Al via una nuova iniziativa di RSI firmata dai grandi distributori globali

Riflessione sui limite degli strumenti volontari di controllo

a cura di Deborah Lucchetti Campagna Abiti Puliti

 

GIUGNO 2007 – Forse dipenderà dalle recenti notizie apparse in Gran Bretagna, che hanno fatto luce su imprese che producevano per Tesco in Bangladesh impiegando lavoro minorile, e che Tesco non sapeva di avere tra i suoi fornitori. Eppure Tesco è già membro dell’ETI (Etical Trade Initiative), organismo multistakeholder con sede in Gran Bretagna che richiede il monitoraggio indipendente di tutta la catena di fornitura, proprio per evitare questo tipo di abusi.
Il caso illustrato segna i limiti evidenti degli attuali strumenti volontari messi in piedi negli ultimi dieci anni per monitorare le condizioni di lavoro in tutti i segmenti della filiera produttiva.

E’ molto interessante a tal proposito, leggere con attenzione il recente studio indipendente pubblicato proprio dall’ETI (http://www.ethicaltrade.org/Z/lib/2006/09/impact-report/index.shtml) con l’obiettivo di fare una valutazione dell’impatto dei codici di condotta su 25 casi concreti. I risultati mettono in luce una serie di problemi gravi che i codici non sono, di fatto, riusciti ad affrontare e risolvere. Parliamo di libertà di associazione sindacale, per cui non si registra un effettivo aumento di sindacalizzazione dentro le imprese e nemmeno l’avvio di un processo reale di contrattazione collettiva (come sancito dalle convenzioni ILO 87 e 98); nemmeno il salario vivibile è mai raggiunto, visto che si riscontrano al massimo miglioramenti verso il salario minimo legale che sappiamo essere insufficiente per poter garantire una vita dignitosa ai lavoratori e alle loro famiglie. Le donne continuano ad essere discriminate, sia nell’accesso al lavoro, sia nella possibilità di avere possibilità di formazione e avanzamento mentre aumenta in generale la precarietà e la flessibilità del mercato del lavoro, sempre più ricco di manodopera informale e migrante.
In ultimo, e tra i punti aperti più importanti, i grandi marchi e distributori insistono nell’esercitare pratiche di acquisto predatorie, che mirano a ridurre i prezzi, accorciare i tempi di produzione e ridurre gli stock, ostacolando di fatto la possibilità dei fornitori di destinare maggiori risorse agli aumenti salariali e al miglioramento generale delle condizioni.
Altri aspetti critici interessanti che emergono dall’esperienza accumulata negli ultimi dieci anni in materia di controllo volontario della catena di fornitura, riguardano proprio la proliferazione di standard, codici e sistemi di implementazione, audit inclusi.

Ecco perchè la nuova iniziativa che sta per essere lanciata, decisamente business-oriented, ha tutto il sapore amaro dell’ennesimo tentativo di facciata, di cui è difficile comprendere efficacia reale e motivazioni, se non quella di mettere sul mercato un nuovo strumento di tutela dell’immagine e di public relations.
Le stesse imprese fornitrici denunciano la fatica di essere sottoposte a audit diversi, che richiedono una mole di dati differenziati da fornire a eserciti di ispettori provenienti dalle più disparate iniziative. Secondo quanto dichiarato recentemente da Neil Kerney, leader dell’ITGLWF (sindacato internazionale dei tessili) sul Finacial Times, “ le imprese hanno speso milioni di dollari in codici di condotta e audit e il maggiore risultato è stato quello di creare un esercito di frodatori”. Del resto anche il rapporto inchiesta della Clean Clothes Campaign – Looking for a quick fix (http://www.cleanclothes.org/pub-archive.htm) aveva messo in luce la debolezza degli audit sociali, spesso basati su informazioni truccate provenienti dai registri ufficiali preparati ad hoc per gli ispettori di turno. Lavoratori debitamente istruiti per dire ciò che si conviene e che rischiano il posto se non sono obbedienti; registri falsi che riportano paghe regolari e orari nella media, sono spesso la faccia presentabile di realtà dove ben altre sono le condizioni di lavoro. Condizioni e abusi che emergono in tutta la loro nuda drammaticità solo quando alcuni lavoratori decidono di prendere parola e denunciare i fatti che poi diventano oggetto di qualche scoop giornalistico, che all’improvviso scuote le coscienze e fa vedere una realtà molto diversa da quella dipinta nei bilanci sociali.

Come è successo di recente alla Tesco in Gran Bretagna che, a seguito della pessima figura che ha fatto di fronte all’opinione pubblica, ha deciso di correre ai ripari unendosi a Wal Mart, Carrefour e Metro per battezzare la nascita della nuova iniziativa, che avrebbe l’obiettivo di unificare metodi e sistemi di controllo della catena di fornitura per migliorare le condizioni dei lavoratori di tutti i settori.
Sarebbe interessante chiedere ai big della grande distribuzione quali sono le loro intenzioni in merito ai contenuti dell’iniziativa e come pensano di modificare le loro note e vampiresche pratiche di acquisto, che costringono i fornitori a produrre a costi sempre più bassi per potergli permettere di stare sul mercato globale con masse crescenti di merci a prezzi stracciati. Tutto ciò ricorda alcune pubblicità di importanti marchi della distribuzione italiana che tappezzano i muri delle nostre città ove campeggia vittoriosa la scritta SOTTO COSTO; senz’altro una bella conquista per noi consumatori, almeno fino a quando non cominceremo a chiederci chi paga per tale beneficio.

Seguiremo con attenzione gli sviluppi della nuova iniziativa, ben sapendo che sono ormai condivisi anche tra le imprese seriamente intenzionate a efficaci pratiche di responsabilità, alcuni punti chiave dai quali partire per affrontare il fallimento delle misure volontarie nel migliorare sensibilmente le condizioni dei lavoratori; in particolare risulta ormai chiaro che occorre partire dalle cause strutturali che generano il mancato rispetto dei diritti (perdurare di pratiche di acquisto selvagge in testa ma anche il non coinvolgimento dei lavoratori quali principali stakeholders).

Infine, ed è forse il punto più importante e contrastato da un certo filone di pensiero molto mercatocentrico, occorre prendere atto che nessuna misura volontaria potrà essere realmente efficace senza l’intervento e il ruolo attivo e complementare dei governi e delle autorità pubbliche. Lo ha detto persino la Banca Mondiale quando ha affermato nel 2003 che “progressi di sistema non saranno raggiunti senza il coinvolgimento attivo dei governi”1  .

1 Strenghtening implementation of corporate social responsibility in global supply chains – The Worldbank Group, 2003