Il 1° luglio si è tenuta, presso la sezione lavoro del Tribunale di Firenze, la prima udienza del processo promosso dai lavoratori Z Production nei confronti della Pelletteria Richemont Firenze, l’azienda di Scandicci (FI) incaricata di gestire l’esternalizzazione della produzione di borse Montblanc.
Operai in appalto Montablanc, i motivi del ricorso
Pelletteria Richemont è una società della Compagnie Financière Richemont, fondo finanziario che opera nella moda e nel lusso con sede a Ginevra (CH), proprietario del marchio Montblanc. Il ricorso chiede alla sezione lavoro del Tribunale di Firenze di accertare che il rapporto tra la Z Production e la Pelletteria Richemont non era un appalto genuino, e di riconoscere i lavoratori come dipendenti diretti della Pelletteria Richemont Firenze, con conseguente annullamento del licenziamento e reintegro nella sua filiera.
Se i sei operai pakistani promotori del ricorso vincessero questo processo, ciò potrebbe cambiare la vita di migliaia di lavoratrici e lavoratori sfruttati nelle filiere del Made in Italy, vedendo riconosciuta per la prima volta la responsabilità diretta di un brand della moda per le condizioni di lavoro lungo la sua filiera, smascherando un sistema controllato dai grandi brand della moda che non producono le proprie borse, ma ne esternalizzano la produzione agli opifici dello sfruttamento al massimo ribasso.
Sfruttamento nelle filiere della moda Made In Italy
Turni di 12 ore al giorno per 6 giorni alla settimana. Lavoro nero. Finti contratti part-time. Apprendistati falsi. Assenza di misure di sicurezza sul lavoro. Paghe da 3 euro l’ora. Lungo le catene invisibili della produzione di valore Made in Italy, questa è la realtà concreta vissuta da migliaia di operai che producono borse e vestiti per i più grandi fondi finanziari multinazionali della moda. Lo hanno raccontato in questi anni centinaia di operai in sciopero nella piana tra Firenze e Prato, il più grande distretto moda d’Europa. Lo hanno certificato le inchieste della Procura di Milano che hanno posto in amministrazione giudiziaria Alviero Martini, Giorgio Armani, Dior, Valentino. Lo hanno vissuto sulla propria pelle gli operai della Z Production di Campi Bisenzio (FI), azienda che ha prodotto per un decennio borse in monocommittenza per il marchio Montblanc.
"Delocalizzazione in loco" per continuare a sfruttare
«Tutti i giorni, per anni, gli operai Z Production hanno lavorato 12 ore al giorno fianco a fianco a un dipendente della Pelletteria Richemont, quotidianamente presente in fabbrica per “controllare” e “gestire” la produzione. Finché non hanno deciso di sindacalizzarsi e, dopo una serie di scioperi, hanno conquistato le 8 ore lavorative per 5 giorni, sottoscrivendo un accordo di regolarizzazione con la Z Production. Meno di un mese dopo, Richemont ha interrotto l’appalto, applicando una vera e propria politica antisindacale, e aprendo de facto la strada al loro licenziamento arrivato nell’ottobre 2024 dopo un anno di ammortizzatori sociali», spiega Francesca Ciuffi del SUDD Cobas.
Ma anche grazie a un’inchiesta di Al Jazeera, è stato scoperto che la produzione Montblanc era stata “delocalizzata in loco”, in un capannone pieno di nuovi schiavi a 5 chilometri di distanza dalla loro fabbrica.
VIDEO INCHIESTA
- di Al-Jazeera
Profitti da capogiro, salari da fame
Stiamo parlando di filiere che realizzano profitti da capogiro. Nel 2024 il gruppo Richemont ha registrato un aumento del fatturato del 4%, arrivando a toccare quota 21,4 miliardi di euro nel periodo 1° aprile 2024 – 31 marzo 2025.
Lo scorso settembre, nello stesso giorno in cui gli azionisti si spartivano i dividendi, andando a guadagnare in un solo giorno quello che un operaio in appalto Montblanc guadagnerebbe in 727 anni di lavoro, gli operai della Z Production dormivano in tenda davanti agli uffici scandiccesi dell’azienda per chiedere che chi per anni aveva guadagnato dal loro sfruttamento si assumesse la responsabilità del loro destino lavorativo.
In tutta risposta Richemont ha respinto le richieste di incontro da parte dei lavoratori e ha presentato querela per diffamazione contro il sindacato SUDD Cobas. In merito alla situazione emersa, ha adottato la linea poco credibile di non essere a conoscenza delle condizioni lungo la filiera come elemento di tutela legale. Ma come ha dimostrato l’inchiesta di Al Jazeera, sono stati loro a imporre a chi sta più in basso le tariffe di produzione, lungo catene opache di appalti e subappalti. Parliamo di 30, 50, 70€ per borsa: è matematicamente certo che le aziende in subappalto che incassano tariffe del genere (mettendosi a disposizione di questo sistema, a propria volta interessate a generare un profitto per sé) devono tagliare. E non tagliano l’affitto del capannone, i costi della luce o del gas e delle materie prime. I tagli li fanno sui diritti e sulla pelle degli operai. Non può esistere regolarità o sicurezza sul posto di lavoro finché i brand impongono queste tariffe. I numeri non mentono.
Il sistema degli audit non funziona
A tutelare la reputazione dei brand senza proteggere i diritti degli operai delle loro filiere, ci pensano i codici etici pubblicati sui loro siti e il cosiddetto sistema degli “audit”. Un sistema commerciale fatto di agenzie di certificazione private, assunte dagli stessi marchi per certificare la loro responsabilità sociale. Un conflitto di interessi evidente, che non garantisce nessuna accountability reale dei brand a chi è impiegato nelle catene di produzione.
Il 26 maggio a Milano è stato siglato il Protocollo d’intesa per la legalità dei contratti di appalto nelle filiere produttive della moda che istituisce una piattaforma a iscrizione volontaria per fruire di “fornitori accreditati”, che però non vincola in alcun modo i brand che vi aderiscono a utilizzarli, o a mettere in atto forme concrete di trasparenza e due diligence.
«Una piattaforma che sarà inaccessibile al pubblico, impossibilitato così a esercitare un controllo sulle condotte d’impresa. Il protocollo nasce in seguito alle amministrazioni giudiziarie promosse dalla Procura di Milano nei confronti dei brand del lusso accusati di caporalato: un’iniziativa che ha il merito di puntare il dito in cima alla filiera, dove le vere responsabilità vanno ricercate. Ma che lascia risuonare nel vuoto una domanda assordante: qual è stato il destino di tutti quei lavoratori e lavoratrici che per anni sono stati vittime di caporalato, sfruttati per orari disumani e senza alcun diritto? Che fine hanno fatto una volta che l’amministrazione giudiziaria dei brand ha “risanato” le loro filiere? La causa dei lavoratori Z Production nei confronti di Richemont prova a porre le basi per dare una risposta diversa dal silenzio», ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice nazionale della Campagna Abiti Puliti.
Un processo che potrebbe cambiare il sistema
Mentre con la Z Production è stato trovato un accordo risarcitorio, oggi gli operai di questa stessa azienda si prendono la responsabilità di fare un passo per cambiare questo sistema e portano in tribunale Richemont sulla base di alcune ipotesi che dovranno essere dimostrate durante il processo. È la loro verità, maturata vivendo dentro gli ingranaggi di questa filiera: il brand ha costruito questo sistema, ne è al vertice e ne trae il maggior profitto. Il brand conosce e concorre a determinare queste condizioni di sfruttamento. Proprio per questo il brand non può fuggire una volta che gli operai esercitano il loro diritto democratico di sindacalizzarsi per cambiare le cose, perché ciò autorizza a pensare che non voglia pagare i costi del lavoro regolare che dovrebbe garantire attraverso prezzi equi ai fornitori. Il brand può, e deve, non solo riparare l’ingiustizia che ha causato, ma anche favorire un genuino processo di sindacalizzazione dei lavoratori. È una sua responsabilità etica e sociale. Richemont deve ricollocare i lavoratori Z Production nelle filiere Montblanc, per continuare a produrre quelle stesse borse rispettando i diritti. Questa la richiesta degli operai.
“Non per noi, ma per tutti”: se Davide riuscirà a vincere contro Golia sarà un primo, importantissimo precedente per riscrivere le regole delle filiere del Made in Italy, che potrà cambiare la vita di migliaia di lavoratori e lavoratrici sfruttati. Un punto di partenza verso l’istituzione di una clausola sociale nelle filiere della moda, che tuteli i lavoratori in caso di cambio d’appalto. Allora, gli operai Z Production potranno dire che il loro licenziamento è servito per una “giusta causa”.