Marzo 2006
NUMERO 5
UNA NUOVA TRAGEDIA PORTA IL BILANCIO DEGLI ULTIMI INCIDENTI INDUSTRIALI IN BANGLADESH A 86 MORTI E 257 FERITI
In poco meno di quindici giorni, fra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, quattro gravissimi incidenti in rapida, agghiacciante successione, hanno seminato ancora lutti nell’industria dell’abbigliamento per l’esportazione del Bangladesh. Il bilancio, ancora provvisorio, è di 86 morti e 257 feriti, a cui si aggiungono i 64 morti e gli oltre 70 feriti del maglificio Spectrum-Shariyar, crollato nell’aprile dello scorso anno, che ancora attendono giustizia.
Il 23 febbraio, a Chittagong, probabilmente a causa di un corto circuito, va in fiamme la KTS Textile Industries. I morti sono 61 e i feriti un centinaio, in quella che viene definita la più grave tragedia dell’industria tessile del Bangladesh. Le uscite della fabbrica erano chiuse a chiave e non esistevano dispositivi antincendio. I dipendenti vi lavoravano 7 giorni la settimana per paghe da fame, con l’obbligo degli straordinari, privati dei loro diritti sindacali e vittime di violenze fisiche. Il proprietario, Wahidul Kabir, vive negli Stati Uniti, dove hanno sede le imprese committenti: Uni Hosiery, Mermaid International, ATT Enterprise, VIDA Enterprise Corp.
Il 25 febbraio, nella capitale Dhaka, crolla un edificio di cinque piani, che ospita la Phoenix Garments, azienda di abbigliamento in fase di dismissione che esporta principalmente in Europa. All’origine della tragedia, che ha ucciso 22 persone e ne ha ferite 50, vi è la ristrutturazione abusiva dei piani superiori per farne una clinica privata con 500 posti letto. Molte delle persone travolte dal crollo sono muratori e abitanti della zona. A lungo latitante, il proprietario dell’edificio, Deen Mohammad, titolare anche della City Bank of Bangladesh, si è costituito in questi ultimi giorni. La Phoenix Garments produceva per conto di imprese tedesche, svizzere, norvegesi, finlandesi e danesi.
Lo stesso giorno, di nuovo a Chittagong, 57 lavoratori dell’Imam Group, che raggruppa cinque aziende dell’abbigliamento, restano feriti nel tentativo di mettersi in salvo attraverso uscite inadeguate dopo l’esplosione di un trasformatore. I clienti dell’Imam Group sono il gigante americano della distribuzione Kmart e Folsom Corp., sempre con sede negli Stati Uniti.
Il 6 marzo, a Gazipur, 35 chilometri da Dhaka, nella calca seguita a un incendio innescato da un corto circuito nell’edificio che ospita tre fabbriche di abbigliamento, Sayem Fashions, SK Sweater e Radiance Sweater, muoiono 3 persone e 50 restano ferite. Le uscite erano ostruite da scatoloni. Oltre a non essere tutelati nella loro sicurezza, i lavoratori erano costretti a lunghi turni di lavoro senza riposi settimanali. Fra le imprese committenti: Charles F. Berg e Wet Seal, con sede negli Stati Uniti, oltre ad alcuni marchi la cui proprietà deve essere ancora accertata: Ada Gatti, Bershka Company, BSK Garments, X-Mail, Kreisy, Persival.
Si sono svolte nel paese numerose manifestazioni e uno sciopero generale della categoria il 2 marzo scorso, per chiedere luce sulle responsabilità degli incidenti, risarcimenti alle famiglie delle vittime e un programma di lungo periodo a garanzia della sicurezza dei lavoratori. Le organizzazioni sindacali bengalesi invocano inoltre la cancellazione delle licenze a quei produttori che non rispettano le leggi sulla salute e la sicurezza, e misure adeguate da parte delle imprese committenti internazionali per l’applicazione dei loro codici di condotta. L’ITGLWF, sindacato internazionale dei lavoratori del tessile-abbigliamento, ha chiesto un programma di ispezioni ufficiali, da completare entro il 30 giugno, avvalendosi anche della consulenza di esperti stranieri, in modo da dotare tutti i siti produttivi di certificati di sicurezza strutturale e antincendio, i cui criteri saranno definiti dal governo insieme a organismi quali l’OIL, oltre ad altre misure di gestione interna della sicurezza. Tutte le fabbriche non in regola dovranno essere chiuse sino a che non si saranno adeguate. Secondo dati ufficiali, dal 1990 ci sono stati 25 incidenti in fabbriche tessili del Bangladesh, con circa 400 morti e 3 mila feriti.
L’associazione dei produttori tessili del Bangladesh (BGMEA) ha deciso di far ispezionare 4 mila imprese associate; il governo ha concesso un mese di tempo per individuare i siti produttivi che operano in violazione delle leggi e che devono essere chiusi. Non è chiaro tuttavia quale sarà il destino dei lavoratori delle fabbriche che termineranno le attività. Inoltre, l’Ispettorato del lavoro, che partecipa al programma di ispezioni, non può garantire un’assistenza adeguata, disponendo solo di 20 ispettori per un totale di 50 mila fabbriche (non solo tessili). Non si ha per ora notizia di iniziative da parte delle imprese committenti statunitensi, che sono già state contattate da organizzazioni locali vicine alla Clean Clothes Campaign.
In seguito al crollo della Spectrum-Shariyar, nell’aprile dello scorso anno, il governo del Bangladesh ha istituito un organismo, il “Social compliance forum for readymade garments”, presieduto dal ministero del commercio, che si è limitato per ora a individuare una serie di interventi necessari, alcuni già previsti dalla legge, e il loro grado di urgenza. Nel frattempo si è costituito un organismo parallelo, formato dalle imprese committenti, dai sindacati e dalle organizzazioni internazionali, che sta cominciando a discutere anche del rispetto degli standard del lavoro (http://www.accountability.org.uk/mfa_forum/bangladesh/index.html)
Dall’8 al 20 febbraio scorsi, due lavoratori della Spectrum-Shariyar, Jahangir Alam e Nura Alam, hanno visitato alcuni paesi europei per incontrarsi con i sindacati, con la società civile, e con le imprese committenti. A queste ultime hanno chiesto di aderire al fondo di garanzia per il risarcimento delle famiglie delle vittime e di contribuire al pagamento delle liquidazioni e dei salari dovuti.
L’11 aprile, in ricordo delle vittime del crollo della Spectrum-Shariyar, è stata indetta la Giornata internazionale per la salute e la sicurezza dei lavoratori del Bangladesh, con iniziative in diversi paesi, che saranno definite localmente.
Vi invitiamo intanto a scrivere al governo del Bangladesh e alla BGMEA, spedendo una mail dal sito della Clean Clothes Campaign (http://www.cleanclothes.org/urgent/06-03-15.htm) per chiedere che siano presi provvedimenti immediati in relazione agli ultimi luttuosi incidenti.
IL BUCO NERO DELLA RESPONSABILITA' SOCIALE
E’ un momento fosco per coloro che avevano sperato in una svolta avanzata del dibattito europeo e internazionale sulla Responsabilità Sociale d’Impresa in relazione ai diritti umani.
Due documenti diversi recentemente pubblicati prefigurano uno scenario tutt’altro che roseo che sostanzialmente dice a chiare lettere alla società civile internazionale e ai sindacati di farsi da parte e lasciare che il business faccia il suo corso. Il Financial Times con un articolo intitolato “Brussel al fianco delle imprese sulla RSI” uscito il 13 marzo anticipava il varo della nuova alleanza con le imprese, lanciata dalla Commissione al Parlamento e raccoglieva le prime reazioni nettamente negative di sindacati e ONG, che la rispedivano al mittente.
Terreno fertile alla Comunicazione sembra essere stato preparato una settimana prima dall’uscita del primo rapporto di John Ruggie, Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, per le questioni riguardanti i diritti umani: rapporto che non promette molto di buono sulla possibilità delle Norme Onu sulla RSI di diventare cornice vincolante per le imprese a livello internazionale.
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CHI VINCE E CHI PERDE DALL’ABOLIZIONE DELLE QUOTE NEL COMMERCIO DEL TESSILE-ABBIGLIAMENTO
In un recente studio, il ministero francese dell’economia ha fatto il punto su vincitori e vinti nel mercato asiatico del tessile-abbigliamento a un anno e mezzo dall’abolizione delle quote di esportazione dell’Accordo Multifibre. Le esportazioni di Cina e India risultano aumentate in valore rispettivamente del 50 e del 22%. Chi sembra aver sofferto di più sono Taiwan, Corea del Sud e Singapore: -17% la prima, -28% la seconda. Le perdite per Thailandia, Malysia, Laos e Filippine oscillano dal 3 all’8%. Sri Lanka, Indonesia, Bangladesh, Vietnam e Pakistan manterrebbero le posizioni, favorite dalle misure di salvaguardia adottate da Usa e Ue nei confronti dell’export cinese. Molte economie asiatiche stanno tentando la via della specializzazione in nicchie di mercato non coperte dai grandi produttori (per esempio il Pakistan con la biancheria da casa) o su prodotti di più alta qualità. La Corea del Nord ha costituito una zona industriale intercoreana, nella quale si installeranno imprese della Corea del Sud, la prima ad aver aperto i battenti è la società tessile Shinwon.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 14.3.2006, 28.2.2006)
COMMERCIO CONTRO INDUSTRIA SUI DAZI ANTIDUMPING
Sui dazi antidumping, che colpiranno le importazioni di calzature dalla Cina e dal Vietnman a partire dal 7 aprile prossimo, si è scatenata una guerra di lobbying. Sul fronte anti-dazi, forti di almeno 300 specialisti della rappresentanza di interessi, ci sono Eurocommerce, la Foreign trade association (Fta) e la Fesi, organizzazione europea delle imprese di articoli sportivi. Eurocommerce, paladina del libero commercio, che associa i big della distribuzione, un centinaio di associazioni nazionali cui fanno capo i grandi gruppi internazionali, ha siglato un’intesa con il Beuc, organismo che rappresenta 40 organizzazioni di consumatori in Europa “preoccupati dai possibili rincari dei prezzi in conseguenza di dazi e barriere”. La Fta fa lobbying per conto di colossi del commercio internazionale, quali Auchan, Zara-Inditex, Intersport, Carrefour, Karstadt-Quelle. I governi si presentano in ordine sparso: a non volere dazi sono principalmente Gran Bretagna, Svezia, Danimarca, Olanda e Germania, paesi in cui la grande distribuzione la fa da padrona; a metà strada la Francia, preoccupata di non scontentare né il settore del commercio né quello dell’industria. Sul fronte opposto, quello produttivo a favore dei dazi, c’è la Euratex, in rappresentanza del comparto del tessile-abbigliamento, la Cei bois per il settore dei mobili, e il Ceic, l’associazione dei calzaturieri. La loro tesi è che mentre l’industria soffre, per i big della distribuzione i guadagni continuano a crescere. Da un’analisi di Eurostat risulta che il valore delle importazioni è calato, fra il 2000 e il 2005, del 12,1% (tessile) e del 23% (abbigliamento), mentre i prezzi finali di vendita sono aumentati del 10,3%, a fronte di cadute del 17,9% (tessile) e del 29,8% (abbigliamento) per i prezzi dell’industria. Nel tessile-abbigliamento il fatturato dell’industria è calato tra il 2000 e il 2004 da 191,7 a 168,9 milioni di euro (-22%). I posti di lavoro persi sono stati circa 700 mila in cinque anni.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 12.3.2006)
NELLA CLASSIFICA DI FORBES, DEL VECCHIO E ARMANI I PIU’ RICCHI DELLA MODA, E CRESCONO I RICAVI NELLA FASCIA DEL LUSSO
Salgono a 14 i miliardari italiani nella classifica 2005 compilata dalla rivista Forbes su scala mondiale. Nella lista, svettano Leonardo Del Vecchio (Luxottica, 44esimo, 10 miliardi di dollari) e Giorgio Armani (158esimo, 4,1 miliardi di dollari). Seguono a parecchia distanza i Benetton (292esimi, 2,5 miliardi di dollari) ex aequo con Miuccia Prada, Mario Moretti Polegato (Geox, 350esimo, 2,2 miliardi di dollari). Nei primi dieci, l’unico esponente della moda-lusso è il francese Bernard Arnault, al settimo posto con 21,5 miliardi.
Nel 2005 crescono a due cifre i ricavi nella fascia del lusso: Luxottica (+34%), Loro Piana (+20%), Tod’s (+20%), Mariella Burani (+16%), Gucci (14%), Zegna e Dolce&Gabbana (13%), Bulgari (11%). Restano al palo i brand intermedi : Max Mara, Miss Sixty, Miroglio, Stefanel, Benetton, che devono vedersela sia con i prodotti di miglior qualità, sia con marchi come Zara e H&M che offrono prodotti dal buon rapporto prezzo-qualità. Chi in Italia non delocalizza e va a gonfie vele sono imprese artigiane, come quella di René Caovilla, veneziano, che confeziona scarpe, il cui valore può toccare i 25 mila euro, per il mercato “del capriccio, del sogno”. E di straricchi al mondo ce ne devono essere tanti se ogni anno la domanda supera di almeno il 20% l’offerta. Americani, arabi degli Emirati, e i nuovi ricchi, i russi, fra i suoi migliori clienti.
(Fonte: Fashionmagazine newsletter, 10.3.2006; Il Sole 24 ore, 17.3.2006, 20.3.2006)
SENTENZE DELLA CORTE DI CASSAZIONE SULLE DICHIARAZIONI INGANNEVOLI NELLE ETICHETTE DI ORIGINE
Per la Corte di cassazione è giustificato, alla luce di una norma della Finanziaria 2004, il sequestro probatorio di capi di abbigliamento che recano la scritta “Italy” accompagnata dalla bandiera italiana, o “Moda Lisa Italy” o ancora “Style Italy”. Tutte indicazioni che, in base alla sentenza 3669/06, depositata lo scorso 31 gennaio, sono idonee a ingannare il consumatore sull’origine della merce. La norma contenuta nella legge 350/2003 (Finanziaria 2004) vieta la commercializzazione di prodotti con false indicazioni di provenienza, specificando che tra queste va compreso “l’uso di segni, figure o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana”, ma consente l’asportazione, a cura e a spese dell’indagato, dei segni e delle figure ingannevoli. Il reato non si estingue, ma la merce può essere dissequestrata. Con la sentenza 2648/06, depositata il 20 gennaio scorso, la Cassazione ha respinto il ricorso di una società importatrice di capi d’abbigliamento dalla Moldavia, recanti l’etichetta “Designed & produced by Tasci Srl, Rovereto, Italy”, contro il sequestro probatorio di alcuni di essi disposto dal pubblico ministero, ritenendo la dicitura idonea a trarre in inganno il consumatore sull’origine e la provenienza del prodotto, a determinare i quali deve prevalere il concetto di luogo di produzione rispetto al soggetto produttore cui fa capo la responsabilità del prodotto. Per la Federazione imprese tessili e moda italiane, queste sentenze sono “La conferma di un importante principio a tutela del made in Italy inteso come processo prevalente di lavorazione e non solo di ideazione”, per la Filtea Cgil rappresentano un contributo nella “battaglia, non ancora vinta in sede europea, per l’etichettatura obbligatoria di tutti i prodotti, per la trasparenza e la tracciabilità dei processi produttivi”
(Fonte: Il Sole 24 ore, 25/26.2.2006, 6.3.2006)
REEBOK PUBBLICA UN RAPPORTO SUI DIRITTI UMANI
Reebok ha pubblicato un rapporto sui diritti umani nella catena dei propri fornitori. Prima di autorizzare nuovi fornitori giudicati ad alto rischio, Reebok prevede un’apposita procedura di valutazione, che, tuttavia, non viene sempre applicata, specie se ci sono urgenze produttive. Le ispezioni dei produttori esistenti hanno riguardato il 66% delle fabbriche. Complessivamente, le ispezioni hanno accertato 5.366 violazioni degli standard richiesti da Reebok. Il 39% riguarda problemi di salute e sicurezza, il 15% l’equità salariale, il 13% gli orari di lavoro e gli straordinari, l’11% le discriminazioni. Seguono, con percentuali inferiori, la libertà di associazioni, molestie e abusi, lavoro forzato e lavoro minorile, ma Reebok ritiene che queste violazioni siano più diffuse di quanto le ispezioni non dicano. Reebok dichiara di aver scelto di lasciare ai propri fornitori un periodo di tempo per adeguarsi agli standard, quando vengano riscontrate delle violazioni, al fine di non danneggiare i lavoratori e le loro famiglie. Tuttavia, in altre parti del rapporto, afferma che, per esigenze commerciali, la lista dei fornitori cambia continuamente. Nel 2005, le ispezioni non annunciate sono state il 42% del totale, una percentuale piuttosto bassa. Il numero di ispettori Reebok sul campo sono in numero insufficiente, per esempio sono solo 5 nell’Asia meridionale, 1 in Africa, 1 nelle Americhe, 1 nei paesi dell’Est europeo.
(Fonte: RSI News, 2.3.2006; il documento è scaricabile dal sito ww.rsinews.it)
GLI OPERAI RILEVANO LA TINTORIA DI BOLLATE
Se il destino già scritto è quello di essere espulsi dal mondo del lavoro, nel peggiore dei modi, come è capitato alle 17 operaie della Karisma, camiceria di Città di Castello, che hanno perso, oltre al lavoro, tutte le spettanze comprese due mensilità di stipendio, qualcuno sceglie di tentare un’altra strada. Ottanta dei novantasei dipendenti della Tintoria di Bollate (ex Timavo & Tivene) hanno rilevato lo stabilimento che i titolari avevano deciso di chiudere a causa della crisi che sta attraversando tutto il settore tessile. Per la costituzione della nuova società, di nome Syntess, la Provincia di Milano ha stanziato 200 mila euro, 300 mila euro arrivano dal Comune di Bollate e 100 mila direttamente dai lavoratori, che hanno contribuito al capitale devolvendo la 14esima mensilità. L’obiettivo per quest’anno è mantenere il fatturato ai livelli del 2005 (circa 4 milioni di euro) e puntare sull’innovazione. L’assessore al Contrasto delle crisi industriali della Provincia di Milano, Bruno Casati, ha spiegato che anziché gettare denaro in ammortizzatori sociali e corsi di formazione forse inutili, questa volta la Provincia ha preferito cercare di tenere aperta una fabbrica, che il sindacato considera avere ancora un potenziale di sviluppo.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 9.3.2006, Bollettino Cgil Umbria Genn.-febbraio 2006))
TENNIS, A WIMBLEDON ARRIVANO LE DIVISE GRIFFATE
Per la prima volta nei 129 anni di storia del torneo di tennis più famoso del mondo, i giudici di sedia, gli arbitri di linea e i raccattapalle avranno una divisa firmata da una famosa casa della moda, quella di Ralph Lauren, che vestirà tutti di azzurro e bianco e si compiace del ruolo “importante e storico” che avrà nell’evento sportivo.
(Fonte: Il Manifesto, 10.3.2006)
DIEGO DELLA VALLE E GLI “SCHELETRI NELL’ARMADIO”
Dopo l’exploit di Silvio Berlusconi al convegno di Confindustria a Vicenza, Diego Della Valle si è affrettato a rassicurare sua madre: non ha nessuno scheletro nell’armadio. Ma i sindacalisti di Fermo, ai quali sicuramente Berlusconi non si riferiva, cantano un’altra musica e confermano: “Nelle sue fabbriche non tira un’aria lieve”, dice lo scrittore Angelo Ferracuti che ha lungamente indagato il settore calzaturiero nel Fermano, “perché Della Valle vede come il fumo negli occhi i sindacalisti. E’ un paternalista alla marchigiana, un finto olivettiano che cura con attenzione l’immagine, fa opere di bene con la sua fondazione insieme a don Vinicio Albanesi, ma poi licenzia chi prende la tessera della Cgil. Più che un produttore è un finanziere, il grosso delle sue scarpe esce dalle fabbrichette dei terzisti. Siccome cura l’immagine si compra la Fiorentina, mica la Fermana. E’ uno che arriva in elicottero a un incontro sindacale e ai sindacalisti, che chiedono finalmente di aprire una trattativa, risponde: ‘Non costringetemi ad andare all’estero’ “. Non concede premi e non stipula contratti integrativi aziendali. Beppe Santarelli, sindacalista della Cgil: “Ne ha accumulate di cause per antisindacalità, e anche qualche condanna, l’ultima nel 2000. In qualche caso riesce a risolvere le vertenze arrivando a un accordo in tribunale. Per esempio, nel 2004 un nostro delegato licenziato senza giusta causa accettò l’incentivo (leggi i soldi, ndr) e rinunciò alla causa e al rientro in fabbrica. Un’altra causa intentata contro Della Valle perché si rifiutava di applicare a un altro nostro delegato i livelli che gli competevano è stata vinta dalla Cgil”. “Quel che dispiace – continua Santarelli – è che un imprenditore che ha messo in piedi un gruppo di rilevanza internazionale come la Tod’s, che chiude il bilancio con 43 milioni di utile netto, continui a rifiutare il confronto con noi e una qualche redistribuzione della ricchezza prodotta dai lavoratori. Abbiamo tentato in tutti i modi, organizzato scioperi e manifestazioni: tutto inutile. Proprio oggi abbiamo costituito un coordinamento nazionale tra i lavoratori dei vari stabilimenti per tentare di sbloccare la situazione”.
(Fonte: Il Manifesto, 22.3.2006)
CAVALLI CONDANNATO A 14 MESI PER FRODE FISCALE
Lo stilista Roberto Cavalli è stato condannato dal Tribunale di Firenze a un anno e due mesi di reclusione con la condizionale per false dichiarazioni in denuncia dei redditi. Già nel 2002 Cavalli era stato accusato di aver scaricato illegalmente sui bilanci dell’azienda circa 5 miliardi di lire spesi per ristrutturare la sua villa vicino a Firenze.
(Fonte: Fashionmagazine newsletter, 24.3.2006)
ACQUISTI, CESSIONI, RISTRUTTURAZIONI
Diadora-Invicta ha ceduto lo scorso 28 febbraio al concorrente Seven il ramo d’azienda Invicta, mantenendo la licenza per la linea di abbigliamento, e ha ingaggiato Mauro Benetton, figlio di Luciano, come direttore marketing. Il gruppo Arena passa nelle mani della società italiana di investimento BS Private Equity, che ha ufficializzato l’acquisto del 100% dell’azienda svizzera di sportswear, che con un fatturato di oltre 350 milioni di euro nel 2005 occupa i primi posti nel mercato mondiale dell’abbigliamento per il nuoto. Il 51% di Coccinelle passa sotto il controllo di Mariella Burani Fashion Group, attraverso la divisione “Leather goods” che fa capo ad Antichi Pellettieri. Taglio di 510 posti di lavoro in due stabilimenti americani del colosso Sara Lee che sta preparando la dismissione delle attività del business legato ai brand dell’abbigliamento per focalizzarsi sulle attività legate ai settori alimenti, bevande, cura del corpo e della casa. Prada cede il marchio Helmut Lang alla Link Theory Holdings, società giapponese proprietaria dei marchi Theory e Joie; il gruppo Prada aveva venduto lo scorso mese il marchio tedesco Jil Sander al fondo britannico Change Capital.
(Fonte: Fashionmagazine newsletter 24/16.3.2006; Il Sole 24 ore 9.2.2006, 18.3.2006)
GLI OPERAI RILEVANO LA TINTORIA DI BOLLATE
Se il destino già scritto è quello di essere espulsi dal mondo del lavoro, nel peggiore dei modi, come è capitato alle 17 operaie della Karisma, camiceria di Città di Castello, che hanno perso, oltre al lavoro, tutte le spettanze comprese due mensilità di stipendio, qualcuno sceglie di tentare un’altra strada. Ottanta dei novantasei dipendenti della Tintoria di Bollate (ex Timavo & Tivene) hanno rilevato lo stabilimento che i titolari avevano deciso di chiudere a causa della crisi che sta attraversando tutto il settore tessile. Per la costituzione della nuova società, di nome Syntess, la Provincia di Milano ha stanziato 200 mila euro, 300 mila euro arrivano dal Comune di Bollate e 100 mila direttamente dai lavoratori, che hanno contribuito al capitale devolvendo la 14esima mensilità. L’obiettivo per quest’anno è mantenere il fatturato ai livelli del 2005 (circa 4 milioni di euro) e puntare sull’innovazione. L’assessore al Contrasto delle crisi industriali della Provincia di Milano, Bruno Casati, ha spiegato che anziché gettare denaro in ammortizzatori sociali e corsi di formazione forse inutili, questa volta la Provincia ha preferito cercare di tenere aperta una fabbrica, che il sindacato considera avere ancora un potenziale di sviluppo.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 9.3.2006, Bollettino Cgil Umbria Genn.-febbraio 2006))
SERPICA NARO COLPISCE ANCORA
Hanno creato un caso lo scorso anno riuscendo a ideare un marchio e una collezione virtuali e ad accreditarsi fra gli stilisti che hanno sfilato sulle passerelle della Settimana della moda di Milano. Sono i precari della moda, adepti di San Precario, del Collettivo chainworkers, inventori della stilista più inesistente e più vitale di quell’ambiente fasullo. Quest’anno, non potendo più contare sull’effetto sorpresa, le seguaci di Serpica Naro hanno denunciato il precariato con un’incursione durante la sfilata di Coveri, consegnando un kit stampa ai giornalisti formato da cartoline, adesivi e un preservativo, descritto come un “simbolo delle precarie condizioni lavorative delle nuove generazioni”. Il nipote di Enrico Coveri ha registrato Serpica Naro fra i marchi internazionali, con l’unico scopo, a suo dire, di congelarlo; mentre i devoti di San Precario l’hanno registrato in Italia per farlo diventare un marchio collettivo da utilizzare per una licenza di produzione etica.
(Fonte: Carta, n. 9, 6-12.3.2006; www.serpicanaro.com)
CAMERE D’ARIA DI AUTOMOBILI DIVENTANO BORSE
Non in Africa, dove il riciclo più creativo è necessità quotidiana, ma in Trentino per coniugare design, rispetto dell’ambiente e scelta vegetariana. La lavorazione dura un paio di ore. Dopo essere state tagliate dallo sfasciacarrozze, le camere d’aria vengono messe in ammollo con un detersivo biologico per il tempo necessario a eliminare l’odore di benzina. Le borse sono costruite in maniera tale da avere meno cuciture possibili, e la tracolla è realizzata, a seconda del modello, da cinture di sicurezza, cinghie di tapparella e tubi trasparenti usati per il travaso del vino. Ogni anno, Heidi Ritsch, nel laboratorio artigianale Ade Recycled Bags, ne assembla 1500 pezzi, ma la richiesta è crescente. All’inizio di marzo Heidi esponeva alla fiera Fa’ la Cosa Giusta, a Milano, in maggio sarà a Berlino alla fiera del design.
(Fonte: Carta, n. 11, 13-19.3.2006)