, El Corte Ingles, Edinburgh Woollen Mill, Disney e Sean John. Nessuno di questi brand ha ancora versato un centesimo per i risarcimenti. Li & Fung con sede a Hong Kong, il più grande agente intermediario del mondo, ha effettuato alcuni pagamenti attraverso il Governo del Bangladesh. El Corte Ingles e KIK hanno fatto solo alcune vaghe promesse e ora la CCC chiede che diventino azioni concrete e pubbliche.

“Tutti gli altri marchi, a partire da Piazza Italia, hanno la responsabilità di seguire l’esempio positivo rappresentato da C&A in questo caso così grave” dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della CCC).“È necessario e urgente dimostrare con azioni concrete e misurabili che i bisogni e i diritti delle vittime della Tazreen sono una priorità”


(2014) Report - Flawed Fabrics

copertina_flawed fabrics

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Ancora evidenze di schiavitù moderna nel settore tessile indiano

Il 28 ottobre 2014, due organizzazioni non governative olandesi, SOMO (Centro di Ricerca sulle Imprese Multinazionali) e ICN ( Comitato Indiano dei Paesi Bassi), hanno pubblicato un nuovo rapporto sulle condizioni di lavoro esistenti nell’industria tessile indiana per l’esportazione, localizzata nella regione del Tamil Nadu.

lI rapporto, dal titolo emblematico Flawed Fabrics (Tessuti difettosi), dimostra che le lavoratrici sono ancora sottoposte a condizioni di lavoro spaventose, paragonabili al lavoro forzato. Le donne e le ragazze che lavorano nelle filature del Tamil Nadu, alcune di appena 15 anni, sono per lo più reclutate fra le comunità emarginate dei Dalit che vivono nelle zone rurali più povere. Costrette a lavorare per moltissime ore al giorno in cambio di salari miseri, sono alloggiate in miseri ostelli aziendali dai quali non possono allontanarsi senza permesso.

L’indagine ha anche messo in evidenza che gli utilizzatori finali dei prodotti ottenuti in queste condizioni, sono imprese occidentali e bengalesi fra cui C&A, Mothercare, Hanesbrands, Sainsbury’s e Primark.

Il rapporto descrive le condizioni riscontrate in cinque filature del Tamil Nadu, che è un importante distretto dell'industria tessile e di maglieria a livello globale. Esse sono: Best Cotton Mills, Jeyavishnu Spintex, Premier Mills, Sulochana Cotton Spinning Mills and Super Spinning Mills. La ricerca si basa su interviste approfondite a 150 lavoratrici, incrociate con informazioni di fonte aziendale e delle agenzie che forniscono dati sull’export. Le filature in questa regione producono filati di cotone e tessuti, sia per l'ulteriore lavorazione nel settore dell'abbigliamento indiano che per l'esportazione verso altri paesi, in particolare il Bangladesh.

Le ragazze e le giovani intervistate donne hanno raccontato come siano state indotte a lasciare i loro villaggi, dietro allettanti promesse di lavoro dignitoso e ben pagato. In realtà hanno trovato condizioni di lavoro spaventose equiparabili alla schiavitù. Le lavoratrici non hanno contratti ne’ buste paga. Né esistono sindacati o altri organismi a cui potersi appellare. Una lavoratrice impiegata alla Sulochana Cotton Spinning Mills, ha dichiarato: "Non mi piace dove siamo alloggiati. E’ molto lontano dalla città, non ci intrattenimenti né contatti con l’esterno. E’ come una semi-galera.”

Due delle fabbriche esaminate hanno fra i propri clienti anche aziende di abbigliamento del Bangladesh che ricadono sotto il Bangladesh Accord on Fire and Building Safety (Accordo Bengalese sugli Incendi e sulla Sicurezza degli Edifici). Come tale, il rapporto evidenzia un legame diretto tra i firmatari dell’Accordo e le inaccettabili violazioni dei diritti del lavoro in India. Purtroppo, a causa della mancanza di trasparenza, SOMO e ICN non hanno potuto stabilire quali imprese occidentali, firmatarie dell’accordo, si riforniscano dalle aziende bengalesi in questione. I dati sulle esportazioni hanno anche messo in evidenza che tre banche estere offrono assistenza finanziaria alle fabbriche del Tamil Nadu e ai loro clienti. Esse sono: Standard Chartered Bank, The Bank of Tokyo Mitsubishi e Raiffeisenbank. Prendendo a pretesto la sicurezza bancaria e la privacy, nessuna delle tre banche ha accettato di rilevare altri dettagli.

Negli ultimi anni, alcuni marchi e grossisti di abbigliamento che acquistano tessuti nel Tamil Nadu ,hanno attivato controlli e azioni correttive, ma solo sulle imprese di primo livello con cui hanno rapporti diretti. Mentre sono rari gli acquirenti che spingono la propria attività di controllo sulle aziende di secondo livello come sono le filature. Spiace constatare che due delle fabbriche indagate hanno ottenuto la certificazione SA8000 mentre questo rapporto mostra condizioni di lavoro tutt'altro che accettabili.