Aprile 2007
NUMERO 4
APPROFONDIMENTO
UNA
GIORNATA PARTICOLARE ALLA SCUOLA GARIBALDI DI ROMA:I RAGAZZI E LE
RAGAZZE DELLA SCUOLA MEDIA INCONTRANO LA CAMPAGNA ABITI PULITI
di Maria Rosaria Capozzo, insegnante di Lingua Inglese e Civiltà.
L’insegnamento dei diritti umani per me, docente di lingua e civiltà inglese presso scuole medie inferiori e superiori, ha precedenza su ogni regola d’inglese, di fonetica, di compito in classe.
“Uscire” dalle aule e, non solo in senso metaforico, è per me priorità assoluta.
Non è più possibile insegnare nel modo tradizionale di una volta poiché, secondo me, l’evoluzione dei tempi sia dal punto di vista positivo che negativo, ha bisogno di un educazione che dia gli strumenti per capire questo mondo e affrontarlo con consapevolezza e responsabilità.
Cominciamo con i lati positivi.
Avere a disposizione un aula d’informatica con l’uso di internet è già una grandissima cosa. Ho abituato le mie allieve/i ad usarlo in modo diverso da quello abituale. Pian piano abbiamo navigato per siti umanitari alla ricerca di “news” che ci potessero interessare. Parallelamente ho introdotto nella classe la dichiarazione universale dei diritti umani leggendone e commentandone qualche articolo che a loro si potesse avvicinare anche da un punto di vista pratico:
“Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona…”
“Mangiare “junk food” e respirare aria inquinata rispetta il diritto enunciato nell’articolo succitato? E cioè, viene rispettata la sicurezza della mia persona?” chiedo alla classe. “ Andiamo su internet al sito www.killercoke.org”... e insieme scopriamo cos’è una multinazionale e la sua potenza economica tramite la complicità di banche corrotte, e pubblicità subdola che copre in pieno la pericolosità della bevanda. Inoltre, il fatto che la coca cola inquina l’ambiente, costringe in schiavitù gli operai e ammazza i rappresentanti sindacali che i diritti umani vogliono salvaguardare, non fuoriesce da nessuna parte se non da…internet.
Un'altra parola “d’ordine” per le ragazze/i è: il dovere, diritto d’informarsi!
Anche i giornali, i quotidiani in lingua italiana e quelli a distribuzione gratuita sono materiale d’oro nel momento in cui si ha una chiave di lettura e si riesce a leggere al di là della notizia superficiale. E allora, abbiamo iniziato dalle pagine della pubblicità e abbiamo scoperto che le multinazionali, pur di vendere qualunque cosa, inventano stereotipi e immagini che condizionano il nostro immaginario ad un livello tale che pensiamo di saper comprare e quindi scegliere perché veramente ci piace o, ancora peggio, veramente pensiamo che quella merce sia indispensabile per vivere!
L’entusiasmo delle ragazzine/i va alle stelle quando, tra “quintali” di carta possono ritagliare, guardare, chiedere, dare il loro parere e lettura della realtà.
La pornografia per esempio, imperversa sui giornali e la parola và spiegata per bene, con accuratezza. Noto che soprattutto i ragazzini ne sono infarciti e non sanno minimamente come difendersi. Mimano peni in erezione, ridacchiano in modo imbarazzato appena vedono una affettuosità tra ragazzine, toccano in modo manesco ed inconsapevole il sedere della compagna, offendono con parole scurrili e pornografiche appena una ragazzina mette una minigonna….hanno undici anni e scimmiottano il mondo degli adulti!
Urge una spiegazione efficace dove le parole vanno a collocarsi nel giusto significato e si spiega, più volte, che la pornografia è violenza ed è l’esatto contrario della sessualità. La sessualità che è energia vitale, ed identità di ogni persona.
La loro mente, tenuta nell’ignoranza totale circa questi argomenti perché ipocritamente ritenuti non adatti alla loro giovane età, spazia ora libera e felice di muoversi, ricercare, dire la propria…anche il loro sguardo è diverso e anche il loro modo di agire. Restano ragazzine/i di undici, dodici anni ma qualcosa li ha cambiati: i contenuti e la felicità che provano nel capire e nel conoscere…e nel potersi difendere!.
Dopo un po’ di mesi l’aula è tappezzata di cartelloni e invitiamo un primo gruppo di americani pacifisti. Loro preparano grandi cartelloni di benvenuto e altri ancora con le domande che vogliono porre..inoltre prendono il libro di Cindy Sheehan, la madre coraggio con il figlio perduto nello scempio della cosiddetta guerra in Irak e ne leggono ad alta voce alcuni, brevi paragrafi:
….Dopo la sua morte (del figlio), mia sorella fece stampare delle maglie con una sua fotografia e la scritta: IN AMOREVOLE RICORDO CASEY AUSTIN SHEEHAN. 29 MAGGIO 1979 – 4 APRILE 2004. Ogni volta che ne indossavo una, qualcuno mi chiedeva: “Chi è?”
“Mio figlio” rispondevo.
“Com’è morto?” chiedevano allora con tono di pietà nella voce.
“E’ stato ucciso dalla guerra”.
Nove volte su dieci, il cittadino americano medio mi avrebbe chiesto incredulo: “In quale guerra?”
QUALE? Avrebbe voluto gridare il mio cuore, ma rispondevo: “In questa guerra!” Avrei voluto urlare: E IN QUALE, SE NO? C’E’ GENTE CHE STA MORENDO IN IRAQ, MENTRE LEI FA LA SPESA, BEVE, MANGIA GUIDA, FA SESSO…..C’E’ GENTE CHE STA MORENDO E LEI NON SA NEMMENO CHE C’E’ UNA GUERRA?....(PAG 82, “Mamma pace” contro la guerra , per i nostri figli, ed. Sperling & Kupfer, 2006)
Le ragazzine/i imparano che l’ignoranza e l’indifferenza sono strade buie e che per sfuggirci si devono attivare: “Take action!”
“Ma come?!” mi chiedono.
“Cominciate a raccontare ai vostri genitori ciò che fate in classe, coinvolgeteli, parlate dei films che vedete, chiedete confronto su temi che trattiamo senza aver paura di nominare le parole chiave che analizziamo: guerra, sfruttamento, mine anti uomo, stupro, stupro etnico, pornografia, prostituzione, rendition, spionaggio, tortura…è tutto collegato ad un'unica chiave: la violazione dei diritti umani!
Loro, questa forza esplosiva di ragazzine e ragazzini si mette in moto, pratica il cosiddetto “grassroots movement”, movimento di base, diffonde tra gli adulti e coetanei ciò che con orgoglio apprende e si trova con le reazioni tra le più diverse: genitori indifferenti , abulici, ma anche sorpresi, entusiasti e amici che sberleffano, negano che ci sia lo sfruttamento, il razzismo…
Le ragazzine/i organizzano il lavoro agli adulti, insieme facciamo questionari sui films che vediamo in classe e poi a casa… Compiliamo questionari che loro danno ai genitori e che puntualmente tornano in classe.
Le idee nascono, e se ritenute buone sono approvate e portate avanti, ecco il “Take action”.
Ci siamo, il “campo” è pronto per invitare Deborah Lucchetti della Campagna “CLEAN CLOTHES”.
Il primo passo è la documentazione, andiamo su internet, esploriamo il loro sito, ci piace, parla dello sfruttamento del lavoro minorile, ..si apre ancora un'altra “finestra sul mondo”, quella dei vestiti, delle scarpe e suppellettili prodotte sulla pelle delle persone.
Compriamo il libro “Guida al vestire critico” e ci piace la chiarezza con il quale parla del problema.
I posters sono il primo lavoro che loro chiedono di fare e ne facciamo di belli, con vestiti insanguinati di marche come la “Dolce e Gabbana” ma anche “Benetton”,”Diesel” e tutte quelle che indossiamo e verifichiamo sul libro, non essere pulite. Ludovica, una delle alunne, è un po’ sgomenta e dopo un po’ mi chiede: “ma se sono tutte così “sporche” come possiamo vestirci?”
Le rispondo che si può scegliere comprando vestiti meno “sporchi” e boicottando quelli proprio “sporchi, sporchi”… e poi, il fatto di sapere, le permette di diffondere la notizia ovunque e, piano piano con la collaborazione di tutte le persone riusciremo a far emergere forte questo problema e costringere le aziende a sfruttare meno…è già un grande progresso!
In un secondo momento, mi chiedono di poter fare delle “scenette” che rappresentino l’inconsapevolezza e, spesso, l’indifferenza delle persone rispetto a delle violazioni dei diritti umani così profonde e laceranti! Do’ volentieri una mano e ci divertiamo un mondo.
Invitare Deborah è proprio una necessità, non la conosco ma vedo ciò che fa attraverso internet e la chiamo. E’ una voce giovanile, squillante, piena di energia. Mi presento e l’invito, trovo una disponibilità fuori dalla norma. Lei mi chiede soltanto cosa faccio nella mia scuola a proposito dello sfruttamento delle lavoratrici/lavoratori. Bastano pochi esempi e lei accetta con entusiasmo. Notevole!
A scuola le mie classi sono emozionantissime. Pensiamo anche ad una piccola colletta poiché le associazioni come quella di Deborah si auto sostengono e vivono anche dei contributi di private/ i cittadine/i. Spiego l’importanza del sostenere le “campagne” poiché è il modo in cui le associazioni si esprimono ed escono fuori a livello sociale con petizioni, volantinaggi, trasmissioni radio e tutto ciò che può servire ad attirare l’attenzione e la sensibilizzazione di quanta più gente possibile.
Allora, lezione numero…infinito: imparare a spendere i propri soldi anche in modo diverso, non in fumetti e dolciumi ma nel sovvenzionare “campagne” è contribuire a migliorare questo mondo!!
Qui di seguito riporto testualmente alcune testimonianze di allieve e allievi che dopo l’incontro mi hanno scritto:
Lorenzo anni undici
L’incontro con Deborah è stato molto bello perché abbiamo parlato di cose interessantissime e sconvolgenti..per esempio lo scandalo di Armani o la fabbrica che è crollata, la violazione dei “Human Rights”. C’è un bel modo di usare internet con la e-mail bombing che bombarda le aziende di “vestiti sporchi” e non gli fa usare la posta elettronica.
Poi, abbiamo incontrato una persona ricca, non di soldi ma di fatti accaduti, conoscenze…
Noi abbiamo fatto dei cartelloni sullo sfruttamento minorile per capire meglio, veramente, come vanno le cose, il cartellone più “bello” (perché non parlano di cose belle) è quello contro “Dolce e Gabbana” perché è sconvolgente come una ditta di vestiti possa convincere i più piccoli che se indossano quei vestiti diventeranno più “fichi” e avranno tutte le “star” vicino.
Flavio anni undici
Deborah è venuta a scuola nostra per parlare di come le multinazionali sfruttano i bambini dei paesi in via di sviluppo come il Bangladesh o l’India per cucire abiti che poi verranno globalizzati sotto la maschera dei marchi prestigiosi come Armani. Deborah è molto carina perché, oltre ad essere venuta da Genova sull’invito della prof.Capozzi, è stata nella nostra classe ad ammirare i nostri posters contro le ingiustizie, pornografia, guerra in Iraq, pena di morte, ma quello che è stata più felice di vedere è stato il poster che dice che la mia classe sostiene la campagna “vestiti puliti” della quale lei è rappresentante. I posters che tappezzano la classe sono stati realizzati dai sottogruppi durante le ore di compresenza con aritmetica con una media di un cartellone ogni due giorni, e mi sono piaciuti tutti, in particolare quelli a cui ho dato il mio contributo. Io penso che la scuola dovrebbe organizzare incontri più frequenti affinché anche le altre classi riescano a vedere i lati negativi del mondo e quello che si può fare per migliorare. La scuola dovrebbe chiamare esperti da ogni parte del mondo e poi, vorrei dire a Deborah: “Sei stata brava perché hai aiutato delle classi a capire che sotto i marchi prestigiosi si nasconde lo scandalo dello sfruttamento minorile, ti ringrazio a nome di tutti, continua a diffondere queste notizie, sperando in un futuro migliore!
Serena anni undici
Io penso che questo incontro con Deborah mi è servito molto perché la prof. Capozzi ne ha parlato in classe ma vedere Deborah è stato per me vedere il mondo là fuori che io prima non conoscevo. Io, dopo questo incontro, non compro più i vestiti sporchi.
Anche il cartellone sullo stupro di “Dolce e Gabbana” mi ha fatto molto arrabbiare perché fa vedere che l’uomo è più forte ma non è vero, donne e uomini sono uguali.
Cara Deborah, sei molto simpatica e gentile e direi che hai molta forza interna nel fare queste cose come andare negli altri stati, dove si sfruttano le bambine e i bambini e ti faccio molti complimenti, sei convincente.
Noemi dodici anni (…a proposito di “grassroots movement)
Io, una volta, stavo mangiando a cena con mamma e gli stavo dicendo che tra pochi giorni veniva a scuola il gruppo di “Clean Clothes” e lei mi ha domandato: “chi sono?” Io le risposi che erano il gruppo che parla delle multinazionali che per fare i vestiti sfruttano bambine, bambini e persone.
Fabrizio che è il compagno di mia madre mi aveva detto che non era vero e che la marca che sfrutta le bambine/i è solo la Nike. Io continuai a dire sempre più arrabbiata che non era vero e che era anche la “Dolce e Gabbana”, “l’Adidas”, “La Puma” e ero così arrabbiata che mi alzai e andai in camera mia. Mamma venne in camera mia e mi chiese: “cosa è successo?” Io le risposi che ero molto arrabbiata perché Fabrizio non mi credeva e diceva anche che non gli interessava niente ma io gli ho risposto che sono forte e continuo a crederci. Il giorno dopo, mentre stavo andando a catechismo l’ho raccontato anche a mio cugino Alessandro, ma anche lui ha detto che non ci credeva ma dopo che gliel’ho detto tante volte lui ci ha creduto ed io sono stata molto contenta. Ora, dopo che ho incontrato pure Deborah Lucchetti che è venuta a scuola, mi sento ancora più forte e lo racconterò a tutte le persone.
Inoltre, tra i docenti c’è stato chi è venuto a dirmi come sia stato importante questo incontro perché ha dato modo di capire molto di più che questa realtà non è marginale ma molto più presente e radicata di quanto non pensasse. In particolare una prof. di matematica mi ha riferito che avendo il figlio adolescente molto narcisista e tutto preso dalle grandi firme avrà modo di rispondergli con argomentazioni molto serie: lo sfruttamento e la morte delle persone. E’ anche piaciuto molto il modo in cui abbiamo presentato l’incontro con le brevi scenette ed il modo di parlare diretto, autentico e con materiale a disposizione come libri, giornali, posters.
Una critica, un po’ da tutte le parti: l’incontro è stato troppo breve e per alcune allieve un po’ troppo affollato. La folla, per alcune delle ragazze, è stato un deterrente a chiedere ciò che volevano sapere da Deborah.
DALLE ISTITUZIONI
BANGLADESH: INDUSTRIA TESSILE CONTRO ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE
Anwarul Alam Chowdhury Parvez, presidente dell’associazione dei produttori ed esportatori di abbigliamento del Bangladesh (Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association - BGMEA), ha chiesto al governo l’avvio di un’indagine sulle attività di alcune organizzazioni non governative e la punizione di quelle che saranno ritenute responsabili di deteriorare l’immagine del paese, danneggiando la competitività sul mercato globale, attraverso campagne denigratorie, come quelle che denunciano l’esistenza di ricorso al lavoro minorile. Lo riferisce il quotidiano del Bangladesh, The New Nation, che negli ultimi giorni ha ripetutamente sollevato il problema.
In particolare, nel mirino degli industriali tessili vi è la collaborazione tra l’organizzazione statunitense National Labour Committee (NLC) e il Bangladesh Centre for Workers Solidarity (BCWS) il cui presidente, SK Nazma, e sua sorella compirono un primo viaggio negli Usa nel 2000-2001. Durante questo tour, grazie ala sostegno del NLC, dettagliano gli industriali tessili, SK Nazma e sua sorella parlarono in 17 università, incontrando studenti di 20 università e di 25 scuole, parlarono con membri del Congresso e furono ripresi da 12 giornali e 18 televisioni, diffondendo la loro propaganda negativa contro l’industria tessile del Bangladesh e provocando la cancellazione del paese dalla lista dei possibili fornitori di Walt Disney SK Nazma tornò a visitare gli Usa nel 2003 e, accusano gli industriali, si dedicò ad attaccare Wal-Mart. Poi grazie all’intercessione dei dirigenti del NLC, ottenne un permesso di soggiorno e oggi risiede negli Stati Uniti.
Ultima provocazione del National Labour Committee, secondo la BGMEA, è stata la campagna lanciatalo scorso dicembre contro la fabbrica di Harvest Rich in Bangladesh - che rifornisce Hanes, Puma, Wal-Mart e J.C. Penney - accusata di sfruttamento del lavoro minorile e di violenze.
Lo stesso mese, la rete televisiva britannica Channel 4 aveva trasmesso un’inchiesta sul lavoro minorile in Bangladesh da parte di alcuni fornitori della catena di supermercati Tesco, tra cui Harvest Rich. Un altro esempio della campagna in atto contro l’industria tessile del Bangladesh viene ritenuto l’articolo, pubblicato il 9 aprile, dal quotidiano britannico Daily Mail che riprende un’inchiesta dell’organizzazione non governativa War on Want, scrivendo che i vestiti a basso prezzo della catena Primark non sarebbero così attraenti se i consumatori conoscessero l’alto costo che pagano le donne che li confezionano. Il rapporto di War on Want, diffuso anch’esso lo scorso dicembre, riguarda le condizioni di oltre 5.000 lavoratori di sei fabbriche tessili situate nella capitale del Bangladesh, Dacca, che riforniscono tre grandi società britanniche della grande distribuzione: Primark, Tesco e Asda, che fa parte del colosso statunitense Wal-Mart.
(Tratto da: RSI News, 13.4.2007)
Anwarul Alam Chowdhury Parvez, presidente dell’associazione dei produttori ed esportatori di abbigliamento del Bangladesh (Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association - BGMEA), ha chiesto al governo l’avvio di un’indagine sulle attività di alcune organizzazioni non governative e la punizione di quelle che saranno ritenute responsabili di deteriorare l’immagine del paese, danneggiando la competitività sul mercato globale, attraverso campagne denigratorie, come quelle che denunciano l’esistenza di ricorso al lavoro minorile. Lo riferisce il quotidiano del Bangladesh, The New Nation, che negli ultimi giorni ha ripetutamente sollevato il problema.
In particolare, nel mirino degli industriali tessili vi è la collaborazione tra l’organizzazione statunitense National Labour Committee (NLC) e il Bangladesh Centre for Workers Solidarity (BCWS) il cui presidente, SK Nazma, e sua sorella compirono un primo viaggio negli Usa nel 2000-2001. Durante questo tour, grazie ala sostegno del NLC, dettagliano gli industriali tessili, SK Nazma e sua sorella parlarono in 17 università, incontrando studenti di 20 università e di 25 scuole, parlarono con membri del Congresso e furono ripresi da 12 giornali e 18 televisioni, diffondendo la loro propaganda negativa contro l’industria tessile del Bangladesh e provocando la cancellazione del paese dalla lista dei possibili fornitori di Walt Disney SK Nazma tornò a visitare gli Usa nel 2003 e, accusano gli industriali, si dedicò ad attaccare Wal-Mart. Poi grazie all’intercessione dei dirigenti del NLC, ottenne un permesso di soggiorno e oggi risiede negli Stati Uniti.
Ultima provocazione del National Labour Committee, secondo la BGMEA, è stata la campagna lanciatalo scorso dicembre contro la fabbrica di Harvest Rich in Bangladesh - che rifornisce Hanes, Puma, Wal-Mart e J.C. Penney - accusata di sfruttamento del lavoro minorile e di violenze.
Lo stesso mese, la rete televisiva britannica Channel 4 aveva trasmesso un’inchiesta sul lavoro minorile in Bangladesh da parte di alcuni fornitori della catena di supermercati Tesco, tra cui Harvest Rich. Un altro esempio della campagna in atto contro l’industria tessile del Bangladesh viene ritenuto l’articolo, pubblicato il 9 aprile, dal quotidiano britannico Daily Mail che riprende un’inchiesta dell’organizzazione non governativa War on Want, scrivendo che i vestiti a basso prezzo della catena Primark non sarebbero così attraenti se i consumatori conoscessero l’alto costo che pagano le donne che li confezionano. Il rapporto di War on Want, diffuso anch’esso lo scorso dicembre, riguarda le condizioni di oltre 5.000 lavoratori di sei fabbriche tessili situate nella capitale del Bangladesh, Dacca, che riforniscono tre grandi società britanniche della grande distribuzione: Primark, Tesco e Asda, che fa parte del colosso statunitense Wal-Mart.
(Tratto da: RSI News, 13.4.2007)
IL MARYLAND APPROVA LA PRIMA LEGGE STATALE SUL “LIVING WAGE”
Il Maryland si avvia a diventare il primo stato dell’Unione ad avere approvato una legge sul “living wage”. Provvedimenti simili sono stati adottati finora “solo” da 120 comuni e contee nell’ambito della propria giurisdizione. La nuova legge, approvata il 9 aprile dall’Assemblea generale dello stato, aspetta la firma del governatore democratico O’Malley, che se ne era fatto promotore nella campagna elettorale, e si applicherà a tutte le imprese fornitrici dell’amministrazione statale. Il salario minimo vigente di 6,15 dollari l’ora viene soppresso in favore di due scalini di retribuzione: 8,50 dollari nelle aree rurali, 11,30 dollari nelle aree urbane. Esentate dal provvedimento le organizzazioni nonprofit e le piccole imprese con meno di 10 dipendenti, titolari di appalti per un valore non superiore a 500mila dollari, oltre al settore delle costruzioni finanziato dallo stato per il quale varranno i livelli retributivi prevalenti nelle singole aree geografiche. Studi sugli effetti del “living wage” nelle località che l’hanno adottato evidenzierebbero un aumento dei costi per le pubbliche amministrazioni inferiore all’1%. La decisione del Maryland dovrebbe restituire vigore al movimento per il “living wage”, che tenta da anni di ottenere l’innalzamento a livello federale del salario minimo fissato in non più di 5,15 dollari l’ora. Non è chiaro quali siano i parametri presi a riferimento per il calcolo del living wage.
(Fonte: The Baltimore sun, 10.4.2007)
CITTA’ E STATI USA SI CONSORZIANO PER DAR FORZA AGLI IMPEGNI ASSUNTI PER ACQUISTI PUBBLICI ETICI
Sono 170 gli enti territoriali, fra stati, città, contee e distretti scolastici negli Stati Uniti ad aver adottato politiche di acquisto “sweatfree” per materiale tessile, imponendo ai fornitori l’adesione a standard lavorativi rispettosi dei diritti sindacali in cambio di appalti pubblici. Lo scorso anno i governatori degli stati del Maine, Pennsylvania e New Jersey hanno dato vita alla Governors’ coalition for sweatfree procurement and worker rights (coalizione dei governatori per acquisti pubblici rispettosi dei diritti dei lavoratori), con lo scopo di unire le forze per dare maggiore efficacia all’attuazione delle norme, con particolare riguardo ai processi ispettivi e correttivi, mentre le città di Los Angeles, San Francisco e Providence hanno sollecitato la costituzione di un coordinamento fra città e stati. A fine 2006 la rete ispiratrice delle Sweatfree communities (www.sweatfree.org) ha steso una proposta di carta di intenti finalizzata alla fondazione di un consorzio, il cui incontro fondativo ha avuto luogo il 29 marzo scorso a Harrisburg, Pennsylvania. Importanti le linee di principio fissate: i fornitori pubblici di materiale tessile dovranno rispondere delle condizioni di lavoro in tutta la filiera, saranno tenuti alla trasparenza e al rispetto di un codice di condotta formulato in base ai migliori standard; le attività di verifica e ispezione saranno condotte in forma indipendente in collaborazione con organizzazioni locali affidabili, e i risultati resi pubblici; la libertà di associazione viene riconosciuta come diritto fondamentale dei lavoratori, da promuovere insieme a politiche di acquisto che diano ai fornitori garanzia di ordini stabili a prezzi adeguati; il campo di applicazione si estenderà progressivamente dal tessile ad altre categorie merceologiche e servizi. L’assemblea ha eletto un comitato direttivo provvisorio formato da rappresentanti del mondo associativo, istituzionale, sindacale e accademico, che nel complesso rappresenta acquisti di tessile per un valore di circa 65milioni di dollari. Le Sweatfree communities si pongono l’obiettivo di raccogliere entro un anno adesioni al consorzio per un valore, in potere di acquisto, di almeno 100milioni di dollari.
(Fonte: www.sweatfree.org/sweatfreeconsortium; Clean clothes campaign)
ALTRE NOTIZIE
SCOPERTA A FIRENZE MANODOPERA CINESE CLANDESTINA PER PRODURRE BORSE (NON CONTRAFFATTE) A MARCHIO FERRE’
Riportiamo la notizia apparsa il 7 aprile sul giornale locale online Nove da Firenze (nelle pagine di cronaca dei quotidiani la notizia è riportata senza citare la marca):
I militari della Stazione di Campi Bisenzio, nel corso di uno dei frequenti servizi finalizzati alla repressione dello sfruttamento di manodopera clandestina effettuato nella serata di ieri, hanno proceduto al controllo di un laboratorio di pelletteria in via San Giusto, che assembla borse in pelle griffate "Gianfranco Ferre'" regolarmente prodotte in conto lavorazione, i cui titolari, due coniugi cinesi sono stati arrestati.
Nel capannone di circa 150 mq. infatti, i militari hanno sorpreso al lavoro 5 cittadini cinesi, nessuno dei quali regolarmente assunto e due dei quali sono risultati privi di documenti e permesso di soggiorno. Tutti i lavoratori hanno riferito ai militari di avere pattuito con i titolari del laboratorio, un compenso fra i 500 e gli 800 euro al mese, con prestazioni lavorative di 10-15 ore giornaliere per sei giorni alla settimana. All'interno del capannone, veniva inoltre rilevata la consueta presenza di una dozzina di giacigli di fortuna, collocati in camerette anguste prive di riscaldamento e realizzate con leggeri tramezzi di legno, e due ulteriori locali adibiti a bagno e cucina. I titolari dell'attività H. H. Z., 37enne e la moglie Y. X., 35enne, residenti a Campi Bisenzio, in attesa della direttissima prevista nella mattinata odierna presso il Tribunale di Firenze, sono stati condotti presso le camere di sicurezza della Compagnia di Signa. Sono state sottoposte a sequestro 17 borse già pronte per la consegna, che, benché prodotte nel contesto di un regolare contratto in conto vendita, sono state realizzate mediante l'utilizzo di manodopera clandestina o comunque non regolarmente assunta.
All'Autorità Giudiziaria sono state inoltre rapportate anche le numerose violazioni alla legislazione in materia di lavoro, sicurezza e abusivismo edilizio riscontrate nel corso del controllo. I clandestini sono stati avviati alla Questura di Firenze per le procedure di espulsione.
(http://www.nove.firenze.it/vediarticolo.asp?id=a7.04.05.14.01)
“IO HO LA STOFFA GIUSTA, E TU?”: PARTE IL CONCORSO DI ALTROMERCATO PER DISEGNARE IL LOGO DELLE T-SHIRT DELLA CAMPAGNA TESSERE IL FUTURO
Il concorso, che prende il via il 1° aprile e scade il 25 maggio, è rivolto a consumatori di tutte le età, con particolare attenzione per gli studenti delle scuole primarie e secondarie, e ha l’obiettivo di premiare le migliori idee per la realizzazione di un logo che verrà stampato sulla prossima collezione di magliette equo solidali del progetto “Tessere il futuro”. Il logo dovrà esprimere il senso della campagna, nel contesto della quale Altromercato ha creato una filiera equo-solidale in Argentina (vedi Newsletter n. 2/2007), le cui prime magliette stanno facendo il loro debutto proprio in questi giorni nelle botteghe del mondo. Le idee vincenti riceveranno premi rigorosamente equo solidali e diversi per ciascuna delle quattro categorie di partecipanti: forniture di prodotti alimentari, gite scolastiche all’insegna del turismo responsabile e un volo aereo per due persone in Argentina per conoscere da vicino il progetto della filiera tessile. La filiera gestisce secondo principi di equità del lavoro, cooperazione, tutela della biodiversità e dell’ambiente l’intero processo di produzione delle magliette, dalla coltivazione del cotone, ad opera degli indios Toba della regione del Chaco, alla sua tessitura, ad opera di una fabbrica recuperata, al confezionamento, realizzato da parte di una cooperativa che ha creato lavoro a La Matanza, uno dei quartieri periferici più degradati di Buenos Aires. Gli elaborati dovranno essere consegnati non oltre il 25 maggio 2007 presso le botteghe del mondo presenti in tutta Italia, che aderiscono all’iniziativa. I progetti verranno pubblicati sul sito di Altromercato da cui sarà possibile votare i vincitori. A settembre 2007 avrà luogo la proclamazione ufficiale dei vincitori delle quattro categorie (scuole primarie, scuole secondarie di primo grado, scuole secondarie di secondo grado, singoli cittadini di età superiore ai 19 anni).
(per maggiori informazioni e per l’elenco delle botteghe del mondo che aderiscono all’iniziativa: www.tessereilfuturo.org)
EQUA, SOLIDALE, BIOLOGICA: ARRIVA LA PRIMA FELPA PROGETTATA DAI GRUPPI D’ACQUISTO SOLIDALI
E’ fatta di cotone equosolidale, cresciuto in piantagioni certificate biologiche da un marchio internazionale come Skal, è stata progettata dalla Rete nazionale dei gruppi di acquisto solidale (GAS) con il contributo di [Fair] e delle stiliste della bottega artigiana genovese Lo Spaventapasseri, è distribuita dalla cooperativa sociale dell’economia solidale LiberoMondo alle botteghe del commercio equo e solidale e ai gruppi di acquisto solidale che la richiederanno. Il partner indiano del progetto è la Rajlakshmi cotton mills P. Ltd, che dal 2001 produce ed esporta prodotti tessili e abbigliamento in cotone biologico. Si tratta di un’impresa che ha scelto di investire sui diritti dei lavoratori e delle comunità, sostenendo il Mahima organic project e il Chetna organic cotton project. Il Mahima project, vicino a Indore, è un progetto orientato alla nonviolenza e al rispetto per la vita e formato da 1020 famiglie di coltivatori biodinamici. Mahima organics garantisce formazione, coordinamento attività e vendita dei semi di cotone pagati con un premio superiore del 15-20% ai prezzi del mercato convenzionale; il progetto comprende oggi 2.400 ettari e produce ogni anno 700 tonnellate di cotone. Il Chetna organic cotton project in Andhra Pradesh, lanciato nel 2003 dall’organizzazione olandese Solidaridad, è formato anch’esso di piccoli produttori che, attraverso metodi partecipativi e competenze tecniche avanzate, vengono formati per la riconversione dei campi di cotone convenzionale in biologico. Il progetto coinvolge 19 villaggi per un totale di 405 coltivatori e 600 ettari; il cotone è certificato da Skal (www.skal.com), organizzazione accreditata da Ifoam con standard estremamente elevati. La felpa equosolidale è stata presentata in anteprima a Fa’ la cosa giusta, fiera del consumo critico, a Milano dal 13 al 15 aprile presso lo stand di LiberoMondo. (per informazioni sul progetto: www.faircoop.it/equofelpe/)
DALLE IMPRESE
CESSIONI/ACQUISIZIONI, RISTRUTTURAZIONI, ATTUALITA’ & FUTILITA’
Continuano le fusioni e acquisizioni nel settore della moda e del lusso. Nel primo trimestre, a livello globale, ci sono state 47 operazioni e in 12 casi – secondo un’analisi di Pambianco strategie di impresa – a comprare sono state aziende o fondi di investimento italiani. La maggior parte delle operazioni (22 su 47) sono avvenute nel segmento dell’abbigliamento e della distribuzione, mentre la filiera del tessile non sembra interessare molto il mercato. Altro aspetto interessante è la preponderanza dei fondi di private equity, che hanno realizzato il 42% delle operazioni (20 su 47). Sempre secondo Pambianco, sono 12 le aziende italiane del settore moda e lusso quotate in borsa su 80 che avrebbero le caratteristiche per farlo: Benetton, Bulgari, Mariella Burani (Mbfg), Geox, Gucci, It holding, Luxottica, Marcolin, Safilo, Stefanel, Tod’s e Valentino fashion group. In lista di attesa c’è il gruppo Aeffe, che ha in portafoglio i marchi Alberta Ferretti, Moschino e Pollini.
La Francia continua a fare scuola (nel male) in fatto di sperimentazione di strumenti pubblicitari, non a caso è il paese in cui si è affermato un movimento contrario, formato per spontanea aggregazione di cittadini esasperati, che quattro anni fa hanno cominciato a darsi appuntamento nelle metropolitane, armati di pennello e vernice, per imbrattare con scritte o cancellare del tutto i manifesti pubblicitari. Oggi ci prova con la politica. In occasione della campagna elettorale per le presidenziali, TRIUMPH, noto marchio di biancheria intima, ha fatto uscire nelle pagine delle riviste francesi immagini di giovani donne in slip e reggiseno, accompagnate dalle scritte: “ Con me, niente astensione”, “Finalmente una candidatura ben sostenuta”. Da parte sua, IKEA ha puntato sugli slogan: “Sì al cambiamento, votate Ikea”, “Ikea, ministro del Comfort degli interni”. Secondo una delle agenzie che ha curato le campagne, gli elettori sarebbero “più intelligenti di quanto si creda. Mica si fanno influenzare da una pubblicità”. Sarà. Nel frattempo continuano a pagarla, insulsa e salata, nel prezzo del prodotto e nel progressivo restringimento di spazi pubblici liberi dal dominio del mercato.
La soluzione per la LEGLER e i suoi 1.200 dipendenti potrebbe arrivare dal Marocco. Il gruppo Atlantic della famiglia Senoussi, già azionista della Legler Maroc con oltre l’80% del capitale, sta valutando la possibilità di entrare nella società italiana che ha impianti in Sardegna e a Ponte San Pietro, nel bergamasco, dove è stata fondata nel 1875 da industriali svizzeri. L’operazione potrebbe comportare altri sacrifici per i dipendenti, in buona parte in cassa integrazione, in termini di costo del lavoro.
BENETTON cede il 20% delle quote possedute nella holding Olimpia, che controllava Telecom prima dell’uscita della Pirelli di Tronchetti Provera, e rileva una quota dell’8,4% della newco Telco, che controllerà il 23,6% del capitale di Telecom Italia con una cordata italo-spagnola composta dalla società spagnola Telefonica (42,3% del capitale della newco) e da Generali, Mediobanca e Intesa Sanpaolo che si spartiranno, insieme al gruppo Benetton, il restante 58% del capitale di controllo. Benetton entra anche nell’azionariato delle Generali con una quota dello 0,68%.
PPR, il gruppo francese del lusso che controlla marchi come Gucci, Yves Saint Laurent, Bottega veneta, ha rilevato il 27% del marchio tedesco dello sportswear PUMA, diventandone l’azionista di maggioranza, e si prepara a lanciare un’opa amichevole da 5,3 miliardi di euro. Puma è riuscita negli ultimi anni a risollevarsi da una fase di crisi puntando su prodotti meno tecnici e più attenti alla moda e al design. François Pinault, che attraverso la holding di famiglia Artemis controlla PPR, ha ottenuto in concessione trentennale dal Comune di Venezia lo spazio prestigioso di Punta della dogana nel quale aprirà un museo dedicato all’arte contemporanea.
REEBOK (ADIDAS) ha fatto causa alla rivale NIKE accusandola di aver violato un brevetto su una tecnologia di rivestimento per “scarpe pieghevoli”, depositato in gennaio, che permette di piegare le calzature sportive per riporle più facilmente nelle borse. La violazione riguarderebbe undici modelli di scarpe Nike, commercializzati sotto il nome di “Free”, “Free zen&now”, “Free trainer”, “Free trail”.
Il crac FIN.PART, si è concluso con una condanna a tre anni e cinque mesi di reclusione per l’ex a.d. Gianluigi Facchini e a due anni e sei mesi per il suo successore, Gianni Mazzola. Facchini e Mazzola erano accusati di bancarotta fraudolenta relativamente alla holding della moda dichiarata fallita nell’ottobre 2005 (Cerruti e Frette tra i marchi di punta di allora).
VF CORPORATION, portata a termine la cessione a Fruit of the loom dei marchi dell’intimo, ha annunciato l’acquisto dal proprio licenziatario delle attività del marchio The North face in Cina per gestirle in proprio. MARIELLA BURANI acquista il 51% del produttore di gioielleria Calgaro: con questa partecipazione il fatturato atteso dalla divisione fashion jewellery per il 2007 sarà pari a circa il 9% dei ricavi consolidati del gruppo. LIABEL ha siglato un accordo di licenza con la Pico di Altopascio (Lu), attiva con i marchi Tommasino, Hippo, Tmm basic e Hg jeans, che produrrà per il brand dell’intimo articoli per neonato e bambino.
(Fonti delle notizie: Il Sole 24 ore; Fashiomagazine, vari numeri aprile 2007)
(a cura di Ersilia Monti, Deborah Lucchetti, Claudio Brocanelli; con il contributo di Maria Rosaria Capozzo)