Basta lavoro forzato degli Uiguri e dei turco musulmani

72 gruppi impegnati nella difesa dei diritti degli Uiguri, insieme ad oltre 100 organizzazioni della società civile e sindacati, chiedono ai marchi della moda e ai loro distributori di porre fine al lavoro forzato nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang e non essere più complici delle violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo cinese. Le associazioni chiedono in particolare ai brand di interrompere tutti i rapporti con le fabbriche coinvolte in pratiche di lavoro forzato e terminare tutti gli ordini di forniture provenienti dalla Regione Uigura, dal cotone ai prodotti finiti, entro 12 mesi.

Ora è tempo che marchi, governi e organismi internazionali agiscano concretamente: basta vuote dichiarazioni. Per porre fine alla schiavitù e agli abusi nei confronti delle popolazioni Uigure, Kazake e turco musulmane da parte del governo cinese, i marchi devono garantire che le loro catene di fornitura non siano collegate a queste atrocità. L’unico modo per assicurare che non traggano profitto da questo sfruttamento è abbandonare la regione e terminare ogni tipo di relazione con i fornitori che sostengono questo sistema” ha dichiarato Jasmine O’Connor OBE, CEO di Anti-Slavery International.

Il governo cinese ha imprigionato dagli 1 agli 1,8 milioni fra uiguri e turco musulmani in campi di detenzione e lavoro forzato: si tratta del più grande internamento di una minoranza etnica e religiosa dalla Seconda Guerra Mondiale. Le atrocità nella Regione Uigura – torture, separazioni forzate delle famiglie, sterilizzazione obbligatoria delle donne uigure – sono ampiamente riconosciute come crimini contro l’umanità. Elemento centrale della strategia del governo per dominare il popolo uiguro è un vasto sistema di lavoro forzato, che colpisce fabbriche e fattorie nella regione e in tutta la Cina, sia all'interno che all'esterno dei campi di internamento.

Gulzira Auelkhan, una donna kazaka detenuta in un campo di internamento e poi costretta al lavoro forzato in una fabbrica ci ha riferito: “La fabbrica di vestiti non era diversa dal campo di internamento. C’erano polizia, telecamere, non potevi andare da nessuna parte”.

Nonostante l’indignazione globale per gli abusi, i principali marchi della moda rafforzano esponenzialmente il proprio potere economico e presenza sul mercato, macinando profitti approfittando di questa situazione. I brand continuano a rifornirsi di milioni di tonnellate di cotone e filato dalla Regione Uigura. Circa 1 abito in cotone su 5 venduto nel mondo contiene materiale proveniente da questa zonaed è praticamente certo che molti di questi prodotti siano ottenuti attraverso il lavoro forzato.

I marchi multinazionali dovrebbero chiedersi se si sentono a loro agio nel contribuire alle politiche di genocidio contro il popolo uiguro. Finora sono riusciti a sottrarsi alle accuse di complicità: ma ora basta” ha dichiarato Omer Kanat, Executive Director del Uyghur Human Rights Project.

Le multinazionali più importanti hanno dichiarato di non tollerare il lavoro forzato nelle loro catene di fornitura, ma ancora non hanno spiegato come intendano mettere fine a queste pratiche e continuano a fare affari sulla pelle degli Uiguri e dei turco musulmani in Cina.

I lavoratori forzati nella Regione Uigura rischiano violente rappresaglie quando denunciano la loro situazione. Il clima generale rende impossibile eseguire indagini preventive su una azienda e permette ai marchi di continuare gli abusi” ha dichiarato Scott Nova, Executive Director del Worker Rights Consortium.

Vista la mancanza di influenza e l’incapacità di prevenire e mitigare gli abusi, i marchi e i distributori devono fare tutto ciò che possono per mettere fine alle relazioni commerciali con la Regione Uigura e assumersi le proprie responsabilità nel rispetto dei diritti umani così come previsto dai Principi Guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani” ha dichiarato David Schilling, Senior Program Director of Human Rights presso l’Interfaith Center on Corporate Responsibility.

Ha ancora un senso la responsabilità di impresa? Se sì, i marchi della moda devono agire subito,      quando giornalisti indipendenti, esperti delle Nazioni Unite, organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani riferiscono gravi abusi” ha dichiarato Jennifer (JJ) Rosenbaum, Executive Director del Global Labor Justice - International Labor Rights Forum. “I principi su imprese e diritti umani richiedono che i marchi smettano subito di utilizzare cotone e lavoro della Regione Uigura nelle loro catene di fornitura”.

Questa è l’ennesima dimostrazione che è scaduto il tempo per generiche dichiarazioni di principio basate su un approccio volontario. Servono norme vincolanti per regolare la condotta delle imprese in materia di diritti umani e imporgli di attuare politiche efficaci di dovuta diligenza per identificare e prevenire gli abusi derivanti dalle loro attività economiche lungo la catena di fornitura. E quando tali violazioni emergono in tutta la loro gravità, di attuare azioni rimediali efficaci ed immediate” dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, coalizione italiana della CCC.




Le nostre richieste

Le organizzazioni chiedono ai marchi multinazionali e ai loro distributori di:

  • Interrompere le forniture di cotone, filati, tessuti e prodotti finiti dalla Regione Uigura. Visto che il cotone e i filati della Regione vengono utilizzati per produrre abiti in Cina e molti altri Paesi, i marchi devono imporre ai propri fornitori di non utilizzarli nelle loro produzioni
  • Interrompere le relazioni con le aziende implicate nell’uso di lavoro forzato – quelle che operano nella Regione Uigura e hanno accettato sussidi e/o manodopera dal governo cinese. Ad esempio: Esquel Group basato ad Hong Kong e le aziende cinesi basate fuori dalla Regione Uigura, comeHuafu Fashion Co., Lu Thai Textile Co., Jinsheng Group (società madre della Litai Textiles/Xingshi), Youngor Group e Shandong Ruyi Technology Group Co.
  • Impedire a qualsiasi fornitore fuori dalla Regione Uigura di utilizzare lavoratori uiguri o turco musulmani forniti attraverso lo schema cinese del lavoro forzato
  • Nota: intraprendere queste azioni non preclude per i brand la possibilità di rifornirsi altrove in Cina se il cotone e i filati non provengono dalla Regione Uigura e i fornitori non usano lavoro forzato di uiguri e turco musulmani

I marchi coinvolti

Praticamente tutta l’industria della moda è coinvolta nell’uso di lavoro forzato uiguro e turco musulmano. Inchieste e report affidabili dell’Associated Press, Australian Broadcasting Corporation, Australian Strategic Policy Institute, Axios, Congressional-Executive Commission on China, Global Legal Action Network e del Wall Street Journal hanno collegato questi marchi e distributori a casi specifici di lavoro forzato uiguro:

  • Abercrombie & Fitch
  • adidas
  • Amazon
  • Badger Sport (Founder Sport Group)
  • C&A (Cofra Holding AG)
  • Calvin Klein (PVH)
  • Carter’s
  • Cerruti 1881 (Trinity Limited)
  • Costco
  • Cotton On
  • Dangerfield (Factory X Pty Ltd)
  • Esprit (Esprit Holdings Ltd.)
  • Fila (FILA KOREA Ltd)
  • Gap
  • H&M
  • Hart Schaffner Marx (Authentic Brands Group)
  • Ikea (Inter IKEA Systems B.V.)
  • Jack & Jones (Bestseller)
  • Jeanswest (Harbour Guidance Pty Ltd)
  • L.Bean
  • Lacoste (Maus Freres)
  • Li-Ning
  • Mayor
  • Muji (Ryohin Keikaku Co., Ltd.)
  • Nike
  • Patagonia
  • Polo Ralph Lauren (Ralph Lauren Corporation)
  • Puma
  • Skechers
  • Summit Resource International (Caterpillar)
  • Target Australia (Wesfarmers)
  • The North Face (VF) *
  • Tommy Hilfiger (PVH)
  • Uniqlo (Fast Retailing)
  • Victoria’s Secret (L Brands)
  • Woolworths (Woolworth Corporation, LLC.)
  • Zara (Inditex)
  • Zegna

La coalizione

La Coalizione per fermare il lavoro forzato nella Regione Uigura raggruppa organizzazioni della società civile e sindacati impegnati a mettere fine al lavoro forzato sostenuto dalla Stato cinese nella Regione Uigura, chiamata dalla popolazione locale East Turkistan.

Hanno aderito:

  1. ABVV-FGTB (General Labour Federation of Belgium)
  2. achACT (Actions Consumers Workers)
  3. ACV-CSC (Confederation of Christian Trade Unions)
  4. ACV-CSC METEA (Metal and Textile Industries Trade Union)
  5. Advocates for Public Interest Law
  6. AFL-CIO
  7. Alberta Uyghur Association
  8. altraQualità
  9. Anti-Slavery International
  10. Arisa Foundation
  11. Arise Foundation
  12. Arzu Uigurischer Kuturverein e.V. (Azru Uyghur Cultural Association)
  13. Asian Solidarity Council for Freedom and Democracy
  14. Association des Ouïghours de France (Association of French Uyghurs)
  15. Athenai Institute
  16. Australia Tibet Council
  17. Australian Council of Trade Unions
  18. Australian East Turkestan Association
  19. Australian Uyghur Association
  20. Australian Uyghur Tangritagh Women’s Association
  21. Austria Uyghur Association
  22. Azzad Asset Management
  23. Bangladesh Garment and Industrial Workers’ Federation
  24. Belgium Uyghur Association
  25. Bishkek Human Rights Committee
  26. Campagna Abiti Puliti
  27. Campaign for Uyghurs
  28. Canada East Turkestan Union
  29. Central Eurasian Studies Society
  30. China Aid Association
  31. China Labor Watch
  32. China Labour Bulletin
  33. Christian Solidarity Worldwide
  34. Citizen Power Initiatives for China
  35. Clean Clothes Campaign
  36. Collectif Ethique sur l’étiquette
  37. Comité de Apoyo al Tíbet (Tibet Support Committee)
  38. CORE Coalition
  39. Corporate Accountability Lab
  40. Covenants Watch
  41. Dabindu Collective
  42. Daniye Uyghur Jama’itining Wekili (Denmark Uyghur Association)
  43. Doğu Türkistan Basin ve Medya Derneği (East Turkistan Press and Media Association)
  44. Doğu Türkistan Gençlik Derneği (East Turkistan Youth Association)
  45. Doğu Türkistan Kültür Merkezi Duisburg (East Turkistan Cultural Center Duisburg)
  46. Doğu Türkistan Maarif ve Dayanimsa Derneği (East Turkistan Education and Solidarity Association)
  47. Doğu Türkistan Muhacirlar Derneği (East Turkistan Immigrants Association)
  48. Doğu Türkistan Nuzugum Kültür ve Aile Derneği (Nuzugum Culture and Family Centre)
  49. Doğu Türkistan Spor ve Gelişim Derneği (East Turkistan Sports and Development Association)
  50. Doğu Türkistan Yeni Nesil Hareketi Derneği (East Turkistan New Generation Movement)
  51. Dutch Uyghur Human Rights Foundation
  52. Dutch Uyghur, Tibet, Mongol People Cooperation Organization
  53. East Turkestan Union in Europe
  54. East Turkistan Art & Science Institute
  55. East Turkistan Association of Canada
  56. East Turkistan Cultural and Solidarity Association
  57. East Turkistan Foundation
  58. East Turkistan Human Rights Watch Association
  59. East Turkistan Information Center
  60. East Turkistan National Council
  61. East Turkistan Union in Europe
  62. Eastern Turkistan Uyghur Association in the Netherlands
  63. FAIR (Fair Trade Cooperative)
  64. Fair Action
  65. Fashion Roundtable
  66. FGTB – CG (General Union Belgium)
  67. FIDH (International Federation for Human Rights )
  68. Formosan Association for Public Affairs
  69. FOS (Solidarity for the socialist movement in Flanders)
  70. Free Tibet
  71. Freedom Fund
  72. Freedom United
  73. Garment Labour Union
  74. Gender Alliance for Development Center
  75. Global Aktion
  76. Global Alliance Against Traffic in Women
  77. Global Labor Justice – International Labor Rights Forum
  78. Global Legal Action Network
  79. God Bless HK
  80. Grupo de Apoio ao Tibete (Tibet Support Group)
  81. H&M Hong Kong Staff Union
  82. Hong Kong Global Connect
  83. HOPE not hate
  84. Human Rights in China
  85. Human Rights Now
  86. Human Rights Watch
  87. Humanity Beyond Borders
  88. Interfaith Center on Corporate Responsibility
  89. International Campaign for Tibet
  90. International Commission of Jurists
  91. International Dalit Solidarity Network
  92. International Service for Human Rights
  93. International Trade Union Confederation
  94. Isa Yusuf Alptekin Foundation
  95. Islamic Information & Services Foundation
  96. Ittipak Uyghur Society of the Kyrgyz Republic
  97. Japan Uyghur Association
  98. Japan Uyghur Union
  99. Jewish World Watch
  100. Justice For All
  101. Kazakhstan National Culture Center
  102. Keep Taiwan Free
  103. Korean House for International Solidarity
  104. Labour Behind the Label
  105. Lantos Foundation for Human Rights & Justice
  106. Malaysia Consultative Council of Islamic Organizations
  107. Maquila Solidarity Network
  108. Mavi Hilal
  109. Minaret Foundation
  110. Movimento Consumatori (Consumer Movement)
  111. Netwerk Bewust Verbruiken (Network for Conscious Consumption)
  112. Norwegian Uyghur Committee (NUK)
  113. Open Gate La Strada Macedonia
  114. Pakistan Ömer Uyghur Foundation
  115. Peace Catalyst International
  116. Public Citizen
  117. Qutatqu Bilik Institute
  118. Rafto Foundation for Human Rights
  119. Reconstructionist Rabbinical Association
  120. Religious Freedom Institute
  121. René Cassin
  122. Responsible Sourcing Network
  123. Robert F Kennedy Human Rights
  124. Satuq Bughrahan Science and Culture Center
  125. SAVE (Social Awareness and Voluntary Education)
  126. Save Tibet
  127. Science, Education and Research Foundation
  128. SHARE (Shareholder Association for Research & Education)
  129. Shukr Foundation
  130. Society for Threatened Peoples
  131. Society Union of Uyghur National Association
  132. Solidarity China
  133. Stand with Hong Kong
  134. Stefanus Alliance International
  135. STOP THE TRAFFIK
  136. Südwind
  137. SÜDWIND-Institut
  138. Suomen Ita Turkestan Yhdistys (Finland East Turkistan Association)
  139. Sweden East Turkistan Education Association
  140. Sweden Mahmut Kashgeri Mother Tongue School
  141. Sweden Uyghur Education Association
  142. T’ruah
  143. Taiwan Association for Human Rights
  144. Taklimakan Islamiska Kultur Center
  145. TERRE DES FEMMES Schweiz
  146. The Rights Practice
  147. Tibet Justice Center
  148. Tibet Support Group
  149. Tibetan Youth Association in Europe
  150. Trades Union Congress
  151. Uighur U.K. Association
  152. Uigurischer Veren Schweiz (Swiss Uyghur Association)
  153. Uiguriska Utbildingsföreningen (Uyghur Education Association)
  154. UK Uyghur Community
  155. United Students Against Sweatshops
  156. Unrepresented Nations and Peoples Organization
  157. Unseen UK
  158. US Tibet Committee
  159. Uyghur Academy
  160. Uyghur Academy America
  161. Uyghur Academy Australia
  162. Uyghur Academy Europe
  163. Uyghur Aid
  164. Uyghur American Association
  165. Uyghur Association of Victoria
  166. Uyghur Collective
  167. Uyghur Democracy and Human Rights Center
  168. Uyghur Forum
  169. Uyghur Human Rights Project
  170. Uyghur Media Center
  171. Uyghur Mothers’ Union in Germany
  172. Uyghur Radio TV
  173. Uyghur Rally
  174. Uyghur Relief Fund
  175. Uyghur Research Institute
  176. Uyghur Rights Advocacy Project
  177. Uyghur Solidarity Campaign
  178. Uyghur Support Group Netherlands
  179. Uyghur Transitional Justice Database
  180. Uyghur Youth Union in Kazakhstan
  181. Uzbekistan Uyghur Culture Center
  182. Victims of Communism Memorial Foundation
  183. Victoria Hong Kong Tertiary Student Association
  184. Walk Free
  185. We Social Movements
  186. Worker Rights Consortium
  187. World Uyghur Congress

Materiali di approfondimento


Fast fashion, una campagna digital per cambiare il sistema moda in Italia

Al via oggi #CambiaMODA!, iniziativa promossa da Istituto Oikos, Mani Tese e Fair per mobilitare i cittadini e fare pressione su aziende e decisori politici. La richiesta: favorire un’industria dell’abbigliamento trasparente, che rispetti l’ambiente e le persone.

L’industria tessile è una delle più inquinanti al mondo: produce 1,2 miliardi di tonnellate l’anno di gas serra, più dei trasporti aerei e marittimi internazionali messi insieme (Ellen MacArthur Foundation 2017). Questo settore ha impatti enormi anche sul consumo dell’acqua: basti pensare che per produrre una sola t-shirt ne occorrono circa 3.900 litri, quanta ne beve in media una persona in 5 anni (Friends of the Earth 2015). Secondo i dati della Campagna Abiti Puliti, coalizione italiana della Clean Clothes Campaign, si stima che 60 milioni di lavoratori alimentino l’industria globale dell’abbigliamento, generando miliardi di profitti. La maggior parte lavora per un numero di ore disumano e fa più di un lavoro per far quadrare i conti. Circa l’80% di questa forza lavoro è composta da donne e non percepisce un reddito dignitoso.

L’impatto della pandemia
Oggi, complice la pandemia che ha colpito il pianeta, questa industria sta affrontando una crisi economica e sociale senza precedenti e a pagarne il prezzo più alto sono i milioni di lavoratori e lavoratrici impiegati nel settore. Il coronavirus ha reso ancora più evidenti i limiti di un sistema globale fondato sulle disuguaglianze, che annulla le tutele ed espone tutti a un futuro incerto. I marchi hanno fatto perdere all’industria dell’abbigliamento miliardi di dollari cancellando gli ordini indebitamente e facendo fallire molte fabbriche, con conseguenze devastanti sui lavoratori. Rifiutando di pagare prezzi che consentano ai lavoratori di percepire un salario dignitoso, i marchi committenti lasciano le persone che producono i loro vestiti senza alcun mezzo di sostentamento. Milioni di lavoratori vivono a rischio di precarietà abitativa e di sussistenza e molte fabbriche sono al collasso economico.

La campagna e la comunità #CambiaMODA!
Per questo motivo Istituto Oikos, Mani Tese e Fair lanciano la nuova piattaforma #CambiaMODA! (www.cambiamoda.it): l’obiettivo ambizioso è contribuire a cambiare il sistema moda in Italia.
Nella forte convinzione che una comunità abbia più forza e più potere del singolo, l’invito è rivolto soprattutto ai giovani. Per incoraggiarli ad aderire all’iniziativa e chiedere a gran voce: adeguati ammortizzatori sociali per i lavoratori del settore colpiti dall’attuale crisi; misure sanitarie e di sicurezza efficaci ed eque condizioni di lavoroper tutti e tutte; una riduzione drastica di rifiuti, inquinamento ed emissioni di CO2 da parte dei grandi marchi;verità e trasparenza su come vengono prodotti i vestiti che compriamo.

Come aderire
Entrare a far parte della comunità #CambiaMODA! è molto semplice: basta registrarsi sul sito www.cambiamoda.it. Sono molti i modi in cui contribuire: da una semplice azione sui social a una più attiva partecipazione agli eventi e iniziative promossi nell’ambito della campagna di sensibilizzazione, fino alla scelta di unirsi al team di ambassadors che ha già deciso di abbracciare la causa. Tra queste, molte persone che hanno fatto della passione per moda e lifestyle il proprio lavoro, come la fashion design blogger Marinella Rauso, la youtuber Sofia Viscardi, la travel blogger Francesca Barbieri.

Un cambio di rotta decisivo, che favorisca filiere trasparenti, responsabili ed eque, è quindi estremamente urgente: per proteggere l’ambiente, la salute e i diritti di tutte le persone coinvolte nella filiera, in Italia e nel mondo.


Le aziende del settore tessile devono garantire agli operai la continuità della retribuzione durante questa crisi

I lavoratori dell'abbigliamento sono tra i più economicamente vulnerabili nella crisi COVID-19, a causa delle disuguaglianze strutturali nelle catene globali di fornitura. Un appello lanciato oggi dalle organizzazioni per i diritti dei lavoratori e dai sindacati, esorta le aziende di abbigliamento a garantire che tutti i lavoratori delle loro catene di fornitura ricevano il trattamento retributivo migliore fra il loro stipendio contrattuale e quello garantito dalla legge, inclusi i benefit.

Annullando gli ordini, ritardando la pianificazione di nuovi ordini o forzando sconti su merci già prodotte, le aziende di abbigliamento hanno creato una situazione in cui i fornitori non sono in grado di pagare i lavoratori in tempo o addirittura per nulla. Dopo la recente protesta pubblica, un certo numero di aziende si sono impegnate a pagare tutti gli ordini effettuati prima della pandemia. Ma questo non è sufficiente.

Oggi, le organizzazioni di attivisti per i diritti del lavoro e i sindacati esortano le aziende di abbigliamento ad impegnarsi pubblicamente per garantire che tutti coloro che lavorano lungo la filiera del settore dell'abbigliamento, tessile, calzaturiero e logistico, impiegati all'inizio della crisi COVID-19, ricevano il loro stipendio contrattuale o stabilito per legge con i benefit, comprese le retribuzioni arretrate o l'indennità di licenziamento. Inoltre, queste organizzazioni esortano le imprese ad assicurare il pagamento di un premio aggiuntivo sugli ordini futuri per stabilire un fondo di garanzia vincolato con l’obiettivo di sostenere una maggiore protezione sociale per i lavoratori.

Le aziende hanno la responsabilità di prevenire, mitigare e porre rimedio alle violazioni dei diritti umani nelle proprie catene di fornitura. Garantendo che i lavoratori ricevano il salario dovuto, le imprese adempiono in parte ai loro obblighi di dovuta diligenza, che comprendono anche la garanzia di un trattamento non discriminatorio dei lavoratori, protezione sociale e condizioni di lavoro sicure che non espongano i lavoratori a infezioni o ad altri rischi per la salute.

Le organizzazioni della rete della Clean Clothes Campaign contatteranno le imprese di abbigliamento con queste richieste direttamente e attraverso una campagna pubblica imminente.

Background

Dall'inizio di questa pandemia, con il prosciugamento della fornitura di materie prime dalla Cina, i lavoratori dell'abbigliamento hanno sofferto economicamente, e i lavoratori in Asia in particolare si sono trovati di fronte alla chiusura di fabbriche e al mancato pagamento di salari e indennità di licenziamento. Da marzo, quando molti paesi hanno deciso le serrate nazionali per contenere il virus, i lavoratori dell'abbigliamento hanno lavorato in condizioni non sicure, non hanno ricevuto i loro salari, e hanno subito licenziamenti discriminatori o ristrutturazioni quando i marchi di abbigliamento hanno improvvisamente annullato o rifiutato di pagare il prezzo concordato per gli ordini. Salari di povertà sono endemici in tutta l'industria e, per i lavoratori dell'abbigliamento, essere pagati in ritardo significa non avere abbastanza risorse per comprare cibo. In Bangladesh, migliaia di lavoratori hanno avuto poca scelta se non scendere in piazza in proteste di massa da aprile, inizialmente per chiedere il loro salario di marzo, poi il loro salario di aprile, e più recentemente i bonus legalmente dovuti per l'Eid.

Le aziende del settore dell'abbigliamento hanno beneficiato per decenni del lavoro a basso salario - che in genere rappresenta solo un terzo del salario minimo dignitoso - in paesi con scarsa protezione sociale e leggi sul lavoro permissive. Ciò ha permesso alle imprese di accumulare profitti che hanno riempito le tasche dei proprietari miliardari delle aziende e dei loro azionisti. Assumendo consapevolmente il rischio di costruire profitti su un sistema a basso costo che non ha permesso l'istituzione di meccanismi di protezione sociale o di pagare i lavoratori abbastanza per consentire risparmi, queste aziende ora devono affrontare le conseguenze e pagare i lavoratori quello che gli spetta.

Le imprese si impegnino a garantire i salari pubblicando la seguente dichiarazione:

[Nome azienda] assicura pubblicamente che tutti i lavoratori della filiera dell'abbigliamento, tessile, calzaturiero e logistica impiegati nella nostra catena di fornitura, che erano già impiegati all'inizio della crisi di Covid-19, indipendentemente dallo status lavorativo, riceveranno i loro stipendi e benefici legali o contrattuali, in base al trattamento migliore, inclusi gli arretrati salariali (stipendio arretrato) e, se del caso, la liquidazione negoziata.

Forniremo fondi sufficienti a garantire che, in combinazione con altri aiuti forniti ai lavoratori da parte di datori di lavoro, governi locali e istituzioni internazionali, i lavoratori abbiano un reddito pari a quello ricevuto prima della crisi. In tal modo, forniremo immediato e necessario sollievo ai lavoratori, ed eserciteremo la nostra responsabilità di prevenire e mitigare gli impatti negativi sui diritti umani nelle nostre catene di approvvigionamento, e di provvedere o cooperare nella riparazione del danno.

In futuro, sosterremo una maggiore protezione sociale per i lavoratori impegnandoci a pagare un premio sul prezzo degli ordini futuri da versare in un fondo di garanzia riservato alle indennità di licenziamento e ai salari arretrati nei casi in cui i datori di lavoro della nostra filiera siano insolventi, o altrimenti abbiano licenziato lavoratori, firmando un accordo vincolante con i sindacati dei lavoratori del settore, in linea con la raccomandazione 202, la Convenzione 95 e la Convenzione 76 dell'Organizzazione Mondiale del Lavoro.


Abiti Puliti Live - Vite appese

Giovedì 28 maggio alle ore 17, per il ciclo Tra le trame della crisi,
VITE APPESE.

Le vite appese sono quelle delle commesse della fast fashion, costrette a stare sempre in piedi, ad indossare sorrisi, a piegare senza sosta i capi abbandonati nei camerini, e i loro tempi di vita ai ritmi imposti dalla società del consumo totale, 7 giorni su 7, senza sabati e domeniche. Nulla più a scandire la danza della vita, dove dovrebbe esistere un tempo per tutto: per il lavoro, per la crescita personale e le relazioni.

Interverranno:

  • Annalisa Dordoni, Università degli Studi di Milano Bicocca, autrice di “Sempre aperto. Lavorare su turni nella società dei servizi 24/7

  • Fiorella (nome di fantasia, durante la diretta sarà garantito l’anonimato), Commessa e delegata Filcams CGIL

Modera: Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti


Vincolare i fondi al rispetto dei diritti umani e ambientali. Altrimenti la pezza sarà più grande del buco

L’Italia sta per varare una misura da 55 miliardi, la più imponente della storia del paese. Il Governo sta chiedendo ai contribuenti uno sforzo presente e futuro enorme. La Campagna Abiti Puliti ha inviato oggi una lettera al Governo in cui chiede che i fondi pubblici utilizzati per la ricostruzione siano concessi solo ad aziende che si impegnano a rispettare i diritti umani sia in Italia che nel mondo e che non abbiano sede in paradisi fiscali. 

La pandemia di Covid19 non è più una emergenza solo sanitaria, ma è presto diventata anche una questione di giustizia economica e sociale.” commenta Deborah Lucchetti, portavoce della campagna. “Sono milioni le persone che hanno già perso il lavoro a causa delle politiche predatorie delle multinazionali nelle filiere globali. Se quelle aziende vogliono aiuti di Stato, devono condividere la ricchezza ricevuta con i lavoratori, non solo quelli operanti in Italia. Si può ripartire solo se nessuno è lasciato indietro.”

Stiamo assistendo a comportamenti predatori e inaccettabili: aziende che non pagano i fornitori, cancellano ordini già effettuati, licenziano o minacciano il personale, si rivolgono a fornitori esteri chiedendo prezzi stracciati costringendoli a pagare ai loro dipendenti stipendi da fame. Alcune hanno chiesto fondi di sostegno al governo italiano, anche se non pagano le tasse in Italia bensì in paradisi fiscali. Ciò sta accadendo nel settore della moda, ma non solo. Se le imprese italiane vogliono usufruire di fondi pubblici devono impegnarsi a rispettare i diritti umani e dei lavoratori in tutto il mondo, e pagare le tasse nel nostro Paese.

I cittadini italiani hanno il diritto di sapere come queste risorse saranno spese e quali aziende ne beneficeranno: per questo la Campagna Abiti Puliti chiede di fare buon uso del Registro Nazionale degli Aiuti di Stato creando una sezione specifica dedicata all’erogazione e gestione dei fondi Covid. Rendere pubbliche queste informazioni in maniera chiara e accessibile è un passo fondamentale per nutrire la democrazia e favorire una reale transizione dell’economia verso la sostenibilità.

Per facilitare la messa in pratica di tale impegno, abbiamo preparato un modulo molto semplice e precompilato: il Governo non deve fare altro che allegarlo al Decreto Maggio” aggiunge Lucchetti.

Allo stesso tempo la Campagna Abiti Puliti, in collegamento con altre coalizioni gemelle in diversi paesi europei, ha lanciato una petizione rivolta alle imprese italiane del settore moda affinché adottino condotte responsabili e non spostino il peso della crisi sanitaria sulle operaie all’altro capo delle loro catene di fornitura. 

La prossima occasione per approfondire questi temi è Giovedì 14 maggio alle ore 17. Per il ciclo Tra le trame della crisi, in diretta Facebook sulla pagina della Campagna Abiti Puliti, si terrà l’evento “Colmiamo i buchi legali. Le leggi che mancano per cucire moda sostenibile”. Insieme a Angelica Bonfanti, Professoressa associata in diritto internazionale UniMI e Gianni Rosas, Direttore OIL Ufficio per l’Italia e San Marino parleremo delle leggi che mancano per obbligare le imprese a rispettare i diritti e della necessità di avere sistemi di protezione sociale nei paesi di produzione.

Il mondo è un posto ineguale a causa di comportamenti umani e aziendali che sono evidentemente giunti al capolinea. Il Coronavirus ci ha rimesso all’anno zero. Abbiamo l’occasione di cambiare la direzione del mondo e sappiamo già come farlo.

Il momento di agire è ora.


Abiti Puliti Live - Colmiamo i buchi legali

Giovedì 14 maggio alle ore 17, per il ciclo Tra le trame della crisi,
in diretta Facebook sulla pagina della Campagna Abiti Puliti, si terrà l’evento
COLMIAMO I BUCHI LEGALI – LE LEGGI CHE MANCANO PER CUCIRE MODA SOSTENIBILE

Insieme agli ospiti parleremo delle leggi che mancano per obbligare le imprese a rispettare i diritti e della necessità di avere sistemi di protezione sociale nei paesi di produzione, di pagare prezzi equi ai fornitori.

Interverranno:

  • Angelica Bonfanti, Professoressa associata in diritto internazionale UniMI
  • Gianni Rosas, Direttore OIL Ufficio per l’Italia e San Marino

Modera: Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti


Rana Plaza al tempo della pandemia: continua la lotta per i diritti dei lavoratori

Esattamente sette anni fa, il 24 aprile 2013, 1.134 lavoratori hanno perso la vita nel peggiore incidente che si ricordi nella storia dell’industria dell’abbigliamento.  Oggi, mentre commemoriamo le vittime del crollo del Rana Plaza e rivolgiamo un pensiero a tutte le persone colpite da questa tragedia, la vita dei lavoratori è ancora una volta in pericolo. In Bangladesh, la crisi che ha investito l’industria dell’abbigliamento in seguito alla pandemia da Covid-19 indebolisce i lavoratori nella lotta incessante per ottenere maggiori diritti: sistemi di protezione sociale, salari dignitosi, libertà di organizzazione sindacale e sicurezza nei luoghi di lavoro.

 

La pandemia da coronavirus mette a rischio le conquiste fin qui ottenute a caro prezzo dai lavoratori dai tempi del Rana Plaza

In un momento di crisi senza precedenti per l’industria dell’abbigliamento, che vede il prosciugarsi della domanda, gli ordini annullati o differiti, e milioni di lavoratori affrontare lo spettro dell’indigenza, è di vitale importanza che non vadano perse le forme di tutela tanto faticosamente conquistate. Se le catene di fornitura torneranno a ricomporsi dopo la fine della pandemia, esse dovranno farsi guidare dagli insegnamenti che vengono dalla tragedia del Rana Plaza e dall’esperienza maturata con la crisi in corso. La strada da intraprendere è verso un’industria improntata a maggiore sicurezza ed equità, governata da regole vincolanti ed esigibili sui grandi temi del salario, della salute e della sicurezza, della libertà di associazione e delle tutele sociali. Niente deve tornare ad essere com’era prima del 2020 e neppure del 2013.

Dal maggio 2013, l’Accordo per la prevenzione contro gli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh, istituito in risposta alla tragedia del Rana Plaza, è riuscito a garantire luoghi di lavoro più sicuri per oltre 2 milioni di persone. L’accordo copre più di 1.600 fabbriche presso le quali è stato possibile porre rimedio al 91% di tutti i difetti di sicurezza riscontrati nel corso di ispezioni regolarmente programmate. Nel maggio 2019, una lunga battaglia legale sul diritto dell’Accordo di continuare ad operare in Bangladesh si è risolta con l’intesa che nell’arco di un anno le funzioni dell’Accordo sarebbero state trasferite al cosiddetto “RMG Sustainability Council” (RSC), un organismo partecipato dalla Bangladesh Garment Manufacturer and Exporter Association (BGMEA), associazione che rappresenta i titolari delle fabbriche.

Le organizzazioni a difesa dei diritti dei lavoratori dentro e fuori il paese, fra queste la Clean Clothes Campaign, ripetono da tempo che non può essere avviato nessun nuovo programma se prima non sono stati portati a termine gli obiettivi precedentemente fissati. Per essere efficace l’azione dell’RSC deve proseguire nel solco dell’Accordo e fare propri i suoi aspetti fondanti, con particolare riguardo ai criteri dell’obbligatorietà e della trasparenza, che andranno inseriti in un accordo internazionale da far sottoscrivere alle imprese del settore, insieme all’impegno a garantire condizioni contrattuali che consentano ai fornitori di sostenere i costi degli interventi correttivi nelle fabbriche.

Con il diffondersi della pandemia le trattative per arrivare a un’intesa si sono interrotte e l’Accordo ha sospeso la usa operatività. Mentre la data di inizio delle sue attività si avvicina, manca quasi del tutto la garanzia che l’RSC saprà svolgere un’azione di tutela efficace per i lavoratori, anche a giudicare dall’assenza di un elemento decisivo, e cioè l’impegno delle imprese a offrire ai fornitori condizioni contrattuali commisurate ai costi degli adempimenti. È pertanto di fondamentale importanza ripristinare e concludere il processo di elaborazione di un accordo internazionale legalmente vincolante che racchiuda tale impegno, così come deve essere completato il lavoro dell’Accordo prima che l’RSC ne prenda il posto. In mancanza di questo, l’RSC non si distinguerà nel suo operare dalle tante iniziative volontarie che non hanno saputo impedire il crollo del Rana Plaza.

In questi ultimi sette anni, anche grazie al contributo fattivo di numerosi rappresentanti del mondo delle imprese, è stato possibile instituire in Bangladesh un sistema assicurativo volto a garantire sostegno economico ai lavoratori vittime di infortuni e alle famiglie di chi ha perso la vita sul lavoro.  Un’iniziativa di questa portata, che ha suscitato tante attese, non deve essere ulteriormente posticipata. Sette anni dopo il crollo del Rana Plaza, al dolore delle famiglie colpite dalla disabilità o dalla morte dei propri cari non deve aggiungersi anche il dramma dell’indigenza.

La crisi che stiamo attraversando dovrebbe servire di ulteriore stimolo al rafforzamento delle misure di protezione sociale, in linea con gli standard dell’OIL in tema di indennità per malattia, disoccupazione e assistenza sanitaria. Il governo del Bangladesh deve porsi alla guida di questo processo il quale, tuttavia, non può prendere avvio senza una condivisione dei costi fra tutti i soggetti che comporranno le future filiere produttive.

Ordini annullati e chiusure delle fabbriche minacciano il futuro dell’industria dell’abbigliamento

L’assenza di solidi sistemi di sicurezza sociale e la disparità di poteri che caratterizzano le catene di fornitura sono venute dolorosamente allo scoperto con la pandemia da coronavirus. Dopo un iniziale rallentamento della produzione provocato dalla scarsità di materie prime di provenienza cinese, l’industria ha risentito notevolmente della cancellazione degli ordini da parte degli acquirenti occidentali e della determinazione dei marchi di non piazzarne di nuovi. Una ricerca condotta dal Penn State Center for Global Workers’ Rights indica che alla fine del mese di marzo quasi la metà delle fabbriche si è vista annullare buona parte degli ordini quasi pronti per la spedizione.

L’indignazione suscitata da queste notizie ha convinto alcuni acquirenti a rivedere la loro decisione e ad accettare di pagare per gli ordini già in produzione. Un numero rilevante di grandi marchi acquirenti, in particolare Arcadia, Gap, Walmart, Tesco, ma non solo, si mostra irremovibile e rifiuta di pagare e di ricevere gli ordini completati anche a costo di violare i contratti di commessa. A fare le spese di comportamenti così irresponsabili sono in ultima analisi i lavoratori.

Dopo l’annuncio dato dal governo il 25 marzo del lockdown generale con scadenza il 4 aprile, molte fabbriche di confezioni hanno chiuso e migliaia di lavoratori sono rientrati ai loro villaggi dalle famiglie. Gli imprenditori non avevano l’obbligo di sospendere le attività ed è per questo che un numero non trascurabile di fabbriche ha continuato a operare. Al termine del periodo di chiusura forzata, migliaia di persone si sono rimesse in cammino verso le città per ritornare al lavoro e ritirare la busta paga di marzo, percorrendo la distanza a piedi o con mezzi di fortuna a causa del blocco dei mezzi pubblici. Una volta arrivati, e solo in quel momento, sono stati informati che la chiusura era stata prorogata o che erano stati licenziati, quasi tutti senza neppure ricevere gli arretrati del mese di marzo.

“I lavoratori sono rientrati nei luoghi di lavoro correndo seri rischi per la loro sicurezza e spendendo molti soldi per il trasporto”, ha detto Kalpona Akter, presidentessa della Bangladesh Garments and Industrial Workers Federation, “Le decisioni irrazionali dei proprietari delle fabbriche non hanno messo a rischio solo la vita dei dipendenti ma quella dell’intera popolazione. La notizia del controesodo forzato dei lavoratori ha fatto discutere a livello nazionale e solo allora le organizzazioni datoriali BGMEA e BKMEA si sono convinte a concedere alle aziende associate un periodo di sospensione generale delle attività”.

Nonostante la proroga delle misure restrittive decisa dal governo, alcune fabbriche hanno riaperto obbligando i dipendenti a rientrare sotto la minaccia del licenziamento o della perdita dei salari arretrati. La BGMEA ha ribadito l’intenzione di riaprire tutte le fabbriche dopo il 25 aprile. I lavoratori non devono correre rischi per la loro salute e sicurezza da una riapertura frettolosa. In questo periodo di emergenza sanitaria spetta ai datori di lavoro garantire il benessere dei loro dipendenti, corrispondere per intero le retribuzioni dovute mediante i sistemi digitali predisposti dal governo, cessare i tagli di personale, reintegrare chi è stato licenziato all’inizio della pandemia e, quando si potrà riprendere il lavoro in sicurezza, fornire adeguate misure di protezione e congedi per malattia.

È compito del governo favorire la creazione di sistemi di protezione sociale per i lavoratori estendendone gli effetti a chi è stato licenziato o messo in congedo non retribuito, e vigilare affinché le erogazioni avvengano sotto la responsabilità dei datori di lavoro e delle imprese acquirenti in modo trasparente e con verifiche indipendenti.

I marchi e i distributori non si sono assunti le loro responsabilità, disinteressandosi della sopravvivenza economica dei lavoratori, e non sono intervenuti nei confronti delle imprese fornitrici per impedire iniziative sconsiderate. Al contrario, con il loro rifiuto di pagare gli ordini già in lavorazione e il tentativo di giocare al ribasso sui prezzi, hanno messo i partner commerciali in difficoltà, lasciando loro poco margine per il pagamento delle retribuzioni di marzo e dei mesi a venire. I marchi hanno il dovere di assicurare il pagamento degli ordini e garantire, insieme con i fornitori, la corresponsione delle retribuzioni per tutta la durata dell’emergenza sanitaria, per non abbandonare i lavoratori all’indigenza e senza garanzie occupazionali.

La crisi mostra tragicamente che i sette anni trascorsi non sono riusciti a modificare le disparità di potere esistenti fra i lavoratori e i datori di lavoro. I dipendenti delle fabbriche ospitate nel Rana Plaza erano consapevoli del pericolo che correvano entrando quel tragico giorno nell’edificio in cui lavoravano, ma era più forte la paura di perdere un mese intero di salario perché questa era la minaccia dei loro superiori. Ancora oggi milioni di lavoratori sono messi di fronte alla scelta impossibile fra la salute e la sopravvivenza. Altri saranno nuovamente obbligati a presentarsi al lavoro nella consapevolezza che potrebbero perdere la vita. Per come sono costruite le catene di fornitura è facile per i datori di lavoro, gli acquirenti e i governi scaricare le responsabilità per qualsiasi danno subisca un lavoratore, così com’è avvenuto dopo il crollo del Rana Plaza. È arrivato il momento che i soggetti economici e decisionali di queste filiere si impegnino in un programma comune a sostegno dei diritti dei lavoratori.

Proteste salariali

Esasperati dall’insicurezza, dai salari non pagati e dai licenziamenti, i lavoratori sono scesi per le strade a protestare. È soprattutto a partire dal 12 aprile che si sono intensificati i sit-in e le manifestazioni partecipati da centinaia di persone che reclamavano la fine dei licenziamenti e il pagamento dei salari arretrati. Le proteste sono cresciute dopo che si è avuta notizia che centinaia di imprenditori hanno ignorato una disposizione del governo che prevedeva sanzioni per chi non avesse provveduto al pagamento dei salari prima del 16 aprile, e che garantiva prestiti agli imprenditori impossibilitati a far fronte ai loro obblighi.

Le proteste di piazza sono all’ordine del giorno in Bangladesh. Nonostante sia sotto gli occhi di tutti la necessità di risolvere il problema annoso degli abusi nell’industria dell’abbigliamento dopo la tragedia del Rana Plaza, ogni tentativo fatto dai lavoratori per organizzarsi viene represso con ogni mezzo perché solo mantenendo in piedi un sistema ingiusto, che si rivale sui salari, è possibile per gli attori economici continuare ad estrarre i profitti spropositati a cui sono abituati. Nel gennaio 2019 un giro di vite di proporzioni inaudite si è abbattuto sui lavoratori che si erano mobilitati in proteste pacifiche contro i salari da fame. Più di 10 mila persone sono state licenziate, molte altre sono finite in una lista nera, e sulla base di false accuse migliaia di persone sono state denunciate. In questo momento ci sono almeno venti casi in attesa di giudizio che coinvolgono centinaia di lavoratori sui quali incombe il rischio della prigione. A questi si aggiungono altri tre procedimenti penali avviati nei confronti di alcuni dirigenti sindacali per punirli del ruolo svolto nell’organizzazione delle proteste del 2016.

Quando gli edifici pubblici riapriranno, i lavoratori denunciati dovranno recarsi regolarmente in tribunale per le pratiche da sbrigare, come avveniva prima dell’emergenza sanitaria, e questo li esporrà a nuovi rischi oltre a quelli già affrontati durante la pandemia. La minaccia dell’incarcerazione accresce inoltre il livello di insicurezza percepito. È pertanto di fondamentale importanza che i casi vengano trattati immediatamente dai tribunali e che le false accuse formulate vengano respinte. Sta ai marchi, ai proprietari delle fabbriche e alle autorità agire con tempestività affinché le denunce siano ritirate e sia garantita ai lavoratori la libertà di associazione.

Amin Amirul Haque, presidente della National Garment Workers Federation, così conclude: “Le disuguaglianze presenti nelle filiere produttive globali, che adesso l’emergenza da Covid-19 ha amplificato, sono sempre esistite. È impensabile che dopo la ripresa si possa tornare alla normalità degli affari come se nulla fosse accaduto. È arrivato il momento che i marchi e i distributori mettano mano a una riforma radicale delle loro filiere e nel far questo devono dare la precedenza ai diritti dei lavoratori facendo propri i criteri della sicurezza sociale e dei salari dignitosi mediante meccanismi vincolanti e trasparenti”.

Note


Dalle macerie del Rana Plaza al Covid19: 
a pagare il conto sono sempre i lavoratori

Sette anni fa, almeno 1.134 persone persero la vita nel più grande disastro industriale della storia: il crollo del Rana Plaza. Oggi, mentre commemoriamo con dolore la morte di quei lavoratori e di quelle lavoratrici, ancora una volta ci troviamo a denunciare la situazione critica in cui milioni di persone sono costrette a vivere a causa di un potere quasi egemonico dei grandi marchi e dei distributori nella filiera tessile.

La pandemia di Covid-19 sta travolgendo l’industria della moda, minando le lotte dei lavoratori per la protezione sociale, i salari dignitosi, la libertà di associazione e le fabbriche sicure. Non appena la crisi sanitaria ha colpito le imprese di abbigliamento più grandi al mondo, queste hanno risposto addossando rischi e costi sulla parte più bassa della filiera: non pagando per ordini già eseguiti o ritirando quelli in produzione, hanno lasciato i proprietari delle fabbriche senza i mezzi finanziari per pagare gli stipendi ai propri dipendenti. Milioni di lavoratori sono ora senza una paga e senza la sicurezza di un lavoro, in aggiunta alle ovvie e non trascurabili ansie per i rischi sanitari.

Una dichiarazione congiunta dell’Organizzazione Internazionale delle Imprese (IOE) e dei Sindacati Internazionali (GUF) appena pubblicata richiama un approccio collaborativo per mitigare la perdita massiccia di vite, posti di lavoro e reddito nella filiera della moda causata dalla pandemia. I marchi che sottoscrivono tale dichiarazione si impegnano a rispettare una serie di misure minime, come pagare gli ordini in produzione ma anche impegnarsi con i governi e le istituzioni finanziarie internazionali per istituire fondi per far fronte alle esigenze immediate dei lavoratori e rafforzare piani di protezione sociale nelle catene di fornitura.

È giunto il momento in cui i brand e i distributori, inclusi quelli di e-commerce, adottino condotte responsabili, a partire dall’impegno immediato di pagare fornitori e lavoratori, avendo per anni incamerato profitto grazie ai bassi salari e all’assenza pressoché totale di previdenza sociale. Ad oggi noti marchi internazionali come Arcadia, ASOS, Bestseller, C&A, EWM/Peacocks, Gap, JCPenney, Kohl’s, Mothercare, Next, Primark, Tesco, Under Armour, Urban Outfitters e Walmart/Asda non hanno ancora preso alcun impegno per pagare gli ordini completati o in produzione. In Italia la Campagna Abiti Puliti ha chiesto di rendere conto sulle pratiche in corso a importanti firme della moda, tra cui Armani, Benetton, Calzedonia, Ferragamo, Geox, Gucci, Miroglio, Moncler, OVS, Prada, Salewa, Versace, Zegna. Al momento solo Prada e Salewa hanno fornito rassicurazioni sul fatto che rispetteranno gli impegni assunti con i fornitori al sorgere della pandemia. Il network della Clean Clothes Campaign monitorerà gli impegni dichiarati dalle aziende e ne renderà conto pubblicamente.

In particolare chiediamo ai marchi di:

  • Rispettare gli obblighi nei confronti dei fornitori pagando gli ordini già eseguiti o in produzione;
  • Assicurare e permettere il pagamento di salari e stipendi o liquidazioni a tutti i lavoratori del settore dell’abbigliamento, del tessile, delle calzature e della logistica che sono stati assunti al sorgere di questa crisi;
  • Garantire che coloro che lavorano durante la pandemia, siano effettivamente in grado di attenersi ai protocolli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e che vengano loro offerte altre tutele giuslavoristiche, quali strutture o assegni per l’infanzia, assicurazioni sanitarie, copertura in caso di malattia e retribuzione legata al rischio lavorativo;
  • Permettere ai lavoratori di rifiutarsi di lavorare in assenza di protezioni e di rimanere a casa senza subire discriminazioni per coloro che sono malati, o i cui familiari siano malati.

Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti sottolinea: “La crisi è arrivata come un pugno in faccia per farci rendere conto, speriamo definitivamente, che un modello economico basato sulla compressione massima dei costi, sullo sfruttamento illimitato delle risorse e sulla assenza di reti di protezione sociale solide per chi lavora è semplicemente insostenibile. Le catene di fornitura globali, se torneranno ad operare, dovranno essere radicalmente riformate, mettendo al centro il tema della redistribuzione del valore e l’istituzione di sistemi di assistenza e previdenza sociale per tutti i lavoratori della filiera

Nei giorni scorsi la Campagna Abiti Puliti ha inviato una lettera al Presidente del Consiglio Conte e ai Ministri Gualtieri, Di Maio e Catalfo che hanno la responsabilità politica di attuare il Decreto Legge Cura Italia, sottolineando l'importanza del rispetto dei diritti umani e dei lavoratori nella fase di ripresa e della salute e sicurezza sul lavoro, come richiamato nella recente risoluzione adottata dal Parlamento Europeo. Riteniamo che solo le aziende che dimostrino di saper proteggere i lavoratori propri e appartenenti all'intera catena di fornitura devono poter contare su misure di sostegno.

Manca poco al 4 maggio e l'industria della moda ha avuto il permesso di ricominciare le produzioni. Se da un lato comprendiamo le necessità economiche, dall'altro dobbiamo ricordare che nessun lavoratore è sacrificabile. In questo momento l'attenzione alla salute e sicurezza deve essere massimo.

Nell’immediato presente riteniamo che:

  • Le società beneficiare delle misure di cui al DL 23/2020 (Decreto Liquidità) dovrebbero garantire in modo trasparente il rispetto dei diritti umani lungo la loro catena di fornitura anche internazionale; SACE e CDP dovrebbero assicurarsi la soddisfazione di tale requisito prima di erogare garanzie, presenti e future;
  • Le società beneficiarie delle misure di cui al DL 23/2020 (Decreto Liquidità) dovrebbero garantire in modo trasparente il pagamento degli ordini già eseguiti o in corso e in generale il rispetto degli obblighi contrattuali precedentemente assunti con i fornitori; il PCN dell’OCSE potrebbe agire almeno da persuasore morale sul punto;
  • Ai rigorosi controlli in tema di salute e sicurezza sul lavoro sulle società che hanno ripreso la produzione il 14 aprile e quelle che la riprenderanno a breve da parte di GdF e INL dovrebbero essere sottoposte tutte quelle di produzione tessile e calzaturiera;
  • Dei fondi e garanzie erogati per la gestione dell’emergenza Covid-19 dovrebbe essere resa una rendicontazione adeguata, trasparente e disponibile per gli stakeholders;

La task force dei 17 Esperti inoltre dovrebbe intraprendere un dialogo con la società civile al fine di arricchire il proprio piano di uscita dalla crisi.

I governi dei paesi di produzione devono impegnarsi fin da subito a implementare e migliorare i programmi di previdenza sociale, così da allinearli agli standard dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) relativi alla disoccupazione, agli infortuni sul lavoro e all’assicurazione sanitaria. Siffatte operazioni dovrebbe essere effettuate di concerto con le aziende manifatturiere e con la contribuzione economica dei marchi, mediante l’istituzione di meccanismi di condivisione dei costi trasparenti e tracciabili.

Infine chiediamo che i governi dei Paesi ove i marchi e i distributori hanno la propria sede centrale, riformino la normativa su quelle pratiche di concorrenza sleale che portano a violazioni dei diritti nella filiera internazionale, obbligando per legge le società al rispetto dei diritti umani nelle proprie operazioni lungo tutta la filiera che movimentano, anche tramite l’adozione di una legge che renda obbligatoria la dovuta diligenza sui diritti umani.Inoltre tali società dovrebbero essere portate in tribunale, qualora non conducano una accurata dovuta diligenza sui diritti umani lungo la filiera o non si assumano la responsabilità di rimediare agli eventuali abusi causati dall’attività economica.

Le soluzioni per mitigare gli effetti di questa crisi possono essere un'opportunità per realizzare un vero cambio di passo. Governi, imprese multinazionali e istituzioni finanziarie internazionali devono dare una risposta coordinata e coerente a questa crisi globale. Hanno l'obbligo morale e politico di tutelare soprattutto gli individui più vulnerabili della nostra società e non lasciare indietro nessuno." conclude Lucchetti.

Note per l’editore:

- La dichiarazione congiunta associazione industriali e sindacati globali http://www.industriall-union.org/global-action-to-support-the-garment-industry

- Lista di marchi che hanno assunto l’impegno a pagare gli ordini e quelli che ancora rifiutano gestita dal Worker Rights Consortium https://www.workersrights.org/issues/covid-19/tracker/

- La sezione internazionale della Campagna Abiti Puliti mantiene un blog per raccogliere le informazioni su come la pandemia colpisce i lavoratori https://cleanclothes.org/news/2020/live-blog-on-how-the-coronavirus-influences-workers-in-supply-chains

- Le richieste immediate del network globale della Campagna Abiti Puliti verso imprese, governi su come rispondere alla pandemia http://www.abitipuliti.org/regole-vincolanti-per-le-imprese/i-grandi-marchi-della-moda-e-i-distributori-devono-intervenire-adesso-per-proteggere-i-lavoratori/

- La risoluzione del Parlamento Europeo del 17 aprile 2020 "EU coordinated action to combat the COVID-19 pandemic and its consequences" https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2020-0054_EN.pdf

 


Strategia ombra della società civile: servono nuove leggi sul settore tessile e dell’abbigliamento dell'UE

Il Coronavirus rafforza le argomentazioni a favore di nuove leggi sul settore tessile e dell’abbigliamento dell’UE – 65 gruppi della società civile pubblicano una visione comune

Mentre la Commissione Europea è pronta a sviluppare una nuova “strategia globale per il settore tessile” nei prossimi mesi, oggi un gruppo di 65 diverse organizzazioni della società civile ha lanciato la sua visione per tutto il settore del Tessile, dell’Abbigliamento, della Pelle e delle Calzature (TGLF). Lo hanno fatto rilasciando una strategia non ufficiale (o “ombra”) in cui propongono una serie di azioni legislative e non che l’UE può intraprendere per contribuire a rendere le catene di valore TGLF più eque e sostenibili.

Il gruppo di organizzazioni – un’ampia coalizione di attivisti per il commercio equo e solidale, i diritti umani e dei lavoratori, la protezione dell’ambiente e la trasparenza – invita la Commissione europea, i deputati al Parlamento europeo e i governi dell’UE a sostenere una strategia ambiziosa che dia il via a una riprogettazione globale del modello di business dell’industria tessile per il mondo post-coronavirus.

Il settore TGLF è stato a lungo caratterizzato da violazioni dei diritti del lavoro e dei diritti umani, oltre che dall’immensa pressione che esercita sul nostro ambiente e sul clima.

I membri del Parlamento europeo Delara Burkhardt (S&D), Heidi Hautala (presidente del gruppo di lavoro sulla condotta aziendale responsabile, del gruppo Verdi/Alleanza libera europea) e Helmut Scholz (GUE/NGL) hanno inviato una lettera congiunta a tutti i membri del Parlamento europeo per condividere e sostenere la “Strategia ombra della società civile”. Nella lettera, i deputati sottolineano che “il settore tessile è stato tra i più vulnerabili alla crisi del COVID-19 a causa degli squilibri di potere tra i suoi attori piccoli e grandi, e dei suoi gravi problemi strutturali, compresi i danni ambientali che provoca e le questioni di governance. È una delle industrie più inquinanti, fonte di innumerevoli catastrofi come quella di Rana Plaza, e un settore dove vi sono numerose violazioni dei diritti umani – che colpiscono le donne in modo sproporzionato“.

In rappresentanza della coalizione, Sergi Corbalán, direttore esecutivo dell’Ufficio Advocacy di Fair Trade, ha dichiarato: “L’azione volontaria dell’industria non è riuscita a portare ad un’industria tessile equa e sostenibile, quindi è giunto il momento che i leader dell’UE riformino la struttura del settore” e ha aggiunto: “Questa ‘strategia ombra’ offre alla Commissione la competenza combinata di 65 organizzazioni della società civile che hanno anni di esperienza nell’affrontare i vari impatti del settore. Non si tratta di un menu dal quale la Commissione può scegliere alcune iniziative specifiche, lasciandosi le altre alle spalle, ma di una strategia globale in cui l’azione in ogni ambito rafforza gli sforzi compiuti negli altri“.

La visione della società civile per una strategia tessile globale dell’UE contiene raccomandazioni tra cui:

  • Garantire che le aziende siano legalmente obbligate ad assumersi la responsabilità non solo delle proprie attività, ma dell’intera catena di fornitura, applicando una legge UE sulla due diligence in tutti i settori, compresi requisiti specifici per il settore TGLF. La firma di una partnership multi-stakeholder non dovrebbe esentare le aziende da responsabilità proprie.
  • Norme ambientali più severe che coprano il modo in cui i prodotti tessili venduti nell’UE sono progettati e prodotti, responsabilità legale e finanziaria dei produttori quando i loro prodotti diventano rifiuti, nonché misure significative per promuovere la trasparenza.
  • Garantire che i marchi e i distributori siano legalmente obbligati ad onorare i contratti e a porre fine alla cultura delle pratiche commerciali sleali che assicura alle imprese committenti impunità in caso di cancellazione degli ordini senza onorare i pagamenti lasciando, come conseguenza, i lavoratori senza salario.
  • Fare in modo che le riforme della governance e una migliore applicazione della legge nei paesi produttori siano parte della soluzione ai problemi di sostenibilità affrontati nelle catene del valore dell’intero settore.
  • Attraverso la politica commerciale, utilizzare il potere di mercato dell’UE per favorire le pratiche di produzione sostenibile nell’intera industria.



Abiti Puliti Live - Un'altra moda è possibile? Riprendiamo il filo

Giovedì 30 aprile alle ore 17, per il ciclo Tra le trame della crisi,
UN’ALTRA MODA E’ POSSIBILE? RIPRENDIAMO IL FILO

Insieme agli ospiti parleremo dei limiti del modello di business della fast fashion, della necessità di ripensare i modelli di produzione e consumo, di riconversione delle filiere.

Interverranno:

  • Stefano Bartolini, Economista e docente universitario
  • Marco Craviolatti, attivista sindacale e autore di “E la borsa e la vita. Distribuire e ridurre il tempo di lavoro: orizzonte di giustizia e benessere”

Modera: Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti
#cambiamoda


Dopo 5 anni le lavoratrici della Jaba Garmindo aspettano ancora 5,5 milioni di dollari

Il 22 aprile 2020 ricorre il quinto anniversario del fallimento della fabbrica Jaba Garmindo in Indonesia. 2.000 lavoratrici che stavano fabbricando abiti per Uniqlo e per il marchio tedesco s.Oliver persero il lavoro quando i marchi decisero di ritirare i loro ordini e ancora oggi stanno portando avanti la loro battaglia per ricevere i 5,5 milioni di dollari di TFR che gli spettano per legge. La Clean Clothes Campaign (CCC) chiede a Uniqlo, che opera sotto la casa madre Fast Retailing, e s.Oliver di agire immediatamente per porre rimedio alla precarietà finanziaria che queste lavoratrici stanno affrontando, pagando tutto ciò che gli spetta. Entrambe le società sono attualmente oggetto di indagine da parte della Fair Labor Association in merito alle loro azioni su questo caso.

Dopo l’improvvisa perdita del lavoro, queste lavoratrici si sono ritrovate in situazioni estremamente vulnerabili, aggravate oggi dall’attuale pandemia di Covid-19 e dalle conseguenti restrizioni. Molte di loro non sono state in grado di trovare altri impieghi in fabbrica: lavorando per anni alla Jaba Garmindo, alcune sono state ritenute troppo anziane per una nuova assunzione, altre ufficiosamente escluse a causa delle loro continue campagne di pressione. Alcune di loro si sono dedicate alla vendita ambulante, all’assistenza ai bambini o al riciclo degli indumenti per racimolare qualche introito: ora affrontano difficoltà senza precedenti e la maggior parte può permettersi solo riso in bianco come pasto. Non beneficiano di protezione sociale e non potranno accedere al sistema indonesiano delle prestazioni o dei fondi relativi all’emergenza COVID-19. Molte sopravvivono prendendo in prestito denaro dove possono, ma non avendo mezzi per ripagare i loro debiti presto i problemi aumenteranno.

Uniqlo ha un’evidente responsabilità morale nei confronti di queste lavoratrici, ma da cinque anni non si assume le sue responsabilità. Gli standard internazionali impongono che le aziende affrontino e pongano rimedio agli impatti negativi sui diritti umani delle loro pratiche commerciali: se Uniqlo avesse agito in modo responsabile, le 2.000 lavoratrici della Jaba Garmindo non sarebbero ora in posizioni così disperate.

La Campagna Abiti Puliti invita inoltre UN Women, un’organizzazione che si occupa di difendere l’uguaglianza delle donne in tutto il mondo, a prendere iniziative immediate nei confronti di Uniqlo, suo Global Partner Program, per affrontare la sofferenza di queste ex lavoratrici. La Clean Clothes Campaign ha invitato UN Women ad incontrare queste donne ma non ha ancora ricevuto risposta.

Organizzazioni, individui e marchi che intrattengono rapporti commerciali con Uniqlo sono chiamati a intervenire urgentemente per chiedere a Uniqlo di garantire alle lavoratrici ciò che gli spetta. Il marchio di design finlandese Marimekko, ad esempio, lancerà la sua terza capsule collection con Uniqlo il 23 aprile. In merito a questa collaborazione Marimekko ha affermato di “condividere i valori” di Uniqlo e di credere nell’”Equità verso tutti e tutto”. Abbiamo chiesto allora a Marimekko di assicurarsi che la sua etica non sia solo vuota retorica ma al momento l’azienda ha rifiutato di incontrare i rappresentanti della Clean Clothes Campaign per discuterne.

Le 2.000 lavoratrici della Jaba Garmindo hanno atteso per cinque anni e ora, anche per le restrizioni dovute all’emergenza covid-19, vivono in situazioni estremamente pericolose senza entrate o mezzi per sostenersi. Uniqlo e S. Oliver devono immediatamente farsi avanti e pagare: è ormai una questione di vita o di morte. Chiediamo inoltre a UN Women, per tenere fede alla sua mission, di assumere con urgenza una posizione in favore dei diritti delle donne nel settore dell’abbigliamento assicurandosi che le lavoratrici della Jaba Garmindo non vengano dimenticate”, dichiara Ilona Kelly, coordinatrice per le azioni urgenti della Clean Clothes Campaign.


I grandi marchi della moda e i distributori devono intervenire adesso per proteggere i lavoratori

La pandemia di COVID-19 sta palesando la relazione di potere estremamente ineguale che sorregge la filiera tessile globale, di cui sono i lavoratori a pagare il prezzo. Oggi le numerose organizzazioni del network della Campagna Abiti Puliti richiamano a gran voce l’attenzione sulle azioni che grandi marchi e distributori - ma anche governi ed altri stakeholders- possono implementare per mitigare l’impatto della crisi su coloro che sono già estremamente sfruttati nella catena di fornitura e iniziare a costruire un futuro in cui lavoratori e lavoratrici abbiano accesso a un salario dignitoso e ad una rete di protezione sociale.

Le ultime settimane hanno reso evidenti le implicazioni derivanti dalla posizione di potere quasi egemonico dei grandi marchi e dei distributori nella filiera tessile. Non appena la pandemia ha colpito le imprese di abbigliamento più grandi al mondo, queste hanno risposto nel loro solito modo, addossando rischi e costi nella parte più bassa della filiera. Ciò ha fatto sì che molte fabbriche non hanno potuto contare su mezzi finanziari per pagare gli stipendi ai propri dipendenti, anche per ordini già eseguiti. Milioni di lavoratori sono ora senza una paga e senza la sicurezza di un lavoro, in aggiunta alle ovvie e non trascurabili ansie per i rischi sanitari.

I marchi devono comportarsi correttamente con le fabbriche con cui hanno concluso contratti” ha affermato Juan Eguigure del sindacato SITRADAHSA in Honduras. “Senza i pagamenti, i nostri datori di lavoro non possono pagarci il denaro che già ci spetta. Questo è il nostro sostentamento, senza di esso non potremo dare da mangiare alle nostre famiglie.”

"La pandemia di Covid-19 ha dimostrato che la responsabilità sociale d'impresa esiste solo come mezzo di cui le aziende dispongono per “ripulirsi” dai loro comportamenti immorali. Ora più che mai, i lavoratori necessitano di solidarietà economica da parte dei propri datori” ha affermato Evangelina Argueta del sindacato CGT in Honduras, “per molti anni i lavoratori hanno generato ricchezza in favore dei brand.”

Ora è giunto il momento in cui i brand e i distributori, inclusi quelli di e-commerce, devono smettere di approfittarsi di fornitori e lavoratori, e iniziare a ripagarli per gli anni in cui hanno incamerato profitto grazie ai bassi salari, all’assenza pressoché totale di previdenza sociale, e allo spostamento dei rischi nella parte più bassa della filiera.  

I brand e i distributori, inclusi quelli di e-commerce, devono agire in modo responsabile in questa pandemia. A tal fine devono:

  • Rispettare gli obblighi nei confronti dei fornitori, pagando gli ordini già eseguiti o in produzione;
  • Assicurare e permettere il pagamento di salari e stipendi o liquidazioni a tutti i lavoratori del settore dell’abbigliamento, del tessile, delle calzature e della logistica che sono stati assunti al sorgere di questa crisi; 
  • Garantire che coloro che lavorano durante la pandemia siano effettivamente in grado di attenersi ai protocolli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e che vengano loro offerte altre tutele giuslavoristiche quali strutture o assegni per l’infanzia, assicurazioni sanitarie, copertura in caso di malattia, e retribuzione legata al rischio lavorativo; 
  • Permettere ai lavoratori di rifiutarsi di lavorare in assenza di protezioni, e di rimanere in casa senza subire discriminazioni per coloro che sono malati, o i cui familiari siano malati. 

Il minimo che marchi e distributori possono fare durante la crisi è pagare per gli ordini già eseguiti. Quando la pratica della maggior parte dei brand di annullare tali ordini è stata criticata, diverse aziende sono tornate sui loro passi, per il sollievo dei fornitori” ha affermato Liana Foxvog dell’International Labor Rights Forum. “Tuttavia molti pesci grossi quali C&A, Gap, Nike e Uniqlo, perseverano nel non pagare per ordini già eseguiti o per i quali la produzione è già avviata; altri hanno implementato alternative francamente non adeguate, come ad esempio la proposta di Primark di istituire un fondo che copra la componente del costo del lavoro degli ordini che ha cancellato.”

Per alleggerire i problemi dei lavoratori i cui mezzi di sostentamento sono minacciati da questa crisi, è necessario creare fondi di emergenza e pacchetti di sostegno economico specifici per il settore tessile, ai quali dovrebbero contribuire le istituzioni finanziarie internazionali, governi donatori, marchi e distributori. Tali fondi dovrebbero partire il prima possibile affinché tali pagamenti siano effettuati rapidamente, attraverso il meccanismo più efficace disponibile in ciascun Paese. Laddove possibile, ciò andrebbe fatto sostenendo la capacità dei datori di mantenere stabili contratti e salari. 

Se la crisi è causata dall’arresto della domanda, degli acquisti e delle linee di produzione dell’abbigliamento, è anche esacerbata dalla mancanza di protezione sociale nella maggior parte dei Paesi in cui si producono abiti.

I governi dei paesi di produzione devono impegnarsi fin da subito a implementare e migliorare i programmi di previdenza sociale, così da allinearli agli standard dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) relativi alla disoccupazione,  agli infortuni sul lavoro e all’assicurazione sanitaria. Siffatte operazioni dovrebbe essere effettuate di concerto con le aziende manifatturiere e con la contribuzione economica dei marchi, mediante l’istituzione di meccanismi di comparto dei costi trasparenti e tracciabili.

Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti sottolinea: “La crisi è arrivata come un pugno in faccia per farci rendere conto, speriamo definitivamente, che un modello economico basato sulla compressione massima dei costi, sullo sfruttamento illimitato delle risorse e sulla assenza di reti di protezione sociale solide per chi lavora è semplicemente insostenibile. Le catene di fornitura globali, se torneranno ad operare, dovranno essere radicalmente riformate, mettendo al centro il tema della redistribuzione del valore e l’istituzione di sistemi di assistenza e previdenza sociale per tutti i lavoratori della filiera

I governi dei paesi ove i marchi e i distributori hanno la propria sede centrale, dovrebbero riformare la normativa su quelle pratiche di concorrenza sleale che portano a violazioni di diritti umani nella filiera internazionale, obbligando per legge le società al rispetto dei diritti umani nelle proprie operazioni e lungo tutta la filiera che movimentano. Inoltre tali società dovrebbero essere portate in tribunale, qualora non conducano una dovuta diligenza sul rispetto dei diritti umani lungo la filiera.  

Che l’abusiva sperequazione nei rapporti di filiera rimanga un fatto del passato: il momento è ora. Quando questa crisi sarà superata, sarà fondamentale sventare il rischio di tornare ad una normalità che era semplicemente patologica. Questa crisi dovrà tracciare la strada per una economia finalmente più equa, resiliente e sostenibile.

Scopri l'elenco completo di richieste Immediate in Difesa dei Lavoratori Tessili nella Filiera Globale


Abiti puliti LIVE - INCATENATI DALLE CATENE GLOBALI

Giovedì 16 aprile alle ore 17, per il ciclo Tra le trame della crisi,
INCATENATI DALLE CATENE GLOBALI
Insieme agli ospiti analizzeremo gli impatti della pandemia di Covid19 sulle filiere tessili globali

Interverranno:

  • Devi Sacchetto, Docente di Sociologia del lavoro
  • Giorgio Grappi, assegnista UniBO e collettivo connessioni precarie
  • Paola Sampino, operaia del Polo Logistico di Stradella e delegata SICobas

Modera: Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti


Covid-19: cresce l'insicurezza per i lavoratori e le lavoratrici tessili

Garment factory in Dhaka Bangladesh in the Mohakhali area.

La pandemia globale di COVID-19 continua a crescere e diffondersi. In questo momento, oltre un terzo della popolazione mondiale è interessato da una qualche forma di lock down o restrizione dei movimenti per controllare l’espansione del virus.  I lavoratori tessili nelle filiere globali, già costretti in situazioni di vita precarie, affrontano una crescente insicurezza man mano che le fabbriche chiudono per il calo degli ordini e le misure governative restrittive per proteggere la salute pubblica.

In particolare i lavoratori sono stati colpiti da ciascuna delle tre ondate di questa pandemia. La prima si è verificata quando la Cina ha identificato il COVID-19 nella sua popolazione: smettendo di esportare le materie prime necessarie per la produzione di abbigliamento, ha costretto molte fabbriche nel sud e nel sud-est asiatico a chiudere temporaneamente e rimandare a casa i lavoratori, spesso senza preavviso e salari. La seconda quando il virus è arrivato in Europa e negli Stati Uniti: le aziende della moda hanno annullato gli ordini in corso senza pagarli e molte hanno smesso di effettuarne altri; le fabbriche di fornitori, che operano con margini ridotti a causa dei prezzi troppo bassi, sono state costrette ancora una volta a chiudere e mandare i lavoratori a casa senza paga. L'ultima ondata riguarda la diffusione del virus proprio nei Paesi produttori: alcuni di essi hanno chiuso gli impianti come misura precauzionale, ancora una volta lasciando a casa gli operai senza stipendio; altri hanno deciso di lasciarli aperti, nonostante il significativo rischio per la salute dei lavoratori nelle fabbriche affollate. Ciò accade anche nel segmento a valle della filiera, dove si addensano situazioni di rischio e vulnerabilità per quei lavoratori che nei magazzini processano gli ordini tuttora in corso per i grandi gruppi multinazionali. Come per esempio gli oltre 500 lavoratori e lavoratrici del polo logistico di Stradella, dove ancora sono smistati gli ordini H&M acquistati online, i quali hanno denunciato le gravi inadempienze in materia di sicurezza ai tempi del coronavirus.

Anton Marcus, Sottosegretario del Free Trade Zones & General Services Employees Union, ha dichiarato: “L'impatto del COVID-19 sui lavoratori dell'abbigliamento in Sri Lanka è stato immenso. I lavoratori, tornati nei loro villaggi senza avere percepito i salari di marzo, stanno attraversando un momento molto difficile non riuscendo a sostenere le loro famiglie. I datori di lavoro stanno sfruttando questa situazione per licenziare e ridurre benefici e stipendi dei dipendenti, dando la responsabilità al ritiro o alla riduzione degli ordini dei loro clienti. In questa situazione i lavoratori a contratto saranno i più colpiti”.

In alcuni casi questi effetti sono stati esacerbati dalla cattiva gestione della crisi da parte dei governi nazionali. L'India ha improvvisamente annunciato un blocco nazionale, lasciando i lavoratori migranti domestici senza mezzi di sussistenza o accesso ai trasporti per tornare a casa. Alcuni di essi sono stati costretti a camminare per centinaia di chilometri verso le loro città e i loro villaggi. In altri paesi, come la Cambogia e le Filippine, le misure per combattere il virus stanno limitando ulteriormente lo spazio civico, compresa la libertà dei lavoratori di organizzarsi. In Myanmar gli imprenditori hanno usato la pandemia come pretesto per reprimere il sindacato, assicurandosi che i lavoratori sindacalizzati fossero i primi ad essere licenziati dalle imprese in difficoltà finanziaria.

Due recenti report del Worker Rights Consortium, del Penn State Center for Global Workers’ Rights e della Clean Clothes CampaignWho will bail out the worker s that make our clothes?” and “Abandoned? The Impact of Covid-19 on Workers and Businesses at the Bottom of Global Supply Chains” mettono in luce le cause all’origine dei catastrofici effetti del Covid-19 nelle catene di fornitura. L'estrema interconnessione e l’asimmetria di potere tipica delle catene di approvvigionamento ha permesso ai marchi e ai distributori di scaricare le conseguenze del calo della domanda sui fornitori. Le imprese di abbigliamento pagano solo alla consegna - con le fabbriche che sostengono i costi generali e di manodopera - e hanno il potere di decidere di non pagare gli ordini, anche se ciò significa, di fatto, una violazionecontrattuale. Ciò significa che i proprietari delle fabbriche di tutto il mondo sono lasciati senza liquidità per pagare i salari dei lavoratori di marzo e ancora peggio sarà per i mesi a venire, quando nessun ordine probabilmente arriverà. Nella stragrande maggioranza dei paesi produttori di abbigliamento, meccanismi di protezione sociale come l'assicurazione sanitaria, l'indennità di disoccupazione o i fondi di garanzia in caso di insolvenza sono assenti o insufficienti, in parte a causa di decenni di pressione al ribasso sui prezzi pagati dalle imprese committenti. Anni di incapacità di intraprendere azioni significative sui salari hanno lasciato i lavoratori senza risparmi e senza rete.

Dalla pubblicazione di questi due documenti, un piccolo numero di marchi ha accettato di adempiere ai propri obblighi contrattuali e di pagare gli ordini che le fabbriche stavano già producendo: H&M, PVH Corp., che possiede Tommy Hilfiger e Calvin Klein, Inditex, proprietario di Zara, e Target.

Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti afferma: “E’ fondamentale che i marchi in questo momento assolvano i loro obblighi contrattuali e paghino gli ordini effettuati e in molti casi già prodotti. In questa drammatica situazione, è urgente garantire a tutti i lavoratori nelle filiere globali risorse sufficienti a soddisfare i bisogni delle loro famiglie e a sopravvivere alla crisi, a partire dalla corresponsione dei salari e dei benefit dovuti per i mesi in corso. Le imprese multinazionali hanno costruito la loro ricchezza sull’utilizzo di milioni di lavoratori sottopagati in paesi dove non sono presenti le infrastrutture di protezione sociale necessarie a tutelare i lavoratori nei momenti di crisi. Questa crisi deve produrre un cambio strutturale del modello di business, a partire dalla introduzione di meccanismi di regolazione delle filiere global e di norme vincolanti per le imprese, a tutti i livelli

Le istituzioni finanziarie internazionali si stanno già impegnando a mobilitare miliardi di dollari per sostenere le economie dei Paesi produttori. È fondamentale che tale sforzo includa l’impegno di mettere al primo posto le esigenze dei lavoratori, unitamente a meccanismi che garantiscano che tale sostegno li raggiunga direttamente. I sindacati globali hanno formulato raccomandazioni su come queste istituzioni possano garantire una risposta urgente ed equa alla crisi. È della massima importanza che i lavoratori, nelle fabbriche di produzione, nella logistica e fino alla distribuzione, siano al centro delle soluzioni economiche per superare questa crisi e per garantire che le misure per salvaguardare la salute delle persone non acuiscano invece loro miseria e fragilità


Chi salverà i lavoratori che producono i nostri vestiti?

di Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti

Un documento del Worker Rights Consortium, redatto in collaborazione con la Clean Clothes Campaign, propone un primo ragionamento sugli impatti che l’attuale pandemia da coronavirus avrà sui lavoratori del settore moda. I Paesi ricchi metteranno a disposizione misure economiche mai viste per fronteggiare la crisi, proteggere le loro imprese e i lavoratori. Ma cosa succederà agli operai del tessile-abbigliamento, addensati in Paesi a basso reddito dove le infrastrutture sociali per tutelare i lavoratori dalle crisi spesso non esistono o sono fragili?

Parliamo di 150 milioni di persone che producono beni per l’America del Nord, l’Europa e il Giappone e altre decine di milioni impiegati nei servizi. Nel solo settore tessile-abbigliamento sono almeno 50 milioni di operai, quasi tutte donne, con stipendi di povertà senza alcuna possibilità di accumulare risparmio.

Il documento prova a identificare i fattori che stanno esacerbando la crisi per quei settori, come la moda, basati su un modello produttivo insostenibile (la fast fashion) e su filiere globali che hanno deliberatamente prodotto una limitazione delle responsabilità dei marchi committenti verso i fornitori, terminali ultimi delle conseguenze della crisi. Il rischio, che in alcuni casi è già una realtà, è che i grandi player del mercato utilizzino la pandemia per giustificare pratiche commerciali piratesche (cancellazione degli ordini in corso o addirittura già in consegna, rifiuto di pagare per merce già prodotta, etc..). Le imprese fornitrici, prive della forza economica necessaria, non potranno difendersi legalmente e, operando con margini bassissimi, non avranno le riserve finanziarie, né l’accesso al credito, per resistere allo shock prodotto dal blocco globale delle vendite.

In molti Paesi produttori i governi non finanziano direttamente le misure legali di protezione sociale per chi perde il lavoro: impongono di farlo ai datori di lavoro. Il problema è, come sempre, l’applicazione di tali obblighi: le imprese, in assenza di continuità produttiva per la cessazione degli ordini per il mercato estero, potranno sottrarsi con facilità alle loro responsabilità. Milioni di lavoratori informali o precari saranno comunque esclusi dai benefit. Inoltre, per i lavoratori che saranno costretti a recarsi in fabbrica si fa scottante il tema della sicurezza: è molto improbabile che siano messe in atto misure e protezioni individuali adeguate a garantire il distanziamento sociale in strutture normalmente sovraffollate.

E’ chiaro che sarà necessario un massiccio intervento pubblico per prevenire la catastrofe economica e sociale. Ed è altrettanto chiaro che i Paesi a basso reddito, con finanze scarse e infrastrutture di protezione sociale deboli o inesistenti, non saranno in grado di fronteggiare le conseguenze strutturali della crisi a medio e lungo termine. Ma i pacchetti finanziari messi in campo dai governi a capitalismo maturo non paiono mettere in conto misure di sostegno a favore di coloro che hanno prodotto in larga parte la ricchezza delle loro multinazionali: i milioni di lavoratori del Sud e dell’Est globale sono i grandi esclusi dai salvataggi in epoca di pandemia.

Per affrontare questa drammatica crisi e dare risposte ai lavoratori più vulnerabili delle catene di fornitura globali, occorre uno sforzo congiunto che veda da una parte i grandi marchi assumere condotte responsabili nella gestione dei rapporti commerciali con i fornitori per consentire loro di onorare gli obblighi verso i dipendenti; dall’altra la necessità di una risposta collettiva da parte di tutti i governi, delle istituzioni finanziarie e degli organismi internazionali affinché sia possibile mantenere un reddito a tutti lavoratori nel mondo oggi sull’orlo del baratro. I marchi, invece di spostare tutto il peso sulla filiera, devono condividere la responsabilità e i costi finanziari della crisi, mettendo al centro delle loro priorità il rispetto degli obblighi verso i fornitori e verso tutti i lavoratori. Queste risorse non saranno comunque sufficienti: perciò è necessario che i piani di salvataggio multimilionari predisposti dalle istituzioni internazionali e dai governi ricchi guardino anche ai destini dei soggetti più vulnerabili dispersi nelle catene globali di fornitura.

Gli aiuti futuri destinati ai Paesi produttori per far fronte alla crisi Covid-19 dovranno essere condizionati da una parte all’impegno dei loro governi a creare, nel medio periodo, robusti sistemi nazionali di protezione sociale; dall’altra all’impegno delle imprese multinazionali a siglare accordi vincolanti di filiera che riflettano prezzi di acquisto sufficienti a garantire il finanziamento ordinario di tali sistemi di protezione.

L’attuale pandemia svela definitivamente l’estrema insostenibilità di un modello di business basato sullo sfruttamento endemico di milioni di lavoratori che ricevono salari di povertà, su una forte asimmetria di potere tra marchi e fornitori che permette ai primi di addossare tutte le responsabilità alle parti deboli della filiera, su una totale assenza di accountability da parte delle imprese committenti che dovrebbero invece essere obbligate per legge alla dovuta diligenza sui diritti umani per identificare, prevenire, mitigare e riparare i danni derivanti dagli impatti delle loro attività economiche sulle comunità e sui lavoratori.

Una cosa è certa. Questa crisi offre l’opportunità di ripensare il modello di produzione e consumo patologico che ha inasprito l’attuale catastrofe economica perché non si torni al passato. E’ imperativo usare questo tempo drammatico e fecondo per gettare le basi per una industria più equa, sostenibile e resiliente nei fatti, non solo nelle pagine patinate dei rapporti di sostenibilità o dei codici di condotta unilaterali che popolano i siti delle imprese.

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Coronavirus: i marchi tutelino i lavoratori del tessile

I marchi devono assumere misure immediate per minimizzare l’impatto del coronavirus sulla salute e la vita dei lavoratori del settore moda.

Il nuovo coronavirus ha raggiunto livelli di pandemia globale e sta colpendo le persone in tutto il mondo, compresi i lavoratori dell'abbigliamento nelle catene di fornitura globali. Proteggerli significa prendere misure per limitare la loro esposizione e garantire che chi lotta quotidianamente per la sopravvivenza non sia spinto sotto la soglia di povertà.

A causa infatti dei bassi salari e della diffusa repressione della libertà di associazione, i lavoratori tessili vivono già in situazioni precarie e le ricadute economiche della pandemia stanno avendo conseguenze di vasta portata.

Esortiamo tutti i marchi dell’abbigliamento ad adottare immediatamente misure proattive di due diligence per proteggere i lavoratori che producono le loro merci: i marchi devono assumersi le loro responsabilità e garantire che coloro che hanno reso possibili i loro profitti non si facciano carico dell'onere finanziario di questa pandemia.

Molte fabbriche nei paesi produttori stanno chiudendo o sono a rischio di chiusura a causa della scarsità di materie prime, della riduzione degli ordini e delle preoccupazioni per la salute pubblica. I lavoratori dell'abbigliamento guadagnano già uno stipendio da fame, con salari che coprono a malapena le loro esigenze di base, senza lasciare nulla in più per gestire le emergenze o i periodi di assenza dal lavoro. Queste chiusure, sia temporanee che permanenti, li stanno spingendo verso il baratro - soprattutto i lavoratori migranti che potrebbero non avere reti sociali locali su cui fare affidamento e potrebbero dover affrontare ulteriori restrizioni o attacchi xenofobi.

Secondo le inchieste dei media e le informazioni che abbiamo raccolto attraverso la nostra rete di partner, i Paesi più colpiti sono lo Sri Lanka, il Bangladesh, l'Indonesia, l'Albania e gli stati dell'America centrale.

I lavoratori tessili vivono alla giornata. Se perdono il lavoro, perderanno il loro salario mensile che gli permette di mettere in tavola il cibo per loro e per le loro famiglie", ha detto Kalpona Akter, presidente del Bangladesh Garment & Industrial Workers Federation. "In caso di licenziamento dei lavoratori, i marchi dovrebbero garantire pagamenti immediati ai fornitori, in modo che i lavoratori possano ricevere piena indennità di licenziamento come previsto dalla legge".

Già da alcune settimane la situazione è particolarmente grave in Cambogia e in Myanmar. Circa il 10% delle fabbriche di abbigliamento nella regione di Yangon in Myanmar è temporaneamente chiuso e i lavoratori non ricevono il loro stipendio. Il trattamento di fine rapporto, che spetta se la chiusura della fabbrica dura più di tre mesi, ammonta solo alla metà dello stipendio mensile per ciascun anno di lavoro, dopo un periodo iniziale di prova di sei mesi. Molte fabbriche in Myanmar hanno aperto solo negli ultimi cinque anni, il turnover dei lavoratori è molto alto e quindi molti di essi rimarranno senza nulla. Secondo i nostri contatti le chiusure delle fabbriche sono utilizzate anche per reprimere la libertà di organizzazione dei lavoratori in tutto il Paese.

I lavoratori temono inoltre che il coronavirus abbia un impatto sul loro diritto alle festività pubbliche pagate. Il Festival dell'acqua, il Capodanno del Myanmar, si svolge in aprile e viene celebrato ogni anno con congedo pagato di dieci giorni. Quest'anno i festeggiamenti pubblici sono stati cancellati a causa dei timori di infezione e i lavoratori temono che le fabbriche non permettano loro di prendere il congedo, contando invece ogni assenza come malattia non retribuita.

Il quadro in Cambogia è altrettanto preoccupante: decine di migliaia di lavoratori dell'abbigliamento potrebbero perdere il lavoro nelle prossime settimane, se la situazione delle materie prime non migliora. Secondo la legge nazionale, i datori di lavoro devono richiedere l’autorizzazione per sospendere i lavoratori, cui devono corrispondere il 40% dei 190 dollari di salario minimo mensile e dare la possibilità di seguire corsi di formazione, per guadagnare un ulteriore 20%. Tuttavia i rapporti governativi ora suggeriscono che i lavoratori potrebbero ricevere il 60% del salario minimo per soli sei mesi e diverse imprese hanno già sospeso i lavoratori senza autorizzazione. Molti di essi vivono già indebitati, chiedendo prestiti per compensare le carenze del loro misero salario, ora si trovano in una situazione in cui non possono permettersi di pagare le rate mensili, rischiando anche di perdere eventuali terreni di famiglia messi a garanzia.

"I marchi di abbigliamento hanno tratto profitto dal lavoro degli operai cambogiani. Ora devono fare un passo avanti in questo periodo di crisi e garantire la protezione della loro vita e dei loro mezzi di sussistenza. I lavoratori dovrebbero poter rimanere a casa fino a quando la situazione non sarà gestibile e i marchi devono garantire che ricevano il loro stipendio regolare, bonus di presenza e indennità di trasporto e alloggio durante tutto il periodo", ha dichiarato Tola Moeun, Direttore Esecutivo del Center for Alliance of Labor and Human Rights (CENTRAL).

I brand devono stare al fianco dei lavoratori che confezionano i loro abiti e attivarsi immediatamente per garantire che continuino a ricevere il loro salario durante le chiusure delle fabbriche o le assenze per malattia. Chiediamo ai marchi di impegnarsi pubblicamente a svolgere un'adeguata due diligence per quanto riguarda gli eventi che si verificheranno in seguito alla diffusione del COVID-19.

In particolare, nel momento di una crisi pandemica, i marchi devono:

  • Garantire che le fabbriche fornitrici rispettino gli obblighi o le raccomandazioni governative sulla sospensione dei grandi raduni e se necessario la chiusura delle fabbriche per la durata appropriata a proteggere la salute dei lavoratori e delle loro comunità, mantenendo in essere al tempo stesso i contratti di tutti i lavoratori e il pagamento regolare di tutti i loro salari;
  • Garantire che i lavoratori che vengono mandati a casa per mancanza di lavoro siano coperti con il loro pieno e regolare salario;
  • Garantire che i lavoratori che contraggano il virus, o che sospettino di averlo, possano prendere un congedo per malattia senza ripercussioni negative e siano retribuiti con il loro pieno e regolare salario durante tutto il periodo di recupero e di autoisolamento;
  • Garantire che, alla riapertura delle fabbriche, le scadenze degli ordini siano rivalutate per evitare che i lavoratori facciano gli straordinari obbligatori per recuperare i ritardi;
  • Garantire che le misure di lotta contro il virus non limitino indebitamente la libertà di movimento dei lavoratori o la loro libertà di organizzazione.

In tempi di paura e disinformazione è di vitale importanza astenersi dal diffondere informazioni non verificate e assicurarsi che tutte le comunicazioni sul virus e le sue conseguenze si basino su fonti affidabili. I marchi devono garantire che i lavoratori delle fabbriche fornitrici ricevano informazioni accurate e aggiornate dai loro datori di lavoro. 

In un periodo di crisi, la forza si trova nella solidarietà e siamo orgogliosi di far parte di una comunità globale. Ci schieriamo con i lavoratori i cui diritti sono violati ogni giorno e che stanno affrontando battaglie economiche ancora più grandi a causa di questa pandemia. La necessità di lottare per i diritti dei lavoratori continua oggi più che mai e all’ombra di questa crisi la necessità di un salario dignitoso si fa sempre più incombente.


La risposta congiunta della società civile allo studio della Commissione Europea sul dovere di vigilanza nella catena di fornitura

Nove organizzazioni e reti della società civile - inclusa la Clean Clothes Campaign - accolgono molto positivamente i risultati dello studio della Commissione Europea sui requisiti di due diligence per la catena di fornitura pubblicato a Febbraio 2020.

Scarica il documento 


EVENTO: Facciamo luce sul lato oscuro della moda

3 VIDEO-DOC E 1 GRANDE EVENTO PER SVELARE LE TRAME DELLA FAST FASHION
18 marzo | 23 aprile | 27 maggio 2020
Preparatevi! #cambiamoda #trasparenza #nomoreranaplaza

Photo © Edu Lauton


(2019) REPORT: Impegno per la trasparenza: scopri come si comportano i marchi della moda

Nel 2016, una coalizione di sindacati e organizzazioni della società civile impegnate nella difesa dei diritti umani e dei lavoratori ha dato vita all’Impegno per la Trasparenza (Transparency Pledge), un insieme di requisiti minimi per rendere trasparenti le catene di fornitura dei brand e permettere ad attivisti, lavoratori e consumatori di ricostruire la provenienza dei beni prodotti.

Il rapporto “La prossima tendenza della moda: accelerare la trasparenza di filiera nell’industria dell’abbigliamento e calzature mostra come, da allora, decine di marchi della moda abbiano deciso di aderire a questa iniziativa, divulgando un numero sempre maggiore di informazioni sulle loro filiere.

La trasparenza è ormai largamente riconosciuta come un passo importante per favorire l’identificazione e la gestione degli abusi sui lavoratori nelle catene di approvvigionamento del settore tessile.

Non è una panacea, ma è fondamentale per un’azienda che si definisce etica e sostenibile“, ha affermato Aruna Kashyap, consulente senior per i diritti delle donne di Human Rights Watch. “Tutti i marchi dovrebbero essere trasparenti: per questo sono necessarie leggi che impongano la trasparenza insieme a pratiche che garantiscano il rispetto dei diritti umani

La coalizione ha finora contattato 74 aziende1chiedendogli di pubblicare le informazioni richieste dal Transparency Pledge: di queste 22 hanno aderito pienamente2, 31 solo in parte, 21 quasi per nulla3. Alle 22 virtuose, se ne sono aggiunte altre 17 di loro spontanea iniziativa4.

La trasparenza è importante per costringere le aziende ad assumersi le proprie responsabilità. È la garanzia che il marchio è a conoscenza di tutte le fasi di produzione dei suoi beni, consentendo ai lavoratori e agli attivisti da una parte di allertarlo in caso di violazioni, dall’altro di accedere rapidamente a tutti gli strumenti di rivalsa per gli abusi subiti.

Non possiamo però affidarci solo alla buona volontà delle imprese. Più efficaci sarebbero norme nazionali specifiche per imporre alle aziende la due diligence in tema di diritti umani lungo le loro catene di fornitura, obbligandole innanzitutto alla pubblicazione delle informazioni relative alle fabbriche in cui si riforniscono.

Dalla metà del 2018, la stessa coalizione è impegnata con sette Iniziative per il business responsabile (Responsible Business Initiatives – RBIs), per cercare di indirizzare le loro pratiche di business verso modelli etici e promuovere la trasparenza delle filiere tra i loro membri. Ma non essendoci obbligatorietà nella pubblicazione delle fabbriche fornitrici, i comportamenti degli aderenti a questi gruppi variano molto: per questo la coalizione ha chiesto a queste Iniziative di giocare un ruolo determinante, imponendo a chi volesse diventare loro membro, come condizione vincolante per l’adesione, almeno la pubblicazione delle informazioni richieste dall’Impegno per la trasparenza.

Non è più accettabile che iniziative volte a promuovere un business responsabile e pratiche aziendali più etiche non impongano la trasparenza alle aziende quale requisito minimo di affiliazione” ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice delle Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “L’accesso pubblico alle informazioni minime sulle catene di fornitura previste dall’Impegno per la Trasparenza è vitale per consentire ai lavoratori e agli attivisti di identificare e contrastare gli abusi nelle fabbriche”.

Così ad esempio ha fatto l’iniziativa americana Fair Labor Association. A novembre ha annunciato l’obbligo per tutti i suoi aderenti di pubblicare le informazioni sulle loro catene di fornitura in linea con lo standard del Transparency Pledge e renderle disponibili in un formato aperto e accessibile entro il 31 marzo 2020. L’organizzazione ha stimato che più di 50 marchi e distributori dovranno adeguarsi a questo obbligo e che da aprile 2020 potrebbero essere soggetti a una speciale revisione in caso di inadempienza.

Il Dutch Agreement on Sustainable Garments and Textiles (AGT) non ha reso l’obbligo di trasparenza un requisito di adesione ma ha chiesto ai suoi membri di fornire le informazioni al suo segretariato che a sua volta le pubblicherà attraverso l’Open Apparel Registry, un database facilmente accessibile che fornisce informazioni sull’affiliazione delle fabbriche ai marchi e alle Iniziative per il business responsabile.

La United Kingdom Ethical Trading Initiative e la Fair Wear Foundation hanno adottato misure incrementali per migliorare la trasparenza dei loro membri.  La Sustainable Apparel Coalition, amfori, e la German Partnership on Sustainable Textiles non hanno invece fatto nulla per legare la trasparenza ai requisiti di affiliazione.

I governi possono giocare un ruolo fondamentale emanando la legislazione necessaria ad imporre alle aziende la due diligence in materia di diritti umani lungo le loro catene globali di fornitura e la trasparenza su dove vengono realizzati i loro prodotti“, ha affermato Bob Jeffcott, analista politico presso il Maquila Solidarity Network. “Tali norme sono fondamentali per creare condizioni di parità tra le imprese e per proteggere i diritti dei lavoratori“.

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1 Per maggiori informazioni sulle 74 aziende contattate dalla coalizione e le altre aziende che hanno aderito al Pledge o si sono impegnata a farlo: https://airtable.com/shrycG3Ylj9wFY2lH/tbljLFp4O3qk0dmVN/viwqDL8ndd3XgcpyK?blocks=bipTM9f7Xn4HdfnXs

2 adidas, ASICS, ASOS, Benetton, C&A, Clarks, Cotton On, Esprit, G-Star RAW, H&M, Hanesbrands, Levi Strauss, Lindex, Mountain Equipment Co-op, New Balance, New Look, Next, Nike, Patagonia, Pentland Brands, PVH Corporation, and VF Corporation.

31 imprese si sono impegnate a pubblicare almeno la lista e l’indirizzo dei loro fornitori ma sono ancora lontane dallo standard previsto dall’Iniziativa per la Trasparenza. Si tratta di: ALDI North, ALDI South, Amazon, Arcadia Group, Bestseller, Coles, Columbia, Debenhams, Disney, Fast Retailing, Gap, Hudson’s Bay Company, Hugo Boss, John Lewis, Kmart Australia, Lidl, Marks and Spencer, Matalan, Mizuno, Morrisons, Primark, Puma, Rip Curl, Sainsbury, Shop Direct, Target Australia, Target USA, Tchibo, Tesco, Under Armour, Woolworths, e Zalando.

3 Di queste:

  • 18 aziende non hanno ancora pubblicato alcuna informazione
    American Eagle Outfitters, Armani, Canadian Tire, Carrefour, Carter’s, Decathlon, Dicks’ Sporting Goods, Foot Locker, Forever 21, Inditex, KiK, Mango, Ralph Lauren, River Island, Sports Direct, The Children’s Place, Urban Outfitters, e Walmart.
  • 2 aziende hanno pubblicato solo i nomi delle aziende e i Paesi in cui operano:
    Abercrombie & Fitch e Loblaws
  • 1 azienda si è impegnata a pubblicare i nomi e i Paesi nel 2020:Desigual

4Alchemist, Dare to Be, Eileen Fisher, Fanatics, Fruit of the Loom, HEMA, KappAhl, Kings of Indigo, Kontoor Brands, Kuyichi, Lacoste, Lululemon Athletica, Okimono, Schijvens, Toms, We Fashion e Zeeman. Gildan ha cominciato a pubblicare dei dati ma è ancora lontana dallo standard previsto dall’Iniziativa per la Trasparenza

Sommario in italiano
Report completo in inglese

Chiedi trasparenza ai marchi


Incendio in una fabbrica in India: oltre 40 persone morte. Giustizia per le vittime

Domenica scorsa, oltre 40 persone sono morte in un incendio in una fabbrica tessile a Delhi, in India. Ancora una volta ci troviamo a dover denunciare l’esigenza di norme trasparenti ed efficaci per la sicurezza degli edifici e le pratiche antincendio. Il governo ha annunciato alcune misure di risarcimento, ma bisogna subito lavorare per garantire pieno accesso alla giustizia per le vittime e i loro familiari.

Secondo i media locali, l'incendio è divampato domenica mattina presto in una fabbrica situata in un’area residenziale di Delhi, all’interno di un edificio che ospita anche altre produzioni, non solo tessili. Molti degli operai, in gran parte migranti e alcuni di loro minorenni, stavano dormendo all’interno dello stabile. Il nostro pensiero va innanzitutto alle famiglie che hanno perso i loro cari e a tutte le persone colpite da questa orribile tragedia.

Palesi violazioni della sicurezza hanno impedito alle persone di fuggire e mettersi in salvo. Secondo quanto riferito, una delle due scale dell'edificio era bloccata dai prodotti accatastati, le finestre erano sbarrate e l'unica uscita accessibile era bloccata. Funzionari hanno riferito che lo stabilimento non disponeva di alcuna licenza di sicurezza e molte fonti sostengono che operasse nella completa illegalità. Per di più, le strette vie in cui si trova l’edificio hanno ulteriormente ostacolato le operazioni di salvataggio.

Disastri come questo mostrano l'urgente necessità di applicare norme antincendio e di sicurezza degli edifici in maniera trasparente e credibile. I sistemi di ispezione esistenti, compreso l’utilizzo di società di certificazione sociale, pagate dalle multinazionali per controllare le fabbriche di loro fornitori, finora non sono riusciti a migliorare strutturalmente la sicurezza degli stabilimenti.

Il governo di Delhi ha annunciato lo stanziamento di 10.000,00 INR (circa 12.700 EUR) a titolo di risarcimento per i defunti e 100.000 INR (circa 1.270 EUR) per le spese mediche per i lavoratori feriti. Inoltre si è impegnato a pagare 200.000 INR (circa 2.500 EUR) alle famiglie dei defunti e 50.000 INR (circa 635 EUR) a quelle dei feriti. Un’iniziativa lodevole ma non sufficiente. Le misure di indennizzo, almeno per la perdita di reddito e le spese mediche, dovrebbero coprire le esigenze a lungo termine delle famiglie, come stabilito nella Convenzione ILO 121 per i risarcimenti in caso di infortuni sul lavoro. Inoltre, gli accordi dovrebbero tenere conto del dolore e della sofferenza subita dai lavoratori e dai loro familiari.

Non è ancora chiaro se la fabbrica stesse producendo per l'esportazione o per il crescente mercato interno. In ogni caso, chiunque abbia effettuato degli ordini in quella fabbrica dovrebbe assumersi la responsabilità di risarcire le vittime che stavano realizzando i loro prodotti.

Ci chiediamo inoltre perché quelle persone stessero dormendo nella fabbrica, per di più durante il fine settimana e con la produzione ferma. Non potevano permettersi i costi di un alloggio o del trasporto? È chiaro che si apre anche una questione relativa ai salari dignitosi dei lavoratori, in particolare di quelli più vulnerabili come i migranti.

Sono necessari ulteriori passi per garantire giustizia ai lavoratori e qualcosa sembra essersi già messo in moto. Il governo di Delhi ha ordinato un'inchiesta giudiziaria e sono state presentate accuse contro il proprietario dell'edificio. Questa tragedia dovrebbe essere un’occasione per porre fine all'impunità di chi gioca con la vita dei lavoratori, gestendo luoghi di lavoro illegali e insicuri.


Amazon fa un passo verso la trasparenza. Ma potrebbe fare di più.

Il 15 novembre Amazon ha compiuto un primo passo verso la trasparenza pubblicando i nomi, gli indirizzi e altri dettagli di oltre 1000 “strutture che producono beni a marchio Amazon”. Ma se l’azienda ha davvero a cuore la trasparenza, allora deve fare di più.

Secondo gli standard previsti dal “Transparency Pledge”, un’iniziativa realizzata da una coalizione internazionale*, tra cui figura anche la Campagna Abiti Puliti, che fissa le informazioni minime necessarie a rendere un’azienda trasparente nei confronti dei suoi lavoratori e consumatori, l’elenco pubblicato dal colosso dell’e-commerce non è abbastanza specifico per sapere cosa o dove i prodotti vengono realizzati e non è in un formato facilmente accessibile o filtrabile.

Una multinazionale così grande non può sottrarsi al dovere di essere quanto più trasparente possibile. Non è una questione di dettagli: i requisiti del Transaperncy Pledge sono il minimo indispensabile per mettere nelle condizioni lavoratori e attivisti di poter allertare i marchi in caso di violazioni lungo la catena di fornitura. Pur apprezzando questo primo passo, ancora molta strada resta da percorrere.” dichiara Deborah Lucchetti portavoce della Campagna Abiti Puliti

Il settore dell’e-commerce è in rapida espansione in tutto il mondo. Anche in Italia il fatturato è in crescita costante. Le risorse da investire nella tutela dei lavoratori e delle lavoratrici della propria catena di produzione non mancano di certo. 

Ci auguriamo che anche Amazon decida di seguire il percorso già tracciato da oltre 70 aziende contattate dalla coalizione, allineando le sue pratiche di trasparenza con lo standard minimo del Transparency Pledge” ha concluso Lucchetti.

*La coalizione sul Transparency Pledge è stata costituita nel 2016 con l'obiettivo di rendere la trasparenza della catena di fornitura una norma nell'industria dell'abbigliamento e delle calzature. È composta da nove membri: sei organizzazioni non governative internazionali - Clean Clothes Campaign, Human Rights Watch, International Corporate Accountability Roundtable, International Labor Rights Forum, Maquila Solidarity Network, and Worker Rights Consortium – e tre sindacati globali -  IndustriALL, International Trade Union Confederation e UNI Global Union.


Quanto costa produrre un maglione di Zara? Come Inditex usurpa la parola Rispetto

Un’indagine esclusiva di Public Eye mostra l’ipocrisia che si nasconde dietro la produzione tessile del marchio Zara, di proprietà del colosso Inditex. L’organizzazione ha ripercorso a ritroso la produzione di un maglione della collezione “Join Life” di Zara, la linea modello per la sostenibilità dell’azienda, mettendo in luce la realtà che vivono i lavoratori e le lavoratrici lungo la catena di fornitura.

Inditex si presenta al pubblico come un’azienda trasparente che attribuisce la massima importanza alle persone che realizzano i suoi capi. Lo slogan della sua campagna di comunicazione, “R-E-S-P-E-C-T: find out what it means to me” (RISPETTO: scopri cosa significa per me), in riferimento alla canzone di Aretha Franklin, sottintende la cura che l’azienda avrebbe verso le lavoratrici e i lavoratori della sua filiera.

I risultati dell’inchiesta restituiscono un’altra impressione: operai soffocati dall’enorme compressione dei prezzi esercitata da Inditex sui suoi fornitoricon conseguenti salari di povertà, orari di lavoro eccessivi, contratti precari, a fronte di profitti milionari per il brand. Secondo la stima di Public Eye, realizzata in collaborazione con alcuni partner della Clean Clothes Campaign e BASIC, l’azienda guadagna per ogni maglione venduto il doppio di tutte le persone impegnate nella sua produzione.

Risalendo la catena di produzione di questo articolo, l’inchiesta è arrivata agli stabilimenti di Smirne, in Turchia. La fabbrica incaricata della realizzazione dei 20mila maglioni, venduti in Svizzera al prezzo di 39,67 euro cadauno, ha ricevuto soltanto 1,53 euro al pezzo e la tipografia che ha apposto lo slogan solo nove centesimi a stampa. Per garantire la produzione è evidente che i proprietari siano stati costretti a sotto pagare i dipendenti o a farli lavorare più del consentito.

I lavoratori avrebbero guadagnato tra i 310 e i 390 euro al mese, circa un terzo del salario stimato dalla Clean Clothes Campaign come dignitoso. Nonostante il codice di condotta di Inditex affermi testualmente che i suoi fornitori dovrebbero sempre pagare salari “sufficienti a coprire almeno le esigenze di base dei lavoratori e delle loro famiglie, nonché ogni altra ragionevole necessità“. Inoltre, in uno degli stabilimenti la produzione sarebbe continuativa per 24 ore al giorno, divisa in due soli turni da 12 ore: pratica contraria al codice di condotta e alla legge turca, che impone turni massimi di lavoro notturno di sette ore e mezza. Peraltro, in una delle fabbriche buona parte dei lavoratori sarebbero assunti con contratti giornalieri, senza alcuna garanzia di impiego il giorno successivo.

La ricerca condotta sulla popolare felpa di Zara conferma ciò che affermiamo da tempo. Le pratiche d’acquisto capestro esercitate dai marchi committenti sono la prima causa strutturale della compressione dei costi verso i fornitori e del conseguente impoverimento cronico di milioni di lavoratori nel mondo.” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti. “È sempre più urgente e necessario affrontare il tema della redistribuzione della ricchezza nelle catene produttive globali della moda a favore dei lavoratori, spesso donne, che ne sono le principali artefici. Per questo sono necessari accordi vincolanti che obblighino i marchi committenti a pagare prezzi adeguati a garantire il riconoscimento di salari dignitosi a tutti i lavoratori della filiera

Inditex non pubblica nessun dato concreto sui livelli salariali dei suoi fornitori e sui prezzi di acquisto dei suoi articoli: Public Eye, allora, in collaborazione con il collettivo Éthique sur l’étiquette, la Schone Kleren Campagne e l’ufficio di analisi francese BASIC ha fatto una stima dettagliata della composizione del prezzo di questo maglione. Secondo i calcoli l’azienda guadagna 4,20 euro al pezzo, circa il doppio rispetto a tutte le persone impegnate nella sua produzione (2,08 euro), dai campi di cotone in India alla filanda di Kayseri, nella Turchia centrale, fino alle fabbriche di Smirne. Una scelta precisa quindi, non una fatalità: basterebbe destinare 3,62 euro in più a maglione alla mano d’opera per garantire un salario dignitoso a tutti i lavoratori. 

Inditex, che ha registrato un utile netto record di 3,44 miliardi di euro nel 2018, deve rispettare i diritti di coloro che contribuiscono al suo successo, cominciando a pagare dei prezzi di acquisto sufficienti a garantire loro un salario dignitoso.


Lettera alle istituzioni in materia di Impresa e Diritti Umani

Lettera inviata alle principali istituzioni italiane in materia di Impresa e Diritti Umani su iniziativa dei Direttori Scientifici della "Business and Human Rights" Summer School. La Campagna Abiti Puliti ha sottoscritto la lettera, firmata da più di 50 accademici ed esperti italiani e stranieri. La lettera è disponibile anche in inglese.

Leggi il testo della lettera


EVENTO: Human Rights Due Diligence

HUMAN RIGHTS DUE DILIGENCE

PRINCIPI E PRATICHE EMERGENTI IN EUROPA:
QUALE RUOLO PER L’ITALIA?

13 novembre 2019 dalle 10.00 alle 18.00
Sala Vitman dell
Acquario Civico di Milano, viale Gadio 2

 

Per poter identificare, prevenire e mitigare i propri impatti negativi su ambiente e società, le imprese, multinazionali in primis, sono sempre più chiamate a fare uso di due diligence con riguardo ai diritti umani (HRDD).

Si tratta di un processo che consiste nel valutare gli impatti effettivi e potenziali delle attività produttive su tali diritti, nel dotarsi di politiche aziendali che tengano conto di tali valutazioni, nel monitoraggio delle misure adottate e nel dotarsi di meccanismi di rimedio a favore delle persone e delle comunità che effettivamente subiscono abusi. Nonostante il concetto sembra essere ormai di uso corrente tra gli addetti ai lavori, gli esempi di legislazione oggi in vigore in Europa presentano caratteristiche disomogenee e lacune.

Nel corso del seminario internazionale ragioneremo insieme su quali siano gli elementi fondamentali che dovrebbero essere presenti in una legge nazionale, una direttiva o un regolamento comunitario sulla HRDD; condivideremo le lezioni apprese dai Paesi UE che stanno sperimentando le prime legislazioni sul tema; faremo un approfondimento sul panorama italiano e sulle potenzialità della legge 231/01 sulla responsabilità amministrativa delle società e degli enti.

L’evento è promosso da Mani Tese, FIDH, HRIC, Fair e Campagna Abiti Puliti e si inserisce all’interno del progetto “New Business for Good. Educare, informare e collaborare per un nuovo modo di fare impresa”, co-finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.

La partecipazione al seminario è gratuita. Per registrarsi: https://forms.gle/UCuGeUUdiDEp7XVP6


Caso UNIQLO: presentata denuncia alla Fair Labor Association

I lavoratori indonesiani chiedono di intervenire per risolvere definitivamente la disputa sui salari con Uniqlo

Dopo che per anni Uniqlo si è rifiutata di prendere parte seriamente a qualsiasi processo di mediazione, la Clean Clothes Campaign, insieme ai lavoratori indonesiani della fabbrica Jaba Garmindo, ha presentato una denuncia alla Fair Labor Association (FLA).L’atto, indirizzato a Fast Retailing, società madre del marchio Uniqlo, e al marchio tedesco s. Oliver, contesta la violazione del “Codice di Condotta” della FLA e i suoi “Principi del lavoro equo e della fornitura responsabile”, concepito per garantire “un trattamento rispettoso ed etico dei lavoratori” e per “promuovere condizioni sostenibili” nell’industria tessile.

Nell’aprile 2015, due stabilimenti indonesiani a Cikupa e Majalengka chiudono i battenti dalla sera alla mattina senza pagare ai loro operai, per lo più donne, le indennità di licenziamento obbligatorie per legge e diversi mesi di salario. Le chiusure sono avvenute dopo la bancarotta causata dal ritiro delle commesse da parte dei principali acquirenti, in particolare Uniqlo. Le migliaia di lavoratrici e lavoratori della Jaba Garmindo non sapevano nemmeno ci fossero dei problemi. Hanno scoperto della bancarotta e della chiusura soltanto attraverso le inchieste della stampa.

I documenti ottenuti dai lavoratori dimostrano come Uniqlo e s. Oliver fossero gli acquirenti più significativi negli anni precedenti alla chiusura: oltre il 50% del volume di produzione della fabbrica nel 2014 era su loro commissione. I lavoratori hanno visto con i loro occhi l’influenza che Uniqlo ha esercitato sulla produzione della fabbrica e di conseguenza sulle condizioni di lavoro: l’arrivo del marchio ha portato con sé obiettivi esorbitanti, straordinari forzati e pressione sui lavoratori. Gli atti giudiziari della procedura fallimentare citano le pratiche commerciali degli acquirenti come un fattore significativo per la chiusura degli stabilimenti.

Nurhayat, Vice Presidente del sindacato FSPMI presente presso la PT Jaba Garmindo, ha dichiarato: “È profondamente ingiusto che i lavoratori e le lavoratrici che hanno realizzato gli abiti di Uniqlo debbano soffrire una tale ingiustizia, mentre il marchio continua a crescere e prosperare, generando miliardi di profitti. Abbiamo il diritto ad avere quanto ci è dovuto, dopo anni di duro lavoro per realizzare i capi Uniqlo. Il rifiuto di pagarci è paragonabile a un furto e questo dovrebbe essere motivo sufficiente perché la FLA prenda provvedimenti immediati”.

Come marchi affiliati alla FLA, Uniqlo e s. Oliver sono tenute ad aderire al “Codice di Condotta” che stabilisce chiaramente che essi debbano garantire che i loro fornitori salvaguardino i diritti dei lavoratori ai sensi delle leggi nazionali e internazionali sul lavoro e sulla sicurezza sociale. Ciò include il fatto che i lavoratori ricevano tutti gli indennizzi previsti dalle normative. Dalla chiusura dello stabilimento, 2.000 lavoratori e lavoratrici della Jaba Garmindo hanno chiesto a Uniqlo e s. Oliver di assumersi le proprie responsabilità e di pagare i 5,5 milioni di dollari dovuti a titolo di indennità di licenziamento. Poiché i procedimenti legali sono chiusi, i lavoratori ora si rivolgono alla FLA come uno degli ultimi meccanismi di accesso ai risarcimenti.

Molte donne hanno lavorato in quegli stabilimenti per moltissimi anni e, in un mercato che preferisce assumere giovani, per loro sarà molto difficile trovare altre occupazioni. Quasi 600 lavoratrici vivono in condizioni di indigenza, costrette ad accettare lavori con paghe ben al di sotto del salario minimo.

Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti, ha dichiarato: “Uniqlo continua a sostenere di non aver alcun obbligo legale di pagare ciò che spetta ai lavoratori della Jaba Garmindo. Questo è esattamente il problema, cioè l’assenza di norme legalmente vincolanti nell’industria dell’abbigliamento. I codici di condotta cui molti marchi fanno riferimento sono volontari lasciando la responsabilità di rispettare di diritti fondamentali sanciti da norme e standard internazionali in balia della buona volontà degli stessi marchi che concorrono a violarli. Ora ci aspettiamo che FLA intervenga, in coerenza con quanto previsto dal suo codice di condotta e si adoperi concretamente per garantire un pieno risarcimento per i lavoratori della Jaba Garmindo“.

Molte delle aziende concorrenti di Uniqlo, alcuni anche membri della FLA, hanno accettato di contribuire al pagamento delle indennità di licenziamento in caso di fallimento di un loro fornitore. Ad esempio Nike, Adidas, Disney, Fruit of the Loom, Hanesbrands, H&M e Walmart hanno pagato direttamente i fondi dovuti ai lavoratori o hanno sollecitato i loro partner della catena di fornitura a farlo.

Negli ultimi anni, la campagna #PayUpUniqlo ha ricevuto un significativo sostegno pubblico globale portando all’avvio di un processo di mediazione tra Uniqlo e i lavoratori della Jaba Garmindo con incontri nel luglio 2017 e novembre 2018. Tuttavia, Uniqlo ha poi rifiutato di impegnarsi in maniera significativa e di partecipare ad ulteriori incontri, nonostante gli appelli della FLA alla Fast Retailing per “cercare una soluzione adeguata per i lavoratori e le lavoratrici della fabbrica”.

Risulta oltremodo stridente osservare che mentre Uniqlo ignora le richieste di migliaia di lavoratrici che l’hanno reso uno dei brand più redditizi al mondo, il marchio acquisisce credibilità attraverso le recenti partnership con l’OIL e UN Women

  • La denuncia dei lavoratori della Jaba Garmindo alla FLA arriva poche settimane dopo che Uniqlo ha annunciato la sua partnership con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel più grande progetto mai finanziato dal settore privato, per un valore di 1,8 milioni di dollari, volto a promuovere la protezione sociale, lo sviluppo delle competenze e il sostegno all’occupazione in Indonesia. Inoltre a giugno di quest’anno, Fast Retailing ha annunciato la sua partnership globale con UN Women per “difendere i diritti delle donne e il loro rafforzamento nel settore dell’abbigliamento”. Otto su dieci degli ex lavoratori della Jaba Garmindo sono donne e almeno 600 di loro versano in gravi difficoltà finanziarie.
  • Nel 2016, la Fair Wear Foundation ha risposto al reclamo di un lavoratore predisponendo un accordo con il marchio, suo socio e acquirente della Jaba Garmindo, Jack Wolfskin affinché pagasse un importo molto limitato a titolo di indennizzo ai lavoratori. Il sindacato di fabbrica FMPSI ha ritenuto che questa cifra fosse una “miseria”. Sentendosi scoraggiati e delusi dal processo di reclamo della FWF, i lavoratori della Jaba Garmindo hanno cercato il sostegno della Clean Clothes Campaign.
  • La Clean Clothes Campaign, composta da oltre 200 organizzazioni in tutto il mondo, ha lanciato la campagna #PayUpUniqlo nel 2016, prendendo di mira l’apertura di nuovi negozi Uniqlo in tutta Europa e i lavoratori che visitano la sede centrale di Uniqlo a Tokyo. Questo mese, gli attivisti si concentreranno sull’apertura di negozi a Madrid e Barcellona.
  • Uniqlo ha precedenti in materia di violazioni del diritto del lavoro. Nel 2016, la Students and Scholars Against Corporate Misbehaviour (SACOM) a Hong Kong ha condotto indagini sotto copertura in quattro fabbriche che producono per Uniqlo in Cina per mostrare le condizioni di lavoro della catena di fornitura. In Cambogia, Human Rights Now (HRN), una ONG internazionale per i diritti umani con sede a Tokyo, ha scoperto che centinaia di lavoratori sono stati ingiustamente licenziati semplicemente per aver lottato per i loro diritti. Anche S. Oliver si è macchiato di violazioni dei diritti dei lavoratori, tra cui salari da fame e cattive condizioni in Ucraina, Serbia e Ungheria.
  • Dal 2010 i principali marchi globali hanno pagato oltre 10 milioni di dollari di indennità di licenziamento previste per legge a più di 6.000 ex dipendenti di fabbriche chiuse in tutto il mondo. Più recentemente, lo scorso agosto, è stato firmato un accordo che garantisce che migliaia di lavoratori in Indonesia riceveranno 4,5 milioni di dollari a titolo di indennità di licenziamento obbligatoria per legge.

Verena – OEW

Alessandro, Movimento Consumatori

Deborah, FAIR

Sara, Hòferlab

Francesco, FAIR

Francuccio, CNMS

Ersilia, Abiti Puliti

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(2019) REPORT - La foglia di fico della moda: come l’auditing sociale protegge i marchi a danno dei lavoratori

“Ci spingiamo fin dove i marchi committenti ci fanno arrivare”

Un nuovo rapporto mostra come l’industria multimiliardaria dell’auditing sociale sia utilizzata come strumento di responsabilità sociale di impresa (RSI) per proteggere la reputazione dei marchi e i loro profitti a danno della sicurezza dei lavoratori della moda.

Il rapporto “La foglia di fico della moda: come l’auditing sociale protegge i marchi a danno dei lavoratori” pubblicato oggi dalla Clean Clothes Campaign offre un’analisi approfondita dell’industria della certificazione, mostrando i collegamenti tra le più famose iniziative commerciali di conformità sociale (come Social Accountability International, WRAP, FLA, e amfori BSCI), le più grandi imprese di auditing (come Bureau Veritas, TÜV Rheinland, UL, RINA e ELEVATE) e i marchi interessati da queste certificazioni.

Le prove mostrate nel rapporto evidenziano chiaramente come l’industria dell’auditing sociale abbia platealmente fallito nel raggiungimento del suo obiettivo primario: proteggere la sicurezza dei lavoratori e migliorare le loro condizioni. Al contrario è stata molto attiva nel proteggere l’immagine e la reputazione dei marchi e dei loro modelli di business, ostacolando al tempo stesso modelli più efficaci che comprendono l'obbligo di trasparenza e impegni vincolanti in materia di accesso alla giustizia.

Il rapporto offre esempi specifici di negligenza citando alcuni casi molto noti accaduti negli scorsi anni: l’incendio della Ali Enterprises in Pakistan del settembre 2012, in cui oltre 250 lavoratori persero la vita perché impossibilitati a scappare a causa delle porte e delle finestre sbarrate; il crollo del Rana Plaza in Bangladesh nell’aprile 2013, con la morte di 1.134 lavoratori e il ferimento di migliaia di persone; l’esplosione del boiler nella fabbrica Multifabs sempre in Bangladesh nel luglio 2017, con decine di morti e feriti. Ciascuna di queste fabbriche era stata certificata come sicura da diverse aziende di auditing - tra cui TÜV Rheinland, Bureau Veritas e RINA - utilizzando gli standard, la metodologia e la guida di importanti iniziative di conformità come la amfori BSCI e la SAI. Nei casi della Ali Enterprises e del Rana Plaza inoltre, le certificazioni erano avvenute solo poche settimane o mesi prima dei disastri: per la Ali, secondo quanto riferito, addirittura senza che gli auditor avessero visitato la fabbrica.

Questi casi, prevedibili ed evitabili, dimostrano il fallimento del sistema di auditing sociale controllato dalle aziende. Si tratta di un’industria che, per usare le parole di un’auditor, si spinge “fin dove i marchi committenti ci fanno arrivare”*. Un’industria che opera impunemente: ci sono state poche, se non nessuna, ripercussioni negative per le aziende e le iniziative di certificazione coinvolte in quei disastri. Queste continuano a crescere così come crescono i loro profitti e ricavi, man mano che aumentano le fabbriche controllate. Un settore che è riuscito a mantenere nascosti i suoi fallimenti grazie alla notoria assenza di trasparenza e all’opacità della sua catena di responsabilità che gli permette di non condividere alcun risultato con il mondo esterno, compresi quei lavoratori i cui diritti, vite e salute sono in gioco. Il rapporto si concentra sulle cause strutturali di questi fallimenti, suggerendo ai diversi soggetti coinvolti numerose raccomandazioni per cambiare il sistema, a partire dall’esigenza di maggiore trasparenza, responsabilità e coinvolgimento reale dei lavoratori.

Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, ha dichiarato: “20 anni di responsabilità sociale d’impresa non sono riusciti a migliorare le condizioni di lavoro e si continuerà in questo modo fino a quando non ci sarà una revisione strutturale del sistema di auditing sociale. Non possiamo lasciare che le imprese si autoregolino. Normative vincolanti con la minaccia di sanzioni e il rafforzamento dei lavoratori attraverso le loro rappresentanze sono gli unici meccanismi che possano garantire una seria presa in carico delle proprie responsabilità, l’esercizio della due diligence sui diritti umani e la protezione delle vite dei lavoratori”. 

Kalpona Atker, del Bangladesh Centre for Worker Solidarity, particolarmente coinvolta nella battaglia per ottenere giustizia per le famiglie colpite dal crollo del Rana Plaza, ha dichiarato: “È fondamentale capire che il sistema di auditing sociale è fallimentare a partire dalla sua progettazione. I certificatori non hanno le competenze, il tempo o gli incentivi per rilevare correttamente gli edifici non sicuri e rilasciano rapporti che dicono in modo rassicurante ai marchi che non c'è nulla di cui preoccuparsi. Il crollo del Rana Plaza è stato un disastro causato dalla negligenza umana e del tutto prevedibile. I marchi non hanno voluto vedere le condizioni in cui versavano le fabbriche, condizioni non rilevate o ignorate negli audit da loro stessi commissionati. È sorprendente che nessuno - non un marchio o una società di auditing - sia stato ritenuto responsabile dell'enorme perdita di vite. Abbiamo bisogno di leggi che costringano queste imprese a render conto della loro negligenza."

Garrett Brown, coordinatore del Maquiladora Health & Safety Support Network, fondato nel 1993 attraverso progetti di sicurezza sul lavoro in Messico, America Centrale, Indonesia, Cina, Vietnam e Bangladesh, ha dichiarato: “Questo rapporto esaustivo e ben documentato mostra chiaramente come e perché i programmi di responsabilità sociale di impresa (RSI) non siano riusciti a proteggere la salute, la sicurezza e i diritti legali dei lavoratori in tutta la catena globale di fornitura. Ciò che manca nell'auditing sociale sono auditor competenti e non corrotti; rapporti di ispezione accurati e integrali; coinvolgimento reale dei lavoratori, la parte più informata e più interessata al processo di monitoraggio. Il punto della questione è che lo scopo reale della Responsabilità Sociale di Impresa non è proteggere i lavoratori ma l’immagine e la reputazione dei marchi, continuando ad ottenere il massimo profitto dalle catene globali di approvvigionamento”.

*La citazione originale è “We go as far as brands want us to go” in LeBaron, G., and Lister, J. 2016. Ethical Audits and the Supply Chains of Global Corporations. SPERI Sheffield Political Economy Research Institute. Brief 1. Sheffield. http://eprints.whiterose.ac.uk/96303/.

Scarica il report completo (Inglese)
Scheda sul social auditing (italiano)
Riassunto del rapporto (italiano)


UNIQLO: paga subito i risarcimenti!

Questa settimana Uniqlo apre il suo primo negozio a Milano. È l’occasione giusta per chiedere al marchio di assumersi le sue responsabilità!

Nel 2015 la fabbrica indonesiana Jaba Garmindo chiudeva i battenti senza alcun preavviso dopo che Uniqlo, unico acquirente, decideva di ritirare i suoi ordini. Da allora i lavoratori (per l’80% donne), improvvisamente licenziati e lasciati in condizioni disperate, aspettano almeno 5,5 milioni di dollari di indennità di licenziamento per ricominciare a vivere.

Unisciti a noi per chiedere a Uniqlo di assumersi le sue responsabilità dopo essersi rifornito presso quella fabbrica che sfruttava quei lavoratori con bassi salari, straordinari obbligatori e non pagati e altre vessazioni. Uniqlo paghi subito i risarcimenti dovuti!

Parliamo di un’azienda, il terzo distributore di moda nel mondo, che ha chiuso lo scorso anno fiscale (conclusosi il 31 agosto) con una crescita del 14,4% e un aumento del 29,8% del profitto. Concretamente, la Fast Retailing ha registrato un fatturato di 2,13 trilioni di yen (16,39 miliardi di euro) e un utile di 154 miliardi di yen (1,19 miliardi di euro). Profitti costruiti anche sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici della Jaba Garmindo.

Lascia un commento all’evento di Uniqlo e fagli sapere da che parte stai: https://www.facebook.com/events/1138341733024208/


(2019) Ali Enterprises: dopo 7 anni ancora fabbriche insicure

Nel giorno del settimo anniversario dell’incendio alla fabbrica tessile Ali Enterprises, che nel 2012 in Pakistan uccise oltre 250 lavoratori e lavoratrici, con il nuovo rapporto I lavoratori tessili del Pakistan hanno bisogno di un accordo sulla sicurezzaClean Clothes Campaign, International Labor Rights Forum, Labour Education Foundation, National Trade Union Federation e Pakistan Institute of Labour Education and Research denunciano come ancora oggi le fabbriche tessili del Paese restino insicure come allora

Le iniziative avviate negli ultimi anni non sono riuscite a porre i lavoratori (e i sindacati che li rappresentano) al centro dei programmi di sicurezza e quindi difficilmente potranno affrontare in modo significativo la questione. Per questo si chiede un meccanismo ispirato al programma per la sicurezza messo in atto nel 2013 dopo il drammatico crollo dell'edificio Rana Plaza in Bangladesh.

In questa giornata innanzitutto il nostro pensiero va da una parte a tutti i lavoratori e le lavoratrici che hanno vissuto questa tragedia traumatizzante sette anni fa e alle famiglie che in quel giorno hanno perso i propri cari; dall’altra a tutte le vittime e ai feriti colpiti da incendi e altri incidenti prevenibili accaduti negli anni a seguire.

La totale mancanza di un adeguato sistema di monitoraggio della sicurezza nell'industria dell'abbigliamento in Pakistan è costata centinaia di vite umane negli ultimi anni. Così come l’assenza delle misure che potrebbero essere messe immediatamente in atto, come assicurare che gli operai non restino mai bloccati all'interno degli edifici o rimuovere i prodotti accumulati davanti alle uscite di emergenza, e che avrebbero potuto fare la differenza, salvando centinaia di vite umane dal fuoco della Ali Enterprises e in molti altri incendi accaduti in seguito" dichiara Khalid Mahmood, direttore del Labour Education Foundation in Pakistan.

Il rapporto evidenzia come tutte le iniziative avviate dal 2012 in Pakistan volte a migliorare la sicurezza sul lavoro siano in realtà caratterizzate da scarsa trasparenza. E, cosa più importante, nessuna di esse sia stata sviluppata coinvolgendo i sindacati e le altre organizzazioni per i diritti dei lavoratori pakistane. La rappresentanza dei lavoratori è stata esclusa non solo nella fase di progettazione ma anche in quella di implementazione e nella governance.

Marchi e distributori continuano a convogliare le loro energie sugli stessi schemi di auditing aziendale che in passato non sono riusciti a migliorare significativamente il settore o a prevenire decine di morti. Gli ispettorati governativi pakistani non dispongono di personale e di risorse sufficienti e non sono in grado di coprire in modo significativo un settore in crescita. Nel frattempo, ogni giorno i lavoratori continuano a rischiare la vita in fabbriche non sicure.

È giunto allora il momento che le aziende che producono abiti e tessuti per la casa in Pakistan inizino a prendere sul serio la sicurezza dei lavoratori. Tutte le parti interessate, a livello locale e internazionale, devono assumersi la loro responsabilità, mettendo le persone che fabbricano i loro prodotti al centro dei loro sforzi per la sicurezza” dichiara Nasir Mansoor, presidente della Pakistani National Trade Union Federation.

Il rapporto esorta i marchi e i distributori che si riforniscono in Pakistan a tenere conto delle richieste del movimento sindacale pakistano di sostenere la formazione di un accordo giuridicamente vincolante tra i brand dell’abbigliamento, i sindacati e i gruppi, locali e globali, impegnati per i diritti dei lavoratori. Tale intesa deve trarre insegnamento dall'esperienza vissuta in Bangladesh attraverso l’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici, il che significa porre al centro del programma la trasparenza, l'applicazione, gli obblighi commerciali e la partecipazione dei lavoratori. È fondamentale per la sicurezza dei lavoratori che i sindacati locali e le altre organizzazioni locali per i diritti dei lavoratori siano coinvolti nell'ideazione, progettazione, governance e attuazione di qualsiasi iniziativa volta a migliorare la salute e la sicurezza sul lavoro nel Paese.

Abbiamo visto in Bangladesh, dove sono emerse contemporaneamente due iniziative in materia di sicurezza, che il coinvolgimento dei lavoratori, la trasparenza e la natura vincolante sono essenziali per creare un programma di sicurezza di successo. Mentre l'Alleanza per la sicurezza dei lavoratori del Bangladesh, controllata dalle imprese, non ha mai coinvolto gruppi indipendenti di rappresentanza dei lavoratori nella sua progettazione, sviluppo o governance e ha rifiutato di richiedere impegni giuridicamente vincolanti da parte delle imprese, l'Accordo ha stabilito un nuovo standard rivoluzionario per un sistema di ispezione e bonifica trasparente, replicabile ed efficace. Qualsiasi programma di sicurezza in Pakistan deve partire da qui” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti.

Il rapporto chiede che i governi nazionali e provinciali pakistani adottino una serie di misure per allineare la situazione in quelle fabbriche che non fossero incluse nell’accordo. 

È importante che i governi nazionali e provinciali aumentino le risorse, la copertura e l'efficacia, al fine di garantire che tutte le fabbriche di abbigliamento e le strutture tessili in Pakistan diventino più sicure, non solo quelle che producono per il mercato internazionale” dichiara Zulfiqar Shah, co-direttore del Pakistan Institute of Labour Education and Research.

Infine, il rapporto chiede ai governi dei Paesi che ospitano le sedi dei principali brand di abbigliamento e dei distributori di porre fine alle pratiche di autocontrollo inaffidabili, introducendo una legislazione obbligatoria di due diligence in materia di diritti umani garantendo così che i marchi si assumano le loro responsabilità lungo tutta la catena di fornitura. Inoltre anche le società di social auditing devono essere ritenute responsabili di audit erronei che potrebbero costare la vita ai lavoratori.

Leggi il report completo (inglese)


Donne nell’industria dell’abbigliamento e delle calzature in Albania

Pubblichiamo la traduzione di un articolo di Factoje dello scorso maggio sulla situazione dei lavoratori e delle lavoratrici tessili in Albania (traduzione a cura di Ersilia Monti)

Il 6 ottobre 2018 il primo ministro albanese Edi Rama ha visitato una delle più grandi fabbriche di abbigliamento di Durazzo. Nel corso della visita ha affermato che grazie agli incentivi economici del governo le imprese del settore hanno visto crescere negli ultimi anni la loro capacità produttiva e hanno così potuto garantire maggiore occupazione e consistenti aumenti salariali. A sostegno della sua tesi Rama ha pubblicato anche un video sulla sua pagina facebook, ma ha raccolto non pochi commenti da parte di cittadini che descrivono una realtà ben diversa fatta di retribuzioni che, non solo non sono aumentate, ma restano ancora troppo basse.

Ecco alcuni dei commenti:

“Dove li vedete questi aumenti salariali? Lavoro in fabbrica alla macchina da cucire, il massimo che ricevo sono 250 mila ALL (200 euro) e vivo in un clima di paura, come le mie colleghe”.

“Ho lavorato l’anno scorso in quella fabbrica e non portavo a casa più di 250 mila ALL al mese per 10 ore di lavoro al giorno. Per favore dite le cose come stanno e non come il primo ministro vorrebbe che fossero”.

 “Signor primo ministro, guardi che lì si prendono solo 180 mila ALL. Non sono cose di cui vantarsi!”

“Perché non dice che gli straordinari non sono retribuiti e che i lavoratori non ricevono nemmeno il salario minimo?”

Per gli intervenuti sulla pagina facebook di Edi Rama le condizioni di lavoro nei luoghi descritti non sono per niente favorevoli. Si dice, per esempio, che solo i supervisori sono pagati in modo adeguato, che le donne sono autorizzate ad andare in bagno una sola volta, anche in condizioni di assoluta necessità, durante turni di lavoro di 9 ore, e che dopo sette anni di lavoro ci si ammala d’asma o di altre patologie respiratorie. Si afferma infine che quasi nessuna fabbrica ha adottato misure di sicurezza.

Le dichiarazioni del primo ministro e le reazioni, così numerose, apparse sui social network hanno indotto Faktoje a svolgere un’indagine per approfondire la questione e accertare i fatti. In questo contesto, sono state realizzate una serie di interviste a donne, occupate nell’industria dell’abbigliamento in città diverse, le quali si sono rese disponibili a rendere pubblici i propri problemi di lavoro. Solo due testimoni hanno chiesto di mantenere l’anonimato per paura di essere licenziate. Tefta Buci, ex dipendente di un’azienda di Tirana, ha accettato di essere intervistata di fronte alla telecamera nella convinzione che il suo esempio sarà di stimolo alle donne incoraggiandole a discutere apertamente delle loro condizioni di lavoro. Buci è stata licenziata per aver organizzato una serie di scioperi considerati illegali e per aver tentato di fondare un sindacato in fabbrica. Per vedere riconosciuta l’illegittimità del suo licenziamento, ha portato il suo caso in tribunale. I giornalisti di Faktoje hanno assistito alle udienze.

Tefta Buci è stata per dieci anni dipendente di AlbaGroup, un’azienda italiana, amministrata da un albanese, che è proprietario di una piccola quota azionaria. L’azienda è specializzata nella cucitura e incollaggio di calzature, e nella modellistica. Fra le marche più note per le quali AlbaGroup lavorava, Buci ha menzionato Valentino, Jimmy Choo, Disquared, Louboutin, Fendi, Versace, Aurelien, Hermes, and Philipp Plein.

Abbiamo tentato di metterci in contatto con la sede dell’azienda in Italia per avere maggiori informazioni sulle condizioni di lavoro, sui contratti applicati, o anche solo per sapere se era noto il caso di un ricorso legale da parte di una ex dipendente, ma finora non abbiamo ricevuto risposte.

In Albania non vengono utilizzati termini univoci, a livello istituzionale, per identificare il settore industriale di cui stiamo parlando. Qualche volta lo si classifica come “façon”, altre volte come “industria per la trasformazione di materiale tessile”. La poca precisione rende difficile la raccolta di dati ufficiali sia riguardo al numero di imprese che operano nel settore sia riguardo al numero degli occupati. Abbiamo inoltrato numerose richieste per ottenere informazioni ufficiali, ma sono state tutte respinte con la motivazione che non era stata utilizzata la terminologia corretta. Restano così di difficile individuazione le aziende che non rispettano la legge e obbligano i dipendenti a lavorare in nero. 

Il caso di Tefta Buci è la dimostrazione del cattivo funzionamento del sistema preposto alla tutela dei lavoratori, con il risultato che questi ultimi sono costretti ad affrontare la battaglia per il riconoscimento dei loro diritti in totale solitudine. A detta di Tefta, l’ispettorato del lavoro ha svolto più di un sopralluogo su richiesta dei lavoratori che denunciavano irregolarità nelle condizioni di lavoro, nei livelli retributivi e nei ritmi di produzione. Tutto quello che è stato rilevato nel verbale di ispezione però è la mancanza di un servizio di mensa e l’abitudine dei dipendenti a fumare nei locali di lavoro, desunta dalla presenza di cartelli di avviso. 

Non c’era niente di normale invece, secondo Tefta, nelle condizioni in cui lei e le colleghe erano costrette a lavorare: “le pressioni erano continue, ed esercitate nei modi più disparati, le donne subivano violenze fisiche e psicologiche, il caposquadra e i superiori non facevano che insultarci ben sapendo che non potevamo reagire, pena il licenziamento”.

Dal racconto di Tefta risulta che in fabbrica si sono verificati numerosi incidenti per i quali le vittime non solo non sono state risarcite, ma non hanno ricevuto nessun tipo di cura. Il medico responsabile sembra esistere solo sulla carta dal momento che non era mai presente ogni volta che si è verificato un problema di salute o un caso di infortunio. Secondo un’altra testimone, R.B., 35 anni, che ha chiesto di mantenere l’anonimato, i datori di lavoro e i superiori minimizzano i problemi pensando di risolverli con l’installazione di un climatizzatore, cosa che per altro hanno fatto solo dopo una serie di incidenti sul lavoro dei quali si sono occupati anche i mezzi di informazione.

Facciamo straordinari senza ricevere la maggiorazione del 10% alla quale abbiamo diritto e non ci riconoscono le assenze per malattia”, dice R.B., che aggiunge che le lavoratrici non si lamentano apertamente perché temono di perdere l’unico reddito con il quale mantengono la famiglia.

Rimangono così nell’ombra anche le molestie sessuali. Un’altra testimone, L.K., 45 anni, dipendente di una fabbrica di Valona, ha raccontato a Faktoje di essere a conoscenza di casi in cui sono state effettuate delle nuove assunzioni di donne, selezionate espressamente per ottenere sotto ricatto occupazionale favori di tipo sessuale. Una di queste donne, a detta di L.K., è una ventenne divorziata, giudicata una facile preda per via del suo stato civile e dei problemi che ha dovuto affrontare nella vita.

La mancanza di attenzione che viene riservata ai gravi problemi che vivono le donne occupate nell’industria dell’abbigliamento in Albania è un’offesa al nostro paese, perché queste donne sono fra le categorie sociali più deboli e ignorate dallo stato. Ci si deve occupare di loro in modo costante e non soltanto l’8 marzo. Il governo ha il dovere di intervenire per risolvere una situazione scandalosa, anche se le aziende del settore sono quasi tutte di proprietà privata. 


(2019) REPORT - Salari su misura

Un nuovo rapporto dimostra come i principali marchi dell’abbigliamento non siano riusciti a mantenere l’impegno del salario vivibile

  • Nessun grande marchio di abbigliamento intervistato è stato in grado di dimostrare, al di fuori della propria sede centrale, che i lavoratori della sua catena di fornitura siano effettivamente pagati abbastanza per vivere con dignità e sostenere una famiglia.
  • I marchi di abbigliamento e i distributori stanno violando le norme sui diritti umani riconosciute a livello internazionale e i propri codici di condotta.

Secondo un nuovo rapporto pubblicato oggi dalla Clean Clothes Campaign, nessun grande marchio di abbigliamento è in grado di dimostrare che i lavoratori che producono i loro capi in Asia, Africa, America Centrale o Europa Orientale siano pagati abbastanza per sfuggire alla trappola della povertà.

Lo studio "Salari su misura 2019: Lo stato delle retribuzioni nell’industria globale dell’abbigliamento" analizza le risposte di 20 grandi marchi della moda sui loro progressi nell'implementazione di un salario vivibile per i lavoratori che producono i loro vestiti. Dalla ricerca è emerso che l'85% dei marchi si è impegnato in qualche modo a garantire che i salari siano sufficienti a soddisfare le esigenze di base dei lavoratori, ma, al contempo, che nessuno di loro ha messo in pratica questo principio per nessun lavoratore nei Paesi in cui viene prodotta la stragrande maggioranza dei capi di abbigliamento.

Anna Bryher, autrice del rapporto, ha dichiarato: “A cinque anni di distanza dalla nostra precedente indagine, nessun marchio è stato in grado di mostrare alcun progresso verso il pagamento di un salario vivibile. La povertà nell'industria dell'abbigliamento sta peggiorando. È una questione urgente. Il nostro messaggio ai brand è chiaro: i diritti umani non possono aspettare e i lavoratori che realizzano i capi venduti nei nostri negozi devono essere pagati abbastanza per vivere con dignità”.

Dei 20 marchi intervistati, 19 hanno ricevuto il voto più basso possibile, mostrando di non essere in grado di produrre alcuna prova che a un lavoratore che confeziona i loro capi di abbigliamento sia stato pagato un salario vivibile in qualsiasi parte del mondo. L'unica eccezione è stata Gucci che è riuscita a dimostrare come, per una piccola parte della sua produzione in Italia, grazie alle trattative salariali nazionali, le paghe consentano a una famiglia di vivere in alcune zone del Sud e del Centro Italia.

"Le iniziative volontarie non sono riuscite a garantire i diritti umani dei lavoratori", ha aggiunto Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. "Il modello economico globale che spinge i prezzi al continuo ribasso e mette in competizione i Paesi a basso salario è troppo forte. È un dato di fatto che i lavoratori che producono quasi tutti gli abiti che compriamo vivono in povertà, mentre le grandi marche si arricchiscono grazie al loro lavoro. È tempo che i marchi adottino misure efficaci di contrasto al sistema di sfruttamento che hanno creato e da cui traggono profitto".

salari di base in Etiopia e Bangladesh sono meno di un quarto del salario dignitoso, mentre in Romania e in alcuni altri paesi dell'Europa orientale il divario è ancora maggiore, con i lavoratori che guadagnano solo un sesto di quanto necessario per vivere con dignità e mantenere una famiglia [1]. Di conseguenza, i lavoratori sono costretti a vivere in baraccopoli, soffrono di malnutrizione e debiti, spesso non possono permettersi di mandare i loro figli a scuola, il tutto mentre lavorano ore e ore di straordinario per cercare di sbarcare il lunario. 

Marchi come C&A, H&M, Zara, Primark, Nike, Adidas e Zalando, tra gli altri, sono tutti responsabili di non aver fatto abbastanza per arginare la povertà dei lavoratori. 

Deborah Lucchetti ha concluso: "I marchi e i distributori globali sanno da anni che i salari pagati ai lavoratori non sono sufficienti per permettergli di vivere con dignità ma continuano a fare promesse vuote mentre rastrellano profitti enormi. Se i marchi fossero davvero impegnati a pagare un salario dignitoso, dovrebbero passare dalle parole ai fatti, scegliendo un parametro di riferimento credibile, informando i fornitori e aumentando i prezzi di acquisto in coerenza. Dovrebbero iniziare subito con i 50 maggiori fornitori e rendere pubblici i libri paga, a dimostrazione che ciò stia realmente accadendo. È una questione affrontabile, basta mettere mano alla redistribuzione della catena del valore e pagare di più i lavoratori”.

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Interrogativi sollevati a seguito dell’intesa raggiunta sull’Accordo sugli incendi e la sicurezza degli edifici Bangladesh (Accord).

Il 19 di maggio 2019 la Corte dAppello della Corte Suprema del Bangladesh ha accettato un Protocollo di Intesa raggiunto allinizio del mese tra il Comitato Direttivo dellAccordo e lassociazione degli imprenditori tessili BGMEA. Il Protocollo stabilisce che lAccordo continuerà ad operare in Bangladesh per un periodo di transizione di 281 giorni lavorativi durante i quali i marchi, i sindacati e il BGMEA daranno vita ad una nuova istituzione denominata RMG Sustainability Council (RSC) che assumerà le mansioni dellAccordo nel 2020. 

 Il Protocollo mette fine ad un periodo di incertezza circa il futuro dell’Accordo nel paese e assicura la sua operatività ancora per un anno, ma non ne elimina totalmente il senso di incertezza, lasciando ambiguità circa l’impatto immediato sulla funzionalità dell’Accordo. Esso solleva anche dubbi su elementi vitali relativi alle future istituzioni previste. Alcuni mediae rappresentati dei lavoratori in Bangladesh hanno già sollevato questioni relativa al fatto se il Protocollo indebolirà l’indipendenza dell’Accordo e darà più potere agli imprenditori locali. “Avrà delle conseguenze negative”, ha dichiarato il leader sindacale Babul Akhter a AFP.

Limpatto immediato dl Protocollo

La presenza concordata di una “Unità BGMEA”all’interno dell’ufficio dell’Accordo e l’esatta funzione di questa entità, costituisce fonte di preoccupazione. Secondo il Protocollo di intesa, i Piani di azione correttiva saranno valutati in collaborazione con questa unità. Questo solleva interrogativi circa l’influenza dei datori di lavoro sull’indipendenza del processo decisionale dell’Accordo. Inoltre, una presenza visibile delle imprese all’interno dell’ufficio dell’Accordo potrebbe avere un impatto negativo sulla disponibilità dei lavoratori a fidarsi del meccanismo di denuncia, una delle caratteristiche più importantidell’Accordo.

Ci sono timori che il BGMEA, che ha ripetutamente e pubblicamente rigettato il lavoro dell’Accordo come interferente nei suoi affari, proverà ad utilizzare questa Unità per esercitare una influenza indebita sul funzionamento indipendente dell’Accordo, contrariamente all’intento del Protocollo. Tali timori sono rinforzati da una recente dichiarazione media del BGMEA secondo la quale selezione ed esclusione delle fabbriche dalla fornitura dei marchi firmatari richiederà il consenso del BGMEA, laddove il Protocollo semplicemente richiama la “collaborazione”  sul processo di escalation. Il linguaggio del Protocollo dà origine a diverse interpretazioni ed è assolutamente urgente fare maggiore chiarezza.

Interrogativi e preoccupazioni in merito al RMG Sustainability Council.

Il Protocollo di intesa inoltre ha annunciato la nascita di un sistema permanente nazionale di monitoraggio della sicurezza denominato RMG Sustainability Council (“RSC”), istituito a partire dall’infrastruttura dell’Accordo, continuando il suo lavoro e mantenendo lo stesso livello di trasparenza.

Il Protocollo di intesa non fa chiarezza sulla struttura decisionale del nuovo organismo,sul meccanismo di finanziamento e di attuazione, incluso se tale nuova istituzione avrà la stessa natura legalmente vincolante dell’Accordo. Ciò significa che i seri interrogativi sollevati dall’aggiunta di un nuovo stakeholder (gli imprenditori) al programma rimangono irrisolti. Per esempio, se la componente sindacale continuerà ad avere la metà dei voti nella struttura di governance o potrà essere facilmente essere messa in minoranza dai marchi e dai datori di lavoro alleati. Non è chiaro neanche cosa comporterà per i livelli futuri di trasparenza, l’evidente esclusione delle ONG quali agenzie di controllo, da questo nuovo organismo e come questo dovrebbe essere interpretato in un Paese dove il diritto fondamentale alla libertà di associazione e di espressione dei sindacati resta fortemente sotto minaccia.

Per il bene dei lavoratori tessili in Bangladesh, è di massima importanza accertarsi che la nuova istituzione operi secondo gli stessi principi e criteri che hanno reso l’Accordo così credibile ed efficace nel garantire protezione ai lavoratori. 
Questo implica:

  • un sistema di ispezioni meticoloso e trasparente che operi indipendentemente da qualunque influenza delle imprese;
  • la formazione dei lavoratori e un sistema di denuncia che permetta ai lavoratori di proteggere la propria sicurezza e i propri interessi contro quelli del management senza avere paura di ritorsioni;
  • robusti e credibili meccanismi di attuazione e controllo dove i sindacati abbiano la capacità di far rispettare l’accordo attraverso l’arbitrato vincolante;
  • una forte e indipendente leadership dell’Accordo dove l’Ispettore Capo mantenga piena e indipendente discrezionalità per assumere decisioni sulle misure correttive da adottare e sulla pianificazione delle ispezioni, laddove necessario.

(2019) Romania: salari da fame. Meno di un sesto del salario dignitoso

I lavoratori dell'abbigliamento in Romania guadagnano solo il 14 per cento del salario dignitoso. Per questo motivo i loro familiari sono costretti a cercare lavori precari in Europa occidentale.

Il nuovo rapporto della Clean Clothes Campaign dedicato alla Romania analizza ampie ricerche che coprono gli ultimi sei anni, con particolare attenzione al periodo 2017-2018. Quasi mezzo milione di persone lavora nell'industria della moda rumena - la maggiore forza lavoro di questo settore in Europa. Le principali destinazioni di esportazione dell'abbigliamento "Made in Romania" sono l'Italia, il Regno Unito, la Spagna, la Francia, la Germania e il Belgio. I marchi rilevati durante le indagini spaziano da discount e aziende di fast fashion a marchi del lusso di alta gamma, tra cui Armani, Aldi, Asos, Benetton, C&A, Dolce & Gabbana, Esprit, H&M, Hugo Boss, Louis Vuitton, Levi Strauss, Next, Marks & Spencer, Primark e Zara (Inditex). Con quasi 10.000 fabbriche e laboratori, la Romania rappresenta a uno dei paesi di produzione storici per i marchi di moda dell'Europa occidentale. 

Da più di un decennio, l'industria dell'abbigliamento del Paese soffre di una drammatica carenza di manodopera, a causa delle condizioni di lavoro pessime. I lavoratori considerano i salari bassissimi del settore come il problema più grave: la paga media dei lavoratori intervistati per un orario di lavoro regolare è pari solo al 14% del salario dignitoso. Contrariamente alla legge, una cifra spesso inferiore al salario minimo legale, che di per sé costituisce comunque solo il 17% del salario vivibile. Sempre secondo i lavoratori, il mancato pagamento del salario minimo legale costituisce la norma. Molti di loro riferiscono di essere costretti a contrarre prestiti per far fronte alle spese quotidiane, come quelle di riscaldamento in inverno. Ciò significa che la maggior parte è fortemente indebitata. "Sto restituendo un prestito mentre guadagno 150 euro al mese. Soldi chiesti non per acquisti di lusso, ma per pagare le mie cure mediche", ha riferito un lavoratore al nostro ricercatore. 

Oltre a contrarre debiti, i lavoratori e le loro famiglie sopravvivono, nonostante la povertà dei salari, grazie all'agricoltura di sussistenza, condotta oltre le lunghe ore di lavoro in fabbrica, e grazie al sostegno dei membri della famiglia che migrano verso l'Europa occidentale in cerca di lavoro. Quasi tutti gli altri lavoratori intervistati hanno raccontato di avere familiari che lavorano nell'edilizia o nell'agricoltura, ad esempio in Italia o in Francia. La migrazione della manodopera verso l'Occidente è una conseguenza diretta della povertà dei salari. "Provate a mantenere le vostre famiglie per un solo mese con i nostri salari" è stato l’invito di un lavoratore rivolto alle aziende che producono abiti nella fabbrica in cui è impiegato.

Oltre ai bassi salari, i lavoratori della metà delle fabbriche oggetto di indagine riferiscono di ore di lavoro straordinario non retribuito, così come di ventilazione e aria condizionata non funzionanti in un Paese dove le estati possono essere roventi. La ricerca ha riscontrato anche casi di straordinari forzati e di accesso limitato o mancato all'acqua. Tutti i lavoratori si sono lamentati di essere vittime di bullismo: vengono maltrattati verbalmente, molestati e costantemente minacciati di licenziamento.

Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, membro italiano della Clean Clothes Campaign, lo riassume così: “I marchi del tessile spesso si vantano di portare lavoro in quei Paesi in cui ce ne bisogno e di offrire soprattutto alle donne una strada per uscire dalla povertà. La nuova ricerca della CCC dimostra che lavorare per i marchi della moda occidentali non costituisce una via di uscita dalla povertà, piuttosto favorisce la contrazione di debiti per sopravvivere ed è causa di separazione delle famiglie. Nessuno dei marchi che si rifornisce in Romania si è impegnato seriamente ed efficacemente contro le violazioni dei diritti umani e del lavoro nel Paese. È giunto il momento che l’Unione Europea introduca norme vincolanti sui diritti umani lungo le catene di forniturae affronti le grandi disuguaglianze all’interno del continente. In una parte - quella occidentale - i salari minimi legali sono a prova di povertà; nell’altra sono addirittura al di sotto della soglia di povertà stabilita dall’Unione Europea.”

La Clean Clothes Campaign chiede che l’Unione Europea sviluppi una politica comune sui salari minimiper garantire in tutti gli Stati membri il rispetto del diritto umano a un salario vivibile, applicando di fatto il suo “Pilastro dei diritti sociali”. In particolare al Capitolo II, paragrafo 6 di questo documento si legge che “i lavoratori hanno diritto a salari equi che garantiscano un tenore di vita dignitoso” e che “la povertà lavorativa deve essere prevenuta”. 


Gli azionisti di H&M coglieranno l'opportunità di far uscire i lavoratori dalla povertà?

https://www.youtube.com/watch?v=3GH6z2Shipg

Nel 2013 H&M si è impegnata a garantire salari dignitosi entro il 2018 a 850.000 lavoratori della sua catena di fornitura. La promessa aveva avuto molto risalto mediatico, portando benefici all'immagine pubblica del brand. Peccato che il tempo sia scaduto e nessun lavoratore abbia visto aumentare il proprio salario fino alla soglia di dignità

Abbiamo già raccolto oltre 170 mila firme per chiedere a H&M di mantenere la sua promessa e presto le consegneremo al CEO Karl-Johann Persson e alla responsabile della sostenibilità Anna Gedda.

Nel frattempo però, abbiamo fatto qualcosa in più. Abbiamo comprato alcune azioni di H&M garantendoci così l'opportunità di presentare una risoluzione agli azionisti durante la prossima Assemblea generale annuale dell'azienda che si terrà a Stoccolma il prossimo 7 maggio.

Con questa risoluzione chiederemo agli azionisti di usare i loro profitti del 2019 per istituire un fondo e iniziare a pagare salari dignitosi ai loro lavoratori.

CI SERVE ANCORA IL TUO SOSTEGNO: 
CHIEDI AGLI AZIONISTI DI VOTARE LA NOSTRA RISOLUZIONE

QUI TUTTE LE ISTRUZIONI SU COME ATTIVARTI:
https://turnaroundhm.org/take-action/

#TurnAroundHM #ShareYourProfits


Il governo del Bangladesh non è pronto a sostituirsi all’Accordo per la sicurezza

Il governo del Bangladesh sta utilizzando i procedimenti dinanzi alla Corte Suprema per impedire il funzionamento dell’Accordo sugli incendi e la sicurezza degli edifici (Accordo), mettendo così a rischio la sicurezza dei lavoratori. Una sentenza della Corte d'appello bengalese prevista per il prossimo 7 aprile potrebbe imporre all'Accordo di chiudere l'ufficio e le operazioni di Dhaka senza considerare se le agenzie nazionali siano in grado di farsi carico di questo lavoro. 

Il governo sostiene di avere la capacità di controllare le 1.688 fabbriche di competenza dell’Accordo ma la ricerca pubblicata oggi da Clean Clothes Campaign, International Labor Rights Forum, Maquila Solidarity Network e Worker Rights Consortium (firmatari dell’Accordo in qualità di testimoni) mostrano un livello scioccante di impreparazione

In particolare, si evince che: 

  • I due database governativi destinati a fornire informazioni sul risanamento delle fabbriche di abbigliamento sono incompatibili tra loro e non forniscono informazioni sulle ispezioni successive.
  • Nessuno dei 745 stabilimenti del programma di ispezione governativo ha ancora eliminato i rischi per la sicurezza identificati negli ultimi tre/cinque anni. Tra questi figurano, ad esempio, le vie di uscita bloccate che, in caso di incendio, potrebbero lasciare i lavoratori intrappolati all'interno. Molti pericoli ad alto rischio dovrebbero - e avrebbero potuto - essere eliminati immediatamente dopo essere stati identificati. 
  • Il governo ha il potere di chiudere le fabbriche ritenute talmente pericolose da mettere a rischio la sicurezza immediata dei lavoratori. Come è stato ampiamente riconosciuto, se il governo avesse utilizzato questo potere quando le crepe del Rana Plaza erano state identificate pochi giorni prima del crollo nel 2013, migliaia di vite sarebbero state salvate. L'Accordo ha identificato 114 fabbriche di questo tipo, talmente insicure da eliminarle dal suo programma di ispezione. Oggi, la metà di queste stesse strutture rimane aperta nell'ambito del programma di ispezione del governo, ma nei registri non vi è alcuna indicazione che siano stati apportati miglioramenti in materia di sicurezza al loro interno
  • Il governo sostiene di aver ricevuto 18 denunce dal 2013 attraverso il suo meccanismo di segnalazione. L'Accordo, nello stesso periodo, ne ha ricevute 1.152. Questa netta differenza potrebbe essere attribuita, in parte, al fatto che il governo non garantisce l'anonimato dei lavoratori che presentano reclami contro le fabbriche.
  • In diversi dibattiti pubblici, il governo ha dichiarato che il 29% di tutti i lavori di ristrutturazione richiesti nelle fabbriche di sua competenza sono stati completati. Uno sguardo più attento ai loro dati però dimostra che si tratta di una grossolana sovrastima. 346 su 400 fabbriche (per le quali ci sono informazioni disponibili) hanno completato meno del 20% di tutti i lavori di ristrutturazione richiesti. Solo due stabilimenti hanno completato tra il 21 e il 40% dei lavori di risanamento. Sulle restanti 52 fabbriche non ci sono informazioni. Al contrario, l'89% dei lavori di ristrutturazione necessari in tutti gli stabilimenti coperti dall'Accordo sono stati completati. 

Sia i marchi che le organizzazioni firmatarie dell'Accordo di Transizione 2018 si sono impegnati a trasferire la responsabilità dei lavori di ispezione e bonifica una volta che sia stata istituita un'agenzia nazionale di regolamentazione credibile. Attualmente, le parti interessate a livello internazionale concordano sul fatto che le agenzie nazionali di ispezione del Bangladesh non soddisfino ancora gli standard previsti in materia di trasparenza, monitoraggio o esecuzione. Le agenzie di controllo del governo sono molto in ritardo nel completare i lavori di messa in sicurezza presso le fabbriche di abbigliamento che producono per marchi non firmatari dell’Accordo o per il mercato interno. Nonostante ciò il governo del Paese sostiene che i suoi organismi di controllo siano pronti ad assumersi l’incarico, considerando di fatto l'Accordo non più necessario. Per questo esso sta spingendo per un rapido trasferimento non solo del sistema di ispezioni e riparazione, ma anche del meccanismo dei reclami e dei programmi di formazione sulla sicurezza svolti ora dall'Accordo, rifiutandosi di discutere e considerare un processo graduale basato su una valutazione dell’effettiva capacità di subentrare definitivamente all’Accordo.


Benetton, il colore del risentimento

Foto di Jonathan Frantini

Un'interessante inchiesta di Margherita Nasi e Aureliano Tonet pubblicata da Le Monde sugli affari della famiglia Benetton, dalle autostrade alla moda. Leggi l'inchiesta


Nuovo incendio in Bangladesh: le agenzie nazionali di controllo non sono all'altezza

Gli incendi alle fabbriche di abbigliamento in Bangladesh confermano che le agenzie nazionali di controllo non sono ancora all’altezza del loro compito.

Un altro incendio in una fabbrica di abbigliamento del Bangladesh a Dhaka ha ferito otto persone, secondo i media locali. Questo tragico incidente è avvenuto durante un periodo di incertezza e di negoziati sul futuro dell’Accordo sugli incendi e la sicurezza degli edifici in Bangladesh (Accordo): l'unico programma internazionale che ha migliorato significativamente la sicurezza dei lavoratori nel settore dell'abbigliamento dopo il crollo della Rana Plaza nel 2013. L'incendio conferma che, nonostante le affermazioni contrarie del governo del Bangladesh, gli organismi di controllo nazionali non sono ancora pronti ad assumersi la responsabilità di questo importante lavoro.

I media bengalesi raccontano di un incendio divampato lo scorso 4 marzo a Baipail, Ashulia, alla periferia di Dhaka, nella fabbrica Anzir Apparels Ltd, uno stabilimento presente sul sito web dell'Alliance for Bangladesh Worker Safety, un programma di sicurezza istituito da Gap, Walmart, VF e altri marchi nordamericani in risposta al crollo della Rana Plaza. Secondo il sito web dell'Alleanza, la fabbrica non era riuscita a compiere adeguati progressi in tema di sicurezza dopo che alcune ispezioni del 2014 avevano rivelato enormi problemi. Per questo era stata rimossa da quella lista, intendendo che nessuno dei marchi dell’Alleanza vi si sarebbe più rifornito. Lo stabilimento ha poi chiuso nel marzo 2016. Tra i problemi individuati vi era la mancanza di un adeguato sistema di allarme antincendio, di attrezzature antincendio e di uscite di emergenza sicure. Secondo i lavoratori però la fabbrica non è rimasta chiusa, ma è stata riaperta due mesi dopo. Nel 2017 infine un marchio firmatario dell’Accordo ha effettuato un ordine, ma in tre mesi la fabbrica ha chiuso di nuovo invece di correggere le falle come richiesto.

Il recente incendio dimostra che la fabbrica aveva ricominciato di nuovo a produrre e, secondo i lavoratori, già nel 2017. Lo ha fatto senza affrontare adeguatamente gli evidenti problemi di sicurezza individuati nei rapporti di ispezione, resi pubblici e condivisi con le autorità. L'organismo di controllo che avrebbe dovuto sovrintendere la situazione, il Bangladesh Department of Inspection for Factories and Establishments (DIFE), sembra aver registrato la ripresa dell'attività della fabbrica, ma senza riuscire ad intraprendere alcuna azione. Sul suo sito web e su quello della Remediation and Coordination Cell (RCC), un'organizzazione ombrello per le autorità ispettive del Bangladesh, la Anzir Apparels Unit 1 è elencata come "in funzione", mostrando una sintesi del rapporto di ispezione iniziale dell'Alleanza, ma senza ulteriori segnali di azione.

La fabbrica non solo ha ignorato le misure di sicurezza, ma anche i diritti dei lavoratori. Recentemente ha cambiato il suo nome in BP Fashion come mossa contro il sindacato di fabbrica, registrato con il vecchio nome e non in grado di accreditarsi nel presunto "nuovo" stabilimento. Ciò è particolarmente preoccupante, poiché la capacità di organizzazione dei lavoratori è fondamentale per la salvaguardia della loro sicurezza, permettendo di denunciare collettivamente i pericoli e rifiutare il lavoro non sicuro. L'Accordo riconosce la libertà di associazione sindacale come parte centrale del suo mandato. 

Gli organismi nazionali di ispezione hanno quindi consapevolmente consentito il funzionamento di una fabbrica che, nonostante le sollecitazioni, ha ripetutamente omesso di affrontare i pericoli per la sicurezza ed è stata attiva per tutti questi anni, ad eccezione di due brevi periodi nel 2016 e 2017. Una tale flagrante mancanza di responsabilità dimostra ancora una volta che le autorità nazionali di ispezione del Bangladesh sono pericolosamente in ritardo nell'ispezione, nel monitoraggio e nell'applicazione di misure correttive nelle fabbriche di abbigliamento di loro competenza. Questa osservazione è dimostrata dai numeri: ad esempio, secondo un rapporto del settembre 2018 cofirmato dal governo del Bangladesh, solo il 29% dei difetti di sicurezza iniziali riscontrati nelle fabbriche coperte da organismi di ispezione nazionali sono stati eliminati. Molti dei problemi di sicurezza che rimangono in sospeso costituiscono pericoli immediati per i lavoratori del settore dell'abbigliamento e la maggior parte dei termini imposti per adeguarsi sono scaduti anni fa. La valutazione della situazione è ulteriormente ostacolata dalla mancanza di trasparenza: nessun rapporto di follow-up delle ispezioni è disponibile al pubblico.

Negli ultimi mesi, il governo del Bangladesh ha cercato di garantire ai marchi, ai governi stranieri e ai giornalisti che le sue agenzie nazionali fossero all'altezza del compito di ispezionare e far rispettare le misure correttive in tutte le fabbriche di abbigliamento del Paese. Ha ripetutamente affermato che fosse giunto il momento che i programmi internazionali di sicurezza creati in risposta alla tragedia del Rana Plaza trasferissero le loro responsabilità alle agenzie di ispezione nazionali, plaudendo all'Alleanza per aver rivisto le sue attività e cercando attivamente di limitare l'Accordo.

Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, coalizione italiana della Clean Clothes Campaign ha dichiarato: "Alla luce della mancanza di capacità degli organismi di controllo nazionali dimostrata ancora una volta da questo incendio, e ulteriormente aggravata dal fatto che essi sono responsabili anche di tutti gli altri edifici industriali del Paese, risulta evidente che oggi il passaggio delle funzioni ispettive delle fabbriche monitorate dall'Accordo a questi organismi sarebbe estremamente irresponsabile. Non può esserci un trasferimento di responsabilità fino a quando l'Accordo non avrà terminato la messa in sicurezza delle fabbriche di sua competenza affrettandosi ad ampliare la sua portata e includere l’ispezione delle caldaie e le industrie correlate nella filiera tessile. L’Accordo dovrebbe anche esaminare seriamente i reclami dei proprietari delle fabbriche per i prezzi sleali pagati dai marchi che limitano le possibilità di investire in sicurezza. Allo stesso tempo il governo del Bangladesh dovrebbe accelerare le riforma degli enti nazionali per garantire trasparenza e ispezioni continuative, secondo standard elevati a reale protezione della vita dei lavoratori”

Le organizzazioni che hanno firmato l’Accordo del Bangladesh in qualità di testimoni - Clean Clothes Campaign, International Labor Rights Forum, Maquila Solidarity Network e Worker Rights Consortium- invitano il governo del Bangladesh a rispondere a questo incendio sostenendo pubblicamente e senza condizioni il lavoro salvavita svolto dell'Accordo fino a quando l’impegno avviato con il crollo della Rana Plaza non sarà completamente portato a termine.

Note:

  • Il rapporto di settembre 2018 del Bangladesh Sustainability Compact dichiara una bonifica del 29% per le fabbriche tessili coperte dagli organismi di ispezione nazionali. Ciò contrasta con il tasso di bonifica dell'89% annunciato dall'Accordo un mese dopo per 1.572 fabbriche di sua competenza.

Manifestazioni davanti alle ambasciate del Bangladesh per chiedere il rispetto dei diritti dei lavoratori del tessile

Questa settimana attivisti e sindacalisti in tutto il mondo protesteranno davanti alle ambasciate e ai consolati del Bangladesh per esprimere solidarietà ai lavoratori bengalesi del settore tessile. Attraverso una settimana di solidarietà globale chiederanno salari dignitosi, fabbriche sicure e la fine della repressione dei lavoratori. La preoccupazione per i diritti dei lavoratori dell’abbigliamento sta crescendo dopo la risposta violenta alle recenti proteste per i salari scoppiate in Bangladesh e il protrarsi delle vicende giudiziarie dell’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladeshche stanno minando progressi essenziali nel campo della sicurezza delle fabbriche.

 

Salari da fame e violenze

Lo scorso dicembre, migliaia di lavoratori sono scesi in piazza per protestare dopo che la revisione dei livelli salariali si è rivelata avere impatti significativamente diversi per i lavoratori a seconda del loro livello retributivo: per alcuni significa solo pochi centesimi in più in busta paga.

L’atteso aumento dei salari minimi è arrivato dopo un processo lungo e molto problematico, privo di un’adeguata rappresentanza delle voci dei lavoratori. Il risultato è stato una revisione che corrisponde appena alla metà di quanto chiedevano gli operai, un valore molto lontano da qualsiasi soglia di salario dignitoso. Quando i lavoratori hanno visto nelle loro buste paga a quanto ammontava l’aumento, hanno deciso di scioperare e organizzare massicce proteste, represse violentemente dalla polizia causando un morto e molti feriti.

La violenza è tutt’ora in corso. I dirigenti delle fabbriche hanno licenziato centinaia di lavoratori per aver preso parte alle proteste. Decine di loro, compresi i sindacalisti, sono stati arrestati e ora devono affrontare accuse inventate che potrebbero portare a lunghe pene detentive, oltre a quelle che si trascinano dalle proteste del 2016-2017 per salari più elevati.

Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, dichiara: “Il nocciolo della questione è che anche dopo i recenti emendamenti, i lavoratori bengalesi continuano a percepire paghe da fame mentre il governo del Bangladesh continua a intimidire i lavoratori e reprimere qualsiasi tentativo di organizzarsi. I lavoratori hanno il diritto fondamentale di manifestare e scioperare per salari dignitosi e devono essere liberi di farlo. La Campagna Abiti Puliti chiede al governo di rispettare questo diritto, di rilasciare tutti i lavoratori e i sindacalisti arrestati e di ritirare le accuse nei loro confronti”.

I lavoratori hanno bisogno di fabbriche sicure

L’attuale ondata di violenza e repressione arriva in un momento di crescente attenzione internazionale sull’industria dell’abbigliamento del Bangladesh. Da novembre 2018, gli atti della Corte Suprema del Paese stanno generando incertezza sul futuro dell’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh. L’Accordo, istituito dopo il crollo del Rana Plaza nel 2013, che uccise almeno 1.134 persone, ha ottenuto miglioramenti concreti e duraturi per l’industria tessile del Paese. Il governo ha ripetutamente sostenuto che il suo programma di ispezioni, il Remediation and Coordination Cell(RCC), sarà presto pronto a subentrare e che l’Accordo dovrebbe essere autorizzato a operare solo temporaneamente e sotto la sua supervisione. Tuttavia, l’RCC non ha ancora dimostrato la capacità o la volontà di eseguire le ispezioni garantendo gli stessi standard di sicurezza previsti dall’Accordo.

I progressi ottenuti nel campo della sicurezza delle fabbriche in Bangladesh sono stati una dura conquista degli ultimi cinque anni e mezzo” continua Deborah Lucchetti. “L’incertezza intorno al futuro dell’Accordo unita alla repressione delle proteste rischiano di vanificare questi sforzi. Per prevenire un altro caso come quello del Rana Plaza servono due cose: le fabbriche devono essere regolarmente e adeguatamente ispezionate e i lavoratori devono essere liberi di denunciare e organizzarsi. Se chi lavora ha paura di far sentire la propria voce o di rifiutare un lavoro insicuro, i marchi e i consumatori sappiano che torneranno le condotte aziendali pericolose che hanno causato il crollo del Rana Plaza”.

Durante questa settimana di solidarietà con i lavoratori bengalesi del tessile, le organizzazioni, i sindacati, gli attivisti e i consumatori dimostreranno a favore del rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori che producono gli abiti che tutti indossiamo. Manifestazioni e lettere di protesta coinvolgeranno le ambasciate e i consolati del Bangladesh in molte città del mondo: Berlino, Bruxelles, Londra, Ginevra, Madrid, L’Aia, New York, Washington DC, solo per citarne alcune.

COSA PUOI FARE TU

In 1 minuto
– Firma la petizione 
– Condividi sui social networks: “Io sto con i lavoratori tessili del Bangladesh #WeStandWithGarmentWorkers #Bangladesh #FreedomSafetyLivingWage

In 10 minuti:
– Cerca nel tuo armadio un abito “made in Bangladesh“. Scatta una foto all’etichetta e postala con il testo “Io sto con i lavoratori e le lavoratrici tessili del Bangladesh che producono gli abiti che indosso #WeStandWithGarmentWorkers #Bangladesh #FreedomSafetyLivingWage

Maggiori informazioni

  • Per maggiori informazioni e aggiornamenti sulle manifestazioni: https://cleanclothes.org/safety/week-of-solidarity
  • Lettere di protesta sono state inviate anche alle ambasciate di Edimburgo, Helsinki, Hong Kong, Oslo, Oulo, Roma, Stoccolma, Tampere.
  • Le proteste contro l’implementazione della revisione del salario minimo sono scoppiate a dicembre. Si sono fermate il 30 dicembre per le elezioni e sono ripartite il 6 gennaio. La repressione delle forze governative è stata particolarmente violenta, causando 1 morto e circa 50 feriti. Il 13 gennaio è stato annunciato un aumento minimo per tutti i gradi salariali, tranne quelli più bassi, e i lavoratori sono stati invitati a tornare al loro posto di lavoro. Il giorno dopo sono iniziati i primi licenziamenti. Attualmente, secondo quanto riferito, almeno 5.948 lavoratori sono stati licenziati, 2.292 sono sulla “lista nera” e 45, inclusi alcuni sindacalisti, sono stati arrestati. Molte altre denunce sono state depositate contro i lavoratori, la maggior parte delle quali contro ignoti: questo significa che il tribunale potrà inserire qualsiasi lavoratore nella lista delle persone accusate.
  • Questa situazione somiglia alla risposta alle proteste per i salari scoppiate nel dicembre 2016-gennaio 2017, quando furono arrestati 30 lavoratori, compresi i dirigenti sindacali; oltre 1.500 lavoratori furono licenziati; circa 50 leader sindacali furono costretti a nascondersi e tutt’ora lo sono. Molte accuse sono ancora pendenti lasciando i lavoratori a rischio costante di arresto.
  • Il futuro dell’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladeshrimane incerto fino a quando una decisione della Corte Suprema sull’appello contro un ordine restrittivo pendente sulle sue operazioni nel Paese non verrà emessa. Una nuova audizione è prevista per il 18 febbraio. Per maggiori informazioni:

https://cleanclothes.org/safety/protect-progress.


Repressione in Bangladesh: il governo ascolti i lavoratori

La repressione delle proteste dei lavoratori in Bangladesh mostra la mancanza di rispetto da parte del governo per le libertà fondamentali.

Migliaia di lavoratori in Bangladesh sono scesi in strada per protestare contro la recente revisione dei salari nel settore tessile. Quando la polizia di Dhaka ha iniziato a sparare proiettili di gomma e gas lacrimogeni sulla folla, un lavoratore è rimasto ucciso e molti altri feriti.

La Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, condanna con forza la violenta repressione del diritto di manifestare e chiede al governo di fermare la violenza e le intimidazioni ai lavoratori e sindacalisti e di smetterla di ignorare le loro richieste.

Il clima generale è pessimo. Le proteste si svolgono in un quadro generale disastroso per la libertà di associazione nel Paese, già evidenziato dalla crisi irrisolta del 2016 in Ashulia, quando in una settimana dozzine di fabbriche chiusero, più di 1500 lavoratori furono licenziati, circa 30 operai e sindacalisti furono arrestati e 50 leader sindacali costretti a nascondersi. Molti hanno ancora accuse pendenti nei loro confronti e sono in costante rischio di arresto.

Il governo del Bangladesh ignorò le richieste di aumento salariale nel 2016. Durante il lungo processo di revisione dei salari dello scorso anno non ha tenuto conto della richiesta dei lavoratori di 16.000 taka (164 euro). Il nuovo salario minimo per i lavoratori meno qualificati è stato fissato solo alla metà: 8.000 taka (82 euro). Per la maggior parte de lavoratori, la nuova revisione non ha praticamente corrisposto nessun aumento del salario base. Allo stesso tempo, le fabbriche stanno prendendo misure contro i lavoratori per mitigare l’effetto del presunto aumento.

Nonostante un clima di paura e intimidazione oltre la già limitata libertà di associazione in Bangladesh, soprattutto in vista delle elezioni nazionali del 30 dicembre, lavoratori e sindacalisti hanno ripetutamente espresso il loro malcontento durante il processo di revisione e dal momento dell’annuncio dell’introduzione del salario minimo.

Durante questo processo di revisione, la Clean Clothes Campaign ha chiesto ai marchi internazionali e ai distributori di sostenere pubblicamente le rivendicazioni dei lavoratori. Alcuni di essi hanno espresso la speranza che la voce dei lavoratori fosse ascoltata ma non si sono impegnati a sostenere una cifra specifica. Quando poi l’annuncio e l’incremento del salario minimo si è dimostrato ben al di sotto delle richieste e della soglia di salario dignitoso, nessuno di questi marchi ha detto nulla.

Le manifestazioni si stanno svolgendo in un momento in cui gli occhi del mondo e dell’industria dell’abbigliamento sono già concentrati sul Bangladesh, dopo la controversa vittoria del partito al potere e con l’Alta Corte in procinto di decidere sul futuro dell’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh.

Anche se il governo ha ripetutamente preso impegni a livello internazionale per migliorare la situazione dei lavoratori, le recenti modifiche sono insufficienti per contrastare le preoccupazioni nazionali e internazionali. La libertà di associazione sindacale rimane fortemente ridotta, il che ostacola l’espressione degli interessi dei lavoratori.

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Sondaggio Europeo: i cittadini chiedono trasparenza

Mercato abbigliamento italiano:

La maggioranza degli Italiani pensa che i marchi dell’abbigliamento debbano assumersi la responsabilità dell’impatto delle proprie filiere
Lo rivela un sondaggio europeo, il più approfondito mai realizzato.
Solo un Italiano su dieci associa il brand del lusso Gucci a una filiera sostenibile

I consumatori italiani diventano sempre più consapevoli, non solo nel settore della produzione alimentare ma anche in quello dell’abbigliamento e della moda,che, secondo Statista[1]si stima arriverà a un valore di mercato di 42 miliardi di dollari nel 2020. I grandi brand non possono più contare su una fiducia indiscussa ma devono mettere in conto, da parte di chi compra, un occhio sempre più vigile e attento sugli aspetti che riguardano l’ambiente, la salute e le condizioni dei lavoratori.
Lo rivela  un sondaggio effettuato da Ipsos MORI per conto di Changing Markets Foundatione Clean Clothes Campaign, che ha evidenziato che solo due Italiani su dieci (22%) ritengono che l’industria informi adeguatamente i consumatori riguardo all’impatto produttivo sull’ambiente e sulla popolazione e otto su dieci (82%) ritengono che i marchi  debbano fornire informazioni sugli obblighi assunti e le misure adottate per ridurre l’inquinamento.

Secondo il sondaggio, inoltre, due Italiani su tre (64%) dichiarano di non essere disposti a comprare articoli di abbigliamento da marchi la cui produzione è associata all’inquinamento e addirittura il 72% (i tre quarti degli Italiani) pensa che i marchi di abbigliamento debbano assumersi la responsabilità di ciò che avviene nelle loro catene di produzione e distribuzione e debbano garantire che i loro articoli siano prodotti in maniera ecosostenibile. Per quello che riguarda le condizioni di lavoro e di salario ben otto italiani su dieci (78%) considera importante che i marchi dell’abbigliamento dichiarino in maniera trasparente se i dipendenti che lavorano nelle proprie filiere ricevono un salario dignitoso e il 58% sostiene che non comprerebbe prodotti da un marchio che non paga i giusti compensi.

Si tratta dell’indagine di mercato più approfondita mai realizzata relativa alla percezione da parte dei consumatori degli standard ambientali e lavorativi nell’industria dell’abbigliamento. L’indagine rivela che i consumatori si aspettano che i marchi si assumano la responsabilità di ciò che avviene all’interno delle proprie filiere e chiedono maggiore trasparenza sia per quanto riguarda le condizioni di lavoro sia per il rispetto dell’ambiente. I risultati dell’indagine puntano tutti verso un netto cambiamento di mentalità da parte dei consumatori i quali chiedono una maggiore assunzione di responsabilità da parte dell’industria e più informazioni”  dichiara Urska Trunk della Changing Markets Foundation.

Sono sempre più numerosi gli appelli rivolti all’industria della moda italiana affinché adotti processi produttivi più responsabili.[i]Nonostante l’alto valore di mercato del settore, le rivelazioni fatte dalla Clean Clothes Campaign relative alle misere condizioni di lavoro nelle fabbriche in Albania e Macedonia, dove vengono prodotte le calzature cosiddette “Made in Italy” per i marchi di lusso, e i risultati non soddisfacenti delle analisi di “internal auditing” relative alle condizioni di lavoro, hanno causato un danno di immagine e hanno condotto l’opinione pubblica a fare pressione affinché questa situazione cambi.[ii]

In linea generale i marchi del lusso elencati nel sondaggio non sono considerati migliori dei marchi più economici o dei rivenditori al dettaglio. Il sondaggio ha infatti messo in luce alcuni dati sorprendenti relativi ai brand del lusso. Per esempio, il 10% degli Italiani associa il marchio Gucci a una filiera ecosostenibile, contro il 13% di Zara e il 17% di H&M. Ricerche condotte dalla Clean Clothes Campaign tra l’altro rivelano come Gucci si rifornisca in diversi Paesi dove sussistono misere condizioni di lavoro, come la Serbia[1].

Questione viscosa
La viscosa è una fibra vegetale che sta diventando un’alternativa sempre più diffusa al cotone o ai prodotti sintetici.  Ma la produzione della viscosa necessita di sostanze chimiche tossiche che hanno effetti nocividocumentati sull’ambiente e sulla salute delle persone se non debitamente controllate.[iii] Più di 303.000 consumatori dell’UE hanno firmato una petizione lanciata da WeMove per chiedere all’industria dell’abbigliamento di impegnarsi nella produzione di viscosa pulita.[iv]

L’indagine Ipsos MORI ha anche rivelato che il 71% degli Italiani concorda sul fatto che i marchi dell’abbigliamento dovrebbero fornire informazioni sui loro produttori di viscosa e il loro impatto sull’ambiente.

Secondo il rapporto della Changing Market Foundation Dirty Fashion: on track for transformation  (La moda sporca: sulla via della trasformazione), i brand del lusso italiani quali Gucci, Prada e Fendi sono stati inclusi tra i marchi peggiori per quanto riguarda la viscosa, accanto a rivenditori al dettaglio della fascia più bassa come Lidl ed ASDA.

“Questa indagine indica un forte sostegno da parte dei consumatori alle azioni intraprese dall’industria della moda per garantire che i marchi producano articoli di abbigliamento in maniera ecosostenibile. Le aziende del settore dovranno passare a metodi più “puliti” per soddisfare le aspettative dei consumatori.  Ci stiamo rivolgendo alle aziende italiane che si occupano di abbigliamento chiedendo di seguire l’esempio di altri marchi UE e firmare la nostra Roadmap per una filiera della viscosa più pulita. Abbiamo bisogno della massima trasparenza e di uno spostamento verso un modello produttivo che non distrugga la vita delle persone e gli ecosistemi naturali”  aggiunge Urska Trunkdella Changing Markets Foundation.

Salari bassi, serve più informazione.
Sempre secondo il sondaggio di Ipsos MORI, più della metà dell’opinione pubblica italiana (54%) ha la sensazione che l’industria della moda paghi salari troppo bassi ai lavoratori delle proprie filiere e due terzi (67%) ritiene che sia difficile sapere con certezza se gli articoli di abbigliamento che acquistano rispettano gli standard etici più alti.

“I consumatori non sono più disposti a comprare prodotti di quei marchi che non pagano salari dignitosi”, dichiaraDeborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “Se l’industria dell’abbigliamento non si decide ad agire concretamente, convertendo la produzione verso una maggiore sostenibilità e legalità, è giunta l’ora che lo facciano direttamente i governi.”

La Changing Markets Foundation collabora con le ONG realizzando campagne incentrate sui mercati. Il nostro obiettivo è portare all’attenzione dell’opinione pubblica pratiche aziendali irresponsabili e spingerla verso un’economia più sostenibile.www.changingmarkets.org / @ChangingMarkets

Clean Clothes Campaign è un’alleanza globale che si occupa del miglioramento delle condizioni di lavoro e dei diritti dei lavoratori della filiera dell’abbigliamento in tutto il mondo. E’ composta di sindacati e ONG che garantiscono la copertura di un ampio spettro di argomenti e interessi, tra i quali salario dignitoso, salute e sicurezza, trasparenza e lavoro migrantein una prospettiva di genere, azioni di sensibilizzazione dei consumatori e riduzione della povertà. www.cleanclothes.org/ @cleanclothes

 

Il link al sondaggio:
https://tinyurl.com/ycctqdra

 

Note:

L’indagine

La Ipsos MORI è stata incaricata dalla Changing Markets Foundation di effettuare un’indagine di mercato presso consumatori adulti tra i 16 e i 75 anni in sette Paesi: GB, USA, Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna.  Sono state realizzate 7.701 interviste, pari a più di 1.000 interviste per ogni Paese, come indicato in dettaglio nella tabella.
Totale: 7701
GB: 1117
USA: 1117
Francia: 1100
Germania: 1093
Italia: 1076
Polonia: 1109
Spagna: 1089

Sono state fissate delle quote demografiche per ottenere un campione rappresentativo in ogni Paese.  I dati sono stati successivamente ponderati sulla popolazione conosciuta di ogni paese.

L’indagine è stata condotta online, con interviste di gruppo effettuate tramite il sistema Ipsos MORI (i:omnibus), tra il 19 e il 26 ottobre 2018.

Considerato che l’indagine è stata realizzata on line, è rappresentativa solo della popolazione online (c.90% in tutti i paesi).

I confronti tra i vari paesi vengono fatti solo se statisticamente significativi.  Trattandosi di un’indagine on line, e quindi con campione auto-selezionato, i margini di errore sono più alti. Tecnicamente la significatività e gli intervalli di confidenza si applicano solo a campioni randomizzati; tuttavia, i campionamenti causali di buona qualità si sono rivelati altrettanto accurati nella pratica.

Il questionario verteva sui seguenti argomenti:

  • Domande sulle abitudini di acquisto di articoli di abbigliamento e sulle scelte fatte in merito alla sostenibilità.
  • Percezione delle questioni della sostenibilità nell’ambito dell’industria della moda e la filiera dei marchi dell’abbigliamento.
  • Opinioni sui diritti dei lavoratori e sui salari pagati nel settore della produzione di articoli di abbigliamento.
  • Opinioni specifiche sull’uso della viscosa nei processi produttivi dei capi di abbigliamento.
  • Opinioni sui sistemi di certificazione dei capi di abbigliamento attuali e alternativi.

[1]http://www.abitipuliti.org/report/2017-report-europes-sweatshop-leuropa-dello-sfruttamento/

1https://www.statista.com/topics/4124/apparel-market-in-italy/

[ii]http://www.abitipuliti.org/report/2014-report-stiched-up-salari-da-poverta-per-i-lavoratori-dellabbigliamento-in-europa-orientale-e-in-turchia/, http://www.abitipuliti.org/report/2016-report-il-lavoro-sul-filo-di-una-stringa-2/ 

[iii]https://changingmarkets.org/portfolio/dirty-fashion/

[iv]https://act.wemove.eu/campaigns/zara-hm-abiti-puliti

 

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Week of Justice: le vittime dell'Ali Enterprises in Italia per chiedere giustizia

Con una settimana internazionale di eventi relativi all’incendio della fabbrica Ali Enterprises che nel 2012 uccise oltre 250 persone, le vittime e alcune organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e dei lavoratori cercheranno di rispondere a una domanda: se quei lavoratori e lavoratrici sono morte mentre cucivano i nostri abiti, di chi è la responsabilità?

Quando la fabbrica è bruciata, il principale acquirente era l’azienda tedesca KiK. Inoltre solo poche settimane prima dell’incendio l’edificio aveva ricevuto una certificazione dall’azienda italiana RINA per conto del Social Accountability International. Da allora, una coalizione di organizzazioni insieme alla Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association ha implementato una strategia comune per accertare le responsabilità delle due aziende e garantire giustizia per le vittime e i loro familiari.

KiK

La battaglia per avere un pieno e giusto risarcimento è un processo tutt’ora in corso. Dopo quattro anni di campagne e negoziati, KiK ha accettato di pagare 6,15 milioni di dollari sotto forma di pensioni a lungo termine per i sopravvissuti e le famiglie delle vittime, per le spese mediche e la perdita di reddito. Sono esclusi i danni per il dolore e la sofferenza causati dal terribile incidente. Una causa civile parallela contro KiK, presso la Corte di Dortmund in Germania, si prefigge di includere anche questo tipo di danni per chiarire maggiormente le responsabilità legali delle aziende nei confronti della catena di fornitura. Sia la campagna internazionale per ottenere i risarcimenti che questa causa legale hanno giocato un ruolo chiave nel mettere sotto pressione KiK, portando l’azienda al tavolo e chiudere il negoziato. Ciò dimostra che le azioni legali possono giocare un ruolo molto importante nelle lotte dei lavoratori per la giustizia. 

RINA

Come provato da una video simulazione realizzata dalla Forensic Architecture, sarebbero stati sufficienti piccoli miglioramenti alla sicurezza per salvare centinaia di persone durante l’incendio. Per accertare le responsabilità dell’azienda italiana di auditing RINA nel non aver denunciato questi difetti nella sicurezza, lo scorso settembre la coalizione internazionale di attivisti e difensori dei diritti umani insieme all’associazione delle vittime del rogo della Ali Enterprises hanno presentato un’istanza OCSE contro l’azienda presso il Punto di Contatto Nazionale in Italia.

Dal 26 novembre al 4 dicembre, ospiti dal Pakistan strettamente collegati al caso viaggeranno per l’Europa. Presenteranno il loro caso al Global Forum for Business and Human Rights delle Nazioni Unite a Ginevra, parteciperanno alla prima audizione orale presso la Corte di Dortmund e incontreranno i responsabili del Punto di Contatto Nazionale OCSE in Italia.

Responsabilità per l’incendio nella fabbrica Ali Enterprises

Ecco il programma del loro viaggio e delle piccole biografie dei partecipanti.

26 novembre, Ginevra
ore 10.00  – UN Forum on Business and Human Rights

28 novembre, Dortmund/Bochum
ore 10.00 – Conferenza stampa Theater Dortmund
ore 13.30 – Symposium alla Bochum University (German/English): Strategies of Justice – Fighting Factory Disasters in South Asia
ore 20.00 – Evento pubblico, Schauspiel Dortmund

29 novembre, Dortmund
ore 10.00 – Riunione di fronte al Tribunale (Landgericht)
ore 12.00 – Audizione pubblica in tribunale

3 dicembre, Roma
ore 11.00 – Conferenza stampa Sala “Caduti di Nassirya”, Piazza Madama, Roma – Senato della Repubblica
ore 17.00 – Incontro Ministro Plenipotenziario Fabrizio Petri, Presidente del Comitato Interministeriale per i diritti umani

4 dicembre, Roma
ore 14.30 – Incontro con Stefano Firpo, Direttore Generale – Presidente, e Benedetta Francesconi, Segretariato, del Punto di Contatto Nazionale OCSE

 

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AGENPRESS – Le vittime dell’incendio alla fabbrica Ali Enterprises in Italia per chiedere giustizia
RADIO ARTICOLO 1 – I sopravvissuti dell’Ali Enterprises
RADIO IN BLU – I familiari delle vittime della fabbrica Ali Enterprises in Italia per chiedere giustizia


Saeeda Khatoon ha perso il suo unico figlio nell’incendio di Karachi dell’11 settembre 2012. Da allora, ha continuato a lottare insieme all’Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association (AEFFAA), di cui è Presidente, per chiedere giustizia per i sopravvissuti e i familiari delle vittime. È una dei quattro cittadini pakistani ad aver intentato causa contro KiK in Germania. AEFFAA fa parte della coalizione di organizzazioni internazionali che ha inoltrato la denuncia all’OCSE nell’autunno 2018 contro la società italiana RINA.

Nasir Mansoor è Vice Segretario Generale della Pakistani National Trade Union Federation (NTUF). Lavora a stretto contatto con l’Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association (AEFFAA), supportando la loro richiesta di giustizia a livello locale e internazionale. Anche NTUF fa parte della coalizione di organizzazioni internazionali che ha inoltrato la denuncia all’OCSE nell’autunno 2018 contro la società italiana RINA.

Deborah Lucchetti è la coordinatrice della Campagna Abiti Puliti, la sezione italiana della Clean Clothes Campaign (CCC), una rete globale di sindacati e Ong che si battono per il miglioramento delle condizioni di lavoro nel settore tessile. È impegnata, tra le altre cose, come rappresentante italiana nel lavoro di monitoraggio della CCC sul Bangladesh Accord on Fire and Building Safety e nelle campagne internazionali per i risarcimenti alle vittime dei casi Rana Plaza, Tazreen e Ali Enterprises, visto il coinvolgimento di molti marchi italiani e della società italiana di certificazione RINA.

Alessandro Mostaccio è un avvocato con una lunga esperienza come Pubblico Ministero, si è occupato di migliaia di procedimenti penali come giudice ordinario a Torino. Dal 2004, è Presidente dell’Associazione Movimento Consumatori Torino e dal 2013 Segretario Generale nazionale del Movimento Consumatori. L’organizzazione partecipa alla campagna internazionale per supportare le vittime dell’incendio alla Ali Enterprises per ottenere un pieno risarcimento, visto che la fabbrica era stata certificata dall’auditor sociale italiano RINA solo poche settimane prima dell’incidente.

Dr. Carolijn Terwindt è un Consulente Legale Esperto del programma Business and Human Rights dell’European Center for Constitutional and Human Rights’ (ECCHR). Una delle sue principali aree di lavoro è la responsabilità aziendale di clienti, commercianti e fornitori di servizi di certificazione nelle catene di fornitura dell’industria tessile globale. Nel 2013 si è recata a Karachi per la prima volta e da allora lavora a stretto contatto con le vittime dell’incendio. È stata coinvolta nella preparazione della causa contro KiK in Germania. Inoltre ha lavorato con i querelanti e le organizzazioni partner sulla denuncia all’OCSE contro la società italiana RINA.

Ben Vanpeperstraete è il coordinatore del team Lobby e Advocacy della Clean Clothes Campaign. Precedentemente ha ricoperto il ruolo di Supply Chain Coordinator presso UNI Global Union e IndustriALL Global Union, dove ha supportato il lavoro sull’innovativo Bangladesh Accord on Fire and Building Safety (Bangladesh Accord). È stato coinvolto negli Accordi di Risarcimento sugli incidenti Rana Plaza, Tazreen e Ali Enterprises. Inoltre è membro del OECD Advisory Group on Responsible Supply Chains in the Textile and Garment Sector.


H&M e le mancate promesse: una settimana globale di mobilitazione

Da Delhi a Londra, da Washington DC a Zagabria e in molte altre città, attivisti riportano l’attenzione sul mancato impegno dell’azienda H&M di corrispondere a 850 mila lavoratori tessili un salario dignitoso. Gli operai di uno dei principali poli europei della logistica di H&M a Stradella (Italia) denunciano condizioni di lavoro misere e precarie ed esprimono la loro solidarietà a tutti gli altri lavoratori della catena di fornitura H&M.

Mai avrei immaginato che H&M mi avrebbe stravolto la vita” scrive una lavoratrice che confeziona pacchi di abbigliamento per H&M presso il polo logistico di Stradella in Italia in una lettera agli altri lavoratori della catena dell’azienda svedese. “Nell’enorme magazzino in cui lavoro (…) il turno iniziava alle 4,30 della mattina con nessuna certezza dell’orario di uscita. Tutto era possibile, 4 ore di lavoro come 12”.La lavoratrice preferisce l’anonimato visto che XPO, l’azienda che gestisce il polo logistico, ha intentato una causa contro 147 lavoratori e il sindacato che li rappresenta nella lotta per migliorare le loro condizioni di lavoro.

Il modello di business di H&M sta mettendo sotto pressione i lavoratori e le lavoratrici a diversi livelli della catena di fornitura. Ma chi cuce nelle fabbriche, chi si occupa di smistare i pacchi nei punti logistici e chi è impiegato nei negozi di distribuzione hanno tutti diritto a un salario dignitoso e a giuste condizioni di lavoro” dichiara Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti. “Oggi uniamo le forze insieme ai delegati italiani dei negozi di H&M per portare le nostre richieste nel cuore di Milano”.

Il raggiungimento di condizioni normative e salariali sostenibili per tutti i lavoratori che fanno riferimento al brand H&M, diretti ed indiretti, continua a rappresentare una priorità. Partendo dal rispetto degli accordi sottoscritti tra sindacato e multinazionale svedese, è ora necessario affrontare il tema della complessiva qualità occupazionale in H&M, ragionando sempre di più in termini di filiera” continua Jeff Nonato, funzionario nazionale della Filcams CGIL, che coordina l’iniziativa di Milano in collaborazione con la Campagna Abiti Puliti.

Mentre H&M si prepara allo shopping di fine anno, attivisti e lavoratori in tutto il mondo si uniscono per chiedere salari dignitosi e giuste condizioni di lavoro in tutta la catena del gigante svedese della fast fashion. Si tratta della nuova fase della campagna “Turn Around, H&M!”, che dal 23 al 30 novembre cercherà di sensibilizzare ancor più i consumatori sugli impegni mancati di H&M attraverso una serie di azioni di strada. Si inizierà da Londra e Milano e si proseguirà almeno in altre 24 città nei prossimi giorni. In Italia si mobiliteranno anche Bolzano.

La settimana globale di mobilitazione ha luogo intorno al quinto anniversario delle promesse non mantenute fatte da H&M di pagare a 850 mila suoi lavoratori un salario dignitoso. “Tutte le iniziative mirano ad assicurare che H&M non sfugga alla verifica dell’impegno specifico assunto e che non ha evidentemente rispettato, facendo invece affermazioni ingannevoli secondo le quali avrebbe addirittura superato i suoi obiettivi! Chiunque può farlo, se rivendica anche il diritto di modificare l’obiettivo iniziale come meglio crede. Ma non permetteremo che tale ipocrisia passi inosservata”. ha dichiarato Neva Nahtigal dell’ufficio internazionale della Clean Clothes Campaign.

Quest’ultima dimostrazione globale di solidarietà con gli operai che producono gli abiti di H&M segue la pubblicazione dei risultati della ricerca sulla situazione in sei fabbriche che rientrano nell’impegno preso nel 2013 da H&M. “I lavoratori hanno rivelato come H&M non fosse in alcun modo vicina al pagamento dei salari dignitosi promessi nelle sue fabbriche fornitrici – al contrario, molti di loro hanno riportato paghe da fame e violazioni dei loro diritti. Abbiamo buone ragioni per credere che quei risultati rispecchino una realtà più diffusa: H&M ha tratto molto vantaggio dalle sue promesse iniziali in termini di immagine ma non si è curata di trasformarle in realtà” ha dichiarato Bettina Musiolek, coordinatrice della ricerca per conto della della Clean Clothes Campaign.

Oltre al rafforzamento delle connessioni lungo la catena di fornitura, sempre più consumatori esprimono la loro solidarietà con i lavoratori e l’aspettativa che H&M garantisca un salario dignitoso a tutti, senza ulteriori ritardi. La petizione lanciata nell’ambito della campagna “Turn Around, H&M!” ha, infatti, già raccolto oltre 135.000 firme.


(2018) REPORT - Paghe da fame e violazioni nella catena di H&M

I risultati di una ricerca pubblicata oggi, raccolti nel report “H&M: Le promesse non bastano, I salari restano di povertà”, rivelano come molti lavoratori e lavoratrici che producono abiti per H&M vivano sotto la soglia di povertà, nonostante le promesse dell’azienda di pagare un salario dignitoso entro il 2018 e le recenti ingannevoli dichiarazioni sui progressi raggiunti. I lavoratori intervistati guadagnano in India e Turchia un terzo e in Cambogia meno della metà della soglia stimata di salario dignitoso. In Bulgaria, lo stipendio dei lavoratori intervistati presso un “fornitore d’oro” di H&M non arriva nemmeno al  10% di quello che necessiterebbero per avere vite dignitose.

Uno dei più grandi rivenditori al mondo, con profitti per 2,6 miliardi di dollari, ha una catena di fornitura con lavoratori costretti a ore eccessive di lavoro per pura sopravvivenza.

Straordinari per sopravvivere

I salari sono così bassi che dobbiamo fare gli straordinari per coprire i nostri bisogni primari” ha raccontato un lavoratore di un “fornitore d’oro” di H&M in India.

Le ore di straordinari in tre delle sei fabbriche coinvolte nell’inchiesta spesso superano il limite massimo legale e lavorare di domenica è frequente in tutti e quattro i paesi in cui si è svolta la ricerca: Bulgaria, Turchia, Cambogia e India. In Bulgaria addirittura i lavoratori hanno raccontato di dover effettuare gli straordinari solo per raggiungere il salario minimo legale.

Entri in fabbrica alle 8 di mattina, ma non sai mai quando ne uscirai. A volte torniamo a casa alle 4 del mattino seguente” ha rivelato un lavoratore della Koush Moda, “fornitore d’oro” di H&M in Bulgaria.

Svenimenti sul posto di lavoro

Scarsi salari, straordinari eccessivi e l’onere aggiuntivo del lavoro domestico portano a malnutrizione, stanchezza e svenimenti sul posto di lavoro.

Un terzo delle donne intervistate in Indiae due terzi in Cambogia– che lavorano nelle fabbriche classificate da H&M come “fornitori di platino” – sono svenute sul posto di lavoro. Una lavoratrice in India ha raccontato di essere stata accompagnata dai suoi compagni in ospedale per un’emorragia interna dopo che aveva colpito una macchina durante uno svenimento.

Le lavoratrici bulgare parlano degli svenimenti come di eventi quotidiani. Inoltre, una lavoratrice ha denunciato il licenziamento di una compagna dopo uno svenimento.

Il contesto della ricerca

Le interviste ai lavoratori e alle lavoratrici e la fase di analisi sono state condotte tra marzo e giugno 2018 durante la campagna “Turn Around, H&M” coordinata dalla Clean Clothes Campaigne sostenuta dall’International Labor Rights Forume da WeMove.EU.

La campagna è stata lanciata nel maggio 2018quando è diventato evidente che H&M non avrebbe mantenuto l’impegno di “adottare modelli retributivi tali da garantire entro il 2018 la corresponsione di salari dignitosi, un provvedimento che avrebbe interessato a quella data 850.000 lavoratori dell’abbigliamento”. Al tempo dell’annuncio le maestranze interessate fabbricavano il 60% dei prodotti del marchio, alle dipendenze di “fornitori strategici e selezionati” che l’azienda classifica come “gold” o “platinum”. Proprio tra queste sono state scelte le fabbriche in cui realizzare l’inchiesta.

Non ci si può fidare delle parole di H&M

Sapevamo che H&M non avrebbe mantenuto il suo impegno, ma ciò che abbiamo trovato a livello di salari e di condizioni di lavoro nelle fabbriche della sua catena di fornitura è davvero scioccante. H&M deve intervenire immediatamente per porre fine allo scandalo dei salari da fame e delle violazioni dei diritti dei lavoratori” ha dichiarato Bettina Musiolek della Clean Clothes Campaign,che ha coordinato la ricerca.

La scorsa settimana H&M ha rilasciato una dichiarazione altisonante, un chiaro tentativo di neutralizzare l’impatto dei risultati che pubblichiamo oggi e che, naturalmente, abbiamo inviato in anticipo all’azienda. Di fatto H&M sta cercando di rimuovere dalla memoria collettiva quegli 850.000 lavoratori cui doveva garantire un salario dignitoso entro il 2018. Ma noi abbiamo la memoria lunga e non lasceremo che ciò accada” ha dichiarato Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign.

È ormai del tutto evidente che non ci si può fidare delle parole di H&M. Invece di vuote chiacchiere da pubbliche relazioni, vogliamo vedere cambiamenti reali e trasparenti nelle paghe dei lavoratori. Come abbiamo già scritto ai vertici della società, devono pubblicare una road map con obiettivi di aumento salariale misurabili e a breve termine, dettagliando in che modo l’azienda intenda cambiare le sue pratiche di acquisto per essere sicura che i lavoratori ottengano un salario dignitoso” ha dichiarato Judy Gearhart, direttore esecutivo di ILRF.

I consumatori chiedono di agire

H&M non può continuare a fingere che le cose stiano migliorando quando i lavoratori sono costretti a fare gli straordinari e ancora vivono in povertà. Questa ricerca mobiliterà migliaia di cittadini preoccupati e consumatori critici che hanno a cuore il rispetto dei diritti umani e il consumo e la produzione sostenibile” ha dichiarato Virginia Lopez di WeMove.EU.

All’interno della campagna “Turn Around, H&M! esiste una petizione per chiedere salari dignitosi e condizioni di lavoro giuste in tutta la catena di fornituradi H&M. Le firme raccolte hanno già superato quota 100mila.


Ali Enterprises: presentato reclamo contro RINA nel sesto anniversario della tragedia

Presentato reclamo contro l’auditor italiano RINA, per aver ignorato irregolarità fatali nella fabbrica di abbigliamento.

Roma, 11 settembre – Oltre 250 persone sono morte e decine sono rimaste ferite nell’incendio che ha coinvolto la fabbrica tessile Ali Enterprises a Karachi, in Pakistan, l’11 settembre 2012. Solo tre settimane prima, l’auditor italiano RINA Services S.p.a. aveva certificato quella fabbrica per aver rispettato gli standard internazionali del lavoro. Nel sesto anniversario di quella tragedia, una coalizione internazionale di otto organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani, dei lavoratori e dei consumatori ha presentato un reclamo formale presso il Punto di Contatto Nazionale OCSE al Ministero dello Sviluppo Economico contro RINA, l’azienda che avrebbe potuto prevenire la morte di centinaia di persone, se avesse lavorato correttamente.

Mio figlio è morto nell’incendio insieme a centinaia di persone perché non è riuscito a scappare in tempo dalla fabbrica in fiamme. Non c’era un sistema antincendio funzionante, le uscite di emergenza erano bloccate o inutilizzabili” ha raccontato Saeeda Khatoon, portavoce dell’Associazione vittime dell’incendio della Ali Enterprises.

L’elevato numero di morti di questa tragedia dimostra come il processo di certificazione abbia ignorato i principali problemi di sicurezza. Una simulazione digitale dell’incendio, prodotta dall’agenzia di ricerca Forensic Architecture, con sede a Goldsmiths presso l’Università di Londra, ha mostrato che se le mancanze sugli standard sulla sicurezza fossero state identificate e corrette in tempo, centinaia di vite avrebbero potuto essere salvate.

Responsabile dell’audit e della certificazione della fabbrica era l’azienda italiana RINA che non ha mai visitato la fabbrica, nemmeno attraverso la sua filiale pakistana RI&CA (Regional Inspection & Certification Agency). L’audit non ha evidenziato una serie di infrazioni agli standard internazionali che stava verificando (SA 8000) e alle norme sulla sicurezza pakistane che si sarebbero rivelate fatali, tra cui un pavimento costruito illegalmente, un sistema di allarme antincendio non funzionante, la presenza di lavoro minorile e un sistema strutturale di lavoro straordinario eccessivo. Il rapporto ha anche falsamente certificato la presenza di diverse uscite di emergenza e sufficiente materiale antincendio, quando in realtà le porte erano chiuse, le uscite bloccate e l’unico estintore disponibile non funzionante.

Ben Vanpeperstraete, coordinatore del settore lobby e advocacy della Clean Clothes Campaign ha dichiarato: “È evidente che RINA ha svolto un pessimo lavoro sottoscrivendo un rapporto che ha chiaramente fallito nell’identificare i principali rischi per la sicurezza dei lavoratori. RINA avrebbe dovuto evidenziare le criticità della fabbrica e usare la certificazione SA 8000 come leva per spingere l’azienda a porre rimedio prima di certificarla.”

Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti ha aggiunto: “Il rifiuto di RINA di fornire informazioni rilevanti in nome degli obblighi di riservatezza ha ostacolato il lavoro dei difensori dei diritti umani e delle parti esterne indipendenti impegnate a ricostruire i fatti e a accelerare il processo di risarcimento. Questo caso mostra ancora una volta la necessità di una piena e pubblica trasparenza attraverso la rimozione di qualsiasi ostacolo contrattuale tra le aziende di certificazione e i loro clienti.”

RINA è un’azienda multinazionale con sede in Italia, paese membro dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) ed è quindi tenuta ad osservare le Linee guida OSCE per le Imprese Multinazionali. Per questo oggi, una coalizione internazionale di otto organizzazioni dal Pakistan, Germania, Italia e Olanda hanno presentato un reclamo formale al Punto Nazionale di Contatto italiano contro RINA per il rilascio della certificazione SA8000 sulla base di un rapportodi audit carente e scorretto. Le associazioni sollecitano RINA a pubblicare la relazione di audit della Ali Enterprises, a garantire una procedura di audit più trasparente in futuro e che si dimostri responsabile nei confronti dei lavoratori. Inoltre, il reclamo denuncia due difetti generali del sistema di certificazione, sollecitando che gli audit tengano conto del contesto delle pratiche di acquisto dei marchi e includano un sistema di pagamento che eviti l’attuale conflitto di interesse derivante dagli audit di fabbrica pagati dai proprietari delle fabbriche stesse. Il documento vuole mostrare come l’attuale sistema di certificazione legittimi lo sfruttamento e crei false assicurazioni che possono costare la vita: un cambiamento sostanziale è necessario, in merito alla trasparenza, al coinvolgimento dei lavoratori e alla responsabilità delle società di revisione. Infine si chiede che RINA si impegni nel processo di risarcimento.

Carolijn Terwindtdell’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR), organizzazione che ha partecipato alla presentazione di questo reclamo e che sta supportando le vittime pakistane in una causa civile contro il principale acquirente della fabbrica, ha dichiarato: “Il fallimento evidente di RINA nel riconoscere e agire sulle violazioni della sicurezza dei lavoratori nella fabbrica Ali Enterprises mostra ancora una volta l’imperfezione intrinseca dell’attuale sistema di certificazione e la necessità di trasparenza e coinvolgimento dei lavoratori nell’intero processo, se si vuole evitare di continuare a fallire.”

Alessandro Mostaccio, Segretario Generale del Movimento Consumatori, altra organizzazione coinvolta nel reclamo, ha dichiarato: “La certificazione SA 8000 costituisce una garanzia per i consumatori di tutto il mondo nell’acquisto di prodotti sicuri. Rilasciandola alla Ali Enterprises, RINA ha fornito una garanzia ingannevole ai consumatori, gettando una pesante ombra su tutto il sistema di certificazione e la sua capacità di contribuire a rendere l’industria più sicura e giusta. Questa è una violazione del diritto fondamentale dei consumatori a prodotti sicuri, come contemplato dall’articolo 2 del Codice Italiano del Consumo.”

Questo fallimento del sistema di certificazione dimostra l’estrema necessità di meccanismi credibili di prevenzione per la sicurezza nel settore dell’abbigliamento che siano orientati verso la costruzione di capacità pubbliche invece di affidarsi a sistemi paralleli basati sul profitto.


Iniziati finalmente i risarcimenti alle vittime dell’incendio alla Ali Enterprises del 2012

Dopo oltre 5 anni di attesa, i sopravvissuti e le famiglie delle vittime dell’incendio del 2012 della fabbrica Ali Enterprises hanno ricevuto le pensioni attraverso un fondo finanziato dal principale marchio acquirente di quella fabbrica, il distributore tedesco KiK. Il processo è stato lungo, ma il risultato è innovativo. Creando un precedente per l’industria tessile globale, le famiglie riceveranno contributi corrispondenti agli standard internazionali stabiliti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO).

Tutti i beneficiari hanno perso componenti delle loro famiglie o la loro salute nell’incendio mortale che ha coinvolto la fabbrica Ali Enterprises a Karachi, in Pakistan, l’11 settembre 2012, uccidendo più di 250 lavoratori e lavoratrici del tessile. La fabbrica produceva abiti per l’azienda tedesca KiK che ha pagato 1 milione di dollari subito dopo la tragedia per garantire sollievo immediato. Nonostante questo ci sono voluti altri quattro anni di campagne e negoziati prima che l’azienda sottoscrivesse un accordo di risarcimento a lungo termine. Nel settembre 2016, KiK ha accettato di versare 5,15 milioni di dollari nel fondo che deve fornire le pensioni per le famiglie colpite.

Questo accordo è innovativo per molti aspetti. Al contrario di precedenti accordi di risarcimento su larga scala sottoscritti nell’industria del tessile, questo è stato realizzato per garantire pensioni a lungo termine nel pieno rispetto della Convenzione 121 dell’ILO sui benefici per infortuni sul lavoro. Inoltre il processo di preparazione, i calcoli, l’istituzione di un comitato pienamente rappresentativo, il processo distributivo e la ricerca di una soluzione che rispettasse le aspettative nazionali e incontrasse gli standard internazionali hanno rappresentato un lavoro pioneristico, che sfortunatamente ha richiesto un altro anno e mezzo di impegno. Qualche giorno fa, finalmente, la Sindh Employees Social Security Institution ha avviato il pagamento delle pensioni.

Saeeda Khatoon, presidente della Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association, che ha perso un figlio nell’incendio, ha dichiarato: “Il risarcimento a lungo termine garantirà sollievo alle famiglie delle vittime, che stanno attraversando difficoltà insopportabili. Sono grata al Dipartimento pakistano del lavoro, al SESSI e al governo del Sindh per essersi interessati ai nostri casi e reso possibile questo processo”.

Nasir Mansoor, vice segretario generale del National Trade Union Federation Pakistan (NTUF) ha aggiunto: “È un momento storico. Le famiglie vittime di questa tragedia vengono risarcite secondo gli standard dell’ILO. Questo rappresenta un precedente per il futuro. Il supporto internazionale dell’ILO, di IndustriALL e della Clean Clothes Campaign è stato fondamentale per raggiungere il risultato. È ormai tempo di riconoscere e rispettare i diritti fondamentali alla sicurezza e alla salute per i lavoratori pakistani, per prevenire futuri incidenti.

Nel frattempo altri lavoratori restano a rischio lavorando in fabbriche ancora insicure. L’incendio della Ali Enterprises è solo uno degli esempi più evidenti del fallimento del sistema privatizzato di ispezione e certificazione sociale usato dalle imprese nel settore della moda” dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti. “La fabbrica, infatti, aveva ricevuto la certificazione SAI8000 solo poche settimane prima dell’incendio dalla società italiana di auditing RINA, che non si è mai fatta carico di alcuna responsabilità per l’accaduto”, conclude Lucchetti.

Karamat Ali, direttore esecutivo del Pakistan Institute of Labour Education and Research ricorda che: “Ora che le famiglie della Ali Enterprises riceveranno finalmente le loro pensioni, è ora di tener conto delle altre lezioni imparate da questa tragedia e guardare al futuro. L’evento mostra dolorosamente l’urgenza di stabilire ispezioni credibili e conformi agli standard internazionali, inserite in un sistema adatto al contesto nazionale”.

Note

  • Maggiori informazioni sul processo che ha portato al risarcimento per le famiglie delle vittime della Ali Enterprises sono raccolte cronologicamente sul sito della Campagna Abiti puliti e della Clean Clothes Campaign.
  • L’Oversight Committee è composto da rappresentanti dell’ILO, del governo pakistano, dell’associazione delle vittime e delle organizzazioni del lavoro.
  • Le pensioni consisteranno in versamenti mensili di 7.545 Rs. per i genitori delle vittime non sposate e lo stesso ammontare per le vedove dei lavoratori defunti con supplementi per i figli a carico.
  • Una recente simulazione informaticarealizzata dalla Forensic Architecture su richiesta dell’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR) mostra che con pochi piccoli aggiustamenti si sarebbero potute salvare molte persone, se non tutti i lavoratori presenti nella fabbrica. La simulazione sarà presa in considerazione in una causa avviata da quattro vittime in Germania per il risarcimento del dolore e della sofferenza subiti (non compresi nella Convenzione ILO 121 che si limita a risarcire la perdita di reddito).

La Cambogia intende cancellare le accuse contro l'attivista per i diritti dei lavoratori Tola Moeun

La scorsa settimana il difensore dei diritti umani e dei lavoratori Tola Moeun ha ricevuto il Labor Rights Defenders Award 2018 per il suo costante impegno a favore dei lavoratori in Cambogia, immersi in un clima di forte repressione che colpisce società civile, sindacati, attivisti, opposizione e media. Il premio è arrivato dodici giorni dopo che il Ministero del Lavoro cambogiano aveva annunciato di aver chiesto ai tribunali di sospendere le accuse penali nei suoi confronti.

L'annuncio del Ministero è incoraggiante, indica che il governo cambogiano è sensibile alle pressioni internazionali ed è disposto a cambiare il suo approccio repressivo basato su accuse infondate. Il lavoro di Tola è stato fondamentale per affrontare le violazioni nelle catene di fornitura multinazionali e queste accuse hanno gravemente limitato la sua capacità di operare.

Un’accusa preliminare per “violazione della fiducia” è stata formulata lo scorso 18 gennaio dal sostituto procuratore della corte di Phnom Penh nei confronti di tre uomini: Tola Moeun, Pa Nguon Teang (difensore della libertà di stampa) e But Buntenh (monaco attivista). Tutti e tre erano stati membri del comitato funerario dell’attivista assassinato Kem Ley. Il sostituto procuratore ha chiesto per i tre uomini la custodia cautelare ma al momento dell’annuncio nessuno di loro era nel Paese. Se fossero tornati avrebbero rischiato la detenzione preventiva per un periodo indefinito e tre anni di carcere se condannati.

Fin dalla formulazione delle accuse, oltre 100 organizzazioni in tutto il mondo hanno sottoscritto un appello chiedendo al governo cambogiano di rispettare i diritti umani fondamentali e di ritirare immediatamente le accuse nei confronti dei tre uomini. La dichiarazione ha definito il caso emblematico di un più ampio deterioramento del clima lavorativo e dei diritti umani in Cambogia: il governo cambogiano è infatti ritenuto responsabile per la chiusura di una serie di media indipendenti, del National Democratic Institute, lo scioglimento del Cambodia National Rescue Party con l’arresto dei suoi leader con accuse di “tradimento” e la persecuzione giudiziaria di una serie di difensori dei diritti umani e di sindacalisti.

I prossimi giorni sono cruciali per il caso Tola. Fino a quando le accuse non saranno ritirate formalmente, l’attivista rischia il procedimento penale. La decisione verrà probabilmente presa in breve tempo.

La Clean Clothes Campaign ritiene importante continuare a mantenere alta la pressione sul governo fino a quando le accuse non verranno effettivamente ritirate. Inoltre chiede all’Ethical Trading Initiative (ETI), che rappresenta i principali brand attivi in Cambogia, di sostenere questo caso e in generale la difesa dei diritti umani nei suoi rapporti con il governo. Questo tipo di impegno è fondamentale per favorire un cambiamento di atteggiamento da parte del governo cambogiano.

Alcuni giorni dopo l’annuncio del Ministero del Lavoro, l’Unione Europea ha predisposto una missione in Cambogia per monitorare il Generalised Scheme of Preferences, l’accordo commerciale in base al quale le merci cambogiane raggiungono il mercato europeo esenti da dazi doganali. La tempistica di questa missione presenta l'opportunità di avere un impatto su un caso particolarmente grave di uso improprio del sistema della giustizia penale e di restituire un importante difensore dei diritti dei lavoratori alla sua famiglia e alla sua comunità, dove può continuare il suo importantissimo lavoro.


H&M rispetti l’impegno a pagare salari dignitosi

Mentre gli azionisti di H&M si riuniscono a Stoccolma per l’incontro annuale (AGM), la crescente coalizione internazionale che promuove la campagna “Turn Around, H&M!” richiama l’attenzione sul fatto che H&M stia lasciando senza risposte centinaia di migliaia di lavoratori in attesa di ricevere un salario dignitoso.

Nel 2013 H&M annunciava che 850.000 lavoratori avrebbero ricevuto un salario dignitoso entro il 2018. Invece di materializzarsi nelle buste paga dei lavoratori, l’obiettivo stesso è scomparso dalla comunicazione aziendale, proprio come i documenti originali sono scomparsi dal sito web. La comunicazione aziendale di H&M oggi si riferisce solo all’introduzione del metodo del salario equo per le fabbriche dei fornitori. Gli 850.000 lavoratori e i loro redditi effettivi non fanno più parte del messaggio.

La richiesta formale di discutere, durante l’assemblea degli azionisti prevista per domani 8 maggio, dell’impegno assunto dalla multinazionale a garantire il salario dignitoso ai lavoratori tessili della sua filiera, non è stata presa in considerazione. Ciò è avvenuto nonostante H&M abbia beneficiato dell’accoglienza positiva di tale impegno da parte dei media e dei consumatori socialmente consapevoli; il fallimento dell’impegno assunto minerebbe indubbiamente la reputazione di H&M. Si tratta di un tema sensibile su cui gli azionisti dovrebbero generalmente essere prudenti, anche se la società riporta profitti per 2,6 miliardi di dollari, come accaduto nel 2017.

La Clean Clothes Campaign ha ripetutamente, sebbene senza successo, invitato H&M a dichiarare chiaramente il parametro di riferimento per il salario dignitoso e a pubblicare altre informazioni necessarie a condurre una seria valutazione degli sforzi compiuti a riguardo. Dominique Muller di Labour Behind the Label (la Clean Clothes Campaign inglese) dichiara: “Un marchio che dichiara pubblicamente con molto clamore tali impegni e riceve per questo molto credito, deve dimostrare, chiaramente e pubblicamente, progressi misurabili e verificabili verso un cambiamento reale. Quello che H&M ci presenta invece, è un quadro molto vago, opaco e non significativo.”

Una recente dimostrazione sono i dati sui salari per paesi selezionati che H&M ha presentato in aprile. Sono focalizzati sulla differenza tra il salario minimo – che non è mai prossimo ad alcun livello credibile di salario dignitoso – e il salario medio più elevato nelle fabbriche dei fornitori di H&M. Non ci sono informazioni sul fatto che i salari includano vari bonus, ma è molto probabile che sia così. Le ricerche condotte presso i fornitori di H&M in Cambogia hanno rivelato che quasi tutti gli emolumenti, oltre il salario minimo, sono legati a prestazioni particolari come il lavoro straordinario di domenica e nei giorni festivi.

Anannya Bhattacharjee dell’Asia Floor Wage Alliance (AFWA) ha dichiarato: “Sulla base dei miei contatti con i lavoratori penso che le cifre di H&M siano gonfiate e travisate, probabilmente includono pagamenti che non dovrebbero far parte del calcolo del salario“. Bhattacharjee ha anche sottolineato che i sindacati dell’AFWA hanno contattato H&M nel 2016: “L’idea era di incontrarsi e negoziare un accordo per il pagamento progressivo di un salario dignitoso; invece di lavorare su quella proposta, H&M ha scelto di nascondersi dietro esperimenti unilaterali e non trasparenti.

Se anche prendiamo le cifre pubblicate da H&M come riferimento, è chiaro che i lavoratori portano a casa solo una frazione di ciò che costituirebbe un salario dignitoso. In Cambogia ad esempio, i lavoratori sono pagati in media 166 euro al mese secondo H&M, e questo è superiore al salario minimo nazionale. Tuttavia un salario dignitoso secondo l’AFWA dovrebbe essere di 396 euro al mese. In Indonesia H&M riporta lo stipendio medio mensile di 148 euro mentre la stima fatta da AFWA per un salario dignitoso è pari a 352 dollari. In Bangladesh, la cifra riportata da H&M è di 79 euro al mese mentre un salario dignitoso dovrebbe essere quasi cinque volte più alto (374 euro). A Bangalore, centro dell’industria indiana dell’abbigliamento, i lavoratori portano a casa 111 euro al mese mentre la stima di AFWA è pari a 280 euro. Non c’è da meravigliarsi se molti lavoratori hanno già aderito alla campagna “Turn Around, H&M!“, invitando l’azienda a rispettare gli impegni assunti durante la manifestazione pubblica tenutasi a Bangalore lo scorso 1° maggio.

La situazione non sembra migliore in Europa. “Abbiamo recentemente parlato con un certo numero di lavoratori che producono vestiti per H&M, e senza eccezione, guadagnano molto, molto meno di quello di cui avrebbero bisogno per essere in grado di soddisfare i bisogni primari per se stessi e le loro famiglie e così avere una vita dignitosa“, ha detto Bettina Musiolek, coordinatrice del gruppo dei Paesi produttori europei della Clean Clothes Campaign.

H&M dichiara di rifornirsi da 1.668 fabbriche in tutto il mondo che impiegano oltre 1,6 milioni di persone. Le pratiche commerciali dell’azienda perciò influenzano direttamente moltissime persone.

Se si considera l’intero processo  necessario a produrre un capo di abbigliamento e farlo arrivare al consumatore in negozio o direttamente a casa, stiamo parlando di milioni di persone coinvolte. Mentre la nostra campagna è stata innescata dal fatto che H&M ha voltato le spalle a un impegno esplicito verso 850.000 lavoratori tessili che lavorano per il noto marchio, non dobbiamo dimenticare tutti gli altri lavoratori che vengono sfruttati nella sua catena di fornitura“, ha dichiarato Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign.

La campagna “Turn Around, H&M!” farà in modo che i tentativi di H&M di allontanarsi dall’impegno originale non passino inosservati. Anche se questo importante tema non è entrato nell’agenda formale della riunione degli azionisti, un gruppo di attivisti si recherà domani a Stoccolma per ricordare a tutti i presenti che un utile di 2,6 miliardi di dollari è più che sufficiente per porre fine allo scandalo dei salari di povertà nella catena di fornitura di H&M. Adesso!

Turn Around, H&M!


Firma la petizione


Per approfondire:

  • La campagna “Turn Around, H&M!” ha sito online su turnaroundhm.org ed è presente sui social media con #TurnAroundHM e #LivingWageNow.
  • La Clean Clothes Campaign definisce un salario dignitoso come il salario che dovrebbe essere guadagnato in una settimana lavorativa standard (non più di 48 ore) e consentire alla lavoratrice tessile di acquistare cibo per sé e la sua famiglia, pagare l’affitto, pagare per l’assistenza sanitaria, l’abbigliamento, il trasporto e l’istruzione e una piccola quantità di risparmi per gli imprevisti.
  • Recenti appelli pubblici da parte di Clean Clothes Campaign verso H&M perché onori il suo impegno:
  • Rapporti con informazioni sulle condizioni di lavoro e salari all’interno della catena di approvvigionamento H&M includono:

 

 

 


Rana Plaza 5 anni dopo: i marchi devono firmare il nuovo Accordo

Oggi, a una settimana dal quinto anniversario del crollo del Rana Plaza, la Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della Clean Clothes Campaign) e i suoi alleati iniziano una sette giorni di pressione sui marchi internazionali affinché si assumano le loro responsabilità nel garantire fabbriche sicure in Bangladesh firmando l’Accordo di Transizione 2018.

L’Accordo di Transizione 2018 porta avanti il lavoro svolto con l’attuale Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh sottoscritto nel 2013, a partire dalla scadenza del prossimo maggio, per assicurare la continuità dell’impegno a garantire la sicurezza nelle fabbriche (al 1° marzo l’85% degli interventi riparatori in tema di sicurezza identificati durante le ispezioni iniziali sono stati completati).

L’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh fu istituito nel maggio 2013 in risposta al crollo del Rana Plaza e, grazie alle sue ispezioni indipendenti e alla formazione dei lavoratori, ha contribuito in maniera significativa a migliorare la sicurezza delle fabbriche in quel Paese. Un’estensione dell’inziale programma quinquennale è stata già firmata dal oltre 140 marchi, coprendo più di 1.300 fabbriche e circa due milioni di lavoratori. L’obiettivo è di aumentare il numero di operai salvaguardati rispetto al precedente accordo.

Convinta che tutti i lavoratori del tessile e dell’abbigliamento che producono in Bangladesh abbiano il diritto a non temere per le loro vite nei luoghi di lavoro, la Clean Clothes Campaign chiede a tutti i marchi che si riforniscono in quel Paese, e non l’hanno ancora fatto, di sottoscrivere l’Accordo di Transizione 2018.

Innanzitutto stiamo facendo pressione su quei marchi che avevano già sottoscritto il primo Accordo (firmato da oltre 220 aziende) affinché rinnovino il loro impegno. Tra questi ricordiamo il marchio italiano Teddy S.p.A, Abercrombie & Fitch, Sainsbury’s e Gekas Ullared. Per Abercrombie & Fitch è prevista una giornata specifica di mobilitazione di Clean Clothes Campaign, International Labor Rights Forum, United Students Against Sweatshops e altri alleati il prossimo 21 aprile. Sainsbury’s è l’unica ancora reticente tra 6 aziende target di una petizione lanciata da SumofUs lo scorso febbraio.

Poi ci stiamo rivolgendo a quelle aziende che non hanno mai sottoscritto la prima versione dell’Accordo per chiedergli di abbandonare le ispezioni unilaterali aziendali e impegnarsi in un programma ispettivo credibile e trasparente come quello previsto dall’Accordo. Tra queste VF Corporation (The North Face, Timberland, Lee, Wrangler), Gap, Walmart, Decathlon New Yorker.

Infine, raccogliamo la possibilità offerta dal nuovo Accordo 2018 di includere anche fabbriche che producono accessori tessili, a maglia e in tessuto non necessariamente di abbigliamento. È ad esempio il caso di marchi come IKEA, chiamati ad assumersi anche loro la responsabilità di garantire la sicurezza per i propri lavoratori sfruttando l’opportunità offerta dall’Accordo 2018.

L’Accordo 2018 inoltre, include disposizioni migliorate per il risarcimento per i lavoratori infortunati e riconosce l’importanza della libertà di associazione sindacale nell’assicurare che i lavoratori abbiano voce in capitolo nella protezione della propria sicurezza.

Ma siglare l’Accordo 2018 non è l’unica azione urgente per garantire adeguati e credibili progressi per la sicurezza nelle fabbriche per milioni di lavoratori del settore. Dopo il Rana Plaza si sono verificati nuovi incidenti minori per scala e visibilità che non attenuano la gravità e la sofferenza per le famiglie coinvolte.

La Campagna Abiti Puliti esprime solidarietà alle famiglie dei numerosi lavoratori che sono morti e sono rimasti feriti in gravi incidenti in incendi, esplosioni, crolli fin dal 2013 che non hanno ricevuto lo stesso livello attenzione e protesta internazionaledichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti Pertanto sollecitiamo il governo del Bangladesh, con il sostegno dell’OIL e dei marchi che si riforniscono Bangladesh, a rendere giustizia a tutti i lavoratori colpiti da incidenti sul lavoro attraverso l’istituzione di un sistema nazionale permanente di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro secondo gli standard internazionali e a individuare una soluzione transitoria per risarcire i lavoratori vittime degli incidenti passati che attendono da troppo tempo equi risarcimenti basati su un sistema credibile e trasparenteconclude Deborah Lucchetti.

Per spingere i marchi a sottoscrivere il nuovo Accordosaranno organizzati eventi di pressione in tutto il mondo. L’appuntamento in Italia è per il 23 aprile a Torino, presso la Stanza dello Zodiaco del Castello del Valentino alle ore 18,15, quando, insieme a Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, al giurista Ugo Mattei, alla ricercatricedel Green Team Management del Politecnico di Torino Giulia Sonetti, al direttore Mauro Rossetti con la moderazione Sara Conforti, presidente di hoferlab, attraverso un dibattito pubblico faremo un bilancio trasparente a 5 anni dal Rana Plaza, su cosa è cambiato in Bangladesh e su cosa bisogna ancora mettere in campo per il futuro.

Cosa puoi fare tu

Firma la petizione!

 

Scrivi a Teddy per chiedergli di sbrigarsi e assumersi le sue responsabilità. Mandagli un messaggio su Facebook e su Twitter:

  • Teddy non mettere a rischio la vita dei tuoi lavoratori. Firma l’Accordo sul Bangladesh 2018. Ora! #workersafety

Scrivi a Abercrombie & Fitch per chiedergli di sbrigarsi e assumersi le sue responsabilità. Mandagli un messaggio su Facebook e su Twitter:

  • Abercrombie non mettere a rischio la vita dei tuoi lavoratori. Firma l’Accordo sul Bangladesh 2018. Ora! #RanaPlazaNeverAgain

Scrivi a IKEA per chiedergli di sbrigarsi e assumersi le sue responsabilità. Mandagli un messaggio su Facebook e su Twitter:

  • IKEA assumiti le tue responsabilità. Firma l’Accordo sul Bangladesh 2018. Ora! #RanaPlazaNeverAgain

Scrivi a the North Face per chiedergli di sbrigarsi e assumersi le sue responsabilità. Mandagli un messaggio su Facebook e su Twitter:

  • The North Face ai lavoratori che producono i tuoi abiti hanno bisogno di fabbriche sicure. Firma l’Accordo sul Bangladesh 2018. Ora! #RanaPlazaNeverAgain

Controlla la lista dei marchi firmatari e vedi se il tuo marchio preferito ha già sottoscritto l’Accordo 2018. No? Digli attraverso i social media di farlo subito!

  • [@NomeMarchio] Rispetta i lavoratori. Non mettere a rischio le loro vite. Firma subito l’Accordo per il Bangladesh 2018 #workersafety

Notizie Utili


EVENTO: Rana Plaza + 5 / Cosa è cambiato in Bangladesh e nella moda?

23 aprile ore 18.15
Stanza dello Zodiaco
Castello del Valentino • TORINO

IL 24.04.13 A DACCA IN BANGLADESH PERSERO LA VITA ALMENO 1.134 LAVORATORI E PIÙ DI 2.000 RIMASERO FERITI MENTRE CUCIVANO ABITI DESTINATI AI NEGOZI DI TUTTO IL MONDO.

Poche ore dopo, coraggiosi attivisti e attiviste per i diritti umani scavavano a mani nude sotto le macerie per trovare le prove che collegavano quelle fabbriche a noti marchi occidentali, i veri datori di lavoro di quei lavoratori che non sono più tornati a casa.

UN BILANCIO TRASPARENTE A 5 ANNI DAL RANA PLAZA

MODERA

  • Sara Conforti – presidente hoferlab

INTERVENGONO

  • Deborah Lucchetti – portavoce Campagna Abiti Puliti
  • Ugo Mattei – Giurista, docente Università di Torino e Hastings College of Law California, Coordinatore accademico IUC di Torino
  • Mauro Rossetti – direttore Associazione Tessile e Salute

CONCLUDE

  • Giulia Sonetti – Polito Green Team Management Interuniversity Department of Regional & Urban Studies and Planning

A SEGUIRE CONFRONTO CON IL PUBBLICO


Cresce la mobilitazione per sostenere Tola Moeun

Dalla pubblicazione di una lettera rivolta al governo della Cambogia, oltre 100 organizzazioni hanno aderito alla richiesta di porre fine al processo politico di Tola Moeun, difensore dei diritti umani cambogiano.

La lettera era stata scritta e firmata da quattro sindacati globali e oltre 30 organizzazioni nazionali e internazionali impegnate nella difesa dei diritti dei lavoratori, dopo che i pubblici ministeri in Cambogia avevano rivolto accuse penali e un ordine di detenzione preventiva nei confronti di Tola e altri due importanti leader della società civile: Pa Nguon Teang, difensore della libertà di stampa, e Venerable But Buntenh, monaco attivista. Le accuse, come spiegato nella lettera, sono infondate e sembrano essere mosse da motivazioni politiche.

Tola è il Direttore Esecutivo del Center for the Alliance of Labor and Human Rights (CENTRAL) e un noto difensore dei diritti dei lavoratori in Cambogia.

Da quando la lettera è diventata pubblica lo scorso 19 febbraio, oltre 50 organizzazioni, tra cui Amnesty International, in tutto il mondo l’hanno sottoscritta manifestando il loro sostegno e chiedendo al governo cambogiano di rispettare i diritti umani fondamentali ritirando immediatamente le accuse a carico di Tola e dei due attivisti.

È noto che i tribunali cambogiani non siano indipendenti ma guidati dagli interessi politici del partito di governo Cambodian People’s Party. Queste accuse costituiscono un tentativo di silenziare e punire una delle voci indipendenti del paese per i diritti dei lavoratori.

Guardare le autorità cambogiane che si concentrano senza sosta su un famoso attivista per i diritti dei lavoratori che ha facilitato l'accesso ai risarcimenti per i lavoratori dell'abbigliamento prima del Consiglio di Arbitrato del Paese dovrebbe allarmare i marchi internazionali che conoscono i costi per scongiurare le situazioni di crisi" ha dichiarato Aruna Kashyap, consigliere senior della divisione diritti di genere di Human Rights Watch. "I marchi che tacciono dovrebbero avere chiaro che ogni iniziativa, eventualmente pianificata in Cambogia, rischia di fallire o ridicolizzarsi, se la società civile è confinata in carcere o perseguitata dalle autorità cambogiane. Inoltre questo non farà che aumentare il livello degli abusi sui lavoratori nelle catene di fornitura, compromettendo la possibilità stessa per i lavoratori di risolvere le loro controversie in modo costruttivo

Tutto questo fa parte della repressione in corso, non solo contro i difensori dei diritti umani critici del regime di Hun Sen ma anche contro il movimento sindacale nazionale. Questo governo ha introdotto e attuato la legge sindacale che rende impossibile organizzarsi e contrattare collettivamente. Se è rimasto un senso di decenza, è il caso che si intervenga” ha dichiarato Apolinar Z. Tolentino, rappresentante regionale per l’Asia e il Pacifico dei Building e Wood Workers.

La Campagna Abiti Puliti si unisce alle richieste della società civile internazionale nel richiedere al governo cambogiano di rispettare i diritti umani fondamentali e di ritirare immediatamente le accuse nei confronti di Tola e degli altri due leader. Inoltre esprime solidarietà e sostegno alle 35 organizzazioni per i diritti umani cambogiane che hanno già espresso simili preoccupazioni.

Scarica la lettera congiunta


Bangladesh: 100 giorni alla scadenza dell’Accordo. I firmatari invitano i marchi a sottoscrivere il nuovo Accordo 2018

A 100 giorni dalla scadenza dell’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh, le aziende dell’abbigliamento sono chiamate a continuare il loro impegno per rendere l’industria tessile sicura e sostenibile sottoscrivendo l’Accordo di Transizione 2018.

Questo Accordo continuerà il lavoro ispettivo nelle fabbriche del Bangladesh, identificando i rischi per la sicurezza e assicurandosi che vengano corretti. Ad oggi 109 aziende del tessile hanno già firmato questo nuovo Accordo, coprendo oltre 2 milioni di lavoratori.

Tuttavia molte aziende, tra cui Marks and Spencer, Next, Sainsbury’s, Metro Group, Abercrombie & Fitch e Dansk Supermarked, non hanno ancora riconfermato il loro impegno.

I sindacati globali (IndustriALL e UNI) e le quattro organizzazioni testimoni (Clean Clothes Campaign, International Labor Rights Forum, Maquila Solidarity Network e Worker Rights Consortium) firmatari dell’Accordo chiedono a queste aziende di impegnarsi il prima possibile.

Non firmando l’Accordo 2018, tra 100 giorni i lavoratori saranno lasciati in fabbriche non monitorate. Di conseguenza, i marchi della moda verranno meno ai loro obblighi di due diligence per garantire ai lavoratori delle proprie catene di fornitura la giusta sicurezza” ha dichiarato Ineke Zeldenrust, coordinatrice internazionale della Clean Clothes Campaign.

L’Accordo originario è entrato in vigore nel maggio 2013, in seguito alla tragedia del Rana Plaza accaduta nell’aprile 2013, quando 1134 lavoratori e lavoratrici persero la vita. L’Accordo ha creato un sistema realistico per monitorare e correggere le storture delle fabbriche delle catene di fornitura dei marchi firmatari, insieme a un programma di formazione sulla sicurezza per i lavoratori. Un lavoro che continuerà in virtù dell’Accordo 2018.

Non esiste un’alternativa credibile all’Accordo per garantire la sicurezza dei lavoratori in Bangladesh. Non è possibile tornare indietro ai programmi gestiti dalle aziende visto che si sono dimostrati del tutto fallimentari nel prevenire tragedie immani. Firmare l’Accordo 2018 è l’unica strada per le aziende per rispettare i loro obblighi di due diligence nei confronti dei lavoratori” ha dichiarato Jenny Holdcroft, assistente del segretario generale di IndustiALL

È altrettanto importante per quelle aziende che non avevano sottoscritto il primo Accordo, così come per quelle che hanno già posto rimedio ai difetti riscontrati nelle loro fabbriche grazie al primo Accordo.

La necessità di comitati per la sicurezza e di un programma di ispezione in corso è sempre valida perché una fabbrica può essere sicura un giorno e poi avere le porte antincendio bloccate il giorno dopo. Finché il governo del Bangladesh non sarà pronto ad assumersi questa responsabilità, l’Accordo continuerà a fornire formazione, competenze ingegneristiche e strutture di monitoraggio per rendere sicure le fabbriche”, ha dichiarato Christy Hoffman, vice segretario generale di UNI global union.

Questo appello a sottoscrivere l’Accordo 2018 è rivolto anche alle aziende non firmatarie della prima versione come quelle dell’Alleanza per la sicurezza dei lavoratori in Bangladesh, un programma di sicurezza gestito dalle aziende stesse.

Chiediamo alle aziende dell’Alleanza e a quelle che non hanno mai sottoscritto alcun programma di firmare l’Accordo 2018 il prima possibile mostrando la loro volontà nel garantire la sicurezza nelle fabbriche del Bangladesh insieme ai sindacati bengalesi e internazionali” ha dichiarato Judy Gearhart, direttore esecutivo dell’International Labor Rights Forum.


(2018) REPORT - Lavoro senza libertà - Lavoratrici migranti nell’industria tessile di Bangalore

Le donne migranti impiegate nelle fabbriche tessili indiane che riforniscono i grandi marchi internazionali della moda come Benetton, C&A, GAP, H&M, Levi’s, M&S e PVH, sono soggette a condizioni di moderna schiavitù. A Bangalore, il più grande centro di produzione di abbigliamento in India, giovani donne, reclutate con false promesse di salari e benefici economici, lavorano sotto pressione per paghe da fame. Le loro condizioni di vita negli ostelli sono precarie e la loro libertà di movimento è severamente limitata. Nonostante si dichiarino almeno diciottenni, molte di loro sembrano molto più giovani.

Queste sono alcune delle condizioni riportate nel report “Lavoro senza Libertà – Lavoratrici migranti nell’industria tessile di Bangalore”, curato dall’organizzazione per i diritti umani India Committee of the Netherlands, la Clean Clothes Campaign e il sindacato femminile di Bangalore Garment Labour Union. La ricerca ha riscontrato che 5 degli 11 indicatori dell’ILO per identificare il lavoro forzato sono presenti nelle fabbriche di Bangalore: abuso di vulnerabilità, inganno con false promesse (ad esempio sui salari), limitazione dei movimenti nelle abitazioni, intimidazioni e minacce, condizioni di lavoro e di vita inumane


70 mila persone chiedono ad Armani e Primark di rivelare dove vengono prodotti i loro abiti

Circa 70mila persone chiedono ad alcuni fra i maggiori marchi e distributori della moda (Armani, Primark, Urban Outfitters, Forever 21 e Walmart) di fare della trasparenza uno dei loro buoni propositi dell’anno nuovo e rendere pubbliche le informazioni sulle fabbriche che producono i loro abiti. Durante il mese di gennaio, attivisti in tutta Europa e nel mondo consegneranno le firme raccolte con la petizione sulla trasparenza ai i marchi coinvolti.

La consegna delle firme è l’ultimo passo, in ordine cronologico, della campagna globale #GoTransparent, portata avanti da Human Rights Watch, Clean Clothes Campaign e International Labor Rights Forum. Con questa campagna le organizzazioni hanno fissato uno standard minimo di trasparenza per il settore tessile, l’Iniziativa per la trasparenza nella catena di fornitura dell’abbigliamento e delle calzature, convincendo 17 marchi ad impegnarsi a pubblicare le informazioni sulle fabbriche da cui si riforniscono, compresi indirizzi e numeri di lavoratori impiegati.

La campagna #GoTransparent era indirizzata in modo specifico a cinque marchi, Armani, Primark, Urban Outfitters, Forever 21 e Walmart, considerati tra i più reticenti a svelare le informazioni sulle loro catene di fornitura e che si sono rifiutati di seguire l’esempio degli altri brand di impegnarsi a rendere più trasparenti le loro filiere.

Le informazioni richieste dall’Iniziativa per la Trasparenza sono fondamentali per i lavoratori e gli attivisti per poter allertare i marchi di eventuali violazioni dei diritti lungo la catena di fornitura. Si potrebbero, ad esempio, evitare scene drammatiche come quelle seguite al crollo del Rana Plaza, quando attivisti e lavoratori rischiando la propria vita sono dovuti rientrare tra le macerie per cercare le etichette dei marchi responsabili.

Tra l’altro questi cinque marchi sembrano non essere al passo con i tempi: già dieci anni fa, alcune università negli Stati Uniti avevano iniziato a richiedere maggiore trasparenza alle aziende che producevano le loro divise. Più recentemente, molti marchi internazionali hanno iniziato a fare passi avanti in questo senso. Altri nel 2017 hanno deciso di passare dalla mancanza totale di trasparenza al pieno rispetto delle richieste contenute nell’Iniziativa (tra questi ASICS, ASOS, Clarks, New Look, Next e i Pentland Brands). ASOS, dopo aver aderito, ha dichiarato: “Tutte le strade portano alla trasparenza. Se le nostre pratiche nel settore della moda non sono abbastanza buone da poterle raccontare ai nostri consumatori, allora semplicemente non sono buone a sufficienza”.

Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti ha dichiarato: “Qualsiasi marchio si rifiuti di condividere informazioni sulla propria catena di fornitura dovrebbe far scattare un allarme rosso nei consumatori e in tutti coloro che hanno a cuore i diritti umani. Che cosa c’è da nascondere? Le imprese committenti conoscono la provenienza dei loro prodotti e monitorano le loro catene di fornitura? Se i marchi stanno realmente compiendo passi avanti verso la trasparenza, dovrebbero essere desiderosi di comunicarlo ai propri consumatori”.

Di questi temi si discuterà a Firenze il prossimo 10 gennaio dalle 9.30 alle 14 durante l’eventoLa filiera trasparente nel settore della moda” promosso dalla Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della Clean Clothes Campaign) e dalla FILCTEM CGIL, con il patrocinio della Regione Toscana. Oltre agli organizzatori, parteciperanno alla discussione rappresentanti dell’industria del settore e delle istituzioni. Per il programma completo dell’evento: http://www.abitipuliti.org/news/la-filiera-trasparente-nel-settore-moda/

Elenco delle firme

Background:

L’attuale slancio verso la trasparenza della catena di approvvigionamento è ripreso da importanti iniziative internazionali, come la mozione prodotta dal Parlamento Europeo in Aprile 2017, l’Iniziativa faro nell’industria dell’abbigliamento, che richiede catene di approvvigionamento trasparenti e due diligence. Sempre nell’aprile 2017, 79 organizzazioni europee della società civile hanno rivolto un appello alla Commissione Europea. Inoltre, i marchi di calzature erano già stati sollecitati a mostrare maggiore trasparenza attraverso una petizione di Change Your Shoes, iniziativa promossa da diverse organizzazioni per i diritti dei lavoratori in Europa e in Asia (in Italia dalla Campagna Abiti Puliti).

Note per l’editore:

  • La consegna delle firme è ad oggi programmata in diverse città, tra cui Amsterdam (Primark, Armani), Antwerp (Armani, Urban Outfitters), Brussels (Primark) e Zagabria (Armani).
  • Il testo della petizione rivolta a Walmart, Urban Outfitters, Forever 21, Armani e Primark è qui org/gotransparent.
  • Il Rapporto Segui il il filo che ha lanciato la petizione ad Aprile 2017
  • La coalizione che ha lanciato l’iniziativa per la Trasparenza è composta da Human Rights Watch, Clean Clothes Campaign, International Corporate Accountability Roundtable, International Labour Rights Forum, Workers Rights Consortium, Maquila Solidarity Network, IndustriALL Global Union, UNI Global Union International Trade Union Confederation. La coalizione di organizzazioni per i diritti umani, del lavoro e i sindacati che hanno promosso l’iniziativa sta attualmente verificando le risposte dei marchi e il rispetto degli impegni assunti

Consegna delle firme ad Armani a Hong Kong


(2017) REPORT - Guarda dove metti i piedi! Nuovo rapporto sulle concerie della pelle

Oggi la Campagna Abiti Puliti, nell’ambito dell’iniziativa Change your shoes, lancia il nuovo report “Guarda dove metti i piedi”. Attraverso un’approfondita ricerca sul campo condotta negli stati federali di Tamil Nadu e Uttar Pradesh in India, lo studio analizza le dannose condizioni ambientali e di lavoro nelle concerie della pelle. Le due regioni, che ospitano varie concerie, centri di produzione ed esportazione di pelle anche verso l’Unione Europea, sono caratterizzate da livelli anormali di inquinamento idrico e del suolo, danni ambientali e rischi sanitari per i lavoratori e le comunità circostanti. La ricerca ha evidenziato come tali problemi derivino da un trattamento incauto di acque reflue e rifiuti solidi derivanti dal processo di concia.

Il rischio più significativo è legato all’uso del Cromo III che in determinate circostanze può trasformarsi nel più tossico e cancerogeno Cromo VI (CrVI) e diventare una seria minaccia per i lavoratori e le lavoratrici. La ricerca sul campo ha rivelato che i rifiuti solidi e le acque reflue non trattate contenenti Cr (VI) sono spesso abbandonati su terreni aperti, contaminando per decenni i corpi idrici circostanti, compresa l’acqua potabile. Inoltre, l’acqua di irrigazione ricca di Cr (VI) e i fanghi di depurazione hanno danneggiato i terreni e le coltivazioni che circondano le concerie, mettendo così a rischio la sopravvivenza dell’intera popolazione rurale.

L’osservazione sul campo e le interviste ai lavoratori delle concerie indicano poi una serie di problemi per la salute e la sicurezza sul lavoro. La maggior parte degli operai e delle operaie ha raccontato di soffrire di diversi disturbi come febbre cronica, problemi respiratori e irritazione agli occhi e alla pelle causati dal contatto diretto con agenti chimici della concia. Ciò potrebbe essere ricondotto all’insufficienza di equipaggiamento protettivo adeguato e di formazione specifica sulla sicurezza. A questo si aggiungono condizioni di lavoro estremamente precarie, salari da fame, contratti di lavoro irregolari e assenza di protezione assicurative sociali e per la salute. Questa combinazione tra malattie e insicurezza finanziaria costringe molti degli intervistati a una battaglia quotidiana per la sopravvivenza.

Nonostante l’India sia dotata di una regolamentazione e di norme stringenti in materia ambientale e di diritto del lavoro, compreso il settore delle concerie, “l’implementazione di queste regole è scarsa o del tutto assente, soprattutto in contesti informali o parzialmente illegali” come ricorda Pradeepan Ravi del Cividep. A ciò si aggiunge la mancanza di trasparenza che caratterizza tutto questo livello della catena di fornitura. “Questo è il punto su cui possono giocare un ruolo determinante i marchi nazionali e internazionali, responsabili tra le altre cose del rispetto dei diritti umani e degli standard ambientali” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, rappresentante italiana di Change Your Shoes. “In linea con i Principi Guida per le imprese e i diritti umani delle Nazioni Unite (UNGPs), i marchi dovrebbero stabilire una strategia di due diligence con mappe e analisi dell’intera catena di fornitura, in modo da identificare e intervenire sui rischi per gli esseri umani e per l’ambiente a ogni livello. Azioni concrete dovrebbero poi essere intraprese in accordo con le organizzazioni della società civile, i sindacati e gli altri attori significativi”.

Per questi motivi la rete degli attivisti che ha promosso Change Your Shoes chiede alle autorità indiane di rafforzare e implementare in maniera rigorosa le norme esistenti e agli stati membri dell’Unione Europea di predisporre un accordo legalmente vincolante che obblighi le aziende a mettere in pratica la due diligence in linea con gli UNGPs.

Questo nuovo rapporto rappresenta un ulteriore passo per far luce sul lato oscuro della produzione globale di pelle riguardo i rischi ambientali e per i diritti umani e completa il quadro delle indagini sinora svolte in diversi paesi e segmenti delle filiere delle calzature. Tali ricerche tracciano la rotta di catene di fornitura globali di cui l’Italla è parte integrante sia come sito produttivo che come mercato di consumo.


Diteci chi fabbrica le nostre scarpe! La consegna della petizione sulla trasparenza

13.606 persone hanno chiesto ai marchi europei delle calzature di fare un passo avanti, comunicare chi produce le loro scarpe e cessare di mettere a rischio la vita dei loro lavoratori e lavoratrici.

La petizione era rivolta a 26 marchi europei ed è stata sottoscritta da migliaia di cittadini preoccupati che le loro scarpe siano prodotte da persone che non rischiano la loro vita ogni volta che si recano sul posto di lavoro.

24 miliardi di scarpe sono prodotte ogni anno – 3 paia per ogni persona del pianeta. L’87% di queste viene realizzato in Asia, dove milioni di donne cuciono scarpe a casa loro sopportando paghe da fame, problemi di salute e condizioni di lavoro insicure. Nelle concerie, l’uso non regolamentato di sostanze chimiche tossiche e di coloranti espone i lavoratori al Cromo VI – prodotto nel processo di concia delle pelli – col rischio di causare asma, eczema, cecità e cancro. Quando questa sostanza entra poi in contatto con le acque reflue provoca inquinamento dannoso per l’ambiente e per coloro che vivono e lavorano nelle vicinanze.

La crescente domanda in Europa e la competizione tra i marchi per fornire prodotti sempre più economici e in tempi sempre più rapidi significa, in particolare per i lavoratori e le lavoratrici in Asia e in Est Europa, essere sotto pressione per produrre sempre più, spesso attraverso straordinari non pagati e sotto minaccia di licenziamento e intimidazione, se provano ad alzare la voce per chiedere più diritti. Queste condizioni di lavoro per noi consumatori restano nascoste, visto che i marchi tengono segrete le loro catene di produzione.

Ma ora i cittadini europei stanno sollevando questi problemi e vogliono essere sicuri che le loro scarpe non stiano causando danni all’ambiente e alle persone. Migliaia di persone chiedono ai marchi di pubblicare le informazioni sulla realizzazione delle loro scarpe, di smettere di usare sostanze tossiche durante la produzione e di garantire un salario vivibile e condizioni di lavoro dignitose ai loro operai e operaie.

In Germania le firme raccolte sono state consegnate a Deichmann la quale ha dichiarato che lavorerà per migliorare la situazione per i lavoratori lungo la sua catena di fornitura. In Polonia sono state consegnate a CCC, la più grande azienda del Paese. CCC ha replicato che assumerà passi concreti per monitorare la catena di fornitura e avvierà un dialogo con i lavoratori e le organizzazioni della società civile. In Italia la petizione è stata consegnata a Prada che finora non ha fornito alcuna risposta in merito alle diverse richieste di trasparenza. In Spagna le firme sono arrivate a Camper che ha appena iniziato a pubblicare alcune informazioni sulla sua catena di fornitura. In Inghilterra la petizione è stata consegnata a 11 marchi tra cui Schuh, che si è detta disponibile a considerare le raccomandazioni per migliorare la situazione.

Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti ha dichiarato: “La crescente richiesta di trasparenza non può essere ignorata. Una petizione parallela indirizzata a 5 marchi globali dell’abbigliamento e delle calzature sullo stesso tema ha raccolto oltre 70 mila firme. Come risultato di questa pressione pubblica alcuni grandi marchi, tra cui Clarks, hanno accettato di pubblicare la lista dei loro fornitori. Tuttavia troppi marchi ancora dimostrano di non essere per nulla interessati a parlare delle condizioni di lavoro nelle loro filiere produttive e molta strada resta da fare per garantire un trattamento equo per i loro lavoratori. Allo stesso tempo è promettente che alcuni grandi marchi stiano cambiando atteggiamento e riconoscano che l’unica soluzione è ascoltare le preoccupazioni dei consumatori e le esigenze dei lavoratori, mostrandosi disponibili ad assumersi le loro responsabilità. Continueremo a lavorare con i brand della moda per migliorare la trasparenza delle loro catene di fornitura e le condizioni dei loro lavoratori. E ci auguriamo che anche i grandi brand italiani, come Prada, rispondano alle richieste di migliaia di persone e accettino la sfida della trasparenza

La coalizione Change your shoes ha presentato la petizione anche ai Membri del Parlamento Europeo a Bruxelles lo scorso 20 novembre mostrando l’esistenza di una forte pressione pubblica per cambiare l’industria calzaturiera e chiedendo all’Europa di rendere obbligatoria per le aziende la pubblicazione dei nomi e degli indirizzi dei loro fornitori.

Scarica il fumetto che racconta la consegna a Prada
Scarica l’elenco delle firme raccolte

LA CONSEGNA IN ITALIA A PRADA

 

 

LA CONSEGNA NEL RESTO D’EUROPA


H&M manterrà la promessa di pagare un salario dignitoso entro il 2018?

Quattro anni fa, H&M aveva fatto una promessa che, se mantenuta, avrebbe costituito un punto di svolta per l’intera industria dell’abbigliamento. Il 25 novembre 2013 H&M, infatti, aveva promesso che avrebbe pagato quello che loro stessi chiamavano un “salario dignitoso equo” ai lavoratori della sua catena di fornitura entro il 2018.

Il pagamento di un salario dignitoso da parte di H&M ai suoi lavoratori costituirebbe uno sviluppo rivoluzionario, considerando che i salari da fame rappresentano tutt’ora la norma in tutto il settore, compresa la catena di fornitura di H&M. Sono paghe ben distanti da quello che dovrebbe essere un salario dignitoso: un salario, cioè, che dovrebbe consentire al lavoratore e alla sua famiglia di condurre una vita decente, avere una dieta sana, un alloggio adeguato, accesso alle cure mediche, all’istruzione e ai trasporti, nonché una somma aggiuntiva da poter usare in caso di imprevisti.

Durante gli ultimi cinque anni da quell’annuncio, H&M si è dimostrata particolarmente opaca circa i suoi piani tanto da far pensare fosse solo uno spot pubblicitario per placare l’opinione pubblica preoccupata dalle sue condizioni di produzione.

Attualmente, i salari medi delle fabbriche dei fornitori di H&M in Bangladesh, Myanmar, Cambogia e India sono solo leggermente superiori ai salari minimi nazionali. In Bangladesh, per esempio, H&M sostiene che i lavoratori della sua catena di fornitura guadagnano in media 87 dollari al mese, che è addirittura inferiore alla soglia di povertà stabilita della Banca Mondiale di 88 dollari al mese. L’effetto è che i lavoratori e i loro figli soffrono di malnutrizione. Le stime di quanto dovrebbe essere il salario dignitoso variano, ma in media indicano tutte che in Bangladesh dovrebbe essere di almeno il triplo per garantire una vita dignitosa. La terribile situazione dei lavoratori di H&M è apparsa ancora più chiara quando migliaia di loro sono scesi in piazza nel dicembre 2016 per chiedere aumenti salariali.

Il salario minimo nei paesi di produzione tessile è stabilito dai governi a livello nazionale. Ma questi governi, per paura di perdere commesse importanti per la loro economia nazionale, si dimostrano particolarmente restii nell’accordare aumenti, alimentando una gara al ribasso per i salari di tutti i lavoratori e le lavoratrici.

In realtà, secondo la Clean Clothes Campaign, i marchi potrebbero influenzare queste politiche salariali, rassicurando i governi che aumenti del salario minimo legale non determinerebbero la loro fuga e che invece continuerebbero a investire in relazioni commerciali di lungo periodo e a commissionare ordini anche se i prezzi dovessero salire. I marchi potrebbero assumendosi la responsabilità per salari dignitosi attraverso pagamenti diretti inclusi negli ordini alle fabbriche dei loro fornitori. Essendo uno degli attori più importanti per le esportazioni dal Bangladesh, H&M potrebbe avere un’influenza determinante per i salari di milioni di lavoratori nel paese.

Invece, dopo aver alzato un gran polverone con le sue dichiarazioni, H&M ha riformulato la sua promessa rendendola molto meno ambiziosa. Invece di corrispondere direttamente a tutti i lavoratori della sua catena di fornitura un salario dignitoso, il brand ha precisato che avrebbe solo messo in moto dei “meccanismi” che avrebbero permesso di raggiungere il salario dignitoso per almeno l’80% dei suoi lavoratori e lavoratrici. Come abbia intenzione di fare e quali progetti pilota voglia implementare però non è dato sapersi. Questo impedisce ai lavoratori e alle loro organizzazioni di monitorare i progressi.

L’obiettivo che H&M si era data nel 2013, cioè di pagare un salario dignitoso agli 850 mila lavoratori e lavoratrici della sua catena di fornitura, sebbene ambizioso, è sicuramente raggiungibile per un’azienda delle dimensioni, profitti e potere di H&M. Ad esempio, il suo stesso presidente Stefan Persson potrebbe facilmente garantire ai lavoratori di H&M un aumento sulle loro retribuzioni fino a quando l’azienda abbia raggiunto il suo obiettivo. Oggi infatti, egli possiede un patrimonio di 19,9 miliardi di dollari che sarebbe sufficiente a pagare a tutti i lavoratori della sua filiera in Bangladesh un salario dignitoso pieno per i prossimi trent’anni.

H&M ha sicuramente le risorse per imprimere un importante cambiamento e ha più volte sostenuto di essere un’azienda leader su questi temi. Dando un’occhiata ai numeri, ci si rende conto che se H&M riallocasse il budget che in un solo anno spende in pubblicità a favore dei salari, potrebbe garantire ai suoi lavoratori in Cambogia 6,5 anni di salario dignitoso.

Il profitto netto di H&M nel 2016 è stato di oltre 2 miliardi di dollari. Basterebbe solo l’1,9% di questa cifra per pagare a tutti i suoi lavoratori in Cambogia i 78 dollari aggiuntivi al mese per garantirgli di vivere con dignità.


(2017) REPORT - Europe's sweatshop - L'Europa dello sfruttamento

Un nuovo rapporto della Clean Clothes Campaign rivela condizioni di grave sfruttamento nella produzione di abbigliamento e calzature “Made in Europe”

Un nuovo rapporto della Clean Clothes Campaign, Europe’s Sweatshops, documenta i salari da fame endemici e le dure condizioni di lavoro nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa. Ad esempio, molti lavoratori in Ucraina, nonostante gli straordinari, guadagnano appena 89 euro al mese in un Paese in cui il salario dignitoso dovrebbe essere almeno 5 volte tanto. Tra i clienti di queste fabbriche ci sono marchi globali come Benetton, Esprit, GEOX, Triumph e Vera Moda.

Per questi marchi i Paesi dell’Est e Sud-Est Europa rappresentano paradisi per i bassi salari. Molti brand enfatizzano l’appartenenza al “Made in Europe”, suggerendo con questo concetto “condizioni di lavoro eque”. In realtà, molti dei 1,7 milioni di lavoratori e lavoratrici di queste regioni vivono in povertà, affrontano condizioni di lavoro pericolose, tra cui straordinari forzati, e si trovano in una situazione di indebitamento significativo.

Queste fabbriche di sfruttamento offrono lavoratori economici, anche se qualificati e professionali. Troppo spesso i salari mensili della maggior parte della forza lavoro femminile raggiungono appena la soglia del salario minimo legale, che varia dagli 89 euro in Ucraina ai 374 euro in Slovacchia. Ma il salario dignitoso, quello che permetterebbe a una famiglia di provvedere ai bisogni primari, dovrebbe essere quattro o cinque volte superiore e in Ucraina, ad esempio, questo vorrebbe dire guadagnare almeno 438 euro al mese.

I salari minimi legali in questi Paesi sono attualmente al di sotto delle loro rispettive soglie di povertà e dei livelli di sussistenza. Le conseguenze sono terribili. “A volte semplicemente non abbiamo niente da mangiare”, ha raccontato una lavoratrice ucraina. “I nostri salari bastano appena per pagare le bollette elettriche, dell’acqua e dei riscaldamenti” ha detto un’altra donna ungherese.

Le interviste a 110 lavoratrici e lavoratori di fabbriche di abbigliamento e calzature in Ungheria, Ucraina e Serbia hanno rivelato che molti di loro sono costretti ad effettuare straordinari per raggiungere i loro obiettivi di produzione. Ma nonostante questo, difficilmente riescono a guadagnare qualcosa in più del salario minimo.

Molti degli intervistati hanno raccontato di condizioni di lavoro pericolose come l’esposizione al calore o a sostanze chimiche tossiche, condizioni antigieniche, straordinari forzati illegali e non pagati e abusi da parte dei dirigenti. I lavoratori intervistati si sentono intimiditi e sotto costante minaccia di licenziamento o trasferimento.

Quando i lavoratori serbi chiedono perché durante la calda estate non c’è aria condizionata, perché l’accesso all’acqua potabile è limitato, perché sono costretti a lavorare di nuovo il sabato, la risposta è sempre la stessa: “Quella è la porta

Ci pare evidente che i marchi internazionali stiano approfittando in maniera sostanziosa di un sistema foraggiato da bassi salari e importanti incentivi governativi” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “In Serbia, ad esempio, oltre ad ingenti sovvenzioni, le imprese estere ricevono aiuti indiretti come esenzione fiscale fino a per dieci anni, terreni a titolo quasi gratuito, infrastrutture e servizi. E nelle zone franche sono pure esentate dal pagamento delle utenze mentre i lavoratori fanno fatica a pagare le bollette della luce e dell’acqua, in continuo vertiginoso aumento” continua Deborah Lucchetti.

Le fabbriche citate nel rapporto producono tutte per importanti marchi globali: tra questi troviamo Benetton, Esprit, GEOX, Triumph e Vera Moda. La Campagna Abiti Puliti chiede ai marchi coinvolti di adeguare i salari corrisposti al livello dignitoso e di lavorare insieme ai loro fornitori per eliminare le condizioni di lavoro disumane e illegali documentate in questo rapporto.


Il governo del Bangladesh continua a violare gli impegni assunti

Non ci sono più scuse: nuovi fatti rivelano il fallimento del Bangladesh nelle fare le riforme del lavoro mentre l’Europa rimane a guardare

Alla luce dei fatti evidenziati nel nuovo rapporto pubblicato oggi, i sindacati e le organizzazioni di attivisti del lavoro rinnovano alla Commissione Europea la richiesta di onorare la promessa di avviare un’indagine commerciale in Bangladesh, a seguito del perdurante fallimento del governo nel fare urgentemente le necessarie riforme di legge e delle politiche di governo dei diritti sindacali nell’industria dell’abbigliamento del paese.

In un nuovo rapporto inviato oggi alla Commissione Europea, la Clean Clothes Campaign, l’International Trade Union Confederation, l’European Trade Union Confederation, IndustriALL Global Union e UNI Global Union dimostrano che, nonostante la firma del “Sustainability Compact” con l’Unione Europea quattro anni fa, il governo del Bangladesh continua a violare gli impegni assunti, non realizzando le riforme vitali necessarie a garantire che l’industria dell’abbigliamento rispetti i principali standard internazionali del lavoro.

Il rapporto si concentra su quattro settori chiave che restano i principali ambiti di preoccupazione per l’Unione europea, l’ILO, i sindacati e gli attivisti per i diritti del lavoro, oltre ad altri portatori di interesse della comunità internazionale a seguito del crollo catastrofico dell’edificio Rana Plaza in Bangladesh. Si tratta della riforma del diritto del lavoro, della libertà di associazione sindacale nelle zone franche per l’esportazione (EPZ), del miglioramento della procedura di registrazione dei sindacati e della cessazione dei fenomeni diffusi di discriminazione anti-sindacale.

Il Sustainability Compact per il Bangladesh comprende una serie di azioni specifiche e temporanee nei quattro ambiti che il governo del Bangladesh si è impegnato ad attuare quando ha firmato il Compact nel 2013. Tuttavia, sebbene il Bangladesh continui a fallire nell’implentazione delle azioni necessarie, l’UE tarda nell’avviare un’indagine commerciale in Bangladesh per confermare in che misura siano soddisfatti i principali diritti del lavoro e dei diritti umani.

Lo scorso maggio la Commissione Europea aveva esteso il termine di attuazione delle azioni di adeguamento ad agosto 2017, quando il governo del Bangladesh avrebbe dovuto fornire all’UE “progressi tangibili” per poter conservare l’idoneità all’accesso commerciale preferenziale dell’UE. Questa estensione della scadenza è giunta a seguito di una serie di estensioni precedenti ed è oggi passata senza alcuna conseguenza. Ciò è indicativo della riluttanza della Commissione Europea ad utilizzare il suo potere nel richiamare il governo del Bangladesh alle sue responsabilità.

Come principale partner commerciale del Bangladesh, l’Unione Europea ha sia il potere che la responsabilità di contribuire ad assicurare che gli standard di lavoro in Bangladesh siano rispettati. Il nuovo rapporto include una serie di casi studio che sottolineano come i sindacalisti continuano a fronteggiare forti discriminazioni e violenze. Questi casi, associati alla repressione delle proteste pacifiche per i salari avvenute all’inizio dell’anno, dimostrano che il dialogo avviato è stato un approccio completamente inefficace per assicurare un cambiamento significativo in Bangladesh.

ITUC, IndustriALL, UNI, ETUC e CCC sollecitano la Commissione Europea a smettere di prolungare le scadenze e ad agire nei confronti del governo del Bangladesh avviando un’indagine commerciale sulla sua ammissibilità all’accesso preferenziale al mercato dell’Unione europea, al fine di esercitare pressioni sul Bangladesh perchè intraprenda riforme del lavoro significative. Un’indagine commerciale potrà fornire ampie possibilità al governo del Bangladesh di fare la cosa giusta, ma fornirà anche lo stimolo necessario per il cambiamento.

Scarica il rapporto completo “The European Union and the Bangladesh garment industry: the failure of the Sustainability Compact