Dopo Armani, Dior e Alviero Martini, l’industria dell’alta moda italiana finisce di nuovo sotto i riflettori per gravi violazioni dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.
Alta moda, basso costo umano
La Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria per la Valentino Bags Lab Srl, società controllata da Valentino Spa, nell’ambito di un’indagine su presunto caporalato e sfruttamento lavorativo nella filiera produttiva del marchio.
Alla committente Valentino Bags Lab non è contestata l’organizzazione diretta del sistema di sfruttamento, ma una grave responsabilità per omissione, dovuta a «modelli organizzativi inadeguati» e «controlli carenti». Secondo i giudici, la società avrebbe agevolato il meccanismo illecito «non verificando la reale capacità imprenditoriale delle società subappaltatrici» e «non eseguendo negli anni efficaci ispezioni o audit» capaci di accertare le condizioni effettive di lavoro, tutto in funzione di una strategia orientata alla riduzione dei costi e alla massimizzazione dei profitti, anche a scapito della legalità e dei diritti fondamentali (fonte Corriere della Sera).
Turni estenuanti, salari al di sotto del minimo legale, zero contratti
L’inchiesta, coordinata dal PM Paolo Storari e portata avanti dal Nucleo Ispettorato del lavoro dei Carabinieri, ha rivelato un sistema in cui opifici gestiti da imprenditori cinesi, inseriti nella catena dei subappalti, impiegavano manodopera in condizioni disumane: turni estenuanti, salari ben al di sotto del minimo legale, zero contratti e tutele, in ambienti privi delle più basilari condizioni di sicurezza. Un quadro che rientra pienamente nella definizione giuridica di caporalato.
Il provvedimento giudiziario non attribuisce una responsabilità penale diretta a Valentino Bags Lab, ma segnala un fallimento sistemico nella governance della filiera produttiva. E questo non può più essere accettabile, soprattutto per una casa di moda che, con un fatturato globale di oltre 1,5 miliardi di euro e sotto il controllo della holding del Qatar Mayhoola for Investments, ha tutti i mezzi per garantire il rispetto dei diritti umani e del lavoro dignitoso.
La Campagna Abiti Puliti denuncia con forza questo ennesimo episodio di sfruttamento nella moda di lusso, che dimostra come, dietro l’immagine patinata e i prezzi altissimi, troppo spesso si nascondano dinamiche di violenza sociale e di esclusione sistemica.
«È ora che i grandi marchi smettano di lavarsi la coscienza con codici etici non vincolanti e adottino strumenti concreti, pubblici e verificabili per mappare la propria filiera, attuare controlli efficaci e rendere conto delle condizioni reali in cui avviene la produzione», afferma la Campagna.
Per questo riteniamo che la Direttiva europea sulla due diligence obbligatoria sia un pilastro imprescindibile e intoccabile per andare nella direzione di una transizione giusta nella moda, non solo a livello ambientale ma anche sociale. Solo l’obbligo legale per le imprese di identificare, prevenire e porre rimedio agli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente lungo tutta la loro catena di fornitura può garantire un vero cambiamento. Ogni rinuncia a questo principio, ogni tentativo di indebolirlo o rimandarlo, rappresenta un passo indietro verso la normalizzazione dello sfruttamento.