Set2007
NUMERO 6
CASI URGENTI
Sette membri dello staff della Clean Clothes Campaign e dell’India Committee of the Netherlands sono stati invitati a comparire davanti al tribunale civile di Bangalore il 24 settembre per rispondere dell’accusa di “cyber crime, atti di razzismo e xenofobia” in relazione alla causa legale intentata dalla Fibres & Fabrics International, proprietaria della Jeans Knits Pvt. Ltd (FFI/JKPL) di Bangalore, nei cui stabilimenti era emersa una lunga serie di abusi fin dalla fine del 2005. FFI/JKPL, fornitrice di jeans per numerosi marchi occidentali (G-Star, Armani, RaRe, Guess, Gap e Mexx), aveva preferito agire per vie legali piuttosto che avviare un dialogo con il sindacato e con le organizzazioni indiane e internazionali che difendono i diritti dei lavoratori. Dal luglio 2006, un’ingiunzione del tribunale di Bangalore impone alle organizzazioni locali il divieto di diffondere notizie sulle condizioni di lavoro all’interno degli impianti produttivi della FFI/JKPL. Le griffe italiane Armani e RaRe sono le uniche a non aver dato alcun seguito alle richieste di intervenire presso il loro fornitore. La Clean Clothes Campaign e l’India Committee of the Netherlands si presenteranno davanti al tribunale di Bangalore per contestare le imputazioni sia dal punto di vista procedurale che di merito.
SOSTENIAMO I LAVORATORI CINESI DI DISNEY IN SCIOPERO
Oltre 300 lavoratori della Haowei Toys, produttore di giocattoli in plastica per Disney nella zona economica speciale di Shenzhen, sono in presidio permanente dal 10 settembre davanti al locale ufficio del lavoro. Protestano per la decisione dell’azienda di spostare la produzione nel villaggio di Jiaoyitang nella provincia di Dongguan dopo aver sottoposto i dipendenti a numerosi abusi, per esempio ore di lavoro eccessive e non pagate, contratti firmati in bianco, mancato versamento dei contributi previdenziali e pensionistici, esposizione a sostanze tossiche e alloggi insalubri. Il caso è documentato da SACOM (Students and Scholars against Corporate Misbehavior), ong di Hong Kong composta da studenti, attivisti e accademici (http://www.sacom.hk/html/uploads/HaoweiToysDISNEY(Sep2007)SACOM.pdf). SACOM è anche autore di un’indagine sulla produzione di giocattoli in Cina per conto di Wal-Mart (http://www.sacom.hk/html/uploads/WalMart%20Report(SACOM)Jun2007.pdf).
Il 12 settembre gli attivisti di SACOM hanno inscenato una protesta davanti alla Disneyland di Hong Kong a due anni dalla sua apertura, mentre l’incontro fissato il giorno successivo con il direttore regionale per gli standard del lavoro internazionali di Disney non ha prodotto risultati. Per questo ci viene chiesto di esercitare pressioni a livello internazionale.
Nella lettera che vi invitiamo a scrivere e il cui testo trovate più sotto, i lavoratori avanzano quattro richieste:
La direzione di Haowei ha obbligato i dipendenti a firmare contratti di lavoro nei quali l’entità dei salari, delle coperture previdenziali e le ore di lavoro erano lasciate in bianco. Resistendo alle pressioni dei superiori, alcuni hanno preteso la revoca del contratto con effetto immediato come previsto dall’art. 28 (3) del regolamento che disciplina le condizioni di lavoro nella zona economica speciale di Shenzhen. In base all’art. 28 (2) il datore di lavoro è tenuto a corrispondere un risarcimento commisurato all’anzianità di servizio del dipendente (ogni anno di lavoro dà diritto a una mensilità calcolata in base alla media dei tre mesi precedenti alla risoluzione del rapporto di lavoro).
Le ore di lavoro straordinario non sono state retribuite per intero o del tutto. Haowei deve provvedere in merito aggiungendo agli arretrati un risarcimento del 25% sulla somma maturata.
Devono essere garantiti i benefici previdenziali e pensionistici stabiliti per legge.
Haowei deve dare la precedenza nelle assunzioni ai lavoratori che chiedono di essere trasferiti nella nuova sede, tenendo conto della loro anzianità di servizio in relazione ai benefici contrattuali ed economici.
Inviate la seguente lettera con oggetto: Haowei Toys factory workers, a:
- Mark Spears (Director, International Labor Standards)
mark.spears@disney.com
- Jim Leung (Regional Director, International Labor Standards, Asia Pacific) jim.leung@disney.com
- Gina Lee (Compliance Manager, International Labor Standards, Asia Pacific)
gina.lee@disney.com
- Alannah Goss (Regional Executive Director, Corporate communications, Asia Pacific) alannah.goss@disney.com
Dear sirs,
I am writing to ask you to give your urgent attention to the following issues raised by the workers of the Haowei Toys factory in Shenzhen who have been protesting since Monday September 10 against the violation of their labour rights:
• Haowei has forced workers to sign one-sided ‘contracts’ in which wages, work hours and benefits were left blank. Resisting managerial abuse, some workers have revoked the contracts with immediate effect in accordance with Article 23(3) of the Shenzhen Regulations on Labor Conditions. According to Article 28(2) of the Regulations, Haowei should pay economic compensation that takes into account the worker’s seniority. For example, a worker who has been employed for a year should be compensated one month’s income. A month’s income is based on the average of the three months’ income prior to the termination of the labor contract.
• Overtime has not or not fully been paid by Haowei. Haowei management should immediately pay the workers basic and overtime wages in arrears plus an economic compensation of 25% of the outstanding amount.
• Haowei should provide pension and social insurance that are owed to the workers.
• Haowei is obliged to re-employ the affected workers who choose to move to Dongguan. Their work seniority - most of them have been serving Haowei for more than 5 years - must be taken into account in their contracts and benefits.
I look forward to hearing what steps you have taken to meet the workers’ demands.
With best regards,
(nome, nazione, eventuale organizzazione di appartenenza)
Firmate una petizione a Disney dal sito: http://www.PetitionOnline.com/wlchan/petition.html
Per altre informazioni: http://www.sacom.hk/html/modules/news/article.php?storyid=25
DALLE ISTITUZIONI
CINA, APPROVATA LA NUOVA LEGGE SUL LAVORO: ENTRA IN VIGORE NEL 2008
Dopo
un anno e mezzo di dibattito e una consultazione pubblica che ha
prodotto oltre 190mila commenti di organizzazioni e singole persone, il
29 giugno il comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo
cinese ha approvato la nuova legge sul lavoro che entrerà in vigore nel
gennaio 2008. La legge, che introduce forme di protezione per i
lavoratori in un mercato cresciuto in modo selvaggio, è stata a lungo
osteggiata dalle camere di commercio americane ed europee, che avevano
minacciato di disinvestire dal paese. Come spiega l’analisi del centro
di ricerca statunitense Global Labor Strategies,
(http://www.laborstrategies.org), nelle stesure che si sono susseguite
sono scomparsi alcuni dei punti più qualificanti. La nuova legge
stabilisce il diritto dei lavoratori a un contratto regolare in forma
scritta, vieta gli straordinari obbligatori, introduce il pagamento di
indennità in caso di licenziamento e limiti all’uso del lavoro
temporaneo. E’ ammessa la negoziazione collettiva nei luoghi di lavoro
attraverso la Federazione dei Sindacati della Cina (ACFTU) che è
controllata dal governo del partito comunista cinese. Se l’ACFTU non è
presente in un settore o in un’impresa, i lavoratori possono eleggere i
loro rappresentanti per negoziare un contratto collettivo con la
direzione aziendale, ma solo sotto la guida dell’ACFTU. Nessun accenno
viene fatto alla libertà di associazione sindacale e al diritto di
sciopero. Traduzioni in lingua inglese della legge sono reperibili in
rete.
AL VIA I LAVORI PREPARATORI PER LA CONFERENZA NAZIONALE SULLA RSI
Si
è svolto a Roma il 24 luglio presso il ministero della solidarietà
sociale il primo incontro del tavolo interministeriale sulla
responsabilità sociale delle imprese. Il tavolo è stato convocato dal
ministro Paolo Ferrero, che ha la delega in materia, con lo scopo di
sviluppare il programma nazionale per la responsabilità sociale
d’impresa e di preparare una conferenza nazionale multistakeholder che
si terrà a fine anno. L’intenzione dichiarata è coinvolgere e
valorizzare i diversi attori presenti sul territorio nazionale e
diffondere le buone pratiche esistenti, promosse dagli enti locali,
dalla società civile e dalle reti di imprese, in una prospettiva non di
natura filantropica e con particolare attenzione alle piccole e medie
imprese.
La Campagna Abiti Puliti è stata invitata insieme ad altre organizzazioni non governative a partecipare al seminario preparatorio della conferenza nazionale che si è tenuto a Roma il 17 settembre.
La Campagna Abiti Puliti è stata invitata insieme ad altre organizzazioni non governative a partecipare al seminario preparatorio della conferenza nazionale che si è tenuto a Roma il 17 settembre.
PUNTI RILEVANTI NELLA NUOVA LEGGE SULLA TUTELA DELLA SALUTE E DELLA SICUREZZA SUL LAVORO
Il
25 agosto è entrata in vigore la legge n. 123/2007 che apporta alcune
novità interessanti al quadro normativo sulla salute e sicurezza nei
luoghi di lavoro. L’applicazione delle norme viene estesa a tutti i
lavoratori, anche autonomi e precari; in tutti gli appalti pubblici
devono essere indicati i costi relativi alla sicurezza sul lavoro, ai
dati possono accedere il rappresentante dei lavoratori e le
organizzazioni sindacali, e il valore economico degli appalti deve
essere sufficiente a far fronte al costo del lavoro e della sicurezza;
è prevista la sospensione dell’attività aziendale, e il divieto di
partecipare a gare pubbliche, qualora il 20% degli occupati risulti
irregolare o in caso di reiterate violazioni della normativa sui tempi
di lavoro e sui riposi o della disciplina in materia di salute e
sicurezza; viene concesso un credito di imposta per favorire la
partecipazione dei lavoratori a programmi di formazione. Nella legge
viene introdotto il concetto di responsabilità sociale: l’art. 1 delega
il governo a emanare un decreto legislativo che preveda “la
valorizzazione […] dei codici di condotta ed etici e delle buone prassi
che orientino i comportamenti dei datori di lavoro […] ai fini del
miglioramento dei livelli di tutela definiti legislativamente”.
NUOVO MONITO AGLI INVESTITORI NELL’ULTIMA RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO SULLA BIRMANIA
Nella
risoluzione approvata il 6 settembre scorso, il Parlamento Europeo
“invita ancora una volta le imprese che investono in Birmania ad
assicurare che nello svolgimento dei loro progetti vengano realmente
rispettati i diritti dell’uomo e, ove vengano perpetrati abusi di tali
diritti, a sospendere le loro attività; esprime il proprio disappunto
per il fatto che alcuni Stati hanno ritenuto opportuno aumentare
sostanzialmente i loro investimenti in Birmania a prescindere dalla
gravissima situazione dei diritti dell’uomo esistente nel paese”.
QUOTE, TRIANGOLAZIONI E BARRIERE FISCALI: CONTINUA LA GUERRA COMMERCIALE FRA EUROPA E CINA
La
richiesta di un’estensione temporale delle quote sui prodotti tessili
cinesi, in scadenza alla fine dell’anno, non ha trovato sostegno
unanime nel Consiglio dei ministri dell’Unione Europea, nel quale si
sta facendo strada la proposta di un sistema di controllo bilaterale,
europeo e cinese: un monitoraggio delle licenze all’import nell’Unione
Europea e delle licenze all’export in Cina. L’Italia, che avrebbe
preferito un prolungamento delle quote, spingerà per un monitoraggio
che copra anche le triangolazioni con i paesi limitrofi. L’anomalo
balzo dell’import di scarpe da Macao, per esempio, sul quale la
commissione europea ha aperto un’indagine, sembra non avere spiegazioni
se non l’esigenza di evitare i dazi antidumping imposti sulle calzature
di cuoio cinesi. Il governo cinese si appresta dal canto suo a
cancellare dal primo gennaio 2008 le agevolazioni fiscali sulle
importazioni di alcune categorie di macchine tessili, agevolazioni che
avevano notevolmente favorito negli ultimi anni i produttori italiani.
E’ il segno evidente che la Cina è ormai in possesso di tecnologia e
know how sufficienti per rendersi autonoma anche nel settore dei beni
strumentali.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 19/24.7; 7.9.07)
(Fonte: Il Sole 24 ore, 19/24.7; 7.9.07)
TESSILE E SALUTE: PIGIAMI ALLA FORMALDEIDE, BORSE E SCARPE AL CROMO ESAVALENTE
L’allarme
sicurezza sui beni di consumo di origine extra Ue è stato il leit-motiv
dell’estate che si è appena conclusa. Una settimana dopo il ritiro da
parte della Mattel di 19 milioni di giocattoli made in China sia per
l’elevato contenuto di piombo sia per la presenza di magneti
rimovibili, il 21 agosto sono arrivate dalla Nuova Zelanda nuove
inquietanti notizie per i consumatori a proposito di prodotti tessili:
secondo un noto programma televisivo di informazione, in alcuni vestiti
di importazione cinese sarebbero stati riscontrati livelli di
formaldeide fino a 900 volte superiori a quelli consentiti
dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La formaldeide, usata come
antimuffa e per mantenere la piega degli indumenti, può essere
cancerogena e irritare la pelle e le mucose di occhi e vie aeree.
L’associazione dei consumatori Aduc aveva segnalato in luglio uno
studio dell’Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi,
che aveva trovato cromo esavalente (un composto allergizzante) nel 57%
dei manufatti in pelle presenti sul mercato. L’Unione Conciaria ha
minacciato querele, sostiene infatti che solo nel 5,1% dei prodotti
esaminati in una ricerca commissionata alla Stazione sperimentale per
l’industria delle pelli (SSIP) sia emersa la presenza di questa
sostanza tossica. Ma la ricerca dell’ente italiano – ribatte l’Aduc – è
rimasta circoscritta ai prodotti delle concerie italiane, mentre l’ente
tedesco ha preso in considerazione tutti i prodotti in pelle immessi
sul mercato, comprese le scarpe, la maggior parte dei quali ha origine
extraeuropea. L’associazione Tessile e Salute di Biella, che da anni si
occupa di questi problemi, ha siglato un accordo con il ministero della
salute, che ha deciso di finanziare un osservatorio nazionale per la
valutazione dei rischi causati dai prodotti tessili. Il tema è stato
anche al centro di un convegno organizzato il 14 settembre a Milano da
Cna Federmoda, dove è stata presentata una proposta di legge
riguardante la sicurezza dei prodotti tessili.
(Fonte: Il Sole 24 Ore 21.8.2007; News Gevam, n. 86, 18.9.2007)
(Fonte: Il Sole 24 Ore 21.8.2007; News Gevam, n. 86, 18.9.2007)
ALTRE NOTIZIE
PLAYFAIR2008: PUNITI I LICENZIATARI CINESI DI MATERIALE OLIMPICO PER GLI ABUSI DENUNCIATI DALLA CAMPAGNA
In seguito al grande scalpore suscitato dal rapporto “No medal for olympics on labour rights” diffuso nel giugno scorso da Playfair2008 (Clean Clothes Campaign, ITUC, ITGLWF) (leggi la sintesi nella newsletter n. 5, 2007), il ministero del lavoro cinese e le autorità del Guangdong hanno disposto un’inchiesta nelle quattro aziende licenziatarie del Comitato organizzatore dei giochi olimpici (BOCOG) messe sotto accusa dal rapporto, giungendo alla conclusione che una di esse, Lekit Stationery Co., aveva effettivamente impiegato durante le vacanze scolastiche 8 minori nel reparto imballaggio in attività non attinenti alla fornitura di materiale olimpico, e teneva alle dipendenze personale senza contratto scritto. Le altre tre, Eagle Leather Products, Yue Wing Cheong Light Products e Mainland Headwear Holdings Ltd., non rispettavano le leggi sul lavoro straordinario. Il BOCOG ha deciso di revocare la licenza alla Lekit Stationery e di sospenderla alle altre aziende per la parte relativa alla nuova produzione. Le autorità locali hanno annunciato da parte loro che saranno comminate multe per un totale di 1,36 milioni di yuan (180,000 $).
In risposta alla dichiarazione pubblica del BOCOG la campagna Playfair2008 ha inviato una lettera aperta nella quale ricorda la serie di altre gravi violazioni denunciate nel rapporto e ignorate dalle verifiche, con particolare riguardo ai salari, alla salute, ai congedi, alle forme della rappresentanza che richiedono rimedi complessivi e strutturali. Deplora la scelta del BOCOG di cessare i rapporti commerciali con la Lekit Stationery anziché trovare soluzioni condivise con l’azienda e con la campagna: a pagarne le spese potrebbero essere i lavoratori per i quali non sono state neppure previste misure compensative per la parte di salario che non hanno mai percepito. Playfair2008 si rammarica del silenzio e della mancanza di iniziativa del CIO sul caso e lo invita a prendere atto che ciò che è emerso dalle indagini non sono casi isolati ma condizioni tipiche di un intero settore, non solo in Cina. A tale proposito, uno studio aggiuntivo realizzato dalla componente sindacale di Playfair, “Child labour, forced labour and “work experience” in China – the blurred lines of illegality” (http://www.playfair2008.org/docs/Child_labour_July_2007.pdf), incentrato sul problema del lavoro dei minori nelle fabbriche cinesi durante il tempo libero dalle attività scolastiche, mostra come l’illecito nel quale è incorsa la Lekit sia solo la punta dell’iceberg in Cina.
SI STRINGE IL CERCHIO INTORNO ALLA GRANDE DISTRIBUZIONE
Una serie di indagini e di articoli di stampa stanno mettendo alle strette le principali catene di distribuzione inglesi dopo che il primo rapporto diffuso dall’ong War on Want nel novembre 2006 ha denunciato le condizioni di lavoro scandalose riservate ai dipendenti dei loro terzisti bengalesi (vedi newsletter n. 10, nov.-dic. 2006). Dall’India al Bangladesh, nella filiera dei grandi nomi del retail britannico Asda, Tesco, Marks & Spencer, Primark, i rapporti pubblicati da Action Aid fra aprile e agosto, l’ultimo dei quali sulla produzione delle divise scolastiche (http://www.actionaid.org.uk/doc_lib/who_pays_school_uniforms_report.pdf) e le inchieste realizzate dal quotidiano The Guardian negli ultimi due mesi vanno al cuore del problema, ovvero rimandano alle spietate pratiche di acquisto dei colossi commerciali che, eludendo gli impegni assunti (molti aderiscono all’Ethical Trading Initiative), continuano a contendersi il mercato stringendo la morsa sui prezzi non rinunciando però a pretendere la migliore qualità di fornitura nel minor tempo di consegna possibile. Le conseguenze di questa competizione irresponsabile sono ormai cosa nota - orari di lavoro che si allungano fin nel cuore della notte, salari al di sotto dei minimi vitali, pressioni psicologiche e fisiche per produrre sempre di più al prezzo della vita - ma la mole e i contenuti delle interviste e dei casi citati generano sconcerto. Su tutti, emblematica per tragicità, la sorte riservata a una giovane lavoratrice, morta suicida nel bagno della sua fabbrica, Triangle Apparels, di proprietà del maggiore esportatore indiano di abbigliamento Gokaldas Exports, dopo le continue molestie sessuali, le pressioni sul rendimento, e l’ennesimo rifiuto del permesso di assentarsi dal lavoro. I grandi della distribuzione hanno reagito alle denunce promettendo ispezioni più severe, ma continuano a eludere la vera questione che è quella legata alla politica dei prezzi.
Se questo è lo scenario nella fascia media del mercato, che cosa può nascondersi nelle pieghe dell’hard discount? E’ la domanda che si è posta l’organizzazione Südwind, membro della Clean Clothes Campaign tedesca, che ha fatto uscire a maggio un’indagine sulle condizioni di lavoro presso i fornitori cinesi e indonesiani di Aldi, notoriamente il distributore più a buon mercato in Germania (http://www.suedwind-institut.de/downloads/ALDI-publ_engl_2007-08.pdf). Labour Behind the Label (la Clean Clothes Campaign inglese) è tornata dopo un anno a interrogare alcuni grandi distributori e note griffe della moda - fra queste l’italiana Diesel (rivelatasi fra le 11 peggiori) - sui passi compiuti per assicurare ai lavoratori nella propria filiera salari più elevati, il tutto per scoprire che ben poco è cambiato (http://www.labourbehindthelabel.org/images/pdf/lcuf2007profiles.pdf).
“MADE IN NO”: OGNI PUNTO UN PENSIERO
Maglie, pigiami, biancheria intima. Ecologici, equi, solidali, sostenibili. Sono i prodotti Made in NO, nati dalla capacità dei contadini brasiliani ed indiani, dalle competenze degli artigiani novaresi, dalla volontà di costruire ponti di solidarietà per dimostrare che un’economia rispettosa dei diritti è possibile. Made in NO è una risposta piccola, sperimentale, di integrazione di filiere. Un gruppo di artigiani del tessile novarese, terzisti di grandi imprese, decide di collaborare con alcuni progetti equosolidali per la nascita di una filiera pulita, di cotone ecologico ed equosolidale. L’obiettivo è quello di creare alleanze tra periferie del mondo, cercando di dare una risposta comune alle contraddizioni di una globalizzazione non regolata. Fornisce la materia prima e i filati trasformati a Novara, Justa Trama, rete di 700 famiglie di produttori brasiliani che lavorano fibre ecologiche con criteri solidali. Il progetto, presentato al Sana di Bologna il 15 settembre, nasce dall’impegno dell’associazione Cristiana Casagrande, la collaborazione di [Fair] e con il sostegno della Provincia di Novara.
(http://www.made-in-no.com)
In seguito al grande scalpore suscitato dal rapporto “No medal for olympics on labour rights” diffuso nel giugno scorso da Playfair2008 (Clean Clothes Campaign, ITUC, ITGLWF) (leggi la sintesi nella newsletter n. 5, 2007), il ministero del lavoro cinese e le autorità del Guangdong hanno disposto un’inchiesta nelle quattro aziende licenziatarie del Comitato organizzatore dei giochi olimpici (BOCOG) messe sotto accusa dal rapporto, giungendo alla conclusione che una di esse, Lekit Stationery Co., aveva effettivamente impiegato durante le vacanze scolastiche 8 minori nel reparto imballaggio in attività non attinenti alla fornitura di materiale olimpico, e teneva alle dipendenze personale senza contratto scritto. Le altre tre, Eagle Leather Products, Yue Wing Cheong Light Products e Mainland Headwear Holdings Ltd., non rispettavano le leggi sul lavoro straordinario. Il BOCOG ha deciso di revocare la licenza alla Lekit Stationery e di sospenderla alle altre aziende per la parte relativa alla nuova produzione. Le autorità locali hanno annunciato da parte loro che saranno comminate multe per un totale di 1,36 milioni di yuan (180,000 $).
In risposta alla dichiarazione pubblica del BOCOG la campagna Playfair2008 ha inviato una lettera aperta nella quale ricorda la serie di altre gravi violazioni denunciate nel rapporto e ignorate dalle verifiche, con particolare riguardo ai salari, alla salute, ai congedi, alle forme della rappresentanza che richiedono rimedi complessivi e strutturali. Deplora la scelta del BOCOG di cessare i rapporti commerciali con la Lekit Stationery anziché trovare soluzioni condivise con l’azienda e con la campagna: a pagarne le spese potrebbero essere i lavoratori per i quali non sono state neppure previste misure compensative per la parte di salario che non hanno mai percepito. Playfair2008 si rammarica del silenzio e della mancanza di iniziativa del CIO sul caso e lo invita a prendere atto che ciò che è emerso dalle indagini non sono casi isolati ma condizioni tipiche di un intero settore, non solo in Cina. A tale proposito, uno studio aggiuntivo realizzato dalla componente sindacale di Playfair, “Child labour, forced labour and “work experience” in China – the blurred lines of illegality” (http://www.playfair2008.org/docs/Child_labour_July_2007.pdf), incentrato sul problema del lavoro dei minori nelle fabbriche cinesi durante il tempo libero dalle attività scolastiche, mostra come l’illecito nel quale è incorsa la Lekit sia solo la punta dell’iceberg in Cina.
SI STRINGE IL CERCHIO INTORNO ALLA GRANDE DISTRIBUZIONE
Una serie di indagini e di articoli di stampa stanno mettendo alle strette le principali catene di distribuzione inglesi dopo che il primo rapporto diffuso dall’ong War on Want nel novembre 2006 ha denunciato le condizioni di lavoro scandalose riservate ai dipendenti dei loro terzisti bengalesi (vedi newsletter n. 10, nov.-dic. 2006). Dall’India al Bangladesh, nella filiera dei grandi nomi del retail britannico Asda, Tesco, Marks & Spencer, Primark, i rapporti pubblicati da Action Aid fra aprile e agosto, l’ultimo dei quali sulla produzione delle divise scolastiche (http://www.actionaid.org.uk/doc_lib/who_pays_school_uniforms_report.pdf) e le inchieste realizzate dal quotidiano The Guardian negli ultimi due mesi vanno al cuore del problema, ovvero rimandano alle spietate pratiche di acquisto dei colossi commerciali che, eludendo gli impegni assunti (molti aderiscono all’Ethical Trading Initiative), continuano a contendersi il mercato stringendo la morsa sui prezzi non rinunciando però a pretendere la migliore qualità di fornitura nel minor tempo di consegna possibile. Le conseguenze di questa competizione irresponsabile sono ormai cosa nota - orari di lavoro che si allungano fin nel cuore della notte, salari al di sotto dei minimi vitali, pressioni psicologiche e fisiche per produrre sempre di più al prezzo della vita - ma la mole e i contenuti delle interviste e dei casi citati generano sconcerto. Su tutti, emblematica per tragicità, la sorte riservata a una giovane lavoratrice, morta suicida nel bagno della sua fabbrica, Triangle Apparels, di proprietà del maggiore esportatore indiano di abbigliamento Gokaldas Exports, dopo le continue molestie sessuali, le pressioni sul rendimento, e l’ennesimo rifiuto del permesso di assentarsi dal lavoro. I grandi della distribuzione hanno reagito alle denunce promettendo ispezioni più severe, ma continuano a eludere la vera questione che è quella legata alla politica dei prezzi.
Se questo è lo scenario nella fascia media del mercato, che cosa può nascondersi nelle pieghe dell’hard discount? E’ la domanda che si è posta l’organizzazione Südwind, membro della Clean Clothes Campaign tedesca, che ha fatto uscire a maggio un’indagine sulle condizioni di lavoro presso i fornitori cinesi e indonesiani di Aldi, notoriamente il distributore più a buon mercato in Germania (http://www.suedwind-institut.de/downloads/ALDI-publ_engl_2007-08.pdf). Labour Behind the Label (la Clean Clothes Campaign inglese) è tornata dopo un anno a interrogare alcuni grandi distributori e note griffe della moda - fra queste l’italiana Diesel (rivelatasi fra le 11 peggiori) - sui passi compiuti per assicurare ai lavoratori nella propria filiera salari più elevati, il tutto per scoprire che ben poco è cambiato (http://www.labourbehindthelabel.org/images/pdf/lcuf2007profiles.pdf).
Il
17 novembre prossimo è la data scelta da un coordinamento
internazionale di ong e gruppi di base per l’ “International Day of
Action Against Supermarkets and Big Box Retailer”, iniziativa
presentata e approvata all’World Social Forum di Nairobi lo scorso
anno, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle pratiche
commerciali insostenibili sul piano sociale e ambientale della
grande distribuzione globale (per informazioni e adesioni:
http://intldayofaction.bbc.wikispaces.net/). Per intanto appuntiamoci
la data.
“MADE IN NO”: OGNI PUNTO UN PENSIERO
Maglie, pigiami, biancheria intima. Ecologici, equi, solidali, sostenibili. Sono i prodotti Made in NO, nati dalla capacità dei contadini brasiliani ed indiani, dalle competenze degli artigiani novaresi, dalla volontà di costruire ponti di solidarietà per dimostrare che un’economia rispettosa dei diritti è possibile. Made in NO è una risposta piccola, sperimentale, di integrazione di filiere. Un gruppo di artigiani del tessile novarese, terzisti di grandi imprese, decide di collaborare con alcuni progetti equosolidali per la nascita di una filiera pulita, di cotone ecologico ed equosolidale. L’obiettivo è quello di creare alleanze tra periferie del mondo, cercando di dare una risposta comune alle contraddizioni di una globalizzazione non regolata. Fornisce la materia prima e i filati trasformati a Novara, Justa Trama, rete di 700 famiglie di produttori brasiliani che lavorano fibre ecologiche con criteri solidali. Il progetto, presentato al Sana di Bologna il 15 settembre, nasce dall’impegno dell’associazione Cristiana Casagrande, la collaborazione di [Fair] e con il sostegno della Provincia di Novara.
(http://www.made-in-no.com)
DALLE IMPRESE
CESSIONI/ACQUISIZIONI, RISTRUTTURAZIONI, ATTUALITA’ & FUTILITA’
Indagini in corso per ITTIERRE, società del gruppo IT HOLDING (marchi Ferré, Malo, Exté) per presunte violazioni delle leggi sull’import-export di tessuti e capi di abbigliamento. Secondo quanto risulta agli inquirenti, Ittierre avrebbe comprato tessuti in estremo oriente per poi consegnarli a laboratori di confezione in Romania, Tunisia, Marocco, Turchia e Macedonia, ottenendo nel periodo fra il 2003 e il 2006, tramite certificazioni false, agevolazioni fiscali per 1,3 milioni di euro. Ittierre sostiene che le contestazioni si riferiscono a irregolarità di natura formale e non a false dichiarazioni nella indicazione di origine dei manufatti prodotti dalla società.
(Fonte: Fahsionmagazine newsletter, 18.9.2007)
NIKE perde una causa collettiva per discriminazione razziale subito dopo aver pubblicato il terzo rapporto sulla responsabilità sociale. Ai 400 dipendenti di colore che hanno lavorato al Niketown store di Chicago dal 1999 ad oggi spetterà un risarcimento di 7,6 milioni di dollari per aver subito ingiurie, controlli, accuse di furto e la preclusione di mansioni qualificate a causa della loro razza. Nike dovrà inoltre rivedere le sue politiche del personale, assumere un garante delle pari opportunità e condurre programmi di formazione per i dirigenti e i capireparto dei suoi negozi.
Nel rapporto uscito nel giugno scorso, relativo alle sue attività estere, Nike si impegna a eliminare entro il 2011 l’eccesso di ore straordinarie in tutte le fabbriche dei suoi fornitori, ammette l’inefficacia delle ispezioni tradizionali a vantaggio di strumenti più collaborativi basati sul dialogo sociale, annuncia programmi educativi e per la promozione dei diritti dei lavoratori, con particolare riguardo alla libertà di associazione e alla contrattazione collettiva, pubblica la lista aggiornata e gli strumenti di auditing impiegati per il controllo dei suoi fornitori, che sono oltre 700 e occupano quasi 800mila lavoratori, l’80% dei quali sono donne. Peccato che da qualche tempo il rapporto non è più visibile sul sito. Provate: www.nikeresponsibility.com.
Altre due cause per Nike, una vinta con il risarcimento ottenuto di 34 mila euro nei confronti di due aziende cinesi e della catena di distribuzione francese AUCHAN per aver prodotto e distribuito a Shanghai e Ningbo scarpe contraffatte modello Air Jordan, e una intentata presso il tribunale di Milano nei confronti GEOX con l’accusa di aver copiato con il modello Calamity il suo modello Nike Shox Turbo III.
Il 24 luglio, per la prima volta, il Sole 24 Ore ha pubblicato un’immagine a colori, accompagnata da un trafiletto, di una manifestazione di operai indonesiani che protestavano per il taglio degli ordini a due fornitori locali di Nike, che metterebbe a rischio 14mila posti di lavoro.
(Fonte: RSI news, 1.6.2007; Associated Press, 1.8.2007; Il Sole 24 Ore, 24.7/1.8/22.8.2007)
Intervistato sui pericoli del “made in China”, l’amministratore delegato del gruppo COIN, impegnato in un programma di espansione della catena OVS all’estero, dichiara che circa il 30% dei prodotti tessili e per la casa commercializzati dal gruppo proviene dalla Cina, sono accompagnati da un’etichetta di origine, e garantiti sotto il profilo della qualità da un accordo che impegna i fornitori ad autorizzare verifiche in fabbrica senza preavviso. Sul versante dei diritti dei lavoratori, il gruppo lavorerebbe solo con aziende che rispettano le leggi, ma non viene precisato quali siano gli strumenti che impiega per accertarsene.
(Fonte: Il Sole 24 Ore, 25.8.2007)
Sulla scia delle vittorie italiane nel rugby, il giro d’affari del merchandising di KAPPA, sponsor tecnico della nazionale dal 1999, è raddoppiato nei primi sei mesi dell’anno rispetto al 2006 fino a 1,1 milioni di euro. E già le griffe hanno messo gli occhi sui campioni: è il caso dei fratelli Bergamasco, testimonial per una collezione di occhiali di Emporio Armani e del capitano della nazionale, Marco Bortolami, che ha avviato una collaborazione con Dolce&Gabbana.
(Fonte: Il Sole 24 Ore, 27.8.2007)
Il riassetto di Sintonia, la holding della famiglia BENETTON che custodisce le partecipazioni in Atlantia (autostrade), Telecom Italia e nel business aeroportuale, vedrà l’ingresso di Goldman Sachs e Mediobanca. L’obiettivo finale è creare un gigante nel settore delle infrastrutture, forte di 4,7 miliardi di euro di nuovo capitale derivante dal previsto arrivo di altri investitori che porteranno la partecipazione della famiglia veneta ad attestarsi al 50% delle quote mantenendo il controllo della proprietà. Tramonta definitivamente il progetto di fusione fra Abertis e la società Autostrade che fa capo ad Atlantia: il gruppo spagnolo delle concessioni autostradali uscirà da Schemaventotto, la subholding che controlla Atlantia.
(Fonte: Il Sole 24 Ore, 6.7/19.9.2007)
Grandi acquisti estivi per i fondi di private equity: il gruppo LA PERLA, brand dell’abbigliamento intimo e per il mare, ha ceduto la maggioranza del capitale a JH Partners, che ha fra i soci fondatori le cinque maggiori università statunitensi; SAMSONITE, società specializzata nella produzione di valigie, passa al fondo CVC Capital Partners; CONBIPEL viene acquisita dal fondo Oaktree. Il fondo Permira rileva il controllo di VALENTINO Fashion Group, mentre dopo 45 anni di attività esce di scena il creatore del marchio, Valentino Garavani, sostituito dall’ex stilista di Gucci Alessandra Facchinetti. Valentino è solo l’ultimo dei “fantasmi in atelier”, griffe che del fondatore mantengono solo il nome tentando una difficile continuità stilistica. E’ già successo, fra gli altri, con Dior, Yves Saint Laurent, Balenciaga, Chanel, Kenzo, Jil Sander, e dopo la sua morte, Ferré.
(Fonte: Fashionmagazine newsletter, luglio-settembre 2007; Il Sole 24 ore, 30.8/5.9.2007)
(a cura di Ersilia Monti, Deborah Lucchetti, Claudio Brocanelli)