Youth Meet Workers Forum: dove attiviste e lavoratrici si incontrano

27 Maggio 2026

Tutto è iniziato la scorsa primavera quando abbiamo partecipato allo “Sfashion Lab”, un breve corso di attivismo, organizzato da Campagna Abiti Puliti, grazie al quale abbiamo avuto l’opportunità di conoscere più da vicino le lotte di movimenti sindacali e ambientalisti e il lavoro della Campagna per difendere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori dell’industria tessile

Questo percorso ci è piaciuto così tanto che abbiamo deciso di candidarci allo “Youth Advisory Board” (YAB), la rappresentanza giovanile del movimento internazionale della Clean Clothes Campaign. 

Lo Youth Meet Workers Forum è stato stimolante e ricco di spunti: una vera e propria occasione di confronto con altrə giovani che hanno a cuore la lotta contro lo sfruttamento dellə lavoratorə e dell’ambiente nell’industria della moda.

Il Forum ha ospitato sindacati, lavoratorə ed ex lavoratorə dell’industria tessile, rappresentanti giovanili di associazioni e ONG legate alla campagna internazionale, tuttə riunitə al Center for the Politics of Emancipation.

Uno degli obiettivi dello “Youth Meet Workers Forum” era infatti quello di fare incontrare lə giovani, che sono anche consumatorə di moda, con lə lavoratorə che producono vestiti e accessori; e per noi una delle cose più preziose è stata proprio la possibilità di ascoltare le testimonianze dirette di lavoratorə ed ex lavoratorə del tessile (ma di questo avremo modo di raccontare più avanti!).

 

Giustizia sociale e climatica sono due facce della stessa medaglia

Uno dei panel che ci ha particolarmente coinvolte è stato quello sul “Manifesto per una transizione giusta nella moda”, che è stato ufficialmente lanciato il primo maggio!

Sappiamo che i marchi di moda producono miliardi di abiti ogni anno attraverso lo sfruttamento dellə lavoratorə e dell’ambiente e proprio lə stessə lavoratorə sfruttatə sono quasi sempre coloro che si ritrovano a pagare il prezzo della crisi ambientale: dalle ondate di calore alle inondazioni, fino alle conseguenze dell’inquinamento di aria, acqua e suolo.

È chiaro quindi, ed è emerso più volte durante il Forum, come l’aspetto sociale e quello ambientale debbano essere tenuti insieme senza andare in contraddizione.

Ed è proprio in questa direzione che va il Manifesto, un documento scritto con una modalità partecipata nell’arco dello scorso anno che propone nove principi per un sistema della moda diverso: un sistema che sia innanzitutto in grado di garantire giustizia sociale e climatica mettendo al centro il lavoro dignitoso, le tutele sociali e di sicurezza e il rispetto di accordi internazionali (come quello per la Salute e la Sicurezza nell’Industria Tessile e dell’Abbigliamento stabilito dopo il tragico episodio del crollo del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013), riducendo la sovrapproduzione, rendendo responsabili le aziende dei danni che provocano e ridistribuendo le ricchezze nelle mani dellə lavoratorə. 

Al panel è seguita un’attività in gruppetti nella quale abbiamo provato a riflettere su come i punti del Manifesto ci interrogassero e su come renderli concreti nelle nostre comunità: proteggere e valorizzare il lavoro dei sindacati, utilizzare i social media come strumenti di advocacy, lavorare sul coinvolgimento attivo dellə consumatorə evitando di fare leva sul senso di colpa, organizzandosi per convergere con altre lotte, immaginare un futuro della moda che preveda un consumo minore e un rovesciamento dei valori (“make basic life cool again”) sono solo alcuni degli spunti emersi!

 

Un’attività molto emozionante è stata la performance collettiva “Self as Other Training”, organizzata dall’artista e ricercatrice Vivienne Tauchmann: occupando lo spazio pubblico di piazza della Repubblica a Belgrado l’abbiamo seguita ripetendo alcuni movimenti e sequenze corporee che lə operaiə eseguono nelle fabbriche tessili. 

Ogni movimento che lə operaiə ripetono anche per 10-12 ore, ogni singolo giorno, è stato ripetuto da noi per otto minuti. Questa attività è stata molto potente perché ci ha permesso di comprendere, vivendola in prima persona (anche se solo per pochi minuti) la realtà del lavoro alienante e fisicamente distruttivo di chi opera nel tessile.

Un importante momento di scambio è stato quello organizzato per lə giovani che fanno parte dello Youth Advisory Board: si è parlato e ci si è confrontatə sul lavoro degli scorsi anni e su quello futuro, ipotizzando eventi, azioni e attività facendo tesoro di questa rete di attivistə giovani e desiderosə di vedere un cambiamento concreto nell’industria della moda.

Il Forum si è concluso infine giovedì sera con un panel pubblico con alcunə ospiti importanti tra cui: Dominique Muller dell’organizzazione Labour Behind the Label, Mario Ivekovic del sindacato croato Novi Sindikat e Abdulhalim Demir Bego della CCC turca.

La storia di Bego in particolare ci ha molto colpite: ha cominciato a lavorare in una fabbrica tessile a Istanbul a 15 anni nel “sandblusting”, una tecnica che consiste nel “sparare” della sabbia ad alta pressione per “consumare” e schiarire i jeans (quelli che alcuni anni fa andavano tanto di moda!). 

Bego ha raccontato di come il denim fosse storicamente utilizzato come indumento resistente e adatto ai lavori fisici duri (come ad esempio nelle miniere) e di come con la fast fashion le aziende abbiano cominciato a cercare modi di ridurre la qualità e la durevolezza dei materiali così da aumentarne il consumo.

Per rendere i jeans  meno durevoli, ma più “fashion”, lə operaiə si sono così trovatə a inalare sabbia contenente silice, che causa una malattia incurabile e irreversibile alle vie respiratorie, la silicosi, a causa della quale Bego ha perso metà di un polmone. A seguito della malattia ha deciso di creare il “Solidarity Committee of Sandblasting Labourers” che con una campagna contro la sabbiatura si è mosso per tutelare lə lavoratorə che vivevano questa situazione e che, con il supporto della CCC, ha ottenuto diversi risultati tra cui il divieto della tecnica nel 2009 e cure gratuite per chi aveva contratto la malattia. 

Ma i brand di moda hanno solo trovato un altro modo per sfruttare lə lavoratorə: nonostante questa pratica sia stata vietata, è stata sostituita da un’altra tecnica che prevede l’utilizzo di una sostanza chimica classificata come minacciosa per la fertilità umana e pericolosa per la pelle, come racconta il documentario “River Blue” di Greenpeace che mostra come questa sostanza sia impattante non solo per la salute umana,ma anche per quella dell’ambiente.

Anche questa esperienza ci ha mostrato come uno dei problemi strutturali dell’industria della moda sia la diseguale distribuzione del potere lungo le filieri globali, che impatta sulle dinamiche di produzione, distribuzione e consumo, rendendo ancora più necessario impegnarci tuttə, insieme a ONG e sindacati, per una transizione giusta nella moda.

Cosa ci portiamo dentro da questo Forum?

Gli approfondimenti che ci hanno regalato una maggiore consapevolezza, le persone incontrate e gli scambi avuti, alcune idee per il futuro e molta voglia di continuare a fare qualcosa insieme per combattere il sistema di sfruttamento nell’industria della moda.

Pur arrivando sempre stanche alla fine delle giornate non ci siamo lasciate scappare l’occasione di fare qualche giro per la città e, bevendo qualche bicchiere di rakija (la tipica grappa serba), fare qualche chiacchera con ragazzə serbə e croatə per assaporare un po’ dell’affascinante atmosfera balcanica.

Una chicca "Made in EU"

Uno dei miei momenti preferiti è stata la visione, accompagnate dal regista Stephan Komandarev, del film “Made in EU”, ambientato in una piccola città del nord della Bulgaria, che si ispira alla storia vera di Iva, una donna di mezza età che lavora in un’industria tessile

Iva ha perso suo marito alcuni anni prima a causa di un incidente nella miniera in cui lavorava e vive con il figlio, disoccupato e incerto sul suo futuro lavorativo e di vita.

Il film si apre con un primo piano della protagonista (interpretata dall’immensa Gergana Pletnyova), e uno sguardo sulla vita in fabbrica contrassegnata da ritmi ferrei e dalla ripetizione incessante e alienante dei movimenti alla macchina da cucire (come quelli che abbiamo replicato nella performance di Vivienne Tauchmann!). 

Ma da subito notiamo che qualcosa non va: Iva ha forte tosse e febbre alta. Sebbene la situazione peggiori sempre di più e il suo malessere cominci a essere visibile anche a chi la circonda il permesso di malattia le viene negato dal medico che minimizza la cosa, sostenendo che si tratti di una forma influenzale passeggera.
La protagonista è così costretta a continuare a lavorare fino a che a seguito di un malore viene ricoverata in ospedale: si scopre così che è la prima paziente ad aver contratto il Coronavirus, la famigerata paziente 0 (o almeno, la prima a essere riconosciuta tale).

Per Iva comincia un supplizio: non appena la notizia si sparge e il numero dei contagi comincia a salire viene incolpata di aver appestato la fabbrica e la città intera, comincia a venire sempre più isolata e stigmatizzata fino ad arrivare a perdere il lavoro e a subire forme di violenza fisica e psicologica.

Un aspetto che mi ha colpito particolarmente è stata la totale assenza di legami di solidarietà e di comunità: come può la protagonista rimanere così sola? come possono le persone intorno a lei non accorgersi della situazione di cui è vittima e schierarsi contro di lei? 

Sono rimasta senza parole quando il regista ha raccontato che, confrontandosi a posteriori con una  lavoratrice tessile che ha visto il film, lei ha riferito un quadro reale ancora più drammatico di quello mostrato nel film.

L’unica persona a prendere parti di Iva è infatti il medico che la cura, vecchio conoscente di famiglia e personaggio chiave del film: è il solo a riconoscere l’innocenza della protagonista e a difenderla, mettendo in luce “i malfunzionamenti del sistema”: “Quello che ci avevano raccontato del comunismo era falso, ma tutto quello che ci avevano raccontato del capitalismo era vero” è la frase densa di significato che pronuncia a un certo punto e che il regista ci ha confidato anche essere la sua preferita.

Sono proprio questi malfunzionamenti che il regista vuole denunciare: l’invisibile sfruttamento dellə lavoratorə nel settore tessile nell’Europa dell’Est e la contraddizione tra l’etichetta “made in EU” come apparente garanzia di qualità e di diritti e la realtà che si cela dietro il cartellino: orari massacranti, vacanze e permessi di malattia non riconosciuti, diritti negati. 

Tutto questo senza doverci spingere per forza nei paesi del Sud Est asiatico, notoriamente interessati dal fenomeno della delocalizzazione e con un alto livello di sfruttamento, in particolar modo nel campo della fast fashion.

In un crudele ritratto della società capitalistica contemporanea, e con lo stile della critica sociale che mi ha ricordato i film di Ken Loach, Komandarev mette in scena un dramma di denuncia in grado di scuotere le coscienze occidentali anestetizzate e di incollare lə spettatorə allo schermo facendolə empatizzare al massimo con la protagonista.

Come possiamo opporci a un sistema che spesso ci vuole in competizione tra noi fino a rischiare di farci perdere il nostro tratto essenziale, l’umanità? Come possiamo farci strada costruendo relazioni solidali e di fiducia nelle nostre comunità e città? Ma ancora e soprattutto, come possiamo dare voce a chi tra tutti è più vittima di questo sistema? Come costruire alternative critiche e quotidiane alle ingiustizie in cui volenti o nolenti siamo tuttə immersə? 

In attesa che il film arrivi il più presto possibile in Italia, lascio sedimentare queste domande dentro di me.

Matilde Celli, attivista di Campagna Abiti Puliti

 

JUST Fashion
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