Chi fornisce l'equipaggiamento all'esercito israeliano?
Testo originale di Sophie Benson, pubblicato su Atmos il 18.02.2025
Traduzione di Campagna Abiti Puliti
Vietnam, interno fabbrica. Un operaio lavora alle ultime cuciture di uno zaino ad alta resistenza. Mesi dopo, a migliaia di chilometri di distanza, un soldato israeliano attraversa Gaza con quello stesso zaino sulle spalle, mentre i palestinesi tornano a casa tra le macerie. Il collegamento tra questi due momenti è invisibile ai più, ma una nuova indagine ha iniziato a squarciare il velo sulle filiere che sostengono l’esercito israeliano.
Il rapporto, condiviso in esclusiva con Atmos, svela l’entità dello sforzo globale necessario per alimentare il brutale assalto militare di Israele in Cisgiordania e a Gaza, i cui meccanismi, secondo le conclusioni tratte da Amnesty International, dal Comitato Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UN Human Rights Office), da Human Rights Watch e dal Centro europeo per i diritti umani e costituzionali(European Center for Constitutional and Human Rights), costituiscono un genocidio o sono coerenti con il concetto di genocidio.
Commissionato dalla Clean Clothes Campaign (CCC), la più grande alleanza di sindacati e ONG del settore tessile, il rapporto illustra come alcuni produttori di abbigliamento e accessori militari in India, Vietnam e Turchia siano collegati a società israeliane che si presume riforniscano le Forze di Difesa Israeliane (IDF).
Mappare la filiera
Da dove provenga l’equipaggiamento militare essenziale a Israele è tutt’altro che chiaro. Una ricerca condotta da The Counter, un progetto del Centro di Ricerca sulle Multinazionali (Centre for Research on Multinational Corporations – SoMo), ha iniziato a fare luce su come l’equipaggiamento militare – giubbotti tattici, elmetti e altri attrezzature da campo – attraversano le frontiere, spesso con poca trasparenza. Utilizzando i dati doganali per tracciare le spedizioni di abbigliamento e accessori militari (a cui è associato un codice doganale univoco) in Israele, i risultati sollevano più di una domanda sulla reale portata del coinvolgimento di brand globali nella fornitura di equipaggiamento alle Forze di Difesa Israeliane (IDF).
Utilizzando il codice doganale, la prima ricerca di The Counter ha rivelato un totale di 44 spedizioni da vari stati americani, tra cui Florida, New York, Louisiana e Ohio tra ottobre 2023 a maggio 2024. I fornitori e gli acquirenti però erano sconosciuti, il che dimostra quanto siano opache le catene di approvvigionamento globali e quanto sia difficile rintracciare le spedizioni sensibili.
La seconda ricerca è stata più fruttuosa: utilizzando i nomi di quindici aziende identificate nella ricerca preliminare come possibili fornitori dell’IDF (quattordici dalla Clean Clothes Campaing e una da The Counter), i ricercatori sono stati in grado di tracciare collegamenti tra sette aziende israeliane e nove fornitori in India, Vietnam e Turchia nei dodici mesi precedenti a giugno 2024. Si tratta di Akiro Protech, Viraj Syntex, Star Aerospace, Sundaram Industries e Kwik Patch in India; MK Vina, Light to Summit Vina e Outdoorpark Vina in Vietnam e Garanti Kompozit in Turchia.
L’ambito di indagine è stato limitato solo ai fornitori che hanno un rapporto diretto con l’acquirente.
La ricerca non ha quindi tenuto conto della catena di fornitura estesa alla coltivazione ed estrazione delle fibre, alla lavorazione e produzione di alcuni tessuti, o alla fabbricazione di varie parti come cerniere o bottoni.
Solo la punta dell'iceberg
Secondo il rapporto, le aziende israeliane Polaris Solutions, Masada Armour, Hagor, Marom Dolphin, Agilite e Source Tactical Gear hanno ricevuto spedizioni tra cui zaini, elmetti e protezioni per elmetti, piastre in ceramica (utilizzate nei giubbotti antiproiettile, secondo The Counter), giubbotti tattici, cinture, tessuti e tessuti rivestiti. Il negozio online dell’esercito israeliano Kasda avrebbe venduto articoli provenienti da alcuni dei fornitori citati.
«In questi orribili casi di violenza, molte industrie sono complici, molti settori ne beneficiano».
Così Alena Ivanova, Responsabile delle campagne e dell’attivismo di Labour Behind the Label, un’organizzazione no-profit con sede nel Regno Unito e membro della Clean Clothes Campaign, che si batte per i diritti dei lavoratori dell’abbigliamento.
Le prove non sono sempre nascoste: diversi post sui social media mostrano soldati che, secondo quanto riferito, si trovano a Gaza e indossano equipaggiamenti con il logo Marom Dolphin.
Polaris Solutions, fondata da due ex soldati dell’IDF, non dichiara esplicitamente di rifornire l’IDF, ma l’account Instagram collegato al suo sito web presenta diversi post in cui soldati dell’IDF sembrano indossare i suoi prodotti, con hashtag come “IDF” e “IDF Israel”.
Il sito web di Agilite afferma che i suoi prodotti sono «forgiati sui campi di battaglia israeliani» e il suo account Instagram li mostra indossati da soldati con patch israeliane e statunitensi.
Con l’eccezione di Masada Armour, nessuno dei marchi ha risposto alle richieste di commento da parte di Atmos riguardo ai collegamenti con i fornitori, alle spedizioni specifiche e alle accuse di rifornire l’IDF. Vale la pena specificare anche che The Counter riconosce la possibilità che le merci indicate nel rapporto siano state trasferite da un’altra parte prima di raggiungere la destinazione finale, sottolineando che «in teoria è possibile che le aziende importatrici abbiano riesportato i prodotti».
Un rappresentante di Masada Armour ha dichiarato via e-mail che è «un’azienda israeliana che produce prodotti per l’IDF e altre agenzie di difesa israeliane e fornisce i suoi prodotti a clienti di tutto il mondo. Masada Armour è un orgoglioso fornitore leader dell’IDF e delle agenzie di difesa in Israele e nel mondo». Il rappresentante dell’azienda ha descritto le spedizioni di Masada Armour nel rapporto – caschi e una piastra di ceramica – come «esempi/prototipi solo per scopi di ricerca e sviluppo, e non per la vendita».
I profili pubblici dei vari fornitori in India, Vietnam e Turchia sono coerenti con i prodotti descritti nel rapporto o con i legami con le società israeliane avrebbero fornito. Un’immagine catturata da The Counter mostra Marom Dolphin tra i partner sul sito web Kwik Patch; da allora quell’immagine è stata rimossa. Light to Summit Vina elenca Agilite come cliente sulla sua pagina YouTube.
Nessuna delle aziende ha risposto alle richieste di commento di Atmos in merito alle spedizioni, ai destinatari e alla conoscenza dell’utente finale dei propri prodotti.
Non solo armi
Storicamente, l’azione diretta contro la guerra si è concentrata sul commercio di armi. I manifestanti contro la guerra di Gaza negli ultimi 18 mesi hanno continuato questa tradizione occupando, bloccando e facendo chiudere porti, impianti di produzione e sedi di aziende per fermare il flusso di attrezzature militari come armi, droni e carburante per jet verso Israele.
«La macchina da guerra genocida ha bisogno di molti componenti diversi per essere alimentata».
A parlare è Ali, rappresentante di Workers in Palestine, un collettivo di oltre 30 sindacati palestinesi che chiede di porre fine alla complicità e di smettere di armare Israele. Poiché si trova in Palestina e per paura di una punizione da parte dell’esercito israeliano, Ali ha richiesto l’uso di uno pseudonimo.
«Alcuni sono obiettivi ovvi perché vengono usati per bombardare i palestinesi», ha continuato Ali. «Ma non sono sempre i più facili da rintracciare perché possono arrivare in container, passare attraverso catene di approvvigionamento complesse e attraversare molti paesi. Quindi stiamo cercando i diversi punti di strozzatura nella catena di approvvigionamento».
Con la pubblicazione di questa nuova ricerca, la Clean Clothes Campaign spera di fare luce sul contributo dell’industria tessile all’aggressione portata avanti da Israele.
«In questi orribili casi di violenza, molte industrie sono complici e molti settori ne beneficiano» spiega Alena Ivanova. «Volevamo sapere quali legami ha l’industria [tessile] nel suo complesso con l’occupazione e la violenza di cui sono vittime i palestinesi».
«Sapere dove vengono prodotti gli indumenti e gli accessori per l’IDF è fondamentale per un’azione collettiva efficace. Ciò consentirebbe agli attivisti, in particolare a quelli del movimento BDS [boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni], di identificare correttamente le aziende coinvolte e fare pressione su di loro».
Così Walton Pantland – Direttore dell’organizzazione e delle campagne di IndustriALL Global Union.
Benché l’impatto delle armi sia più evidente, non va sottovalutata l’importanza strategica dell’abbigliamento tattico e degli accessori. Operazione Israele, un’organizzazione senza scopo di lucro nata in seguito agli attacchi di Hamas del 7 ottobre contro Israele, si dedica alla raccolta di fondi per l’acquisto e la distribuzione di equipaggiamento tattico e medico all’IDF.
L’organizzazione ha consegnato alle truppe israeliane articoli come guanti, berretti, giacche, giubbotti antiproiettile, stivali, elmetti e zaini per il trasporto di droni a marchio Hagor. Operazione Israele non è l’unica organizzazione a fare questo, soprattutto da quando sono emerse notizie sul fatto che l’IDF è sottoequipaggiato.
Sebbene il sindacato sappia che le uniformi militari vengono prodotte nei paesi in questione, Pantland dice di non essere a conoscenza di aziende o fabbriche che producono per l’IDF.
Anche il gruppo di attivisti Anti-Sweatshop Activists Against Apartheid è d’accordo con Pantland, sottolineando come l’informazione sia cruciale per una risposta collettiva.
«Evidenziare il modo in cui le fabbriche di tutto il mondo contribuiscono all’apartheid, alla pulizia etnica e al genocidio dimostra quanto possano essere solidi e interconnessi i sistemi di oppressione, e quindi quanto debba essere forte la nostra azione collettiva in risposta», ha dichiarato il gruppo in una dichiarazione inviata ad Atmos.
Costruire maggiore solidarietà e trasparenza
Se sappiamo dove vengono prodotte le attrezzature dell’IDF, perché i manifestanti non chiedono semplicemente ai lavoratori di smettere di produrre gli articoli in questione?
I lavoratori delle fabbriche tessili sono tra i più vulnerabili della filiera. Il settore è noto per i salari bassi, le molestie e le violenze e la repressione delle proteste. È inverosimile, oltre che ingiusto, pretendere che siano i lavoratori ad assumersi la responsabilità. Anche perché la moderna catena di approvvigionamento li allontana dall’uso finale di ciò che creano, quindi molti probabilmente non sono nemmeno consapevoli della loro complicità. Il punto di partenza, secondo gli attivisti e le attiviste con cui Atmos ha parlato, è la consapevolezza.
Le organizzazioni per i diritti dei lavoratori dell’abbigliamento e i sindacati di tutto il mondo, dal Garment Worker Center di Los Angeles a Labour Behind the Label nel Regno Unito, hanno espresso solidarietà alla Palestina. Ora, con un quadro più concreto dei legami lungo la catena di approvvigionamento, è possibile concretizzare una risposta collettiva che vada oltre le dichiarazioni.
Secondo Ali, le azioni potrebbero essere diverse: dal volantinaggio ai lavoratori per distribuire i risultati del rapporto, alla richiesta ai fornitori di non rinnovare i contratti o l’invito ai governi a porre un embargo sulle spedizioni militari a Israele. (India, Vietnam e Turchia hanno mantenuto o rafforzato i legami commerciali con Israele nonostante abbiano criticato il regime o sembrino sostenere un cessate il fuoco a livello globale).
«Il lavoro di sensibilizzazione sulla Palestina potrebbe iniziare ad assumere una forma più pratica e d’impatto», ha affermato Ali, rappresentante dei Lavoratori in Palestina. «Abbiamo bisogno di ripensare l’intero sistema. Invece che sull’esclusione etnica, [deve essere] basata sulla democrazia, sull’uguaglianza, sui diritti umani e sull’autodeterminazione del popolo palestinese».
Mentre Ivanova di Labour Behind the Label sostiene che il ritmo dovrebbe essere imposto dai lavoratori, Anti-Sweatshop Activists Against Apartheid ricorda l’opportunità di coinvolgere i cittadini, soprattutto perché il tessile è un settore con cui molte persone sentono un’affinità.
«Nella costruzione di movimenti per resistere a forze così potenti e oppressive, le conoscenze, le capacità e l’esperienza di ognuno sono preziose», ha dichiarato il gruppo. «All’interno della nostra campagna, la conoscenza collettiva sulla produzione tessile e dell’abbigliamento e i nostri contatti nell’industria hanno permesso di realizzare una campagna mirata ed efficace, coinvolgendo anche persone che altrimenti non sarebbero state coinvolte sul tema della Palestina».
Aseem Jouda, studente al secondo anno di ingegneria di Gaza, vuole che le persone continuino a lottare per i palestinesi anche “in a fashion way”.
«Si tratta di educare le persone su ciò che sta accadendo qui a Gaza», ha detto, «e di rivelare la verità sull’occupazione e la brutalità dei suoi crimini contro il popolo palestinese».
Il fatto che i lavoratori cronicamente sottopagati, alcuni dei quali si sono opposti all’occupazione violenta della Palestina, possano inconsapevolmente produrre beni utilizzati contro il popolo palestinese, mette in evidenza la necessità di analizzare le strutture di potere generali e intersecanti.
«L’ingiustizia si moltiplica e si normalizza attraverso i nostri sistemi economici», dice Ivanova. “Non si tratta di isolare le colpe in luoghi specifici, ma di comprendere la natura sistemica di questa violenza».
È necessaria la volontà di chi detiene il potere per permettere il transito delle attrezzature militari attraverso i confini con Israele, l’ingresso nei mercati internazionali dei prodotti fabbricati su terre occupate illegalmente, e il profitto delle aziende di un paese dal lavoro sottopagato in un altro.
Nei primi giorni di cessate il fuoco (al momento della pubblicazione su questo sito il cessate il fuoco non è più in vigore, ndr), la minaccia può sembrare meno immediata per coloro che guardano dall’esterno, ma Jouda vuole che «le persone di tutto il mondo si rendano conto che questa è terra palestinese, che si tratta di un’occupazione e che è necessario porvi fine».
La violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania ha subìto una forte escalation nelle ultime settimane (il mese di riferimento è febbraio 2025, ndr), con coloni armati che hanno attaccato villaggi palestinesi, uccidendo e ferendo i residenti e incendiando case e veicoli. I gruppi per i diritti umani hanno documentato un numero crescente di casi in cui i soldati dell’IDF sono rimasti a guardare durante gli attacchi dei coloni, o addirittura vi hanno preso parte.
Insieme agli appelli del presidente Donald Trump di “ripulire” Gaza e alle dichiarazioni che i palestinesi non hanno diritto al ritorno secondo il suo piano, è chiaro che la minaccia militare di Israele non si è ritirata, ma ha semplicemente cambiato forma.
«In questo momento», ha detto Ali, «mentre Israele inizia a rivolgere i suoi sforzi verso la Cisgiordania, è più importante che mai rinnovare i nostri per assicurarci che non abbiano il materiale e l’impunità di cui hanno bisogno per portare a termine [la pulizia etnica]».
Di fatto gli attivisti chiedono una riflessione più articolata e uno sforzo più ampio.
«Questa [ricerca] rappresenta un approccio iniziale a quella che dovrà diventare una riflessione a lungo termine», ha detto Ivanova. «Si tratta di ricostruire i legami tra i lavoratori di tutto il mondo. Non è qualcosa che può essere interrotto perché c’è stato un cessate il fuoco».
Il rapporto della Clean Clothes Campaign rivela le connessioni spesso oscure tra i produttori e la macchina da guerra israeliana, ma il lavoro da fare è enorme. I legami nascosti nella catena di approvvigionamento tra i produttori di diversi Stati americani e l’IDF sono solo un esempio.
«Abbiamo bisogno di una riformulazione dell’intera struttura», ha detto Ali. «Invece che sull’esclusione etnica, essa deve basarsi sulla democrazia, sull’uguaglianza, sui diritti umani e sull’autodeterminazione del popolo palestinese. Questo richiede ogni possibile target che la gente possa trovare per fare pressione su Israele».
REPORT
APPROFONDIMENTO
- Amnesty International investigation concludes Israel is committing genocide against Palestinians in Gaza
- UN Special Committee finds Israel’s warfare methods in Gaza consistent with genocide, including use of starvation as weapon of war
- Israel’s Crime of Extermination, Acts of Genocide in Gaza - Human Rights Watch
- Gaza and the matter of genocide - European Center for Constitutional and Human Rights