Amirul Haque Amin, presidente del NGWF, vince il Nuremberg International Human Rights Award

copertina_amin_norimbergaIl 28 settembre 2014, la giuria del Nuremberg International Human Rights Award, presieduta dal Sindaco di Norimberga, riunita presso il municipio della città, ha deciso di conferire a Amirul Haque Amin, presidente del NGWF in Bangladesh, questo importante riconoscimento.

Nelle motivazioni della scelta si legge che Amirul Haque Amin si batte per i diritti dei lavoratori con coraggio ammirevole. È presidente e co-fondatore del National Garment Workers Federation (NGWF), il più grande sindacato nazionale in Bangladesh, istituito nel 1984. Con grande tenacia e coraggio, questo sindacato si batte per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, e quindi per la dignità, dei lavoratori dell'industria tessile manifatturiera bengalese.

Numerose sono le violazioni dei diritti del lavoro che si verificano nel settore tessile e dell'abbigliamento, non solo in Bangladesh, ma in molti altri paesi. Sebbene siano stati compiuti alcuni progressi, è necessario fare molto di più. Ricordando il crollo devastante del palazzo Rana Plaza a Dhaka, che ha causato 1.135 decessi e oltre 2.000 feriti, la giuria ha voluto fare appello alle aziende della moda i cui prodotti sono stati realizzati in questa fabbrica e che non hanno ancora pagato alcun indennizzo perché si assumano le loro responsabilità. Inoltre, la decisione della giuria dovrebbe essere vista come un appello a tutta l'industria dell'abbigliamento per garantire che le buone pratiche di lavoro siano rispettate in tutte le fasi della catena di produzione. Conferendo questo premio a Amirul Haque Amin, la giuria internazionale per la prima volta onora un attivista che si batte per i diritti umani sociali ed economici. In questo modo, la giuria ha voluto richiamare l'attenzione su tre temi:

  • la tutela dei diritti dei lavoratori a livello locale. In Bangladesh, il lavoro sindacale è estremamente pericoloso. Gli attivisti non solo rischiano di essere licenziati, quando prendono posizione contro le condizioni di lavoro orribili; ma sono spesso vessati, minacciati o arrestati. La giuria si augura che il premio garantirà a  Mr. Amin ei suoi compagni attivisti la protezione necessaria per continuare la loro lotta;
  • la sensibilizzazione a un consumo responsabile. Il pubblico ha il diritto di sapere dove e come i loro capi sono prodotti.
  • l'etica economica: il commercio globalizzato e libero senza rispetto degli standard sociali è contrario a tutte le esigenze di tutela dei diritti umani fondamentali.

Cambogia: H&M dia l’esempio. Si impegni a garantire un salario dignitoso

Firma la petizione

I lavoratori e le lavoratrici del settore tessile in Cambogia entrano in azione per chiedere un aumento del salario minimo a 177 dollari al mese.

Organizzazioni partner della Clean Clothes Campaign hanno organizzato manifestazioni di protesta davanti ai negozi delle vie dello shopping in sostegno dei lavoratori cambogiani, per chiedere ai brand, tra cui H&M (principale acquirente del mercato tessile cambogiano), di aumentare immediatamente il salario minimo a 177 dollari al mese.

Questo giorno di mobilitazione arriva dopo un anno di proteste anche molto dure, sfociate lo scorso gennaio nella feroce repressione della polizia che causò 23 arresti e 4 morti.

L’attuale salario minimo si attesta a 100 dollari mensili, appena un quarto di quanto l’Asia Floor Wage ha stimato essere la soglia di un salario dignitoso per quel Paese. Con questa cifra 500 mila operai e operaie tessili non sono in grado di far fronte ai bisogni primari loro e delle loro famiglie.

Per l’inizio del prossimo ottobre è atteso l’annuncio dell’aumento del salario minimo da parte del Cambodian Labour Advisory Committee. Sindacati e lavoratori insistono che debba essere elevato a 177 dollari al mese, mentre il Garment Manufacturers Association in Cambodia (GMAC) ha proposto un più modesto aumento a 115 dollari al mese.

I sindacati sono tutti uniti nella richiesta dei 177 dollari. Ath Thorn, presidente del sindacato cambogiano C.CAWDU, affiliato ad IndustriALL, ha dichiarato: “E’ ora che i marchi si assumano le loro responsabilità e affrontino il problema al centro delle nostre proteste: il salario dignitoso. L’aumento del salario minimo a 177 dollari al mese è un passo in questa direzione.

H&M lo scorso anno ha annunciato l’avvio di un progetto pilota in Cambogia come parte della sua Road Map per un salario dignitoso, eppure non ha ancora fornito eventuali parametri di riferimento o cifre su cui tale progetto dovrebbe basarsi. La Clean Clothes Campaign chiede che dia prova concreta del proprio impegno nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici che producono per il marchio.

La CCC sostiene la mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici cambogiane e chiede ai marchi non solo di impegnarsi ad aumentare il salario minimo a 177 dollari al mese come richiesto dai sindacati, ma anche di:

-       intraprendere un percorso a lungo termine per continuare a rifornirsi in Cambogia;

-       accettare di aumentare il prezzo di FoB (Free on Board) per garantire l’aumento dei salari;

-       impegnarsi con i sindacati cambogiani attraverso contratti collettivi giuridicamente vincolanti.

 

Cambodian workers call for raise in minimum wage from Clean Clothes Campaign on Vimeo.


(2014) REPORT Stiched up! Salari da povertà per i lavoratori dell’abbigliamento in Europa Orientale e in Turchia

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L’industria dell’abbigliamento rappresenta una grande opportunità per lo sviluppo economico di un paese e per la prosperità della sua popolazione, ma solo se crea forme di occupazione dignitose secondo la definizione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO).

E’ necessario che siano rispettati tutti i diritti in termini di salute e sicurezza, di condizioni di lavoro e di salario.

Si è portati comunemente a credere che lo sfruttamento dei lavoratori nell’industria dell’abbigliamento sia un problema più acutamente avvertito in Asia dove sono ben documentati casi caratterizzati da livelli salariali da povertà, condizioni di lavoro pericolose e lavoro straordinario obbligatorio. Tuttavia, come dimostra la nostra indagine, questi problemi sono un fattore endemico in tutti i paesi produttori, e persino all’interno dell’Unione Europea si possono osservare, nei paesi che producono gli indumenti che acquistiamo in negozi prestigiosi, livelli retributivi miserrimi e condizioni di vita spaventose.

Il rapporto esamina i livelli salariali e le condizioni di vita in dieci paesi ed evidenzia il ruolo di retroterra produttivo a basso costo dei paesi ex-socialisti per i marchi della moda e i distributori dell’Europa Occidentale. La Turchia, uno dei giganti mondiali del settore, attinge invece al bacino della regione dell’Anatolia Orientale. Gli imprenditori turchi affidano inoltre lavorazioni ad aziende terze in una vasta area geografica che si estende fino al Nord Africa e al Caucaso meridionale.

Uno dei cinque obiettivi prioritari del programma “Europa 2020, strategia per una crescita intelligente, sostenibile e solidale” è la riduzione della povertà per consentire ad una quota di popolazione di almeno 20 milioni di persone di uscire dal rischio di povertà o di esclusione sociale entro il 2020. La corresponsione di retribuzioni ad un livello dignitoso nel settore produttivo dell’abbigliamento e calzature rappresenta una misura molto concreta, potenzialmente capace di raggiungere un gran numero di persone e di migliorare in modo decisivo le loro condizioni di vita.

Il presente rapporto descrive le drammatiche condizioni retributive e di lavoro che caratterizzano il settore dell’abbigliamento in tutta l’area geografica presa in considerazione.

 

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Bata e quei lavoratori licenziati

copertina_bata_pallaEra l’agosto del 2012 quando in uno stabilimento dello Sri Lanka alcuni lavoratori e lavoratrici decidevano di riunirsi in un sindacato per difendere i loro diritti. La fabbrica è la Palla & Co. e al tempo produceva scarpe per il noto marchio internazionale Bata.
Proprio da quell’agosto, infatti, quegli uomini e quelle donne si aspettavano di vedere in busta paga un aumento salariale che avevano concordato con la proprietà della fabbrica: invece niente. La dirigenza allora ha pensato bene, non solo di non negoziare con il neonato sindacato, ma, in poco più di un anno, di sospendere 15 suoi funzionari (novembre 2013) e di licenziare 179 suoi iscritti (dicembre 2013). A quel punto ha avanzato la sua proposta: un aumento di stipendio una tantum, prendere o lasciare.
 
Naturalmente la proposta è stata ritenuta inaccettabile dal sindacato e questo ha scatenato la reazione dei dirigenti dello stabilimento: intimidazioni, minacce, lista nera dei lavoratori. Questo tuttora impedisce a molti dei licenziati di trovare lavoro in altre fabbriche aggravando le loro condizioni di vita già precarie; del resto i proprietari della Palla & Co hanno chiesto espressamente ai dirigenti degli altri stabilimenti di non assumerli.
 
85 dei 179 licenziati sono stati reintegrati dalla stessa Palla & Co solo dopo avergli fatto firmare un accordo in cui i lavoratori e le lavoratrici si impegnavano a non partecipare più in futuro ad alcuna attività sindacale. 
 
Queste sono le modalità in cui sono state prodotte alcune delle 210 milioni di paia di scarpe Bata che proprio in questo momento stanno passeggiando chissà dove in oltre 60 paesi del mondo.
 
Bata nel dicembre 2013 ha chiuso ogni rapporto commerciale con la Palla & Co e ora fa orecchie da mercante: cosa aspetta ad assumersi le sue responsabilità e ad intervenire in questo conflitto per chiedere il rispetto dei diritti di quei lavoratori e lavoratrici che hanno prodotto le loro scarpe? A cosa serve dotarsi di un codice di condotta, se poi quando viene violato ci si gira dall’altra parte?


Ali Enterprises, due anni dopo. Le vittime aspettano ancora i risarcimenti

KIK_PAYUP_sitoL’11 settembre di due anni fa scoppiava l’incendio alla Ali Enterprises, una fabbrica di abbigliamento di Karachi, in Pakistan, causando la morte di 254 persone e il ferimento di 55 lavoratori e lavoratrici.

Poche settimane prima del disastro la fabbrica era stata ispezionata dalla società italiana di revisione RINA che aveva accordato la certificazione SAI (Social Accountability International) 8000, nonostante la fabbrica non avesse uscite di emergenza, avesse le finestre sbarrate, non fosse registrata e avesse un intero piano costruito abusivamente.

Da quella tragedia oltre 1300 lavoratori e lavoratrici del settore tessile sono morti in Asia a causa dell’insicurezza dei posti di lavoro. Migliaia di altri lavoratori sono sopravvissuti, ma la loro vita è cambiata per sempre.

Molti marchi coinvolti in queste tragedie non si sono ancora assunti le loro responsabilità.

Tra questi il distributore tedesco KIK che aveva commesse nelle tre fabbriche teatro dei più grandi disastri umanitari degli ultimi anni: oltre alla Ali Enterprises, la Tazreen Fashions (Bangladesh) e il Rana Plaza (Bangladesh). Ad oggi non ha ancora fornito un pieno ed equo risarcimento a nessuna delle vittime coinvolte.

Per quanto riguarda la Ali Enterprises, nel dicembre del 2012 la KIK, unico acquirente conosciuto della fabbrica bruciata, aveva firmato un protocollo di intesa con il Pakistan Institute of Labour Education and Research (PILER), impegnandosi a versare subito 1 milione di dollari per le prime necessità di emergenza, accettando di intavolare una trattativa per determinare l’importo complessivo per una piena compensazione delle vittime. All’ultimo minuto però, lo scorso luglio, KIK ha deciso di ritirarsi dalla trattativa lasciando le vittime senza un risarcimento.

Per quanto riguarda il Rana Plaza, KIK ha versato nel Trust Fund 1 milione di dollari, appena un quinto di quanto la Clean Clothes Campaign ha richiesto in base al fatturato annuo. Per quanto riguarda la Tazreen, infine, non hanno pagato neanche un centesimo.

Il risarcimento è un diritto ed è assolutamente vergognoso che centinaia di vittime con le loro famiglie si trovino ancora oggi in una condizione drammatica in continuo peggioramento” dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti. “Il rifiuto della tedesca KIK di corrispondere un equo risarcimento unitamente a quello di tutte le imprese italiane coinvolte che non hanno ancora contribuito come Benetton, Manifattura Corona, Yes Zee, Robe di Kappa e Piazza Italia, non fa che prolungare la sofferenza dei lavoratori che concorrono a determinare i loro profitti

Queste tragedie nel settore dell’abbigliamento hanno messo in evidenza la necessità di elaborare un sistema di compensazione a lungo termine efficiente e sostenibile basato sugli standard dell’ILO e in linea con i Guiding Principles on Business and Human Rights delle Nazioni Unite che espressamente sottolineano che: “quando […] nei luoghi di lavoro si fallisce nel garantire il rispetto e la protezione dei diritti umani, allora i governi e le imprese devono assicurare misure efficaci, tra cui il pagamento di adeguati risarcimenti”.

"Non è la carità che i sopravvissuti vogliono, ma il rispetto del loro diritto a un risarcimento completo ed equo", ha dichiarato Karamat Ali, Executive Director del PILER

I lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo organizzano veglie per commemorare coloro che sono morti nell’incendio. La Clean Clothes Campaign, unendosi a loro, chiede a KiK di riprendere i negoziati sulla base dell’accordo legalmente vincolante siglato con il PILER e di pagare a tutte le famiglie delle vittime e dei sopravvissuti il risarcimento loro dovuto prima che un altro anno trascorra.


Rana Plaza: anche i governi chiedono ai marchi di pagare

oecdLa Clean Clothes Campaign accoglie con favore la dichiarazione con cui i governi di Olanda, UK, Francia, Germania, Danimarca, Italia e Spagna invitano le imprese a “versare immediatamente donazioni sostanziose nel Rana Plaza Donor Trust Fund”.

Il comunicato è stato rilasciato a margine dell’Organisation for Economic Cooperation and Development (OECD) Global Forum on Responsible Business Conduct che ha visto incontrarsi a Parigi i ministri di tutto il mondo a fianco dell’ILO e di rappresentanti sindacali e delle ONG.

Questa dichiarazione è molto importante in quanto mette i marchi a livello globale di fronte alla loro responsabilità di fornire un adeguato risarcimento alle vittime del crollo del Rana Plaza secondo i UN Guiding Principles on Business and Human Rights. Finora nel fondo sono stati raccolti 17 milioni di dollari a fronte dei 40 milioni necessari a garantire per tutti un equo risarcimento.

Il Donor Trust Fund è l'unico strumento legittimo per garantire che tutti gli interessati ricevano una compensazione adeguata per la perdita di reddito e per le spese mediche. Molti marchi hanno cercato di aggirare le loro responsabilità facendo delle piccole e riservate donazioni sostituendo il riconoscimento di un diritto con la carità.

I governi chiedono a "tutte le aziende ... [di] versare donazioni generose nel Trust Fund, sia per la prima volta sia come secondo contributo per  giungere ad un importo adeguato."


Rana Plaza: Tra i panni sporchi del Bangladesh

staglianoSegnaliamo un'interessante reportage realizzato da Riccardo Staglianò per Il Venerdì di Repubblica sul caso Rana Plaza. Il giornalista, oltre a ricostruire l'accaduto e tutto l'iter degli accordi internazionali, ha trovato tra le macerie anche documenti e etichette del marchio KAPPA.

Sul sito di Repubblica puoi trovare anche un webdocumentario che ricostruisce i temi del reportage.

DACCA. La stanza dalle pareti di latta è in penombra. Sul letto matrimoniale, sormontato da un’imponente testata di metallo, è accasciata una ragazza. Sopra una blusa rossa a fiori bianchi porta uno scialle grigio. Considerato che fuori sono quarantatré gradi e dentro, se possibile, qualcuno di più, quest’ultimo dettaglio sembra il più assurdo. Di tutto c’è bisogno, in questa baracca arroventata di Savar, nella periferia industriale di Dacca, meno che di coprirsi. Apparentemente. Rozina Begum, ventitré anni all’epoca dei fatti, lavorava nell’edificio noto come Rana Plaza. Cuciva dalle otto di mattina alle dieci di sera, a volte mezzanotte. Continua a leggere


Eu Ropa - Io abito qui. Il libro illustrato di Franco Sacchetti

il progetto

foto_articoloEu Ropa - Io abito qui è un progetto artistico della Compagnia Insomnia con il supporto di Iberescena ed Electa Creative Arts, realizzato con la collaborazione dalla Campagna Abiti Puliti. Il libro illustrato ha lo scopo di spingere i lettori ad informarsi su ciò che si nasconde dietro la produzione degli abiti che indossiamo: sfruttamento, schiavitù, deforestazione, rischi ambientali sono solo alcuni degli aspetti che regolano il settore dell'abbigliamento.
Solo attraverso un approfondimento consapevole, basato su informazioni certe, si può arrivare a quel consumo critico che costringa le aziende a produrre i propri abiti in maniera sostenibile e rispettosa dei diritti fondamentali delle persone.

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l’autore

Franco Sacchetti. Si dedica alla scrittura, all’illustrazione, e alle installazioni, privilegiando i temi dell’ecologia e della sostenibilità. Ha collaborato come vignettista con vari giornali e riviste tra cui l’Ecologist italiano ed Eco-educazione sostenibile. Nel 2009 ha pubblicato il romanzo illustrato: “LA MARCIA DEI FRIGORIFERI VERSO IL POLO NORD” sul tema del riscaldamento globale.
Sito: www.francosacchetti.it


Elezioni europee 2014: impegno a favore di un salario dignitoso

SCARICA L'APPELLO

Il 25 maggio in Italia si terranno le elezioni per eleggere i nuovi rappresentanti al Parlamento Europeo.

E' un'occasione importante per chiedere a chi sarà eletto di impegnarsi nei prossimi cinque anni sul tema del salario dignitoso.

Un salario dignitoso è quello che consente a un lavoratore in una settimana regolare di lavoro (non più di 48 ore) di provvedere alle necessità basilari proprie e della famiglia. Fra queste l’alloggio, l’istruzione, l’assistenza medica, e una quota di salario discrezionale da accantonare per spese impreviste.

Il diritto a percepire un salario dignitoso per sé e per la propria famiglia è sancito quale diritto umano nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, nel Patto delle Nazioni unite sui diritti economici, sociali e culturali e in altri documenti, quali la Costituzione dell’ILO, 1919; il Preambolo della Dichiarazione di Filadelfia (Conferenza internazionale del lavoro, 1944); la Dichiarazione dell’ILO sulla giustizia sociale per una globalizzazione giusta, 2008; e infine la Carta sociale europea.

Per questo chiediamo ai membri del Parlamento Europeo di impegnarsi a operare al fine di promuovere l’adozione di un salario dignitoso per tutti i lavoratori che nel mondo producono per conto di imprese europee.

Sei un/una candidato/a

Impegnati a promuovere l’adozione di un salario dignitoso per tutti i lavoratori che nel mondo producono per conto di imprese europee

sottoscrivi_appello

Sei un/una elettore/rice

Chiedi ai tuoi candidati di sottoscrivere l'appello della Clean Clothes Campaign


Salario vivibile, globalizzazione dei diritti

Cambodia_Lunch_1_piccoladi Francesco Gesualdi

In qualità di candidato ho ricevuto l’invito da parte di molte associazioni a firmare impegni a favore dei temi di cui si occupano. Ora mi trovo nella bizzarra posizione di prendere impegni per una proposta avanzata dalla Campagna Abiti Puliti di cui io stesso sono esponente.

La richiesta è di operare affinché sia garantito un salario vivibile a tutti i lavoratori che nel mondo producono per conto di imprese europee. Una lista per la verità molto lunga che coinvolge milioni di lavoratori asiatici, africani e dell’Europa dell’Est impiegati lungo tutte le filiere produttive basate sull’appalto e sulla subfornitura. Quelle delle calzature e dell’abbigliamento prima di tutto.

Ormai i grandi marchi che conosciamo non hanno quasi più retroterra produttivo. Per loro è più conveniente investire i profitti nella speculazione finanziaria, piuttosto che costruire fabbriche. La produzione la possono ottenere da stabilimenti altrui di proprietà sudcoreana, cinese, indiana, russa, aperti in paesi come Bangladesh, Romania, Moldavia, Tunisia, Albania. In paesi, cioè, dove la disoccupazione è così alta e la repressione sindacale così spinta, da costringere i lavoratori a lavorare per orari massacranti in cambio di salari che non bastano neanche per i bisogni fondamentali della propria famiglia. Semplicemente perché ogni tentativo di organizzazione sindacale è represso nel sangue e la legge, che rappresenta l’unico appiglio a cui aggrapparsi, fissa i salari minimi a livelli indecenti. In Bangladesh ad esempio il salario minimo legale corrisponde appena al 21% dei bisogni familiari di base. Ma se possibile in Europa dell’est va anche peggio. In Bulgaria e Ucraina siamo al 14%. In Georgia addirittura al 10%.

Questa situazione oltre ad essere un insulto alla dignità delle persone e alla civiltà umana, che sta tornando alla schiavitù, è anche un attentato ai diritti acquisiti dai lavoratori dei paesi industrializzati che si vedono costantemente ricattati dalle imprese: “O accettate retrocessioni salariali e forme di assunzione più precarie o ce ne andiamo” Per tutte queste ragioni la Campagna Abiti Puliti, aderente al coordinamento internazionale Clean Clothes Campaign, si batte per l’introduzione del principio del salario vivibile a livello mondiale, a partire dagli stabilimenti di calzature e abbigliamento inseriti nelle catene di subfornitura. Un principio per certi versi già espresso da alcune convenzioni internazionali in base al quale il salario deve essere sufficiente a coprire i bisogni fondamentali di una famiglia standard, in termini di cibo, alloggio, trasporti, cure e istruzione di base.

Fino ad oggi abbiamo costruito la globalizzazione selvaggia al servizio delle multinazionali. Ora dobbiamo costruire la globalizzazione dei diritti al servizio delle persone, cominciando a introdurre regole universali che le imprese debbono rispettare ovunque. Primo fra tutti quello del salario vivibile. Un obiettivo che si raggiunge non solo garantendo la piena libertà sindacale e di sciopero, ma anche innalzando i salari minimi legali a partire dall’Unione Europea.

In tal senso, l’impegno dei futuri parlamentari è importante. Ma il loro impegno potrà dare risultati solo se sarà sostenuto da una forte pressione popolare perché le imprese si organizzeranno in tutti i modi possibili per bloccare provvedimenti che possono corrodere i loro profitti. Per questo dobbiamo stare tutti all’erta cominciando a sostenere tutte quelle realtà di base che si battono per i diritti. Prima fra tutti la Campagna Abiti Puliti


Il primo atto del nuovo CEO di Benetton: pagare i risarcimenti!

FB_Banner_MarcoBenetton2Oggi nella sede del Gruppo Benetton, Marco Airoldi sarà nominato nuovo CEO dell’azienda - ruolo che lo vedrà a capo di una delle più grandi imprese italiane e aziende tessili del mondo in un momento di grandi cambiamenti.

Ma prima che il gruppo si dedichi al futuro, è il caso che rimedi agli errori del passato. Dopo un anno di messaggi contrastanti provenienti da Benetton per quanto riguarda il loro impegno a garantire un risarcimento per tutti i sopravvissuti e le famiglie delle vittime del Rana Plaza, Airoldi deve fare chiarezza.

Mentre Marco Airoldi inizia il suo mandato, la Clean Clothes Campaign ricostruisce per lui i fatti che riguardano Benetton e il Rana Plaza e gli chiede, come primo atto, di effettuare un versamento nel Donor Trust Fund.

 

I fatti

 Cosa dice l’azienda: nel Settembre 2013, ha dichiarato“continua il nostro impegno nella ricerca di un approccio coordinato e di settore a questo problema industriale [per il risarcimento] – così come è successo per il Fire and Safety Building Accord.”

 I fatti

  • Dal Dicembre 2013 un approccio multi-stakeholder è stato messo in campo: l’Arrangement. Ha visto la partecipazione totale del Governo bangladese, delle organizzazioni dei lavoratori, dei sindacati locali e internazionali, delle ONG, dei principali brand del settore tessile e dell’ILO come attore neutrale.
  • Nonostante questo, Benetton si rifiuta di contribuire

 

Cosa dice l’azienda: nel Marzo 2014, in un comunicato stampa Benetton ha dichiarato di essersi ritirata dall’Arrangement perché “stava arrivando a prevedere una contribuzione su base volontaria e non proporzionata all’effettiva presenza in Bangladesh [di ciascuna azienda]”

 I fatti:

  • La decisione di rendere lo schema a contribuzione volontaria è stata presa in seguito all’incapacità dei marchi – compreso Benetton – nel raggiungere un accordo tra loro sui criteri che avrebbero dovuto regolare le donazioni.
  • La Clean Clothes Campaign crede che tutti i marchi in Bangladesh dovrebbero contribuire in relazione alla loro capacità economica, ai rapporti con il Paese e a quelli con il Rana Plaza: per questo crediamo che Benetton debba versare 5 milioni di dollari

 

Cosa dice l’azienda: Benetton ha dichiarato “Abbiamo quindi deciso di concentrare ulteriormente i nostri fondi e sforzi per il sostegno alle vittime e alle loro famiglie ”. Questo è stato fatto finanziando BRAC.

I fatti:

  • Come ha ricordato Gilbert Houngbo, Deputy Director General dell’ILO: ”Il risarcimento è un diritto. La beneficienza è fondamentale per sostenere la riabilitazione e gli altri servizi ma è volontaria per sua natura e non sostituisce l’affermazione di un diritto”.
  • BRAC fornisce molto aiuto necessario in Bangladesh, ma questo dovrebbe essere in aggiunta al diritto al risarcimento, come stabilito dal diritto internazionale. Benetton deve pertanto contribuire anche al Donor Trust Fund per garantire ai sopravvissuti e alle vittime di ricevere il sostegno di cui hanno bisogno.

“Marco Airoldi prende le redini di Benetton in un momento cruciale, 379 giorni dopo il crollo del Rana Plaza. Le famiglie delle vittime e i superstiti stanno ancora aspettando di ricevere il sostegno finanziario che gli spetta e di cui hanno un disperato bisogno” ha dichiarato Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti. “Airoldi ha l’opportunità di iniziare il suo incarico con un passo avanti e dimostrare che Benetton non mette il profitto davanti alle vite di chi produce i suoi vestiti. È tempo di pagare”.

 

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Il Rana Plaza è crollato il 24 aprile 2014 uccidendo 1.138 persone e ferendone oltre 2000. La maggior parte dei morti e dei feriti lavorava in una delle cinque fabbriche tessili presenti nello stabile. I lavoratori delle banche e dei negozi al piano terra, infatti, si erano rifiutati di entrare nell’edificio insicuro.

 

L’Arrangement

In accordo con gli standard dell’ILO, l’Arrangement riunisce i marchi (Primark, Loblaw, Bonmarche e El Corte Ingles), il Ministro del Lavoro bangladese, la Bangladesh Employers' Federation (BEF), il Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association (BGMEA), IndustriALL Bangladesh National Council, il Bangladesh Institute for Labour Studies (BILS), IndustriALL Global Union e la Clean Clothes Campaign, in un Comitato di Coordinamento multi- stakeholder.

Al 30 Aprile 2014, la cifra raccolta nel Rana Plaza Donors Trust Fund ammonta a 9.905.492,45 dollari. Gli impegni assunti ammontano a circa 200mila dollari e un certo numero di altre dichiarazioni di impegno sono sotto esame.

La cifra totale raccolta per risarcire circa 600 beneficiari della New Wave Bottoms Factory, la fabbrica da cui si riforniva anche Benetton, ammonta a 7 milioni di dollari. Questa cifra si aggiunge ai 9,9 milioni di dollari di cui sopra, portando la cifra totale raccolta a circa 17 milioni di dollari.

La cifra necessaria per risarcire tutte le vittime ammonta a circa 40 milioni di dollari

Maggiori informazioni sull’Arrangement sono disponibili qui: www.ranaplaza-arrangement.org

 

I marchi del Rana Plaza

30 brand sono stati direttamente collegati alle fabbriche del Rana Plaza, sia con ordini recenti che con ordini di prova, o con ordini passati. Crediamo che tutti debbano contribuire pubblicamente al Rana Plaza Donor’s Trust Fund:

Adler Modemärkte (Germany), Auchan (France), Ascena Retail (USA), C&A (Belgium), Benetton (Italy), Bon Marche (UK) , Camaieu (France), Carrefour (France), Cato Fashions (USA), The Children’s Place (USA), LPP (Cropp, Poland), El Corte Ingles (Spain), Gueldenpfennig (Germany), Iconix (Lee Cooper), Inditex (Spain), JC Penney (USA), Loblaws (Canada), Kids for Fashion (Germany),Kik (Germany),Mango (Spain), Manifattura Corona (Italy), Mascot (Denmark), Matalan (UK), NKD (Germany), Premier Clothing (UK), Primark (UK/Ireland), Grabalok (UK), PWT (Denmark), Walmart (USA) and YesZee (Italy).


Rana Plaza: le foto dei flash mob di Firenze e di Milano

Firenze

Immagini del Flash mob in Piazza Santa Trinità a Firenze a cura di EU-ROPA progetto artistico della Compagnia Insomnia dedicato al tema dei diritti umani nell'industria dell'abbigliamento in collaborazione con Filtcem-CGIL, Mani Tese Firenze, ACU Toscana e Villaggio dei Popoli

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Milano

Immagini del Flash mob a Milano in Piazza Duomo a cura di Price is Rice in occasione del Fashion Revolution Day e in collaborazione con Abiti Puliti [fsg_gallery id="6"]


Rana Plaza, un anno dopo. Azioni in Italia e nel mondo per chiedere i risarcimenti delle vittime

Un anno dopo il crollo del Rana Plaza i marchi che si rifornivano presso le aziende ospitate da quel palazzo non sono ancora riuscite a predisporre adeguati finanziamenti per risarcire le vittime e i familiari dei 1.138 morti.

Nonostante sia stato siglato un accordo innovativo tra marchi, governo del Bangladesh, lavoratori, sindacati nazionali e internazionali e ONG, supervisionato dall’ILO, per predisporre un programma di risarcimento delle vittime del Rana Plaza inclusivo e trasparente, conosciuto come l’Arrangement, il Donor Trust Fund volontario istituito per raccogliere le donazioni è ad oggi tristemente sotto finanziato. Un anno dopo il crollo i marchi e i distributori hanno contribuito con soli 15 milioni di dollari, appena un terzo dei 40 milioni necessari.

“I grandi marchi internazionali della moda hanno nuovamente fallito nel garantire il rispetto dei lavoratori che producevano per loro.” dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, “Oggi, violando il diritto dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime del Rana Plaza a ricevere il giusto risarcimento per un disastro che poteva e doveva essere evitato, i marchi europei e nord americani infliggono a migliaia di persone una sofferenza continua, ingiusta e intollerabile. Se poi guardiamo ai profitti realizzati dalla Famiglia Benetton nel 2012” continua Lucchetti “constatiamo che la richiesta di 5 milioni di dollari per il Fondo di risarcimento equivale appena all’1,4% degli utili realizzati da gruppo, una percentuale davvero marginale per un’azienda che deve il suo successo economico anche al lavoro sottopagato e rischioso dei lavoratori bangladesi. Non ci sono scuse per non pagare, le imprese coinvolte devono assumersi le proprie responsabilità, è una questione di diritti e di civiltà.”

Per celebrare il primo anniversario dal crollo, attivisti, cittadini e cittadine in tutto il mondo entreranno in azione al fianco dei familiari delle vittime. In Italia, fra le iniziative di pressione verso le imprese italiane Benetton, Manifattura Corona e Yes Zee in favore della costituzione del Fondo di risarcimento, il 24 aprile saranno organizzati:

Firenze | ore 12: Flash mob in Piazza Santa Trinità a cura di EU-ROPA progetto artistico della Compagnia Insomnia dedicato al tema dei diritti umani nell'industria dell'abbigliamento in collaborazione con Filtcem-CGIL, Mani Tese Firenze, ACU Toscana e Villaggio dei Popoli
Milano | ore 15: Flash mob in Piazza Duomo a cura di Price is Rice in occasione del Fashion Revolution Day e in collaborazione con Abiti Puliti
Treviso | h.10-19: Palazzo dei 300, mostra L'arte del lavoro a cura Ass. culturale Pulperia in cui saranno ospitati immagini e materiali sul Rana Plaza.

Saranno inoltre organizzate iniziative di sensibilizzazione e raccolta firme a sostegno della petizione internazionale verso Benetton in diverse Botteghe del Commercio Equo e solidale.

A Dhaka, lavoratori e sindacalisti ricorderanno con una serie di eventi tutti coloro che hanno perso la vita quel giorno: tra i vari eventi si potrà assistere al racconto delle vittime presso il Worker Solidarity Center a Dhaka e ad una catena umana sul luogo del crollo.

A livello internazionale, l’Asia Floor Wage Alliance, la Clean Clothes Campaign, l’International Labor Rights Forum (ILRF), il Maquila Solidarity Network e il Worker Rights Consortium organizzeranno eventi commemorativi nelle strade dello shopping e in spazi pubblici.

La richiesta di tutti sarà che i marchi che continuano a rifiutarsi di contribuire al Donor Trust Fund facciano dei versamenti significativi e in tempi rapidi. Tra questi le aziende italiane Benetton, Manifattura Corona e Yes Zee. E poi Adler Modermarkte, Ascena Retail, Auchan, Carrefour, Cato Fashions, Grabalok, Gueldenpfennig, Iconix (Lee Cooper), J C Penney, Kids for Fashion, Matalan, NKD e PWT (Texman), tutte aziende che avevano produzioni al Rana Plaza durante il crollo e poco prima.

Liana Foxvog dell’ILRF aggiunge: “Children’s Place, il cui CEO ha guadagnato 17 milioni di dollari lo scorso anno, ha pagato una cifra pari a soli 200 dollari per famiglia. L’azienda considera davvero la vita delle persone così a buon mercato? Devono pagare di più. I bambini rimasti orfani, i lavoratori rimasti senza arti, le famiglie che hanno perso chi portava l’unico reddito, contano su un risarcimento adeguato ai loro bisogni fondamentali”

Il Donor Trust Fund è aperto a donazioni volontarie ed è supervisionato dall’ILO come attore neutrale. “Per raggiungere l’obiettivo dei 40 milioni di dollari è anche necessario che il Governo e gli industriali del Bangladesh aumentino i loro contributi. Parallelamente anche i governi Usa e Ue devono fare passi immediati e concreti per assicurarsi che le aziende dei loro paesi paghino quanto è necessario: esattamente quanto abbiamo chiesto al Governo e alle istituzioni italiane durante il tour con Shila Begum, sopravvissuta del Rana Plaza, lo scorso 1 di aprile durante le audizioni con il sottosegretario al lavoro Teresa Bellanova, la Vice Presidente del Senato Valeria Fedeli, la Presidente della Camera Laura Boldrini e il Presidente della Commissione Diritti Umani Luigi Manconi” ha dichiarato ancora Deborah Lucchetti.

Dal 24 marzo scorso il processo di risarcimento è iniziato e si sta lavorando perché tutti coloro che hanno perso un famigliare o sono rimasti intrappolati nella fabbrica ricevano adeguato risarcimento. “Se mancano i fondi, allora non saremo in grado di fare un buon servizio a queste persone e la situazione si farà molto difficile” ha concluso il Dott. Mojtaba Kazaki, il Commissario Esecutivo dell’Arrangement.

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Partecipa ad un evento

Firenze | ore 12: Flash mob in Piazza Santa Trinità a cura di EU-ROPA progetto artistico della Compagnia Insomnia dedicato al tema dei diritti umani nell'industria dell'abbigliamento in collaborazione con Filtcem-CGIL, Mani Tese Firenze, ACU Toscana e Villaggio dei Popoli
Milano | ore 15: Flash mob in Piazza Duomo a cura di Price is Rice in occasione del Fashion Revolution Day e in collaborazione con Abiti Puliti
Treviso | h.10-19: Palazzo dei 300, mostra L'arte del lavoro a cura Ass. culturale Pulperia in cui saranno ospitati immagini e materiali sul Rana Plaza.

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Pubblica un tweet sulla vicenda Rana Plaza tra quelli della lista che abbiamo preparato.


Dalla Cina con speranza

copertina_cina_manifestazionidi Francesco Gesualdi

Buone notizie dalla Cina: 70 mila operai della Yue Yuen, gruppo che produce scarpe per marchi come Nike, Adidas, Reebok, Puma, Asics, Timberland, sono scesi in lotta per migliori condizioni di lavoro.

Benché il più grande produttore del mondo di scarpe, con 420mila dipendenti, pochi lo conoscono perché è una multinazionale di secondo livello. Una novità della globalizzazione. Un tempo le aziende che detenevano i marchi erano anche imprese produttrici. Oggi, invece, tendono sempre di più a  sbarazzarsi del retroterra produttivo per occuparsi dei due estremi della filiera: quella iniziale della progettazione e quella finale del marketing. Quanto alla produzione è relegata ad imprese terziste che producono su contratto, dove la licenza di sfruttamento è più alta: Asia, Africa, America Centrale. Tipica Yue Yuen, un’impresa con casa madre a Taiwan, ma stabilimenti  in Cina, Indonesia, Vietnam, Messico e molti altri paesi ancora.

La protesta, iniziata ai primi di aprile, è scoppiata a  Dongguan, una cittadina nel Sud della Cina, dove Yue Yuen gestisce vari stabilimenti che complessivamente occupano 70mila lavoratori, per la maggior parte immigrati dalle zone più povere della Cina. Oltre a forme di assunzioni più stabili, i lavoratori chiedono il pagamento dei contributi sociali utili a poter ottenere una pensione, l’assicurazione antinfortunistica, l’assistenza sanitaria. I lavoratori contestano anni di mancato di versamento che ha permesso all’azienda di intascare 117 milioni di euro. Un modo spiccio per realizzare profitti nel tempo della finanza globale che assomiglia molto ai vecchi ladri di polli.

La protesta alla Yue Yuen si aggiunge all’ondata di scioperi che da qualche mese scuote la Cina non solo nel settore calzaturiero, ma anche in quello elettronico e meccanico. Segno che il tempo del lavoro in semischiavitù, tipico dell’inizio della globalizzazione sta passando. E dopo la globalizzazione della produzione sta lentamente arrivando il tempo della globalizzazione dei diritti. Purtroppo non per volontà della politica, tristemente stretta in un abbraccio mortale col mondo degli affari, ma dei lavoratori, che sfidando la repressione, la galera, talvolta perfino la morte, si sono organizzati e oggi stanno raccogliendo dei frutti.

Le proteste in corso nel Sud del mondo ci insegnano che la politica da seguire non è quella di abbassare i nostri diritti, come ci stanno imponendo i governi occidentali tramite provvedimenti tipo il Job’s act, ma di innalzarli con la capacità di estenderli se non a livello mondiale almeno a livello continentale. Se vogliamo evitare che Fiat, Indesit, Electrolux continuino a ricattarci: “o accettate salari più bassi o ce ne andiamo nell’Est europeo”, dobbiamo fare in modo che in tutta Europea valga un livello standard di diritti e di salari che nessuna impresa può oltrepassare. Solo così potremo fermare le aziende sempre con la valigia in mano e potremo ricreare le condizioni per lavori stabili e dignitosi in tutta Europa se non in tutto il mondo.


Mai più Rana Plaza: in Italia le vittime per chiedere giustizia

Dal 1 al 4 aprile avremo l'opportunità di ospitare in Italia Shila Begum, una lavoratrice bengalese sopravvissuta al crollo del Rana Plaza, il palazzo di otto piani che ospitava 5 fabbriche tessili e che è costato la vita a 1138 persone, e Safia Parvin, segretario generale del National Garment Workers Federation, il principale sindacato tessile del Bangladesh.
L'Italia è solo la prima tappa (scarica il programma) di un più ampio tour europeo organizzato dalla Clean Clothes Campaign e dai suoi partner.
Questo il programma:

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Martedì 1 aprile - Incontri istituzionali

La delegazione sarà ricevuta tra l’altro dalla Presidente della Camera Laura Boldrini, dal Sottosegretario al Ministero del Lavoro Teresa Bellanova, dalla Commissione diritti umani e dalla Vice Presidente del Senato Valeria Fedeli. Sarà l'occasione per raccontare la loro esperienza, per presentare le proposte e le richieste in termini di sicurezza e rispetto dei diritti umani nelle fabbriche tessili bengalesi e per fare il punto sul tema dei risarcimenti alle vittime del Rana Plaza

Giovedì 3 aprile - 14.30 Presidio a Treviso

Ci sarà un presidio in sostegno delle vittime del Rana Plaza a Treviso in piazza Indipendenza, a partire dalle ore 14.30.
Già numerose le adesioni pervenute: ADL- Cobas, Coordinamento degli studenti medi, Italia Nostra, Mani Tese, Cooperativa Pace e Sviluppo, Prendiamo la parola – TV, Dipingiamoci di donna, ZTL Wake Up!, Fuoriclasse scuola di italiano per stranieri, Associazione per la decrescita sostenibile, WWF Villorba, Associazione Ecofilosofia, Legambiente Circolo Piavenire, Legambiente Circolo Treviso, GIT Banca Etica, Coalizione YA BASTA Marche, Nordest, Emilia Romagna e Perugia, Rete Radié Resch, coordinamento Gas Treviso, Sherwood.it
La diretta dell’evento sarà trasmessa in streaming sul sito www.sherwood.it

 

Mercoledì 2 aprile - Incontro con i giornalisti


benetton facebook image

Benetton basta false promesse!

Benetton è stata di nuovo colta in fallo. Un’inchiesta giornalistica ha scoperto che Benetton non ha fornito la lista completa dei suoi fornitori come previsto dall’Accordo sulla prevenzione degli incendi e sulla sicurezza in Bangladesh, nonostante fosse uno dei principali adempimenti richiesti ai firmatari dell’Accordo vincolante. Questo significa che Benetton potrebbe rifornirsi presso fabbriche che non vengono adeguatamente ispezionate, nascondendo questo fatto al pubblico.

Benetton conosce bene i rischi che si corre nell’utilizzare fabbriche pericolose. Prodotti a marchio Benetton sono stati ritrovati tra le macerie del Rana Plaza, il palazzo crollato dove almeno 1.138 persone hanno perso la vita lo scorso 24 aprile 2013. Ma omettere alcune fabbriche dalla lista dei fornitori può mettere a rischio delle vite umane.

Le azioni di Benetton dimostrano che l’azienda non tiene asssolutamente in considerazione le vite dei lavoratori e delle lavoratrici che producono i suoi indumenti. A un anno di distanza dalla tragedia del Rana Plaza, Benetton non ha ancora versato un centesimo nel Rana Plaza Trust Fund, il fondo che sta raccogliendo i contributi per risarcire i feriti e i familiari delle vittime.

Siamo fiduciosi che i promotori dell’Accordo sulla sicurezza inseriranno queste fabbriche nella lista di quelle da ispezionare. Ma Benetton deve cambiare strada. Manda un messaggio a Benetton per ricordargli che la vita dei lavoratori vale e per chiedergli di versare immediatamente 5 milioni di dollari nel Rana Plaza Donors Trust Fund.
Sappiamo che Benetton si preoccupa molto di quello che pensa la gente. Del resto ha firmato l’Accordo sulla sicurezza lo scorso anno solo dopo che una campagna pubblica ha raccolto un milione di firme di persone che gli chiedevano di farlo. Ora Benetton sta ignorando la situazione delle vittime del Rana Plaza. Noi chiediamo che si assuma le proprie responsabilità.

Cara Benetton,
sono sconvolto dall’apprendere che state rifiutando di pagare il risarcimento alle vittime del Rana Plaza e che state cercando di nascondere le vostre fabbriche agli ispettori incaricati dall’Accordo sulla sicurezza. I lavoratori bengalesi che producono i vostri prodotti meritano di più.

E’ tempo di pagare. Vi chiedo di contribuire immediatamente al Rana Plaza Trust Fund con un contributo di 5 milioni di dollari e di assicurarvi che le vittime del Rana Plaza ottengano la giustizia che meritano.

Cordialmente

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Rana Plaza: per i marchi della moda è ora di pagare! Al via la campagna Pay up!

Oggi mancano esattamente due mesi al primo anniversario del crollo del Rana Plaza, il peggior disastro industriale che ha colpito l’industria tessile, con 1.138 morti e più di 2.000 feriti

Per ricordare quel giorno, la Clean Clothes Campaign e i suoi partners in Bangladesh e in tutto il mondo lanciano la campagna PAY UP! per chiedere a tutti i marchi collegati al Rana Plaza o che si riforniscono in Bangladesh di pagare immediatamente i risarcimenti alle vittime attraverso dei versamenti nel Rana Plaza Arrangement's Donor Trust Fund

Che cos’è il Rana Plaza Arrangement?

Il Rana Plaza Arrangement è un meccanismo innovativo per garantire ai sopravvissuti e ai familiari delle vittime del Rana Plaza il supporto per la perdita del reddito e per le spese mediche di cui hanno disperatamente bisogno.

L’impegno congiunto del Ministero del Lavoro del Governo bengalese, dell’industria tessile locale e internazionale, dei sindacati locali e internazionali e delle organizzazioni non governative, con l’International Labour Organization (ILO) come attore indipendente e neutrale, ha portato all’istituzione di un Donor Trust Fund e ad una gestione centralizzata delle richieste di risarcimento.

Tali richieste saranno inserite in un processo implementato da organizzazioni locali e esperti internazionali che supporterà le vittime e i loro familiari nell’elaborare le richieste, valutare il livello dei pagamenti da effettuare a ciascun beneficiario, intraprendere valutazioni mediche e fornire ulteriore sostegno dove necessario.

Il Donor Trust Fund volontario previsto dall’Arrangement sta raccogliendo le donazioni e inizierà ad erogare i primi pagamenti, non appena sarà stato versato denaro sufficiente.

Servono 40 milioni di dollari entro il primo anniversario del terribile crollo del Rana Plaza, il 24 Aprile.

Cosa chiediamo?
I sopravvissuti e i familiari delle vittime hanno sofferto abbastanza e non dovrebbero rivivere quell’orribile giorno senza essere certi che le loro perdite finanziarie possano almeno essere coperte.

Hanno sofferto ferite terrificanti, perso mariti e mogli, figli e genitori, fratelli e sorelle; ne porteranno i segni fisici e psichici per tutta la vita. Questo non potrà mai essere risarcito. Ma almeno le perdite finanziarie e le spese mediche si.

E ciò deve prima di quell’anniversario.

Chiediamo ai marchi di versare significativi contributi nel Donor Trust Fund, proporzionati ai loro rapporti commerciali col Rana Plaza, con il Bangladesh e alle loro capacità economiche.

Porteremo la campagna di pressione pubblica in piazza, nei centri commerciali, nelle strade di Dhaka e in tutta Europa nei prossimi due mesi per garantire ai sopravvissuti e ai familiari delle vittime che non debbano aspettare ancora per avere i loro risarcimenti.

Aspettano da troppo tempo

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Hai un negozio Benetton vicino?

Se sei vicino a un negozio Benetton, scarica la lettera QUI allegata e portala al responsabile del punto vendita, fai sentire la tua voce!

 


Violenze in Cambogia: 4 morti e 39 feriti. Arrestate 23 persone

copertina_violenza_cambogiaIl 2 e 3 gennaio scorsi, in Cambogia, 4 persone sono state uccise e 39 ferite durante la dura repressione messa in campo da polizia ed esercito per soffocare le proteste che dal 24 dicembre 2013 chiedevano un aumento del salario minimo da 80 dollari a 160. La cifra resterebbe comunque lontana dalla soglia del salario dignitoso calcolata dalla Clean Clothes Campaign e dall’Asia Floor Wage Alliance in circa 285 dollari al mese.

23 lavoratori sono stati arrestati: tra loro operai tessili, autisti e il Presidente dell’Independent Democracy of Informal Economy Association (IDEA), Vorn Pao. Alcuni di loro non stavano nemmeno prendendo parte alle manifestazioni.

Due uomini tra gli arrestati hanno bambini appena nati, molti altri hanno lasciato a casa famiglie ignare di cosa accadrà dopo. Yon Sok Chea, di appena 17 anni, e Bou Sarith sono gli unici due lavoratori rilasciati su cauzione. Gli altri 21 sono ancora detenuti nel carcere CC3, noto per le sue condizioni difficili, nel nord della capitale cambogiana Phnom Penh.

Manifestazioni di solidarietà con i lavoratori cambogiani si sono svolte in tutto il mondo: migliaia di cittadini si sono recati davanti alle ambasciate cambogiane da Seoul a Bruxelles, da Hong  Kong a Dhaka, da Berlino a Washington.  La Clean Clothes Campaign si è unita al coro di voci che chiedono al governo cambogiano di liberare i 23 lavoratori arrestati, cancellando tutte le accuse a loro carico e restituendogli la libertà.

Insieme a molti partner internazionali, la CCC ha mandato lettere di protesta agli ambasciatori e al Primo Ministro Hun Sen.

Chiediamo a tutti i cittadini e le cittadine di sottoscrivere la petizione per chiedere il rilascio immediato dei 21 lavoratori ancora detenuti e la cancellazione dei reati a carico di tutti e 23.


Violenze in Cambogia Le richieste dellla Clean Clothes Campaign

copertina_cambogiaLa Clean Clothes Campaign, insieme alle organizzazioni in difesa dei diritti dei lavoratori e a sindacati da tutto il mondo, condanna duramente le violenze verificatesi recentemente in Cambogia ai danni dei lavoratori e delle lavoratrici del tessile.

Venerdì 10 Febbraio inizierà una settimana di mobilitazione internazionale per chiedere al governo cambogiano di mettere fine alla violenza sui manifestanti e di ascoltare la loro richiesta di salario minimo dignitoso.

Le manifestazioni dei lavoratori del tessile, iniziate lo scorso 24 Dicembre con la convocazione di uno sciopero nazionale per chiedere un salario di 160 dollari al mese, hanno avuto un esito drammatico.

Il 3 gennaio, infatti, la polizia ha aperto il fuoco sulla folla di manifestanti uccidendo 4 persone e ferendone molte altre. Molti lavoratori e lavoratrici sono stati picchiati ed arrestati.

Le proteste erano esplose dopo l’annuncio dell’accordo sulla nuova formula per calcolare il salario minimo, che avrebbe dovuto portare gli stipendi mensili a 100 dollari, una cifra del tutto insoddisfacente per condurre una vita dignitosa in quel paese. Secondo i calcoli di alcuni sindacati asiatici e di organizzazioni di difesa dei diritti umani un salario dignitoso che garantisca ad una famiglia un livello di sussistenza in Cambogia dovrebbe aggirarsi intorno ai 394 dollari al mese: quasi 4 volte la proposta di salario minimo. Ben oltre anche la richiesta dei manifestanti, che appare quindi tutt’altro che assurda.

Per trovare una soluzione rapidamente chiediamo ai marchi che si riforniscono in Cambogia e al governo del paese di:

  • Porre fine immediatamente all'uso della violenza e alle intimidazioni contro i lavoratori ei loro rappresentanti.
  • Rilasciare tutti coloro che sono stati arrestati nelle lotte.
  • Rispettare la libertà di associazione e il diritto di sciopero degli operai
  • Evitare ripercussioni per i lavoratori e i dirigenti sindacali che hanno partecipato allo sciopero.
  • Impegnarsi a riprendere i negoziati di pace sul salario minimo.
  • Costringere i responsabili delle violenze a pagarne le conseguenze.

Lettere contenenti le richieste sono già state spedite ai principali marchi che hanno interessi in Cambogia: H&M, Puma, adidas, Mark&Spencer, C&A, Next, Tesco, Inditex, GAP, Walmart, Levi's.

H&M, Gap, Puma, Adidas e Inditex hanno inviato una lettera al governo cambogiano perché metta fine alle violenze.

Sono previste manifestazioni davanti alle ambasciate cambogiane in tutta Europa, nonché la sottoscrizione di una petizione già disponibile online.


Strage di Prato: chi saranno le prossime vittime?

copertina_pratoCampagna Abiti Puliti si stringe intorno ai familiari delle vittime della tragedia di Prato, dove 7 persone hanno perso la vita nell’incendio di un capannone sede di un’azienda tessile.

Il parallelo con quanto avvenuto a Dakha in Bangladesh, poco più di un anno fa, quando 112 persone sono morte bruciate vive nella fabbrica Tazreen, aumenta l’indignazione che tali tragedie suscitano subito dopo che accadono. Non solo perché questa volta la macabra conta dei morti avviene a due passi dalle nostre case. Ma soprattutto perché, ora come allora, ci si trova di fronte a disastri che si potevano evitare.

Il fenomeno dei laboratori clandestini, a Prato e non solo, spesso legati alla produzione e al confezionamento di abiti per conto di grandi marchi della moda nazionale e internazionale, è stato denunciato da tempo. Non ci sono alibi per non essere intervenuti prima che una simile tragedia si verificasse.

Al momento non sembra esserci alcun marchio coinvolto nella vicenda con contratti di appalto o subappalto. Ma tutte le verifiche del caso sono ancora in corso.

Le istituzioni da anni sono impegnate nella costruzione di un sistema economico basato sull’ottenimento del profitto in una logica di concorrenza sfrenata. È ora che intervengano per mettere fine a queste condizioni di schiavitù in cui si ritrovano decine di migliaia di persone.

Chiediamo che si inverta la rotta, iniziando ad anteporre i diritti umani e la difesa dei lavoratori agli affari. Tutte le parti in causa devono assumersi le loro responsabilità e dare il proprio contributo a rifondare un patto di civiltà.

Le istituzioni devono ripristinare un sistema pubblico di controllo efficiente per la protezione dei lavoratori nelle fabbriche, reinvestendo in istituti di prevenzione come l’ispettorato del lavoro o l’INAIL, da anni vittime di tagli e ristrutturazioni. È inoltre urgente che il Parlamento emani una legge che obblighi le imprese alla trasparenza sulla filiera produttiva.

Le aziende devono attrezzarsi per garantire il rispetto dei diritti umani in tutta la loro filiera produttiva, corrispondendo ai fornitori prezzi che permettano il pagamento di salari dignitosi e garantendo tempi di consegna adeguati.

L’accordo internazionale raggiunto in Bangaldesh, che prevede ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza, studiato per la situazione bengalese, può rappresentare, adeguatamente riadattato al contesto italiano, un valido esempio di assunzione di responsabilità di tutte le parti in causa.


tazreenincendio

Incendio Tazreen: un anno dopo continua la battaglia per avere giustizia

tazreenincendio12 mesi dopo che 112 persone hanno perso la vita restando intrappolate nella fabbrica Tazreen Fashions a Dhaka in Bangladesh, i marchi rifiutano di impegnarsi nel processo di risarcimento ai sopravvissuti e alle loro famiglie.

Il 24 novembre 2012, la Tazreen Fashion, da cui si rifornivano marchi internazionali dell’abbigliamento, è stata avvolta dalle fiamme. Un anno dopo le vittime, i familiari e i sopravvissuti stanno ancora aspettando un pieno e giusto risarcimento.

Fino ad oggi solo C&A si è prodigata per erogare fondi e per sviluppare un processo che ne garantisca la distribuzione alle vittime, e anche Li & Fung ha effettuato pagamenti. Mentre alcuni marchi hanno dichiarato di voler erogare contributi volontari, nessuno ha finora pagato quanto dovuto. Questi marchi comprendono: l’italiana Piazza Italia, Delta Apparel (USA), Dickies (USA), Disney (USA), Edinburgh Woollen Mill (UK), El Corte Ingles (Spagna), Enyce (USA), Karl Rieker (Germania), KiK (Germania), Sears (USA), Teddy Smith (Francia), and Walmart (USA).

Un anno dopo l’incendio, la Clean Clothes Campaign e l’International Labor Rights Forum chiedono a tutti i marchi coinvolti nel caso Tazreen un intervento immediato e urgente per:

  • impegnarsi a lavorare insieme con gli altri marchi e stakeholders per garantire un pieno e giusto risarcimento per tutte le vittime dell’incendio alla Tazreen, sulla base dello schema (detto Arrangement) messo a punto per il caso Rana Plaza;
  • impegnarsi a fornire un congruo contributo economico affinché il fondo sia completamente finanziato.

“I sopravvissuti e le famiglie dei deceduti hanno perso l’unica fonte di reddito, devono affrontare ingenti spese mediche e non sono in grado di trovare un nuovo lavoro, anche per i traumi psicologici subiti.“ dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti. “Se le imprese coinvolte continuano a ritardare il processo di risarcimento e a non assumersi alcuna responsabilità, condannano alla povertà e all’insicurezza le vittime di una tragedia che poteva essere evitata”

CCC e ILRF sottolineano in particolare il ruolo di Walmart che non ha compiuto alcuna azione concreta pur essendo il principale acquirente della fabbrica. “Come principale distributore del mondo, Walmart ha una responsabilità maggiore nel garantire la sicurezza delle persone che producono per il suo circuito. La scusa che si trattasse di un sub-appalto non autorizzato non è sufficiente per declinare ogni responsabilità. Non intervenendo per risarcire le vittime dell’incendio, Walmart mostra totale disprezzo per la vita umana” ha dichiarato Liana Foxvog dell’International Labor Rights Forum.

Alcune famiglie delle vittime sono sottoposte ad una doppia ingiustizia: da una parte hanno perso un familiare e dall’altra si vedono negare l’esistenza stessa del defunto dai funzionari pubblici. Ad un anno di distanza, infatti, continua la battaglia per l’identificazione dei cadaveri, che impedisce ai parenti di accedere al risarcimento.

Le cifre pagate dal governo bengalese, dal marchio C&A, dall’azienda Li & Fung e dal Bangladesh Garment Manufacturers & Exporters Association (BGMEA) sono molto lontane dalla quantità di denaro necessaria e sono stati distribuiti senza un’adeguata e sufficiente trasparenza.

Dal giorno del tragico crollo del Rana Plaza nell’Aprile di quest’anno, è stato elaborato dai marchi dell’abbigliamento e dagli altri stakeholders , un metodo per calcolare e distribuire l’esatto ammontare del risarcimento per la perdita degli stipendi e per le cure mediche noto come l’Arrangement. Questo meccanismo è stato costruito utilizzando le linee guida fornite dalla Convenzione 121 dell’International Labour Organization sull’Employment Injury Benefits e su modelli già utilizzati in precedenti tragedie accadute nell’industria tessile bengalese.


(2013) REPORT - Tutto quello che la moda non dice

copertina_report_2012Mentre migliaia di lavoratori in Bangladesh continuano a lottare per condizioni di lavoro sicure, la Clean Clothes Campaign lancia l’Urgent Appeal Annual Review, un rapporto interattivo che mostra in che modo l’organizzazione supporta questi e tutti gli altri lavoratori che combattono per un lavoro più sicuro, per il salario dignitoso e per la libertà di associazione sindacali.

Il rapporto annuale Facts Behind Fashion del 2012 presenta le vere storie accadute all’interno dell’industria tessile di tutto il mondo. La versione online permette ai visitatori di scoprire le condizioni in cui si trovano alcune delle fabbriche da cui provengono i loro abiti e le modalità con cui la CCC lavora insieme ai lavoratori, alle organizzazioni locali e ai sindacati per fermare le violazioni dei diritti dei lavoratori.

La CCC è intervenuta nel 2012 su 30 azioni urgenti per supportare lavoratori e lavoratrici tessili. Più di 38 aziende sono state chiamate a rispondere delle condizioni critiche degli operai coinvolti.

Le mappe e i casi mostrano le violazioni che la CCC ha trattato in tutto il 2012. I tipi di violazioni sono stati suddivisi in quattro categorie:

  • libertà di associazione;
  • stipendi e contratti;
  • salute, incendi e sicurezza;
  • persecuzione e altre minacce.

Le altre minacce comprendono le discriminazioni di genere e altre incredibili violazioni come persecuzioni e omicidi. Il 2012 ha visto inoltre alcuni dei peggiori incendi di fabbriche che hanno colpito il settore tessile negli ultimi anni con 398 lavoratori e lavoratrici morti intrappolati nella Ali Enterprises in Pakistan e nella Tazreen Fashions in Bangladesh. Il rapporto annuale contiene anche una timeline, composta da report, nuovi articoli, campagne e video, relativi distributore tedesco KIK cliente di entrambe queste fabbriche.

Durante quest’anno ci sono stati anche molti momenti positivi, come la vittoria nel caso Kizone ad inizio 2013, quando ADIDAS dopo un’enorme pressione pubblica ha accettato di contribuire al fondo di risarcimento di 1,8 milioni di dollari per i 2800 lavoratori e lavoratrici rimasti senza lavoro dopo la chiusura della fabbrica.

Molte delle azioni urgenti che hanno avuto successo non solo sono state importanti per i lavoratori a livello locale, ma hanno creato un precedente con un enorme potenziale di ricaduta per rivendicazioni future su scala globale: queste vittorie possono servire da ispirazione per tutti quei lavoratori che si trovano ad affrontare problemi simili in altri luoghi di lavoro e in altri paesi.


(2013) REPORT - Aspettando ancora: le vittime del Rana Plaza in attesa dei risarcimenti

rana_plaza_ambulanzaSei mesi dopo il crollo del Rana Plaza, il più grande disastro della storia nell’industria dell’abbigliamento, un nuovo report della Clean Clothes Campaign e dell’International Labor Rights Forum esamina i progressi che sono stati compiuti finora sul tema dei risarcimenti verso i lavoratori colpiti da questa tragedia e le loro famiglie. CCC e ILRF sottolineano che, seppur alcuni passi avanti siano stati realizzati, ancora non è stato fatto abbastanza per evitare che i lavoratori e le lavoratrici feriti in maniera permanente precipitino in una situazione di indigenza irreversibile.

CCC e ILRF hanno sostenuto il sindacato internazionale IndustriALL nell’obiettivo di riunire intorno ad un tavolo i marchi internazionali che si rifornivano presso il Rana Plaza e tutte le altre parti in causa per discutere del processo di risarcimento. Il primo incontro, tenutosi lo scorso settembre a Ginevra e presieduto dall’ILO, ha prodotto un “Accordo” atto a predisporre un meccanismo di calcolo e di distribuzione dei risarcimenti alle famiglie del Rana Plaza e per istituire un fondo nel quale i marchi possono versare i propri contributi.

Ci sono segnali promettenti che questo Accordo, predisposto dal Rana Plaza Compensation Coordination Committee formato dai marchi, dal governo bengalese, dal BGMEA, da sindacati e Ong locali e internazionali, possa trasformare le richieste tanto attese di un risarcimento in realtà. Tuttavia, CCC e ILRF avvertono che resta vacante l’impegno della maggior parte dei marchi coinvolti nel disastro a contribuire ai fondi così disperatamente attesi.

Il report inoltre distingue tra i marchi che si stanno assumendo le loro responsabilità e quelli che non lo stanno facendo. Primark e Loblaw vengono segnalati per il loro impegno nel fornire i primi aiuti e, in particolare Primark, per aver definito un processo di distribuzione alle famiglie colpite. Queste due aziende, insieme a Benetton, finalmente sedutasi al tavolo negoziale multistakholder, e El Corte Ingles fanno parte del Coordination Committee. Mentre Inditex, Bon March e Mascot hanno segnalato la loro disponibilità a contribuire al fondo stabilito dall’Accordo.

A tutti gli altri brand collegati al Rana Plaza, invece, gli estensori del report chiedono di impegnarsi per aderire all’Accordo, per contribuire al fondo e per garantire che il risarcimento sia pieno e giusto. Questi marchi sono: Adler Modemärkt (Germania), Auchan (Francia), Camaieu (Francia), Carrefour (Francia), Cato Fashions (US), Children’s Place (US), LPP (Polonia), Iconix (US),  JC Penney (US), Kids for Fashion (Germania), Kik (Germania), Mango (Spagna), Manifattura Corona (Italia), Matalan (UK), NKD (Germania), Premier Clothing (UK), Store 21 (UK), Texman (Danimarca), Walmart (US), YesZee (Italia),  C&A (Germania/Belgio), Dress Barn (US), Gueldenpfennig (Germania) e Pellegrini (Italia).

La pubblicazione mette in evidenza anche il legame tra salari da fame e sicurezza, sottolineando come una paga bassa possa costringere le persone a continuare a lavorare in edifici non sicuri.

Il rapporto conclude, infine, con una serie di raccomandazioni da seguire per  soddisfare i bisogni urgenti dei lavoratori colpiti dai recenti disastri e delle loro famiglie e per garantire riforme sostenibili per il settore da realizzare nel breve termine.


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Il sogno di Nupur: finire la scuola (Bangladesh)

Prima di iniziare a lavorare in una fabbrica tessile, Nupur, 19 anni, viveva in un villaggio e frequentava la scuola. Purtroppo ha dovuto smettere al  5° grado. I suoi genitori non riuscivano più a permettersi di pagare le tasse scolastiche.

Nupur e suo padre sono le uniche fonti di sostegno per tutta la famiglia. Ma suo padre non può lavorare troppo a lungo a causa di una malattia cronica. Di fatto la famiglia si affida allo stipendio da lavoratrice del tessile di Nupur.


Il sogno di Phalla: risparmiare per il suo atelier personale (Cambogia)

Phalla guadagnava 120 dollari al mese, compreso di straordinari. Si prendeva cura dei suoi genitori ammalati e cercava di curare i suoi acciacchi. Il suo sogno era di mettere da parte un po’ di denaro per studiare e aprire un suo atelier, ma ci ha raccontato che per una lavoratrice tessile risparmiare è impossibile. “Non riesco mai a risparmiare denaro. Se lo facessi i miei genitori morirebbero e io morirei con loro”.


Il sogno di Ratna: una gravidanza sicura (India)

Ratna era incinta di otto mesi e lavorava con un contratto a Bangalore quando ha cominciato ad  avere le doglie. Non ha avuto altra scelta che andare a lavorare lo stesso visto che era giorno di paga e non poteva permettersi di perdere il suo salario - se lei non fosse stata presente avrebbe dovuto aspettare fino alla fine del mese per ricevere lo stipendio.

I dolori peggiorarono intorno alle 10 del mattino. Avvicinò il supervisore per chiedergli il permesso di andare via, ma le fu risposto che doveva rivolgersi al capo. Riuscì ad andare via solo alle 12 e 30, ma perse altro tempo a causa dei controlli delle guardie di sicurezza. Una volta uscita riuscì a camminare a malapena per 10 metri e alla fine partorì il suo bambino sul marciapiede.

Purtroppo non riuscendo a tagliare il cordone ombelicale a causa della mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria, il bambino morì prima ancora che Ratna potesse raggiungere la sua casa


Il sogno di Salong: un bagno sicuro

“La stanza è minuscola (2m x 3m) e brutta. Abbiamo solo una stuoia, una zanzariera e una stufa a gas per tutti e quattro. Guadagno 80 dollari al mese. Paghiamo  40 dollari al mese per questa stanza - ognuno paga 10 dollari - elettricità e acqua inclusi. È molto, ma siamo fortunati perché il padrone di casa ha installato un bagno annesso alla nostra camera. Ci fa sentire più sicuri ".


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Il sogno di un lavoratore cambogiano: avere abbastanza cibo

“Ci dissero che la spedizione era urgente. Avevamo paura di essere insultati e malmenati. Lavoravamo anche quando eravamo malati. Lavoravamo anche quando non avevamo dormito o mangiato a sufficienza. Sono a pezzi!”


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(2013) Ancora un incendio in Bangladesh. Nuove responsabilità

Aswad_Composite_Mills_sitoLa Clean Clothes Campaign è scioccata per la perdita di vite umane nell’ennesimo incendio in una fabbrica del Bangladesh ed è vicina a tutti i familiari delle vittime di quest’ultima tragedia.

Gli ultimi aggiornamenti riportano che 10 persone sono morte e più di 50 sono rimaste ferite in un incendio divampato nella fabbrica Aswad Composite Mills a Dhaka l’8 ottobre alle 6 del pomeriggio. I vigili del fuoco hanno impiegato diverse ore per spegnere le fiamme e le indagini sulle cause dell’incendio sono tuttora in corso.

I lavoratori intervistati dal Workers Rights Consortium hanno dichiarato che stavano producendo soprattutto per il marchio di abiti George, di proprietà Walmart. Le bolle di spedizione che mostrano i dati sulle importazioni collegano un certo numero di altri brand a quella fabbrica, tra cui le due aziende canadesi Loblaw e Husdon Bay Company. Ci aspettiamo di trovare altri marchi che si rifornivano presso quella fabbrica e solleciteremo tutti ad assumersi precise responsabilità e a impegnarsi concretamente per assicurare un giusto risarcimento e le adeguate cure mediche a chi ne ha diritto.

Questo incendio arriva quasi sei mesi dopo il crollo del Rana Plaza ed è il quarto incendio mortale divampato nelle fabbriche di abbigliamento bengalesi negli ultimi dodici mesi. Dopo il disastro del Rana Plaza, più di 90 brand hanno sottoscritto il Bangladesh Accord on Fire and Building Safety giuridicamente vincolante, che si propone di affrontare le cause strutturali dei crolli e degli incendi delle fabbriche ed è regolato congiuntamente da imprese e sindacati. Loblaw è tra i firmatari dell’Accordo, mentre Husdon e Walmart fanno parte dell’Alliance,  iniziativa unilaterale lanciata parallelamente e controllate dalle aziende.

“Ecco l’ennesima tragedia che mette in luce la situazione rischiosa che corrono I lavoratori tessili bengalesi” dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti. “ L’Accordo sulla prevenzione degli incendi e la sicurezza firmato da più di 90 marchi e dai sindacati internazionali costituisce senz’altro un grande passo avanti ma i fatti di ieri rendono quanto mai urgente avviare il processo di ispezione e ristrutturazione degli edifici. Chiediamo a tutti I soggetti coinolti nell’incendio della Aswad Composite Mills
di lavorare insieme da subito per fornire assistenza medica e giusto risarcimento alle vittime”

La Clean Clothes Campaign lavorerà con I sindacati e i gruppi impegnati sul campo sul fronte dei diritti dei lavoratori  per avere maggiori informazioni sulle circostanze di questo incendio e per ottenere un pieno e giusto risarcimento per le vittime.


Una bella vittoria per il Bangladesh Center for Workers Solidarity

copertina_kalponaI nostri amici del Bangladesh Center for Workers Solidarity (BCWS) hanno finalmente visto ripristinata la registrazione ufficiale della loro ONG dopo una battaglia di tre anni contro la repressione e le molestie.

Il governo aveva tolto al BCWS la registrazione della ONG all'inizio di giugno 2010, accusandoli di incitare disordini nelle fabbriche di abbigliamento, senza alcuna prova.

"Sappiamo che abbiamo bisogno di un lungo periodo di tempo per recuperare tutte le cose che abbiamo perso negli ultimi tre anni, ma questa è una buona notizia", ha detto Kalpona Akter, direttore esecutivo di BCWS. "Tutto ciò è accaduto grazie alla grande pressione internazionale esercitata sul nostro governo. Vogliamo ringraziare tutti coloro che ci hanno sostenuto durante questa crisi per il loro instancabile impegno. Questo successo dimostra ancora una volta non solo che si può lottare contro la repressione, ma che si può anche vincere!”

Kalpona aggiunto: "Ora siamo in grado di dedicare tutte le nostre energie per chiedere luoghi di lavoro sicuri, più partecipazione dei lavoratori e un salario dignitoso in Bangladesh. Senza dubbio avremo bisogno del vostro supporto continuo per vincere anche questa battaglia."

 


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Rana Plaza e Tazreen: concluso il meeting sul risarcimento

MDG-Rana-Plaza-Bangladesh-008Undici dei brand e dustributori che si rifornivano presso le fabbriche coinvolte nei disastri della Tazreen e del Rana Plaza hanno partecipato al meeting sul risarcimento, facilitato dall’ILO,  che si è svolto l’11 e il 12 settembre scorsi a Ginevra. Molte multinazionali hanno deciso di non partecipare, mostrando totale disprezzo per le 1900 persone ferite e per le famiglie degli oltre 1200 lavoratori e lavoratrici morti mentre producevano per loro.

L’Assistant General Secretary del sindacato internazionale IndustriALL, Monika Kemperle, ha dichiarato: “I consumatori saranno sconvolti dal fatto che a quasi sei mesi dal disastro del Rana Plaza un solo marchio ha fornito un risarcimento alle vittime. Rispetto quei brand che sono venuti al meeting. Ma non riesco a comprendere gli altri che non si sono seduti al tavolo”.

Riguardo al Rana Plaza dei 29 brand invitati solo 9 hanno scelto di partecipare mostrando la loro buona fede: Bon Marché, Camaieu, El Corte Ingles, Kik, Loblaw, Mascot, Matalan, Primark, Store Twenty One. Gli altri non si sono presentati: Adler, Auchan, Benetton, C&A, Carrefour, Cato Corp, The Children’s Place, Dressbarn, Essenza, Gueldenpfennig, Iconix Brand, Inditex, JC Penney, Kids Fashion Group, LPP, Mango, Manifattura Corona, NKD, Premier Clothing, PWT Group, Texman and Walmart.

IndustriALL, la Clean Clothes Campaign e il Workers Rights Consortium hanno proposto ai marchi presenti uno schema di risarcimento già utilizzato da altri marchi e distributori in precedenti disastri avvenuti in Bangladesh. Questo schema prevede il pagamento di un risarcimento per il dolore e la sofferenza e per la perdita di reddito a lungo termine. Per il Rana Plaza la cifra totale è di 74.571.101 dollari di cui ai marchi viene chiesto di contribuire per 33.556.996 dollari. Per la Tazreen servono 6.442.000 dollari, di cui 2.899.000 dai marchi.

Tale meccanismo è stato messo a punto da esperti internazionali che hanno delineato la best practice per la costituzione di un fondo, supervisionato da un comitato multilaterale, che potrebbe essere creato attraverso un accordo fra tutte le parti coinvolte. Su questo punto non è stato raggiunto un accordo in questo incontro, anche se i marchi presenti si sono impegnati a continuare le discussioni sul tema.

IndustriALL, la Clean Clothes Campaign e il Workers Rights Consortium sono favorevoli alla creazione di tale fondo e sollecitano tutte le parti in causa a lavorare insieme perché si attivi il più in fretta possibile.

Anche il Rappresentante Permanente del Bangladesh presso le Nazioni Unite a Ginevra, Md. Abdul Hanna, ha partecipato all’incontro.

I lavoratori bengalesi e i familiari delle vittime che speravano in aiuti immediati rimarranno delusi. Gli impegni presi dai marchi presenti dopo due giorni di trattative si limitano a:

-          Incontrarsi nuovamente nelle prossime due settimane per condividere informazioni e strumenti, scambiare opinioni e valutare i prossimi passi;

-          contribuire finanziariamente ad un fondo per aiutare i lavoratori feriti e le famiglie delle vittime, impegnandosi a velocizzare il processo di istituzione del fondo. Un comitato di coordinamento è stato creato per portare avanti il ​​processo attraverso un forum multi-stakeholder allargato al governo del Bangladesh e fornitori, insieme ai marchi e ai rivenditori, ai sindacati e alle ONG.

-          impegnarsi affinché il lavoro coordinato vada avanti, basandosi sull’assistenza iniziale che il marchio Primark (UK) ha già fornito alle vittime. Primark ha messo a disposizione la sua infrastruttura bancaria in loco per consegnare i fondi che vengono messi a disposizione in caso di emergenza.

Subito dopo l’incontro Primark si è impegnata a pagare altri tre mesi di salario a tutte le famiglie colpite come aiuto di emergenza. Sfortunatamente nessun altro brand presente si è impegnato a fare lo stesso.

ZM Kamrul Anam dell’IndustriALL Bangladesh Council ha chiesto ai marchi di agire rapidamente: “Apprezziamo che Primark abbia pagato tre mesi di salario alle famiglie delle vittime. Ma quando tornerò in Bangladesh mi chiederanno cosa altro è stato deciso qui. Quelle famiglie necessitano di cibo, medicine e alloggi. E’ fondamentale che tutti I marchi si uniscano a questa iniziativa. Esiste ancora qualche margine di attesa per definire un meccanismo di lungo periodo ma aiuti immediati per rispondere ai bisogni improcrastinabili delle famiglie vanno dati ora

Al meeting sulla risarcimento per il disastro della Tazreen,  C&A ha presentato la sua iniziativa per  un congruo risarcimento  per le vittime e ha dimostrato il suo costante impegno a trovare una soluzione definitiva. Anche Karl Rieker ha segnalato la disponibilità a contribuire ed è stato elogiato per la partecipazione positiva ala discussione.

A quest’altro incontro, però, mancavano all’appello: Delta Apparel, Dickies, Disney, El Corte Inglés, Edinburgh Woolen Mill, Kik, Li & Fung, Piazza Italia, Sean John, Sears, Teddy Smith, e  Walmart.

L’Assistant General Secretary di IndustriALL, Monika Kemperle, ha dichiarato: “Il disprezzo dei marchi assenti per la difficile situazione dei lavoratori in Bangladesh le cui vite sono state distrutte dagli incidenti evitabili alla Tazreen e al Rana Plaza è sconvolgente. Vuote promesse e falsità fin dai giorni dei disastri dette per evitare di pagare cifre che rappresentano una minima percentuale del loro fatturato”.

Il General Secretary di UNI Global Union, Philip Jennings ha detto: “Walmart è il più grande distributore del mondo e uno dei più grandi acquirenti dal Bangladesh. Dovrebbe essere una guida nell’assunzione di responsabilità in virtù della catena di fornitura mondiale. Ancora una volta, invece, Walmart non è stata capace di impegnarsi con i lavoratori bengalesi che producono i milioni di abiti che generano i suoi profitti”.

Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti ha precisato che: “La Clean Clothes Campaign continuerà a fare pressione sulle imprese che non hanno partecipato perché si impegnino nel processo negoziato con i sindacati e forniscano aiuti immediati e concreti alle vittime, nel rispetto degli standard internazionali

Infine L’Executive Director del Work Rights Consortium, Scott Nova, ha aggiunto: “E’ scaduto il termine per fornire assistenza alle vittime del peggior disastro industriale della storia per quei marchi e distributori internazionali che si sono approfittati del lavoro di queste persone. È impressionante non solo che siano pochissimi i marchi che si sono impegnati in qualche forma di aiuto concreto, ma che addirittura la maggior parte delle imprese coinvolte non si sia nemmeno presa la briga di presentarsi per discuterne”.


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Rana Plaza 5 mesi dopo: il silenzio delle aziende italiane

ranaplaza_2549757b834 corpi restituiti alle famiglie, di cui 371 donne. Ma i morti sono molti di più, 1.133 secondo le stime ufficiali. 
In parole povere, migliaia di lavoratori hanno perso la vita o sono rimasti gravemente feriti per produrre abbigliamento per noi, consumatori europei e statunitensi, spesso ignari delle condizioni di sfruttamento e dei pericoli che si possono correre in fabbrica. 
Non pare forse reale o possibile ai nostri occhi che oggi si possa morire di lavoro per cucire vestiti, eppure accade e non si tratta di fatti casuali o isolati. 
La lista dei marchi internazionali che si rifornivano direttamente o tramite agenti al Rana Plaza e alla Tazreen è lunga e comprende pezzi da novanta come Walmart, Mango, Benetton, C&A, El Corte Ingles, Kik, Walt Disney, oltre alle altre italiane Piazza Italia, Manifattura Corona e Yes Zee. Segno di una industria dinamica e in crescita che deve oggi la sua fortuna principalmente alle commesse estere e alla compressione dei costi, anche quelli della sicurezza. Ma la tragedia del Rana Plaza, l'ultima di una lunga serie in Bangladesh, è stata troppo grande per essere rapidamente cancellata. 
Grazie alla forte mobilitazione internazionale di sindacati e società civile, è stato siglato un accordo storico per la prevenzione degli incendi e la sicurezza che prevede ispezioni indipendenti negli edifici, informazione pubblica, l'obbligo di revisione strutturale degli edifici, oltre all'obbligo per i marchi internazionali di sostenere i costi. L'obiettivo ambizioso è infatti rimuovere alla radice le cause che rendono le fabbriche del paese insicure e rischiose per migliaia di lavoratori. Ma non basta.
Le vittime del Rana Plaza e della Tazreen attendono ancora un giusto risarcimento per la perdita dei propri cari, la sofferenza e il dolore vissuti, la perdita di reddito e lavoro. Per questo i sindacati internazionali hanno convocato un incontro a Ginevra i prossimi 11 e 12 settembre, alla presenza dell'ILO, ove discutere con le imprese coinvolte, la definizione di un meccanismo equo e trasparente per il risarcimento effettivo di tutte le vittime, senza alcuna distinzione. Si tratta di 54 milioni di euro per il dramma del Rana Plaza e di 4,3 milioni di euro per la Tazreen. Ad oggi nessuna delle imprese italiane coinvolte ha espresso la volontà di partecipare e così contribuire alla creazione del fondo internazionale. 
Per questo chiediamo con forza a ciascuna di loro di rompere il silenzio e recarsi a Ginevra per contribuire a un processo giusto e necessario. Alcune imprese hanno deciso di accettare l'invito. Mango, Benetton, Piazza Italia, Manifattura Corona e Yes Zee cosa aspettano?

Si tratta della tragedia del Rana Plaza di Dacca che lo scorso 24 aprile ha distrutto le vite di migliaia di famiglie bengalesi impiegate nel palazzo a 8 piani crollato per motivi di sicurezza. Il Rana Plaza ospitava cinque imprese tessili, oltre a diversi negozi. Pochi mesi prima, il 24 novembre alla Tazreen era scoppiato l'ennesimo incendio, che aveva causato 112 morti, sempre lavoratori tessili, sempre al servizio dei mercati internazionali. 

I marchi che hanno confermato la loro partecipazione:
Bonmarché (UK), Camaieu (France), C&A, Elcorteingles, Inditex (Spain), Kik Textilien (Germany), Loblaw (Canada), Mascot, Matalan, Primark (UK), Store Twenty One, Karl Rieker.

 

I marchi che hanno deciso di non assumersi le loro responsabilità:

Benetton, Piazza Italia Store, Manifattura Corona, Essenza, Walmart, Mango, Delta Apparel, Dickies, Disney, Edinburgh Woollen Mill, Lifung, Sean John Apparel, Sears Holding Corporation, Teddy Smith, Adler, Auchan (France), Carrefour (France), Catocorp, Childrensplace, Dressbarn, Fta International, Gueldenfennig, Iconixbrand, JCPenney, Kids Fashion Group, LPP, NKD, Premier Clothing, Texman (Denmark)


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(2013) Hai a cuore i diritti dei lavoratori? Dillo a Lily!

pay_upCari amici,

prima di chiedervi di aiutarci nuovamente nella campagna di richiesta di risarcimento, abbiamo ottime notizie che riguardano le famiglie dei due lavoratori morti a causa del crollo del tetto della fabbrica Wingstar lo scorso maggio. Hanno ricevuto un risarcimento dal proprietario della fabbrica e dall’unico acquirente, il marchio sportivo ASICS. Anche gli altri 12 lavoratori feriti hanno  ricevuto un risarcimento. L'accordo, supportato dall' International Labour Organisation, è avvenuto in seguito a  negoziati tra il marchio e il Solidarity Center, coadiuvati dal Community Legal Education Center e dal Workers Right Consortium. Questo caso dimostra che il risarcimento può essere calcolato e distribuito rapidamente e facilmente se gli acquirenti scelgono di assumersi le loro responsabilità.

Il caso Wingstar è il primo al quale viene applicata la formula di risarcimento al di fuori del Bangladesh. Visto che questi sono i primi decessi in fabbriche di abbigliamento cambogiane ad essere ufficialmente registrati, l'uso della formula costituisce un chiaro precedente per gli altri marchi in futuro, qualora dovessero esserci altre vittime.

Ora chiediamo che la stessa formula venga applicata per i casi di incendio e crollo avvenuti in Bangladesh, costati la vita a 114 lavoratori lo scorso Novembre e 1332 lo scorso Aprile.

Come avrete sentito, IndustriALL ha posticipato la data di un importante meeting con le aziende coinvolte in queste due tragedie ai prossimi 11 e 12 settembre, a causa di una malattia improvvisa del loro rappresentante in Bangladesh. Vogliamo che tutti i brand coinvolti partecipino a questa riunione.

Il mese scorso vi abbiamo raccontato come i superstiti del Rana Plaza rischiassero di perdere le loro case. Ormai, alcuni lavoratori saranno costretti ad abbandonarle. Tutto questo deve finire.

Aiutateci ad ottenere giustizia. Avete visto Lily McMenamy, l’ultima modella di Benetton, mentre fa roteare i suoi capelli per il brand su Facebook? Andate sul video promozionale su Youtube e lasciate un commento chiedendole di intervenire.

Cara Lily, noi sosteniamo i diritti dei lavoratori. Potresti dire a Mango e Benetton di partecipare al meeting sul risarcimento delle vittime del Rana Plaza che si terrà a Ginevra il 12 settembre e di pagare un pieno e giusto risarcimento a tutti i sopravvissuti delle tragedie bengalesi? Le vittime hanno bisogno di quanto gli spetta o perderanno le loro case. Grazie per il sostegno alla nostra causa!

Meglio ancora: potreste postare questo messaggio sulla pagina Facebook di Benetton e di Mango!

Se invece non siete iscritti a Facebook, potreste mandare un messaggio diretto a Xavier Carbonell, il Responsabile della CSR di Mango, o a Benetton.

È il momento di agire!


banner_benetton_mango

Ricorda a Benetton e Mango che tutti hanno diritto a un risarcimento equo

banner_benetton_mangoI sopravvissuti del Rana Plaza rischiano di perdere la loro casa.

>>Chiedete a Benetton, Mango, Piazza Italia, YesZee, Manifattura Corona di partecipare attraverso i social network o una mail.

FACEBOOK:
Copia e incolla questo testo sulla fan page dei marchi (Benetton, Mango, Piazza Italia, YesZee): "I sopravvissuti del Rana plaza e della Tazreen lottano per sopravvivere! Vi chiedo di partecipare all'incontro dell'11 e 12 agosto a Dhaka per definire il loro giusto risarcimento!"

TWITTER: Clicca su bottone !function(d,s,id){var js,fjs=d.getElementsByTagName(s)[0],p=/^http:/.test(d.location)?'http':'https';if(!d.getElementById(id)){js=d.createElement(s);js.id=id;js.src=p+'://platform.twitter.com/widgets.js';fjs.parentNode.insertBefore(js,fjs);}}(document, 'script', 'twitter-wjs'); e twitta la tua richiesta ai brand!

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Nel maggio scorso, un mese dopo il crollo del Rana Plaza e sei mesi dopo l’incendio della Tazreen, migliaia di voi hanno mandato un messaggio chiaro alle aziende coinvolte nei due disastri chiedendogli di assumersi le loro responsabilità pagando i giusti risarcimenti ai superstiti e ai familiari delle vittime.

Insieme abbiamo intasato le caselle di posta di Walmart, Benetton, Mango, Disney, Piazza Italia, Manifattura Corona, YesZee e delle altre aziende coinvolte. Vi ringraziamo ancora una volta per aver partecipato a quella battaglia!

Ma ora ci serve di nuovo il vostro aiuto. Senza un adeguato risarcimento, i lavoratori e le lavoratrici rischiano di perdere le loro case. Shurima (30) ha perso i piedi durante il crollo. Ora non ha più stipendio. La stanza che condivide con altre due persone le costa 1500 Taka, un terzo della sua paga mensile compresa di straordinari. Ha detto: "Non siamo stati in grado di pagare l'affitto per due mesi. Se anche questo mese non pagheremo, il proprietario cancellerà il contratto. Alcune persone hanno già perso la loro stanza".

I brand posso evitare che accada. IndustriALL Global Union ha invitato tutti i marchi che producevano al Rana Plaza e alla Tazreen ad un incontro in Bangladesh l’11 e 12 Agosto in modo che possano impegnarsi insieme concretamente per un pieno e giusto risarcimento.

Chiedete a Benetton, Mango, Piazza Italia, YesZee, Manifattura Corona di partecipare attraverso i social network o una mail.

FACEBOOK:
Copia e incolla questo testo sulla fan page dei marchi (Benetton, Mango, Piazza Italia, YesZee): "I sopravvissuti del Rana plaza e della Tazreen lottano per sopravvivere! Vi chiedo di partecipare all'incontro dell'11 e 12 agosto a Dhaka per definire il loro giusto risarcimento!"

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La protesta pubblica che ha riguardato la vicenda del Rana Plaza ha costretto i più grandi marchi e rivenditori del pianeta a sottoscrivere l’Accord on Bangladesh Building and Fire Safety. Ci avete aiutato a vincere.

Sebbene la firma di quell’Accordo fosse fondamentale per prevenire morti future, non è sufficiente per quelle famiglie che si sono ritrovate a lottare per la sopravvivenza a causa di questi due disastri. Un adeguato risarcimento è fondamentale per permettere a queste persone di ricostruire la loro vita.

I brand devono pagare ora. Fino a quando non lo avranno fatto continueranno a distruggere le vite delle vittime di quei disastri. Chiedi a Mango e Benetton di partecipare all’incontro con i sindacati e di impegnarsi a pagare il giusto risarcimento.

Molte organizzazioni stanno coraggiosamente lavorando per alleviare il dolore e la sofferenza dei feriti e delle famiglie di coloro che sono morti. La National Garment Workers' Federation, un sindacato del Bangladesh, ha di recente riunito duecento orfani che hanno perso i loro genitori nel crollo del Rana Plaza. Hanno poi organizzato un sit-in per chiedere un completo ed equo indennizzo per la perdita dei loro cari.

Unisciti alla lotta dei lavoratori e delle lavoratrici del Rana Plaza e della Tazreen ancora una volta.

Ad oggi solo la Primark ha pubblicamente dichiarato di voler impegnarsi per il risarcimento. È ora che lo facciano tutti.


(2013) Lettera aperta a Dolce e Gabbana

Cari Dolce e Gabbana,

nel leggere le dichiarazioni che avete rilasciato in questi ultimi giorni ci sarebbe da farsi grasse risate, se non ci fossero degli aspetti inquietanti che accompagnano da anni il lavoro della Vostra azienda.

La questione dell’evasione, pur grave di suo, infatti, non è che l’ultima notizia che vi riguarda. Ma siamo proprio sicuri che sia la più grave?

Vorremmo ricordare ad esempio che, come molte altre aziende del settore, voi siete abituati a produrre i vostri preziosissimi capi in posti in cui mancano le basilari norme sulla sicurezza dei lavoratori, nonché le principali tutele sindacali e di rappresentanza. Vi ricordate la sabbiatura dei jeans? Si tratta di una tecnica adoperata per dare ai denim un aspetto logoro e sbiancato: viene realizzata sparando della sabbia con dei compressori ad alta pressione, liberando nell’aria particelle di silice altamente dannose per la salute degli operatori che la praticano. Può portare alla morte nel giro di pochi anni.

Vi ricordate come avete reagito quando ve ne abbiamo parlato? Al contrario di molti altri marchi, anche italiani, che si sono impegnati ad abolire questa tecnica dalle loro catene di fornitura, Voi non avete nemmeno risposto alle nostre domande. Anzi, quando persino le Ienehanno cercato di chiederVi spiegazioni in merito, ci avete accusato di protagonismo.

E devono essere malate di protagonismo anche quelle donne che hanno raccontato come si producono gli abiti, anche Vostri, nelle fabbriche di Tangeri: eccesso di ore lavorative, bassi salari, abusi verbali e fisici, arbitrarietà nelle assunzioni e nei licenziamenti, misure disciplinari sproporzionate e ostacoli all’azione sindacale. Gli straordinari sono obbligatori e generalmente non retribuiti. La giornata lavorativa supera le 12 ore, sei giorni a settimana per salari che non vanno oltre i 200 euro mensili e che, a volte, stanno anche al di sotto dei 100 euro mensili. Le operaie più giovani, spesso minori di 16 anni, sono considerate apprendiste e vengono fatte lavorare senza contratto le stesse ore delle altre, con una paga però di 0,36 centesimi di euro all’ora, tre volte meno delle colleghe. (vedi rapporto La moda española en Tánger: trabajo y superviviencia de las obreras de la confección).

Ci piacerebbe allora che provaste a spiegare alle persone che vengono sfruttate nella Vostra catena di fornitura le ragioni della Vostra indignazione: chissà, per la legge dei grandi numeri, magari una riuscite anche a convincerla.

In fede

Campagna Abiti Puliti


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Rana Plaza e Tazreen: è ora di risarcire le vittime. Incontro a Dhaka con le aziende coinvolte

MDG-Rana-Plaza-Bangladesh-008Oggi, esattamente otto mesi dopo l’incendio nella fabbrica Tazreen e tre mesi dopo il crollo del Rana Plaza, entrambi avvenuti in Bangladesh, la Clean Clothes Campaign  invita tutti i marchi coinvolti a partecipare agli incontri fissati per definire lo schema del risarcimento dovuto ai sopravvissuti e ai familiari delle vittime. Questi appuntamenti, organizzati da IndustriALL Global Union, IndustriALL Bangladesh Council e i partner internazionali, avranno luogo l’11 e il 12 agosto prossimi a Dhaka, in Bangladesh.

Gli incontri hanno lo scopo di riunire le aziende che hanno effettuato ordini presso i due stabilimenti in cui la mancanza di norme di sicurezza e di tutela della salute ha causato 1.243 morti e migliaia di feriti. Tra i marchi invitati ci sono Benetton, Mango, Walmart, Primark, The Walt Disney Company e l’agenzia internazionale Li & Fung. Ciascuna aveva effettuato ordini a una delle fabbriche coinvolte dalle tragedie. Oltre a queste, sono state invitate anche le italiane Manifattura Corona, Piazza Italia e Yes Zee.

Gli incontri hanno l’obiettivo di avviare un processo collaborativo per determinare il risarcimento e la distribuzione dei pagamenti a coloro la cui vita familiare, il benessere economico e la salute sono stati gravemente danneggiati a seguito di entrambe queste tragedie. Il percorso è già stato tracciato da precedenti esperienze legate ad altre tragedie che hanno sconvolto il Bangladesh.

Il confronto era già iniziato in relazione alle vittime e ai sopravvissuti dell’incendio alla Tazreen. Alcuni marchi si erano impegnati a partecipare al risarcimento, ma la tragedia del Rana Plaza ha di fatto bloccato questo processo. Chiediamo che i negoziati a questo punto ripartano.

L’incontro al Rana Plaza sarà il primo in tema di risarcimento su questo caso. Solo Primark ad oggi ha pubblicamente dichiarato che parteciperà al fondo secondo lo schema previsto. Gli altri marchi, invece, hanno preferito per ora annunciare solo operazioni caritatevoli piuttosto che impegnarsi seriamente sul fondo negoziato.

Indagini sul campo indicano che molti lavoratori insieme alle loro famiglie vivono situazioni disperate, non essendo in grado di pagare le spese mediche, alimentari e quotidiane.

Una sopravvissuta ha perso suo marito nel crollo dello scorso aprile, ma il suo corpo è ancora disperso. Il marito lavorava al quinto piano alla fabbrica Phantom Tec come addetto alla cucitura guadagnando 4.800 taka (47 euro) al mese. Lei è l’unica speranza per il suo bambino di 7 mesi e per l’anziano padre in pessime condizioni di salute. La BGMEA, l’associazione degli esportatori bengalesi, le ha offerto una macchina da cucire e 1000 Taka (10 euro), ma non ha più ricevuto lo stipendio del marito o qualsiasi altro risarcimento.

La cifra stimata per il risarcimento alle vittime del Rana Plaza si aggira intorno ai 54 milioni di euro. Per la Tazreen intorno ai 4,3 milioni di euro. Questi numeri comprendono il risarcimento per il dolore e la sofferenza causati, la perdita di reddito per le famiglie dei lavoratori deceduti o feriti. Non comprendono le spese mediche per i lavoratori feriti, il supporto psicologico per loro e per tutti i familiari delle vittime e il pagamento degli stipendi e dei trattamenti di fine rapporto per coloro che hanno perso il proprio lavoro.


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(2013) 5 motivi che rendono il piano di Walmart e Gap inutile

Walmart-GAP_10Jul2013jpegWalmart e Gap, due multinazionali che hanno fallito nel prevenire la morte di numerosi lavoratori in Bangladesh, hanno annunciato un proprio programma di ispezioni che va ad aggiungersi alla lunga lista di interventi inefficaci propagandati per anni. Walmart e Gap - insieme ad altri marchi, molti statunitensi, anche se non tutti - hanno rifiutato di firmare l’Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh, un programma effettivo per la sicurezza dei lavoratori sottoscritto da più di 70 aziende in oltre 15 Paesi. Walmart, Gap e le aziende che hanno scelto di unirsi a loro, non sono disposte ad impegnarsi in un programma grazie al quale sarebbero realmente costrette a mantenere le promesse fatte ai lavoratori e ad accettare la responsabilità finanziaria di garantire che le loro fabbriche siano effettivamente rese sicure. Al contrario, offrono un programma che imita l’Accordo in maniera retorica, omettendo le caratteristiche che lo rendono significativo.

“L’approccio volontaristico e auto-referenziale proposto da Walmart e Gap ricalca esattamente tutte le fallimentari e fumose politiche di RSI che hanno fatto da paravento ad una realtà durissima, quella del Bangladesh, dove migliaia di lavoratori sono morti a causa della negligenza prolungata delle imprese”, dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti. “ L’Accordo sulla prevenzione e la sicurezza sviluppato dal sindacato internazionale e bengalese, firmato da più di 70 marchi internazionali rappresenta un processo radicalmente diverso, che impegna le imprese a fare ciò che dicono e coinvolge direttamente i rappresentanti dei lavoratori. Walmart e Gap farebbero bene a firmare quello, se davvero vogliono prevenire nuovi gravissimi fatti luttuosi” continua Lucchetti

Spieghiamo nel dettaglio perché questa proposta è molto lontana dalle aspettative dell’Accordo.

  1. Si tratta di un programma sviluppato e controllato dalle aziende “prodotto da un gruppo di 17 distributori di abbigliamento nordamericani e dai marchi che hanno deciso di unirsi a loro per sviluppare e lanciare la Bangladesh Worker Safety Initiative”. I rappresentanti dei lavoratori non rientrano nell’accordo e non hanno alcun ruolo nel processo di governance. Considerati i gravi rischi cui sono sottoposti i lavoratori bengalesi, non può esserci nessuno schema credibile che non preveda un ruolo centrale di direzione per i rappresentanti dei lavoratori stessi così come stabilito dall’Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh.
  2. Secondo lo schema Walmart/Gap, i brand e i distributori non sono tenuti a pagare un centesimo per il rinnovamento e la ristrutturazione delle fabbriche bengalesi. Le aziende sono tenute solo a pagare le spese amministrative per coprire un programma di formazione, costi generali, ecc. Oltre a questo, non hanno obblighi finanziari. L’unico contributo per la ristrutturazione a cui si fa accenno nel testo dell’Alleanza riguarda un programma di prestito puramente volontario, “somministrato esclusivamente dall’azienda aderente [i.e. un marchio o distributore] che rende tali fondi disponibili a condizioni stabilite esclusivamente dall’Aderente stesso”. I documenti dell’Alleanza affermano inoltre esplicitamente che l’erogazione di tali fondi "non è una condizione di adesione all'Alleanza" stessa.  Walmart, Gap e i loro alleati sostengono che metteranno a disposizione in forma anonima 110 milioni di dollari sottoforma di prestiti, ma è un aspetto del tutto volontario e non c’è nessun modo di sapere se qualche azienda lo farà davvero. Secondo l’Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh, invece, i marchi e i distributori sono obbligati a mettere a disposizione tutti i soldi necessari a coprire i costi di rinnovamento e ristrutturazione di tutte le fabbriche interessate. Non si tratta di un impegno volontario, ma di una richiesta vincolante e obbligatoria. Le priorità di Walmart, Gap e le altre aziende sono chiare. Nell’Accordo il fulcro è la sicurezza delle fabbriche: brand e retailer devono pagare ciò che serve per rendere tutte le fabbriche sicure. Nello schema Walmart/Gap il fulcro è la limitazione dei costi per brand e retailer. I costi obbligatori sono ridotti dall’inizio e limitati ad un massimo di un 1 milione di dollari all’anno, senza alcun impegno vincolante a pagare per ristrutturazioni e riparazioni. Questo vuol dire che milioni di persone continueranno a lavorare in posti pericolosi.
     
  3. Secondo il programma Walmart/Gap, marchi e distributori controllano le ispezioni. L’unico ruolo per l’Alleanza è di proporre standard e metodi e di accreditare gli ispettori. I brand e i retailer scelgono gli ispettori, li pagano e regolano le ispezioni. Il presunto controllo sulle ispezioni dell’azienda sarà affidato a un sistema di verifica a campione. Sfortunatamente però, non essendo previsto il coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori, ma trattandosi un programma interamente affidato alle aziende, queste verifiche a campione non saranno altro che controlli di aziende sulle ispezioni di altre aziende. Se tutto questo ricorda i programmi di CSR fallimentari e gli schemi di ispezione che i marchi e distributori hanno usato in Bangladesh per più di dieci anni è perché sono proprio gli stessi. Il programma di Walmart e Gap conserva intatto lo stesso modello che ha fallito per anni e che è costato la vita a circa 2000 lavoratori e lavoratrici.

  4. Lo schema dell’Alleanza impone pochi obblighi ai marchi e pure inapplicabili. Secondo il loro programma, qualsiasi azienda può tirarsi indietro quando vuole. L’unica penale che deve pagare è una parte o l’intera quota delle sue spese amministrative, a seconda di quando decide di uscire. Per le grandi aziende si parla di un massimo di 5 milioni di dollari. Walmart ha un fatturato di 400 miliardi di dollari: una penale del genere è una spesa ridicola a confronto, non certo un deterrente. Questo conferma quanto i sostenitori dei diritti dei lavoratori avevano previsto da tempo: Walmart, Gap e le aziende come loro, non vogliono fare promesse che sarebbero costrette a mantenere. Ciò che vogliono è fare promesse ora, che l’attenzione mediatica sul tema è alta, per poi defilarsi quando gli fa comodo a un costo simbolico. Secondo l’Accordo, invece, i rappresentanti dei lavoratori hanno il potere di avviare procedimenti esecutivi nei confronti delle aziende che non rispettano i loro obblighi. Per l’Alleanza, invece, come ha dichiarato Walmart in conferenza stampa, l’unico strumento a disposizione dei lavoratori è un “numero verde” per comunicare con i marchi e i distributori, ai quali però resta ogni potere decisionale.

  5. Secondo l’Accordo il diritto dei lavoratori di rifiutarsi di fare lavori pericolosi, compreso entrare in edifici pericolanti, è garantito. Sulla scia della tragedia del Rana Plaza l’importanza vitale di garantire questo diritto dovrebbe essere evidente a qualsiasi azienda abbia rapporti con il Bangladesh. Invece lo schema Walmart/Gap non fa alcun riferimento a questa protezione, lasciando ai dirigenti delle fabbriche la libertà di costringere i lavoratori ad entrare negli edifici pericolosi, così come accadde nel Rana Plaza

Oltre a tutto ciò, che rende di fatto l’iniziativa Walmart/Gap inefficace, è importante tenere a mente gli antecedenti di queste aziende: tutti quei lavoratori morti nelle loro fabbriche di subappalto e tutte le promesse non mantenute che hanno fatto. Walmart opera in Bangladesh da un quarto di secolo e anno dopo anno ha sempre ripetuto che stava lavorando assiduamente per garantire i diritti e la sicurezza dei lavoratori. Eppure l’azienda non aveva effettuato nemmeno un’ispezione antincendio o dedicata alla sicurezza degli edifici prima di quest’anno. Gap aveva annunciato, circa un anno fa, un programma apparentemente robusto e globale di ispezioni e ristrutturazioni di tutte le sue fabbriche bengalesi. Ad oggi, Gap non ha menzionato nemmeno una fabbrica che avrebbe rinnovato.

Gap e Walmart non hanno più alcuna credibilità in merito.


(2013) REPORT - Scoperto l’uso della tecnica del sandblasting nelle fabbriche cinesi

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UPDATE: leggi il report in italiano

Attivisti chiedono oggi con forza un intervento immediato da parte dei governi e delle aziende per abolire definitivamente la tecnica della sabbiatura e gli altri processi di rifinitura dalla produzione dei jeans. La richiesta è contenuta in un nuovo report sulle condizioni di lavoro in sei fabbriche della provincia cinese di Guangdong, la regione in cui viene prodotta più della metà dei denim commerciati nel mondo.

L’inchiesta Breathless for Blue Jeans: Health hazards in China’s denim factories ha rivelato una presenza ancora molto diffusa del sandblasting in Cina, nonostante la maggior parte dei brand occidentali avessero dichiarato pubblicamente 3 anni fa di volerla abolire perché causa di silicosi, una lunga malattia respiratoria che ha già prodotto la morte di molti lavoratori del tessile. La tecnica viene utilizzata per fornire ai jeans un aspetto “logoro”.

Uno dei lavoratori intervistati ha dichiarato: “Il nostro reparto è pieno di polvere nera e di jeans. La temperatura nella fabbrica è molto alta. L’aria è irrespirabile. Mi sento come se lavorassi in una miniera”.

Il nuovo rapporto, basato su interviste ai lavoratori all’interno delle fabbriche, ha inoltre rivelato l’uso di altre tecniche di rifinitura altrettanto pericolose: la levigatura manuale, la lucidatura, la tintura e l’uso di agenti chimici come il permanganato di potassio. Tutto senza adeguati equipaggiamenti di protezione e formazione sul loro utilizzo.

I lavoratori e le lavoratrici devono sopportare queste condizioni per più di 15 ore al giorno e per un salario minimo di meno di 1100 yuan al mese (circa 137 euro).

Chiediamo quindi un abolizione totale e vincolante della sabbiatura dall’industria tessile, insieme ad una migliore protezione nell’uso delle altre tecniche di rifinitura.

Il rapporto è stato prodotto da IHLO, l’Hong Kong Liaison Office del movimento sindacale internazionale; Students and Scholars Against Corporate Misbehaviour (SACOM), sempre con sede ad Hong Kong; dalla Clean Clothes Campaign; e dal gruppo di pressione sui diritti dei lavoratori War On Want.

Leggi il sommario del report


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(2013) L'accordo sul Bangladesh entra nel vivo

accordo_bangladeshIl Comitato di direzione annuncia il piano di implementazione

 

Il Comitato di direzione dell'Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh annuncia oggi il suo piano di implementazione del programma dell'Accordo, che doveva essere consegnato entro la scadenza di 45 giorni dalla firma. Questo Accordo pionieristico è costituito da un contratto vincolante tra 70 marche e rivenditori del settore dell'abbigliamento, sindacati internazionali e locali e ONG. L'obiettivo è di assicurare miglioramenti sostenibili nelle condizioni di lavoro nell'industria degli indumenti in Bangladesh.

"La CCC come testimone della firma dell'Accordo si congratula con il team di implementazione per gli eccellenti passi in avanti compiuti, che potenzialmente potranno rappresentare un reale cambiamento per la vita di molti lavoratori bengalesi. Accogliamo inoltre con favore il forte impegno dei marchi per migliorare la salute e la sicurezza nelle fabbriche di abbigliamento in Bangladesh". ha dichiarato Ben Vanpeperstraete, del Segretariato Internazionale

I punti principali del piano sono:

-                  Ispezioni iniziali, per identificare pericoli gravi e la necessità di riparazioni urgenti (saranno portate a termine entro 9 mesi).

-                  Una procedura intermedia per avere effetto nel caso in cui i processi d'ispezione esistenti o i rapporti dei lavoratori identifichino fabbriche che richiedono immediate misure d'intervento.

-                  Avviamento delle procedure di assunzione per i posti di ispettore capo della sicurezza e del direttore esecutivo

-                  Istituzione della struttura di governance tramite il Comitato di direzione con un numero uguale di rappresentanti delle aziende firmatarie e dei sindacati e un comitato consultivo con ampia rappresentanza in Bangladesh.

Secondo i firmatari dell'accordo è prioritario procedere rapidamente per ridurre gravi pericoli ai quali sono soggetti i lavoratori nelle aziende coperte dall'accordo. Le prime ispezioni saranno portate a termine al più tardi entro 9 mesi in tutte le fabbriche e i progetti di rinnovamento e di riparazione saranno messi in atto laddove necessario.  Questi si concentreranno nelle situazioni in cui i lavoratori sono esposti a gravi e immediati rischi, in particolare dove le infrastrutture e le procedure di emergenza (ad esempio uscite di emergenza, esercitazioni anti incendio ed evacuazione) e difetti strutturali, che potrebbero condurre a guasti strutturali parziali o totali di una fabbrica, vengano riscontrati.

Jyrki Raina, segretario generale di IndustriAll: "La nostra missione è chiara: assicurare la sicurezza a tutti i lavoratori dell'industria degli indumenti in Bangladesh. La chiave del  successo  di  questo  programma  è  il  conivolgimento  diretto  degli  operai  nelle fabbriche".

Nel periodo intermedio durante il quale si finalizzeranno i dettagli e si creeranno gli ispettorati,   un   protocollo   di   emergenza   garantirà   la   possibilità   di   intervenire rapidamente per  proteggere  i  lavoratori  presso  qualsiasi  fabbrica  nella  quale programmi di ispezione esistenti o rapporti dei lavoratori identifichino una minaccia immediata per la vita e situazioni pericolose. Tutte le aziende firmatarie che fanno capo alla fabbrica in questione saranno informate immediatamente e il proprietario della fabbrica sarà intimato a cessare le attività nell'attesa di ulteriori investigazioni e/o riparazioni. Grazie al coinvolgimento dei sindacati locali, gli operai delle fabbriche saranno informati su potenziali pericoli e sul loro diritto di rifiutarsi di entrare in un edificio potenzialmente non sicuro. Si prevederà un piano attuabile di rinnovo e riparazione per eliminare i pericoli e gli operai saranno pagati durante il periodo di chiusura della fabbrica.

Andy York, manager del commercio equo, N Brown Group: "I firmatari concordano che questo sforzo comune costituisce un programma credibile ed effettivo in cui tutte le parti si impegnano in modo genuino a collaborare. Soltanto in questo modo si potranno realizzare cambiamenti a lungo termine e sostenibili nell'industria degli indumenti in Bangladesh."

È già in corso il processo di reclutamento dell'ispettore capo della sicurezza e del direttore esecutivo, i quali dovranno riferire direttamente al Comitato di direzione dell'accordo.

Entro il 15 luglio tutte le compagnie firmatarie raccoglieranno i dati concernenti le fabbriche, comprendenti i dettagli di ogni singolo edificio della fabbrica.  Si prevede di pubblicare un elenco aggiornato di tutte le fabbriche interessate dall'accordo.

La struttura legale  che gestisce l'accordo sarà costituita da una Fondazione con sede in Olanda e un ufficio in Bangladesh.

I sei membri esecutivi del Comitato di direzione sono stati eletti. I membri includono funzionari di IndustriAll Global Union, UNI Global Union e del Consiglio dei sindacati del  Bangladesh,  nonché  rappresentanti  delle  aziende  firmatarie:  Inditex,  N.Brown Group and PVH Corp. L'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) ha designato un suo rappresentante senior quale presidente.

Si istituirà un comitato consultivo che include rappresentanti del governo del Bangladesh, dei fornitori, delle marche, dei sindacati logali e delle ONG. Il comitato consultivo, che sarà presieduto da un rappresentante dell'ILO, è di vitale importanza per assicurare un collegamento forte tra gli attori locali e il piano d'azione nazionale.

Una delegazione del Comitato di direzione si recherà in visita in Bangladesh alla fine di luglio per incontrare i portatori di interessi locali e discutere sul loro ruolo nel contesto di implementazione dell'accordo e per creare nessi tra i lavoratori.

Il Comitato di direzione desidera ringraziare il team di implementazione per il grande lavoro svolto negli ultimi 45 giorni per allestire il piano di implementazione. Il team di implementazione è composto da Clean Clothes Campaign, Worker Rights Consortium (consorzio per i diritti dei lavoratori), IndustriAll Global Union (federazione mondiale dell'industria), UNI Global Union, Aldi, C&A, Inditex, N Brown Group, Otto Group, e PVH Corp.

You can find all the answers to the Frequently Asked Questions here

The History of the Bangladesh Safety Accord here

CCC's report Fatal Fashion - An analysis of recent factory fires in Pakistan and Bangladesh here

CCC's report Hazardous Workplaces - Making the Bangladesh Garment Industry Safe here


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Basta false promesse: chiedi ai marchi il risarcimento per le vittime

webbeeld5Oggi, 24 maggio 2013, è un mese esatto dal crollo del Rana Plaza, costato la vita ad oltre mille persone. Oggi è anche l’anniversario del sesto mese dall’incendio alla fabbrica Tazreen in cui morirono 112 persone arse vive.

Queste due assurde tragedie nell’industria tessile bengalese contano un totale di 1239 vittime e migliaia di feriti. A queste lavoratrici e a questi lavoratori spetta un risarcimento, ma i loro debiti stanno crescendo a causa dell’inerzia dei marchi coinvolti. Diciamo ai marchi: è ora di pagare! Non fate soffrire i sopravvissuti ulteriormente.

>> Scrivi ai marchi per chiedere di pagare i risarcimenti per le vittime dell’incendio alla Tazreen e del crollo del Rana Plaza ora!

Sabato 25 maggio attivisti della Campagna Abiti Puliti scenderanno in piazza a Milano, Firenze e Napoli per chiedere ai marchi coinvolti nelle tragedie del Rana Plaza e della Tazreen di assumersi le loro responsabilità. Siete tutti invitati a partecipare!

Apprezziamo l’impegno assunto dai marchi che hanno sottoscritto l’Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh per prevenire future tragedie, ma questo non li sottrae dalla responsabilità di pagare risarcimenti equi e negoziati con i sindacati.

Leggi la posizione aggiornata di tutti i marchi coinvolti

La perdita del lavoro e dei salari è devastante per le famiglie coinvolte. Le storie di disagio sono moltissime. Una donna ha raccontato ai media che sua nipote stava lavorando al Rana Plaza da appena un mese quando è stata sepolta dalle macerie. Ha raccontato di non essere riuscita ad ottenere assistenza da nessuno: “Siamo molto poveri, non so dove chiedere aiuto”.  La nipote era l’unica, come in molte famiglie, ad avere un lavoro.

Nonostante molti marchi abbiano annunciato pubblicamente che avrebbero prestato soccorso alle vittime, la maggior parte delle famiglie dei deceduti nel Rana Plaza non ha ancora ricevuto alcun supporto economico. Né le vittime del Rana Plaza, né quelle della Tazreen hanno alcuna garanzia che tali sostegni arriveranno, pur essendo un diritto previsto dagli standard dell’ILO.

La somma necessaria a costruire il fondo di risarcimento per la tragedia del Rana Plaza ammonta a circa 54 milioni di euro, mentre quello per l’incendio alla Tazreen a circa 4,5 milioni di euro. Queste cifre sono state calcolate dai sindacati bengalesi e internazionali sulla base di altre tragedie precedenti e degli standard dell’ILO. I marchi devono assumere l’onere il 45% del totale, mentre il governo, l’associazione dei datori di lavoro bengalese (BGMEA) e i fornitori il restante 55%

La CCC chiede a tutti i marchi collegati al Rana Plaza e alla Tazreen di:

  • Impegnarsi a pagare le cure immediate e un risarcimento completo ed equo ai lavoratori feriti e alle famiglie delle vittime, in linea con le metodologie e i calcoli stabiliti dai sindacati
  • collaborare con i sindacati del Bangladesh e le organizzazioni che rappresentano le vittime, così come con IndustriALL, la confederazione sindacale globale che rappresenta i lavoratori del tessile, al fine di garantire che tutti i pagamenti siano effettuati secondo un processo trasparente e concordato.

La Campagna Abiti Puliti ha bisogno del tuo supporto affinché giustizia sia fatta per le vittime del Rana Plaza e della Tazreen. Alcuni brand hanno dato la loro disponibilità a partecipare al meccanismo di risarcimento, ma finché tutte le vittime non saranno risarcite non smetteremo di chiedere giustizia. I marchi possono fare pressione su altre imprese e sul governo bengalese per costringerli a pagare, creando un precedente importante che riconsegni dignità alle vittime delle due tragedie.

>> Entra in azione e chiedi ai marchi di pagare un pieno ed equo risarcimento.

Manda una email ai brand per chiedergli di assumersi le loro responsabilità!

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Testo dell’email

Caro …

Sono molto preoccupato/a  di apprendere dalla Campagna Abiti Puliti che dopo sei mesi dall’incendio alla fabbrica Tazreen e dopo un mese dal crollo del Rana Plaza, le famiglie dei 1239 morti e degli oltre 2600 feriti stiano ancora aspettando il pieno ed equo risarcimento. È trascorso troppo tempo.

Basta ritardi! Prendete l’iniziativa e collaborate con i sindacati per pagare immediatamente i risarcimenti che spettano alle vittime. Dovreste impegnarvi a pagare l’indennizzo secondo un processo trasparente e concordato basato su standard internazionali coprendo la perdita di guadagni immediati e i danni, le cure mediche, la riabilitazione e le spese dell’istruzione dei figli dei lavoratori e delle lavoratrici deceduti.

È ora di pagare. Le vittime hanno già sofferto abbastanza

Distinti saluti

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Il Parlamento Europeo per le vittime del Bangladesh

parlamento-europeoLa Clean Clothes Campaign accoglie favorevolmente la risoluzione del Parlamento Europeo del 20 maggio scorso sulla salute e la sicurezza nelle fabbriche del Bangladesh, che definisce le aspettative del Parlamento riguardo il piano di risarcimento finanziario per le vittime degli incendi e dei crolli che le multinazionali distributrici del tessile devono istituire e il sostegno all’Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh.
La risoluzione invita inoltre i marchi ad aderire pienamente ai Guiding Principles on Business and Human Rights delle Nazioni Unite, che definiscono le responsabilità per i brand negli ambiti di dovuta diligenza e bonifica.
La risoluzione è stata approvata in seguito all’incendio della fabbrica Tazreen in cui hanno perso la vita 112 lavoratori e lavoratrici nel novembre 2012 e al crollo del Rana Plaza in cui sono morte 1129 persone lo scorso aprile.
Il fatto che il Parlamento Europeo si aspetti che i marchi internazionali che stavano producendo in queste fabbriche istituiscano un piano di risarcimento supporta la richiesta della CCC, a tutti i brand che hanno effettuato ordini presso Tazreen e Rana Plaza, di assumersi le loro responsabilità facendo in modo che sia pagato un risarcimento integrale ed equo alle vittime.
Tra le oltre 30 aziende coinvolte ci sono giganti dell’abbigliamento come Benetton, Walmart, Mango, ma ad oggi solo Primark ha annunciato pubblicamente che si impegnerà nel fondo di risarcimento stabilito secondo la formula predisposta dai sindacati.
La risoluzione è stata approvata quasi all'unanimità, con 459 voti a favore e 1 contrario, lo stesso giorno che l’ILO ospitava la riunione di lancio dell’Accord on Fire and Building Safety.
L'accordo, giuridicamente vincolante, è stato firmato da 40 imprese, IndustriALL e Uni Global Unions, i sindacati del Bangladesh con CCC, WRC, ILRF e MSN quali osservatori internazionali. Alla riunione di lancio si è deciso di muoversi immediatamente per attuare l’Accordo. L'obiettivo è quello di avere il più rapidamente possibile gli ispettori della sicurezza sul campo, al fine di cominciare a risolvere i problemi più urgenti.
La CCC è molto soddisfatta per la richiesta del Parlamento a Walmart, Gap, Metro, NKD e tutti gli altri marchi di firmare questo accordo vincolante.
L'accordo attribuisce ai lavoratori un ruolo chiaro nel prevenire tragedie in fabbrica. La risoluzione del Parlamento Europeo sottolinea questo principio fondamentale e difende il diritto dei lavoratori in Bangladesh di formare e iscriversi ai sindacati indipendenti, senza timore di vessazioni: l’esistenza di strutture sindacali democratiche è uno strumento essenziale nella lotta per migliorare gli standard di salute e sicurezza e le condizioni di lavoro, compreso l’aumento dei salari. Per questo invita il governo del Bangladesh a garantire questi diritti fondamentali


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Immagini e video delle manifestazioni

Ecco alcune immagini dei presidi di sabato 25 maggio per chiedere che alle azienda che si assumano le loro responsabilità nel risarcimento alle vittime del Rana Plaza e della Tazreen

Milano

Firenze


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Sabato 25 maggio in piazza per chiedere giustizia

webbeeld5Sabato 25 maggio attivisti della Campagna Abiti Puliti scenderanno in piazza a Milano, Firenze e Napoli per chiedere ai marchi coinvolti nelle tragedie del Rana Plaza e della Tazreen di assumersi le loro responsabilità. Siete tutti invitati a partecipare!

Ecco gli appuntamenti:

Milano - ritrovo davanti al negozio Benetton in Piazza del Duomo, angolo Via Mazzini alle ore 16.30. Contatto Ersilia Monti (Coordinamento Nord Sud) 333.2044346

Firenze - ritrovo in Piazza della Repubblica alle ore 11 da dove partirà il corteo per via Calima fino al negozio Benetton di Via Por Santa Maria.
Contatto Montse Framis Abella (Manitese) 3473867310

Napoli - dalle 10.30 ale 13.00- seminario di presentazione della Campagna Abiti Puliti  con la partecipazione di Francesco Gesualdi, Alex Zanotelli e Renato Briganti.
c/o la Fiera dei Beni Comuni – Acquario di Napoli – Lungo Mare Caracciolo
A seguire stesso luogo --> ritrovo alle ore 16.30 per partecipare al Flash Mob davanti alla Benetton di Via Dei Mille
Contatto Renato Briganti (Manitese) 3474204498


(2013) Sabato 25 maggio in piazza per chiedere giustizia

Sabato 25 maggio attivisti della Campagna Abiti Puliti scenderanno in piazza a Milano, Firenze e Napoli per chiedere ai marchi coinvolti nelle tragedie del Rana Plaza e della Tazreen di assumersi le loro responsabilità. Siete tutti invitati a partecipare!

Ecco gli appuntamenti:

Milano - ritrovo davanti al negozio Benetton in Piazza del Duomo, angolo Via Mazzini alle ore 16.30. Contatto Ersilia Monti (Coordinamento Nord Sud) 333.2044346  

Firenze - ritrovo in Piazza della Repubblica alle ore 11 da dove partirà il corteo per via Calima fino al negozio Benetton di Via Por Santa Maria. 
Contatto Montse Framis Abella (Manitese) 3473867310

Napoli - dalle 10.30 ale 13.00- seminario di presentazione della Campagna Abiti Puliti  con la partecipazione di Francesco Gesualdi, Alex Zanotelli e Renato Briganti. 
c/o la Fiera dei Beni Comuni – Acquario di Napoli – Lungo Mare Caracciolo
A seguire stesso luogo --> ritrovo alle ore 16.30 per partecipare al Flash Mob davanti alla Benetton di Via Dei Mille
Contatto Renato Briganti (Manitese) 3474204498


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(2013) Basta false promesse: chiedi ai marchi il risarcimento per le vittime

webbeeld5Oggi, 24 maggio 2013, è un mese esatto dal crollo del Rana Plaza, costato la vita ad oltre mille persone. Oggi è anche l’anniversario del sesto mese dall’incendio alla fabbrica Tazreen in cui morirono 112 persone arse vive.

Queste due assurde tragedie nell’industria tessile bengalese contano un totale di 1239 vittime e migliaia di feriti. A queste lavoratrici e a questi lavoratori spetta un risarcimento, ma i loro debiti stanno crescendo a causa dell’inerzia dei marchi coinvolti. Diciamo ai marchi: è ora di pagare! Non fate soffrire i sopravvissuti ulteriormente.

>> Scrivi ai marchi per chiedere di pagare i risarcimenti per le vittime dell’incendio alla Tazreen e del crollo del Rana Plaza ora!

Sabato 25 maggio attivisti della Campagna Abiti Puliti scenderanno in piazza a Milano, Firenze e Napoli per chiedere ai marchi coinvolti nelle tragedie del Rana Plaza e della Tazreen di assumersi le loro responsabilità. Siete tutti invitati a partecipare!

Apprezziamo l’impegno assunto dai marchi che hanno sottoscritto l’Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh per prevenire future tragedie, ma questo non li sottrae dalla responsabilità di pagare risarcimenti equi e negoziati con i sindacati.

Leggi la posizione aggiornata di tutti i marchi coinvolti

La perdita del lavoro e dei salari è devastante per le famiglie coinvolte. Le storie di disagio sono moltissime. Una donna ha raccontato ai media che sua nipote stava lavorando al Rana Plaza da appena un mese quando è stata sepolta dalle macerie. Ha raccontato di non essere riuscita ad ottenere assistenza da nessuno: “Siamo molto poveri, non so dove chiedere aiuto”.  La nipote era l’unica, come in molte famiglie, ad avere un lavoro.

Nonostante molti marchi abbiano annunciato pubblicamente che avrebbero prestato soccorso alle vittime, la maggior parte delle famiglie dei deceduti nel Rana Plaza non ha ancora ricevuto alcun supporto economico. Né le vittime del Rana Plaza, né quelle della Tazreen hanno alcuna garanzia che tali sostegni arriveranno, pur essendo un diritto previsto dagli standard dell’ILO.

La somma necessaria a costruire il fondo di risarcimento per la tragedia del Rana Plaza ammonta a circa 54 milioni di euro, mentre quello per l’incendio alla Tazreen a circa 4,5 milioni di euro. Queste cifre sono state calcolate dai sindacati bengalesi e internazionali sulla base di altre tragedie precedenti e degli standard dell’ILO. I marchi devono assumere l’onere il 45% del totale, mentre il governo, l’associazione dei datori di lavoro bengalese (BGMEA) e i fornitori il restante 55%

La CCC chiede a tutti i marchi collegati al Rana Plaza e alla Tazreen di:

  • Impegnarsi a pagare le cure immediate e un risarcimento completo ed equo ai lavoratori feriti e alle famiglie delle vittime, in linea con le metodologie e i calcoli stabiliti dai sindacati
  • collaborare con i sindacati del Bangladesh e le organizzazioni che rappresentano le vittime, così come con IndustriALL, la confederazione sindacale globale che rappresenta i lavoratori del tessile, al fine di garantire che tutti i pagamenti siano effettuati secondo un processo trasparente e concordato.

La Campagna Abiti Puliti ha bisogno del tuo supporto affinché giustizia sia fatta per le vittime del Rana Plaza e della Tazreen. Alcuni brand hanno dato la loro disponibilità a partecipare al meccanismo di risarcimento, ma finché tutte le vittime non saranno risarcite non smetteremo di chiedere giustizia. I marchi possono fare pressione su altre imprese e sul governo bengalese per costringerli a pagare, creando un precedente importante che riconsegni dignità alle vittime delle due tragedie.

>> Entra in azione e chiedi ai marchi di pagare un pieno ed equo risarcimento.

Manda una email ai brand per chiedergli di assumersi le loro responsabilità!

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Testo dell’email

Caro …

Sono molto preoccupato/a  di apprendere dalla Campagna Abiti Puliti che dopo sei mesi dall’incendio alla fabbrica Tazreen e dopo un mese dal crollo del Rana Plaza, le famiglie dei 1239 morti e degli oltre 2600 feriti stiano ancora aspettando il pieno ed equo risarcimento. È trascorso troppo tempo.

Basta ritardi! Prendete l’iniziativa e collaborate con i sindacati per pagare immediatamente i risarcimenti che spettano alle vittime. Dovreste impegnarvi a pagare l’indennizzo secondo un processo trasparente e concordato basato su standard internazionali coprendo la perdita di guadagni immediati e i danni, le cure mediche, la riabilitazione e le spese dell’istruzione dei figli dei lavoratori e delle lavoratrici deceduti.

È ora di pagare. Le vittime hanno già sofferto abbastanza

Distinti saluti

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copertinasito_abbiamovinto

(2013) Abbiamo vinto. Anche Benetton sigla l'accordo sulla sicurezza in Bangladesh

copertinasito_abbiamovintoLa pressione popolare coordinata dalla Campagna Abiti Puliti ha costretto anche Benetton a firmare l’accordo per la sicurezza e la prevenzione degli incendi in Bangladesh.

A poche ore della scadenza dell’ultimatum lanciato dalla CCC, l’azienda italiana ha deciso infatti di sottoscrivere l’accordo che prevede ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e l’obbligo di revisione strutturale degli edifici e obbligo per i marchi internazionali di sostenere i costi e interrompere le relazioni commerciali con le aziende che rifiuteranno di adeguarsi, per rimuovere alla radice le cause che rendono le fabbriche del paese insicure e rischiose per migliaia di lavoratori.

“Il cuore dell’accordo” spiega Deborah Lucchetti “è l’impegno delle imprese internazionali a pagare per la messa in sicurezza degli edifici, unitamente ad un ruolo centrale dei lavoratori e dei loro sindacati. Solo attraverso una diretta partecipazione dei lavoratori del Bangladesh sarà possibile costruire condizioni di lavoro sicure e mettere la parola fine a tragedie orribili come quella del Rana Plaza”.

La firma di Benetton arriva dopo aver negato a lungo il suo coinvolgimento con fornitori presenti al Rana Plaza e dopo che molti dei marchi impegnati nelle fabbriche bengalesi avevano già riconosciuto la propria responsabilità. H&M, Inditex, PVH, Tchibo, Primark, Tesco, C&A, Hess Natur sono alcuni dei primi firmatari dell’accordo.

Questo successo è frutto non solo della collaborazione straodinaria tra la Clean Clothes Campaign, il Workers Rights Consortium, la federazione dei sindacati internazionali IndustiAll e UNI Global Union, unitamente alle altre organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti dei lavoratori, tra cui citiamo International Labor Rights Forum (ILRF), United Students Against Sweatshops (USAS), Maquila Solidarity Network (MSN), War on Want, People and Planet, SumOfUs.org, Change.org, Credo Action, Avaaz e Causes, ma soprattutto della forza che i consumatori hanno saputo imprimere alla campagna decidendo di sottoscrivere la petizione che chiedeva ai marchi azioni concrete.

Dal 2005 più di 1700 lavoratori tessili in Bangladesh sono morti a causa della scarsa sicurezza degli edifici. Ora si apre una fase nuova, nella quale i marchi si sono impegnati ad essere parte attiva e collaborativa.

Tutti insieme siamo riusciti a creare un precedente storico di mobilitazione dal basso che difficilmente potrà essere ignorato d’ora in avanti.


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(2013) Oltre 1 milione di firme per la sicurezza in Bangladesh

bangladesh_picture1I marchi sottoscrivano entro il 15 maggio
l’accordo per la sicurezza delle fabbriche in Bangladesh


>> AGISCI SUBITO Firma la petizione online

 

Più di un milione di persone ha già firmato le petizioni che chiedono ai marchi che si riforniscono in Bangladesh di sottoscrivere il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement immediatamente.

“In tutto il mondo l’opinione pubblica si è mobilitata per dire basta a questa orribile sequenza di incidenti  e mandare un chiaro messaggio alle imprese che si riforniscono in Bangladesh, tra cui Benetton, H&M, Mango, Primark, GAP, C&A, KIK, H&M, JC Penney, e Wal-Mart” dichiara Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti”. “Chiediamo a tutti i marchi coinvolti di fare passi concreti e immediati necessari a cambiare le condizioni di lavoro e di sicurezza presso i loro fornitori in Bangladesh, perché non si ripeta un’altra tragedia evitabile come il Rana Plaza dove hanno perso la vita più di mille lavoratori.” Continua Lucchetti: “L’accordo messo a punto insieme ai sindacati internazionali pone le basi strutturali per evitare la perdita di altre vite. Le imprese non possono continuare ad ignorarlo e devono firmarlo entro il 15 maggio, è questione di vita o di morte”.

L’accordo prevede ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza per rimuovere alla radice le cause che rendono le fabbriche del paese insicure e rischiose per migliaia di lavoratori.

Il crollo dell’edificio Rana Plaza, costato la vita a oltre 1000 persone, e l’ultimo incendio dello scorso 8 maggio in un’altra fabbrica di abbigliamento bengalese, rendono questo impegno dei marchi ineluttabile.

Le firme sono state raccolte da una coalizione di sindacati e organizzazioni di cittadini impegnati nella difesa dei diritti dei lavoratori dislocate in tutto il mondo: Clean Clothes Campaign (CCC), IndustriALL Global Union, UNI Global Union, International Labor Rights Forum (ILRF), United Students Against Sweatshops (USAS), Maquila Solidarity Network (MSN), War on Want, People and Planet, SumOfUs.org, Change.org, Credo Action, Avaaz e Causes.

Dal 2005 più di 1700 lavoratori tessili sono morti a causa della scarsa sicurezza degli edifici. Gli ultimi avvenimenti evidenziano, ancora una volta, la necessità di interventi immediati e il fallimento dei sistemi di controllo adottati dalle imprese. Due delle fabbriche del Rana Plaza erano state ispezionate dalla Business Social Compliance Initiative (BSCI) e molti dei marchi coinvolti hanno altri sistemi di controllo in atto, ma nessuno di questi è  riuscito a denunciare l’abusivismo edilizio e a migliorare le pratiche di sicurezza.

Jyrki Raina, segretario generale del sindacato IndustriALL ha dichiarato: ”il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement è l'unico programma credibile che i marchi possono firmare. I requisiti di questo programma sono semplici misure di buon senso, che avranno un impatto importante sulla sicurezza dei lavoratori nelle fabbriche in Bangladesh. E 'giunto il momento per tutti i marchi di impegnarsi a garantire la sicurezza in Bangladesh”.

Molte delle organizzazioni che sostengono la campagna si sono mobilitate sui temi della sicurezza in Bangladesh già dopo il crollo della fabbrica Spectrum nel 2005, costata la vita a 64 persone con il coinvolgimento di Zara. Nel 2012, PVH (proprietario di Calvin Klein e Tommy Hilfiger) e il distributore tedesco Tchibo sono stati i primi marchi a sottoscrivere l'accordo sulla sicurezza.


RANA-PLAZA-BENETTON-BANGLADESH

(2013) Lettera aperta a Benetton

RANA-PLAZA-BENETTON-BANGLADESHLa Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, chiede, attraverso una lettera aperta indirizzata ai vertici dell’azienda Benetton, un loro impegno concreto per affrontare l’emergenza scaturita dalla tragedia del Rana Plaza, l’edificio di otto piani crollato lo scorso 24 aprile nella regione di Dhaka in Bangladesh.

In particolare, viste anche le ultime dichiarazioni rilasciate dal marchio alla stampa internazionale con le quali si è detto disponibile a contribuire al risarcimento delle vittime del crollo e alla luce delle numerose prove che di fatto legano l’azienda a una delle fabbriche del Rana Plaza, chiede che Benetton:

 

  • Invii immediatamente una sua delegazione in Bangladesh, stabilendo un contatto diretto con Abiti Puliti e i sindacati locali per fornire immediato supporto alle vittime della tragedia che hanno bisogno di cure, cibo e assistenza;
  • contribuisca al fondo di risarcimento negoziato con i sindacati bengalesi e IndustryALL - la federazione internazionale dei sindacati tessili - in base a criteri equi e secondo una lista   trasparente che elenchi tutte le vittime e i feriti.  La cifra totale, secondo le prime stime, non potrà essere inferiore ai 30milioni di dollari, per risarcire le vittime o le famiglie dei deceduti, per gli stipendi mancati per l’intero ciclo di vita e i danni psicologici subiti. Sono esclusi i costi dell’assistenza medica per centinaia di feriti.
  • sigli il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, un programma specifico di azione che include ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza per rimuovere alla radice le cause che rendono le fabbriche del paese insicure e rischiose per migliaia di lavoratori.
  • renda pubblica e trasparente la lista dei loro fornitori, i report degli audit effettuati e le azioni correttive intraprese per consentire alle organizzazioni non governative e ai consumatori di valutare in maniera indipendente la qualità dei loro controlli e l’effettivo miglioramento dei livelli salute e sicurezza presso i vostri fornitori.

 

La Campagna Abiti Puliti si dice certa che Benetton saprà valutare con attenzione le istanze che provengono anche dai loro clienti, attenti sempre più che gli abiti che acquistano siano confezionati in condizioni di produzione eque e dignitose.


MDG-Rana-Plaza-Bangladesh-008

(2013) Benetton faccia la sua parte

MDG-Rana-Plaza-Bangladesh-008Nuove prove a carico di Benetton sono state rinvenute tra le macerie del Rana Plaza, l’edificio di otto piani crollato lo scorso 24 aprile a Savar, sobborgo di Dhaka in Bangladesh. Questa volta si tratta di due documenti che dimostrano come il 23 marzo 2013 la New Wave, una delle fabbriche presenti nell'edificio, stesse ancora producendo capi per l'azienda italiana.

In particolare sono stati ritrovati un ordine e una relazione finaleche sottolinea alcuni difetti in una consegna di t-shits da donna. L'ordine è stato fatto attraverso un'altra azienda, la Shahi Exports PVT, fatto che evidenzia la complessa articolazione delle filiere produttive internazionali e che impone alle aziende committenti la responsabilità di conoscere, valutare e monitorare tutta la catena produttiva dal punto di vista degli impatti sociali e dei diritti effettivamente garantiti.

"Resta sconcertante che a distanza di dieci giorni dalla tragedia Benetton rilasci dichiarazioni in cui non fa alcun passo avanti nella concreta direzione di dare sostegno alle vittime e affrontare i problemi strutturali che affliggono il sistema produttivo da cui si rifornisce" dichiara Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti. "E' un problema dell’azienda se non conosce a fondo la sua catena produttiva e questo testimonia quanto debole sia il sistema di monitoraggio adottato in materia di diritti umani. Ora ci troviamo di fronte a documenti e etichette che dimostrano il loro coinvolgimento continuativo: è giunto il momento che facciano la loro parte collaborando con i sindacati e le organizzazioni a difesa dei diritti umani".

Nello specifico, la Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della Clean Clothes Campaign) chiede a Benetton:

  • l'impegno a recarsi in Bangladesh, stabilendo un contatto diretto con Abiti Puliti e i sindacati locali per fornire immediato supporto alle vittime della tragedia che hanno bisogno di cure, cibo e assistenza;
  • l'impegno a contribuire al fondo di risarcimento negoziato con i sindacati bengalesi e IndustryALL - la federazione internazionale dei sindacati tessili - in base a criteri equi e secondo una lista   trasparente che elenchi tutte le vittime e i feriti.  La cifra totale, secondo le prime stime, non potrà essere inferiore ai 30milioni di dollari, per risarcire le vittime o le famiglie dei deceduti, per gli stipendi mancati per l’intero ciclo di vita e i danni psicologici subiti. Sono esclusi i costi dell’assistenza medica per centinaia di feriti.
  • impegno a siglare il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, unprogramma specifico di azione che include ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza per rimuovere alla radice le cause che rendono le fabbriche del paese insicure e rischiose per migliaia di lavoratori;

Nel frattempo è stata lanciata una petizione online per chiedere a tutte le aziende impegnate in Bangladesh di sottoscrivere il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, al fine di ridurre enormemente il pericolo che altre tragedie del genere possano verificarsi.


rana_plaza

Basta morti sul lavoro! Chiediamo sicurezza per i lavoratori bengalesi

rana_plaza

>> AGISCI SUBITO Firma la petizione online

Mercoledì 24 aprile migliaia di operai si sono recati come sempre presso una delle fabbriche in cui lavoravano situate nel palazzo Rana Plaza a Savar, Dhaka. Gli era stato detto di tornare al lavoro nonostante solo il giorno prima fossero state notate grosse crepe nello stabile. Oltre 370 di questi lavoratori sono morti e più di mille sono rimasti feriti quando quello stesso giorno l'edificio è crollato, intrappolandoli sotto tonnellate di macerie e di macchinari.

Quando è avvenuta la tragedia i lavoratori morti e feriti stavano producendo capi di abbigliamento per marchi europei e nordamericani. Un certo numero di marchi ha già riconosciuto l’esistenza di rapporti con queste fabbriche,  tra cui Primark (UK / Irlanda), Bon Marche (UK), Joe Fresh (Loblaws, Canada), El Corte Ingles (Spagna) e Mango (Spagna). Etichette e ordini dell’italiana Benetton sono state ritrovate tra le macerie. Altri marchi sono ancora in fase di identificazione.

Questa tragedia ha devastato la vita di migliaia di famiglie. Le lesioni subite da molti di questi lavoratori sono orribili e richiedono cure mediche immediate e a lungo termine. I marchi devono agire immediatamente per assicurare aiuti tempestivi e un adeguato risarcimento.

Ma c’è bisogno di passi avanti ulteriori per prevenire futuri incidenti. Dal crollo della fabbrica Spectrum nel 2005, il rispetto della sicurezza degli edifici e delle norme antincendio è stato ripetutamente chiesto ai marchi che si riforniscono in Bangladesh. Questi non possono più nascondere le loro responsabilità per l’inerzia dimostrata nell’evitare che queste tragedie si verifichino. Non vi è alcuna ragione che giustifichi ulteriori ritardi nella firma del Bangladesh Fire and Building Safety Agreement.

Da quando sono morti 112 lavoratori nell’incendio della Tazreen, i marchi hanno fatto proposte deboli e insufficienti per affrontare il tema della sicurezza degli edifici e delle norme antincendio, come i filmati (H&M), la scuola (WalMart) e alcune loro iniziative. Quanta sicurezza può garantire un video quando gli edifici crollano o le uscite di emergenza non esistono? I lavoratori hanno bisogno di soluzioni strutturali per mettere fine a queste condizioni di lavoro insicure. La firma del Bangladesh Fire and Building Safety Agreement e la collaborazione con i sindacati bengalesi sono i primi passi essenziali.

Questo accordo, costruito da sindacati bengalesi e internazionali insieme agli attivisti dei diritti del lavoro, porterà a ridurre sensibilmente l’esistenza di fabbriche trappola come Rana Plaza. Il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement comprende ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza. È un’operazione di fondamentale trasparenza che deve essere sostenuta da tutti gli attori principali bengalesi e internazionali.

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(2013) Basta morti sul lavoro! Chiediamo sicurezza per i lavoratori bengalesi

rana_plaza>> AGISCI SUBITO Firma la petizione online

Mercoledì 24 aprile migliaia di operai si sono recati come sempre presso una delle fabbriche in cui lavoravano situate nel palazzo Rana Plaza a Savar, Dhaka. Gli era stato detto di tornare al lavoro nonostante solo il giorno prima fossero state notate grosse crepe nello stabile. Oltre 370 di questi lavoratori sono morti e più di mille sono rimasti feriti quando quello stesso giorno l'edificio è crollato, intrappolandoli sotto tonnellate di macerie e di macchinari.

Quando è avvenuta la tragedia i lavoratori morti e feriti stavano producendo capi di abbigliamento per marchi europei e nordamericani. Un certo numero di marchi ha già riconosciuto l’esistenza di rapporti con queste fabbriche,  tra cui Primark (UK / Irlanda), Bon Marche (UK), Joe Fresh (Loblaws, Canada), El Corte Ingles (Spagna) e Mango (Spagna). Etichette e ordini dell’italiana Benetton sono state ritrovate tra le macerie. Altri marchi sono ancora in fase di identificazione.

Questa tragedia ha devastato la vita di migliaia di famiglie. Le lesioni subite da molti di questi lavoratori sono orribili e richiedono cure mediche immediate e a lungo termine. I marchi devono agire immediatamente per assicurare aiuti tempestivi e un adeguato risarcimento.

Ma c’è bisogno di passi avanti ulteriori per prevenire futuri incidenti. Dal crollo della fabbrica Spectrum nel 2005, il rispetto della sicurezza degli edifici e delle norme antincendio è stato ripetutamente chiesto ai marchi che si riforniscono in Bangladesh. Questi non possono più nascondere le loro responsabilità per l’inerzia dimostrata nell’evitare che queste tragedie si verifichino. Non vi è alcuna ragione che giustifichi ulteriori ritardi nella firma del Bangladesh Fire and Building Safety Agreement.

Da quando sono morti 112 lavoratori nell’incendio della Tazreen, i marchi hanno fatto proposte deboli e insufficienti per affrontare il tema della sicurezza degli edifici e delle norme antincendio, come i filmati (H&M), la scuola (WalMart) e alcune loro iniziative. Quanta sicurezza può garantire un video quando gli edifici crollano o le uscite di emergenza non esistono? I lavoratori hanno bisogno di soluzioni strutturali per mettere fine a queste condizioni di lavoro insicure. La firma del Bangladesh Fire and Building Safety Agreement e la collaborazione con i sindacati bengalesi sono i primi passi essenziali.

Questo accordo, costruito da sindacati bengalesi e internazionali insieme agli attivisti dei diritti del lavoro, porterà a ridurre sensibilmente l’esistenza di fabbriche trappola come Rana Plaza. Il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement comprende ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza. È un’operazione di fondamentale trasparenza che deve essere sostenuta da tutti gli attori principali bengalesi e internazionali.

>> AGISCI SUBITO Firma la petizione online


Benetton-grandecredit_Associated_Press-Reporters

(2013) Benetton si riforniva al Rana Plaza Abbiamo le prove

Benetton-grandecredit_Associated_Press-ReportersEtichette di Benetton sono state ritrovate tra le macerie del Rana Plaza, l’edificio di otto piani crollato lo scorso 24 aprile a Savar, sobborgo di Dhaka in Bangladesh. Alcune t-shirts etichettate “United color of Benetton” sono state fotografate dall’agenzia AFP sulla scena del disastro. L’azienda, che in un primo momento ha smentito di rifornirsi presso le fabbriche crollate, è chiamata ora a chiarire il suo coinvolgimento nella tragedia.

La Campagna Abiti Puliti, inoltre, è in possesso di una copia di un ordine (link) di acquisto da parte di Benetton per capi prodotti dalla New Wave, una delle fabbriche del Rana Plaza, che annovera sul suo sito web anche l’azienda italiana tra i suoi clienti.

Chiediamo a Benetton, e a tutti i marchi italiani ed esteri coinvolti, di assumersi le responsabilità, in particolare:

-          entrando in contando diretto con Abiti Puliti e i sindacati locali per fornire immediato supporto alle vittime della tragedia che hanno bisogno di cure, cibo e assistenza;

-          assumendo l’impegno a contribuire al fondo di risarcimento per le famiglie delle vittime e per i feriti secondo quanto sarà stabilito in funzione della perdita di reddito presente e futura

-          firmando il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, un programma specifico di azione che include ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza per rimuovere alla radice le cause che rendono le fabbriche del paese insicure e rischiose per migliaia di lavoratori;

Il bilancio delle vittime del crollo del Rana Plaza, cresce di ora in ora.

La triste conta è ormai arrivata a 371 morti accertati e circa 2500 feriti. L’incessante lavoro di specialisti e volontari ha permesso di portare in salvo circa 2400 persone, ma centinaia di persone potrebbero essere ancora intrappolate sotto le macerie: la speranza di recuperarle in vita si esaurisce, purtroppo, con il passare delle ore.

“La gravità della situazione richiede un’assunzione di responsabilità immediata da parte dei marchi internazionali coinvolti, del governo e degli industriali bengalesi, che devono porre fine per sempre a tragedie come questa, l’ennesima per totale negligenza del sistema imprenditoriale internazionale”, dichiara Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti. “Aziende importanti come la Benetton hanno la responsabilità di accertare a quali condizioni vengono prodotti i loro capi e di intervenire adeguatamente e  preventivamente per garantire salute e sicurezza nelle fabbriche da cui si riforniscono”


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L’ennesimo sacrificio umano Crolla un edificio in Bangladesh. Almeno 170 i morti.

rana_plazaLa Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della Clean Clothes Campaign), insieme con i sindacati e le organizzazioni per i diritti dei lavoratori attivi in Bangladesh e in tutto il mondo, chiede un intervento immediato da parte dei marchi internazionali a seguito del crollo del Rana Plaza a Savar, nella regione di Dhaka in Bangladesh, un edificio di otto piani, contente tre stabilimenti e un centro commerciale, costato la vita ad almeno 170 persone e il ferimento di oltre 1000.

Gli attivisti dei diritti umani sono riusciti ad accedere alle macerie del Rana Plaza, dove hanno trovato  etichette e documentazione che collega alcuni grandi marchi europei a questa ennesima tragedia: la spagnola Mango, l’inglese Primark e l’italiana Benetton, oltre ad altri marchi italiani. Sul loro sito web, le aziende elencano tra i loro clienti altrettanti noti brand, tra cui C&A, KIK e Wal-Mart, già noti alle cronache per l’incendio nella fabbrica bengalese Tazreen, dove 112 lavoratori sono morti esattamente cinque mesi fa, e, per quanto riguarda la tedesca KIK, per l’incendio della pakistana Ali Enterprises, dove quasi 300 lavoratori sono morti lo scorso settembre.

I lavoratori morti e feriti stavano producendo capi di abbigliamento quando lo stabile che ospitava più fabbriche tessili - con piani costruiti presumibilmente in maniera illegale - improvvisamente ha ceduto generando un enorme frastuono e lasciando intatto solo il piano terra. Questo crollo fornisce ulteriori prove a conferma dell’inefficacia del ruolo delle società di auditing nella protezione della vita dei lavoratori. Gli attivisti impegnati nella difesa dei diritti dei lavoratori sono convinti che tali decessi continueranno fino a quando le imprese e i funzionari di governo non sottoscriveranno un programma per la sicurezza degli edifici indipendente e vincolante.

“Tragedie come questa mostrano la totale inadeguatezza dei sistemi di controllo e delle ispezioni condotte dalle imprese senza il coinvolgimento dei sindacati e dei lavoratori” spiega Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, “non possiamo continuare ad assistere ad un tale sacrificio di vite umane dovuto alla totale irresponsabilità di un sistema produttivo basato sulla competizione al ribasso. Le famiglie delle vittime e i feriti rimaste senza reddito e supporto ora hanno diritto a cure adeguate e risarcimento appropriato da parte delle imprese coinvolte per gli irreparabili danni subiti, oltre a giustizia immediata e assunzione di responsabilità da parte di tutti colore che dovevano prevenire questa carneficina”

Per mettere fine a questi incidenti, la Campagna Abiti Puliti esorta i marchi che si riforniscono in Bangladesh a firmare immediatamente il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement. La CCC, insieme con i sindacati locali e globali e le organizzazioni per i diritti dei lavoratori, ha messo a punto un programma specifico di azione che include ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza. È un’operazione di fondamentale trasparenza che deve essere sostenuta da tutti gli attori principali bengalesi e internazionali.

L'accordo è già stato sottoscritto lo scorso anno dalla società statunitense PVH Corp (proprietaria di Calvin Klein e Tommy Hilfiger) e dal distributore tedesco Tchibo. È il momento che tutti i principali brand del settore si impegnino per garantirne una rapida attuazione. Il programma può salvare la vita di centinaia di migliaia di lavoratori attualmente a rischio in fabbriche insicure e costruite illegalmente.


reportage_ersilia

(2013) Diritti cuciti addosso - Birmania

reportage_ersiliaIn Thailandia associazioni di migranti birmani in fuga dalla dittatura lavorano per il riconoscimento di un salario dignitoso

MAE SOT, THAILANDI A - Il fiume Moei nella luce del tramonto, a poche centinaia di metri dal Ponte dell’Amicizia che a Mae Sot unisce la Thailandia alla Birmania, è uno scorcio d’Asia di struggente bellezza. Le case, cresciute in poetico disordine a filo d’acqua sulla sponda birmana, sembrano rimandare a un altrove dello spirito. Ma la realtà deve essere ben diversa se ogni anno centinaia di birmani passano quel confine a guado o su imbarcazioni in spola incessante fra una riva e l’altra.

Reportage a cura di Ersilia Monti

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diritti_in_fumo

(2013) Speciale Valori incendi in Bangladesh

diritti_in_fumoLeggi lo speciale di Valori sugli incendi nelle fabbriche tessili in Bangladesh


ptsce-demo

(2013) Il fornitore di Original Marines attacca noi invece di occuparsi dei lavoratori

ptsce-demoIl fornitore di Original Marines prende di mira i sostenitori della CCC invece di migliorare le condizioni di lavoro in fabbrica.

Il mese scorso la Campagna Abiti Puliti (membro della Clean Clothes Campaign) e la Filcams CGIL hanno avviato una campagna pubblica per invitare Original Marines e il suo fornitore, l’azienda indonesiana PT SC Enterprise, a cessare gli abusi contro i lavoratori che producono per la PT SC Enterprise. Abiti Puliti e Filcams Cgil hanno anche esortato la PT SC Enterprise a reintegrare i 42 addetti illegalmente licenziati dopo avere formato il sindacato indipendente SP SCE, a marzo dello scorso anno. Invece di porre fine a questo comportamento illegittimo e riassumere i lavoratori licenziati, l’azienda ha intensificato gli atti intimidatori che ora colpiscono anche Abiti Puliti e Filcams Cgil, che hanno legittimamente denunciato il caso.

La società indonesiana PT SC Enterprise, di proprietà dell’italiano Stefano Cavazza, ha risposto alle richieste della campagna aumentando la pressione nei confronti dei lavoratori. Interviste ai lavoratori confermano che in fabbrica persistono un clima di intimidazione e condizioni di lavoro inadeguate. Se i lavoratori non raggiungono i loro obiettivi di produzione, subiscono trattenute salariali mentre il lavoro straordinario è obbligatorio. Anche i sostenitori di Abiti Puliti sono stati presi di mira dal proprietario dell’azienda che ha inviato loro mail a più riprese nelle quali si fa riferimento ad alcuni difensori dei diritti umani con inaccettabili toni minacciosi. Mentre oggi la PT SC Enterprise sembra ansiosa di comunicare con i sostenitori della campagna pubblica, prima che il caso divenisse pubblico ha evitato di rispondere alle lettere inviate da Abiti Puliti e dalla Filcams Cgil.

E 'importante chiarire che Abiti Puliti e Filcams Cgil non hanno per obiettivo la cessazione della produzione né si prefiggono di causare danni alla fabbrica, poiché ciò andrebbe solo a svantaggio dei lavoratori. Abiti Puliti ha messo tutto il suo impegno per comunicare in modo costruttivo sia con Original Marines, che con PT SC Enterprise. Dal luglio 2012, ha fornito regolarmente alla IMAP rapporti dettagliati e affidabili che riportano fatti, episodi e prove ma questo non ha portato ad un dialogo costruttivo. Abiti Puliti e Filcams Cgil si sono viste infine costrette a lanciare una campagna pubblica per riuscire ad ottenere cambiamenti positivi per i lavoratori e il riconoscimento dei loro diritti fondamentali. Tuttavia, ad eccezione della rimozione di un paio di clausole discriminatorie e illegittime dai documenti ufficiali dell’azienda, non ci sono stati miglioramenti sostanziali nelle condizioni di lavoro.

'Manifestazioni spontanee'

Una delle e-mail inviate ai sostenitori della campagna promossa da Abiti Puliti e da Filcams Cgil è giunta dallo SPI, un sindacato che sostiene di essere indipendente. L'e-mail include le firme dei lavoratori, e fotografie delle proteste, che accusano Abiti Puliti e Filcams CGIL di diffondere informazioni false. Secondo i racconti di diversi lavoratori iscritti al sindacato SP SCE, intervistati dal Kasbi l’8 gennaio scorso, le manifestazioni hanno avuto luogo nelle seguenti circostanze:

- Il 20 dicembre alle 7 del mattino circa duecento lavoratori sono stati radunati in fabbrica in preparazione di una manifestazione di fronte al Dipartimento del Lavoro di Klaten. La società li ha informati che la fabbrica avrebbe chiuso se non avessero protestato contro il sindacato SP SCE.
-Durante le interviste, i lavoratori hanno riferito che il giorno dopo i dirigenti hanno fatto circolare una lettera in tutti i reparti chiedendo ai lavoratori di firmare una petizione per rifiutare il reintegro dei 42 lavoratori licenziati. Ai lavoratori è stato chiesto di firmare sotto minaccia di licenziamento.
Una settimana dopo, il 28 dicembre, i lavoratori sono stati riuniti fuori dalla fabbrica e gli è stato chiesto di sollevare le bandiere dello SPI. Le fotografie esistenti sono state scattate dalla direzione.

‘Indipendente’

Lo SPI sembra essere strettamente collegato con l’azienda e la direzione.I recapiti dello SPI sono gli stessi della fabbrica PT SC Enterprise e diversi funzionari sindacali dello SPI lavorano a livello manageriale in fabbrica. Ciò è in contraddizione con l'art.15 della legge sul sindacato del 21/2000 in cui si afferma che i lavoratori che in una impresa ricoprono posizioni che possono causare un conflitto di interesse non possono rivestire il ruolo di funzionari sindacali nella stessa azienda.
Inoltre, la lettera inviata per email dallo SPI è anonima e scritta in italiano, cosa molto insolita visto che tutti i lavoratori parlano indonesiano e un inglese molto limitato.

La comunicazione proveniente dalla direzione della PT SC Enterprise e dal sindacato 'indipendente' SPI contiene numerose contestazioni in relazione al caso denunciato e a Abiti Puliti. Di seguito sono allegati alcuni documenti con informazioni dettagliate e approfondimenti che confutano tali contestazioni:

>> La cronologia dei fatti (download)
>> La raccolta delle prove (download)

La richiesta alla CCC di recarsi in Indonesia

La PT SC Enterprise ha invitato Abiti Puliti ad andare in Indonesia per verificare direttamente le condizioni di lavoro in fabbrica. Anche se questo può sembrare un gesto positivo, non è la cosa giusta da perseguire. L’azienda ha già ricevuto raccomandazioni da parte dell'agenzia responsabile, il Dipartimento del lavoro di Klaten, che non sono ancora state adottate. Avere un comportamento etico e responsabile lungo l’intera catena di fornitura significa garantire il rispetto delle leggi nazionali e delle convenzioni internazionali dell’OIL. La responsabilità è in primo luogo del produttore PT SC Enterprise, ma anche dell’acquirente italiano IMAP, che ha il dovere di garantire che i suoi prodotti siano fabbricati in conformità con gli standard internazionali. Giova qui ricordare che la libertà di associazione sindacale e la contrattazione collettiva sono due diritti fondamentali di tutti i lavoratori, sanciti dalle convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL).

Al fine di giungere a una soluzione efficace della controversia, il proprietario della PT SC Enterprise deve pertanto accettare l’invito a dialogare con sindacati indipendenti come lo SP SCE. I leader sindacali del sindacato affiliato al KASBI hanno ripetutamente dichiarato di voler sviluppare relazioni positive e produttive con la direzione aziendale.

Come risolvere la controversia in corso

La PT SC Enterprise deve impegnarsi a promuovere la libertà di associazione sindacale, senza alcuna condizione, quale premessa necessaria all’avvio di un processo negoziale vero e credibile. Fino a quando la PT SC Enterprise rifiuterà un confronto autentico con i sindacati, l’azienda continuerà a violare diritti fondamentali e il caso in oggetto non potrà essere risolto. Pertanto per assicurare l’avvio un processo negoziale credibile, i sindacati, la Campagna Abiti Puliti e Oxfam chiedono a PT SC Enterprise di firmare il Protocollo di intesa sulla Libertà di associazione sindacale  già firmato nel 2011 da grandi marchi internazionali, fornitori e sindacati (compreso il Kasbi cui il SP SCE aderisce). Il protocollo è stato riconosciuto dal programma Better Work dell'OIL come un modello multistakeholder esemplare ed è sostenuto dal ministero del lavoro indonesiano.

Il ruolo della IMAP

È responsabilità della IMAP garantire che i suoi prodotti siano fabbricati in conformità alle convenzioni internazionali. La responsabilità delle imprese multinazionali operanti nel settore dell'abbigliamento è anche specificata nelle Linee Guida delle Nazioni Unite sulle imprese e i diritti umani che attribuiscono alle imprese l'obbligo di rispettare i diritti umani.

Non chiediamo alla IMAP di cessare gli ordini alla PT SC Enterprise. Piuttosto chiediamo alla IMAP di continuare ad approvvigionarsi dal suo fornitore collaborando per definire le necessarie misure di miglioramento da adottare.

Invitiamo IMAP e PT SC Enterprise a:
- Firmare il protocollo sulla libertà di associazione sindacale già sottoscritto da importanti marchi internazionali che operano in Indonesia, fornitori e sindacati e direndere il protocollo disponibile a tutti i lavoratori
- Reintegrare i 42 lavoratori licenziati arbitrariamente, secondo quanto previsto dalla raccomandazione ufficiale del Dipartimento del lavoro di Klaten (No.567/1320/14).
- Cessare tutti gli atti di violenza, abuso e ogni ulteriore intimidazione nei confronti dei lavoratori della PT SC Enterprise, ivi compreso il costringerli a firmare per il rifiuto del reintegro dei 42 lavoratori licenziati
- Porre fine agli straordinari forzati (anche noti come 'lavoro esteso' o 'ore fedeltà). Il lavoro straordinario deve essere effettuato in conformità con la legge, ovvero non deve essere obbligatorio, deve essere pagato il dovuto e non deve superare le 14 ore a settimana.
- Abolire il sistema corrente dei contratti a termine. Tutti i contratti devono essere registrati in conformità con la legge e i lavoratori devono essere assunti a tempo indeterminato.

 


kik

(2012) Una prima vittoria. Ma ora andiamo avanti.

kikKik, il gigante tedesco dei discount, ha firmato un accordo con il Pakistan Institute of Labour Education and Research (PILER) impegnandosi a pagare un primo risarcimento alle vittime e ai loro familiari di 1 milione di dollari e a negoziare un pacchetto di compensazioni a lungo termine con tutti gli altri soggetti coinvolti.

Nell'incendio della Ali Enterprises dello scorso 11 Settembre hanno perso la vita 262 lavoratori secondo il bilancio ufficiale, e almeno altri 20 sono rimasti feriti.

L'accordo è stato ufficializzato lo scorso 5 gennaio con una conferenza stampa a cui hanno preso parte diverse organizzazioni sindacali, tra cui la National Trade Union Federation. Karamat Ali, Executive Director del PILER, ha dichiarato: "KIK è uno dei maggiori acquirenti della Ali Enterprise. Gli attivisti dei sindacati pakistani e le organizzazioni internazionali di difesa dei diritti dei lavoratori, tra cui la Clean Clothes Campaign, hanno convinto l'azienda a pagare un risarcimento alle famiglie colpite dalla tragedia".

Il primo versamento verrà utilizzato per risarcire le famiglie di quelle vittime che non hanno ricevuto alcuna compensazione dal governo visto che non si sono potuti identificare i loro corpi a causa della gravità delle ustioni e dell'avanzato stato di decomposizione.

Deborah Lucchetti, portavoce italiana della Campagna Abiti Puliti, ha dichiarato: "Ci riteniamo molto soddisfatti per questa prima importante vittoria. Ora andremo avanti per garantire il totale risarcimento delle vittime, che abbiamo stimato richiedere una cifra di circa 20 milioni di dollari. Questo processo dovrà riguardare anche tutti gli altri soggetti coinvolti, a cominciare da SAI e Rina, per accertare le responsabilità di ciascuno".

Per facilitare il percorso di risarcimento, il PILER ha richiesto alla Sindh High Court di instituire una commissione di inchiesta indipendente che monitori l'intero processo e determini tutti i particolari necessari a raggiungere lo scopo.


copertinaOM

(2012) Diritti negati e sogni rubati nella filiera di Original Marines

copertinaOM“Tutti i bambini sognano di diventare grandi”. Con queste parole Original Marines, rinomato marchio di abbigliamento infantile, posseduto dall’azienda italiana Imap, ha aperto la sua campagna con cui chiedeva ai bambini di raccontare le proprie aspirazioni. Peccato che nel frattempo ben altri sogni aveva deciso di infrangere.

Imap non ha retro terra produttivo e come tutte le imprese distributive moderne ottiene i suoi capi d’abbigliamento da fornitori sparsi in tutto il mondo, in particolare Cina e Indonesia. Uno dei suoi principali fornitori è PT SCE, impresa localizzata in Indonesia, che si contraddistingue per il disprezzo dei diritti dei lavoratori. Su 1400 dipendenti, solo il 10% è assunto a tempo indeterminato. Tutti gli altri sono precari per essere ricattati meglio. E quando, nel 2012, un gruppo di lavoratori ha osato formare un sindacato aziendale indipendente, è scattata la rappresaglia: 42 lavoratori, per la maggior parte aderenti al sindacato sono stati licenziati illegalmente.

spanduk_solidaritas_SCE_dibentangkan_di_tugu_proklamasiSabato 13 dicembre si è tenuta una manifestazione dei lavoratori e dei sindacati di fronte all'ambasciata italiana di Jakarta. Già l’8 novembre 2012, esponenti della Campagna Abiti Puliti e del sindacato Filcams/Cgil avevano incontrato una rappresentanza di Imap per indicare i passi che l’azienda dovrebbe compiere per indurre PT SCE a comportamenti corretti. Ma a distanza di più di un mese non si vedono ancora iniziative concrete. Per questo abbiamo deciso di denunciare pubblicamente l’accaduto, coinvolgendo la cittadinanza nella campagna “Raccontiamo il loro incubo”: chiunque, attraverso il sito raccontiamoilloroincubo.abitipuliti.org, potrà mandare una lettera alla dirigenza dell’azienda italiana, chiedendogli di firmare il protocollo sulla Libertà di Associazione sindacale già siglato da importanti marchi internazionali che operano in Indonesia, e alla dirigenza del fornitore indonesiano chiedendo che

  • Ponga fine a qualunque atto di violenza o di intimidazione ai danni dei lavoratori della PT SC Enterprises, firmi il Protocollo sulla Libertà di Associazione e renda questo protocollo disponibile a tutti i lavoratori.
  • Reintegri i 42 lavoratori licenziati arbitrariamente, in conformità con la raccomandazione ufficiale del Klaten Regency Department of Manpower (no 567/1320/14).
  • Ponga fine a ogni forma di lavoro straordinario forzato (anche noto come “lavoro esteso” o “ore fedeltà”). Il lavoro straordinario deve essere effettuato in conformità con la legge, ovvero non deve essere obbligatorio, deve essere pagato  il dovuto e non  deve superare le 14 ore a settimana.
  • Abolisca il sistema di assunzioni a breve termine. Tutti i contratti dei lavoratori dovrebbero essere registrati in base alla legge e i lavoratori devono essere impiegati a tempo indeterminato.
  • Cessi ogni attività discriminatoria ai danni delle donne lavoratrici

 

sampai_di_kedubes_italia_spanduk_solidaritas_SCE_tuntutan_kawan-kawan_buruh_SCE2“Se tutti i sogni dei bambini diventassero realtà, il mondo sarebbe pieno di ballerine, astronauti ed eroi con i superpoteri”, sosteneva Original Marines nella sua campagna. Ma forse basterebbe un mondo in cui quei bambini, divenuti adulti, non venissero sfruttati e maltrattati all’interno di filiere internazionali utilizzate da aziende come Original Marines. Ecco perché mentre loro raccolgono i vostri sogni, noi vi raccontiamo gli incubi che ci hanno regalato.


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Etichette di Puff Daddy tra le macerie

enyceIl rapper e produttore americano, Sean Combs, meglio noto come Puff Daddy o P Diddy, è stato chiamato in causa dagli attivisti dopo la scoperta del legame tra il suo brand ENYCE e il tragico incendio che ha ucciso 120 operai tessili bengalesi lo scorso sabato. Etichette della sua ENYCE sono state trovate tra i resti bruciati della fabbrica tessile Tazreen Fashions.

“Siamo sicuri che Mr Combs è scioccato quanto noi per aver scoperto che la sua azienda è implicata in una simile tragedia” ha detto Liz Parker della Clean Clothes Campaign. “Lo invitiamo pertanto ad usare la sua influenza per assicurare che le fabbriche di indumenti siano luoghi sicuri per chi vi lavora”.

Altre etichette e documenti trovati nella fabbrica riguardano Walmart, C&A, Edinburgh Woollen Mill, Piazza Italia, Kik, Teddy Smith, Ace, Dickies, Fashion Basics, Infinity Woman, Karl Rieker GMBH & Co., e True Desire (Sears). Finora solo C&A e Li & Fung, un intermediario con sede ad Hong Kong, hanno confermato di essere acquirenti della fabbrica al momento dell’incendio.

La CCC e i suoi partner stanno lavorando per avere risposte ufficiali da ciascuno degli altri brand in merito al loro rapporto con la Tazreen Fashions e i loro proprietari TUBA Group. Inoltre stanno chiedendo a tutti gli acquirenti di effettuare immediatamente un’inchiesta per accertare l’esatta dinamica dei fatti e di garantire che adeguate compensazioni vengano pagate alle vittime e ai loro familiari. È particolarmente urgente che i feriti ricevano velocemente le cure mediche di cui necessitano.

Per prevenire future tragedie, la CCC, insieme ai sindacati e alle organizzazioni per i diritti dei lavoratori, ha messo a punto un piano d’azione specifico che include un programma di ispezioni indipendenti e trasparenti, una rivalutazione obbligatoria degli edifici in cui si riforniscono i marchi internazionali, una ricognizione di tutte le leggi e le norme di sicurezza esistenti, un impegno a pagare prezzi adeguati a coprire i costi e il coinvolgimento diretto dei sindacati in corsi di formazione per i lavoratori su salute e sicurezza. La CCC invita nuovamente i marchi internazionali a sottoscrivere immediatamente questo piano d’azione.

L’evento della Tazreen Fashions porta a circa 700 il totale dei lavoratori morti in incendi di fabbrica in Bangladesh dal 2006. Un secondo incendio divampato ieri in Dhaka, ferendo molti lavoratori, testimonia ancora una volta la necessità di misure immediate per prevenire future tragedie.

Proteste per l’incendio si stanno diffondendo in tutta Dhaka e non solo, spinte dalla rabbia e dalla disperazione per la perdita di così tante vite umane. Ineke Zeldenrust della CCC ha dichiarato: ”I marchi internazionali, i datori di lavoro e le autorità sono tutti corresponsabili per questa inutile sofferenza. Tutto ciò deve finire ora - non ci possono essere più scuse o ritardi che costringano i lavoratori a vivere nella miseria o a morire per produrre i nostri vestiti”.