Il racconto delle nostre attiviste Martina Mollame, Martina Ottanà, Asia Raguso e Isabella Ruina dell’azione di Milano per dire basta all’uso massiccio dei voli aerei per trasportare abbigliamento
È il 15 luglio 2025. Esco di casa con una tote bag sulla spalla e, dentro, un cartellone ripiegato che recita: “Non c’è giustizia senza un salario dignitoso. ZARA PAY YOUR WORKERS”.
La destinazione è corso Vittorio Emanuele, cuore dello shopping milanese, dove si trova uno dei punti vendita più frequentati di Zara. Con noi ci sono Deborah, Antea e Priscilla, attiviste di lungo corso. Poi ci siamo noi: Isa, Marti, Molly e Asia, quattro ragazze che si sono conosciute qualche mese fa grazie a Campagna Abiti Puliti.
Quattro percorsi diversi, ma la stessa esigenza: trasformare la frustrazione verso un sistema ingiusto costruito sullo sfruttamento in azione collettiva.
Siamo qui per chiedere una presa di coscienza sull’impatto sociale e ambientale dell’industria della moda e per difendere il diritto alla protesta pacifica. A novembre 2023, migliaia di lavoratrici e lavoratori tessili del Bangladesh si riversarono in piazza per chiedere un aumento del salario minimo, salario che lə costringeva a vivere sotto la soglia di povertà.
A seguito delle proteste, alcuni fornitori del gruppo Inditex hanno avviato procedimenti penali collettivi, mettendo a rischio di arresto circa 3.000 dei loro dipendenti. Chiediamo che Inditex faccia pressione perché queste denunce vengano ritirate. In una filiera globalizzata e frammentata come quella del tessile, la responsabilità si perde facilmente lungo la catena, ma la pressione dell’opinione pubblica e il lavoro dei sindacati può davvero fare la differenza per difendere i diritti dellə lavoratricə.
La scelta di protestare il 15 luglio non è casuale. Nello stesso giorno, ad Arteixo in Spagna, si tiene l’Assemblea Generale degli Azionisti di Inditex, la holding che controlla Zara, Bershka, Stradivarius e molti altri marchi. Fondazione Finanza Etica partecipa all’incontro per esprimere voto contrario alla Relazione Consolidata di Sostenibilità del gruppo, denunciando la contraddizione tra gli impegni dichiarati e le pratiche reali.
Mentre a Milano ci prepariamo a sfoggiare i nostri cartelloni sul marciapiede, altri attivistə fanno lo stesso davanti a un punto vendita di Zara a Barcellona, guidate da SETEM, federazione di ONG spagnole. Insieme a FAIR, Public Eye e altre realtà aderenti alla rete internazionale di Clean Clothes Campaign hanno organizzato picchetti e presidi in varie città europee, per chiedere a gran voce di fermare la cosiddetta “moda volante”: il massiccio ricorso al trasporto aereo dei capi d’abbigliamento per rispondere a un modello di consumo sempre più rapido e insostenibile.
Secondo un recente rapporto di Public Eye, e secondo gli stessi dati del rapporto di sostenibilità di Inditex, le emissioni di gas serra legate al trasporto e alla distribuzione del leader della fast fashion sono aumentate del 37% nel 2023 e di un ulteriore 10% nel 2024, raggiungendo 2,6 milioni di tonnellate di CO₂ equivalenti. I capi prodotti in Bangladesh e India vengono inviati via aerea fino al polo logistico di Saragozza, in Spagna, per poi essere ridistribuiti in tutta Europa.
L’azienda sostiene di utilizzare i voli solo per tratte brevi o urgenti, ma la realtà è che il ricorso al trasporto aereo è ormai parte strutturale del suo modello di business: un sistema che mette la velocità di produzione e consegna al di sopra di ogni considerazione ambientale o sociale. Clean Clothes Campaign chiede a Inditex maggiore trasparenza sui dati relativi ai voli cargo e alle emissioni, insieme alla definizione di obiettivi concreti e misurabili per ridurre progressivamente il trasporto aereo, garantendo al contempo condizioni di lavoro dignitose. Inditex deve andare oltre la retorica della sostenibilità, trasformandola in un impegno reale verso la giustizia climatica e sociale.
Ma torniamo a Milano: dall’ingresso dello store di Zara ci separano solo pochi metri. Ci mettiamo in posizione, estraiamo i cartelloni dalle tote bag e Deborah, con il megafono in mano, dà ufficialmente inizio al presidio. È il mio primo picchetto. Il cuore mi batte forte, le mani tremano. Temo che la gente non capisca, che pensi sia tutto inutile.
Non mi spaventa, invece, l’idea di provocare fastidio, di disturbare: in fondo, è proprio quello il mio scopo, rompere quel sottile strato di indifferenza che ogni giorno ci avvolge un po’ di più. Mi piace pensare che la maggior parte di noi condivida gli stessi valori, anche se a volte restano assopiti nella frenesia della città, nel loop della routine quotidiana. Credo che l’attivismo serva proprio a questo: non a imporre nuove coscienze, ma a risvegliare quelle già presenti.
Qualcuno si ferma e ci osserva, altri ridacchiano, qualcuno fotografa, un uomo in bici ci grida “andate a lavorare!”. Mi chiedo se sa che siamo qui proprio per difendere chi lavora, e che magari lui stesso, se fosse nato altrove, avrebbe bisogno di questa voce. Arrivano giornalisti, qualcuno fa domande. Spero di non sembrare impacciata, ma so che anche questo fa parte del percorso: l’attivismo non è mai privo di paura.
Eppure, mentre tengo in mano il mio cartellone, sento un’energia diversa attraversarmi. Una scarica che nasce dalla consapevolezza di esserci, di non restare più a guardare. So che anche chi manifesta non è immune al fascino del consumo. So cosa significa entrare in un negozio, provare una maglietta, piacersi, sentirsi nuova. È una sensazione familiare, effimera, destinata a svanire appena la novità si spegne. Quella maglietta finirà in fondo all’armadio, dimenticata come molte altre. Forse è questo il cuore del problema: abbiamo confuso ciò che siamo con ciò che possediamo.
Essere coerenti, oggi, è un esercizio quasi impossibile, ma l’attivismo non è una somma di buone azioni, né un calcolo morale. È un percorso fatto di consapevolezze graduali, di errori, di scelte imperfette. È sapere che anche se compri nei mercatini vintage, al supermercato finirai comunque per scegliere il prodotto più economico, ignorando da dove arriva e chi lo ha confezionato. È comprendere che non si può lottare per tutto, ma si può iniziare a osservare ciò che ci circonda provando a porsi delle domande. L’attivismo ti accompagna per tutta la vita: è un modo di guardare il mondo, una forma di empatia che diventa necessità. L’attivismo non chiede purezza, chiede presenza.
Chi osserva da fuori, spesso, accusa di ipocrisia chi prova a cambiare le cose. Ma chi lo fa, di solito, non muove un dito. A chi vorrebbe avvicinarsi all’attivismo, ma teme di non esserne all’altezza, direi che l’incoerenza fa parte del pacchetto. Bisogna perdonarsi, accettare le contraddizioni e andare avanti comunque, perché a un certo punto non si potrà più fare a meno di agire. Restare a guardare non basterà più.
Alla fine della giornata siamo stanche, ma felici. Abbiamo parlato, distribuito volantini, ricevuto sguardi curiosi e parole gentili. Forse abbiamo smosso qualcosa, anche solo per pochi minuti. Le nostre scelte individuali contano (cosa compriamo, cosa sosteniamo, come ci informiamo), ma è nell’unione che il cambiamento prende forma. Perché non esiste una transizione ecologica senza giustizia sociale e climatica.
Fermare la moda volante significa restituire dignità alle persone e tempo al Pianeta. I vestiti non si rovinano se restano qualche settimana in più su una nave. E forse, imparando ad aspettare, non ci rovineremo nemmeno noi.