(2022) REPORT: Il salario dignitoso è un diritto universale

IL SALARIO DIGNITOSO È UN DIRITTO UNIVERSALE

Una proposta per l'Italia, a partire dal settore moda

La Campagna Abiti Puliti lancia il nuovo rapporto “Il salario dignitoso è un diritto universale. Una proposta per l’Italia, a partire dal settore moda”. 

La povertà lavorativa è un fenomeno sociale complesso, che va oltre la pura questione salariale e dipende da diversi fattori (individuali, familiari, istituzionali) e dalla configurazione delle catene globali del valore. Per essere affrontata e aggredita nelle sue cause strutturali, sono necessarie misure diverse e complementari di politica economica e fiscale, di natura legislativa e contrattuale, a livello sia nazionale che internazionale.

Elaborando i dati OCSE relativi al periodo 2000-2020 emerge come le retribuzioni abbiano subito una contrazione in termini reali nel periodo considerato, determinando un’erosione del potere di acquisto dei lavoratori. Ulteriore preoccupazione è determinata da una dinamica inflattiva tra fine 2021 e inizio 2022 particolarmente sostenuta, spinta dai prezzi dei beni energetici e in misura minore da quella dei beni alimentari. Nel 2019, Eurostat rilevava per l’Italia un tasso di rischio di povertà lavorativa per i lavoratori di età compresa tra 18-64 anni dell'11,8% ovvero 2,8 punti percentuali al di sopra della media UE-27.

In questo rapporto affrontiamo nello specifico il tema del salario quale prima, ma non unica, questione urgente su cui intervenire per aggredire il problema della povertà lavorativa e della diseguaglianza in Italia, a partire dalle filiere della moda.

In particolare, sulla scia della proposta di salario dignitoso nel settore TAC avanzata dall’European Production Focus Group relativamente ai paesi dell’Europa centrale, orientale e sudorientale, a sua volta ispirata all’iniziativa del 2009 dell’Asian Floor Wage Alliance per il continente asiatico, abbiamo calcolato un valore del salario minimo dignitoso pari a €1.905 netti mensili (ipotizzando una settimana lavorativa standard di quaranta ore settimanali, tale salario equivale a €11 netti all’ora).

Il concetto di salario minimo dignitoso a cui ci riferiamo, diritto umano riconosciuto nel diritto internazionale e nella nostra Costituzione, è definito come il valore della retribuzione base netta in grado di garantire al lavoratore e alla sua famiglia il soddisfacimento dei bisogni primari e condizioni di vita dignitose. Si differenzia dal salario minimo legale perché non si basa su valori di mercato. Sono considerati bisogni primari il cibo, il vestiario, i trasporti (abbonamenti ai trasporti pubblici), l’alloggio (spese per l’affitto o rate del mutuo, manutenzione ordinaria della casa), utenze domestiche (elettricità, riscaldamento, acqua, raccolta rifiuti, telefono, internet), istruzione, cultura e tempo libero, spese mediche ordinarie, vacanze (un viaggio della durata di una settimana per tutta la famiglia all’interno del proprio paese).

Il calcolo del salario dignitoso si basa su una metodologia piuttosto semplice, in modo da essere replicabile e aggiornabile nel tempo. L’idea centrale è quella di suddividere la spesa complessiva delle famiglie in due grandi componenti: spesa per generi alimentari e altre spese. Una volta definito il valore monetario della spesa alimentare familiare e assumendo che questa rappresenti una certa quota percentuale della spesa complessiva, otteniamo il valore del salario dignitoso come somma della spesa alimentare e della spesa non alimentare a livello familiare.

Il pagamento di salari dignitosi a tutti i lavoratori della filiera, diritto umano e sociale fondamentale, rappresenta un passo determinante poiché obbligherebbe le imprese a produrre meno e meglio, con impatti potenzialmente positivi sul benessere dei lavoratori, sull’ambiente e sulla stessa economia. Si potrebbe così finalmente virare verso un nuovo modello di organizzazione di impresa più sostenibile, democratico e basato su un ripensamento dei tempi di vita e di lavoro” dichiara Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti

È noto che la povertà lavorativa sia un fenomeno complesso e multidimensionale e richieda pertanto una molteplicità di strumenti e di misure, di carattere economico, legislativo, contrattuale e culturale. Per questo, a corredo del salario dignitoso di base e per incentivare rapporti di lavoro stabili, sicuri e duraturi, nel rapporto auspichiamo l’attuazione di altre misure che potrebbero essere sperimentate a partire dal settore TAC per poi essere estese all’intera economia: l’introduzione di strumenti di integrazione e sostegno dei redditi da lavoro più bassi, il c.d in-work benefit  e  l’avvio di un percorso pluriennale e graduale di riduzione collettiva degli orari di lavoro, a parità di salario dignitoso di base, in un’ottica di netto miglioramento della qualità della vita per i lavoratori.

Le raccomandazioni alle istituzioni politiche e alle imprese dettagliate nel rapporto sono volte ad affrontare in maniera sistemica e strutturale il problema della povertà lavorativa nonché della urgente transizione verso una industria della moda sostenibile, che potrà dirsi tale solo se inclusiva, equa e democratica.

 

rapporto completo (ITA)


Sommario (ITA)


Full report (ENG)


SUMMARY (ENG)



EVENTO: Il salario dignitoso è un diritto universale


15 giugno | ore 11.00

Agenzia DIRE | Corso Italia 38/A, Roma

RSVP: priscilla.robledo@faircoop.it

max 40 posti

Streaming su Facebook - Clicca qui

La povertà lavorativa è una vera e propria piaga nazionale. Oggi più di un lavoratore su 10 può essere considerato povero mentre le statistiche ufficiali ci ricordano continuamente che l’Italia è maglia nera in Europa per bassi salari, perdita di potere d'acquisto dei lavoratori, precarietà e insicurezza sul lavoro. Di fronte all’ennesima grave crisi generata da una guerra orrenda e insostenibile, subito dopo quella prodotta dalla pandemia che ha gettato nella spirale della povertà oltre un milione di persone, sempre più lavoratori rischiano di essere poveri, grazie all’effetto combinato del blocco dei salari, dell’esplosione della precarietà e del costo della vita, oltre all’assenza di politiche strutturali a sostegno dei redditi.

Da sempre la Campagna Abiti Puliti, rete internazionale di attivisti, ong e sindacati, si occupa di difesa dei diritti umani e del lavoro nelle filiere globali della moda. Uno dei suoi obiettivi prioritari è il riconoscimento di un salario di base che permetta ai lavoratori e alle lavoratrici di vivere dignitosamente e così di ripartire più equamente il valore prodotto.

 

Nel rapporto che presentiamo viene applicata al nostro Paese la proposta dell’Europe Floor Wage a sua volta mutuata dal lavoro dell’Asia Floor Wage Alliance, un metodo di calcolo del salario dignitoso di base transfrontaliero per l’Europa. Il benchmark è stato calcolato per il comparto moda ma è estendibile agli altri settori produttivi.

Il concetto di salario dignitoso di base che proponiamo trova il suo fondamento nei diritti umani. Un concetto non subalterno alle logiche di mercato bensì ancorato ai bisogni reali dei lavoratori e delle loro famiglie, quindi al costo della vita.

Il rapporto intende essere uno strumento al servizio dei lavoratori, delle parti sociali e del legislatore, perché attui politiche e misure efficaci ad effettiva protezione dei lavoratori più vulnerabili, nonché volte all’eliminazione della povertà lavorativa e alla riduzione delle crescenti diseguaglianze in una prospettiva di genere.

Programma

All'evento seguirà un buffet

Saluti introduttivi

Simone Siliani

Direttore Fondazione Finanza Etica

Nicola Perrone

Direttore Agenzia DIRE

Saluti istituzionali*

Andrea Orlando

Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali*

Le proposte della Campagna Abiti Puliti sul Salario Dignitoso di base: un benchmark per l’Italia a partire dall’approccio metodologico della Clean Clothes Campaign per l’Europa

Deborah Lucchetti

Coordinatrice nazionale Campagna Abiti Puliti

I progetti di legge sul salario minimo legale in Italia. Sintesi ed evoluzione del confronto parlamentare

On. Susy Matrisciano

Senatrice e Presidente della XI Commissione permanente Lavoro pubblico e privato e presidenza sociale

Il lavoro povero in Italia: evidenza e riflessioni del Gruppo di Lavoro Ministeriale

Michele Raitano​

Docente di Politica Economica, Sapienza Università di Roma e Membro del gruppo di esperti sul lavoro povero istituito dal Ministro del Lavoro

Salario decente e contrasto alla povertà

Chiara Saraceno

Sociologa e presidente del comitato scientifico di valutazione del Reddito di Cittadinanza (RdC)

Il ruolo delle Organizzazioni Sindacali sul salario dignitoso nel Sistema Moda

Sonia Paoloni

Segretaria Nazionale Filctem-CGIL

Corrispondere salari dignitosi è possibile

Matteo Ward

Imprenditore e attivista, co-founder di WRÅD

*in attesa di conferma


ADIDAS paghi subito le lavoratrici della Hulu Garment

I lavoratori tessili in Cambogia che hanno prodotto indumenti per Adidas, tra gli altri, sono stati privati di circa 109 milioni di dollari di salari solo nell'aprile/maggio 2021 (secondo una ricognizione dei sindacati in 114 fabbriche). In 8 di queste fabbriche più di 30.000 lavoratori e lavoratrici stanno ancora aspettando gli stipendi arretrati da marzo a maggio per un totale di 11,7 milioni di dollari (o 387 dollari pro capite). In particolare nella fabbrica Hulu Garment, l'intera forza lavoro è stata truffata per costringerli a dimettersi all'inizio della pandemia e devono avere 3,6 milioni di dollari.

I casi di furti salariali e di licenziamenti non retribuiti, aumentati massicciamente durante la pandemia, non sono un fenomeno nuovo. "Prima licenziati, poi derubati: lo dimostrano numerosi casi prima della pandemia. Aziende come Adidas lo fanno da decenni", dichiara Vivien Tauchmann, coordinatrice della campagna #PayYourWorkers.

La Clean Clothes Campaign Germany (Kampagne für Saubere Kleidung) parteciperà all'assemblea generale annuale di Adidas il 12 maggio come parte della campagna Pay Your Workers per chiedere all’azienda di assumersi le sue responsabilità mitigando in modo decisivo l'impatto della pandemia sui lavoratori della sua catena di fornitura.


Il problema è sistemico e quindi necessita di risorse adeguate e accordi vincolanti. Per questo, insieme a numerosi sindacati dei paesi produttori, chiediamo ad Adidas di firmare un accordo vincolante sui salari, sul trattamento di fine rapporto e sulla libertà di associazione per garantire che i lavoratori e le lavoratrici della sua catena di fornitura non siano mai più privati del loro pieno salario e del TFR.

Per i lavoratori e le loro famiglie è una questione di sopravvivenza. Per Adidas invece non è certo un problema economico: nonostante la pandemia, il fatturato del gruppo in un anno è aumentato del 15%, passando da 18.435 miliardi di dollari nel 2020 a 21.234 miliardi di dollari l’anno dopo, e solo nel primo trimestre del 2021, il gigante degli articoli sportivi ha guadagnato 650 milioni di dollari di profitti. E un ruolo decisivo nel generare guadagni è sicuramente stato giocato dall’impegno pubblico, ad esempio attraverso aiuti per la pandemia finanziati dalle tasse (come bonus a breve termine e rimborsi per i contributi), e dal lavoro dei suoi dipendenti, anche nel Sud del mondo. Gli azionisti e la direzione di Adidas Group dovrebbero quindi adempiere alla loro responsabilità sociale e investire una quota decisiva dei profitti in misure salariali e di sicurezza sociale per chi cuce i suoi abiti.

Ci aspettiamo e chiediamo anche, sulla scia della Call to Action dell'ILO e dell'impegno pubblico di Adidas per la legislazione europea sulla due diligence, che l'azienda assuma un ruolo di primo piano.

ATTIVATI

AIUTACI A DIFFONDERE LA CAMPAGNA PAY YOUR WORKERS

Rubare il trattamento di fine rapporto e i salari dei lavoratori non è una novità. @adidas ha fatto questo ai lavoratori per decenni e ha continuato durante la pandemia. I lavoratori in Cambogia aspettano milioni di salari non pagati 👀➡️ bit.ly/3tSq9Gh & bit.ly/372UpFa. #adidas 📢 #PayYourWorkers!

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.@adidas Avete monitorato quante delle vostre fabbriche fornitrici hanno chiuso o licenziato lavoratori durante la pandemia? #PayYourWorkers #RespectLabourRights
.@adidas Negozierete con i sindacati per firmare un accordo vincolante per porre fine al furto salariale nella vostra catena di fornitura? #PayYourWorkers #RespectLabourRights

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Unisciti a noi per chiedere ad @Adidas cosa stanno facendo per #PayYourWorkers e #RespectLabourRights nella loro catena di fornitura!
La Clean Clothes Campaign Germany (Kampagne für Saubere Kleidung) partecipa oggi all'assemblea generale annuale di Adidas. Abbiamo alcune domande per loro.
Cosa chiediamo:
Avete monitorato quante delle vostre fabbriche fornitrici hanno chiuso o licenziato lavoratori durante la pandemia?
Negozierete con i sindacati per firmare un accordo vincolante per porre fine al furto salariale nella vostra catena di fornitura?
Quanto denaro avete fornito alla Call to Action COVID-19 dell'ILO per l'industria dell'abbigliamento?
Aiutaci a fare queste domande sui loro social media!



Rana Plaza: a nove anni dal crollo


Entra in azione

A nove anni dal crollo del Rana Plaza i marchi dell'abbigliamento continuano a mettere a rischio la vita delle lavoratrici

Nove anni fa, il 24 aprile 2013, crollava l'edificio Rana Plaza in Bangladesh uccidendo 1.138 persone: una tragedia annunciata ed evitabile. Oggi il nostro pensiero va a tutti coloro che hanno dovuto vivere quei momenti terribili e alle famiglie di quanti non sono sopravvissuti. Nove anni dopo, la lotta per le fabbriche sicure continua: purtroppo, infatti, alcuni marchi della moda continuano a rifiutarsi di mettere la sicurezza dei loro lavoratori e lavoratrici al primo posto. Per questo, il network della Clean Clothes Campaign chiede a tutte le aziende che non l'hanno ancora fatto di firmare immediatamente l'Accordo internazionale per la salute e la sicurezza nel settore tessile e dell'abbigliamento.

Credit Taslima Akhter

Diversi marchi molto noti, come Levi's e IKEA, non hanno mai aderito all’Accordo Internazionale, un meccanismo di sicurezza creato in risposta al crollo giunto alla sua terza edizione. 171 brand che si riforniscono dal Bangladesh lo hanno invece sottoscritto, compresi i giganti della fast fashion come H&M, Inditex (Zara) e Fast Retailing (UNIQLO). La nostra inchiesta mostra come, rifiutandosi di aderire al programma e di sostenerne i costi, ma continuando a rifornirsi nelle fabbriche che vengono migliorate grazie ad esso, Levi's e IKEA non facciano altro che approfittare dei progressi senza impegnarsi finanziariamente e politicamente.

IKEA

Ad esempio è il caso di una fabbrica fornitrice di IKEA dal 2007, dove la prima ispezione dopo il crollo di Rana Plaza ha evidenziato diverse violazioni della sicurezza trascurate dal sistema di monitoraggio dell’azienda: la mancanza di porte ignifughe, la presenza di serrature su alcune delle porte di uscita, le crepe nei muri. Nel 2008 il programma ispettivo di IKEA aveva identificato esplicitamente i cablaggi elettrici difettosi come un rischio per la salute e la sicurezza; tuttavia l'ispezione del 2014 dell’Accordo non aveva riscontrato alcuna soluzione in merito. Molti di questi problemi sono stati invece risolti negli anni successivi, grazie al lavoro dell’Accordo internazionale e senza che IKEA contribuisse in alcun modo.

LEVI'S

O ancora è il caso di una fabbrica da cui si riforniva Levi’s dal 2011, dove gli ingegneri avevano trovato colonne portanti dell’edificio corrosi e l'impianto elettrico in pessimo stato, senza evidenze di regolari ispezioni. Tutti questi problemi sono stati risolti nei tre anni successivi senza che Levi’s contribuisse al programma di risanamento.

COSA CHIEDIAMO ALLE AZIENDE

Per garantire che il lavoro sulla sicurezza possa continuare, è vitale che tutti i marchi che si riforniscono in Bangladesh firmino l'Accordo il più presto possibile. Tra questi, oltre a Ikea e Levi’s, ci sono giganti come Gap, Target, VF Corporation (The North Face) e Canadian Tire. E marchi, come Auchan e Walmart, che hanno deciso di non assumersi le proprie responsabilità pur essendo tra gli acquirenti di una delle fabbriche tessili del Rana Plaza al momento del crollo. Le fabbriche da cui tutti questi marchi si riforniscono continuano ad avere molti degli stessi rischi per la sicurezza da sempre presenti nel settore anche prima della tragedia del Rana Plaza.
Affinché il lavoro dell'Accordo continui ad avere successo, è cruciale che l'implementazione sul campo sia fatta in modo efficiente e nell'interesse dei lavoratori innanzitutto. Esortiamo tutte le parti interessate a garantire che il lavoro dell'Accordo possa essere svolto come previsto, per permettere a chi lavora di sentirsi realmente al sicuro.

cosa puoi fare tu

Chiedi a Ikea e Levi's di firmare l'Accordo

9 anni nel crollo del #RanaPlaza sono morti 1.138 lavoratori. I marchi dell'abbigliamento e del tessile si sono impegnati a rendere l'industria più sicura. Ma non tutti: @Levis & @IKEA si rifiutano di firmare il @SafetyAccord ranaplazaneveragain.org/#act #ProtectProgress


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Sappiamo che gli accordi vincolanti per la sicurezza funzionano. Sappiamo anche che i programmi di controllo dei marchi stessi INVECE NO. Eppure @IKEA & @Levis pensano ancora di poter fare meglio da soli che firmando il @SafetyAccord. #SignTheAccord! ranaplazaneveragain.org/#act


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.@Levis & @IKEA, state mettendo a rischio i vostri lavoratori! Mentre più di 170 marchi hanno firmato il nuovo @SafetyAccord, voi vi rifiutate di rendere sicure le vostre fabbriche. I lavoratori non dovrebbero rischiare la vita. #SignTheAccord ranaplazaneveragain.org/#act


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Le lavoratrici che cuciono le sue tende e gli asciugamani dovrebbero essere sicure quanto quelle che cuciono i suoi vestiti. Allora perché @IKEA non segue l'esempio di oltre 170 aziende di abbigliamento e firma il @SafetyAccord? Digli di agire ora: ranaplazaneveragain.org/#act


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Nelle sue pubblicità @IKEA ci dice che ogni casa dovrebbe essere un paradiso.
Ma che dire delle fabbriche dove le lavoratrici cuciono i suoi asciugamani e le sue tende? Quelle possono essere un inferno? Chiedi a IKEA di firmare il @SafetyAccord ranaplazaneveragain.org/#act


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Non puoi continuare a ignorare le tue lavoratrici, @Levis! Grazie a loro fai profitti, il minimo che tu possa fare è tenerli al sicuro. Firma ora il @SafetyAccord e assicurati che non debbano temere per la loro vita. 📨Invia un'e-mail a Levi's: ranaplazaneveragain.org/#act


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Usa un visual su Facebook e Instagram

9 anni fa crollava l'edificio #RanaPlaza in Bangladesh. Oggi il nostro pensiero va a tutti coloro che hanno dovuto vivere questa tragedia evitabile e alle famiglie delle 1.138 persone uccise.
In questo anniversario ci fermiamo per ricordare, ma continuiamo anche la nostra battaglia per avere fabbriche più sicure. Usiamo questa giornata per chiedere ai marchi, come @levis & @ikea, che a nove anni dal crollo non hanno ancora mai fatto un passo per firmare l'Accordo internazionale per la salute e la sicurezza nel settore tessile e dell'abbigliamento creato in risposta a quella tragedia, di assumersi le loro responsabilità. O per richiamare quelli che, nonostante si rifornissero al Rana Plaza, pensano di non dover contribuire alla sicurezza delle lavoratrici, come @Auchan_France. Vai su ranaplazaneveragain.org/#act per inviare un'e-mail ai brand che si sono rifiutati di firmare l'Accordo Internazionale.
#RanaPlazaNeverAgain

Le lavoratrici che cuciono tende e asciugamani dovrebbero essere al sicuro come quelle che cuciono i nostri vestiti. Ecco perché chiediamo a IKEA di firmare l'Accordo internazionale per la sicurezza e la salute.
Sappiamo che gli accordi vincolanti con un monitoraggio indipendente funzionano. Sappiamo anche che i programmi dei marchi che controllano se stessi NON funzionano.
L’Accordo ha lo scopo di rendere le fabbriche più sicure per le lavoratrici in Bangladesh e presto anche in altri Paesi. Eppure @IKEA pensa ancora di poter fare meglio da sola e continua a fare riferimento al suo programma IWAY, invece di firmare l'Accordo, come hanno già fatto oltre 170 aziende della moda. #IKEA, è ora che tu agisca. #SignTheAccord!

Levi's sta mettendo a rischio le sue lavoratrici. Mentre più di 170 marchi hanno firmato il nuovo Accordo internazionale sulla salute e la sicurezza, Levi's si rifiuta di rendere sicure le sue fabbriche. L'Accordo Internazionale è un programma vincolante attraverso il quale i marchi possono essere ritenuti responsabili per la sicurezza delle fabbriche, prima di tutto in Bangladesh, ma presto anche in altri Paesi.
È ora di dirlo a @Levis: Non potete continuare a ignorare le vostre lavoratrici! Grazie a loro fate profitti, il minimo che possiate fare è tenerle al sicuro. Non dovrebbero rischiare la vita per produrre i vostri jeans.
Chiedi a @Levis di #ProtectProgress e #SignTheAccord ora e assicurarsi che le lavoratrici non debbano temere per la loro vita sul posto di lavoro.

Manda un messaggio ai brand o lascia un commento commemorativo



La Strategia Europea per il Settore Tessile Circolare e Sostenibile

Il 30 marzo la Commissione europea ha pubblicato la propria Strategia per il Settore Tessile Circolare e Sostenibile. Essa contiene una serie di proposte che mirano a rendere i prodotti tessili circolanti sul mercato dell'Unione europea (UE) più durevoli e quindi più rispettosi dell'ambiente, circolari ed efficienti dal punto di vista energetico per tutto il loro ciclo di vita, dalla fase di progettazione all'uso quotidiano, al riuso e alla fine del ciclo di vita.

Prospettive ambiziose, ma nulla viene detto nella Strategia con riferimento agli aspetti sociali e gli impatti avversi sulle condizioni di lavoro nelle filiere tessili. La mancanza di considerazione dei diritti umani in questa Strategia è estremamente deludente: una quantità impressionante di prodotti tessili viene prodotta e venduta ogni anno, mettendo una pressione indicibile non solo sull'ambiente ma anche sulle persone.

Proprio alla luce della proposta sulla due diligence di sostenibilità aziendale, la strategia tessile dell'UE avrebbe potuto essere il luogo per una maggiore ambizione per il settore tessile e dell'abbigliamento. Invece di proporre un modo per affrontare le sfide e le specificità del settore - la preminenza delle PMI, l'importanza del salario minimo e del reddito minimo - la Strategia Tessile dell'UE fa semplicemente riferimento alle iniziative politiche in corso.

Milioni di lavoratori, la spina dorsale di questa industria tessile e dell'abbigliamento globale, hanno bisogno di più dalla Commissione europea. Puoi leggere la Strategia qui e il nostro commento (in inglese) qui.

 


Due Diligence: a che punto siamo

Il 23 febbraio la Commissione europea ha pubblicato una proposta di Direttiva sulla Due Diligence di sostenibilità aziendale: se approvata, questa direttiva imporrebbe alle aziende con operazioni globali di verificare che i propri fornitori rispettano i diritti umani dei propri lavoratori e lavoratrici e, in caso di abusi, di cooperare con i fornitori per risolverli. E’ un passo molto importante che ha il potenziale di migliorare in modo sistematico le filiere. Da un lato vorremmo che anche i legislatori di altre parti del mondo seguissero l’iniziativa dell’UE, dall’altro la proposta di direttiva va migliorata. Ora il procedimento prevede un passaggio al Parlamento europeo e al Consiglio: noi lavoreremo per ottenere modifiche sostanziali al testo. La Campagna Abiti Puliti chiede da anni l’introduzione di norme vincolanti sulla due diligence di filiera

  • leggi alcuni approfondimenti qui e qui
  • Leggi il testo della proposta qui
  • il nostro commento alla proposta qui

 


Anonymous people on the silk road

La Campagna Abiti Puliti sostiene il progetto di ricerca indipendente Anonymous people on the silk road: l'obiettivo dei promotori è quello di creare una serie di articoli e rapporti incentrati sullo sfruttamento dei lavoratori cinesi a Prato, in Italia e potenzialmente in tutta Europa.

Chiunque volesse contribuire può donare qui

Il progetto

Siamo un gruppo di giornalisti residenti in Europa che sta lavorando assieme da più di un anno per svelare una moderna forma di schiavitù: l'uso di manodopera cinese a basso costo nelle industrie di moda italiane.

Il nostro progetto vuole svelare le storie di quanti hanno attraversato il globo intero, spesso in condizioni disumane, solo per lavorare senza alcun diritto, nemmeno quello di un’identità.

Il lavoro segue il solco di precedenti indagini condotte sulle violazioni dei diritti umani e sulla tratta internazionale di esseri umani. Quello che vogliamo mostrare è l'impatto che questo sistema disumano ha non solo su quanti ne sono soggetti, ma anche su tutta la catena del pronto moda italiano e più in generale sul mercato interno dell’Unione Europea, il tutto alla luce della partnership siglata dall’Italia per la Nuova Via della Seta e della tentacolare attività della mafia cinese sul suolo italiano.

Cosa vogliamo fare

Il nostro gruppo è composto da giornalisti professionisti con base in Grecia, Polonia e Italia.

Il nostro obiettivo è quello di creare una serie di articoli e rapporti incentrati sullo sfruttamento dei lavoratori cinesi a Prato, in Italia e potenzialmente in tutta Europa.

Questo progetto si propone di ripercorrere le rotte commerciali e le storie dei cinesi "anonimi" Wu Ming che lasciano la loro terra d'origine per l'Europa solo per lavorare come manovali a basso costo nelle catene di produzione del fast fashion nei maggiori distretti commerciali d'Italia.

Partendo dunque dalle loro storie individuali e dalle potenziali violazioni del diritto internazionale, la nostra ricerca si espanderà per discutere l'impatto di questa forza lavoro sull'economia locale, anche nel contesto dell'iniziativa Belt and Road, il mastodontico piano di sviluppo internazionale lanciato dal governo cinese.

Cercheremo dunque di capire, attraverso il materiale raccolto sul campo tra cui interviste a politici e esperti di criminalità organizzata e di moda, lavoratori cinesi, nonché uomini d'affari italiani e cinesi, la gravità dello sfruttamento in atto. Tali violazioni dei diritti umani sono in gran parte sconosciute a tutti coloro che in tutto il mondo stanno acquistando l'abbigliamento Made in Italy.

Chi siamo

Siamo giornalisti professionisti esperti nel lavorare in reportage collaborativi, e siamo già stati pubblicati in importanti pubblicazioni nazionali e internazionali. Abbiamo scelto di rimanere anonimi fino alla fine di questo progetto data la sua sensibilità e i potenziali rischi connessi alla nostra sicurezza.

La metà di noi parla la lingua cinese e diversi membri del team hanno scritto di crisi internazionali e diritti umani per oltre un decennio.

Perché ora

L'infiltrazione del governo cinese nell'economia italiana è stata ampiamente discussa negli ultimi anni. Panorama, una delle principali riviste investigative italiane, ha anche scritto sui legami tra le mafie cinesi e italiane che coinvolgono la tratta di esseri umani e il riciclaggio di denaro.

Tuttavia, tali storie hanno appena scalfito la superficie. Non hanno posto domande difficili, come ad esempio se le autorità italiane stiano effettivamente adottando misure per affrontare la situazione. La nostra indagine mira a scavare più a fondo partendo dalla nostra ricerca preliminare. Parte di ciò significa comprendere meglio l'identità di coloro che arrivano in Europa con grandi rischi finanziari e personali


Due Diligence: un passo avanti, ma strada ancora lunga

La Campagna Abiti Puliti accoglie con cautela la proposta sulla due diligence aziendale sostenibile che la Commissione Europea (CE) ha pubblicato ieri dopo diversi mesi di ritardo. Sebbene crediamo che l'introduzione generale di un obbligo vincolante per le aziende di effettuare la due diligence sui diritti umani e sull'ambiente sia un importante passo avanti, la proposta resta al di sotto delle nostre raccomandazioni su alcuni aspetti chiave. Chiediamo al Parlamento europeo e al Consiglio dell'Unione europea, chiamati ora a negoziare un testo finale, di accogliere le nostre proposte con l’obiettivo di migliorare concretamente le condizioni dei lavoratori e degli altri titolari di diritti.

Bene l'inclusione esplicita della libertà di associazione e di contrattazione collettiva, del salario vivibile e della salute e sicurezza dei luoghi di lavoro tra gli impatti sui diritti umani che le aziende dovranno affrontare.

Così come consideriamo positivo, anche se con serie riserve, la possibilità di ritenere le aziende responsabili dei danni ai diritti umani nelle loro catene di valore. Esortiamo il Parlamento europeo e il Consiglio a rafforzare ulteriormente la responsabilità delle imprese e l'accesso delle vittime alla giustizia. Alle aziende non deve essere permesso di trasferire la loro responsabilità lungo la catena del valore attraverso i contratti o di sfuggire alla piena responsabilità in qualsiasi altro modo. Chiediamo inoltre che vengano smantellate le barriere che le vittime affrontano nelle controversie transnazionali

"L'incendio mortale della Ali Enterprises in Pakistan è un tragico esempio di ciò che è in gioco: la società di revisione italiana R.I.N.A. aveva certificato come sicura una fabbrica di indumenti solo poche settimane prima dell'incendio in cui morirono oltre 250 persone. Con una direttiva efficace, le famiglie delle vittime avrebbero potuto ottenere giustizia, anche nei confronti dell’Auditor R.I.N.A. Invece al momento c’è il vuoto pneumatico intorno alle vittime. Persino una interrogazione parlamentare depositata a dicembre nei confronti del Ministero dei Trasporti (che indirettamente controlla RINA) non ha ancora ricevuto risposta e, a distanza di un decennio, le famiglie delle vittime devono ancora lottare per avere piena giustizia”, ha dichiarato Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti.

Tra gli aspetti negativi della proposta, invece, segnaliamo innanzitutto la scelta di applicare la direttiva solo ad aziende di grandi dimensioni, con più di 150 milioni di fatturato e 500 dipendenti, che diventano 40 milioni di fatturato e 250 dipendenti se attive nei settori ad alto rischio - come il tessile, l'abbigliamento e le calzature -  ma con un'ulteriore limitazione al solo “impatto negativo grave”. Un’indicazione in contrasto con i principali standard internazionali accreditati, quali i Principi Guida delle Nazioni Unite su Imprese e Diritti umani. La Campagna Abiti Puliti chiede che tutte le imprese, indipendentemente dalla loro dimensione o struttura aziendale, siano coperte dalla legislazione.

"Con riferimento al settore tessile, queste soglie minime sono molto deludenti e costituiscono una scappatoia per le numerosissime piccole e medie imprese attive in questo settore. I dirigenti delle imprese di moda che alimentano le catene globali di fornitura, potranno continuare ad operare senza una reale responsabilità per le violazioni dei diritti umani che avvengono ordinariamente nelle fabbriche in tutto il mondo. È una pessima notizia per molti dei lavoratori e lavoratrici che producono abbigliamento, calzature e accessori venduti nei negozi europei", ha detto Neva Nahtigal della Clean Clothes Campaign.

Un'altra area chiave in cui i co-legislatori dell'UE hanno bisogno di mettere fermamente al centro i titolari di diritti è l'applicazione delle regole proposte al di là dei fornitori diretti. La Clean Clothes Campaign ha sempre sottolineato che i sistemi di lavoro semi-formali e informali, così come il subappalto non ufficiale e il lavoro a domicilio devono essere presi in considerazione in tutte le misure di regolamentazione.

"La proposta ha aperto un buon percorso che dovrà essere rafforzato per assicurare che tutti i lavoratori siano protetti. Molti dei più gravi abusi dei diritti umani, tra cui il lavoro forzato e il furto di salario, si verificano più in basso nella catena del valore" ha detto Muriel Treibich di Clean Clothes Campaign, notando anche l'impegno per una nuova iniziativa legislativa che vieta l'immissione sul mercato dell'UE di prodotti realizzati con lavoro forzato, annunciato lo stesso giorno nella "Comunicazione sul lavoro dignitoso a livello mondiale per una transizione globale giusta e una ripresa sostenibile".

"Con questa proposta, l'Unione Europea ha un'occasione irripetibile per regolamentare la condotta delle aziende che hanno causato o sono collegate a violazioni dei diritti umani in tutto il mondo, proteggendo molti milioni di persone che fabbricano i prodotti che noi cittadini europei usiamo quotidianamente. Tra le altre cose, i legislatori devono garantire che le aziende adattino le loro pratiche di acquisto. Questo non è possibile senza la mappatura della catena del valore e la tracciabilità che, insieme alla trasparenza, devono diventare uno dei fondamenti obbligatori della due diligence in generale", ha detto Muriel Treibich.

La Campagna Abiti Puliti invita il Parlamento europeo e il Consiglio dell'Unione europea a cogliere questa opportunità e ad adottare una legislazione che risponda adeguatamente alle sfide fondamentali e alle disuguaglianze strutturali delle catene del valore di oggi.

Note:


Nike paghi subito le lavoratrici Ramatex

MAIL BOMBING
A NIKE E MATALAN

COMPILA IL FORM CON I TUOI DATI PER MANDARE SUBITO UNA MAIL AI VERTICI DELLE DUE AZIENDE

Più di 1.200 lavoratrici dell'abbigliamento in Cambogia hanno perso il loro lavoro nel luglio 2020 quando la fabbrica Violet Apparel, di proprietà della società Ramatex, ha improvvisamente chiuso. Nike è il più grande acquirente di Ramatex.
Le lavoratrici chiedono un risarcimento, così come i loro bonus legalmente dovuti e i salari non pagati. Ramatex è un'azienda di grande successo che possiede fabbriche in tutto il sud-est asiatico, ma si è rifiutata di pagare la liquidazione e i salari arretrati che gli sono dovuti.
Senza Nike, non ci sarebbe Ramatex. Ecco perché esortiamo Nike ad assumersi la responsabilità di garantire che questi lavoratori siano pagati. Anche il marchio britannico Matalan è legato alla fabbrica, e quindi invitiamo anche loro ad agire.
Nike nega ogni responsabilità. Sostengono che non si rifornivano dalla fabbrica Violet Apparel al momento della chiusura. Questa è sia una bugia che irrilevante. Nike è il più grande acquirente di Ramatex, e quindi deve assumersi la sua responsabilità. Inoltre, abbiamo foto e testimonianze delle lavoratrici che dimostrano che l'affermazione di Nike di aver lasciato Violet nel 2006 è falsa. Nike è l'azienda che ha più potere su Ramatex e che deve garantire che le lavoratrici siano pagate

Con la Campagna #PayYourWorkers chiediamo a Nike di:

  • Pagare ai lavoratori che producono i loro abiti il salario intero che gli spetta per tutta la durata della pandemia;
  • Assicurarsi che i lavoratori non restino mai più senza un soldo se la loro fabbrica fallisce, sottoscrivendo un fondo di garanzia di fine rapporto;
  • Tutelare il diritto dei lavoratori ad organizzarsi e a negoziare collettivamente.

ATTIVATI

AIUTACI A DIFFONDERE LA CAMPAGNA PAY YOUR WORKERS

#InternationalWomensDay Sosteniamo le lavoratrici della fabbrica Ramatex in Cambogia che hanno perso il loro lavoro e sono rimaste senza niente dopo anni di produzione per @nike & @matalan. Entra in azione su https://www.abitipuliti.org/payyourworkers/ e dì a questi marchi #PayYourWorkers


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Le donne che producevano i vestiti per @Nike & @Matalan per molti anni sono rimaste senza reddito né compenso proprio nei primi mesi della pandemia. Da allora lottano per i loro diritti. Aggiungi la tua voce alla loro:  https://www.abitipuliti.org/payyourworkers/ #PayYourWorkers #IWD2022

Nell'ultimo trimestre del 2021, @Nike ha avuto un fatturato di 11,4 MILIARDI di dollari e un utile netto di 1,3 MILIARDI di dollari. I lavoratori in Cambogia aspettano 1,4 MILIONI di dollari in risarcimenti e danni: noccioline per Nike. #PayYourWorkers https://www.abitipuliti.org/payyourworkers/


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In occasione dell'#InternationalWomensDay stiamo sosteniamo le lavoratrici della fabbrica Ramatex in Cambogia che hanno perso il loro lavoro e sono rimaste senza niente dopo anni di produzione di vestiti per @nike e @matalan. Le donne che hanno lavorato per questi marchi per molti anni sono state lasciate senza reddito o compenso proprio nei primi mesi della pandemia. Da allora stanno lottando per i loro diritti. Aggiungi la tua voce alla loro e sostieni la loro lotta. Scopri come entra in azione su: https://www.abitipuliti.org/payyourworkers/
#IWD2022 #PayYourWorkers #RespectLabourRights #NikeWomen



Victoria's Secret paghi subito tutte le lavoratrici e i lavoratori

La fabbrica Brilliant Alliance Thai Global ha chiuso nel marzo 2021, lasciando senza lavoro 1.388 lavoratrici, che cucivano lingerie per Victoria's Secret, Torrid e Lane Bryant. Il 10 marzo, le lavoratrici sono arrivate alla fabbrica per il loro turno regolare ma l’hanno trovata definitivamente chiusa. Molte di loro avevano cucito prodotti di Victoria's Secret per 15 anni - inizialmente quando la fabbrica si chiamava Body Fashion e poi continuando dopo il cambio in Brilliant Alliance. 

Il governo thailandese ha stabilito quello stesso mese che l'azienda aveva violato il diritto del lavoro thailandese e ha ordinato di pagare l'equivalente di 7,81 milioni di dollari in risarcimento alle lavoratrici entro 30 giorni. Più di sei mesi dopo, Brilliant Alliance non ha pagato un centesimo.

Con la Campagna #PayYourWorkers chiediamo a Victoria's Secret di:

  • Pagare ai lavoratori che producono i loro abiti il salario intero che gli spetta per tutta la durata della pandemia;
  • Assicurarsi che i lavoratori non restino mai più senza un soldo se la loro fabbrica fallisce, sottoscrivendo un fondo di garanzia di fine rapporto;
  • Tutelare il diritto dei lavoratori ad organizzarsi e a negoziare collettivamente.

FIRME RACCOLTE:

ATTIVATI

Per 15 anni, le lavoratrici di Brilliant Alliance hanno prodotto reggiseni per @VictoriasSecret. Sei mesi fa, sono state licenziate senza preavviso o liquidazione quando la loro fabbrica ha chiuso. Victoria's Secret, #PayYourWorkers payyourworkers.org/bat #VSForTheHolidays


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.@VictoriasSecret @lanebryant @torrid dite di sostenere le donne, ma le lavoratrici in Thailandia che hanno cucito la vostra lingerie aspettano SETTE MILIONI DI DOLLARI dopo la chiusura della loro fabbrica payyourworkers.org/bat #VSVoices #CreateYourLane #FeelTheFit

.@VictoriasSecret dice di voler ascoltare #VSVoices - ma questo non include le lavoratrici che hanno cucito la lingerie che vendono. payyourworkers.org/bat #PayYourWorkers #VSForTheHolidays

 


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Ali Enterprises - RINA: presentata interrogazione parlamentare

Tragedia nella fabbrica tessile pakistana Ali Enterprisela società italiana RINA spa aveva rilasciato da poco la certificazione SA8000 per la sicurezza sul lavoro. Un’interrogazione parlamentare riapre la questione.

Il punto di vista della Campagna Abiti Puliti

22 dicembre 2021 - La Campagna Abiti Puliti è soddisfatta per l’iniziativa dei senatori Gianni Pietro Girotto, presidente della X Commissione Attività Produttive del Senato, Iunio Valerio Romano, Sergio Vaccaro e Sergio Puglia, che lo scorso 21 dicembre hanno depositato un’interrogazione parlamentare rivolta al Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili (MIMS) con riferimento all’attività della società di audit e certificazione RINA SPA (Atto di Sindacato Ispettivo del Senato n. 4-06394).

Oggetto della richiesta di chiarimenti è la nota vicenda dell’incendio della fabbrica pakistana Ali Enterprise che nel 2012 costò la vita ad oltre 250 persone, fra cui 12 lavoratori minorenni. In quell’occasione, la società RI&CA, su mandato di RINA, aveva effettuato un audit presso la fabbrica appena quattro settimane prima dell’incendio, rilasciando la certificazione sociale SA8000 che attesta tra le altre cose la conformità della struttura in termini di sicurezza.

RINA è una società per azioni al 70% di proprietà del Registro Navale Italiano, nel cui Consiglio di Amministrazione siedono due membri del Ministero. Il MIMS è quindi almeno politicamente responsabile delle azioni della sua controllata RINA, che si definisce il "terzo attore internazionale nel campo della responsabilità sociale delle aziende" e che nel 2019 ha dichiarato ricavi netti pari a 476 milioni di Euro.

Nel caso specifico la Ali Enterprise certificata come sicura da RINA aveva un piano ammezzato in legno costruito illegalmente, chiaramente visibile da uno degli ingressi ma non menzionato nel rapporto di ispezione e non isolato dal magazzino dove è scoppiato l’incendio; presentava al piano terra un accumulo di materiali infiammabili, non adeguatamente separati; aveva un sistema di allarme antincendio non funzionante e l’unico estintore presente non funzionava; aveva una sola uscita di sicurezza per 1.000 lavoratori, mentre le altre erano sbarrate; infine, non aveva la scala di sicurezza esterna. Un’accurata simulazione, condotta dalla società Forensic Architecture e commissionata dallo European Center for Constitutional and Human Rights, ha dimostrato che se tali mancanze e infrazioni fossero state identificate nell’audit e corrette per tempo al fine di ottenere la certificazione SA8000, l’incendio non avrebbe causato quel numero di morti e feriti.

Per richiamare RINA alle sue responsabilità l’associazione delle famiglie delle vittime, insieme ad altre realtà della società civile e sindacali, l’11 settembre 2018 ha presentato un reclamo al Punto di Contatto Nazionale (PCN) dell’OCSE presso il Ministero dello sviluppo economico che ha dato inizio a una procedura di mediazione. Tuttavia dopo diversi mesi di negoziazione, RINA si è rifiutata di firmare un accordo e si è sempre dichiarata non responsabile per quanto accaduto.

Il controsenso è evidente” ha dichiarato Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti e parte ricorrente insieme all’associazione delle famiglie delle vittime e a diverse altre organizzazioni della società civile; “se l’audit avesse rilevato le deficienze strutturali della fabbrica, la Ali Enterprise avrebbe dovuto porvi rimedio per ottenere la certificazione, con la probabile conseguenza che 250 persone avrebbero potuto lavorare in sicurezza anziché morire bruciate vive. RINA è sempre in tempo a dimostrare che intende cambiare pagina, per esempio dando seguito alle richieste delle vittime, in parte riprese nelle raccomandazioni finali del PCN italiano nei confronti dell’azienda ”.

Il comportamento disinvolto della società RINA nel concedere certificazioni sociali è stato più volte oggetto di scandali e inchieste pubbliche. Ma il diniego di ogni responsabilità e la completa sottrazione alla giustizia da parte di una azienda che opera a livello mondiale nel settore della pubblica fede e che è collegata al Ministero dei Trasporti mina la credibilità degli apparati di controllo pubblico italiani. “Tragedie come quella oggetto dell’interrogazione semplicemente non dovrebbero mai essere avvenute né dovrebbero ripetersi in futuro.” ha dichiarato il senatore Girotto. “Lo scopo della mia interrogazione pertanto è duplice: per il passato, fare chiarezza sulle responsabilità, e per il futuro, una volta individuato chi deve rispondere di quanto avvenuto, compiere tutte le necessarie operazioni per ridurre al minimo possibile i rischi di incidenti sul lavoro. Non voglio nemmeno entrare nell’aspetto etico e morale di quanto in oggetto, talmente è evidente, semplicemente ho fatto e farò tutto quanto in mio potere per trasformare le parole in coerenti fatti concreti.

La palla passa ora al Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili. Che tipo di controlli o azioni positive eserciterà il Ministro Giovannini per richiamare RINA alle proprie responsabilità, a partire dalle raccomandazioni espresse dal PCN in seno al Ministero dello Sviluppo Economico al termine della mediazione conclusa a fine 2020? Come il Ministro intende assicurarsi che siano svolte le funzioni di vigilanza sull’operato delle sue partecipate in materia di condotta responsabile e, in particolare, come intende farlo anche in futuro nei riguardi di RINA S.p.A?


Come affermare le responsabilità delle società di audit sociale quando i loro report non evidenziano i problemi (e poi accadono incidenti)?

Campagna Abiti Puliti, insieme al network internazionale della Clean Clothes Campaign e ad altre realtà e organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, conduce da tempo un’attività di sensibilizzazione sull’industria dell’audit sociale, sottolineando la tolleranza delle società di certificazione rispetto a condizioni inaccettabili e abusanti nelle fabbriche di cui si avvalgono i brand internazionali. È ora che l'industria dell'audit sociale sia chiamata a rispondere delle affermazioni false o negligenti che nascondono la verità degli abusi contro i lavoratori.

Nell’ambito di questo lavoro abbiamo collaborato con il Business and Human Rights Resource Center alla produzione di uno studio sulle responsabilità giuridiche degli auditors, conducendo un'analisi legale sui procedimenti civili e penali presentati fino ad oggi contro le società di audit sociale, e i sistemi di certificazione associati, per esplorare potenziali strategie di contenzioso. 

Qui l’executive summary in italiano del rapporto, che si può leggere in forma integrale (in inglese) qui. Nel rapporto sono contenute anche alcune proposte di riforma del diritto contrattuale e della procedura civile necessarie per permettere alle vittime di abusi di difendersi in giudizio e ottenere il risarcimento dei danni contro le società di audit sociale per le carenze dei loro audit.

Ecco i punti chiave dello studio:

  1. Fare causa alle società di audit sociale è, finora, una strategia poco battuta:
    Le due cause legali intraprese contro le società di audit sociale fino ad oggi non sono state vittoriose. Al fine di assicurare la responsabilità legale delle società di audit sociale  è necessario dunque procedere a riforme del diritto contrattuale e della procedura civile.
  2. Le azioni da parte dei consumatori (es. class action) contro i sistemi di certificazione possono far emergere la pratica del "fair washing" di tali pratiche, ma non permettono l'accesso a un rimedio legale per i lavoratori o le comunità colpite né un risarcimento a loro favore.
  3. Le imprese di auditing sociale devono essere soggette alla legislazione obbligatoria sui diritti umani e la due diligence ambientale (mHREDD).
  4. Gli audit e le certificazioni sociali non equivalgono alla due diligence sui diritti umani: la due diligence sui diritti umani è fondamentalmente diversa dall'auditing sociale nel suo approccio, scopo e ambizione. Nuove leggi e regolamenti, quali ad esempio la direttiva europea attualmente in corso di discussione, non devono equiparare gli audit sociali alla due diligence sui diritti umani, o vederli come un sostituto plausibile.

 


Diamoci una regolata! Dal non profit nasce la campagna Impresa2030

Per una direttiva europea che imponga alle imprese il rispetto dei diritti e dell’ambiente

Prende il via oggi, 21 ottobre, Impresa2030, Diamoci una regolata, la campagna nazionale per una direttiva europea che imponga alle imprese di tutelare i diritti umani e dell'ambiente, prevendendo qualsiasi abuso collegato direttamente alle proprie attività economiche o a quelle dei propri fornitori.

La Commissione Europea sta già lavorando al testo della Direttiva che verrà presentato entro la fine dell'anno al Parlamento europeo e al Consiglio dell'UE e le organizzazioni promotrici spingono affinché i Ministri e gli Europarlamentari italiani sostengano una proposta forte ed efficace, senza cedere alla pressione di quei settori industriali che si oppongono a obblighi e responsabilità chiare. Proprio in quest’ottica sono numerose le campagne gemelle nate o in fase di avvio in una decina di altri Stati membri dell’Unione Europea.

Impresa2030, Diamoci una regolata è promossa da un network di organizzazioni già impegnate nella difesa dei diritti umani nella propria azione quotidiana, esse sono: ActionAid Italia, Equo Garantito, Fair, Focsiv, Fondazione Finanza Etica, Human Rights International Corner (HRIC), Mani Tese, Oxfam Italia, Save the Children e WeWorld.

"Le imprese multinazionali si trovano oggi ad operare in tutto il mondo in un contesto di sostanziale impunità - dichiara Giosuè De Salvo (Mani Tese), portavoce della campagna - Molte di loro sono coinvolte in devastazioni ambientali, violazioni sistematiche dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, espulsioni di popoli indigeni e sfruttamento del lavoro minorile".

Tre i dati più significativi, si citano: i 16 milioni di persone sottoposte a forme moderne di schiavitù lungo le filiere produttive globali; i 287 difensori dei diritti umani uccisi, nel solo 2020, perché impegnati nella difesa dell’ambiente e dei popoli indigeni da iniziative economiche ad alto impatto; le prime 20 imprese energetiche del mondo che hanno emesso da sole il 35% dei gas climalteranti dal 1965 ad oggi.

Proprio alla luce di questi dati, arriverà la proposta di direttiva della Commissione Europea. Si tratterà di una norma di due diligence (dovuta diligenza), che imporrà alle imprese di adottare politiche e pratiche efficaci nel garantire che i diritti umani e gli ecosistemi non siano violati né dalle operazioni da loro direttamente intraprese, né all’interno delle catene di fornitura di cui si avvalgono a livello globale.

"Quando la Commissione avrà elaborato la direttiva, sarà importante evitare che nel corso della negoziazione tra Stati Membri e Parlamento Europeo, il testo di partenza risulti indebolito - dichiara Martina Rogato (HRIC), portavoce della campagna - "Per questo, come organizzazioni della società civile abbiamo lanciato questa campagna, e con essa un appello, rivolto a decisori politici italiani ed europei, cui chiediamo di farsi portatori di una nuova cultura di impresa, che metta al primo posto i diritti delle persone e dell’ambiente, subordinando a questi i profitti".

La campagna richiede - come previsto dai Principi Guida ONU su Imprese e Diritti Umani - che la direttiva contempli tre assi fondamentali: il dovere degli Stati di proteggere dagli abusi e dalle violazioni; la responsabilità delle imprese, di far rispettare i diritti umani in tutti i passaggi della propria filiera; l’accesso alla giustizia da parte delle vittime di violazioni.

L’attività dei prossimi mesi sarà dedicata alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica e dei mass media, all’attivazione delle altre associazioni e dei cittadini e delle cittadine e alla pressione verso le istituzioni a cui spetteranno le decisioni finali.

"Fair da 15 anni è impegnata in campagne per la giustizia sociale, in particolare nella difesa dei diritti delle lavoratrici tessili attraverso il coordinamento della Campagna Abiti Puliti, coalizione italiana del network internazionale della Clean Clothes Campaign. Le violazioni strutturali che affliggono i lavoratori tessili lungo catene di fornitura opache e frammentate ci spingono ad affermare che non c'è tempo da perdere, il sistema impresa a livello mondiale è chiaramente responsabile della grave condizione in cui versano i diritti umani, del lavoro e dell'ambiente nel mondo. Le nostre aziende hanno il potere economico di fare la differenza sulle sorti del mondo. Quasi il 90% dei cittadini europei è d'accordo con noi sulla necessità di una legislazione forte a tutela delle persone e dell'ambiente, l'Europa deve ascoltarli", dichiara Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti






WEBINAR: Per chi è il tuo femminismo? Discriminazione di genere nell'industria globale della moda

Vestiti e scarpe in bella mostra nei negozi sono passati per le mani di molte donne prima che i consumatori li possano acquistare. La maggior parte di queste donne viene sfruttata in un ambiente di lavoro ostile.

Attraverso costose campagne pubblicitarie, i marchi di moda cercano di convincere i consumatori e la società in generale che producono e vendono "in modo sostenibile", e alcuni hanno anche iniziato a usare la parola d'ordine "femminismo" come slogan sulle loro camicie.

Tuttavia, la realtà delle donne lavoratrici nelle fabbriche di abbigliamento di tutto il mondo non corrisponde affatto a questa immagine. Vi invitiamo a sentire dalle donne stesse cosa significa lavorare nel settore dell'abbigliamento, cosa significa affrontare la discriminazione e le molestie nelle fabbriche ma anche come le donne si organizzano per cambiare la situazione.

Webinar

21.10.2021

17.00 - 19.30 CEST


Registrati all'evento

Dopo la registrazione, riceverai un'email di conferma contenente informazioni sulla partecipazione all'incontro

Lingua

L'evento si terrà in inglese e fornirà una traduzione simultanea in italiano.

--- Speakers ---

Vivien Tauchmann

a designer, researcher and educator, exploring socio-political relations through kinaesthetic approaches.

Sofia Ashraf

a digital content creator, rapper and writer . Brought up in an austere and orthodox Muslim household in Tamil Nadu (India), Sofia’s objective is to help girls like her fight moral policing to heed their true calling

ReSew

a sewing cooperative located in Kiev, Ukraine. They are united by their love for sewing, design, as well as social and environmental activism. They like to
reflect subjects such as discrimination and working conditions.

Parvathi Madappa

a social worker dedicated to
garment workers and their families. She has been working with Cividep India for the past 6 years. Cividep engages directly with workers in India’s most significant export sectors and supports workers with trainings about their rights.

Emina Abrahamsdotter

an expert on gender. Working at FLER (Foundation for local economic development) in Bosnia Herzegovina, she will report on gender based violence in the fashion industry of
Southeast Europe.

Marie-Pascale Gafinen

she will capture the event in a live
illustration. Her graphic documentations are to spark
attention, communicate messages, motivate and make
the invisible tangible.

Anannya Bhattacharjee

Moderatrice
Asia Floor Wage Alliance


Nike paghi subito tutti i lavoratori e le lavoratrici

Oggi 6 ottobre, gli azionisti di Nike si riuniscono per l'Assemblea generale annuale. Mentre milioni di lavoratori e lavoratrici sono rimasti senza lavoro, stipendio e indennità di licenziamento, discuteranno di profitti e successi.

A settembre Nike ha dichiarato 12,2 miliardi di dollari di ricavi per il suo primo trimestre conclusosi il 31 agosto 2021, in crescita del 16% rispetto al 2020. Il patrimonio netto personale del co-fondatore di Nike Phil Knight è stimato in 50,7 miliardi di dollari.

Si tratta di profitti enormi che le danno la forza economica per intervenire nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici. Nike deve darsi una mossa. Ha il potere e i soldi per farlo!

Con la Campagna #PayYourWorkers chiediamo a Nike di:

  • Pagare ai lavoratori che producono i loro abiti il salario intero che gli spetta per tutta la durata della pandemia;
  • Assicurarsi che i lavoratori non restino mai più senza un soldo se la loro fabbrica fallisce, sottoscrivendo un fondo di garanzia di fine rapporto;
  • Tutelare il diritto dei lavoratori ad organizzarsi e a negoziare collettivamente.

FIRME RACCOLTE:

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Mentre @Nike guadagnava miliardi, le sue lavoratrici venivano licenziate senza stipendi e indennità. Alle operaie della Violet Apparel spettano poco più di 343174 dollari. Meno dell'1% (0,02%) di quanto Nike ha guadagnato nell'ultimo trimestre. #PayYourWorkers.

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1200 lavoratrici in Cambogia hanno perso il lavoro quando la fabbrica Violet Apparel, fornitrice di @nike, improvvisamente ha chiuso nel 2020. Non sono le uniche: migliaia di lavoratrici della catena di fornitura di Nike hanno subito privazioni dei salari. Nike, #PayYourWorkers



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Trasparenza e salari dignitosi: nuovi dati sui marchi della moda

Nuovi dati su Fashion Checker mostrano quanto la trasparenza sia fondamentale per chiedere ai marchi di impegnarsi per non lasciare nell’indigenza le proprie lavoratrici durante la pandemia

Molti marchi fanno promesse e affermazioni sul rispetto dei diritti delle lavoratrici e sul pagamento dei salari dignitosi, ma senza trasparenza rimangono parole che è difficile verificare e con cui spingerli ad assumersi le proprie responsabilità.

“I brand devono smetterla di nascondere le loro catene di fornitura. I loro vestiti sono realizzati da persone reali, quelle colpite più duramente dalla pandemia. Quando si verificano violazioni dei diritti, le lavoratrici devono sapere come e dove trovare rimedio. E i consumatori meritano di sapere come e dove vengono prodotti i vestiti che acquistano” dichiara Paul Roeland, coordinatore della campagna sulla trasparenza per la Clean Clothes Campaign.

I dati aggiornati di Fashion Checker, raccolti in collaborazione con Fashion Revolution, parlano chiaro e svelano una verità inquietante. Un numero troppo elevato di marchi non sta ancora facendo nulla o molto poco sulla trasparenza. 159 brand (60%) ricevono una valutazione di 1 o 2 stelle, non rispettando per nulla il Transparency Pledge, cioè le cinque richieste minime formulate da sindacati e organizzazioni della società civile internazionale per cominciare a mettere in chiaro le catene di fornitura. Finalmente anche alcuni marchi del lusso italiani cominciano a fare i primi passi mettendo in chiaro alcune informazioni sulla propria filiera. Solo 46 marchi su 264 (17%), comunque, ricevono cinque stelle, rivelando informazioni aggiuntive e fondamentali sulla loro catena di fornitura, come ad esempio l’esistenza o meno di un sindacato sul posto di lavoro.

Per quanto riguarda il pagamento dei salari dignitosi, la situazione non è certo migliore. La crisi pandemica ha mostrato chiaramente quanto le paghe già misere prima del Covid-19, la abbiano aggravata ulteriormente, non permettendo alle lavoratrici ad esempio, di poter contare su un minimo di risparmi per fare fronte ai periodi chiusura. Diversi report lanciati negli ultimi mesi hanno mostrato come ancora oggi i loro salari spesso non raggiungano nemmeno il livello minimo legale o i livelli pre-pandemia. Sulle loro spalle è stato di fatto scaricato tutto il costo della crisi. Solo 5 marchi, tra quelli analizzati, dichiarano di corrispondere un salario dignitoso almeno ad alcuni dei lavoratori impiegati nella loro filiera.

Ogni mese devo pagare debiti, acqua ed elettricità, ma il mio salario non è sufficiente. Non voglio vedere obiettivi di produzione sempre più elevati con un numero sempre minore di lavoratori per raggiungerli. Non abbiamo abbastanza entrate nemmeno per pagare i costi dei beni di prima necessità” le parole di una lavoratrice cambogiana che produce per Primark.

Le lavoratrici in Cambogia, ad esempio, sono state private di circa 109 milioni di dollari di retribuzione durante il blocco nazionale di aprile e maggio 2021. La Clean Clothes Campaign stima che ai lavoratori a livello globale spettino almeno 11,85 miliardi di dollari sottratti durante l'anno della pandemia da marzo 2020 a marzo 2021.

Per questo la campagna #PayYourWorkers sta chiedendo a tutti i marchi di abbigliamento e ai distributori di impegnarsi a negoziare un accordo vincolante che copra questi costi, nonché a rispettare i diritti fondamentali dei lavoratori secondo le convenzioni dell'ILO. L’obiettivo a breve termine della Clean Clothes Campaign è che i marchi paghino quanto dovuto e garantiscano le indennità di licenziamento. Al contempo il salario dignitoso in tutte le catene di fornitura dell'industria tessile rimane l'obiettivo generale.

Certamente in questa fase di grave crisi che ha, ancora una volta, impattato pesantemente la vita di milioni di lavoratori e lavoratrici tessili nel mondo, è urgente che gli venga restituito quanto legalmente dovuto e ingiustamente trattenuto durante la pandemia. Tuttavia è chiaro che questo è solo il primo passo verso un obiettivo fondamentale e altrettanto urgente: il pagamento a tutti lavoratori delle filiere globali della moda di un salario minimo dignitoso, che contribuisca a fare uscire milioni di lavoratori dalla spettro dell’indigenza, dell’insicurezza e della violenza di genere” conclude Deborah Lucchetti, coordinatrice nazionale della Campagna Abiti Puliti.


WEBINAR: Il ruolo dell'Unione Europea nella prevenzione della violenza di genere

Prevenire e mitigare la violenza di genere sul posto di lavoro e lungo le catene globali di approvvigionamento tessile: cosa può fare l'Unione Europea?

Legislazione e politiche per un'industria tessile più resiliente ed efficiente. 

Nell'industria globale della produzione tessile, più dell'80% dei lavoratori sono donne (ILO, 2019). Secondo recenti studi (Femnet e BCWS, 2020), il 75% di loro vive quotidianamente la violenza di genere nelle fabbriche. Violenza di genere, molestie fisiche e ingiustizia economica nel mondo del lavoro sono tra le violazioni dei diritti umani più pervasive: prevenire la violenza contro le donne nelle fabbriche tessili è quindi fondamentale per dare potere a queste lavoratrici e permettere loro di lavorare in modo dignitoso. La legislazione, anche nell'Unione Europea, ha un ruolo fondamentale per l'empowerment delle donne.

La Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign sta organizzando un webinar il 30 settembre sulle misure legislative concrete per migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle lavoratrici dell'abbigliamento in tutto il mondo. Gruppi di lavoratori di tutto il mondo, comunità degli investitori e membri delle istituzioni discuteranno degli strumenti legislativi fondamentali e delle opportunità che l'Unione europea deve prendere in considerazione in relazione alla violenza di genere e alla regolamentazione della due diligence sui diritti umani per garantire la parità di genere sul posto di lavoro e nelle fabbriche tessili.

Webinar

30.09.2021

11.30 - 12.30 CEST


Registrati all'evento

Dopo la registrazione, riceverai un'email di conferma contenente informazioni sulla partecipazione all'incontro

Lingua

L'evento si terrà in inglese e fornirà una traduzione simultanea in italiano.

--- Speakers ---

Kalpona Akter

Fondatrice e direttrice esecutiva del Bangladesh Centre for Worker Solidarity (BCWS), una delle più importanti organizzazioni di difesa dei diritti dei lavoratori del Bangladesh, ed è lei stessa una ex lavoratrice infantile. È anche presidente della Bangladesh Garment & Industrial Workers Federation-BGIWF, un centro sindacale nazionale. Akter è una sostenitrice dei diritti del lavoro riconosciuta a livello internazionale e ha viaggiato molto per parlare delle condizioni deplorevoli che i lavoratori dell'abbigliamento del Bangladesh affrontano ogni giorno. Per anni Akter ha condotto campagne per ottenere salari equi, luoghi di lavoro sicuri e il libero esercizio della libertà di associazione e dei diritti di contrattazione collettiva. Il governo e i proprietari delle fabbriche l'hanno presa di mira per questo lavoro, tra l'altro inventando accuse contro la sua organizzazione, mettendola in prigione e costringendo il governo a de-registrare il gruppo. Nel corso degli anni è stata intervistata ampiamente da media locali e internazionali come ABC, BBC, CBC, CBS, In These Times, International Business Times, New York Times, New Yorker, NPR, Salon, The Nation, e Wall Street Journal e molti altri media asiatici ed europei. Akter ha ricevuto il premio Alison Des Forges per l'attivismo straordinario nel 2016.

Anna Rossomando

Parlamentare, Italia; Rossomando ha iniziato la sua attività politica nel 1977 con il Partito Comunista Italiano, ed è stata consigliere comunale a Torino dal 1998 al 2006. Con il Partito Democratico è stata membro della Camera dei Deputati dal 2008 al 2018 e attualmente è senatrice della Repubblica (dal 2018), responsabile dei temi di Giustizia e Diritti a livello nazionale

Anja Seiler

Specialista ESG, Fondazione Ethos: Seiler ha accumulato più di sei anni di esperienza nella cooperazione internazionale dove ha lavorato con diversi stakeholder sui diritti umani e la prevenzione dei conflitti. È entrata a far parte della Fondazione svizzera Ethos nel 2020 come ESG Engagement Specialist dove lavora prevalentemente su temi sociali. Partecipa a iniziative di impegno collettivo con altri investitori e conduce dialoghi su questioni di diritti umani e del lavoro con società quotate al di fuori della Svizzera. Si occupa del settore ICT, tessile, dei trasporti e dell'assistenza e si concentra anche su regioni in cui sono in corso violazioni dei diritti umani come lo XUAR e il Myanmar

Modera: Elizabeth Paton

Giornalista, New York Times: Paton è una reporter per la sezione Styles del New York Times, che copre i settori della moda internazionale e del lusso. Le sue aree di attenzione e interesse del settore includono business, tecnologia, sostenibilità, catene di approvvigionamento e diritti del lavoro, insieme alla copertura della Settimana della Moda da Londra, Milano e Parigi


Nono anniversario Ali Enterprises. Estendere l’Accordo sulla sicurezza anche al Pakistan

Alla vigilia del nono anniversario dell’incendio alla fabbrica Ali Enterprises a Karachi, in Pakistan avvenuto l’11 settembre 2012, gli attivisti pachistani per i diritti dei lavoratori chiedono azioni immediate affinché la sicurezza delle fabbriche tessili sia considerata una priorità dal governo e dai clienti committenti.

L’entrata in vigore, la scorsa settimana, del nuovo Accordo internazionale per la salute e la sicurezza nell'industria tessile e dell'abbigliamento offre ai marchi un modo concreto di dimostrare il loro impegno a mettere le fabbriche in sicurezza, ma è necessario che il programma sia esteso senza indugio a partire dal Pakistan, come i leader del movimento dei lavoratori chiedono.

Sabato 11 settembre si compiono nove anni da quando il terribile incendio della fabbrica Ali Enterprises uccise più di 250 lavoratori, solo tre settimane dopo essere stata certificata come luogo sicuro da R.I.N.A., la società italiana di audit e certificazioni (incluse quelle sociali) che opera in tutto il mondo. L’incendio alla Ali Enterprise fu il più mortale nella storia della produzione di abbigliamento nel mondo. E poteva essere evitato: una ricerca ha mostrato come semplici misure di sicurezza sarebbero state sufficienti per garantire che i lavoratori potessero uscire dalla fabbrica in sicurezza quel giorno, invece di rimanere intrappolati dietro finestre sbarrate e uscite bloccate. Perché i controlli che pure erano stati effettuati non indicarono la necessità di implementare tali misure?

Una timeline pubblicata oggi dai testimoni firmatari dell'Accordo del Bangladesh – Clean Clothes Campaign, Global Labour Justice – International Labour Rights Forum, Maquila Solidarity Network e Worker Rights Consortium – mostra la progressione nel tempo dei numerosi incidenti, mortali o meno, nel settore tessile al di fuori del Bangladesh dall'inizio del 2021. Essi sono centinaia e ciò dimostra che  è necessario estendere questo Accordo internazionale che garantisce salute e sicurezza immediatamente anche al Pakistan e agli altri paesi in cui si produce abbigliamento.

L’Accordo vincolante sulla sicurezza antincendio e degli edifici in Bangladesh fu siglato sette mesi dopo il crollo del Rana Plaza, l’incidente più grave della storia della produzione tessile mondiale che fece aprire gli occhi al mondo sulle condizioni di lavoro nel settore dell’abbigliamento. In Pakistan, invece, dove la situazione non è dissimile da quella del Bangladesh pre-Accordo, non è successo praticamente nulla per rendere le fabbriche, e di conseguenza la vita di chi ci lavora, più sicure.

Saeeda Khatoon, presidente della Ali Enterprises Fire Affectees Association, ha perso un figlio nell'incendio: "Negli ultimi nove anni molti genitori hanno perso i figli e i figli hanno perso i genitori. Non abbiamo dimenticato i nostri figli, stiamo combattendo per gli altri bambini che lavorano in fabbriche pericolose. Questa è la nostra lotta. Non voglio che nessuna madre soffra quello che ho dovuto soffrire io".

Nasir Mansoor, presidente della National Trade Union Federation, ha dichiarato: “Continuiamo regolarmente a sentir parlare di incendi nelle fabbriche. Nove anni dopo la tragedia della Ali Enterprises, non è stato fatto nulla per migliorare le condizioni di salute e sicurezza nelle fabbriche tessili pakistane. Ciò significa che i lavoratori e lavoratrici che cuciono prodotti per aziende come Ikea, Gap e Asda, quando vanno a lavorare, rischiano di rimanere intrappolati in una fabbrica durante un incendio: ancora, ogni giorno".

Non c'è attenzione per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Gli allarmi anti-incendio presenti sono in bella mostra, ma  non funzionano. Non ci hanno mai parlato di uscite di emergenza o di misure di sicurezza in caso di incendio. Spesso sentiamo parlare di incidenti e morti di lavoratori in altre fabbriche e ci chiediamo: se succedesse la stessa cosa alla nostra fabbrica, che ne sarebbe di noi?”, ha raccontato Mukhtar Ahmed, operaio di una fabbrica di abbigliamento nell'area di Korangi in Pakistan.

Il mese scorso, i marchi di abbigliamento e i sindacati che hanno collaborato alla definizione dell’Accordo in Bangladesh negli ultimi otto anni, hanno annunciato il lancio del nuovo Accordo internazionale per la salute e la sicurezza nell'industria tessile e dell'abbigliamento, con l’intenzione di estendere il suo programma ad almeno un altro Paese.

"Dal tragico incendio della Ali Enterprises, sindacati e organizzazioni per i diritti dei lavoratori in Pakistan hanno lottato per convincere i nostri governi, i buyer e i marchi internazionali ad adottare misure concrete per la sicurezza dei lavoratori. Abbiamo lavorato insieme per cinque anni verso un accordo legalmente vincolante simile a quello del Bangladesh. Ora, dopo l’avvio del nuovo accordo internazionale che verrà esteso ad altri paesi, il Pakistan è sicuramente il primo a cui dover pensare", ha affermato Khalid Mahmood, Direttore della Fondazione per l'educazione al lavoro in Pakistan.

Karamat Ali, direttore esecutivo del Pakistan Institute of Labor Education & Research, ha dichiarato: “Negli ultimi anni i sindacati e le organizzazioni per i diritti dei lavoratori hanno raggiunto un consenso su come dovrebbe essere un accordo pakistano. Abbiamo parlato con molte parti interessate e crediamo che il Pakistan sia pronto per essere il primo Paese in cui l'Accordo vada esteso: non possiamo più aspettare”.

Deborah Lucchetti, coordinatrice nazionale della Campagna Abiti Puliti, coalizione italiana della Clean Clothes Campaign conclude: “L’estensione del nuovo Accordo internazionale al Pakistan è fondamentale, un programma che avrebbe evitato 250 morti se fosse stato attivo all’epoca dell’incendio alla Ali Entreprises, al posto di certificazioni sociali inaccurate e addirittura dannose per la vita dei lavoratori. Oltre all’estensione a nuovi paesi, è molto importante adesso che più marchi possibile aderiscano al nuovo programma, oltre a quelli già firmatari del precedente Accordo ideato per il Bangladesh”.


Accordo Bangladesh: è arrivata l'ora del rinnovo

Attraverso un resoconto pubblico, la Clean Clothes Campaign rende noti quali siano i marchi della moda che sostengono un forte nuovo accordo vincolante sulla sicurezza nelle fabbriche e quali invece vogliono ostacolare i progressi raggiunti per i lavoratori e le lavoratrici. Tra questi ultimi anche grandi brand come H&M e Bestseller (Vero Moda) accusati di non aver utilizzato il loro notevole potere per garantire la sicurezza nelle catene di fornitura.

L’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh è un’iniziativa altamente innovativa, istituita in risposta al crollo del Rana Plaza nel 2013. Ha permesso di mettere in sicurezza fabbriche che ospitano oltre 2 milioni di lavoratrici tessili grazie alla sua forte solidità legale, alla trasparenza e a un meccanismo di controllo indipendente. Il 31 Maggio 2021 è formalmente scaduto, ma un accordo last minute tra rappresentanti sindacali e marchi ha permesso un’estensione dei termini per tre mesi in cerca di un accordo per il rinnovo. Ma, a quattro settimane dalla nuova scadenza, il 31 Agosto 2021, non si vede ancora alcuna positiva conclusione.

L’Accordo ha dimostrato di possedere gli elementi necessari a produrre un reale cambiamento nelle fabbriche tessili. Perché i marchi impiegano così tanto tempo per concordare un nuovo patto che salvaguardi i progressi raggiunti impedendo la morte e gli infortuni di milioni di lavoratrici? Un accordo legalmente vincolante è necessario per assicurare che i diritti dei lavoratori siano rispettati” ha dichiarato Amin Amirul Haque, presidente del National Garment Workers Federation in Bangladesh

Ecco perché la Clean Clothes Campaign (CCC) ha contattato i marchi e i distributori firmatari per sollecitare l’impegno a rispettare gli elementi principali di un nuovo forte accordo vincolante, e per dimostrare che non tutti i marchi e i distributori hanno accolto con soddisfazione il ritardo nel raggiungimento di un nuovo accordo sulla sicurezza. Undici imprese, tra cui ASOS, UNIQLO e Esprit, hanno risposto che sono desiderose di firmare un nuovo accordo che sia giuridicamente vincolante per le singole società, provvisto di un controllo indipendente e che possa essere esteso ad altri paesi.

Rispetto alle comunicazioni precedenti, nelle loro ultime risposte, molti marchi sono diventati più espliciti sulla necessità di mantenere una responsabilità individuale del marchio unitamente a una supervisione indipendente, ma non hanno parlato della natura globale di un nuovo accordo. La Clean Clothes Campaign ritiene che l'espansione del modello dell’Accordo ad altri Paesi oltre il Bangladesh, sia un elemento indispensabile per il futuro accordo: "È fondamentale che il nuovo accordo sulla sicurezza abbia una portata globale. Otto anni dopo il crollo del Rana Plaza, il livello di sicurezza in molte fabbriche al di fuori del Bangladesh rimane insufficiente. E’ tempo che i lavoratori impiegati nelle fabbriche di fornitori in altri paesi abbiano accesso alle stesse ispezioni, formazione e meccanismi di denuncia che hanno fatto la differenza per i lavoratori in Bangladesh" ha detto Nasir Mansoor, presidente del Pakistan

Anche se la CCC ritiene che non sia accettabile accontentarsi di limitare questo programma al Bangladesh, la rete accoglie con favore il maggiore sostegno espresso dai marchi verso la dimensione della responsabilità individuale e la supervisione indipendente, purché  essi corrispondano o superino quelli dell'attuale accordo e si applichino a tutti gli aderenti al nuovo programma, per non creare percorsi differenziati.

I marchi identificati come ostacoli ai progressi sulla sicurezza nelle fabbriche sono quelli che, pur potendo fare la differenza nel processo verso un nuovo accordo, non si sono spesi in questa direzione. Si tratta di aziende che hanno oltre 75 stabilimenti fornitori in Bangladesh, rappresentano gli altri marchi al tavolo negoziale o fanno parte del comitato direttivo dell’Accordo. Solo i marchi che hanno espresso il proprio consenso verso tutti gli elementi cruciali per concludere un nuovo accordo salvavita ma non sono nella posizione diretta per cambiare il corso degli eventi, sono collocati dalla parte positiva nel nostro osservatorio. Tutti i marchi invece che hanno un potere decisivo ma non lo hanno utilizzato negli ultimi mesi per garantire che un nuovo accordo fosse pronto per essere sottoscritto, sono collocati nella parte negativa.

I marchi italiani Artsana, Benetton e OVS, sebbene non figurino tra i maggiori player globali firmatari dell’Accordo ormai scaduto, hanno la grande responsabilità, insieme a tutte le imprese coinvolte, di pronunciarsi esplicitamente a favore di un nuovo accordo vincolante, che includa un meccanismo di controllo indipendente e sia esteso ad altri paesi, come hanno già fatto altri marchi pubblicamente. La posizione di ciascuno conta e tutti devono fare la loro parte affinché i marchi negoziatori si sentano investiti della responsabilità di concludere un accordo solido e finalizzato alla tutela dei diritti fondamentali delle lavoratrici e dei lavoratori, non solo in Bangladesh” ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign

Christie Miedema, Campaign Coordinator della Clean Clothes Campaign ha dichiarato: “Le aziende che non sono riuscite a promuovere un nuovo accordo sulla sicurezza stanno negoziando sulla pelle delle lavoratrici. E anche la maggioranza silenziosa dei piccoli marchi firmatari dell'Accordo e di quelli che producono in Bangladesh e non lo hanno sottoscritto hanno le loro responsabilità. Qualsiasi brand della moda che si rifornisce in Bangladesh e non si pronuncia attivamente a favore di un forte accordo vincolante sulla sicurezza delle fabbriche mostra soltanto disprezzo per la vita di lavoratori e lavoratrici”.

 

Scopri quali marchi si preoccupano della sicurezza delle loro lavoratrici


(2021) REPORT: Still Underpaid

Secondo un nuovo rapporto della Clean Clothes Campaign (CCC), la crisi nel settore tessile è ben lontana dall'essere finita: le lavoratrici e i lavoratori dell'abbigliamento hanno accumulato da marzo 2020, inizio della pandemia, a marzo 2021 un credito di 11,85 miliardi di dollari (pari a 10 mld di euro) tra salari non corrisposti e indennità di licenziamento, mentre le violazioni dei diritti continuano a crescere.

La ricerca costituisce un aggiornamento del report "Un(der)paid in the Pandemic" lanciato nell’agosto 2020, che stimava le perdite economiche per i lavoratori tessili nei primi tre mesi della pandemia tra i 3,2 e i 5,8 miliardi di dollari. Nonostante i marchi e i distributori siano tornati a guadagnare profitti, la situazione dei lavoratori è invece peggiorata ulteriormente: un anno di salari trattenuti o ridotti a causa di pratiche di acquisto sleali da parte dei grandi marchi e distributori, mancati pagamenti degli ordini, cancellazioni improvvise e riduzioni dei prezzi hanno spinto i lavoratori ancora più a fondo. La crescita del numero di casi di infezione da Covid19 inoltre peggiora ulteriormente il quadro.

La Clean Clothes Campaign ha condotto la ricerca in sette principali paesi di produzione asiatici: Bangladesh, Cambogia, India, Indonesia, Sri Lanka, Myanmar e Pakistan. L’inchiesta si basa sulla valutazione delle dichiarazioni dei datori di lavoro, su sondaggi nel settore e tra i lavoratori, su inchieste dei media sull'impatto della pandemia e su analisi delle proteste dei lavoratori per chiedere i salari non corrisposti.

È una cifra che rappresenta un dolore umano inimmaginabile e spesso irreparabile. Il rapporto mira a mettere in prospettiva casi specifici che ascoltiamo e leggiamo. Un fenomeno che non sta accadendo solo in quella fabbrica del Bangladesh o del Pakistan ma che riguarda tutta l'industria tessile: da una parte ci sono i lavoratori e le lavoratrici con un credito, a livello globale, di 11,85 miliardi di dollari; dall’altra marchi come Nike, H&M, Inditex e Uniqlo che sono tornati da tempo a raccogliere profitti", ha affermato Khalid Mahmood della Labor Education Foundation in Pakistan.

Le cifre sono inquietanti: i lavoratori di tutti i paesi indagati, ad eccezione dell'Indonesia, hanno a che fare con un gap salariale almeno due volte più grande del loro salario medio mensile. Si stima che circa 1,6 milioni di lavoratori tessili siano stati licenziati nei sette paesi durante la pandemia, di cui molti senza nemmeno un'indennità di licenziamento. Durante i periodi di congedo, a causa di blocchi o cancellazioni di ordini, è stata spesso pagata solo una piccola percentuale della loro normale retribuzione, già significativamente al di sotto del livello del salario dignitoso. Di conseguenza, molti lavoratori tessili si sono trovati ad affrontare debiti elevati e a lottare contro la fame durante tutta la pandemia.

"Nonostante l'impegno dei sindacati per mitigare l'impatto del COVID19 sui lavoratori attraverso il dialogo sociale, i fornitori violano gli accordi locali sui salari tagliando gli stipendi e licenziando", ha affermato Anton Marcus della Free Trade Zones & General Service Employees Union in Sri Lanka.

Due gruppi di lavoratori in particolare sembrano essere più a rischio: gli iscritti al sindacato e quelli assunti in modo informale o temporaneo, che spesso non hanno accesso alle norme di protezione sociale. I rappresentanti sindacali e il personale delle ONG locali che hanno contribuito alla stesura di questo rapporto hanno espresso grande preoccupazione per come la pandemia abbia aggravato la repressione della libertà di associazione e della contrattazione collettiva. In almeno tre paesi, è stata usata la violenza contro i membri del sindacato che hanno protestato per i salari non pagati. Le attività sindacali sono spesso bloccate o ostacolate dai lockdown. Invece di proteggere i lavoratori dalla pandemia e dai suoi effetti collaterali immediati, l'industria sta scaricando tutti i costi su di loro. Di fatto la pandemia ha esacerbato diverse criticità già esistenti: salari molto bassi, mancato pagamento delle indennità di licenziamento, repressione sindacale e numero crescente di lavoratori (spesso migranti e donne) impegnati nel lavoro informale.

La Clean Clothes Campaign si dice certa che, da Marzo ad oggi, l'importo globale dovuto ai lavoratori sia cresciuto ulteriormente, visto che in molti paesi la pandemia non è per nulla superata. Una cifra che continuerà ad aumentare se marchi, datori di lavoro e governi non agiranno immediatamente. Con una coalizione di oltre 230 organizzazioni, tra cui 70 sindacati, la Clean Clothes Campaign chiede ai brand della moda di negoziare con i sindacati e i datori di lavoro, singolarmente o attraverso le loro associazioni, un accordo per garantire il pagamento regolare dei salari, istituire un fondo di garanzia per i licenziamenti e assicurare il rispetto dei diritti fondamentali del lavoro.

È passato più di un anno da quando oltre 100 marchi di moda e altre organizzazioni hanno risposto alla pandemia aderendo a una "Chiamata all'azione" per l'industria tessile, eppure solo un piccolo numero di lavoratori ha ricevuto fondi. Nella maggior parte dei "paesi prioritari" i lavoratori non hanno ricevuto nulla e non è chiaro come i marchi stessi abbiano realmente contribuito", ha affermato Ineke Zeldenrust dell'ufficio internazionale della Clean Clothes Campaign

Non possiamo contare sulle iniziative dei singoli marchi o sui programmi volontari dietro cui continua a trincerarsi l’intero sistema. È urgente che le aziende negozino e firmino con i sindacati un accordo vincolante e azionabile per evitare che milioni di lavoratrici tessili e le loro famiglie siano spinti ancora più in profondità nella miseria e nell’indebitamento.” ha concluso Deborah Lucchetti, coordinatrice nazionale della Campagna Abiti Puliti.



(2021) Report: Oltre il punto di non ritorno

49 lavoratrici e lavoratori delle catene di fornitura dei marchi H&M, Nike e Primark, in Bangladesh, Cambogia e Indonesia, intervistati dalla Clean Clothes Campaign nell’ultimo rapporto Breaking Point, raccontano come la crisi indotta dal Coronavirus continui ad avere un impatto devastante sui salari, sulle condizioni di lavoro e sui diritti di lavoratori e lavoratrici dell'abbigliamento a livello globale, spingendoli alla disperazione.

Oltre la metà di loro segnalano di aver subito pesanti tagli salariali durante la pandemia. Quasi il 70% è stato costretto a sopportare periodi in cui non ha ricevuto paghe equivalenti al periodo pre-pandemia. Considerando che si trattava già prima di salari di povertà, ora per loro è diventato quasi impossibile sbarcare il lunario. 

Il rapporto si concentra su tre marchi - H&M, Nike e Primark - che hanno realizzato profitti notevoli nell'ultimo anno e che sono apparsi spesso sul liveblog della Clean Clothes Campaign, il racconto quotidiano che da inizio pandemia tiene traccia delle violazioni segnalate nelle fabbriche di abbigliamento e nei paesi produttori di indumenti.

"Quando i rapporti forniscono una panoramica generalizzata dell'industria, i marchi spesso negano che le violazioni segnalate si verifichino all'interno delle loro catene di fornitura, difendendo i loro modelli di business con affermazioni non comprovate", ha spiegato Meg Lewis, autrice di Breaking Point. "Questo rapporto si concentra sulle catene di fornitura di tre marchi specifici, ma sono molte le aziende che hanno commesso violazioni simili".

Il reddito medio mensile dei lavoratori intervistati è diminuito, mentre gli obiettivi di produzione sono diventati più alti, le condizioni di lavoro sono peggiorate e le molestie da parte della direzione sono aumentate. Undici lavoratori di Primark stimano di avere un credito complessivo di 2.890 dollari, diciotto lavoratori di H&M stimano che la somma loro dovuta sia di 2.368 dollari e tredici lavoratori di Nike stimano di avere un credito di 1.527 dollari. Si tratta di mesi di salari arretrati, secondo i livelli medi salariali percepiti nei diversi paesi oggetto di questa indagine prima della pandemia, già livelli di povertà.

È evidente che questi marchi non stiano facendo abbastanza per proteggere le lavoratrici dall'impatto finanziario della crisi del COVID-19, in gran parte causato dalle loro decisioni di cancellare o ridurre gli ordini e abbassare i prezzi di acquisto dei prodotti commissionati ai fornitori.

“Si tratta di un settore particolarmente fragile, in cui lo sfruttamento è endemico. Poiché i marchi a capo delle filiere globali non si assumono autonomamente le proprie responsabilità, risulta sempre più evidente quanto sia urgente che ci siano degli obblighi legislativi che glielo impongano” ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti

"Le storie che i lavoratori hanno condiviso con noi sono piene di disperazione e paura: "avrò un reddito questo mese e sarò in grado di sfamare la mia famiglia oggi?" In parole povere, i marchi e i fornitori stanno spingendo i lavoratori e le lavoratrici oltre il punto di non ritorno", ha dichiarato ancora Meg Lewis.

"In nome della pandemia, ci hanno sfruttato alla grande. La pandemia di COVID-19 non è stata colpa nostra, ma siamo stati noi a ricevere meno della metà del nostro salario normale. All'inizio abbiamo protestato, ma la direzione della fabbrica ha detto: 'Se protestate o formate un sindacato, non avrete un centesimo da noi e non solo perderete il lavoro, ma sarete anche sfrattati da questa zona e non avrete più un lavoro in nessun'altra fabbrica'. Così, nessuno di noi ha potuto costituire un sindacato" le parole di una lavoratrice di una fabbrica che produce per H&M in Bangladesh.

"Ogni mese devo pagare i debiti e le bollette, ma il mio stipendio non basta. I nostri obiettivi di produzione aumentano, ma il numero di lavoratrici diminuisce. E non ci pagano abbastanza per pagare le nostre spese di base.” ha raccontato una lavoratrice di una fabbrica che produce per Primark in Cambogia.

I dati raccolti nel rapporto provano come i marchi non siano riusciti a tutelare i lavoratori delle loro filiere per tutta la durata della crisi. All'inizio della pandemia, brand e distributori si sono rifiutati di pagare le merci, compresi i capi di abbigliamento già in produzione o addirittura completati, per un valore stimato di 40 miliardi di dollari. Cancellazioni di massa, pagamenti ritardati e sconti imposti ai fornitori hanno scosso l'industria, con un impatto devastante sui lavoratori: a livello globale sono ormai creditori per miliardi di dollari in salari non pagati, bonus e indennità di licenziamento. E anche quando molti grandi marchi hanno accettato di pagare per intero gli ordini che erano già in produzione (come evidenziato sul Worker Rights Consortium brand tracker), non si sono però assicurati che i lavoratori e le lavoratrici fossero pagati per quanto dovuto.

Dall’inizio della pandemia la Clean Clothes Campaign chiede ai brand di assumersi le proprie responsabilità nei confronti delle filiere. Da marzo 2021, una coalizione di oltre 200 sindacati e organizzazioni per i diritti dei lavoratori, attraverso la campagna #PayYourWorkers, fa pressione sui marchi perché negozino direttamente con i sindacati del settore un accordo esecutivo che garantisca salari, liquidazione e diritti fondamentali del lavoro per colmare il divario salariale dell'era pandemica, garantire che i lavoratori licenziati ricevano la liquidazione per intero, sostenere protezioni sociali più forti per tutti i lavoratori e garantire il rispetto dei diritti fondamentali del lavoro.

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Uiguri: lettera al Ministro degli Esteri Di Maio

I Ministri degli Esteri dei paesi del G7 si sono incontrati a Londra per discutere, fra i molti temi, anche dei rapporti con la Cina. Pubblichiamo di seguito la lettera che abbiamo mandato loro insieme alla coalizione internazionale End Uyghur Forced Labour. Al nostro Ministro degli Esteri Di Maio abbiamo anche ricordato la mozione votata all'unanimità della Commissione Affari Esteri della Camera lo scorso 26 maggio, che invita il governo italiano ad agire con misure concrete e in cooperazione con gli stati membri del G7 per fare fronte comune in difesa della popolazione Uigura.

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Alla cortese attenzione del Ministro per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale Luigi di Maio

Egregio Ministro Di Maio,

Le scriviamo questa lettera aperta e pubblica a nome della Coalition to End Uyghur Forced Labour di cui la Campagna Abiti Puliti (coalizione nazionale della Clean Clothes Campaign) è parte attiva. Come forse saprà, siamo una coalizione di organizzazioni della società civile, coalizioni di investitori e sindacati uniti per porre fine al lavoro forzato operato dallo stato e ad altri gravi abusi dei diritti umani contro gli uiguri e altri popoli a maggioranza turca e/o musulmana della regione autonoma uigura dello Xinjiang (regione uigura) in Cina, nota alla popolazione locale come Turkistan orientale.

Diversi eperti legali e di diritti umani hanno riconosciuto gli abusi contro gli uiguri come crimini contro l'umanità e genocidio. La nostra coalizione chiede a Lei e agli altri stati membri del G7 di chiedere, con urgenza e priorità, alla Cina di rendere conto di questi abusi e di fare pressione per fermarli.

Notando la profonda preoccupazione che i ministri degli Esteri e dello Sviluppo del G7 hanno espresso nel loro recente comunicato sulle violazioni dei diritti umani in questa regione, chiediamo che si possa procedere ad un accesso indipendente e senza restrizioni e chiediamo anche che le nazioni del G7 supportino una commissione d'inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani contro il popolo uiguro. Tuttavia, un'indagine indipendente sostenuta dalle Nazioni Unite non può aspettare che il governo cinese conceda "l'accesso", quindi i governi dovrebbero anche sostenere il monitoraggio a distanza da parte dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Un'indagine ONU accelerata è necessaria per innescare un rinvio alla Corte Internazionale di Giustizia per un parere consultivo sui crimini di una siffatta atrocità.

Le facciamo tali richieste anche alla luce della Risoluzione 8-00120 approvata all’unanimità dalla Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati del 26 maggio u.s., con la quale i deputati firmatari invitano il governo a promuovere azioni coordinate con gli alleati dell’Italia, e in prima battuta proprio con i paesi del G7 e con i partner dell’Unione europea, a fare azione comune per difendere i diritti popolo Uiguro e a favorire l’accesso libero e senza restrizioni dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani nel paese per il necessario avvio dell’indagine.

A marzo, il Canada, il Regno Unito e l'Unione Europea hanno annunciato sanzioni coordinate contro i funzionari cinesi per aver perpetrato il lavoro forzato, l'internamento di massa e altri gravi abusi dei diritti umani. Questa è stata la prima azione multilaterale intrapresa per affrontare gli abusi. I paesi del G7, legati da valori condivisi, dovrebbero applicare ulteriori sanzioni coordinate sostenute da tutti gli stati membri sulle organizzazioni e gli individui legati a tali abusi.

Inoltre, esercitare una leva economica e finanziaria è fondamentale per fermare gli abusi e impedire alle aziende di trarre profitto dal lavoro forzato. La campagna del governo cinese contro il popolo Uiguro include un massiccio lavoro forzato organizzato dallo stato, i cui prodotti continuano ad essere esportati e venduti nei mercati globali. Un'azione coordinata tra le nazioni del G7 è essenziale per implementare e far rispettare i controlli sulle importazioni che proibiscono l'importazione di qualsiasi merce prodotta in tutto o in parte con lavoro forzato. Tali misure coordinate prevengono il "dumping" di merci contaminate dal lavoro forzato in altri mercati e mandano il chiaro messaggio al governo cinese e alle aziende che fanno affari sfruttando il lavoro forzato uiguro che non c'è un porto sicuro per le merci del lavoro forzato.

Le nazioni del G7 dovrebbero anche promulgare una legislazione che richieda alle aziende di condurre una due diligence obbligatoria sui diritti umani lungo tutta la loro catena del valore, e di essere ritenute responsabili per la mancata prevenzione degli abusi. Tale legislazione, insieme ad esplicite dichiarazioni di intenti alle aziende che corrono un alto rischio di complicità negli abusi dei diritti umani se si approvvigionano nella regione uigura, è vitale per costringere le aziende a riorientare le fonti di approvvigionamento, soprattutto alla luce del fatto che i ricercatori hanno documentato con prove i collegamenti fra il lavoro forzato e numerose catene di approvvigionamento, tra cui abbigliamento e tessile, calzature, prodotti per capelli, zucchero, carbone e pannelli solari.

Grazie per la Sua attenzione a questi problemi. Attraverso un'azione assertiva e coordinata, potete porre fine allo sfruttamento degli Uiguri e dare un significato concreto alla promessa di "mai più". Azioni forti per porre fine alla complicità del governo e delle imprese nel lavoro forzato apriranno anche la strada alla costruzione di un'economia globale più giusta ed equa.

Noi faremo eco ad ogni eventuale iniziativa che Lei, sia autonomamente sia insieme ai Suoi colleghi in sede di G7, vorrà intraprendere a favore del popolo Uiguro, dandone pubblica notizia e ringraziandoLa per il Suo supporto.

Distinti saluti,

Lo Steering Committee della Coalition to End Forced Labour in the Uyghur Region

AFL-CIO
Anti-Slavery International
Campaign for Uyghurs
Clean Clothes Campaign
Cotton Campaign
Free Uyghur Now
Freedom United -
Global Labor Justice – International Labor Rights Forum
Interfaith Center on Corporate Responsibility
Uyghur American Association
Uyghur Human Rights Project
World Uyghur Congress
Worker Rights Consortium


Lettera aperta a RINA

Genova, 3 giugno 2021

Pubblichiamo questa lettera aperta a RINA SPA dopo avere cercato invano un contatto proficuo con l’azienda al termine della procedura di mediazione negoziata di fronte al Punto di Contatto Nazionale dell’OSCE, che si è chiusa senza aver potuto raggiungere un accordo.

La Campagna Abiti Puliti con il Movimento Consumatori, insieme all’Ufficio Internazionale della Clean Clothes Campaign, European Center for Constitutional and Human Rights, Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association, National Trade Union Federation Pakistan, Pakistan Institute for Labour Education and Research Pakistan, aveva presentato un reclamo dinanzi al Punto di Contatto Nazionale dell'OSCE l’11 settembre 2018 volto a far emergere le responsabilità di RINA nella vicenda dell’incendio scoppiato alla fabbrica Ali Enterprise in Pakistan nel 2012 in cui hanno perso la vita 250 persone. RINA, rilasciando 3 settimane prima dell’incendio il certificato SA8000, aveva garantito che la fabbrica era sicura. Il brand tedesco Kik, grazie ad una intensa campagna di pressione internazionale, è stato costretto a risarcire le vittime, ma a nostro avviso anche l’auditor RINA aveva chiare responsabilità, perché avrebbe dovuto rilevare e utilizzare il processo di audit per far riparare le gravi violazioni della sicurezza dell’edificio (dall’accumulo di materiali infiammabili, al piano ammezzato in legno costruito senza permesso e non a norma di legge, chiaramente visibile all’ingresso del blocco 1, all’impianto antincendio non adeguato e funzionante all’assenza di adeguate uscite e scale di emergenza, per citarne solo alcune). Un’ottima ricostruzione dei fatti è stata prodotta tramite una simulazione digitale dal Forensic Architecture, agenzia di ricerca indipendente basata alla Goldsmiths University di Londra ed è disponibile qui.

Abbiamo chiesto a RINA di farci vedere i rapporti di audit che hanno certificato come sicura la fabbrica Ali Enterprise, ma RINA si è rifiutata.

Abbiamo chiesto a RINA di assumersi le proprie responsabilità, ammettendo l’errore nell’aver concesso la certificazione SA8000 alla Ali Enterprise, errore che si è rivelato fatale per 250 persone, ma RINA si è rifiutata.

Abbiamo preteso che RINA contribuisse a ristorare economicamente le famiglie delle vittime dell’incendio, come ha fatto il proprio cliente Kik, ma RINA si è rifiutata.

RINA si è rifiutata di dare seguito non solo alle nostre richieste, ma anche alle soluzioni che il Mediatore aveva proposto per giungere a un accordo efficace. La procedura di mediazione si è dunque conclusa con un nulla di fatto (ci è rimasto solo il disappunto e lo stupore), e sebbene non si sia riusciti a giungere ad un accordo, ciò nonostante il Punto di Contatto Nazionale dell’OSCE, unitamente alla dichiarazione finale di chiusura del procedimento, ha pubblicato alcune Raccomandazioni. In particolare, ha raccomandato a RINA di:

  1. fare un gesto concreto umanitario e di dimostrazione di empatia e cordoglio per le vittime e le loro famiglie;
  2. intraprendere procedure di due diligence basate sul rischio di violazione dei diritti umani quando opera in paesi, o in settori, come quello tessile, che presentano tali rischi;
  3. farsi parte proattiva nel miglioramento concreto dei processi di certificazione SAI e SAAS, soprattutto con riferimento al settore tessile.

Il Punto di Contatto Nazionale si è anche raccomandato di inviare un aggiornamento sulle attività svolte a partire da queste Raccomandazioni a Dicembre del 2021. Il 3 marzo 2021 abbiamo dunque scritto a RINA, per sapere se e in che modo avesse intrapreso a dar seguito alle Raccomandazioni del PCN. Abbiamo fatto ciò anche in osservanza alle Raccomandazioni stesse, che contenevano un invito a cooperare con RINA per la loro implementazione e a tenerci reciprocamente aggiornati.

Tuttavia, non abbiamo ricevuto risposta. Ci vediamo perciò costretti a rendere nota questa situazione pubblicando questo appello, che speriamo ci aiuterà ad ottenere un riscontro da parte della società RINA SPA, anche alla luce del prossimo appuntamento con il PCN a dicembre 2021, al quale peraltro, considerato il tempo e l’attenzione che lo stesso PCN hanno dedicato alla nostra procedura, non è nostra intenzione arrivare impreparati o a mani vuote.

Con questa lettera aperta chiediamo dunque che RINA ci risponda, informandoci con trasparenza e responsabilità se intende comunque dare seguito alle Raccomandazioni del PCN, e se sì, in quale modo. Pensiamo che, dopo tutti questi anni di lavoro ma soprattutto di utilizzo di risorse pubbliche nella procedura con il PCN dell’OSCE, una risposta ci sia dovuta


Proroga di tre mesi del Bangladesh Accord, ma la lotta non è ancora finita

I marchi e i sindacati hanno tre mesi a disposizione per firmare un accordo internazionale vincolante che dia sicurezza a lavoratori e lavoratrici tessili 

I sindacati globali e le aziende firmatarie del gruppo negoziale hanno annunciato di aver concordato una proroga di tre mesi dell'accordo sulla prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh, per avere più tempo per concludere i negoziati su un nuovo accordo vincolante sulla sicurezza. Senza un accordo vincolante analogo al Bangladesh Accord, l’attività svolta sinora che ha effettivamente portato sicurezza nelle fabbriche non sarebbe più obbligatoria, così come non sarebbe obbligatorio il coinvolgimento dei sindacati, con la conseguenza che l’Accordo rimarrebbe un esercizio di monitoraggio da parte delle aziende totalmente autoreferenziale.

I testimoni firmatari dell'Accordo - Clean Clothes Campaign, International Labor Rights Forum/Global Labor Justice, Maquila Solidarity Network, e Worker Rights Consortium - accolgono con favore il fatto che l'estensione continuerà a vincolare i marchi membri dell'Accordo agli stessi obblighi dell'Accordo attuale. Questa proroga, tuttavia, estende lo status quo solo per poche settimane, ma il problema rimane: i marchi firmatari dell'Accordo firmeranno un nuovo accordo di sicurezza vincolante che obblighi ciascuno di loro a prendersi carico della sicurezza delle fabbriche tessili in Bangladesh, che mantenga un segretariato indipendente che ne monitori l’applicazione e che sia esteso ad altri paesi?

Senza un tale accordo, l’attività dei brand committenti in Bangladesh si risolverà in un monitoraggio totalmente autoreferenziale, quel tipo di pratiche che non sono certamente riuscite a prevenire il crollo del Rana Plaza.

Kalpona Akter, presidente del the Bangladesh Garment and Industrial Workers Federation e fondatrice del the Bangladesh Centre for Worker Solidarity, ha dichiarato: "Il RMG Sustainability Council, ha la competenza sulla sicurezza in Bangladesh, ma non quella di ritenere i marchi e i rivenditori responsabili delle loro promesse. Solo un accordo internazionale legalmente vincolante riconoscerà ai tribunali il potere di ritenere i marchi responsabili in  per le promesse, disattese, di rendere le fabbriche sicure. Poiché sono i marchi a detenere il potere nelle filiere produttive, la sicurezza sul posto di lavoro in Bangladesh può dirsi garantita solo se i marchi sono costretti a mantenere la parola data.”

Lo scorso fine settimana è purtroppo scoppiato un grave incendio in una fabbrica di abbigliamento in Pakistan; fortunatamente, nessuno è rimasto ferito, ma se fosse accaduto durante un turno lavorativo un incendio di quel tipo avrebbe potuto avere conseguenze devastanti. La prevenzione è fondamentale e per questo motivo è urgente approvare un nuovo Accordo sulla sicurezza in Bangladesh ma non solo.

La breve proroga dell'accordo è stata necessaria poiché i marchi in negoziato hanno dichiarato di non voler rinnovare l’Accordo né estenderlo ad altri paesi, contrariamente a quanto dichiararono a gennaio 2020.  

La pandemia ha poi ritardato i negoziati, e alcuni marchi hanno improvvisamente fatto marcia indietro, proponendo una versione dell'Accordo decisamente indebolita. Fortunatamente, altri marchi firmatari dell’Accordo stanno comunicando con i sindacati o pubblicando dichiarazioni che indicano che sosterranno un nuovo Accordo con gli elementi cruciali proposti dai sindacati. Fra questi marchi vi sono Asos, Tchibo, Zeeman, KiK, e G-Star. Nei prossimi tre mesi vedremo se gli altri firmatari dell'accordo intendono tornare alle pratiche pre-Rana Plaza oppure sono disposti ad assumersi le loro responsabilità.

Note:


Amazon paghi subito tutte le lavoratrici e i lavoratori

Mentre Amazon si riunisce per l’Assemblea annuale degli azionisti, le lavoratrici e i lavoratori della sua catena di fornitura protestano per le condizioni in cui sono costretti a vivere e a lavorare.

Ad oggi Amazon è il principale distributore di moda negli Stati Uniti e i suoi marchi si riforniscono attraverso una vasta rete di circa 1.400 fabbriche in tutto il mondo. Nonostante i profitti record accumulati durante la pandemia, come denunciato in un recente rapporto del Worker Rights Consortium, l’azienda si rifiuta di garantire che le lavoratrici e i lavoratori licenziati in questi mesi ricevano l'indennità che gli spetta.

Così come i magazzinieri e gli addetti alle consegne, le persone delle fabbriche più remote del sistema globale di sfruttamento di Amazon esigono quanto loro dovuto.

Le organizzazioni della campagna PayYourWorkers, insieme alla coalizione Make Amazon Pay, di cui fanno parte anche il sindacato globale UNI e il movimento Internazionale Progressista, hanno promosso per oggi una giornata di azione globale in loro sostegno: la richiesta per Amazon è di pagare subito tutte le lavoratrici e i lavoratori della sua catena di fornitura.

Tra questi, ad esempio, i lavoratori tessili sindacalizzati in Bangladesh della fabbrica Global Garments, fornitore del colosso americano. Ad ottobre ha chiuso i battenti lasciando a casa 1.200 persone senza retribuzione o indennità di licenziamento. “La chiusura della fabbrica ci ha portato via i mezzi per sopravvivere” racconta Rintu Barua, addetto al controllo qualità per oltre 20 anni. “Negli ultimi 6 mesi ho provato a cercare lavoro in molte fabbriche. Ma siccome sono stato anche un leader sindacale alla Global Garments, nessuno mi vuole assumere”.

Oppure le lavoratrici e lavoratori in Cambogia della Hulu Garment, una fabbrica chiusa temporaneamente nel marzo 2020 lasciando a casa 1.020 persone. Al termine del periodo di sospensione, i lavoratori sono stati richiamati per sottoscrivere con l’impronta digitale un documento che avrebbe dovuto garantire loro il salario finale. In realtà conteneva una clausola nascosta con cui di fatto si dimettevano volontariamente. La Hulu Garment ha così trattenuto 3,6 milioni di dollari di indennità di licenziamento spettante a quei lavoratori.

Nel frattempo, mentre i lavoratori lottano per i propri salari non pagati, contro le attività antisindacali e le cattive condizioni di lavoro, nel 2020 grazie alla pandemia, i profitti netti di Amazon sono aumentati dell'84%, con un patrimonio netto di 314,9 miliardi di dollari.

La coalizione MakeAmazonPay ha programmato oltre 50 iniziative presso i siti Amazon in 10 paesi di 5 continenti: UK, Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Bangladesh, Svizzera, Australia e Stati Uniti.

"Amazon deve pagare tutti i suoi lavoratori e lavoratrici, ovunque risiedano e qualunque sia la loro mansione. È una questione di giustizia sociale che guarda a un nuovo modello di sviluppo che metta finalmente al centro la salute e il benessere delle persone che lavorano e non i profitti e la ricchezza di pochi” dichiara Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti.

La campagna #PayYourWorkers, che riunisce 200 sindacati e organizzazioni della società civile di 35 diversi Paesi, chiede ai marchi di fornire immediato sollievo ai lavoratori dell'abbigliamento e di sottoscrivere impegni vincolanti per riformare il loro settore in rovina.

Tra i 200 aderenti troviamo Filcams-CGIL, che rappresenta i lavoratori del Commercio, Turismo e Servizi e le organizzazioni FAIR, Altraqualità, Fondazione Finanza Etica, Guardavanti onlus, Movimento Consumatori, Attac Italia, Coordinamento Nord Sud del mondo, Dress the change, Equo Garantito, Fairwatch, FOCSIV, IFE Italia, Lungotavolo45, Manitese, Spin Italy.


Quel giorno in cui i diritti iniziarono a fare tendenza

La direzione della fabbrica licenzia un gruppo di lavoratrici: proprio quelle che, poco tempo prima, avevano cercato di riunirsi e formare un sindacato.  I supervisori insultano le donne che lavorano in fabbrica, a voce alta e umiliandole, talvolta prendendole a schiaffi, e negano loro il permesso di usare il bagno. 

La fabbrica chiude senza preavviso, e chi ci lavorava rimane da un giorno all’altro senza stipendio e senza TFR. 

Crolla un muro in una fabbrica, le lavoratrici rimangono ferite: alcune si assentano per malattia e vengono licenziate, alle altre viene imposto di tacere del tutto l’incidente, se vogliono mantenere il posto di lavoro.  

Questi sono alcuni dei casi urgenti che la Clean Clothes Campaign ha assistito nel corso solamente dell’ultimo anno. Ma accadono tutti gli anni. Sebbene le aziende tessili vestono le proprie operazioni di parole quali “sostenibilità” e “responsabilità sociale”, quello che c’è sotto quei vestiti è tutt’altro che responsabile: è una sistematica ricerca del minor costo e del massimo profitto, che non si cancella con una campagna green.

La pandemia di Covid-19 ha aggravato le condizioni di sfruttamento sistematico delle filiere di produzione tessile ai cui vertici stanno i brand committenti: come hanno dimostrato diversi rapporti, i marchi e i distributori (inclusi i rivenditori online) hanno cancellato o ritardato il pagamento di ordini per miliardi di euro, giocando con i prezzi in modo tale da indebolire sia il potere contrattuale sia la capacità produttiva dei propri fornitori. La conseguenza di questo comportamento predatorio è stata che milioni di lavoratori e lavoratrici tessili si sono trovati da un giorno all’altro in mezzo alla strada, senza poter contare su alcun risparmio. La CCC propone soluzioni precise e puntuali per superare questa drammatica situazione, ma questo articolo si occupa di considerazioni di ordine generale. 

Filiere tessili globali e diritti umani

Le violazioni dei diritti umani sono prevalenti nelle catene di fornitura di abbigliamento - è il modello di business stesso che si basa sullo sfruttamento, sull'abuso, e  sulla discriminazione di genere (si stima che l'85% dei lavoratori dell'industria dell'abbigliamento siano donne). Prendere in considerazione l’elemento di genere è particolarmente importante perché è una componente strutturale, onnipresente, dello sfruttamento della forza lavoro nelle filiere tessili. Le donne sono pagate meno, hanno meno sicurezza nell'impiego (per esempio a molte viene negata la maternità: o lavori, o fai figli: se lavori ti paghiamo poco, ma se fai figli non ti paghiamo proprio) e affrontano regolarmente violenza fisica (dagli schiaffi alle molestie) e verbale (dagli insulti alle intimazioni urlate di lavorare mente i muri della fabbrica si crepano e sale la paura di morire).

In risposta alle pratiche di acquisto dei marchi, e cioè l’invio di ordini di produzione costanti (i  brand fanno produrre nuove collezioni ogni settimana), le fabbriche scaricano i costi e i rischi sui lavoratori e sulle lavoratrici, imponendo loro turni straordinari (non sempre pagati) e subappaltando alcune produzioni a lavoratori e lavoratrici a domicilio, pagandoli la metà o un terzo del salario minimo legale; trascurando la sicurezza delle proprie fabbriche; impedendo ai  lavoratori e alle lavoratrici di organizzarsi in sindacato. 

I salari di povertà non permettono a chi lavora nel tessile di vivere una vita dignitosa, di pianificarla, di far studiare i propri figli e figlie, di mangiare e far mangiare la propria famiglia ogni giorno e  in modo salutare. I proprietari delle fabbriche dicono di non avere altra scelta che mantenere salari bassi a causa dei prezzi bassi pagati dai clienti, o di rispettare, negli stati in cui è presente, il salario minimo legale.

Ma i salari sono bassi, e appunto in alcuni paesi “legali”, proprio perché i governi dei paesi di produzione li hanno mantenuti bassi nel tentativo di creare o proteggere l’esistenza stessa del lavoro.

Nei paesi di produzione, la libertà di associazione e l'effettivo riconoscimento del diritto alla contrattazione collettiva, cruciali per migliorare strutturalmente le condizioni di lavoro, ottenere diritti, e riequilibrare la disuguaglianza di potere basata sul genere, sono ostacolati dai produttori tessili con la complicità dei governi (anche perché spesso i conflitti di interesse sono rampanti: nel 2013, in Bangladesh, il 10% dei parlamentari era proprietario fabbriche tessili e almeno il 50% del totale dei membri del parlamento aveva connessioni e interessi economici nel settore della produzione tessile). Le norme sociali che limitano la voce e la partecipazione delle donne nella società mettono ulteriormente a dura prova la rivendicazione di questi diritti.

I lavoratori e le lavoratrici che cercano un rimedio per le violazioni dei diritti umani devono affrontare diverse difficoltà: risorse finanziarie insufficienti, mancanza di informazioni e barriere linguistiche, incertezze legate alla giurisdizione in cui far valere i propri diritti (se da un lato quella del paese di produzione, dove sono avvenute le violazioni, non offre norme certe e garantiste su cui contare, dall’altro quella del paese sede della società committente, che in ultima analisi ha la responsabilità di averle causate, è lontana e costosa), raccolta e documentazione delle prove. L'accesso al rimedio, anche nei paesi di committenza, è sempre più inteso in un senso procedurale piuttosto che in termini di risultati concreti, e cioè misure risarcitorie che non siano irrisorie per le vittime di violazioni, e  tendono a sfociare in rimedi inadeguati o nessun rimedio. 

Poiché le pratiche aziendali volontarie non hanno portato miglioramenti concreti alle condizioni di vita e lavoro delle catene del valore (del valore per chi?), la CCC appoggia l’iniziativa di riforma della corporate governance intrapresa dalla Commissione europea e che porterà all’approvazione di una direttiva sulla human rights and environmental due diligence, e cioè che introdurrà obblighi per le aziende committenti, al vertice delle catene di fornitura, di verifica del rispetto di condizioni dei diritti umani e del lavoro da parte dei propri fornitori lungo la filiera, non solo di primo livello, e di inclusione di considerazioni sull’impatto ambientale delle proprie operazioni. 

Questa direttiva può risolversi in un esercizio di stile, oppure può portare miglioramenti concreti.

Abbiamo espresso le nostre principali considerazioni e gli elementi che per noi sono irrinunciabili nel position paper Fashioning justice, che riassumiamo di seguito, affinché tale legislazione raggiunga l’obiettivo che si pone, e cioè la prevenzione delle violazioni e la tutela delle persone e dell’ambiente, con specifico riferimento a ciò su cui abbiamo sviluppato la nostra expertise di campagna e cioè i diritti umani e del lavoro. 

Approccio generale

Data la portata globale del commercio e i modelli di catene globali del valore, vogliamo sottolineare che, oltre che nell'Unione europea, a 10 anni dall’approvazione dei Principi Guida delle Nazioni Unite su Impresa e Diritti Umani (che raccomandano solamente, essendo principi guida, che le imprese conducano due diligence e rispettino i diritti umani), la CCC è nettamente a favore di  un trattato vincolante delle Nazioni Unite che stabilisca una base normativa per il lavoro dignitoso lungo l'intera catena del valore globale e che ponga in capo alle aziende la responsabilità generale di rispettare i diritti umani e del lavoro in tutto il mondo. 

Con riferimento alla direttiva europea, è importante in primo luogo ricordare che, essendo essa una legge-cornice, che gli stati membri dovranno recepire con legge nazionale, gli obblighi che essa conterrà dovranno essere considerati come minimi, e modificabili dagli stati solo in positivo a favore dei soggetti della tutela, e cioè i lavoratori delle filiere e l’ambiente. Una legislazione siffatta dovrebbe contenere obblighi espliciti di conformità (compliance), sia di effettuare due diligence (e di farla con regolarità) sia di pubblicare i dati raccolti mediante tale processo, e deve prevedere sanzioni adeguate in caso di non compliance. La due diligence dovrebbe coprire l’intera catena del valore, compresi i sistemi di lavoro semi-formali e informali, quali i subappalti non ufficiali e il lavoro a domicilio.

Gli elementi irrinunciabili della direttiva sulla human rights due diligence 

Sulla base di oltre tre decenni di sforzi per migliorare le condizioni di lavoro nell'industria globale dell'abbigliamento, abbiamo una miriade di idee su come portare un significativo cambiamento positivo, particolarmente rilevanti per il settore ad alto rischio su cui ci concentriamo. Come organizzazione che si occupa di diritti del lavoro, poniamo un’attenzione particolare alla libertà di associazione, al diritto alla contrattazione collettiva, al diritto a un salario adeguato e al divieto di discriminazione sul lavoro.

Obblighi espliciti

Le imprese devono essere legalmente responsabili della violazione dei diritti umani e degli impatti impatti negativi causati nelle loro catene globali del valore e nelle loro operazioni e relazioni commerciali. L’obbligo di effettuare la human rights due diligence deve essere definito come l’obbligo di identificare, terminare, prevenire, mitigare, monitorare e rendere conto degli impatti negativi potenziali ed effettivi sui diritti umani e ambientali attraverso un processo regolare e costante, svolto in conformità con gli standard internazionali (che in ambito aziendale esistono e vengono applicati da anni, per esempio, con riferimento alla prevenzione della corruzione). Quando vengono riscontrate violazioni, l’impresa  committente dovrebbe cooperare con il fornitore al fine di risolvere la situazione e far cessare gli abusi, e prevenirle in futuro.

In generale, infatti, perché il concetto di responsabilità abbia un vero significato, la legge dovrebbe prevedere che la cessazione delle relazioni commerciali sia usata solo come ultima risorsa: una cessazione improvvisa dei rapporti commerciali creerebbe più danni che benefici ai lavoratori e alla loro comunità. Se al netto degli sforzi per riparare agli abusi il committente è costretto a cessare la fornitura, i marchi e i distributori dovrebbero adottare un piano di eliminazione graduale per garantire che i lavoratori, indipendentemente il loro stato di occupazione formale, ricevano i salari e i benefici a cui hanno diritto.

Ambito di applicazione

Tale legislazione dovrebbe applicarsi a tutte le imprese,, incluse le imprese medio-piccole che operano in settori ad alto rischio (come quello tessile), fondazioni aziendali e le società di revisione e di certificazione. Gli obblighi di due diligence dovrebbero estendersi all’intera filiera, perché più si scende nella catena di produzione e più aumentano gli abusi (in altre parole: il vecchio adagio “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” è purtroppo vero: ma proprio perché è vecchio, va riformato).

Sanzioni effettive

La direttiva dovrebbe garantire l'applicazione della due diligence obbligatoria attraverso una combinazione efficace di misure, quali sanzioni civili e penali adeguate, competenze e risorse ad organismi nazionali designati, la collaborazione tra autorità preposte all'applicazione e riconoscendo ai terzi la legittimazione attiva ad avviare procedimenti.

Estensione e oggetto della due diligence

La direttiva dovrebbe imporre obblighi di pubblicazione e trasparenza della catena del valore e che la divulgazione di informazioni sulla filiera non sia limitata ai fornitori più vicini o agli attori di primo livello, ma si estenda all'intera catena del valore inclusi i lavoratori a domicilio (a meno che ciò non possa mettere in pericolo la loro sicurezza), i lavoratori a contratto, lavoratori occasionali pagati a cottimo, i lavoratori migranti. I marchi sono già consapevoli delle forme di lavoro indecenti che compongono le filiere tessili: è giunto il momento che lo ammettano pubblicamente. 

La legislazione UE dovrebbe riconoscere e affrontare il fatto che le pratiche di acquisto delle imprese hanno un impatto diretto sui diritti umani. Prendere in considerazione le pratiche di acquisto permetterebbe anche la condivisione dei costi legati alla sicurezza degli edifici lungo la catena del valore invece di spingerli verso le fabbriche e i livelli inferiori della catena.  

Gli audit sociali non dovrebbero essere incoraggiati o riconosciuti dalla legislazione come prova di avere effettuato due diligence, poiché essi sono profondamente imperfetti e legati a molti casi di abusi aziendali e di ridefinizione del significato dei diritti umani allo scopo di dimostrare la conformità anche quando questa è palesemente carente.

Obblighi di rendicontazione e trasparenza

Le aziende dovrebbero essere obbligate a offrire formazione ai fornitori sui loro obblighi in materia di diritti umani e a tutti i lavoratori sui loro diritti lavorativi, sul processo di due diligence e sui meccanismi di reclamo messi a loro disposizione. Ciò è fondamentale, perché l’accesso alle informazioni è il primo strumento di difesa di cui possono avvalersi sia i lavoratori e gli attivisti.

Con riferimento a quest’ultimo punto, infatti, è necessario che le informazioni raccolte durante il processo di due diligence siano rese pubbliche dalle aziende in totale trasparenza, sia per garantire l’accesso alle informazioni, sia per garantire il controllo sociale delle filiere, riparare gli abusi in corso e prevenirne di ulteriori. Alcune aziende pubblicano già le informazioni in modo volontario: con la conclusione che ciò è effettivamente praticabile, ma se fatto in modo volontario non è sufficiente e si risolve in un esercizio di stile, non permettendo di utilizzare tali informazioni. 

Accesso alla giustizia e diritto di difesa e tutela delle vittime di abusi

L'accesso alla giustizia nell'UE per i titolari di diritti che si trovano in paesi terzi dovrebbe essere facilitato attraverso l'estensione dei termini di prescrizione e attraverso l'applicazione del principio giurisprudenziale della parità di accesso alla giustizia, obbligando le imprese a rivelare tutte le prove in loro possesso relative alla presunta violazione. Le responsabilità devono essere sia civili che penali, e l'una non deve escludere l'altra. 

Le forme chiave di rimedio in sede civile includono: risarcimento, eliminazione dei rischi per la sicurezza, reintegrazione di sindacalisti/e, copertura della sicurezza sociale, pagamento dei salari arretrati e delle indennità di licenziamento, cessazione degli straordinari forzati e/o non pagati, la concessione di maternità e di malattia e il licenziamento dei supervisori che molestano le lavoratrici.

Con riferimento all'esecuzione penale, il foro competente dovrebbe essere quello dello Stato in cui la società è registrata, ha la sua sede principale di attività, o ha situato la sua sede amministrativa centrale. 

Criteri sociali negli appalti pubblici

Vogliamo che il settore pubblico, e cioè i committenti e le stazioni appaltanti pubblici di qualsiasi livello, siano i primi ad esigere che le proprie forniture non vengano rese creando impatti negativi sulla società che loro stessi amministrano, in altre parole di cui sono chiamati a prendersi cura. 

E’ opportuno creare incentivi positivi per le aziende ad implementare la due diligence sui diritti umani premiando la conformità (e penalizzando la non conformità), in particolare quando le autorità pubbliche contrattano beni e servizi da aziende attraverso gli appalti pubblici. In questo senso, la formazione di piani nazionali di reazione alla crisi economica causata dalla pandemia di coronavirus (quello che in Italia è il PNRR) è un’occasione che non dovrebbe cadere nel vuoto. 

Come cambierebbero le condizioni delle filiere e i comportamenti aziendali 

La Commissione europea dovrebbe pubblicare una bozza di direttiva nel mese di giugno. Ci auguriamo che essa sia all’altezza delle sue ambizioni. Se così fosse sarebbe davvero l’occasione perché i marchi e i distributori tessili smettano di prendere a pretesto la mancanza di regolamentazione o la mancanza di applicazione delle leggi e dei regolamenti sul lavoro nei paesi fornitori come scusa per le violazioni dei diritti umani nelle loro catene di valore. Non potrebbero più minacciare di spostare la loro produzione in altri paesi se i governi o i sindacati segnalano l'intenzione di aumentare i salari minimi o rafforzare la tutela dei diritti del lavoro. 

I marchi e i distributori potrebbero, invece, colmare le lacune nella protezione dei diritti umani esistenti negli stati di produzione concludendo accordi vincolanti di filiera, applicabili all’intera catena del valore su questioni fondamentali come i salari, la violenza di genere, la libertà di associazione, salute e sicurezza, e che affidano ad organizzazioni indipendenti la verifica del rispetto degli accordi e la gestione di reclami e rimedi. Questi accordi sono particolarmente importanti ed efficaci perché non va dimenticato che solo gli sforzi collettivi, anche da parte degli stessi marchi, possono cambiare davvero le cose. Se un fornitore ha più clienti, sono tutti quei clienti che, insieme, devono chiedergli, e dunque devono permettergli, di cambiare le sue pratiche

I processi di human rights due diligence sarebbero incorporati in ogni decisione aziendale, come un dovere continuo in capo a tutti dipartimenti rilevanti, soprattutto gli acquisti. I dipartimenti devono essere dotati di sufficienti risorse umane e finanziarie, e del potere esecutivo per garantire che le pratiche di acquisto siano coerenti con il piano di due diligence e con un trattamento dignitoso dei propri fornitori e dei lavoratori e delle lavoratrici delle proprie filiere.

Conclusioni

Non basta certamente una legge dell’Unione europea a cambiare il mondo. Ma innanzitutto è un passo importante, perché la forza del mercato dell’UE potrebbe avere un effetto domino positivo su altre giurisdizioni e altri mercati. 

E’ giunto il momento che il legislatore, dovunque esso sia, si renda conto che per troppo tempo ha permesso agli attori economici di approfittare dell’assenza di obblighi, dei vuoti di tutela e delle mancanze del settore pubblico per privatizzare i profitti ed esternalizzare le perdite e i costi sociali. E’ giunto il momento di pretendere, da parte delle aziende, l’assunzione di responsabilità degli impatti sulle proprie filiere, ed invocare, non proclamare, un effettivo invito all’azione. La pandemia di coronavirus ha reso palese quanto siamo interdipendenti gli uni dagli altri, come individui, come attori economici, come stati sovrani. Rendiamo questa interdipendenza un valore e non una malattia. La direttiva sulla human rights and environmental due diligence ha questo potenzial

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Il position paper integrale della CCC sulla human rights due diligence, Fashioning justice, è disponibile qui.


OVS si impegna a lasciare la regione uigura. Ora gli altri marchi italiani facciano altrettanto

Grazie all’intensa campagna di pressione End Uyghur Forced Labour, lanciata nel luglio del 2020 e condotta da oltre 300 organizzazioni nel mondo tra cui la Campagna Abiti Puliti, OVS, noto marchio italiano della moda internazionale, ha finalmente sottoscritto l’impegno pubblico a dismettere gli approvvigionamenti dallo Xinjang e uscire dalla regione uigura.

OVS ci ha comunicato di non avere fornitori in quella zona, considerando che il cotone da loro utilizzato, prevalentemente organico, proviene da altri paesi o dalla Better Cotton Initiative, che ha sospeso da tempo tutte le licenze ai coltivatori dello Xinjiang.

È un passo significativo per i diritti del popolo uiguro: da 1 a 3 milioni di persone internate dal governo cinese in campi di lavoro forzato in cui si stima venga prodotto circa un quinto del cotone utilizzato dai marchi della moda su scala mondiale. Indottrinamento, rieducazione, torture, violenze, sterilizzazione forzata e vera e propria schiavitù sono alcune delle pratiche utilizzate per opprimere la popolazione uigura e sfruttarla illecitamente come forza lavoro gratuita alla raccolta del cotone e alla produzione di abbigliamento di cui si avvalgono i marchi internazionali.

Da mesi ormai le organizzazioni di difesa dei diritti umani chiedono alle aziende di assumersi pubblicamente l’impegno di disinvestire dalla regione autonoma uigura dello Xinjiang. Diversi governi del G7 (fra cui il Canada e gli Stati Uniti) hanno condannato la politica cinese nella regione e anche il Pontefice ha espresso preoccupazione. Per la prima volta in 30 anni, il 22 marzo anche l’Unione europea ha imposto sanzioni economiche su alcuni ufficiali cinesi a causa del trattamento inumano riservato agli Uiguri. Se il mondo della politica ha fatto dei timidi passi avanti, quello dell’economia non vuole sentire ragioni: sono ancora pochi i marchi che hanno preso le distanze dalla Regione e, dal momento che la situazione degli Uiguri è ormai nota da anni, ignorarla volutamente è diventato inaccettabile. Per salvare la popolazione uigura servono condotte di impresa coerenti basate sui fatti, con posizioni nette contrarie al lavoro forzato. Marchi come Zara, Nike e Apple possono e devono agire concretamente privilegiando la vita e la dignità degli uiguri rispetto al mantenimento di produzioni provenienti da filiere alimentate da lavoro forzato. Le imprese non devono soccombere alle pressioni degli internauti cinesi che in queste ore hanno scatenato una bufera contro i marchi che avevano dichiarato il disimpegno commerciale dalla regione dello Xinjang, minacciando di boicottarli. Sul lavoro forzato non posso esserci compromessi e le imprese sono oggi chiamate a scegliere da che parte stare: i diritti umani o gli interessi commerciali.

L’84% del cotone prodotto in Cina viene dalla regione uigura, il 20% della produzione mondiale: un abito in cotone su 5 è prodotto con l’uso di lavoro forzato. Chiediamo a marchi e distributori tessili di abbandonare definitivamente la regione uigura ad ogni livello della loro catena di fornitura, dall’approvvigionamento del cotone all’importazione di prodotti finiti, ponendo fine ai rapporti con i fornitori che supportano il sistema del lavoro forzato. E’ innegabile che le imprese multinazionali abbiano un potere enorme. Ebbene, esse hanno anche la responsabilità di adottare qualsiasi misura possibile per adempiere agli obblighi di responsabilità aziendale e di rispetto dei diritti umani così come stabilito dai Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani.

Ci auguriamo che l’adesione di OVS all’impegno per lasciare la regione uigura convinca gli altri marchi che ancora non hanno fatto passi pubblici concreti a fare altrettanto. Questo primo importante risultato rinvigorisce lo sforzo della coalizione internazionale e ci motiva a continuare la pressione: il lavoro forzato è una condizione che fa orrore e che nessuno (consumatori, produttori, politici) può accettare né fingere di non vedere” ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti.

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Rana Plaza 8 anni dopo: a rischio l'Accord

Il 24 aprile di otto anni fa crollava l'edificio Rana Plaza con migliaia di persone all'interno, di cui almeno 1.134 morirono. Poiché c’è il lockdown anche in Bangladesh, abbiamo realizzato una piattaforma di commemorazione online. Su questa piattaforma sarà anche possibile chiedere direttamente e pubblicamente ai marchi di mettere il paese nelle condizioni di continuare a prevenire futuri disastri: il programma che ha reso le fabbriche più sicure dopo il crollo del Rana Plaza rischia di essere vanificato nelle prossime 6 settimane e dunque è vitale agire ora.

 
Il crollo del Rana Plaza è il peggior disastro industriale che il settore dell'abbigliamento abbia mai visto, e si poteva tranquillamente evitare. I lavoratori e le lavoratrici sono stati costretti a entrare in un edificio che sapevano non essere sicuro sotto la minaccia di perdere il loro salario. Questa settimana il nostro pensiero va a tutti coloro che hanno dovuto vivere o sono morti in questa tragedia. Per permettere di commemorare significativamente questo giorno e le persone che ne sono state colpite, anche durante un lockdown, in Bangladesh e a livello internazionale, abbiamo lanciato insieme ai sindacati del Bangladesh il sito web RanaPlazaNeverAgain.org in inglese e Bengalese. Qui ognuno può lasciare un messaggio di commemorazione.

La piattaforma commemorativa permette anche di inviare messaggi direttamente ai marchi che producono in Bangladesh e che stanno per far saltare il “Bangladesh Accord”, un programma che è stato certamente efficace nel rendere le fabbriche più sicure per oltre 2 milioni di lavoratori e lavoratrici nel corso degli ultimi otto anni. L'Accord, che favorisce la sicurezza degli edifici in Bangladesh e misure antincendio, è stato ideato settimane dopo il crollo come un programma di sicurezza vincolante, sulla base della constatazione che i programmi volontari non erano riusciti a prevenire questa tragedia. Il Bangladesh Accord è stato firmato da oltre 200 marchi e ha reso più sicure oltre 1.600 fabbriche in tutto il paese. La natura vincolante dell’Accordo, cruciale per il suo successo, scadrà il 31 maggio. Nessun marchio o distributore attualmente membro dell'Accordo si è impegnato a firmare un nuovo programma altrettanto legalmente vincolante. Al contrario, i marchi stanno proponendo versioni del programma annacquate e indebolite, e ciò rende estremamente probabile che la sicurezza sul posto di lavoro in Bangladesh torni ai livelli precedenti al crollo del Rana Plaza.

Kalpona Akter, presidente della Bangladesh Garment and Industrial Workers Federation ha dichiarato: "Rana Plaza non è stato un incidente: è stato un omicidio. Questo disastro era del tutto evitabile e non sarebbe accaduto se ci fossero state misure di sicurezza adeguate, un monitoraggio efficiente delle condizioni di lavoro e l’ascolto dei lavoratori stessi. Il Bangladesh Accord ha introdotto e implementato tali misure di sicurezza negli ultimi otto anni. Se vogliamo prevenire un altro Rana Plaza e promuovere cambiamenti positivi, allora abbiamo bisogno di un nuovo accordo che sia firmato da tutti i marchi che producono in Bangladesh".

Abbiamo contattato Benetton, OVS e Artsana, i marchi italiani firmatari del Bangladesh Accord in scadenza, per chiedere di rinnovare l’impegno per garantire la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori nelle fabbriche dei loro fornitori, in Bangladesh e negli altri paesi a rischio” dichiara Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti, coalizione italiana della Clean Clothes Campaign. “Ci aspettiamo che le imprese italiane non facciano marcia indietro e anzi si adoperino per garantire continuità al programma e proteggere i fondamentali progressi sulla sicurezza raggiunti in questi anni per almeno 2 milioni di lavoratrici e lavoratori. Senza un nuovo accordo vincolante il rischio di tornare alle condizioni che hanno causato il crollo del Rana Plaza è davvero alto” conclude Lucchetti.

I sindacati e le organizzazioni per i diritti dei lavoratori in Bangladesh e a livello globale pretendono un accordo internazionale vincolante sulla sicurezza nelle fabbriche. Solo un accordo siffatto può assicurare che il lavoro in corso in Bangladesh non vada perso e continui anzi ad impegnare i brand, anche con responsabilità legali da far valere in tribunale.

Un rinnovato accordo internazionale vincolante sulla sicurezza in Bangladesh avrebbe anche l’effetto di condizionare altri paesi con fabbriche di abbigliamento notoriamente insicure, come ad esempio il Pakistan, a fare altrettanto. I recenti incidenti in Marocco e in Egitto dimostrano che nell’industria tessile sono ancora troppe le fabbriche insicure e che i programmi volontari dei marchi non sono in grado di garantire la sicurezza dei lavoratori.

La Campagna Abiti Puliti ha scritto ai sottosegretari dei Ministeri dello Sviluppo Economico (on. Anna Ascani), Affari Esteri e Cooperazione Internazionale (on. Manlio Di Stefano), Lavoro e Politiche Sociali (sen. Rossella Accoto), nonché ai Presidenti delle Commissioni Attività Produttive e Affari Esteri di entrambe le Camere (on. Pietro Fassino, sen. Gianni Girotto, sen. Vito Petrocelli, on. Martina Nardi) oltre che al Punto di Contatto Nazionale dell’OCSE presso il MISE per rendere nota la situazione e chiedere che si uniscano con convinzione alla richiesta della Campagna ai marchi tessili, anche italiani, di rinnovare l’Accordo e non sottrarsi alle loro responsabilità. Analoghe richieste sono state inoltrate dall’ufficio europeo della Clean Clothes Campaign ai rappresentanti istituzionali dell’Unione, inclusi molti italiani.


Le scarpe made in Italy affondano il tacco nel traffico illecito di fanghi inquinanti

La produzione del cuoio made in Italy è uno dei settori di punta del sistema moda: senza il cuoio non si potrebbero fare le scarpe italiane vendute in tutto il mondo (o le cinture, le borse, le giacche…).

La lavorazione del cuoio richiede un processo industriale dall'altissimo impatto ambientale: si utilizza un enorme quantità di acqua che viene poi rilasciata nei depuratori carica di sostanze tossiche. Il distretto della concia di Santa Croce, oltre agli altri prodotti della pelle, fornisce tutto (o quasi) il cuoio per suole prodotto in Italia. Qui ogni anno vengono utilizzati 6 milioni di metri cubi d'acqua per il processo di concia.

Buona parte di queste acque sono gestite dal Consorzio Aquarno, emanazione delle aziende conciarie, oggi al centro di una indagine della DDA di Firenze. Gli investigatori sostengono che il Consorzio pagava politici per evitare l'obbligo di sottoporsi ai controlli ambientali e che i vertici dell'Associazione Conciatori di Santa Croce avrebbero sostenuto da anni un sistema di smaltimento illegale dei residui inquinanti che prevedeva il loro utilizzo come materiale per i cantieri stradali, attraverso imprese gestite da clan della 'ndrangheta.

Nel 2015 il Centro Nuovo Modello di Sviluppo con la Campagna Abiti Puliti ha pubblicato un rapporto sull'industria della concia nel distretto di Santa Croce dal titolo "Una dura storia di cuoio", in cui portavamo alla luce i dati sull'impatto ambientale del settore. In particolare denunciavamo l'opacità delle informazioni fornite dai soggetti responsabili dello smaltimento dei rifiuti: «le autorità pubbliche - scrivevamo allora - si sono mostrate poco collaborative come se la gestione dei rifiuti fosse un fatto privato che possono gestire nel segreto delle stanze».

Negli anni scorsi non sono mancati episodi di illeciti legati allo scarico abusivo dei prodotti inquinanti della concia. Nel maggio 2018 un'altra indagine della stessa DDA aveva svelato l'esistenza di rapporti di affari illeciti tra clan camorristici e imprenditori del settore del cuoio, per riciclare il denaro sporco.

Sotto il mondo scintillante del lusso e delle scarpe di cuoio si nascondono traffici criminali, corruzione e l'inquinamento illegale del territorio, oltre allo sfruttamento dei lavoratori, soprattutto immigrati.

Una nota ancora dolente da ricordare e che oggi risuona oltremodo profetica: quando quel rapporto fu pubblicato, gli estensori subirono una campagna di pressione senza precedenti da parte del finanziatore (Commissione Europea) perché esso fosse ritirato dalla circolazione a causa di presunte e mai dimostrate inesattezze e falsità denunciate dalle associazioni industriali dei conciatori italiana ed europee.

Quel rapporto accurato e basato su evidenze pubbliche non è mai stato rimosso ma anzi ripubblicato, rinunciando al finanziamento europeo, con una prefazione che dettaglia quella triste e durissima storia di pressione e pericolosa interferenza delle lobby industriali nella vita democratica delle istituzioni europee.

Oggi più che mai vale la pena rileggerlo. Seppure datato, quel rapporto conserva la freschezza di un quadro attualissimo e fosco. La Campagna Abiti Puliti esprime massima solidarietà ai lavoratori e alle lavoratrici del distretto conciario, auspicando legalità e tutela dei loro diritti.

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Made-in-Italy shoes industry sinks its heels into illicit trafficking of polluting sludge

Italian leather production is among one of the fashion system production leading sectors: without leather, it would not be possible to make the Italian shoes sold all over the world (but also belts, bags, jackets...).

Processing leather requires an industrial process with a very high environmental impact: a huge amount of water is used, which is then released into purification plants laden with toxic substances. The Santa Croce tanning district, in addition to other leather products, supplies all (or almost all) of the sole leather produced in Italy. Here, 6 million cubic metres of water are used each year for the tanning process.

Much of this water is managed by the Aquarno Consortium, an offshoot of the tanning companies, which is now the focus of an investigation by the anti-mafia prosecution office in Florence. The investigators claim that the Consortium paid politicians to avoid the obligation to undergo environmental controls and that the top management of the Santa Croce Tanners' Association has been supporting for years an illegal disposal system of polluting residues that involved their use as material for road construction sites, through companies managed by organised crime/mafia clans.

In 2015, the Centro Nuovo Modello di Sviluppo with the Campagna Abiti Puliti published a report on the tanning industry in the Santa Croce district entitled "Una dura storia di cuoio", in which we brought to light data on the environmental impact of the sector. In particular, we denounced the opacity of the information provided by those responsible for waste disposal: 'the public authorities,' we wrote at the time, 'have been uncooperative, as if waste management were a private matter that they could manage in the secrecy of their rooms'.

The glittering world of luxury and leather shoes conceals criminal trafficking, corruption and illegal land pollution, as well as the exploitation of workers, especially immigrants.

This is one more painful note to bear in mind, and one that sounds extremely prophetic today: when that report was published, the authors were subjected to an unprecedented pressure campaign carried out by the funder (the European Commission) to withdraw it from circulation because of alleged and never proven inaccuracies and falsehoods denounced by the Italian and European tanners' industrial associations.

That accurate and evidence-based report has never been removed but rather republished, renouncing to those European funding, with a preface detailing that sad and very harsh history of pressure and dangerous interference of industrial lobbies in the democratic life of European institutions.

Today, more than ever, it is worth re-reading it. Although dated, that report retains the freshness of a very current and gloomy picture. The Campagna Abiti Puliti expresses its utmost solidarity with the workers in the tanning district, calling for legality and protection of their rights.


I marchi e i produttori di abbigliamento non possono rimanere in silenzio sulle atrocità del Myanmar


Il network globale della Clean Clothes Campaign condanna fermamente il comportamento silente dei marchi di abbigliamento, tra cui Aldi North, Lindex e Marks & Spencer, sulle atrocità commesse dai militari in Myanmar in seguito al colpo di stato militare intervenuto all'inizio di febbraio. Marchi come H&M, Next, C&A, Primark e Benetton hanno sospeso le forniture, ma ciò non elimina la loro responsabilità nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici con riferimento al pagamento dei salari e delle liquidazioni a loro spettanti.

I lavoratori e le lavoratrici tessili hanno giocato un ruolo chiave nelle proteste in corso a favore della democrazia, combattendo per i loro diritti e libertà e correndo rischi in prima persona. La repressione violenta dell'esercito prende di mira chi partecipa al movimento di disobbedienza civile: negli ultimi due mesi, i militari hanno ucciso più di 500 persone.

All'inizio di marzo, la CCC ha invitato i marchi di abbigliamento che si riforniscono dal Myanmar a prendere una serie di misure concrete per proteggere i diritti e la sicurezza dei lavoratori dell'abbigliamento. Per anni i marchi che si riforniscono dal Myanmar hanno sfruttato le deboli leggi sul lavoro e la miseria delle retribuzioni per fare profitti e guadagni. Ora, in questo momento di crisi, non possono negare sostegno attivo ai lavoratori.

Fra i marchi che non hanno fornito risposte pubbliche alla devastante situazione in Myanmar vi sono Aldi North, Lindex e Marks & Spencer. È vergognoso che i marchi tessili non diano la priorità alla protezione dei diritti umani e delle vite, specialmente in considerazione dell'urgenza di tale situazione.

H&M, Next, C&A, Primark, Benetton e tutti i marchi con filiere in Myanmar devono agire proattivamente per garantire i salari e il sostentamento delle persone che producono i loro vestiti in questo momento di crisi. È fondamentale che i marchi facciano pressione sui militari attraverso dichiarazioni pubbliche, ammettendo che il ritiro degli ordini dai loro fornitori è un risultato diretto del colpo di stato militare e dell'attacco alla democrazia e ai diritti umani, e non dovuto a questioni logistiche.

Chiediamo a tutti i marchi, distributori e produttori attivi in Myanmar di prendere misure immediate per proteggere i lavoratori dell'abbigliamento. Hanno la responsabilità di assicurare ai lavoratori il pagamento dei loro salari o, in caso di perdita del lavoro o di chiusura della fabbrica, dell'intera liquidazione loro dovuta. Non solo, i marchi devono anche assicurarsi presso i fornitori che i lavoratori non debbano affrontare misure punitive per aver saltato il lavoro, indipendentemente dal fatto che si siano uniti alle proteste, che non siano in grado di andare al lavoro o che siano tornati ai loro villaggi in quanto legittimamente preoccupati per la loro sicurezza.

Il numero di morti per mano dei militari aumenta ogni giorno. I marchi non possono più rimanere in silenzio.


(2021) REPORT: Come calcolare l'Europe Floor Wage

La Clean Clothes Campaign compie un altro passo avanti nella lotta per migliorare le condizioni di lavoro e sostenere i lavoratori e le lavoratrici tessili nella rivendicazione di salari dignitosi. Grazie a una ricerca durata 6 anni e supportata dalla consulenza di vari esperti del network e di altre reti e organizzazioni, tra cui l'Asia Floor Wage Alliance, nasce l'Europe Floor Wage: una proposta e un metodo per calcolare un salario dignitoso transfrontaliero applicabile ai diversi Paesi dell'Europa centrale, orientale e sud-orientale.

Scarica il report


“Ci sono giorni che non abbiamo nulla da mangiare”

Una lavoratrice ucraina. 

In quest’area, solo nell'industria dell'abbigliamento, lavorano più di 2,3 milioni di persone, prevalentemente donne, con salari netti minimi legali inferiori alle soglie di povertà definite dall'Unione Europea. Marchi e distributori della moda, che continuano a realizzare ingenti profitti, anche durante la pandemia, usano la minaccia della delocalizzazione per beneficiare della concorrenza internazionale tra Paesi e regioni. In questo modo aumentano la propria capacità di comprimere i costi, indebolendo il potere contrattuale di lavoratori e sindacati.

Nonostante il salario dignitoso sia un diritto umano riconosciuto dal diritto internazionale e dall'Unione Europea, gli stipendi minimi sono così bassi che le persone, pur lavorando, sono costrette in condizioni di povertà. 

In risposta a questa situazione inaccettabile, la Clean Clothes Campaign ha sviluppato l'Europe Floor Wage, un benchmark transfrontaliero dei salari basato sul della vita in 15 Paesi europei di produzione di abbigliamento, di cui 7 membri dell'Unione Europea. È uno strumento concreto per mostrare a marchi e governi quale sia il salario necessario per vivere dignitosamente, utile alle organizzazioni del lavoro e ai sindacati per rafforzare il loro potere contrattuale. Secondo i calcoli elaborati, mediamente, i salari minimi legali dei vari Paesi analizzati equivalgono a ¼ del livello considerato dignitoso.

Le norme internazionali stabilite dalle Nazioni Unite riportano: "I salari e le prestazioni pagate per una settimana lavorativa standard dovrebbero soddisfare almeno gli standard salariali minimi legali o del settore e essere sempre sufficienti a soddisfare le esigenze di base dei lavoratori e delle loro famiglie oltre a fornire un reddito discrezionale."

Questo significa che un salario dignitoso dovrebbe:

  • essere pagato a tutti i lavoratori, pertanto un salario minimo inferiore sarebbe illegale
  • essere guadagnato in una settimana lavorativa standard, non superiore a 48 ore
  • essere un salario di base: al netto di prestazioni, bonus e straordinari
  • coprire le esigenze di base della lavoratrice e della sua famiglia
  • fornire un reddito discrezionale pari ad almeno il 10% del salario di base.




L’idea di elaborare un salario dignitoso di base parametrato al costo della vita su base transfrontaliera è nata da una rete di attivisti, accademici e sindacalisti in Asia. Da quella felice intuizione è nato l'Asia Floor Wage, un metodo di calcolo oggi ampiamente riconosciuto e fondamentale come parametro di riferimento per le lavoratrici e i lavoratori asiatici.

Ispirandosi alla metodologia dell’ Asia Floor Wage, la rete europea della Clean Clothes Campaign ha elaborato una proposta di salario per l’Europa Orientale, centrale e sudorientale. Ciò è avvenuto tramite un processo orizzontale e inclusivo durato diversi anni basato su ricerche, interviste ai lavoratori e confronto tra le diverse realtà della rete, ponendo al centro le peculiarità e le competenze dei paesi di produzione.




Avere un valore di riferimento è fondamentale per rivendicare e negoziare un salario dignitoso. Ma non basta! In un contesto globalizzato dove i marchi e i distributori determinano le condizioni salariali delle lavoratrici e dei lavoratori nelle catene globali di fornitura, è necessario adottare nuovi strumenti di contrattazione in grado di obbligare le imprese committenti a corrispondere prezzi di acquisto sufficienti a garantire salari dignitosi a tutti i lavoratori della filiera. Gli accordi salariali vincolanti sono la possibile soluzione.

I lavoratori e le lavoratrici della moda percepiscono salari miseri, sia perché i marchi committenti pagano prezzi di acquisto troppo bassi per garantire salari adeguati ma anche perché i governi dei paesi di produzione fissano salari minimi legali ad di sotto della soglia di povertà. Schiacciati da una feroce competizione internazionale che favorisce politiche di moderazione salariale, i lavoratori tessili in Europa, in maggioranza donne, sono condannanti alla povertà. La questione è di grande attualità nel dibattito politico europeo, come dimostra la recente proposta di Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa a salari minimi adeguati nell’Unione Europea



#PayYourWorkers


Una coalizione di oltre 200 organizzazioni per chiedere ai marchi e ai distributori della moda di pagare alle lavoratrici e ai lavoratori tessili quanto dovuto: rinunciando soltanto a 10 centesimi di profitto su ciascuna t-shirt venduta, aziende come Amazon, Nike e Next potrebbero permettere a queste persone di sopravvivere alla pandemia. Sul nuovo sito della coalizione, pubblicato oggi, tutte le informazioni e le richieste ai marchi.


Cosa chiediamo


La petizione


Attivati


Visita il sito

Milioni di lavoratori hanno lottato per sfamare le proprie famiglie da quando i marchi li hanno abbandonati lo scorso marzo. Le aziende hanno risposto alla crisi rifiutandosi di pagare gli ordini e utilizzando la diminuzione della domanda di abbigliamento per ottenere prezzi ancora più bassi dai fornitori. Questo ha comportato una diffusa perdita di posti di lavoro e di reddito, spingendo tante persone sempre più a fondo nella povertà e nella fame.

A un anno dall'inizio della crisi, molti marchi sono tornati a fare profitti, raggiungendo persino traguardi record, mentre i lavoratori nelle loro catene di fornitura lottavano per sopravvivere.

Next e Nike sono dei cosiddetti "Super Winners” essendosi ripresi rapidamente dalle perdite della pandemia e iniziando a realizzare nuovamente profitti. Amazon ha fatto ancora meglio e ha registrato un aumento di quasi il 200% dei profitti, salendo a ben 6,3 miliardi di dollari nel primo anno della pandemia. Queste aziende possono e devono garantire che i lavoratori non paghino il prezzo della pandemia con i loro salari di povertà.

La campagna #PayYourWorkers, che riunisce 200 sindacati e organizzazioni della società civile di 35 diversi Paesi, chiede ai marchi di fornire immediato sollievo ai lavoratori dell'abbigliamento e di sottoscrivere impegni vincolanti per riformare il loro settore in rovina.


In particolare chiediamo che aziende come Amazon, Nike e Next paghino quanto dovuto ai lavoratori durante la pandemia, rispettino il diritto di organizzarsi e i contratti collettivi, si assicurino che i lavoratori non vengano mai più lasciati senza un soldo se la loro fabbrica fallisce aderendo alla proposta di fondo negoziato di garanzia per le indennità di fine rapporto e disoccupazione.

Sophorn Yang, presidente della Cambodian Alliance of Trade Unions, ha dichiarato: "I lavoratori in Cambogia hanno perso milioni di dollari di salari durante la pandemia a causa delle azioni dei marchi. È tempo che le aziende riconoscano la posizione di potere che occupano nelle catene di fornitura di abbigliamento e calzature e si assumano la responsabilità dei salari dei lavoratori che gli garantiscono miliardi di dollari di profitti ogni anno".

PayYourWorkers.org, il sito web della campagna lanciato oggi, è disponibile in XX lingue. Tra le 200 organizzazioni aderenti troviamo le italiane NAME, NAME e NAME. Durante tutta questa settimana i sindacati e gli attivisti saranno impegnati in azioni di piazza e online per far sentire la voce dei lavoratori.

FIRMA LA PETIZIONE

Milioni di operai e operaie dell'abbigliamento nel mondo stanno perdendo il lavoro senza alcuna indennità, oppure non stanno ricevendo integralmente lo stipendio (che già è una paga da fame). La maggior parte di queste persone sono donne. La fame costringe quelle che hanno ancora un lavoro a mettere a rischio la propria vita andando a lavorare non in condizioni di sicurezza.

Con #PayYourWorkers, chiediamo a tutti i marchi che producono abbigliamento, a cominciare da H&M, Nike e Primark di:

  • Pagare ai lavoratori e alle lavoratrici delle loro filiere il salario integrale per tutta la durata della pandemia;
  • Garantire che i lavoratori e le lavoratrici non siano mai più lasciati/e in mezzo a una strada in caso di fallimento della fabbrica: lo possono fare aderendo alla proposta di fondo negoziato di garanzia per le indennità di fine rapporto; e
  • Assicurare la libertà di associazione sindacale e il diritto di contrattazione collettiva;

ATTIVATI

È passato ormai un anno da quando i marchi hanno deciso che i loro lavoratori tessili, con salari di povertà, avrebbero sopportato il peso della pandemia. Invitiamo @nike @amazon @nextofficial ad assumersi finalmente le loro responsabilità #PayYourWorkers www.payyourworkers.org


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Cosa state facendo per proteggere i lavoratori tessili dal furto di salari e dalle violazioni sindacali @nike @amazon @nextofficial? #PayYourWorkers #RespectLabourRights www.payyourworkers.org

Con tutti i profitti che @nike @amazon @nextofficial stanno realizzando, non riusciamo a capire bene cosa impedisce loro di impegnarsi per un’assicurazione salariale, garantendo che ai lavoratori sia pagato quanto dovuto? #PayYourWorkers www.payyourworkers.org


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Tragedia in Marocco: è ora che i marchi intervengano

La scorsa settimana, almeno 28 lavoratrici e lavoratori tessili sono morti a seguito di forti inondazioni in una fabbrica clandestina a Tangeri, in Marocco. I nostri pensieri vanno innanzitutto ai familiari delle vittime. Questa tragedia mostra ancora una volta l'urgente necessità di migliori condizioni di lavoro nel settore tessile marocchino, nonché di un accordo internazionale vincolante sulla sicurezza delle fabbriche, che costringa i marchi, i distributori e i proprietari ad assumersi le proprie responsabilità nella creazione di luoghi di lavoro salubri e sicuri.

Le prime notizie sull'incidente indicano che almeno 19 donne e 9 uomini di età compresa tra i 20 ei 40 anni sono morti a seguito di un cortocircuito causato dalle forti piogge nella regione, che hanno allagato molti luoghi e case a livello stradale. È stata aperta un'indagine giudiziaria per determinare le circostanze della tragedia e chiarire le responsabilità.

Condizioni di lavoro pessime in un'industria globale che impiega una forza lavoro prevalentemente femminile, dove i rapporti di lavoro precari, la mancanza di trasparenza e l'impunità continuano ad essere endemiche.

Dicono che siano fabbriche illegali, ma in realtà tutti sanno che esistono e sono aziende note. Le chiamiamo fabbriche clandestine perché non rispettano le minime condizioni di sicurezza e i diritti dei lavoratori", ha spiegato al quotidiano Ara Aboubakr Elkhamilchi, membro fondatore dell'organizzazione marocchina Attawassoul.

La necessità che marchi e distributori si impegnino in un accordo vincolante con le federazioni sindacali globali è urgente. Gli eventi meteorologici estremi, comprese le forti piogge che molto probabilmente hanno causato questo incidente, stanno già costando vite e distruggendo i mezzi di sussistenza. A causa dei cambiamenti climatici e dell'aumento delle temperature sono destinati ad aumentare. Marchi e rivenditori hanno la responsabilità di garantire un ambiente di lavoro sano e sicuro. Sebbene questa sia sempre stata una sfida, le condizioni odierne, inasprite da una pandemia globale, rendono ancora più pressante un intervento immediato per garantire salute e sicurezza dei lavoratori.

Leggi l'approfondimento completo


Controlli su misura - Lo speciale di Internazionale

Pubblichiamo l'approfondimento di Internazionale, a cura di Maria Hengeveld, su RINA, il sistema delle certificazioni e il caso Ali Enterprises. 

Quando nel 2001 Kishore Sharfudeen, un uomo cordiale con due figli originario del Tamil Nadu, nel sud dell’India, fu assunto come capo del personale dal calzificio Snqs International Socks, davanti a lui si spalancarono nuovi mondi. Otto anni come avvocato gli avevano fatto perdere ogni illusione, e il suo nuovo datore di lavoro, nella città di Coimbatore, sembrava offrirgli una vita più facile in un’azienda che forniva calze a marchi europei come Primark e H&M.

Continua a leggere


Contribuisci concretamente alla difesa dei diritti umani in Europa e nel mondo

La Commissione europea sta preparando una proposta di direttiva che imporrà alle aziende di rispettare l’ambiente e i diritti umani nel mondo. Più precisamente, la direttiva obbligherà qualsiasi azienda europea a praticare la cd. due diligence (dovuta diligenza) di ogni suo fornitore, verificando se effettivamente non sfrutti i lavoratori e le lavoratrici, paghi gli straordinari, corrisponda salari dignitosi, si preoccupi della sicurezza in fabbrica, conceda i congedi di maternità, permetta ai suoi dipendenti di unirsi in sindacati. 

Per costruire una legislazione che raggiunga davvero il proprio scopo e che sia efficace, la Commissione ha aperto una procedura di consultazione: in altre parole chiede a chiunque abbia interesse (campagne come la nostra, ma anche altre associazioni no profit, aziende, cittadini, sindacati) di fornire la propria opinione e informare in tal modo il processo di definizione della legge.

E’ un’occasione unica per partecipare attivamente al processo decisionale europeo. 

La Campagna Abiti Puliti sostiene questa iniziativa promossa da alcune ONG e sindacati europei che permette ad ogni cittadino e cittadina dell’Unione di rispondere alla consultazione, mandando un messaggio direttamente alla Commissione europea di sostegno ad una legislazione forte, che non faccia sconti alle aziende ma che anzi imponga loro di non fare profitto a danno delle persone e dell’ambiente. Basta inserire i propri dati in questo form e un messaggio di risposta alla consultazione verrà inviato direttamente alla Commissione!

Cosa vogliamo?

  1. Che tutte le imprese europee, operanti in qualsiasi parti del mondo, rispettino i diritti umani e l’ambiente
  2. Che le imprese siano responsabili dei danni che provocano all’ambiente, alle persone che lavorano per loro e alle comunità in cui operano
  3. Che le vittime di violazioni di diritti umani e ambientali abbiano degli strumenti concreti possano difendersi in tribunale e ottenere risarcimenti congrui


Partecipa ora!

Partecipando a questa iniziativa non stai firmando una petizione: stai scrivendo direttamente alla Commissione Europea!


Facciamoci sentire, facciamo capire alla Commissione europea che vogliamo un mondo in cui non si possa fare soldi abusando delle persone e rovinando il nostro pianeta. Un mondo in cui il benessere delle persone e dell’ambiente venga prima della distribuzione degli utili aziendali. Un mondo a misura di essere umano, non di consiglio di amministrazione!

La Campagna Abiti Puliti seguirà da vicino il processo di formazione di questa direttiva. Ti terremo aggiornato/a su ogni sviluppo!

 


1 lavoratrice su 10 vittima di violenze. La ratifica della C190 finalmente una buona notizia

L’Italia ratificherà la Convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro n. 190 sull'eliminazione della violenza e delle molestie sul luogo di lavoro, adottata dall’OIL il 21 giugno 2019. Ieri martedì 12 gennaio, infatti, il Senato della Repubblica ha approvato all’unanimità l’autorizzazione alla ratifica. Il processo è partito dalla Camera dei Deputati e in particolare dalla proposta di legge dell’On. Laura Boldrini (PD) - approvata dalla Camera, anche qui all'unanimità, il 23 settembre 2020 - la quale, nella sua relazione, ha menzionato la particolare vulnerabilità delle donne lavoratrici del settore dell’abbigliamento. Anche il relatore del disegno di legge al Senato, l’On. Alberto Airola (M5S), ha fatto specifico riferimento alle lavoratrici del settore tessile.

L’Italia è il primo paese europeo che ratificherà questa convenzione e come Campagna Abiti Puliti non possiamo che esprimere la nostra soddisfazione. Una straordinaria opportunità che riporta al centro del dibattito l’urgenza di norme, controllo pubblico e sistemi rimediali efficaci  in grado di proteggere le persone più vulnerabili nei luoghi di lavoro” ha dichiarato la portavoce della campagna Deborah Lucchetti.

La Convenzione 190 rappresenta infatti, almeno in potenza, un passo avanti nel contrasto alle violenze e molestie sul luogo di lavoro. Essa fornisce una definizione ampia di violenza e molestia - definendole ogni comportamento suscettibile di causare un danno fisico, psicologico e economico - e riconosce tali comportamenti come violazione di diritti umani. Inoltre, fa esplicito riferimento alle violenze e molestie fondate sul genere, riconoscendo dunque che le donne sono particolarmente esposte a violenza e molestie sul lavoro sia fisica che economica. La Convenzione si applica sia al settore pubblico che al settore privato, e include fra i soggetti meritevoli di tutela anche quelli in posizioni lavorative più vulnerabili quali tirocinanti, volontari e persone licenziate. È la prima volta che si ha una definizione concordata a livello internazionale di violenza e molestie sul lavoro e molto ampia, poiché comprende anche le molestie e violenze che possono accadere in viaggi, trasferte, eventi di lavoro (quindi al di fuori dell’orario di lavoro, ma collegate all’ambito lavorativo), e anche per via telematica, aspetto quest’ultimo non di secondaria importanza al giorno d’oggi, data la necessità per molte persone di lavorare in smart working. L’Italia dovrà ora recepire la Convenzione con una nuova legge che tenga conto di tutto ciò, e avrà l’obbligo di fornire adeguato accesso alla giustizia per le vittime di violenza o molestie sul luogo di lavoro, incluso il rafforzamento del ruolo degli Ispettorati del lavoro.

 

Questa legge sarà di importanza fondamentale per le lavoratrici del nostro paese, se consideriamo che - in base agli ultimi dati disponibili, Istat 2016 - 1 milione e 400 mila donne hanno subito molestie sul luogo di lavoro: praticamente una lavoratrice su 10. Nell’81% dei casi, queste lavoratrici non hanno denunciato, perché non vi erano strumenti adeguati per poterlo fare. 

Non solo in Italia ma in tutto il mondo, e in particolare nei paesi di produzione tessile, le donne lavoratrici sono esposte a violenza fisica ed economica, come documentato nel paper della Campagna Abiti Puliti sulla violenza lavorativa di genere pubblicato lo scorso 25 novembre. La Campagna Abiti Puliti sta conducendo da mesi una campagna internazionale che chiede a tutti gli stati, soprattutto quelli la cui economia si basa in gran parte sulla produzione tessile e quindi sul lavoro delle donne, di ratificare la Convenzione 190.


RINA ha scelto ancora di ignorare le vittime della Ali Enterprises

La società di auditing italiana RINA Services S.p.A. si è rifiutata di assumersi le sue responsabilità per aver certificato come sicura una fabbrica di abbigliamento a Karachi (Pakistan) in cui, un mese dopo la certificazione, sono morte oltre 250 persone. I sopravvissuti pakistani, le famiglie dei deceduti e le organizzazioni per i diritti dei lavoratori insieme ad alleati europei avevano presentato istanza al Punto di Contatto Nazionale (PCN) dell'OCSE in Italia nel Settembre 2018. Dopo mesi di mediazione, quando ormai si era arrivati a un passo dalla chiusura, almeno storica, di questa drammatica vicenda, RINA ha deciso di non firmare l'accordo che avrebbe garantito un sollievo economico alle famiglie colpite e obbligato l’azienda a migliorare le proprie pratiche di certificazione.

L'11 settembre 2012 un incendio ha travolto lo stabilimento Ali Enterprises. Solo tre settimane prima RINA aveva certificato l’azienda conforme alla norma SA8000, uno standard internazionale stabilito da Social Accountability International. L'auditor aveva trascurato una serie di obblighi di sicurezza, come la necessità di avere un sistema di allarme antincendio funzionante o uscite di emergenza sufficienti ed efficaci. Successivamente sono venute a galla una serie di altre violazioni dei diritti dei lavoratori ignorate dall'auditor.

Sebbene RINA abbia certificato la fabbrica come sicura, in realtà è stata una trappola mortale che è costata la vita a mio figlio e ad altre 250 persone", ha dichiarato Saeeda Khatoon, presidente dell'Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association (AEFFAA). “Come familiari delle vittime e sopravvissuti chiediamo giustizia e responsabilità. Siamo molto delusi dal rifiuto di RINA di firmare l'accordo."


Scrivi a RINA e chiedi spiegazioni

Come impresa situata in un Paese membro dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), RINA deve attenersi alle Linee guida per le imprese multinazionali. In risposta alla nostra istanza di giustizia, RINA ha respinto ogni responsabilità e ha affermato di aver debitamente verificato l'edificio secondo le norme. Ha sostenuto di non essere in grado di risolvere da sola i problemi del settore dell'auditing e ha ritenuto che la mediazione presso il Punto Nazionale di Contatto non fosse la strada giusta per fornire un risarcimento alle famiglie colpite. Il PCN ha tuttavia riconosciuto il merito della denuncia e ha organizzato il processo di mediazione dando incarico ad un’esperto esterno alla struttura del Mise che gestisce e ‘ospita’ il PCN stesso.

Come punto di compromesso di un lungo processo di mediazione, il PCN ha proposto innanzitutto che RINA si impegnasse a pagare 400.000 dollari alle persone colpite dall'incendio e che un rappresentante dell'azienda incontrasse le famiglie per esprimere la propria solidarietà. In secondo luogo, ha suggerito all’azienda di promuovere un miglioramento dei sistemi di certificazione globali, includendo ad esempio le pratiche di acquisto dei marchi committenti nei processi di audit, oltre a migliorare le sue pratiche di due diligence. Ciò includerebbe trasparenza sulle politiche in materia di gestione del rischio, corruzione e conflitto di interessi.

Ritenendolo un compromesso accettabile - anche se non avrebbe reso piena giustizia alle famiglie colpite – le organizzazioni titolari dell’istanza (associazioni vittime, sindacati) hanno firmato l'accordo nel marzo 2020. RINA, invece, ha improvvisamente ritirato il suo impegno nel processo e si è rifiutata di firmare prima della scadenza, considerando il contributo economico alle famiglie come il più grande ostacolo. Nella sua dichiarazione finale il PCN raccomanda a RINA di compiere comunque un "gesto umanitario" per le famiglie attraverso l’erogazione di un sostegno economico ed esprimendo cordoglio di persona.

"Il comportamento di RINA mostra chiaramente la necessità di regole obbligatorie per le aziende di condurre due diligence sui diritti umani che possano essere imposte anche attraverso i tribunali", ha affermato Miriam Saage-Maaß, responsabile  del Programma per le imprese e i diritti umani presso l’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR).

L’incendio della Ali Enterprises è un esempio eclatante del fallimento delle società di auditing nel condurre il proprio lavoro nell'interesse dei lavoratori: i problemi nel settore sono endemici e strutturali. Un articolo investigativo (link) sulle strategie commerciali di RINA pubblicato all'inizio di quest'anno ha mostrato come l’azienda abbia costantemente e strutturalmente ricavato profitti sulla pelle delle persone, nonostante il loro obiettivo dichiarato sia di migliorare le condizioni di lavoro nell'industria dell'abbigliamento. Serve una modifica radicale di tutto il sistema per ottenere miglioramenti significativi e concreti, a partire dalla trasparenza fino alla responsabilità legale delle società di auditing per le loro ispezioni. 

"Incentivi perversi, mancanza di tempo e assenza di un effettivo coinvolgimento e informazione dei lavoratori creano un sistema che protegge l’immagine delle aziende piuttosto che i lavoratori", ha affermato Deborah Lucchetti, coordinatrice  della Campagna Italiana Abiti Puliti. "Gli Stati inoltre dovrebbero rafforzare gli ispettorati del lavoro per garantire il rispetto delle normative, ripristinando il primato del controllo pubblico invece di una pericolosa deriva verso la sua privatizzazione".

"A parte l’amarezza per un nulla di fatto dopo mesi di lavoro, e per non essere riusciti ad aiutare i familiari delle vittime e tutti i soggetti coinvolti a mettere almeno la parola fine a questa storia terribile -afferma Alessandro Mostaccio Segretario generale del Movimento Consumatori copresentatore dell’istanza al PCN - rimane la nostra disponibilità nel rispettare e perseguire le raccomandazioni ricevute dal PCN e la nostra determinazione a spingere in tutti i modi perché Rina abbia ‘cuore’ di aumentare i propri standard di due diligence

Leggi la dichirazione finale del PCN


Fermiamo il genocidio del popolo uiguro. Zara interrompa lo sfruttamento di lavoro forzato

In questi giorni di avvio dello shopping natalizio, in tutto il mondo gruppi di attivisti e organizzazioni schierate in difesa dei diritti dei lavoratori stanno protestando per richiamare l’attenzione sul genocidio della popolazione Uigura nella regione dello Xuar/Xinjiang ad opera del governo cinese e sulla connivenza delle aziende della moda che utilizzano cotone proveniente da questa regione. In particolare la campagna è rivolta a Zara, noto marchio di punta del colosso della moda Inditex, ma l’azione di protesta ha lo scopo di denunciare tutta quella parte del settore che trae profitto dal lavoro forzato della regione uigura. E’ stato calcolato che circa 1 indumento di cotone su 5 venduti a livello globale contiene prodotti provenienti da quest’area.

La situazione di grave violazione dei diritti delle popolazioni musulmane nella Cina nord occidentale è purtroppo in corso da diversi anni, come richiamato già nel 2018 dalle Nazioni Unite e dall’Alto Rappresentante della Commissione europea per gli affari internazionali Federica Mogherini.

Nel corso degli anni il governo cinese ha concentrato da 1 a 3 milioni di uiguri e altri turco-musulmani nei campi di lavoro forzato, la più grande sepoltura di una minoranza etnica e religiosa dalla seconda guerra mondiale. Non si tratta “solo” di rieducazione forzata e indottrinamento: è noto e provato che la popolazione turcofona degli Uiguri viene da anni sottoposta a torture, detenzione forzata in campi di concentramento, trasferimenti forzati, lavoro forzato nell’agricoltura, sterilizzazione forzata per le donne Uigure. Si stima che almeno dal 2017 quasi due milioni di Uiguri sono stati sottoposti a trasferimenti obbligatori e rinchiusi in veri e propri campi di lavoro. 

L’elemento centrale della strategia del governo per dominare questo popolo è un vasto sistema di lavoro forzato, che coinvolge fabbriche e fattorie in tutta la regione e in Cina, sia all'interno che all'esterno dei campi di internamento. In altre parole il governo cinese vende lavoratori uiguri agli imprenditori cinesi.


All'inizio di novembre, l’Energy and Industrial Strategy Committee del Parlamento britannico ha tenuto un'audizione per determinare "la misura in cui le imprese del Regno Unito stiano sfruttando il lavoro forzato degli uiguri". Nella sua testimonianza, Inditex ha negato categoricamente di avere legami con l’azienda Huafu Fashion, che possiede e gestisce diverse fabbriche accusate di sfruttare il lavoro forzato, tra cui la Huafu Melange Yarn Co., Ltd.  Eppure un database pubblico dell'Institute of Public and Environmental Affairs cinese documenta tale relazione. 

Secondo il Wall Street Journal cinque società di revisione hanno inserito la regione uigura dello Xuar/Xinjiang nella lista nera delle importazioni (black list) a causa delle restrizioni governative e del clima di terrore che impedisce ai lavoratori di parlare liberamente agli ispettori senza rischiare ritorsioni. Questo significa, di fatto, che i rapporti di audit sono sostanzialmente inutili per verificare la catena di fornitura nella regione.

I consumatori dovrebbero chiedersi perché i nostri vestiti sono così economici. La risposta sta nello sfruttamento di intere fasce di persone della regione uigura, la cui manodopera è costretta a produrre cotone a basso costo. Le aziende globali, come Inditex, non dovrebbero operare in questo modo. Alla voce di Freedom United si sono unite oltre 55.000 persone e altre migliaia ogni giorno se ne aggiungono per chiedere la loro libertà", ha affermato Joanna Ewart-James, Direttore esecutivo di Freedom United.

Zara ha mentito per nascondere i suoi legami con la Huafu Fashion, per continuare a trarre profitto dal lavoro forzato del popolo uiguro. I consumatori devono inviare un messaggio forte a Zara e Inditex, così come ad altri distributori che vendono merci parzialmente o totalmente prodotte nella regione uigura. Il nostro consumo globale non dovrebbe più tollerare la totale oppressione delle persone ", ha affermato Johnson Yeung, attivista della Clean Clothes Campaign.


A luglio quasi 300 organizzazioni per i diritti umani e dei lavoratori hanno lanciato la campagna End Uyghur Forced Labour, chiedendo alle multinazionali di disinvestire dalla regione autonoma uigura dello Xinjiang. All'inizio dell’autunno, le associazioni con sede negli Stati Uniti e nel Regno Unito hanno presentato una petizione formale all’ufficio doganale americano (il US Customs and Border Patrol, CBP), esortandolo ad esercitare il potere di emettere un ordine di non importazione (Withhold Release Orders, WROs), che impedisce a merce sospetta di essere stata prodotta da lavoro forzato di entrare nel Paese, su tutti i prodotti di cotone collegati alla regione uigura in base alle prove dell’utilizzo di lavoro forzato. Ai sensi della legge americana 19 U.S.C. §1307, è illegale per gli Stati Uniti consentire l'ingresso di merci, "prodotte, o fabbricate interamente o in parte in qualsiasi paese straniero da lavoro carcerario, lavoro forzato o a cottimo". Il CBP sta valutando la messa al bando delle produzioni di cotone provenienti dallo Xinjiang in risposta alla petizione. 

A settembre, la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato in modo schiacciante l'Uyghur Forced Labour Prevention Act (H.R. 6210): un disegno di legge per porre fine all'uso del lavoro forzato uiguro nelle catene di fornitura attraverso il divieto di importare ogni materiale prodotto nella regione uigura, salvo che il marchio sia in grado di dimostrare che non sia stato utilizzato lavoro forzato.

La Coalizione End Uyghur Forced Labour chiede in particolare ai marchi e ai distributori di:

  • terminare il rifornimento di cotone, filati, tessuti e prodotti finiti dalla regione uigura
  • interrompere qualsiasi relazione con le aziende fornitrici di materiali tessili che sfruttano lavoro forzato -  sia quelle che operano direttamente nella regione uigura, sia quelle che hanno accettato sussidi governativi e/o manodopera dal governo cinese
  • Vietare a qualsiasi fabbrica fornitrice situata al di fuori della regione uigura di utilizzare i lavoratori forniti attraverso il programma di lavoro forzato del governo cinese previsto per il popolo uiguro e turco-musulmano

In questa situazione, l’Italia non può stare a guardare. Abbiamo contattato le istituzioni italiane da cui ci aspettiamo una decisa presa di posizione in merito a questa situazione, come hanno fatto non solo gli Stati Uniti ma anche il Canada e la Gran Bretagna. Ci aspettiamo inoltre che tutta l'industria italiana prenda le distanze da questa tragedia umanitaria, aderendo alla nostra richiesta di cessare i rapporti commerciale diretti o indiretti con fornitori a rischio” ha infine dichiarato Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti.

Il Comitato per i diritti umani del Parlamento del Canada ha dichiarato ufficialmente che quanto sta avvenendo nello Xuar è un genocidio e ha invitato il Governo ad agire immediatamente in ogni sede opportuna per porvi fine. Anche Il Parlamento britannico ha intrapreso una interrogazione parlamentare coinvolgendo brand inglesi che si approvvigionano in Cina. Da ultimo, ma non certo per importanza, pochi giorni fa anche il Pontefice ha espresso forte preoccupazione per la persecuzione della popolazione Uigura.

Le aziende italiane devono sapere e dichiarare se comprano cotone cinese e da quale zona. Come consumatori, dobbiamo impedire che la moda italiana utilizzi merci prodotte con il sangue degli Uiguri.

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#ForcedLabourFashion La moda globale fa uso di cotone, filati e tessuti prodotti da lavoro forzato uiguro. Non credere a quello che ti racconta @Zara. Chiediamogli di smetterla! www.ForcedLabourFashion.org #ZARAStopLying

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Il 20% degli indumenti di cotone che acquistiamo, contiene cotone prodotto con lavoro forzato uiguro. Chiedi a @Zara di smetterla di fare profitti sulla pelle di questi lavoratori #ForcedLabourFashion #ZARAStopLying

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Il popolo uiguro ha perso la libertà e la vita per produrre gli abiti dei saldi festivi. Chiediamo a @zara di smetterla di usare il lavoro forzato #ForcedLabourFashion #ZARAStopLying

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La violenza sulle donne non è solo violenza fisica ma anche economica: il nuovo paper della Campagna Abiti Puliti

Pubblichiamo oggi, in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, l’ultimo position paper internazionale della Clean Clothes Campaign che descrive le condizioni delle lavoratrici tessili nel mondo, formula richieste ai brand e promuove raccomandazioni ai governi.

La violenza sulle donne nel mondo è strutturale, e non si esprime soltanto nella violenza fisica e nelle minacce alla sicurezza personale delle donne. Com’è noto, anche aspetti di carattere economico, quali ad esempio il secolare divario salariale fra uomini e donne, incidono sulla mancata emancipazione delle donne e sulla loro costante dipendenza, intrisa di violenza, da un sistema retto dal potere maschile. Se questo è vero, com'è vero, nei nostri paesi occidentali (inclusa l’Italia), nei paesi il cui sistema economico si basa sulla produzione ed esportazione tessile (a cominciare da quelli del Sud Est asiatico) il fenomeno della violenza di genere sul luogo di lavoro assume dimensioni paurose e inaccettabili. Ciò fa rabbia, se consideriamo che le donne costituiscono la maggioranza della forza lavoro nel tessile, dunque di fatto reggono e sostengono l’economia e il relativo benessere degli Stati a cui appartengono, nonostante siano tenute in una condizione di costante sottomissione. 

Infatti, non troviamo quasi mai le donne al vertice delle fabbriche tessili. L'industria tessile, di fatto, facilita strutturalmente la violenza e le molestie contro le lavoratrici: la maggioranza della forza lavoro è femminile, e comprende spesso donne molto giovani e migranti; i salari sono estremamente bassi, la pressione sulla produzione è alta e le lavoratrici spesso non sono rappresentate, poiché i sindacati esistenti non hanno quasi mai donne al vertice.

Non solo, ma le condizioni di lavoro in cui versano le operaie tessili nei paesi di produzione sono precarie, con contratti a breve termine (il cui potere di rinnovo è in mano ai proprietari delle fabbriche) oppure addirittura a cottimo.  E’ molto difficile far emergere il clima di violenza attorno al lavoro nelle fabbriche tessili: le donne non ammettono di subire violenze (fisiche, verbali, psicologiche) proprio perché dipendono dal proprio lavoro in modo vitale. Se chi ti molesta sessualmente è il tuo capo, e temi di essere licenziata se resisti, o se quel salario irrisorio ti serve a nutrire i tuoi figli, di certo non denuncerai lo stato di violenza in cui vivi. 

Quanto sopra è confermato da un recente studio condotto da Femnet (organizzazione che fa parte della CCC) con il Bangladesh Center for Workers Solidarity e che rivela che il 75% delle 642 persone intervistate (può sembrare un campione ridotto, ma va considerato che condurre studi siffatti non è certamente una passeggiata, proprio a causa della violenza strutturale del contesto) ha avuto esperienze di violenza di genere sul luogo di lavoro, incluse molestie e violenza sessuale.  

Lo ripetiamo: la violenza di genere è anche economica. Le donne ricevono meno soldi per un lavoro di pari valore, sono più spesso oberate di lavoro, sono sottopagate. Ciò implica che molte donne non sono solo costrette a fare gli straordinari, ma hanno anche bisogno di svolgere altri lavori retribuiti (compreso la confezione di capi a cottimo, da casa) per sbarcare il lunario. In molte famiglie, la donna è l'unica che guadagna, e tuttavia, poiché è una donna, ci si aspetta che svolga anche lavori domestici e di cura oltre al lavoro retribuito, comportando un doppio onere. 

I salari di povertà mettono le donne in una situazione così drastica che fa sì che spesso sono costrette a subire altre forme di sfruttamento e violenza, compreso il rischio di sfruttamento sessuale, lavoro minorile e tratta. 

La pandemia di Covid19 ha aggravato in modo evidente la situazione di violenza di genere sistematica che caratterizza la vita dentro e fuori la fabbrica. Come sappiamo, molti brand hanno sospeso ordini e pagamenti in corso, e ciò ha creato la perdita del lavoro per molti lavoratori e lavoratrici della filiera tessile. La quarantena ha aumentato i casi di la violenza domestica e la povertà assoluta. Infine, molti lavori essenziali, e cioè di cura e assistenza, per esempio sanitaria, sono svolti da donne, che si sono pertanto trovate più esposte al contagio.

Cosa possono fare i brand committenti, di solito occidentali, per superare la violenza di genere nelle fabbriche tessili? Innanzitutto, potrebbero rivedere le proprie pratiche di acquisto dai propri fornitori. Il capitalismo impazzito della fast fashion, con le sue cinquanta collezioni all’anno per brand, si sfoga proprio sulla forza lavoro (femminile, appunto). E’ indubbio che le pratiche di acquisto di aziende di marchi internazionali contribuiscono direttamente alla violenza e molestie nelle fabbriche tessili: la direzione spesso minaccia di licenziare se certi gli obiettivi non sono raggiunti e non esita a imporre turni doppi e straordinari, e non è raro che venga usata la violenza fisica per far lavorare le operaie sempre di più. Inoltre, la pressione sui prezzi da parte dei brand che piazzano gli ordini riduce la capacità dei fornitori di pagare adeguatamente la propria forza lavoro, che come sappiamo è principalmente femminile, aumentando la dipendenza economica strutturale delle donne lavoratrici, cosa che rende loro sempre più difficile ribellarsi, in un circolo vizioso che non fa altro che mantenere le lavoratrici soggiogate. 

I brand dovrebbero pagare di più per i loro ordini, non stressare le fabbriche con tempi di consegna e commesse inumani, condurre specifiche due diligence di genere dei propri fornitori così come audit specifici, ed offrire alle operaie delle loro filiere canali e reti appositi perché possano difendersi dalla violenza sul luogo di lavoro.

Ma i comportamenti volontari, per quanto virtuosi, non bastano. I governi, a partire da quelli dell'Unione europea, dovrebbero unirsi in una sola voce contro la violenza di genere sul luogo di lavoro, a cominciare dalla ratifica della Convezione 190 dell’Organizzazione mondiale del lavoro approvata nel 2019 e non ancora ratificata da alcuno stato europeo (gli unici paesi che hanno già ratificato questa Convenzione sono le isole Fiji e l’Uruguay). Il tempo è poco, perché c’è tempo solo fino al 25 giugno 2021. Cosa stiamo aspettando?

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Un passo avanti nel confronto sulla trasparenza di filiera in Italia

Servono più imprese disponibili a praticarla e regole efficaci per promuoverla.

La Campagna Abiti Puliti lancia un nuovo position paper sulla Trasparenza per chiedere alle aziende della moda di rendere pubbliche le informazioni sulle loro catene di fornitura. Questo permetterà ai lavoratori, ai consumatori, alle istituzioni, alle organizzazioni della società civile e ai sindacati di riconoscere le situazioni di sfruttamento e intervenire tempestivamente per la loro risoluzione.

Il paper fa il punto sullo stato dell’arte delle pratiche di trasparenza di filiera, fino a cinque anni fa completamente impensabili e oggi praticate, in vari modi, da molte aziende tessili. Propone inoltre alcune riforme legislative a partire dall’Unione europea, e, confidando nel suo potere trainante nei confronti del resto del mondo, sugli aspetti di divulgazione non finanziaria, due diligence sui diritti umani e legislazioni sugli appalti pubblici.

In attesa dell’approvazione di queste riforme, tuttavia, il cambiamento può e deve essere stimolato dagli attori nazionali, in primo luogo dal decisore pubblico. Il paper propone l’introduzione in Italia di condizionalità premianti, nei rapporti fra Stato e aziende, che promuovano l’adozione di pratiche sostenibili e un atteggiamento di responsabilità proattiva delle aziende tessili verso le condizioni di lavoro delle filiere. 

Le aziende tessili stesse potrebbero per prime impegnarsi pubblicamente per la trasparenza di filiera, rendendola anche un elemento di incremento di valore del settore moda italiano. Le dichiarazioni non finanziarie delle grandi imprese dovrebbero informare in modo puntuale sui rischi di violazione dei diritti umani e sulle misure di gestione adottate, come specificato dalla stessa Consob nel suo Richiamo di attenzione del 28 febbraio 2019.

In particolare, la Campagna chiede che le aziende pubblichino, come buona pratica in attesa di una legislazione puntuale, informazioni qualitative accurate e aggiornate sui propri fornitori lungo tutta la filiera di produzione. Non solo dunque informazioni minime quali l’indirizzo del fornitore e il numero di dipendenti (già richieste dal Transparency Pledge, al quale in Italia ad oggi ha aderito completamente solo Benetton, seguita da OVS e Salewa con una adesione invece parziale), ma anche dati che permettano di verificare le condizioni di lavoro che questi fornitori offrono a chi produce gli abiti che vengono venduti in tutto il mondo: presenza di organizzazioni sindacali, politiche di genere, presenza di forza lavoro migrante, trattamenti salariali erogati (quest’ultimo punto, dimostrabile mediante scorporo della componente del costo del lavoro dal prezzo pagato al fornitore). 

Se la trasparenza di filiera fosse una prassi, come consumatori potremmo ad esempio sapere se il cotone di un abito proviene dalla regione autonoma cinese dello Xuar, dove il genocidio della minoranza degli Uiguri, nell’indifferenza mondiale, si sta da tempo intrecciando con lo sfruttamento del lavoro forzato nella produzione tessile, e scegliere di non comprarlo.

Il documento è stato presentato in anteprima ad alcune aziende e altre organizzazioni (Benetton, Salewa, OVS, Gucci, Loro Piana, Armani, Diadora, Banca Etica, Proserpina, Confartigianato Veneto, Fair Wear Foundation, Femca Cisl Nazionale, Filcams CGIL, Movimento Consumatori - ente membro della Campagna Abiti Puliti, Human Rights International Corner, Altis Università Cattolica, Associazione Tessile e Salute, Centro Nuovo Modello di Sviluppo) e a membri delle istituzioni (l’On. Gianni Pietro Girotto, presidente della X Commissione Industria, Commercio e Turismo del Senato, e la Dottoressa Tatiana Esposito, Dirigente Generale Politiche dell’Immigrazione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e una rappresentante del Comitato Interministeriale per i Diritti Umani) durante una Tavola Rotonda, svolta online, lo scorso 9 novembre, dal titolo “Trasparenza nella Moda 2020: stato dell’arte e nuove pratiche per condotte d’impresa responsabili”, moderata dal direttore di Fondazione Finanza Etica (ente membro della Campagna Abiti Puliti) Simone Siliani. 

Abbiamo apprezzato la volontà di questi marchi di confrontarsi con le organizzazioni e i sindacati su un tema così delicato. Lo consideriamo sicuramente un passo avanti nel dialogo sociale. Ma purtroppo non basta: spesso i sistemi di tracciamento delle filiere sono farraginosi e complicati, i sistemi di certificazione poco trasparenti e non indipendenti. C’è bisogno di un impegno sincero e attivo delle aziende per rendere le catene di fornitura trasparenti e disponibili all’indispensabile scrutinio pubblico” ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti.

La Commissione europea ha avviato un processo di consultazione finalizzato a formulare, nel corso del 2021, una proposta di direttiva che obbligherà ogni azienda europea ad effettuare verifiche sul rispetto dei diritti umani e del lavoro da parte dei propri fornitori sulle filiere globali. Questa iniziativa legislativa ha un potenziale senza precedenti per modificare i meccanismi di filiera, ma affinché sia davvero efficace e possa avere un impatto concreto sulla responsabilità sociale d’impresa, è necessario che sia all’altezza delle sue ambizioni. La Campagna Abiti Puliti insiste sulla necessità che la direttiva sulla mandatory human rights due diligence contenga anche obblighi di trasparenza e rendicontazione sulla due diligence effettuata, che le informazioni richieste siano anche qualitative e che il processo di due diligence sia continuativo e costante, non limitato al momento dell’acquisizione di un nuovo fornitore.  

La trasparenza è una precondizione anche in campo finanziario affinché i risparmiatori possano compiere scelte consapevoli su dove orientare i propri risparmi. Investitori responsabili sono prima di tutto investitori informati: la trasparenza diviene dunque un vantaggio competitivo per le aziende stesse. La performance di un’azienda è sempre più misurata dagli azionisti e talvolta anche dai mercati non solo attraverso i dati finanziari, ma anche attraverso quelli sociali e ambientali. Le cose cambiano, lentamente ma inesorabilmente; e non basterà un po’ di ethical o green washing a distrarre il cambiamento” ha infine dichiarato Simone Siliani, direttore di Fondazione Finanza Etica.

Siamo convinti che le aziende che hanno deciso di intraprendere un confronto costruttivo con le richieste della Campagna Abiti Puliti abbiano capito che il futuro delle scelte di consumo dipenderà anche dalle azioni concrete che sapranno mettere in campo. Per questo il nostro lavoro di monitoraggio, di cui la piattaforma Fashion Checker è soltanto l’ultima tappa in ordine cronologico, continuerà senza sosta. La pandemia globale di Covid19 impone in ogni caso un ripensamento dei meccanismi globali di produzione di valore: le aziende che operano nella moda possono essere motori di questo cambiamento.


(2020) Position paper sulla Trasparenza di filiera

Pubblichiamo un estratto in lingua italiana del position paper internazionale di ottobre sulla trasparenza di filiera con alcune considerazioni specifiche sull’Italia.

E’ vero infatti che il cambiamento sistematico non può che essere sovranazionale, come la pandemia che stiamo vivendo tristemente ci ricorda. Affinché le soluzioni, sia legislative sia nelle pratiche, abbiano un impatto efficace, devono essere condivise e praticate a livello globale (almeno a partire dall’Unione europea e confidando nel suo potere trainante).

In attesa dell’approvazione di queste riforme, tuttavia, il cambiamento può e deve essere stimolato dagli attori nazionali, in primo luogo dal decisore pubblico. Il paper propone l’introduzione in Italia di condizionalità premianti, nei rapporti fra Stato e aziende, che promuovano l’adozione di pratiche sostenibili e un atteggiamento di responsabilità proattiva delle aziende tessili verso le condizioni di lavoro delle filiere.

Le aziende tessili stesse potrebbero per prime impegnarsi pubblicamente per la trasparenza di filiera, rendendola anche un elemento di incremento di valore del settore moda italiano. Le dichiarazioni non finanziarie delle grandi imprese dovrebbero informare in modo puntuale sui rischi di violazione dei diritti umani e sulle misure di gestione adottate, come specificato dalla stessa Consob nel suo Richiamo di attenzione del 28 febbraio 2019.

Interrogarsi sulla operabilità della trasparenza di filiera ha senso in vista delle riforme sulla corporate governance che la Commissione europea proporrà nel corso del 2021. All’interno di queste proposte di riforma (che includono anche una revisione della direttiva sulla rendicontazione non finanziaria sopra accennata), gli obblighi di dovuta diligenza sul rispetto dei diritti umani da parte dei fornitori (la mandatory human rights due diligence) costituiscono una parte centrale. La human rights due diligence consiste nel processo di verifica e raccolta di informazioni circa il rispetto dei diritti dei lavoratori da parte di ciascun fornitore di materiali o prodotto finito di cui l’azienda si avvale per produrre i propri capi. Tale processo deve avvenire al momento di acquisizione di un nuovo fornitore, ma anche dopo in modo continuativo.

E’ fondamentale che la regolamentazione includa anche esplicitamente obblighi di pubblicazione delle informazioni raccolte nel processo di due diligence. Raccogliere queste informazioni è efficace solo se sono rese accessibili, così da permettere lo scrutinio pubblico sull’operato di una impresa, anche da parte dei lavoratori, e la verifica sul rispetto della disciplina stessa (l’enforcement). Se il processo di due diligence rimane all’interno dell’azienda, non vi sarebbe raggiungimento di standard e non si supererebbero gli ostacoli attuali derivanti dalla volontarietà delle pratiche. E la direttiva finirebbe per cambiare tutto per non cambiare niente.




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L'Accordo per il Bangladesh può continuare ad esistere?

In una nota pubblicata questa settimana, i firmatari in qualità di testimoni dell’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh esprimono la loro preoccupazione per l’effettiva possibilità che questo programma possa continuare a funzionare in maniera efficace.

Il Ready-Made-Garment Sustainability Council (RSC), che dal Giugno 2020 ha preso in carico attività e competenze dell’Accordo, non è stato ancora in grado di dimostrare di poter garantire in modo credibile che i firmatari ne rispettino gli obblighi.

Nel 2013, poche settimane dopo il crollo del Rana Plaza, marchi, distributori, sindacati globali e locali hanno stipulato una prima versione dell’Accordo vincolante per rendere più sicure le fabbriche di abbigliamento del Bangladesh, notoriamente pericolose. Nel 2018, alla scadenza, tale intesa è stata sostituita da un nuovo patto, sempre vincolante, ma subito minato da procedimenti giudiziari avviati da un proprietario di una fabbrica scontento e sostenuti dal governo e dall'associazione dei datori di lavoro dell'abbigliamento del Bangladesh. Nel maggio 2019, è stato deciso che l'Accordo avrebbe trasferito le sue funzioni a una nuova organizzazione locale, l'RSC. Sebbene quest’ultima sia stata istituita per essere, in futuro, l'agente esecutivo incaricato di assistere i marchi nell'adempimento dei loro obblighi, non è mai stato concordato che avrebbe sostituito l'Accordo, che pertanto resta in vigore e invariato almeno fino al 2021.

Nel frattempo, è arrivata la pandemia di Covid-19 che, di fatto, ha ostacolato questa transizione. Gli appelli dei difensori dei diritti dei lavoratori e della sicurezza a rinviare il processo sono stati ignorati, portando a un passaggio frettoloso e sconsiderato verso un organismo che non era preparato ad adempiere alle sue responsabilità immediate per salvaguardare la sicurezza dei lavoratori. Addirittura l’RSC ha iniziato a operare il 1° giugno senza che i vertici dell’organizzazione si fossero ancora insediati.

I quattro firmatari, in qualità di testimoni dell'Accordo - Clean Clothes Campaign, International Labour Rights Forum / Global Labour Justice, Maquila Solidarity Network e Worker Rights Consortium - temono che questa transizione affrettata e l'influenza dei datori di lavoro sul programma minino il progresso verso la sicurezza delle fabbriche in Bangladesh.

Timori, peraltro, aggravati dal ritardo nel raggiungimento di un’intesa tra il segretariato dell’Accordo ancora in vigore con sede nei Paesi Bassi, e l'RSC, per monitorare il rispetto degli obblighi contrattuali. Le preoccupazioni si concentrano in particolare su clausole vitali per la credibilità e l'efficacia dell'Accordo stesso, come il proseguimento con successo del meccanismo di reclamo per i problemi sulla sicurezza, l'impegno per la trasparenza e solidi meccanismi di applicazione, la rapida riparazione dei rischi e l'avvio di un programma di sicurezza per le caldaie.

Le nostre organizzazioni si augurano vivamente che l'RSC abbia successo nell'adempiere agli obblighi delineati nell'Accordo e continueranno a monitorare e pubblicare aggiornamenti sui progressi del suo lavoro. Se entro la fine di novembre 2020, sei mesi dopo che ha assunto le proprie funzioni, l'RSC non avrà fugato queste preoccupazioni, le organizzazioni raccomanderanno ai firmatari di individuare un altro organismo per garantire il rispetto degli obblighi contrattuali e rendere sicure le fabbriche del Bangladesh.

L'Accordo è il miglior esempio nell'industria globale dell'abbigliamento di come le aziende, i lavoratori e le parti interessate della società civile possano unirsi e apportare cambiamenti significativi attraverso un impegno vincolante, credibile e trasparente. Gli elementi di questo successo storico devono essere preservati in futuro per evitare che i lavoratori siano nuovamente esposti a rischi mortali.

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Spezziamo le catene: la trasparenza nelle attuali filiere tessili globali

La Clean Clothes Campaign ha pubblicato il suo ultimo position paper internazionale

E’ stato pubblicato oggi l’ultimo position paper sulla trasparenza aziendale nelle filiere tessili globali a cura della Clean Clothes Campaign. Facendo seguito al rapporto del 2016, il position paper illustra lo stato delle pratiche di trasparenza aziendale nel settore dell'abbigliamento globale e propone soluzioni per promuovere pratiche di trasparenza efficaci. 

Sono state diverse le iniziative intraprese negli ultimi quattro anni sulla trasparenza di filiera. Il 2016 è stato l'anno del Transparency Pledge, sostenuto da una coalizione internazionale di nove organizzazioni per i diritti umani e del lavoro. Come best practice, il Transparency Pledge rappresenta uno standard minimo, poiché richiede alle aziende di abbigliamento di divulgare solo alcune informazioni specifiche sui fornitori della loro catena. Sebbene limitato nella sua efficacia, il Transparency Pledge ha modificato il modo in cui le aziende guardano agli interessi delle parti interessate e alla gestione delle informazioni, poiché fino a pochi anni prima nessuna delle principali aziende (di abbigliamento) ha mai divulgato l'elenco e l'ubicazione dei propri fornitori. Ad oggi, 76 aziende globali di abbigliamento si sono allineate, sono vicine all'allineamento o si sono impegnate ad allinearsi alla promessa.

Negli ultimi quattro anni, una serie di iniziative multi-stakeholder sono stati anche definiti a livello locale, regionale o globale, promuovendo best practises e standard etici minimi. L'Unione Europea ha approvato la Direttiva sull'informativa non finanziaria applicabile alle grandi imprese, recepita dagli Stati membri nel 2016, ed alcuni stati membri dell’Unione europea hanno approvato alcune leggi sulla due diligence di filiera.

Queste iniziative sono lodevoli, ma hanno un impatto limitato. Le iniziative multi-stakeholder  sono volontarie e spesso guidate proprio dalle imprese. Le informazioni pubblicate ai sensi del Transparency Pledge sono meramente quantitative e non consentono alle parti interessate di valutare pienamente le condizioni di lavoro lungo la catena.

L'obiettivo della trasparenza è consentire agli stakeholders l’accesso alle informazioni e facilitare la collaborazione con il marchio e l'azione collettiva al fine di fermare, prevenire, mitigare e rimediare agli abusi sul lavoro nella catena di fornitura.

Pertanto, affinché le pratiche di trasparenza siano significative, l'informativa deve consentire alle parti interessate di "lavorare" con i dati pubblicati. Ciò richiede che le informazioni includano dati qualitativi sui fornitori come la presenza di sindacati, informazioni sulla forza lavoro (ripartizione per genere, per quote di lavoratori e lavoratrici migranti), pratiche di acquisto, meccanismi di reclamo. Come dimostra il Fashion Checker, le pratiche di trasparenza su questi temi rimangono sotto ogni aspetto. Se anche le aziende hanno iniziato a pubblicare alcuni dati,  le pratiche di reporting non sono standardizzate, e ciò non consente agli operatori di lavorare con i dati pubblicati. 

Il position paper propone un cambiamento verso un sistema in cui la piena trasparenza delle informazioni sia obbligatoria per tutti i marchi di abbigliamento, rivenditori e fornitori e include informazioni sul processo di produzione e sui luoghi, sugli aspetti sociali -inclusi i livelli salariali- e sul ciclo di vita del prodotto. Inoltre, il paper propone una serie di richieste di riforme politiche da attuare a livello europeo, sugli aspetti di divulgazione non finanziaria, due diligence sui diritti umani e legislazioni sugli appalti pubblici.

Il position paper è disponibile in inglese qui

 


Mettiamo fine al genocidio uiguro

Il Congresso degli Stati Uniti ha messo al bando i prodotti a rischio di lavoro forzato, e l’Europa?

Milano - Nella giornata conclusiva della settimana della moda, Milano si è risvegliata tappezzata di manifesti con le immagini, ispirate a note pubblicità di Nike, Uniqlo e Zara, create dall’artista uiguro Yettesu: una chiara denuncia dell’uso di lavoro forzato uiguro da parte dei marchi della moda.

La Campagna Abiti Puliti, insieme ad oltre 200 organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e lavorativi, ha lanciato una campagna End Uyghur Forced Labour, chiedendo ai marchi della moda e ai loro distributori di porre fine al lavoro forzato nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang (conosciuta agli uiguri come il Turkestan Orientale) e non essere più complici delle violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo cinese. Le associazioni hanno chiesto in particolare ai brand di interrompere tutti i rapporti con le fabbriche coinvolte in pratiche di lavoro forzato e terminare tutti gli ordini di forniture provenienti dalla Regione Uigura, dal cotone ai prodotti finiti entro 12 mesi.

Il governo cinese ha imprigionato dagli 1 agli 1,8 milioni fra uiguri e turco musulmani in campi di detenzione e lavoro forzato: si tratta del più grande internamento di una minoranza etnica e religiosa dalla Seconda Guerra Mondiale. Le atrocità nella Regione Uigura – torture, separazioni forzate delle famiglie, sterilizzazione obbligatoria delle donne uigure – sono riconosciute come crimini contro l’umanità. Elemento centrale della strategia del governo per dominare il popolo uiguro è un vasto sistema di lavoro forzato che colpisce fabbriche e fattorie nella regione e in tutta la Cina, sia all’interno che all’esterno dei campi di internamento.

Una buona notizia è arrivata dalla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti che, con l’approvazione del The Uyghur Forced Labour Prevention Act (H. R. 6210), ha stabilito la presunzione legale che qualsiasi prodotto realizzato nella Regione Uigura, o con materiale proveniente dalla zona, sia stato confezionato attraverso l’uso di lavoro forzato. Le imprese avranno l’onere di dimostrare il contrario, altrimenti l’importazione sarà considerata illegale e il prodotto non potrà entrare nel Paese. Il Congresso americano ha lanciato un messaggio chiaro ai governi di tutto il mondo. Il divieto del lavoro forzato è un valore fondamentale in Europa, nonché un diritto inderogabile della Carta dei diritti fondamentali dell'UE: gli Stati europei hanno la responsabilità di attuare lo stesso livello di trasparenza, controllo e diligenza. È praticamente certo che in Europa entrino prodotti intrisi di lavoro forzato cui sono sottoposti gli uiguri nello Xinjiang, anche a causa della scarsa trasparenza dei dati doganali, attualmente indisponibili allo scrutinio pubblico.

Il 20% del cotone prodotto nel mondo viene realizzato sfruttando il lavoro forzato della minoranza etnica uigura in Cina. Non possiamo più negare la realtà del genocidio nelle catene di fornitura della moda. La Model Alliance lancia un appello a tutti gli stilisti perché guardino oltre l’arte e la creatività del loro lavoro e, pensando alle condizioni in cui vengono realizzati i materiali che utilizzano, si chiedano se sono complici della repressione di un intero popolo” ha dichiarato Ambra Batilana-Gutierrez, membro della Leadership Council della Model Alliance.

Spesso ci chiediamo come possano costare così poco i nostri vestiti: la risposta sta nei costi bassissimi del cotone derivanti dallo sfruttamento di un intero popolo della Regione Uigura costretto a lavorare sotto minaccia e coercizione. Le aziende globali non dovrebbero comportarsi così. Freedom United unisce oltre 50.000 persone, a cui se ne aggiungono migliaia ogni giorno, per dire basta a tutto questo” ha dichiarato Joanna Ewart-James, Executive Director, Freedom United

La Coalizione per fermare il lavoro forzato nella Regione Uigura chiede ai marchi multinazionali e ai loro distributori di:

  • Interrompere le forniture di cotone, filati, tessuti e prodotti finiti dalla Regione Uigura. Visto che il cotone e i filati della Regione vengono utilizzati per produrre abiti in Cina e molti altri Paesi, i marchi devono imporre ai propri fornitori di non utilizzarli nelle loro produzioni
  • Interrompere le relazioni con le aziende implicate nell’uso di lavoro forzato – quelle che operano nella Regione Uigura e hanno accettato sussidi e/o manodopera dal governo cinese. Ad esempio: Esquel Group basato ad Hong Kong e le aziende cinesi con sede fuori dalla Regione Uigura, come Huafu Fashion Co., Lu Thai Textile Co., Jinsheng Group (società madre della Litai Textiles/Xingshi), Youngor Group e Shandong Ruyi Technology Group Co.
  • Impedire a qualsiasi fornitore fuori dalla Regione Uigura di utilizzare lavoratori uiguri o turco musulmaniattraverso lo schema cinese del lavoro forzato

I marchi della moda si riforniscono di milioni di tonnellate di cotone e filato dalla Regione Uigura. Circa 1 abito in cotone su 5 venduto nel mondo contiene fibra proveniente da questa zona. I brand stanno colpevolmente sostenendo un sistema di repressione perpetrato attraverso campi di internamento e il genocidio del popolo uiguro. E’ ora che i consumatori facciano sentire la propria voce per contribuire a porre fine a questa inaccettabile situazione. Ci aspettiamo dai marchi italiani coinvolti come Zegna, una immediata presa di posizione in merito” dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti.“

La gravissima situazione di sfruttamento e violazione dei diritti fondamentali degli uiguri mette ancora una volta in luce la totale inefficacia degli approcci volontari e l’incapacità delle imprese multinazionali di monitorare e garantire il rispetto dei diritti nelle loro catene di fornitura. È sempre più urgente che l’UE addotti una direttiva ambiziosa sulla dovuta diligenza sui diritti umani, per obbligare le imprese multinazionali ad adottare politiche efficaci a garantire il rispetto dei diritti umani e rispondere degli abusi che avvengono nelle loro filiere globali.

È inoltre fondamentale che i paesi dell’UE adottino un regime di trasparenza e pubblicità delle informazioni doganali, in modo da consentire lo scrutinio pubblico dei rapporti commerciali che le imprese intrattengono con aree ad alto rischio dal punto di vista della violazione dei diritti fondamentali.

Info utili

    • Chiediamo ai consumatori di sostenere questa campagna firmando la petizione: freedomunited.org/advocate/free-uyghurs.
    • Inchieste e report affidabili da agenzie giornalistiche, think tank, e gruppi impegnati nella difesa dei diritti umani hanno collegato questi marchi e distributori a casi specifici di lavoro forzato uiguro: Abercrombie & Fitch - adidas - Amazon - Badger Sport (Founder Sport Group) - C&A (Cofra Holding AG) - Calvin Klein (PVH) - Carter’s - Cerruti 1881 (Trinity Limited) - Costco - Cotton On - Dangerfield (Factory X Pty Ltd) - Esprit (Esprit Holdings Ltd.) - Fila (FILA KOREA Ltd) - Gap - H&M - Hart Schaffner Marx (Authentic Brands Group) - Ikea (Inter IKEA Systems B.V.) - Jack & Jones (Bestseller) - Jeanswest (Harbour Guidance Pty Ltd) - L.Bean - Lacoste (Maus Freres) - Li-Ning - Mayor - Muji (Ryohin Keikaku Co., Ltd.) - Nike - Patagonia - Polo Ralph Lauren (Ralph Lauren Corporation) - Puma - Skechers - Summit Resource International (Caterpillar) - Target Australia (Wesfarmers) - The North Face (VF) * - Tommy Hilfiger (PVH) - Uniqlo (Fast Retailing) - Victoria’s Secret (L Brands) - Woolworths (Woolworth Corporation, LLC.) - Zara (Inditex) - Zegna











(2020) REPORT: Fuori dall’ombra: riflettori puntati sullo sfruttamento nell’industria della moda

La Clean Clothes Campaign lancia il nuovo report “Fuori dall’ombra: riflettori puntati sullo sfruttamento nell’industria della moda”. La ricerca analizza le informazioni raccolte da una parte attraverso questionari inviati a 108 marchi e rivenditori di 14 Paesi, e dall’altra attraverso interviste e analisi delle buste paga di 490 lavoratori e lavoratrici di 19 diversi stabilimenti in Cina, India, Indonesia, Ucraina e Croazia. Tutti i dati sono pubblicati sulla nuova piattaforma FashionChecker.org. Tra i marchi italiani contattati troviamo Benetton, Calzedonia, Falc, Geox, Gucci, OVS, Salewa.

I risultati dell’inchiesta rivelano innanzitutto il netto contrasto tra le affermazioni e le grandi promesse dei marchi della moda e la realtà affrontata dai lavoratori nei Paesi di produzione. La ricerca sui marchi mostra come nessun brand paghi un salario dignitoso ai propri lavoratori nelle catene di fornitura; la ricerca sul campo fa luce ancora una volta sulle pessime condizioni di lavoro che si nascondono dietro i numeri.

I salari di povertà continuano ad essere un problema sistemico nell'industria dell'abbigliamento, spesso nascosto in profondità all'interno di catene di fornitura complesse e segrete. Una situazione ulteriormente peggiorata durante la pandemia di Covid-19, quando marchi come Arcadia, Bestseller, C&A, Primark e Walmart (Asda) hanno deciso di annullare ordini e imporre sconti ai fornitori, lasciando così i lavoratori senza gran parte dei salari. A questo si collega una mancanza quasi totale di trasparenza in tutto il settore. Di fatto, sebbene i marchi facciano grandi promesse di sostenibilità e produzione etica, dietro le quinte esercitano un immenso potere di scelta tra economie a basso salario.

Come se non bastasse, la ricerca sul campo rivela la lotta che i lavoratori devono affrontare per guadagnare questi salari da fame. Nonostante gli straordinari eccessivi di oltre 100 ore al mese, solo due lavoratori intervistati guadagnavano un importo pari al salario vivibile, ma facendo due lavori ciascuno.

"Il mio lavoro è estenuante. Ogni giorno devo fare 18 ore. Molte lavoratrici non riescono a raggiungere l'obiettivo di produzione dalla fabbrica, così vengono licenziate. Devo lavorare sodo per raggiungere l'obiettivo e mantenere il mio lavoro" ci ha raccontato una lavoratrice in Cina.

Le buste paga spesso hanno formati molto complessi, rendendo difficile comprendere la ripartizione o contestare le inesattezze. In India e Indonesia tali informazioni sono così inaffidabili che molti lavoratori non sanno nemmeno in che modo ciò che ricevono si collega a ciò che è sulla loro busta paga.

In un settore alimentato prevalentemente dal lavoro femminile, la ricerca evidenzia poi una discriminazione di genere nei salari. Ad esempio, in India le donne guadagnano in media solo l'88% di quello che guadagnano gli uomini. Nella nostra ricerca sui marchi, nessuna azienda intervistata ha fornito prove o informazioni pubbliche sui divari retributivi di genere complessivi nella propria catena di fornitura.

Attualmente, ciò che accade in fabbrica rimane in fabbrica. Questo deve cambiare, perché ciò che accade in fabbrica ha pesanti ripercussioni sulla vita delle persone. I salari da fame pagati ai lavoratori dell'abbigliamento sono inaccettabili” ha dichiarato Priscilla Robledo della Campagna Abiti Puliti.

È ora che marchi e governi intraprendano azioni urgenti per soddisfare le richieste della Clean Clothes Campaign di maggior trasparenza e utilizzo di benchmark salariali per stabilire paghe dignitose in tutto il settore.

Note

  • il rapporto “Fuori dall’ombra: riflettori puntati sullo sfruttamento nell’industria della moda” è parte del progetto Fashion Checker della Clean Clothes Campaign e analizza i dati pubblicati sulla piattaforma www.FashionChecker.org
  • Fashion Checker mette in luce la discrepanza tra ciò che i marchi dicono di fare e la realtà che vivono i lavoratori nelle loro catene di fornitura.
  • Fashion Checker chiede che i marchi garantiscano il pagamento di un salario dignitoso ai lavoratori nelle loro catene di fornitura e sostiene che la trasparenza sia un mezzo cruciale affinché i marchi committenti rendano conto del loro operato e i lavoratori ricevano un salario dignitoso, cioè un diritto umano.
  • Fashion Checker è stato realizzato nell’ambito di un progetto triennale co-finanziato dalla Commissione Europea (DG DEVCO). Coinvolge 17 partner CCC provenienti da tutta Europa (Paesi Bassi, Belgio, Germania, Austria, Croazia, Finlandia, Italia, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Svezia) nonché partner da Indonesia, Cina e India.



https://www.youtube.com/watch?v=qIo7xhPWJS4


Ali Enterprises: dopo 8 anni non c’è ancora piena giustizia per le vittime

8 anni dopo l’incendio che ha colpito la fabbrica tessile in Pakistan uccidendo oltre 250 lavoratrici e lavoratori, le loro famiglie stanno ancora lottando per il riconoscimento delle responsabilità di quella tragedia. In questo giorno, i nostri pensieri vanno a queste persone e alla loro battaglia. La società italiana di auditing sociale RINA ha l’occasione unica per intervenire e rimediare agli errori commessi.

L’11 settembre 2012, quando l’incendio è divampato nella fabbrica Ali Enterprises a Karachi, molti lavoratori non hanno avuto la possibilità di scappare e mettersi in salvo. Una simulazione computerizzata realizzata dal gruppo di ricerca Forensic Architecture mostra chiaramente come la fabbrica fosse insicura. Un’applicazione corretta delle norme pakistane e internazionali in materia di sicurezza avrebbe potuto salvare centinaia di vite. Tuttavia né i proprietari della fabbrica, né il suo principale cliente, il distributore tedesco KiK, sono stati incentivati a migliorare le condizioni di sicurezza della fabbrica, visto che la stessa era stata certificata come sicura in conformità allo standard Social Accountability International SA8000dall’azienda italiana di auditing RINA. La certificazione era stata rilasciata solo alcune settimane prima dell’incendio.

Il sistema di auditing sociale in vigore, eseguito in questo caso da RINA, non è riuscito a proteggere i lavoratori della fabbrica Ali Enterprises a Karachi, così come tanti lavoratori in altre fabbriche prima e dopo quella tragedia. È un sistema che trae profitto dalla necessità delle aziende di dimostrare che stanno facendo "qualcosa" nel campo del monitoraggio dei luoghi di lavoro, proteggendo quindi le aziende piuttosto che i lavoratori. Finora attraverso le vie legali non si è riusciti a costringere le società di auditing a ritenersi responsabili delle loro mortali rassicurazioni.

Nel 2018, i familiari delle vittime, insieme a una coalizione di Ong e sindacati pakistani ed europei, hanno presentato una denuncia contro RINA presso il punto di contatto nazionale (PCN) dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) al Ministero per lo Sviluppo economico italiano. Nel rispetto delle Linee guida OCSE per le imprese multinazionali, cui RINA dovrebbe attenersi, è stato chiesto all’azienda di pubblicare il rapporto originale dell’audit, porre rimedio all’accaduto e porgere le proprie scuse alle famiglie. In questo giorno di commemorazione chiediamo a RINA, in attesa dell’annuncio degli esiti di questa procedura, di rimediare agli errori compiuti in passato e iniziare a garantire una qualche forma di giustizia per le famiglie delle vittime.

La fabbrica in fiamme è diventata una trappola mortale per mio figlio. Nessuno potrà mai rimediare per questa perdita. Tuttavia i proprietari della Ali Enterprises, KiK come cliente e RINA come certificatore italiano dovrebbero essere ritenuti responsabili per la sua morte” ha dichiarato Saeeda Khatoon, presidente dell Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association.

Le famiglie hanno lottato per oltre 4 anni per ricevere qualche forma di risarcimento a lungo termine dal distributore tedesco KiK, principale cliente della fabbrica. Un tentativo per costringere l’azienda ad assumersi le sue responsabilità in un tribunale tedesco è fallito. Così come è fallito con RINA in un tribunale italiano. Questo vuol dire che è ora di scrivere nuove regole: le società multinazionali devono essere legalmente responsabili del loro comportamento nelle catene di fornitura, a cominciare dall'attenzione per la sicurezza nelle fabbriche tuttora mancante in Paesi come il Pakistan. Ciò può avvenire attraverso una dovuta diligenza obbligatoria sui diritti umani, come proposto dal commissario dell'UE Didier Reynders o una legislazione sulle catene di fornitura, come discusso in Germania, oltre a implementare una regolamentazione che preveda la responsabilità legale delle società di auditing sociale. Il tempo è scaduto, bisogna agire ora.


(2020) REPORT: Stipendi negati in pandemia

Milioni di lavoratori e lavoratrici tessili nel mondo non ricevono il loro salario dall’inizio della pandemia di Covid-19.

Il report Stipendi negati in pandemia analizza i mancati pagamenti e i tagli salariali avvenuti ai danni dei lavoratori tessili nei mesi di Marzo, Aprile e Maggio in seguito all’imposizione di aspettative non retribuite, a tagli pubblici, all’interruzione dei rifornimenti e alla cancellazione di ordini da parte dei brand. Sulla base di dati raccolti sul campo e di altre ricerche pubblicate, l’inchiesta rivela che in tutti i Paesi del sud e sud-est asiatico i lavoratori hanno ricevuto strutturalmente il 38% in meno di quanto gli spettasse. In alcune delle regioni dell’India, si supera addirittura il 50%. Rapportando questi numeri all'industria mondiale dell'abbigliamento, escludendo la Cina, un'ipotesi prudente attesta tra 3.19 e 5,78 miliardi di dollari la cifra dei salari dovuti ai lavoratori.

I membri del nostro sindacato vivono già con salari di povertà, meno di un terzo di un salario vivibile. Non hanno alcuna possibilità di accantonare risparmi per una crisi come questa, né hanno una rete di sicurezza sociale su cui fare affidamento. Anche un piccolo taglio salariale significa fare delle scelte tra beni di prima necessità, come portare a casa abbastanza cibo per tutti o pagare l'affitto in tempo. I lavoratori dell'abbigliamento dovranno affrontare la miseria molto prima dei loro datori di lavoro o dei marchi per cui producono: è ora che quest’ultimi si facciano carico delle loro responsabilità” ha dichiarato Khalid Mahmood, del Labour Education Foundation in Pakistan

David Hachfeld, di Public Eye/Clean Clothes Campaign Switzerland, ha aggiunto: “A causa della mancanza di molti dati, abbiamo dovuto fare una stima e limitare la nostra ricerca al sud e sud-est asiatico. Non c’è alcuna ragione comunque per pensare che la situazione sia tanto diversa negli altri Paesi. Anche se le nostre conclusioni sono al ribasso, i numeri sono già impressionanti. In Indonesia e in Bangladesh sono stati trattenuti rispettivamente oltre 400 e 500 milioni di dollari di salari”.

La Campagna Abiti Puliti, insieme ai partner della Clean Clothes Campaign, chiede ai marchi e ai distributori di assumersi le loro responsabilità garantendo ai propri lavoratori e lavoratrici il versamento di tutti i salari che gli spettano in accordo con il diritto del lavoro e gli standard internazionali. “Chiediamo che questo impegno sia pubblico attraverso la sottoscrizione di una “assicurazione salariale”. Questo significa utilizzare la propria capacità di influenza quali committenti delle catene globali di fornitura per sollecitare fondi, fornire contributi diretti e collaborare con altri attori - ad esempio con l’ILO - per garantire i pagamenti dovuti ai lavoratori interessati dalla crisi” aggiunge Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti. Dal lancio di questa proposta lo scorso giugno, la Clean Clothes Campaign ha già contattato decine di marchi, iniziando in alcuni casi un dialogo costruttivo.

Christie Miedema, della Clean Clothes Campaign ha dichiarato: “Accogliamo con favore le azioni intraprese da alcuni marchi in questi mesi. Stiamo chiedendo a ciascuno individualmente un impegno pubblico per evitare che in una situazione in cui tutti hanno delle responsabilità, nessuno se ne faccia carico aspettando che sia qualcun altro ad occuparsene. Solo così saremo in grado di porre fine alla malsana abitudine di scaricare i rischi e le responsabilità lungo la catena di fornitura lasciando che alla fine a pagare siano sempre i lavoratori”.













Basta lavoro forzato degli Uiguri e dei turco musulmani

72 gruppi impegnati nella difesa dei diritti degli Uiguri, insieme ad oltre 100 organizzazioni della società civile e sindacati, chiedono ai marchi della moda e ai loro distributori di porre fine al lavoro forzato nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang e non essere più complici delle violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo cinese. Le associazioni chiedono in particolare ai brand di interrompere tutti i rapporti con le fabbriche coinvolte in pratiche di lavoro forzato e terminare tutti gli ordini di forniture provenienti dalla Regione Uigura, dal cotone ai prodotti finiti, entro 12 mesi.

Ora è tempo che marchi, governi e organismi internazionali agiscano concretamente: basta vuote dichiarazioni. Per porre fine alla schiavitù e agli abusi nei confronti delle popolazioni Uigure, Kazake e turco musulmane da parte del governo cinese, i marchi devono garantire che le loro catene di fornitura non siano collegate a queste atrocità. L’unico modo per assicurare che non traggano profitto da questo sfruttamento è abbandonare la regione e terminare ogni tipo di relazione con i fornitori che sostengono questo sistema” ha dichiarato Jasmine O’Connor OBE, CEO di Anti-Slavery International.

Il governo cinese ha imprigionato dagli 1 agli 1,8 milioni fra uiguri e turco musulmani in campi di detenzione e lavoro forzato: si tratta del più grande internamento di una minoranza etnica e religiosa dalla Seconda Guerra Mondiale. Le atrocità nella Regione Uigura – torture, separazioni forzate delle famiglie, sterilizzazione obbligatoria delle donne uigure – sono ampiamente riconosciute come crimini contro l’umanità. Elemento centrale della strategia del governo per dominare il popolo uiguro è un vasto sistema di lavoro forzato, che colpisce fabbriche e fattorie nella regione e in tutta la Cina, sia all'interno che all'esterno dei campi di internamento.

Gulzira Auelkhan, una donna kazaka detenuta in un campo di internamento e poi costretta al lavoro forzato in una fabbrica ci ha riferito: “La fabbrica di vestiti non era diversa dal campo di internamento. C’erano polizia, telecamere, non potevi andare da nessuna parte”.

Nonostante l’indignazione globale per gli abusi, i principali marchi della moda rafforzano esponenzialmente il proprio potere economico e presenza sul mercato, macinando profitti approfittando di questa situazione. I brand continuano a rifornirsi di milioni di tonnellate di cotone e filato dalla Regione Uigura. Circa 1 abito in cotone su 5 venduto nel mondo contiene materiale proveniente da questa zonaed è praticamente certo che molti di questi prodotti siano ottenuti attraverso il lavoro forzato.

I marchi multinazionali dovrebbero chiedersi se si sentono a loro agio nel contribuire alle politiche di genocidio contro il popolo uiguro. Finora sono riusciti a sottrarsi alle accuse di complicità: ma ora basta” ha dichiarato Omer Kanat, Executive Director del Uyghur Human Rights Project.

Le multinazionali più importanti hanno dichiarato di non tollerare il lavoro forzato nelle loro catene di fornitura, ma ancora non hanno spiegato come intendano mettere fine a queste pratiche e continuano a fare affari sulla pelle degli Uiguri e dei turco musulmani in Cina.

I lavoratori forzati nella Regione Uigura rischiano violente rappresaglie quando denunciano la loro situazione. Il clima generale rende impossibile eseguire indagini preventive su una azienda e permette ai marchi di continuare gli abusi” ha dichiarato Scott Nova, Executive Director del Worker Rights Consortium.

Vista la mancanza di influenza e l’incapacità di prevenire e mitigare gli abusi, i marchi e i distributori devono fare tutto ciò che possono per mettere fine alle relazioni commerciali con la Regione Uigura e assumersi le proprie responsabilità nel rispetto dei diritti umani così come previsto dai Principi Guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani” ha dichiarato David Schilling, Senior Program Director of Human Rights presso l’Interfaith Center on Corporate Responsibility.

Ha ancora un senso la responsabilità di impresa? Se sì, i marchi della moda devono agire subito,      quando giornalisti indipendenti, esperti delle Nazioni Unite, organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani riferiscono gravi abusi” ha dichiarato Jennifer (JJ) Rosenbaum, Executive Director del Global Labor Justice - International Labor Rights Forum. “I principi su imprese e diritti umani richiedono che i marchi smettano subito di utilizzare cotone e lavoro della Regione Uigura nelle loro catene di fornitura”.

Questa è l’ennesima dimostrazione che è scaduto il tempo per generiche dichiarazioni di principio basate su un approccio volontario. Servono norme vincolanti per regolare la condotta delle imprese in materia di diritti umani e imporgli di attuare politiche efficaci di dovuta diligenza per identificare e prevenire gli abusi derivanti dalle loro attività economiche lungo la catena di fornitura. E quando tali violazioni emergono in tutta la loro gravità, di attuare azioni rimediali efficaci ed immediate” dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, coalizione italiana della CCC.




Le nostre richieste

Le organizzazioni chiedono ai marchi multinazionali e ai loro distributori di:

  • Interrompere le forniture di cotone, filati, tessuti e prodotti finiti dalla Regione Uigura. Visto che il cotone e i filati della Regione vengono utilizzati per produrre abiti in Cina e molti altri Paesi, i marchi devono imporre ai propri fornitori di non utilizzarli nelle loro produzioni
  • Interrompere le relazioni con le aziende implicate nell’uso di lavoro forzato – quelle che operano nella Regione Uigura e hanno accettato sussidi e/o manodopera dal governo cinese. Ad esempio: Esquel Group basato ad Hong Kong e le aziende cinesi basate fuori dalla Regione Uigura, comeHuafu Fashion Co., Lu Thai Textile Co., Jinsheng Group (società madre della Litai Textiles/Xingshi), Youngor Group e Shandong Ruyi Technology Group Co.
  • Impedire a qualsiasi fornitore fuori dalla Regione Uigura di utilizzare lavoratori uiguri o turco musulmani forniti attraverso lo schema cinese del lavoro forzato
  • Nota: intraprendere queste azioni non preclude per i brand la possibilità di rifornirsi altrove in Cina se il cotone e i filati non provengono dalla Regione Uigura e i fornitori non usano lavoro forzato di uiguri e turco musulmani

I marchi coinvolti

Praticamente tutta l’industria della moda è coinvolta nell’uso di lavoro forzato uiguro e turco musulmano. Inchieste e report affidabili dell’Associated Press, Australian Broadcasting Corporation, Australian Strategic Policy Institute, Axios, Congressional-Executive Commission on China, Global Legal Action Network e del Wall Street Journal hanno collegato questi marchi e distributori a casi specifici di lavoro forzato uiguro:

  • Abercrombie & Fitch
  • adidas
  • Amazon
  • Badger Sport (Founder Sport Group)
  • C&A (Cofra Holding AG)
  • Calvin Klein (PVH)
  • Carter’s
  • Cerruti 1881 (Trinity Limited)
  • Costco
  • Cotton On
  • Dangerfield (Factory X Pty Ltd)
  • Esprit (Esprit Holdings Ltd.)
  • Fila (FILA KOREA Ltd)
  • Gap
  • H&M
  • Hart Schaffner Marx (Authentic Brands Group)
  • Ikea (Inter IKEA Systems B.V.)
  • Jack & Jones (Bestseller)
  • Jeanswest (Harbour Guidance Pty Ltd)
  • L.Bean
  • Lacoste (Maus Freres)
  • Li-Ning
  • Mayor
  • Muji (Ryohin Keikaku Co., Ltd.)
  • Nike
  • Patagonia
  • Polo Ralph Lauren (Ralph Lauren Corporation)
  • Puma
  • Skechers
  • Summit Resource International (Caterpillar)
  • Target Australia (Wesfarmers)
  • The North Face (VF) *
  • Tommy Hilfiger (PVH)
  • Uniqlo (Fast Retailing)
  • Victoria’s Secret (L Brands)
  • Woolworths (Woolworth Corporation, LLC.)
  • Zara (Inditex)
  • Zegna

La coalizione

La Coalizione per fermare il lavoro forzato nella Regione Uigura raggruppa organizzazioni della società civile e sindacati impegnati a mettere fine al lavoro forzato sostenuto dalla Stato cinese nella Regione Uigura, chiamata dalla popolazione locale East Turkistan.

Hanno aderito:

  1. ABVV-FGTB (General Labour Federation of Belgium)
  2. achACT (Actions Consumers Workers)
  3. ACV-CSC (Confederation of Christian Trade Unions)
  4. ACV-CSC METEA (Metal and Textile Industries Trade Union)
  5. Advocates for Public Interest Law
  6. AFL-CIO
  7. Alberta Uyghur Association
  8. altraQualità
  9. Anti-Slavery International
  10. Arisa Foundation
  11. Arise Foundation
  12. Arzu Uigurischer Kuturverein e.V. (Azru Uyghur Cultural Association)
  13. Asian Solidarity Council for Freedom and Democracy
  14. Association des Ouïghours de France (Association of French Uyghurs)
  15. Athenai Institute
  16. Australia Tibet Council
  17. Australian Council of Trade Unions
  18. Australian East Turkestan Association
  19. Australian Uyghur Association
  20. Australian Uyghur Tangritagh Women’s Association
  21. Austria Uyghur Association
  22. Azzad Asset Management
  23. Bangladesh Garment and Industrial Workers’ Federation
  24. Belgium Uyghur Association
  25. Bishkek Human Rights Committee
  26. Campagna Abiti Puliti
  27. Campaign for Uyghurs
  28. Canada East Turkestan Union
  29. Central Eurasian Studies Society
  30. China Aid Association
  31. China Labor Watch
  32. China Labour Bulletin
  33. Christian Solidarity Worldwide
  34. Citizen Power Initiatives for China
  35. Clean Clothes Campaign
  36. Collectif Ethique sur l’étiquette
  37. Comité de Apoyo al Tíbet (Tibet Support Committee)
  38. CORE Coalition
  39. Corporate Accountability Lab
  40. Covenants Watch
  41. Dabindu Collective
  42. Daniye Uyghur Jama’itining Wekili (Denmark Uyghur Association)
  43. Doğu Türkistan Basin ve Medya Derneği (East Turkistan Press and Media Association)
  44. Doğu Türkistan Gençlik Derneği (East Turkistan Youth Association)
  45. Doğu Türkistan Kültür Merkezi Duisburg (East Turkistan Cultural Center Duisburg)
  46. Doğu Türkistan Maarif ve Dayanimsa Derneği (East Turkistan Education and Solidarity Association)
  47. Doğu Türkistan Muhacirlar Derneği (East Turkistan Immigrants Association)
  48. Doğu Türkistan Nuzugum Kültür ve Aile Derneği (Nuzugum Culture and Family Centre)
  49. Doğu Türkistan Spor ve Gelişim Derneği (East Turkistan Sports and Development Association)
  50. Doğu Türkistan Yeni Nesil Hareketi Derneği (East Turkistan New Generation Movement)
  51. Dutch Uyghur Human Rights Foundation
  52. Dutch Uyghur, Tibet, Mongol People Cooperation Organization
  53. East Turkestan Union in Europe
  54. East Turkistan Art & Science Institute
  55. East Turkistan Association of Canada
  56. East Turkistan Cultural and Solidarity Association
  57. East Turkistan Foundation
  58. East Turkistan Human Rights Watch Association
  59. East Turkistan Information Center
  60. East Turkistan National Council
  61. East Turkistan Union in Europe
  62. Eastern Turkistan Uyghur Association in the Netherlands
  63. FAIR (Fair Trade Cooperative)
  64. Fair Action
  65. Fashion Roundtable
  66. FGTB – CG (General Union Belgium)
  67. FIDH (International Federation for Human Rights )
  68. Formosan Association for Public Affairs
  69. FOS (Solidarity for the socialist movement in Flanders)
  70. Free Tibet
  71. Freedom Fund
  72. Freedom United
  73. Garment Labour Union
  74. Gender Alliance for Development Center
  75. Global Aktion
  76. Global Alliance Against Traffic in Women
  77. Global Labor Justice – International Labor Rights Forum
  78. Global Legal Action Network
  79. God Bless HK
  80. Grupo de Apoio ao Tibete (Tibet Support Group)
  81. H&M Hong Kong Staff Union
  82. Hong Kong Global Connect
  83. HOPE not hate
  84. Human Rights in China
  85. Human Rights Now
  86. Human Rights Watch
  87. Humanity Beyond Borders
  88. Interfaith Center on Corporate Responsibility
  89. International Campaign for Tibet
  90. International Commission of Jurists
  91. International Dalit Solidarity Network
  92. International Service for Human Rights
  93. International Trade Union Confederation
  94. Isa Yusuf Alptekin Foundation
  95. Islamic Information & Services Foundation
  96. Ittipak Uyghur Society of the Kyrgyz Republic
  97. Japan Uyghur Association
  98. Japan Uyghur Union
  99. Jewish World Watch
  100. Justice For All
  101. Kazakhstan National Culture Center
  102. Keep Taiwan Free
  103. Korean House for International Solidarity
  104. Labour Behind the Label
  105. Lantos Foundation for Human Rights & Justice
  106. Malaysia Consultative Council of Islamic Organizations
  107. Maquila Solidarity Network
  108. Mavi Hilal
  109. Minaret Foundation
  110. Movimento Consumatori (Consumer Movement)
  111. Netwerk Bewust Verbruiken (Network for Conscious Consumption)
  112. Norwegian Uyghur Committee (NUK)
  113. Open Gate La Strada Macedonia
  114. Pakistan Ömer Uyghur Foundation
  115. Peace Catalyst International
  116. Public Citizen
  117. Qutatqu Bilik Institute
  118. Rafto Foundation for Human Rights
  119. Reconstructionist Rabbinical Association
  120. Religious Freedom Institute
  121. René Cassin
  122. Responsible Sourcing Network
  123. Robert F Kennedy Human Rights
  124. Satuq Bughrahan Science and Culture Center
  125. SAVE (Social Awareness and Voluntary Education)
  126. Save Tibet
  127. Science, Education and Research Foundation
  128. SHARE (Shareholder Association for Research & Education)
  129. Shukr Foundation
  130. Society for Threatened Peoples
  131. Society Union of Uyghur National Association
  132. Solidarity China
  133. Stand with Hong Kong
  134. Stefanus Alliance International
  135. STOP THE TRAFFIK
  136. Südwind
  137. SÜDWIND-Institut
  138. Suomen Ita Turkestan Yhdistys (Finland East Turkistan Association)
  139. Sweden East Turkistan Education Association
  140. Sweden Mahmut Kashgeri Mother Tongue School
  141. Sweden Uyghur Education Association
  142. T’ruah
  143. Taiwan Association for Human Rights
  144. Taklimakan Islamiska Kultur Center
  145. TERRE DES FEMMES Schweiz
  146. The Rights Practice
  147. Tibet Justice Center
  148. Tibet Support Group
  149. Tibetan Youth Association in Europe
  150. Trades Union Congress
  151. Uighur U.K. Association
  152. Uigurischer Veren Schweiz (Swiss Uyghur Association)
  153. Uiguriska Utbildingsföreningen (Uyghur Education Association)
  154. UK Uyghur Community
  155. United Students Against Sweatshops
  156. Unrepresented Nations and Peoples Organization
  157. Unseen UK
  158. US Tibet Committee
  159. Uyghur Academy
  160. Uyghur Academy America
  161. Uyghur Academy Australia
  162. Uyghur Academy Europe
  163. Uyghur Aid
  164. Uyghur American Association
  165. Uyghur Association of Victoria
  166. Uyghur Collective
  167. Uyghur Democracy and Human Rights Center
  168. Uyghur Forum
  169. Uyghur Human Rights Project
  170. Uyghur Media Center
  171. Uyghur Mothers’ Union in Germany
  172. Uyghur Radio TV
  173. Uyghur Rally
  174. Uyghur Relief Fund
  175. Uyghur Research Institute
  176. Uyghur Rights Advocacy Project
  177. Uyghur Solidarity Campaign
  178. Uyghur Support Group Netherlands
  179. Uyghur Transitional Justice Database
  180. Uyghur Youth Union in Kazakhstan
  181. Uzbekistan Uyghur Culture Center
  182. Victims of Communism Memorial Foundation
  183. Victoria Hong Kong Tertiary Student Association
  184. Walk Free
  185. We Social Movements
  186. Worker Rights Consortium
  187. World Uyghur Congress

Materiali di approfondimento


Fast fashion, una campagna digital per cambiare il sistema moda in Italia

Al via oggi #CambiaMODA!, iniziativa promossa da Istituto Oikos, Mani Tese e Fair per mobilitare i cittadini e fare pressione su aziende e decisori politici. La richiesta: favorire un’industria dell’abbigliamento trasparente, che rispetti l’ambiente e le persone.

L’industria tessile è una delle più inquinanti al mondo: produce 1,2 miliardi di tonnellate l’anno di gas serra, più dei trasporti aerei e marittimi internazionali messi insieme (Ellen MacArthur Foundation 2017). Questo settore ha impatti enormi anche sul consumo dell’acqua: basti pensare che per produrre una sola t-shirt ne occorrono circa 3.900 litri, quanta ne beve in media una persona in 5 anni (Friends of the Earth 2015). Secondo i dati della Campagna Abiti Puliti, coalizione italiana della Clean Clothes Campaign, si stima che 60 milioni di lavoratori alimentino l’industria globale dell’abbigliamento, generando miliardi di profitti. La maggior parte lavora per un numero di ore disumano e fa più di un lavoro per far quadrare i conti. Circa l’80% di questa forza lavoro è composta da donne e non percepisce un reddito dignitoso.

L’impatto della pandemia
Oggi, complice la pandemia che ha colpito il pianeta, questa industria sta affrontando una crisi economica e sociale senza precedenti e a pagarne il prezzo più alto sono i milioni di lavoratori e lavoratrici impiegati nel settore. Il coronavirus ha reso ancora più evidenti i limiti di un sistema globale fondato sulle disuguaglianze, che annulla le tutele ed espone tutti a un futuro incerto. I marchi hanno fatto perdere all’industria dell’abbigliamento miliardi di dollari cancellando gli ordini indebitamente e facendo fallire molte fabbriche, con conseguenze devastanti sui lavoratori. Rifiutando di pagare prezzi che consentano ai lavoratori di percepire un salario dignitoso, i marchi committenti lasciano le persone che producono i loro vestiti senza alcun mezzo di sostentamento. Milioni di lavoratori vivono a rischio di precarietà abitativa e di sussistenza e molte fabbriche sono al collasso economico.

La campagna e la comunità #CambiaMODA!
Per questo motivo Istituto Oikos, Mani Tese e Fair lanciano la nuova piattaforma #CambiaMODA! (www.cambiamoda.it): l’obiettivo ambizioso è contribuire a cambiare il sistema moda in Italia.
Nella forte convinzione che una comunità abbia più forza e più potere del singolo, l’invito è rivolto soprattutto ai giovani. Per incoraggiarli ad aderire all’iniziativa e chiedere a gran voce: adeguati ammortizzatori sociali per i lavoratori del settore colpiti dall’attuale crisi; misure sanitarie e di sicurezza efficaci ed eque condizioni di lavoroper tutti e tutte; una riduzione drastica di rifiuti, inquinamento ed emissioni di CO2 da parte dei grandi marchi;verità e trasparenza su come vengono prodotti i vestiti che compriamo.

Come aderire
Entrare a far parte della comunità #CambiaMODA! è molto semplice: basta registrarsi sul sito www.cambiamoda.it. Sono molti i modi in cui contribuire: da una semplice azione sui social a una più attiva partecipazione agli eventi e iniziative promossi nell’ambito della campagna di sensibilizzazione, fino alla scelta di unirsi al team di ambassadors che ha già deciso di abbracciare la causa. Tra queste, molte persone che hanno fatto della passione per moda e lifestyle il proprio lavoro, come la fashion design blogger Marinella Rauso, la youtuber Sofia Viscardi, la travel blogger Francesca Barbieri.

Un cambio di rotta decisivo, che favorisca filiere trasparenti, responsabili ed eque, è quindi estremamente urgente: per proteggere l’ambiente, la salute e i diritti di tutte le persone coinvolte nella filiera, in Italia e nel mondo.


Le aziende del settore tessile devono garantire agli operai la continuità della retribuzione durante questa crisi

I lavoratori dell'abbigliamento sono tra i più economicamente vulnerabili nella crisi COVID-19, a causa delle disuguaglianze strutturali nelle catene globali di fornitura. Un appello lanciato oggi dalle organizzazioni per i diritti dei lavoratori e dai sindacati, esorta le aziende di abbigliamento a garantire che tutti i lavoratori delle loro catene di fornitura ricevano il trattamento retributivo migliore fra il loro stipendio contrattuale e quello garantito dalla legge, inclusi i benefit.

Annullando gli ordini, ritardando la pianificazione di nuovi ordini o forzando sconti su merci già prodotte, le aziende di abbigliamento hanno creato una situazione in cui i fornitori non sono in grado di pagare i lavoratori in tempo o addirittura per nulla. Dopo la recente protesta pubblica, un certo numero di aziende si sono impegnate a pagare tutti gli ordini effettuati prima della pandemia. Ma questo non è sufficiente.

Oggi, le organizzazioni di attivisti per i diritti del lavoro e i sindacati esortano le aziende di abbigliamento ad impegnarsi pubblicamente per garantire che tutti coloro che lavorano lungo la filiera del settore dell'abbigliamento, tessile, calzaturiero e logistico, impiegati all'inizio della crisi COVID-19, ricevano il loro stipendio contrattuale o stabilito per legge con i benefit, comprese le retribuzioni arretrate o l'indennità di licenziamento. Inoltre, queste organizzazioni esortano le imprese ad assicurare il pagamento di un premio aggiuntivo sugli ordini futuri per stabilire un fondo di garanzia vincolato con l’obiettivo di sostenere una maggiore protezione sociale per i lavoratori.

Le aziende hanno la responsabilità di prevenire, mitigare e porre rimedio alle violazioni dei diritti umani nelle proprie catene di fornitura. Garantendo che i lavoratori ricevano il salario dovuto, le imprese adempiono in parte ai loro obblighi di dovuta diligenza, che comprendono anche la garanzia di un trattamento non discriminatorio dei lavoratori, protezione sociale e condizioni di lavoro sicure che non espongano i lavoratori a infezioni o ad altri rischi per la salute.

Le organizzazioni della rete della Clean Clothes Campaign contatteranno le imprese di abbigliamento con queste richieste direttamente e attraverso una campagna pubblica imminente.

Background

Dall'inizio di questa pandemia, con il prosciugamento della fornitura di materie prime dalla Cina, i lavoratori dell'abbigliamento hanno sofferto economicamente, e i lavoratori in Asia in particolare si sono trovati di fronte alla chiusura di fabbriche e al mancato pagamento di salari e indennità di licenziamento. Da marzo, quando molti paesi hanno deciso le serrate nazionali per contenere il virus, i lavoratori dell'abbigliamento hanno lavorato in condizioni non sicure, non hanno ricevuto i loro salari, e hanno subito licenziamenti discriminatori o ristrutturazioni quando i marchi di abbigliamento hanno improvvisamente annullato o rifiutato di pagare il prezzo concordato per gli ordini. Salari di povertà sono endemici in tutta l'industria e, per i lavoratori dell'abbigliamento, essere pagati in ritardo significa non avere abbastanza risorse per comprare cibo. In Bangladesh, migliaia di lavoratori hanno avuto poca scelta se non scendere in piazza in proteste di massa da aprile, inizialmente per chiedere il loro salario di marzo, poi il loro salario di aprile, e più recentemente i bonus legalmente dovuti per l'Eid.

Le aziende del settore dell'abbigliamento hanno beneficiato per decenni del lavoro a basso salario - che in genere rappresenta solo un terzo del salario minimo dignitoso - in paesi con scarsa protezione sociale e leggi sul lavoro permissive. Ciò ha permesso alle imprese di accumulare profitti che hanno riempito le tasche dei proprietari miliardari delle aziende e dei loro azionisti. Assumendo consapevolmente il rischio di costruire profitti su un sistema a basso costo che non ha permesso l'istituzione di meccanismi di protezione sociale o di pagare i lavoratori abbastanza per consentire risparmi, queste aziende ora devono affrontare le conseguenze e pagare i lavoratori quello che gli spetta.

Le imprese si impegnino a garantire i salari pubblicando la seguente dichiarazione:

[Nome azienda] assicura pubblicamente che tutti i lavoratori della filiera dell'abbigliamento, tessile, calzaturiero e logistica impiegati nella nostra catena di fornitura, che erano già impiegati all'inizio della crisi di Covid-19, indipendentemente dallo status lavorativo, riceveranno i loro stipendi e benefici legali o contrattuali, in base al trattamento migliore, inclusi gli arretrati salariali (stipendio arretrato) e, se del caso, la liquidazione negoziata.

Forniremo fondi sufficienti a garantire che, in combinazione con altri aiuti forniti ai lavoratori da parte di datori di lavoro, governi locali e istituzioni internazionali, i lavoratori abbiano un reddito pari a quello ricevuto prima della crisi. In tal modo, forniremo immediato e necessario sollievo ai lavoratori, ed eserciteremo la nostra responsabilità di prevenire e mitigare gli impatti negativi sui diritti umani nelle nostre catene di approvvigionamento, e di provvedere o cooperare nella riparazione del danno.

In futuro, sosterremo una maggiore protezione sociale per i lavoratori impegnandoci a pagare un premio sul prezzo degli ordini futuri da versare in un fondo di garanzia riservato alle indennità di licenziamento e ai salari arretrati nei casi in cui i datori di lavoro della nostra filiera siano insolventi, o altrimenti abbiano licenziato lavoratori, firmando un accordo vincolante con i sindacati dei lavoratori del settore, in linea con la raccomandazione 202, la Convenzione 95 e la Convenzione 76 dell'Organizzazione Mondiale del Lavoro.


Abiti Puliti Live - Vite appese

Giovedì 28 maggio alle ore 17, per il ciclo Tra le trame della crisi,
VITE APPESE.

Le vite appese sono quelle delle commesse della fast fashion, costrette a stare sempre in piedi, ad indossare sorrisi, a piegare senza sosta i capi abbandonati nei camerini, e i loro tempi di vita ai ritmi imposti dalla società del consumo totale, 7 giorni su 7, senza sabati e domeniche. Nulla più a scandire la danza della vita, dove dovrebbe esistere un tempo per tutto: per il lavoro, per la crescita personale e le relazioni.

Interverranno:

  • Annalisa Dordoni, Università degli Studi di Milano Bicocca, autrice di “Sempre aperto. Lavorare su turni nella società dei servizi 24/7

  • Fiorella (nome di fantasia, durante la diretta sarà garantito l’anonimato), Commessa e delegata Filcams CGIL

Modera: Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti


Vincolare i fondi al rispetto dei diritti umani e ambientali. Altrimenti la pezza sarà più grande del buco

L’Italia sta per varare una misura da 55 miliardi, la più imponente della storia del paese. Il Governo sta chiedendo ai contribuenti uno sforzo presente e futuro enorme. La Campagna Abiti Puliti ha inviato oggi una lettera al Governo in cui chiede che i fondi pubblici utilizzati per la ricostruzione siano concessi solo ad aziende che si impegnano a rispettare i diritti umani sia in Italia che nel mondo e che non abbiano sede in paradisi fiscali. 

La pandemia di Covid19 non è più una emergenza solo sanitaria, ma è presto diventata anche una questione di giustizia economica e sociale.” commenta Deborah Lucchetti, portavoce della campagna. “Sono milioni le persone che hanno già perso il lavoro a causa delle politiche predatorie delle multinazionali nelle filiere globali. Se quelle aziende vogliono aiuti di Stato, devono condividere la ricchezza ricevuta con i lavoratori, non solo quelli operanti in Italia. Si può ripartire solo se nessuno è lasciato indietro.”

Stiamo assistendo a comportamenti predatori e inaccettabili: aziende che non pagano i fornitori, cancellano ordini già effettuati, licenziano o minacciano il personale, si rivolgono a fornitori esteri chiedendo prezzi stracciati costringendoli a pagare ai loro dipendenti stipendi da fame. Alcune hanno chiesto fondi di sostegno al governo italiano, anche se non pagano le tasse in Italia bensì in paradisi fiscali. Ciò sta accadendo nel settore della moda, ma non solo. Se le imprese italiane vogliono usufruire di fondi pubblici devono impegnarsi a rispettare i diritti umani e dei lavoratori in tutto il mondo, e pagare le tasse nel nostro Paese.

I cittadini italiani hanno il diritto di sapere come queste risorse saranno spese e quali aziende ne beneficeranno: per questo la Campagna Abiti Puliti chiede di fare buon uso del Registro Nazionale degli Aiuti di Stato creando una sezione specifica dedicata all’erogazione e gestione dei fondi Covid. Rendere pubbliche queste informazioni in maniera chiara e accessibile è un passo fondamentale per nutrire la democrazia e favorire una reale transizione dell’economia verso la sostenibilità.

Per facilitare la messa in pratica di tale impegno, abbiamo preparato un modulo molto semplice e precompilato: il Governo non deve fare altro che allegarlo al Decreto Maggio” aggiunge Lucchetti.

Il modulo è disponibile qui

Allo stesso tempo la Campagna Abiti Puliti, in collegamento con altre coalizioni gemelle in diversi paesi europei, ha lanciato una petizione rivolta alle imprese italiane del settore moda affinché adottino condotte responsabili e non spostino il peso della crisi sanitaria sulle operaie all’altro capo delle loro catene di fornitura. 

La prossima occasione per approfondire questi temi è Giovedì 14 maggio alle ore 17. Per il ciclo Tra le trame della crisi, in diretta Facebook sulla pagina della Campagna Abiti Puliti, si terrà l’evento “Colmiamo i buchi legali. Le leggi che mancano per cucire moda sostenibile”. Insieme a Angelica Bonfanti, Professoressa associata in diritto internazionale UniMI e Gianni Rosas, Direttore OIL Ufficio per l’Italia e San Marino parleremo delle leggi che mancano per obbligare le imprese a rispettare i diritti e della necessità di avere sistemi di protezione sociale nei paesi di produzione.

Il mondo è un posto ineguale a causa di comportamenti umani e aziendali che sono evidentemente giunti al capolinea. Il Coronavirus ci ha rimesso all’anno zero. Abbiamo l’occasione di cambiare la direzione del mondo e sappiamo già come farlo.

Il momento di agire è ora.


Abiti Puliti Live - Colmiamo i buchi legali

Giovedì 14 maggio alle ore 17, per il ciclo Tra le trame della crisi,
in diretta Facebook sulla pagina della Campagna Abiti Puliti, si terrà l’evento
COLMIAMO I BUCHI LEGALI – LE LEGGI CHE MANCANO PER CUCIRE MODA SOSTENIBILE

Insieme agli ospiti parleremo delle leggi che mancano per obbligare le imprese a rispettare i diritti e della necessità di avere sistemi di protezione sociale nei paesi di produzione, di pagare prezzi equi ai fornitori.

Interverranno:

  • Angelica Bonfanti, Professoressa associata in diritto internazionale UniMI
  • Gianni Rosas, Direttore OIL Ufficio per l’Italia e San Marino

Modera: Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti


Rana Plaza al tempo della pandemia: continua la lotta per i diritti dei lavoratori

Esattamente sette anni fa, il 24 aprile 2013, 1.134 lavoratori hanno perso la vita nel peggiore incidente che si ricordi nella storia dell’industria dell’abbigliamento.  Oggi, mentre commemoriamo le vittime del crollo del Rana Plaza e rivolgiamo un pensiero a tutte le persone colpite da questa tragedia, la vita dei lavoratori è ancora una volta in pericolo. In Bangladesh, la crisi che ha investito l’industria dell’abbigliamento in seguito alla pandemia da Covid-19 indebolisce i lavoratori nella lotta incessante per ottenere maggiori diritti: sistemi di protezione sociale, salari dignitosi, libertà di organizzazione sindacale e sicurezza nei luoghi di lavoro.

 

La pandemia da coronavirus mette a rischio le conquiste fin qui ottenute a caro prezzo dai lavoratori dai tempi del Rana Plaza

In un momento di crisi senza precedenti per l’industria dell’abbigliamento, che vede il prosciugarsi della domanda, gli ordini annullati o differiti, e milioni di lavoratori affrontare lo spettro dell’indigenza, è di vitale importanza che non vadano perse le forme di tutela tanto faticosamente conquistate. Se le catene di fornitura torneranno a ricomporsi dopo la fine della pandemia, esse dovranno farsi guidare dagli insegnamenti che vengono dalla tragedia del Rana Plaza e dall’esperienza maturata con la crisi in corso. La strada da intraprendere è verso un’industria improntata a maggiore sicurezza ed equità, governata da regole vincolanti ed esigibili sui grandi temi del salario, della salute e della sicurezza, della libertà di associazione e delle tutele sociali. Niente deve tornare ad essere com’era prima del 2020 e neppure del 2013.

Dal maggio 2013, l’Accordo per la prevenzione contro gli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh, istituito in risposta alla tragedia del Rana Plaza, è riuscito a garantire luoghi di lavoro più sicuri per oltre 2 milioni di persone. L’accordo copre più di 1.600 fabbriche presso le quali è stato possibile porre rimedio al 91% di tutti i difetti di sicurezza riscontrati nel corso di ispezioni regolarmente programmate. Nel maggio 2019, una lunga battaglia legale sul diritto dell’Accordo di continuare ad operare in Bangladesh si è risolta con l’intesa che nell’arco di un anno le funzioni dell’Accordo sarebbero state trasferite al cosiddetto “RMG Sustainability Council” (RSC), un organismo partecipato dalla Bangladesh Garment Manufacturer and Exporter Association (BGMEA), associazione che rappresenta i titolari delle fabbriche.

Le organizzazioni a difesa dei diritti dei lavoratori dentro e fuori il paese, fra queste la Clean Clothes Campaign, ripetono da tempo che non può essere avviato nessun nuovo programma se prima non sono stati portati a termine gli obiettivi precedentemente fissati. Per essere efficace l’azione dell’RSC deve proseguire nel solco dell’Accordo e fare propri i suoi aspetti fondanti, con particolare riguardo ai criteri dell’obbligatorietà e della trasparenza, che andranno inseriti in un accordo internazionale da far sottoscrivere alle imprese del settore, insieme all’impegno a garantire condizioni contrattuali che consentano ai fornitori di sostenere i costi degli interventi correttivi nelle fabbriche.

Con il diffondersi della pandemia le trattative per arrivare a un’intesa si sono interrotte e l’Accordo ha sospeso la usa operatività. Mentre la data di inizio delle sue attività si avvicina, manca quasi del tutto la garanzia che l’RSC saprà svolgere un’azione di tutela efficace per i lavoratori, anche a giudicare dall’assenza di un elemento decisivo, e cioè l’impegno delle imprese a offrire ai fornitori condizioni contrattuali commisurate ai costi degli adempimenti. È pertanto di fondamentale importanza ripristinare e concludere il processo di elaborazione di un accordo internazionale legalmente vincolante che racchiuda tale impegno, così come deve essere completato il lavoro dell’Accordo prima che l’RSC ne prenda il posto. In mancanza di questo, l’RSC non si distinguerà nel suo operare dalle tante iniziative volontarie che non hanno saputo impedire il crollo del Rana Plaza.

In questi ultimi sette anni, anche grazie al contributo fattivo di numerosi rappresentanti del mondo delle imprese, è stato possibile instituire in Bangladesh un sistema assicurativo volto a garantire sostegno economico ai lavoratori vittime di infortuni e alle famiglie di chi ha perso la vita sul lavoro.  Un’iniziativa di questa portata, che ha suscitato tante attese, non deve essere ulteriormente posticipata. Sette anni dopo il crollo del Rana Plaza, al dolore delle famiglie colpite dalla disabilità o dalla morte dei propri cari non deve aggiungersi anche il dramma dell’indigenza.

La crisi che stiamo attraversando dovrebbe servire di ulteriore stimolo al rafforzamento delle misure di protezione sociale, in linea con gli standard dell’OIL in tema di indennità per malattia, disoccupazione e assistenza sanitaria. Il governo del Bangladesh deve porsi alla guida di questo processo il quale, tuttavia, non può prendere avvio senza una condivisione dei costi fra tutti i soggetti che comporranno le future filiere produttive.

Ordini annullati e chiusure delle fabbriche minacciano il futuro dell’industria dell’abbigliamento

L’assenza di solidi sistemi di sicurezza sociale e la disparità di poteri che caratterizzano le catene di fornitura sono venute dolorosamente allo scoperto con la pandemia da coronavirus. Dopo un iniziale rallentamento della produzione provocato dalla scarsità di materie prime di provenienza cinese, l’industria ha risentito notevolmente della cancellazione degli ordini da parte degli acquirenti occidentali e della determinazione dei marchi di non piazzarne di nuovi. Una ricerca condotta dal Penn State Center for Global Workers’ Rights indica che alla fine del mese di marzo quasi la metà delle fabbriche si è vista annullare buona parte degli ordini quasi pronti per la spedizione.

L’indignazione suscitata da queste notizie ha convinto alcuni acquirenti a rivedere la loro decisione e ad accettare di pagare per gli ordini già in produzione. Un numero rilevante di grandi marchi acquirenti, in particolare Arcadia, Gap, Walmart, Tesco, ma non solo, si mostra irremovibile e rifiuta di pagare e di ricevere gli ordini completati anche a costo di violare i contratti di commessa. A fare le spese di comportamenti così irresponsabili sono in ultima analisi i lavoratori.

Dopo l’annuncio dato dal governo il 25 marzo del lockdown generale con scadenza il 4 aprile, molte fabbriche di confezioni hanno chiuso e migliaia di lavoratori sono rientrati ai loro villaggi dalle famiglie. Gli imprenditori non avevano l’obbligo di sospendere le attività ed è per questo che un numero non trascurabile di fabbriche ha continuato a operare. Al termine del periodo di chiusura forzata, migliaia di persone si sono rimesse in cammino verso le città per ritornare al lavoro e ritirare la busta paga di marzo, percorrendo la distanza a piedi o con mezzi di fortuna a causa del blocco dei mezzi pubblici. Una volta arrivati, e solo in quel momento, sono stati informati che la chiusura era stata prorogata o che erano stati licenziati, quasi tutti senza neppure ricevere gli arretrati del mese di marzo.

“I lavoratori sono rientrati nei luoghi di lavoro correndo seri rischi per la loro sicurezza e spendendo molti soldi per il trasporto”, ha detto Kalpona Akter, presidentessa della Bangladesh Garments and Industrial Workers Federation, “Le decisioni irrazionali dei proprietari delle fabbriche non hanno messo a rischio solo la vita dei dipendenti ma quella dell’intera popolazione. La notizia del controesodo forzato dei lavoratori ha fatto discutere a livello nazionale e solo allora le organizzazioni datoriali BGMEA e BKMEA si sono convinte a concedere alle aziende associate un periodo di sospensione generale delle attività”.

Nonostante la proroga delle misure restrittive decisa dal governo, alcune fabbriche hanno riaperto obbligando i dipendenti a rientrare sotto la minaccia del licenziamento o della perdita dei salari arretrati. La BGMEA ha ribadito l’intenzione di riaprire tutte le fabbriche dopo il 25 aprile. I lavoratori non devono correre rischi per la loro salute e sicurezza da una riapertura frettolosa. In questo periodo di emergenza sanitaria spetta ai datori di lavoro garantire il benessere dei loro dipendenti, corrispondere per intero le retribuzioni dovute mediante i sistemi digitali predisposti dal governo, cessare i tagli di personale, reintegrare chi è stato licenziato all’inizio della pandemia e, quando si potrà riprendere il lavoro in sicurezza, fornire adeguate misure di protezione e congedi per malattia.

È compito del governo favorire la creazione di sistemi di protezione sociale per i lavoratori estendendone gli effetti a chi è stato licenziato o messo in congedo non retribuito, e vigilare affinché le erogazioni avvengano sotto la responsabilità dei datori di lavoro e delle imprese acquirenti in modo trasparente e con verifiche indipendenti.

I marchi e i distributori non si sono assunti le loro responsabilità, disinteressandosi della sopravvivenza economica dei lavoratori, e non sono intervenuti nei confronti delle imprese fornitrici per impedire iniziative sconsiderate. Al contrario, con il loro rifiuto di pagare gli ordini già in lavorazione e il tentativo di giocare al ribasso sui prezzi, hanno messo i partner commerciali in difficoltà, lasciando loro poco margine per il pagamento delle retribuzioni di marzo e dei mesi a venire. I marchi hanno il dovere di assicurare il pagamento degli ordini e garantire, insieme con i fornitori, la corresponsione delle retribuzioni per tutta la durata dell’emergenza sanitaria, per non abbandonare i lavoratori all’indigenza e senza garanzie occupazionali.

La crisi mostra tragicamente che i sette anni trascorsi non sono riusciti a modificare le disparità di potere esistenti fra i lavoratori e i datori di lavoro. I dipendenti delle fabbriche ospitate nel Rana Plaza erano consapevoli del pericolo che correvano entrando quel tragico giorno nell’edificio in cui lavoravano, ma era più forte la paura di perdere un mese intero di salario perché questa era la minaccia dei loro superiori. Ancora oggi milioni di lavoratori sono messi di fronte alla scelta impossibile fra la salute e la sopravvivenza. Altri saranno nuovamente obbligati a presentarsi al lavoro nella consapevolezza che potrebbero perdere la vita. Per come sono costruite le catene di fornitura è facile per i datori di lavoro, gli acquirenti e i governi scaricare le responsabilità per qualsiasi danno subisca un lavoratore, così com’è avvenuto dopo il crollo del Rana Plaza. È arrivato il momento che i soggetti economici e decisionali di queste filiere si impegnino in un programma comune a sostegno dei diritti dei lavoratori.

Proteste salariali

Esasperati dall’insicurezza, dai salari non pagati e dai licenziamenti, i lavoratori sono scesi per le strade a protestare. È soprattutto a partire dal 12 aprile che si sono intensificati i sit-in e le manifestazioni partecipati da centinaia di persone che reclamavano la fine dei licenziamenti e il pagamento dei salari arretrati. Le proteste sono cresciute dopo che si è avuta notizia che centinaia di imprenditori hanno ignorato una disposizione del governo che prevedeva sanzioni per chi non avesse provveduto al pagamento dei salari prima del 16 aprile, e che garantiva prestiti agli imprenditori impossibilitati a far fronte ai loro obblighi.

Le proteste di piazza sono all’ordine del giorno in Bangladesh. Nonostante sia sotto gli occhi di tutti la necessità di risolvere il problema annoso degli abusi nell’industria dell’abbigliamento dopo la tragedia del Rana Plaza, ogni tentativo fatto dai lavoratori per organizzarsi viene represso con ogni mezzo perché solo mantenendo in piedi un sistema ingiusto, che si rivale sui salari, è possibile per gli attori economici continuare ad estrarre i profitti spropositati a cui sono abituati. Nel gennaio 2019 un giro di vite di proporzioni inaudite si è abbattuto sui lavoratori che si erano mobilitati in proteste pacifiche contro i salari da fame. Più di 10 mila persone sono state licenziate, molte altre sono finite in una lista nera, e sulla base di false accuse migliaia di persone sono state denunciate. In questo momento ci sono almeno venti casi in attesa di giudizio che coinvolgono centinaia di lavoratori sui quali incombe il rischio della prigione. A questi si aggiungono altri tre procedimenti penali avviati nei confronti di alcuni dirigenti sindacali per punirli del ruolo svolto nell’organizzazione delle proteste del 2016.

Quando gli edifici pubblici riapriranno, i lavoratori denunciati dovranno recarsi regolarmente in tribunale per le pratiche da sbrigare, come avveniva prima dell’emergenza sanitaria, e questo li esporrà a nuovi rischi oltre a quelli già affrontati durante la pandemia. La minaccia dell’incarcerazione accresce inoltre il livello di insicurezza percepito. È pertanto di fondamentale importanza che i casi vengano trattati immediatamente dai tribunali e che le false accuse formulate vengano respinte. Sta ai marchi, ai proprietari delle fabbriche e alle autorità agire con tempestività affinché le denunce siano ritirate e sia garantita ai lavoratori la libertà di associazione.

Amin Amirul Haque, presidente della National Garment Workers Federation, così conclude: “Le disuguaglianze presenti nelle filiere produttive globali, che adesso l’emergenza da Covid-19 ha amplificato, sono sempre esistite. È impensabile che dopo la ripresa si possa tornare alla normalità degli affari come se nulla fosse accaduto. È arrivato il momento che i marchi e i distributori mettano mano a una riforma radicale delle loro filiere e nel far questo devono dare la precedenza ai diritti dei lavoratori facendo propri i criteri della sicurezza sociale e dei salari dignitosi mediante meccanismi vincolanti e trasparenti”.

Note


Dalle macerie del Rana Plaza al Covid19: 
a pagare il conto sono sempre i lavoratori

Sette anni fa, almeno 1.134 persone persero la vita nel più grande disastro industriale della storia: il crollo del Rana Plaza. Oggi, mentre commemoriamo con dolore la morte di quei lavoratori e di quelle lavoratrici, ancora una volta ci troviamo a denunciare la situazione critica in cui milioni di persone sono costrette a vivere a causa di un potere quasi egemonico dei grandi marchi e dei distributori nella filiera tessile.

La pandemia di Covid-19 sta travolgendo l’industria della moda, minando le lotte dei lavoratori per la protezione sociale, i salari dignitosi, la libertà di associazione e le fabbriche sicure. Non appena la crisi sanitaria ha colpito le imprese di abbigliamento più grandi al mondo, queste hanno risposto addossando rischi e costi sulla parte più bassa della filiera: non pagando per ordini già eseguiti o ritirando quelli in produzione, hanno lasciato i proprietari delle fabbriche senza i mezzi finanziari per pagare gli stipendi ai propri dipendenti. Milioni di lavoratori sono ora senza una paga e senza la sicurezza di un lavoro, in aggiunta alle ovvie e non trascurabili ansie per i rischi sanitari.

Una dichiarazione congiunta dell’Organizzazione Internazionale delle Imprese (IOE) e dei Sindacati Internazionali (GUF) appena pubblicata richiama un approccio collaborativo per mitigare la perdita massiccia di vite, posti di lavoro e reddito nella filiera della moda causata dalla pandemia. I marchi che sottoscrivono tale dichiarazione si impegnano a rispettare una serie di misure minime, come pagare gli ordini in produzione ma anche impegnarsi con i governi e le istituzioni finanziarie internazionali per istituire fondi per far fronte alle esigenze immediate dei lavoratori e rafforzare piani di protezione sociale nelle catene di fornitura.

È giunto il momento in cui i brand e i distributori, inclusi quelli di e-commerce, adottino condotte responsabili, a partire dall’impegno immediato di pagare fornitori e lavoratori, avendo per anni incamerato profitto grazie ai bassi salari e all’assenza pressoché totale di previdenza sociale. Ad oggi noti marchi internazionali come Arcadia, ASOS, Bestseller, C&A, EWM/Peacocks, Gap, JCPenney, Kohl’s, Mothercare, Next, Primark, Tesco, Under Armour, Urban Outfitters e Walmart/Asda non hanno ancora preso alcun impegno per pagare gli ordini completati o in produzione. In Italia la Campagna Abiti Puliti ha chiesto di rendere conto sulle pratiche in corso a importanti firme della moda, tra cui Armani, Benetton, Calzedonia, Ferragamo, Geox, Gucci, Miroglio, Moncler, OVS, Prada, Salewa, Versace, Zegna. Al momento solo Prada e Salewa hanno fornito rassicurazioni sul fatto che rispetteranno gli impegni assunti con i fornitori al sorgere della pandemia. Il network della Clean Clothes Campaign monitorerà gli impegni dichiarati dalle aziende e ne renderà conto pubblicamente.

In particolare chiediamo ai marchi di:

  • Rispettare gli obblighi nei confronti dei fornitori pagando gli ordini già eseguiti o in produzione;
  • Assicurare e permettere il pagamento di salari e stipendi o liquidazioni a tutti i lavoratori del settore dell’abbigliamento, del tessile, delle calzature e della logistica che sono stati assunti al sorgere di questa crisi;
  • Garantire che coloro che lavorano durante la pandemia, siano effettivamente in grado di attenersi ai protocolli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e che vengano loro offerte altre tutele giuslavoristiche, quali strutture o assegni per l’infanzia, assicurazioni sanitarie, copertura in caso di malattia e retribuzione legata al rischio lavorativo;
  • Permettere ai lavoratori di rifiutarsi di lavorare in assenza di protezioni e di rimanere a casa senza subire discriminazioni per coloro che sono malati, o i cui familiari siano malati.

Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti sottolinea: “La crisi è arrivata come un pugno in faccia per farci rendere conto, speriamo definitivamente, che un modello economico basato sulla compressione massima dei costi, sullo sfruttamento illimitato delle risorse e sulla assenza di reti di protezione sociale solide per chi lavora è semplicemente insostenibile. Le catene di fornitura globali, se torneranno ad operare, dovranno essere radicalmente riformate, mettendo al centro il tema della redistribuzione del valore e l’istituzione di sistemi di assistenza e previdenza sociale per tutti i lavoratori della filiera

Nei giorni scorsi la Campagna Abiti Puliti ha inviato una lettera al Presidente del Consiglio Conte e ai Ministri Gualtieri, Di Maio e Catalfo che hanno la responsabilità politica di attuare il Decreto Legge Cura Italia, sottolineando l'importanza del rispetto dei diritti umani e dei lavoratori nella fase di ripresa e della salute e sicurezza sul lavoro, come richiamato nella recente risoluzione adottata dal Parlamento Europeo. Riteniamo che solo le aziende che dimostrino di saper proteggere i lavoratori propri e appartenenti all'intera catena di fornitura devono poter contare su misure di sostegno.

Manca poco al 4 maggio e l'industria della moda ha avuto il permesso di ricominciare le produzioni. Se da un lato comprendiamo le necessità economiche, dall'altro dobbiamo ricordare che nessun lavoratore è sacrificabile. In questo momento l'attenzione alla salute e sicurezza deve essere massimo.

Nell’immediato presente riteniamo che:

  • Le società beneficiare delle misure di cui al DL 23/2020 (Decreto Liquidità) dovrebbero garantire in modo trasparente il rispetto dei diritti umani lungo la loro catena di fornitura anche internazionale; SACE e CDP dovrebbero assicurarsi la soddisfazione di tale requisito prima di erogare garanzie, presenti e future;
  • Le società beneficiarie delle misure di cui al DL 23/2020 (Decreto Liquidità) dovrebbero garantire in modo trasparente il pagamento degli ordini già eseguiti o in corso e in generale il rispetto degli obblighi contrattuali precedentemente assunti con i fornitori; il PCN dell’OCSE potrebbe agire almeno da persuasore morale sul punto;
  • Ai rigorosi controlli in tema di salute e sicurezza sul lavoro sulle società che hanno ripreso la produzione il 14 aprile e quelle che la riprenderanno a breve da parte di GdF e INL dovrebbero essere sottoposte tutte quelle di produzione tessile e calzaturiera;
  • Dei fondi e garanzie erogati per la gestione dell’emergenza Covid-19 dovrebbe essere resa una rendicontazione adeguata, trasparente e disponibile per gli stakeholders;

La task force dei 17 Esperti inoltre dovrebbe intraprendere un dialogo con la società civile al fine di arricchire il proprio piano di uscita dalla crisi.

I governi dei paesi di produzione devono impegnarsi fin da subito a implementare e migliorare i programmi di previdenza sociale, così da allinearli agli standard dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) relativi alla disoccupazione, agli infortuni sul lavoro e all’assicurazione sanitaria. Siffatte operazioni dovrebbe essere effettuate di concerto con le aziende manifatturiere e con la contribuzione economica dei marchi, mediante l’istituzione di meccanismi di condivisione dei costi trasparenti e tracciabili.

Infine chiediamo che i governi dei Paesi ove i marchi e i distributori hanno la propria sede centrale, riformino la normativa su quelle pratiche di concorrenza sleale che portano a violazioni dei diritti nella filiera internazionale, obbligando per legge le società al rispetto dei diritti umani nelle proprie operazioni lungo tutta la filiera che movimentano, anche tramite l’adozione di una legge che renda obbligatoria la dovuta diligenza sui diritti umani.Inoltre tali società dovrebbero essere portate in tribunale, qualora non conducano una accurata dovuta diligenza sui diritti umani lungo la filiera o non si assumano la responsabilità di rimediare agli eventuali abusi causati dall’attività economica.

Le soluzioni per mitigare gli effetti di questa crisi possono essere un'opportunità per realizzare un vero cambio di passo. Governi, imprese multinazionali e istituzioni finanziarie internazionali devono dare una risposta coordinata e coerente a questa crisi globale. Hanno l'obbligo morale e politico di tutelare soprattutto gli individui più vulnerabili della nostra società e non lasciare indietro nessuno." conclude Lucchetti.

Note per l’editore:

- La dichiarazione congiunta associazione industriali e sindacati globali http://www.industriall-union.org/global-action-to-support-the-garment-industry

- Lista di marchi che hanno assunto l’impegno a pagare gli ordini e quelli che ancora rifiutano gestita dal Worker Rights Consortium https://www.workersrights.org/issues/covid-19/tracker/

- La sezione internazionale della Campagna Abiti Puliti mantiene un blog per raccogliere le informazioni su come la pandemia colpisce i lavoratori https://cleanclothes.org/news/2020/live-blog-on-how-the-coronavirus-influences-workers-in-supply-chains

- Le richieste immediate del network globale della Campagna Abiti Puliti verso imprese, governi su come rispondere alla pandemia https://www.abitipuliti.org/regole-vincolanti-per-le-imprese/i-grandi-marchi-della-moda-e-i-distributori-devono-intervenire-adesso-per-proteggere-i-lavoratori/

- La risoluzione del Parlamento Europeo del 17 aprile 2020 "EU coordinated action to combat the COVID-19 pandemic and its consequences" https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2020-0054_EN.pdf