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Ott2007

NUMERO 7

CASI URGENTI
MANDATO DI ARRESTO PER LA CLEAN CLOTHES CAMPAIGN: LA LATITANZA DEI GOVERNI  E IL GIRO DI VITE SU ONG E SINDACATI IN TUTTA L'ASIA
Il tribunale civile di Bangalore ha emesso a fine settembre un mandato di arresto nei confronti di sette esponenti della Clean Clothes Campaign e dell’India Committee of the Netherlands, insieme al provider dei rispettivi siti e al fornitore della linea adsl,  al fine di costringerli ad assistere alla prossima udienza del processo in corso che li vede imputati per diffamazione via internet, razzismo e xenofobia per aver diffuso informazioni sulle violazioni dei diritti dei lavoratori negli stabilimenti produttivi della FFI/JKPL, terzista indiano di noti marchi, primo fra tutti l’olandese G-Star, ma anche di nomi della moda italiana come Armani e RaRe. Il tribunale ha respinto la richiesta delle due organizzazioni di farsi rappresentare dai propri legali ed entro il 20 novembre dovrebbe decidere se il mandato di arresto avrà validità internazionale. Tira una brutta aria: il governo indiano attacca, quello olandese latita, ong e sindacati sono presi in una morsa in tutta l'Asia.

Leggi gli sviluppi del caso e continua ad inviare mail dal nostro sito www.abitipulit.org



DALLE ISTITUZIONI

RAGGIUNTO IL QUORUM DI FIRME FRA I PARLAMENTARI UE SULL’ETICHETTA DI ORIGINE
La dichiarazione di sostegno ha raccolto 399 firme, sufficienti per essere adottata come se fosse una risoluzione approvata dall’assemblea plenaria. A questo punto gli stati membri dovranno porre ai voti in tempi certi la proposta di regolamento per l’indicazione obbligatoria del marchio di origine per prodotti tessili e capi di abbigliamento, gioielleria, oggetti di ceramica e vetro, scarpe, articoli in cuoio e pellicce, mobili e spazzole. La dichiarazione – promossa dalle associazioni Italian Textile Fashion, Assicor, Made in for Transparency – è stata sostenuta da tutti gli eurodeputati dei paesi favorevoli, in primis l’Italia, ma anche da alcuni rappresentanti di nazioni del nord, come la Germania, che hanno votato in contrasto con la posizione ufficiale del loro governo. La proposta sul “made in” era stata messa a punto dalla Commissione europea nel dicembre 2005, ma da allora non era mai stata posta in votazione. L’etichettatura di origine è obbligatoria in USA dal 1930, in Giappone dal 1962 e dal 2005 anche in Cina.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 26.10.2007)

VIA LE QUOTE SULL’IMPORT DALLA CINA: DAL 2008 SI PASSA AL “DOPPIO MONITORAGGIO”
Sarà un sistema di doppi controlli, attuato dalle dogane cinesi e italiane, a tenere sotto osservazione l’import tessile dalla Cina in Europa su otto categorie di prodotti a partire dal 2008, quando scadranno le attuali quote sulle importazioni. Una vasta maggioranza di paesi nel comitato tessile Ue si è espressa a favore della proposta presentata dalla Commissione sul “doppio monitoraggio”, propugnata da Italia, Francia e Spagna. La Commissione formalizzerà nei prossimi giorni la decisione definitiva. Nelle previsioni, l’obbligo per gli esportatori cinesi di chiedere alle autorità locali una licenza, poi controllabile in Europa, dovrebbe facilitare un commercio più ordinato. Le categorie soggette al doppio controllo saranno: t-shirt, pullover, pantaloni da uomo, camicette, vestiti da donna, reggiseno, lenzuola, filati di lino. Nel pacchetto sulla sicurezza approvato dal governo italiano sono state inasprite le norme contro la contraffazione: la reclusione andrà da uno a sei anni e le multe da mille a 6 mila euro. La pena aumenta fino a otto anni e a 15 mila euro di multa se l’alterazione del marchio riguarda ingenti quantità di merci.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 10.10.2007)

ALTRE NOTIZIE

USCITO IL RAPPORTO ANNUALE DELLA CONFEDERAZIONE INTERNAZIONALE DEI SINDACATI SULLE VIOLAZIONI DEI DIRITTI DEI LAVORATORI NEL MONDO
Sono 144 i sindacalisti uccisi nel 2006 per aver difeso i diritti dei lavoratori, mentre oltre 800 sindacalisti hanno subito percosse e torture. Il rapporto annuale fornisce il dettaglio di quasi 5 mila arresti e di oltre 8 mila licenziamenti di lavoratori a causa della loro attività sindacale. Documentati anche 484 nuovi casi di sindacalisti detenuti dai governi.

Leggi il riassunto del rapporto nella traduzione curata dalla REBOC (Rete Italiana Boicottaggio Coca Cola)

LE IMPRESE ITALIANE DEL TESSILE CHE FANNO AFFARI IN BIRMANIA
Sono circa 350 le imprese italiane che fanno affari con la giunta militare birmana in  barba alla risoluzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro che dal 2000 chiede di rinunciare a investire in un paese il cui regime ha fatto del lavoro forzato e del saccheggio delle risorse naturali la fonte del suo potere. La lista,  resa pubblica all’inizio di ottobre dalla Cisl italiana, comprende un certo numero di aziende del tessile-abbigliamento e della grande distribuzione. Al quarto posto assoluto per giro d’affari si piazza a sorpresa Oviesse, del gruppo Coin, con 2,5 milioni di euro di importazioni, seguita da nomi più o meno illustri collocati in vari punti della classifica: Asics Italia, Auchan, Conte of Florence, Arena Italia, Gariglio confezioni, I.T. Italtessile, Conceria Masini, Cose di Lana, Gruppo Pam, Centro Moda, Six Jeans, Zeus Sport, Sport Up, Good Fashion, Nencini Sport, New Fashion, Anzi Besson, Calzature di Hy YueJuan (l’elenco non è esaustivo poiché molte imprese hanno ragioni sociali sconosciute o non facilmente inquadrabili in un settore specifico). Per poche decine di euro figurano ancora Diesel e Tacchini Group, che erano usciti dalla lista internazionale da almeno cinque anni. Il giorno successivo alla pubblicazione, Oviesse si è affrettata a dichiarare di aver sospeso le forniture provenienti dalla Birmania, lo stesso ha fatto Bulgari, la griffe dei gioielli con all’attivo 386 mila euro di importazioni di pietre preziose. La Provincia di Milano ha invitato i sindaci del suo territorio a effettuare verifiche tra i propri fornitori e ha chiesto alle ditte iscritte al suo albo di sospendere ogni tipo di rapporto con partner commerciali compromessi con il regime birmano.

LAVORO MINORILE E MORTI NELLA FILIERA DI GAP
Un’inchiesta del quotidiano inglese The Observer, seguita da un reportage fotografico del Daily Telegraph, ha messo alle corde a fine ottobre il gigante statunitense del retail di abbigliamento GAP, già sotto accusa per la notizia della terza morte in un anno fra i dipendenti della Shalini Creations di Bangalore, che fa capo alla Texport Overseas, suo fornitore in India, a causa di condizioni di lavoro disumane. Questa volta a sollevare scandalo sono i bambini scoperti a ricamare a mano in un sottoscala di Nuova Delhi decine di migliaia di camicie a marchio Gap, destinate alle vendite natalizie in Europa e USA. Di età compresa fra gli 8 e i 14 anni, i bambini provenivano dalle campagne del Bengala occidentale, dove erano stati venduti dai loro familiari a intermediari senza scrupoli che li avevano convinti che i figli avrebbero avuto in città un futuro migliore. Ma la realtà che hanno trovato è un’altra: 16 ore di lavoro al giorno in ambienti malsani, senza alcun compenso, obbligati a mangiare e dormire nei locali di lavoro, picchiati con tubi di gomma se piangevano e puniti con stracci unti d’olio infilati in bocca. I bambini sono stati liberati dalla polizia su segnalazione dell’organizzazione Save the Childhood Movement solo dopo che un giornalista del Daily Telegraph è riuscito a fotografarli fingendosi un uomo d’affari, e sono stati in seguito trasferiti in un centro di riabilitazione gestito dalla Global March Against Child Labour. Si stima che a Nuova Dehli siano in attività da 5 a 7 mila centri di ricamo, ciascuno dei quali impiegherebbe dai 25 ai 30 bambini. Secondo Bhuwan Ribhu, segretario nazionale di Save the Childhood Movement, la responsabilità principale è del governo indiano che non effettua le dovute verifiche sull’impiego di manodopera infantile, ma anche dei consumatori occidentali che dovrebbero porsi qualche dubbio quando acquistano una camicia ricamata a mano per poco meno di 40 euro. Gap ha dichiarato di avere ritirato tutti i capi incriminati e di aver aperto un’indagine interna per risalire ai responsabili del subappalto non autorizzato. La multinazionale americana aveva aderito lo scorso anno alla controversa iniziativa caritatevole “Product red”, lanciata dal leader degli U2 Bono, contribuendo al fondo contro l’Aids in Africa con una collezione di vestiti e accessori. E’ la seconda volta dal 2000, anno in cui era stata incastrata da un reportage della BBC in Cambogia, che Gap viene associata con il lavoro minorile.
(http://observer.guardian.co.uk/world/story/0,,2200573,00.html; http://globalmarch.org/partnernews/291007.php)

CORAGGIOSA E VINCENTE LOTTA DEI LAVORATORI TESSILI EGIZIANI
Ogni tanto una buona notizia, e viene dall’Egitto. I 27 mila operai della Misr Spinning and Weaving company di Mahalla, una delle più grandi industrie tessili dell’Egitto ubicata nel delta del Nilo, di proprietà pubblica, dopo una settimana di sciopero e occupazione degli impianti a fine settembre, hanno ottenuto aumenti salariali e premi di produzione, promessi in passato ma mai versati. La protesta, portata avanti al grido di “non siamo schiavi del Fondo monetario internazionale”, ha umiliato il sindacato statale che, di fatto, era schierato con il consiglio di amministrazione e ha ridato ossigeno al movimento operaio egiziano. Lo scorso dicembre gli operai di Mahalla – con uno stipendio di poche decine di euro e costretti al doppio lavoro pur di sopravvivere – avevano scioperato accusando il cda di aver accumulato enormi profitti e di non averli utilizzati per far crescere i salari minimi o garantire premi di produzione a ciascun lavoratore. Avevano anche chiesto di poter godere degli aumenti promessi dal governo ai lavoratori del settore pubblico, ma si erano ritrovati contro proprio i sindacati statali, formati da militanti del partito al potere, secondo i quali i miglioramenti salariali riguardavano solo i dipendenti dei ministeri. Nelle settimane, i rappresentanti dei lavoratori hanno attaccato  duramente i sindacati ufficiali e sono arrivati a chiedere l’abolizione della Confederazione generale del lavoro per lasciare spazio alla nascita di strutture simili ai nostri Cobas. La vittoria dei lavoratori di Mahalla ha dato una scossa alla sinistra egiziana e messo in moto energie nuove, anche nel mondo dell’informazione, strettamente controllato dal regime. Il contributo maggiore è venuto dai siti internet, in particolare da 3arabawy del blogger marxista Hossan el Hamalawy, che ha messo in rete una marea di aggiornamenti sulla lotta operaia del Delta del Nilo. Le ultime notizie riferite da el Hamalawy sono però inquietanti. Un tribunale ha condannato ad un anno di reclusione Kamal Abbas, direttore di una ong che assiste i lavoratori, e l’avvocato Mohammed Hilmi per attività illegali e diffamazione di esponenti politici.
(Estratto da: Il Manifesto, 2.10.2007)

DALLE IMPRESE

CESSIONI/ACQUISIZIONI, RISTRUTTURAZIONI, ATTUALITA’ & FUTILITA’

Lavoratori cinesi segregati per produrre borse FENDI autentiche nonché loro perfette imitazioni. E’ quanto ha scoperto la guardia di finanza presso un laboratorio di pelletteria a Cerreto Guidi, in provincia di Firenze, dopo il controllo dei bagagli di un cittadino cinese in partenza per Shanghai. Fra i documenti sequestrati un contratto in conto lavorazione per la fabbricazione di cento borse Fendi stipulato con una pelletteria gestita da italiani a cui la griffe aveva commissionato il lavoro. I dipendenti erano tenuti sotto chiave e costretti a turni di lavoro estenuanti. Un sistema di subappalto dilagante che riguarda numerosi grandi marchi i cui prodotti, venduti a prezzi stratosferici, nascondono spesso una verità indicibile. “Dalle grandi griffes, CHRISTIAN DIOR, PRADA, FERRE’ – commenta il giornalista della cronaca di Firenze di Repubblica il 21 ottobre – non è arrivata sinora nessuna pubblica reazione ogni volta che è saltato fuori un laboratorio cinese dove nascono non (o non solo) i falsi, ma anche, in subappalto, i prodotti autentici. Il dovere di ogni impresa di controllare la filiera produttiva non sembra essere particolarmente avvertito”.
(Fonte: La Repubblica, cronaca di Firenze, 21.10.2007)

Il Giurì della pubblicità ha bocciato le foto firmate da Oliviero Toscani per il marchio di abbigliamento NOLITA, di proprietà dell’azienda italiana Flash&Partners, che ritraggono in modo crudo una ragazza anoressica. La decisione del Giurì arriva in ritardo per Milano, dove la campagna è terminata a fine settembre, ma è valida per Roma, dove le affissioni sono ancora presenti. Si dicono soddisfatti l’assessore del Comune di Milano, che aveva chiesto la rimozione dei cartelloni, ma anche la presidentessa dell’Associazione Bulimia e Anoressia, che lo scorso primo ottobre aveva fatto appello all’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria denunciando la strumentalizzazione a fini commerciali di un problema serio. Toscani ha annunciato una causa per danni morali e materiali e ha chiesto pubblicamente l’abrogazione del giurì.
(Fonte: Il Corriere della Sera, 19.10.2007; Fashionmagazine news, 19.10.2007)

INDITEX, il secondo maggiore distributore mondiale di abbigliamento, proprietario del marchio ZARA, ha siglato un accordo quadro con l’ITGLWF, il sindacato internazionale dei lavoratori del tessile-abbigliamento, con lo scopo di rendere effettiva l’applicazione degli standard di lavoro internazionali incorporati nel SUO codice di condotta, rivisto nel 2007, lungo tutta la filiera produttiva del gruppo, compreso il lavoro a domicilio, con accento sulla libertà di associazione e di contrattazione collettiva.  Inditex si impegna a fornire informazioni sulla sua catena di fornitura e a collaborare con l’ITGLWF nella ricerca di soluzioni per i casi di volta in volta accertati di violazione del codice. Altri punti qualificanti dell’accordo l’organizzazione congiunta di programmi di formazione sui temi del lavoro rivolti al personale e alla dirigenza nella filiera produttiva, e l’istituzione di una commissione paritetica con il compito di valutare annualmente i risultati conseguiti. Pesa sull’accordo – pur rilevante per l’importanza del gruppo firmatario e le note difficoltà di iniziativa sindacale – un’ombra non trascurabile: Inditex aderendo all’Ethical Trading Iniziative, iniziativa multistakeholder inglese, ha accettato il principio del “living wage”, ma di questo non vi è traccia nell’accordo che fa riferimento unicamente al salario minimo legale temperato dall’accenno al soddisfacimento delle necessità primarie. Come si regolerà?

BENETTON è finito al centro di un dibattito al parlamento iraniano in seguito a un esposto presentato da un gruppo di deputati oltranzisti che lo accusano di promuovere una cultura estranea al paese e di non utilizzare la lingua persiana per le scritte nei suoi negozi, ben dieci in franchising compresi alcuni megastore, la maggior parte dei quali ubicati a Teheran. La griffe veneta è in buona compagnia: a rischio di espulsione sono anche DOLCE & GABBANA, LOUIS VUITTON e DIOR, accusati di esercitare una nefasta influenza sui giovani. Sul fronte italiano, Autostrade SpA, che fa capo alla famiglia Benetton, dopo un lungo braccio di ferro con il governo, firma la nuova convenzione unica con il ministero per le Infrastrutture e l’Anas, che prevede nuove regole sugli adeguamenti tariffari per le nuove opere, maggiori investimenti, un sistema di sanzioni e penali per le inadempienze, gare pubbliche anche per manutenzione e forniture.
(Fonte: Il Corriere della Sera, 2.10.2007; Il Sole 24 Ore, 13.10.2007)

TIMBERLAND venderà in edizione limitata nel negozio inaugurato a Milano una collezione di scarponcini realizzati con materiali ecologici e pellami riciclati. All’operazione commerciale è collegata un’altra iniziativa con Legambiente, “Plant one on us”: la multinazionale americana si impegna a piantare un albero per ciascun paio di scarponi acquistato. Sulle scatole delle scarpe sarebbe stata inserita un’etichetta con l’indicazione del paese e il nome della fabbrica che ha realizzato il prodotto, il materiale e il tipo di energia utilizzati.
(Il Sole 24 ore, 11.10.2007)

La famiglia Marmotti proprietaria di MAX MARA trasferisce 500 milioni di euro dal settore moda alla finanziaria di famiglia, Max Mara Finance, cui fanno capo le partecipazioni in Unicredit e il pacchetto di controllo di Credem. Nessuna indicazione, per il momento, sull’utilizzo che sarà fatto dei fondi. Un’ipotesi è il rafforzamento della holding Credem-Abaxbank, investment bank concentrata finora sul mercato dei capitali, con operatività anche nel settore dei derivati, e che potrebbe allargare le attività anche nell’assunzione di partecipazioni.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 19.10.2007)

UMBRO, produttore inglese di abbigliamento per il calcio, è al centro di una battaglia fra Sports Direct, gruppo inglese di articoli sportivi, e NIKE, intenzionata ad acquisire il marchio che veste quattro squadre nazionali, fra cui quella inglese, e sei team che giocano nella premier league.  Per Nike si tratta di rafforzare la leadership nel calcio, un settore le cui vendite sono passate da 40 milioni di dollari nei primi anni Novanta all’attuale miliardo e mezzo, in vista dei campionati mondiale del 2010.
(Fonte: Fashiomagazine newsletter, 24.10.2007)

Il gruppo Lvmh progetta di inaugurare un fabbrica di scarpe in India per il suo brand di punta LOUIS VUITTON. L’impianto, che si specializzerà nell’incollaggio delle suole alle tomaia delle scarpe made in Italy, coprirà una superficie di 12 mila metri quadrati e dovrebbe essere inaugurato alla fine del prossimo anno. Lvmh ha giustificato l’operazione con la carenza di strutture analoghe in Italia. Per il gruppo sarebbe il primo stabilimento fuori dall’Europa e dagli Stati Uniti.
(Fonte: Fashionmagazine newsletter, 27.9.2007)

E’ definitiva l’acquisizione di SERGIO TACCHINI da parte di HEMBLY INTERNATIONAL HOLDINGS, uno dei principali gruppi asiatici di outsourcing e distribuzione di abbigliamento quotato alla borsa di Hong Kong (vedi newsletter n. 5, 2007). E’ la prima volta che un’impresa cinese riesce ad assumere il controllo di un brand italiano di fama internazionale, senza joint venture o altre forme di partecipazione mista. La strategia di Hembly  prevede nel giro di qualche anno la creazione di una miniholding del lusso a portata del grande pubblico, anche tramite l’acquisizione di marchi famosi ma dall’immagine appannata. Già oggi Hembly ha strette relazioni di affari con una trentina di marchi della moda di notorietà internazionale, per i quali è fornitore in outsourcing (tra queste figurano anche BENETTON, DIESEL, ARMANI JEANS, LOTTO, HUGO BOSS, VALENTINO) oppure è distributore sul mercato cinese (MOSCHINO, STONEFLY, SISLEY)
(Fonte: Il Sole 24 ore, 28.9.2007)

A Castel Goffredo, nella campagna mantovana, si produce il 70% della calzetteria femminile europea. Sono circa 200 le imprese sopravvissute alla crisi del settore, determinato in parte dal declino del collant, che hanno affrontato investendo nei nuovi materiali e nella tecnologia associata alla tessitura, per esempio le lavorazioni seamless, quelle dei tessuti senza cuciture, e il filone biomedicale. Ma le fasi a minor valore aggiunto, quali taglio, cucitura e confezionamento, sono state quasi tutte delocalizzate. POMPEA, uno dei marchi leader ha due insediamenti produttivi in Serbia con circa 650 dipendenti, un sito in Polonia e uno in Tunisia. Altre note imprese dell’area che impiega 6 mila persone e conta sulla vicinanza di produttori di materie prime (lycra e nylon) e di macchine tessili (Lonati)  sono GOLDEN LADY, CSP, LEVANTE e CALZEDONIA. Secondo la stampa un esempio riuscito di “made in Italy”. Ma che c’è scritto sulle etichette di origine?
(Fonte: Il Sole 24 ore, 28.9.2007)

Un fondo pensione pubblico del Michigan ha denunciato MATTEL avviando una class action in favore di tutti gli azionisti della compagnia, in relazione al ritiro di 21 milioni di giocattoli pericoli avvenuto fra agosto e settembre. La denuncia contesta a Mattel di aver nascosto agli azionisti e alle autorità le notizie di cui era a conoscenza, ritardando anche di mesi le comunicazioni che avrebbe dovuto dare entro 24 ore alla Consumer Product Safety Commission, per favorire le vendite, mantenendo artificialmente alto il valore delle azioni. Mattel ha nel frattempo presentato pubbliche scuse al governo cinese ammettendo la propria responsabilità nello scandalo dei giocattoli tossici, imputandolo a un errore di progettazione.
(Fonte: RSI news 18.10.2007, Il Sole 24 ore, 22.9.2007)

(a cura di Ersilia Monti, Deborah Lucchetti, Claudio Brocanelli)


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