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Marzo 2007

NUMERO 3

CASI  URGENTI

ASSASSINATO UN ALTRO LEADER SINDACALE DEL FTUWKC IN CAMBOGIA
Hy Vuthy, presidente nella fabbrica Suntex del Sindacato libero dei lavoratori del regno di Cambogia (FTUWKC) è stato ucciso il 24 febbraio scorso a Phnom Penh  da due persone a bordo di una moto che lo hanno affiancato sparandogli mentre rientrava a casa in moto dal turno di notte. Hy Vuthy, 36 anni, la stessa età del presidente del FTUWKC, assassinato nel 2004, era reduce da una trattativa che riconosceva ai lavoratori della Suntex un giorno di riposo per il capodanno Khmer. La Suntex, di proprietà del gruppo di Singapore Ocean sky group, produce abbigliamento per il mercato USA. Hy Vuthy è il terzo funzionario del FTUWKC ad essere ucciso in tre anni: prima di lui, Chea Vichea, presidente del FTUWKC, nel gennaio 2004, e Ros Sovannarith, presidente del FTUWKC nella fabbrica Trinunggal komara,  nel maggio 2004. L’assassinio di Hy Vuthy arriva al culmine di una serie di violente aggressioni fisiche di cui sono rimasti vittime cinque altri esponenti sindacali alla Suntex e alla consociata Bright sky. La moglie di Hy Vuthy, rimasta sola con due figli piccoli, è stata costretta ad abbandonare la sua casa per sfuggire alle minacce di sconosciuti. Il 15 marzo scorso il Parlamento europeo ha emesso una risoluzione di condanna degli assassinii e delle violenze nei confronti dei sindacalisti in Cambogia e dell’impunità di cui godono gli autori dei crimini.
INVIATE UNA LETTERA al governo cambogiano e all’ambasciata della Cambogia in Italia per domandare giustizia e il rispetto dei diritti sindacali in Cambogia (inserire nell’oggetto: Stop violence against trade unionists in Cambogia).
La Clean clothes campaign francese raccoglie fondi a favore della vedova di Hy Vuthy: Peuples Solid-reseau solidarité. IBAN: FR76 4255 9000 5521 0296  9960 204, Causale: FTUWKC

CAMPAGNA INTIMIDATORIA E RAPIMENTO DI SINDACALISTI IN SRI LANKA
Si è fatta preoccupante la situazione in Sri Lanka da quando il governo ha lanciato una campagna pubblica che criminalizza le organizzazioni sindacali descrivendo i suoi rappresentanti come traditori e fiancheggiatori dei ribelli del Fronte di liberazione delle Tigri Tamil. Per rendere esplicito il tentativo di far fuori il sindacato, in molte parti del paese, in particolare in prossimità di stazioni ferroviarie, fermate dei mezzi pubblici, ospedali, all’ingresso delle zone franche per l’esportazione, sono cominciati ad apparire cartelloni che invitano all’arresto dei dirigenti sindacali più in vista, fra questi Anton Marcus, segretario del Sindacato dei lavoratori delle zone franche e dei servizi pubblici (FTZGSEU), con il quale la Clean clothes campaign collabora da anni. Il 6 febbraio scorso tre uomini, fra i quali un sindacalista, sono stati rapiti da gruppi anonimi a Colombo, la capitale dello Sri Lanka, scatenando nei giorni successivi manifestazioni spontanee da parte delle organizzazioni sindacali indipendenti  a cui apparteneva il funzionario rapito. Nei giorni successivi il governo si è assunto ufficialmente la responsabilità dell’azione, dichiarando di avere trattenuto le persone scomparse per interrogarle per sospetta collaborazione con le Tigri Tamil.  Da allora gli attivisti sindacali devono difendersi in tutto il paese da una campagna diffamatoria sempre più aggressiva, con atti intimidatori e minacce di morte, nell’assoluta indifferenza delle autorità pubbliche. L’Asian human rights commission sottolinea in un suo rapporto come le sparizioni siano diventate negli ultimi anni uno strumento sofisticato nelle mani del governo per cancellare qualsiasi forma di opposizione politica e sociale nel paese.
INVIATE UNA LETTERA al presidente dello Sri Lanka per chiedere misure a garanzia della sicurezza dei sindacalisti minacciati e di un clima di confronto pacifico e costruttivo (inserire nell’oggetto: Intimidations of trade unionists in Sri Lanka)

CHIUDE NELLA REPUBBLICA DOMINICANA LA FABBRICA MODELLO BJ&B DOPO L’ABBANDONO DI ADIDAS E NIKE
Era stata nel 2002-2003 al centro di una vittoriosa campagna internazionale, promossa dalla rete studentesca statunitense United students against sweatshops e sostenuta dalla Clean clothes campaign insieme a numerose organizzazioni di base, per il riconoscimento dei diritti fondamentali dei lavoratori.  Oggi, ridotta all’asfissia per l’assenza di commesse - Reebok (Adidas) per prima e poi Nike -, la BJ&B, di proprietà del gruppo coreano Yupoong, uno dei maggiori produttori mondiali di berretti sportivi, cessa l’attività in seguito a precisi calcoli di convenienza tanto dei titolari quanto dei suoi principali buyer. La BJ&B riforniva le squadre sportive delle università americane, e ai lavoratori fu possibile, facendo ricorso alle procedure di denuncia previste dal Worker rights consortium (organismo di controllo dell’eticità delle forniture, a cui molte università americane aderiscono), riuscire a ottenere il riconoscimento del loro sindacato e a imporre migliori condizioni di lavoro, al punto che nel gennaio 2004 fu siglato il primo contratto collettivo che sanciva un aumento del 10% dei salari (caso senza precedenti nel settore dell’abbigliamento della Repubblica Dominicana), iniziative di scolarizzazione per i lavoratori e le loro famiglie e la fine delle violazioni dei codici di condotta.  Intanto però il gruppo Yupoong correva ai ripari attuando un progressivo programma di disinvestimento concretizzatosi nel corso degli anni nel trasferimento dei macchinari più sofisticati ai suoi impianti produttivi asiatici e nella riduzione di personale: nel 2001 la BJ&B contava 2 mila dipendenti, all’inizio del 2005 non più di 350. Non più competitiva sul piano dei costi, la BJ&B ha perso via via tutti i clienti, a cominciare da Reebok-Adidas, già nel 2004, e infine anche Nike (nel 2003 per il mercato universitario, oggi per quello del golf). A dispetto dello sbandierato principio della “competitività responsabile” i grandi marchi hanno preferito rivolgersi alle fabbriche non sindacalizzate della Yupoong situate in Vietnam e Bangladesh dove i bassi costi continuano ad accompagnarsi alla sistematica repressione dei diritti sindacali.
INVIATE UNA LETTERA a Nike, Adidas e Yuppong per spingerle a fare tutto ciò che è in loro potere per mantenere in attività la BJ&B operando in collaborazione con il sindacato di fabbrica. (inserire nell’oggetto: Closure of the BJ&B factory in the Dominican Republic)

RAGGIUNTO UN ACCORDO IN TURCHIA NEL CASO PAXAR TURKEY
Non solo nuovi casi urgenti questo mese per la Clean clothes campaign, ma anche qualche buona notizia. Per esempio, la risoluzione del caso Paxar Turkey che impegnava la rete europea dalla primavera 2006. Paxar Turkey è un’azienda turca a capitale statunitense specializzata nella produzione di etichette, grafica, stampa di scritte e loghi su stoffa. Nutrito l’elenco dei suoi maggiori clienti: Marks and Spencer, Adidas, Wal-Mart, Levi Strauss, Puma, Disney, Nike, C&A, Esprit, Gap, Otto, S. Oliver, Tommy Hilfiger, Next. L’azienda era stata denunciata dal sindacato turco Teksif per violazione della legge turca del lavoro e dei codici di condotta dopo avere tentato di reprimere l’attività sindacale, licenziato o discriminato i militanti, esercitato indebite pressioni  nei confronti degli iscritti, frapposto ostacoli al negoziato con un’organizzazione sindacale legalmente riconosciuta. Tutti i marchi committenti della Paxar Turkey si sono attivati su richiesta, molti attraverso gli organismi multistakeholder di appartenenza: Ethical trading initiative, Social accountability international, Fair labor association, facilitando l’avvio di una trattativa con Teksif e la costituzione di un comitato tecnico incaricato di definire i termini di un accordo. Dopo mesi di stallo sulla parte economica, il 27 febbraio scorso Teksif e Paxar Turkey hanno firmato un protocollo che riconosce agibilità al sindacato e il reintegro dei lavoratori licenziati, e un contratto collettivo con validità triennale in base al quale le paghe vengono allineate all’inflazione corrente e incrementate di una gratifica annua pari alla retribuzione mensile.
(per maggiori informazioni sul caso)

DALLE ISTITUZIONI

“ITALIAN DESIGN”? NON E’ REATO
Nuovo pronunciamento sulla marcatura di origine della Corte di cassazione chiamata a esprimersi in merito a un ricorso presentato dal pubblico ministero contro la decisione del tribunale di Como che aveva assolto “perché il fatto non sussiste” il rappresentante legale di una società che commercializza orologi recanti la scritta “Officina del tempo-Italy” e “Italian design” ma fabbricati in un paese estero. Con la sentenza n. 8684 della terza sezione penale depositata l’1.3.2007, la Corte ha stabilito che “la provenienza di un bene va intesa in rapporto a un determinato produttore […] che ha la responsabilità giuridica, economica e tecnica del processo di produzione […] e non a un determinato luogo […] in quanto il luogo o lo stabilimento in cui il prodotto è confezionato è del tutto indifferente alla qualità del prodotto stesso”. Dopo questa sentenza il fuorviante e furbesco “styled in Italy” potrà continuare a carpire impunemente la buona fede dei consumatori meno avveduti.  Niente di nuovo intanto sul fronte dell’etichetta di origine. Secondo il ministro per il commercio estero, Emma Bonino, per far passare un provvedimento favorevole in sede europea occorre una maggioranza qualificata di 232 voti: oggi solo dieci stati sono a favore, per un totale di 166 voti; gli altri 14 paesi sono contrari, e tra questi Gran Bretagna e Germania.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 2.3.2007, 16.3.2007)

IL PARLAMENTO EUROPEO VOTA UNA NUOVA RISOLUZIONE SULLA RESPONSABILITA’ SOCIALE DELLE IMPRESE
A un anno dalla comunicazione della Commissione europea sulla Responsabilità sociale delle imprese molto sbilanciata verso gli interessi delle imprese, chiamate a una “alleanza europea” fondata su una definizione di RSI che la riduce a incentivo della competitività, di fatto cancellando tutto il dibatto che si è sviluppato nella società e nell’ambito del multistakeholder forum aperto in seguito all’adozione nel 2002 del Libro Verde sulla RSI, il Parlamento europeo ha votato il 13 marzo scorso una nuova risoluzione, sulla base di un rapporto presentato dal parlamentare laburista britannico Richard Howitt, che fa compiere al concetto di RSI un nuovo passo avanti, pur con gli emendamenti apportati alla versione iniziale che ne hanno indebolito la portata.
L'esito positivo della risoluzione è stato possibile grazie all'intenso lavoro svolto dalle campagne europee impegnate nella difesa dei diritti umani, in particolare della European Coalition on Corporate Justice e della Clean Clothes Campaign, che hanno seguito gli sviluppi del rapporto dalla sua nascita; in Italia il lavoro congiunto della Campagna Meno Beneficienza, Più Diritti e della Campagna Abiti Puliti ha consentito il coinvolgimento diretto del parlamentari italiani al parlamento europeo sui contenuti più avanzati espressi dalla risoluzione.
Alcuni punti salienti del rapporto:
-    resta il concetto di approccio volontario alla RSI, ma il rapporto individua nella varietà di iniziative volontarie un ostacolo ad azioni più credibili e avanzate, e invita la Commissione a stabilire una lista di criteri che le imprese devono rispettare se attuano la responsabilità sociale; sottolinea inoltre l’esigenza di un approccio multistakeholder alla materia e di verifiche e monitoraggi indipendenti;
-    rileva la contraddizione fra le politiche di approvvigionamento delle imprese, che mirano a migliorare costantemente flessibilità e costi, e gli impegni volontari volti a evitare lo sfruttamento del lavoro e a promuovere relazioni stabili con i fornitori, e suggerisce che la valutazione e il controllo dell’operato delle imprese europee riconosciute responsabili si estenda anche alle loro attività e a quelle dei loro subfornitori al di fuori dell’Unione europea;
-    indica nelle politiche sociali da integrare nell’attività d’impresa anche il concetto di “fair wages”;
-    nota che il numero di bilanci sociali e ambientali volontari è stagnante e solo una minoranza è conforme agli standard internazionali, e rinnova l’invito a introdurre criteri per l’informazione sociale e ambientale da integrare nella rendicontazione finanziaria;
-    raccomanda che la Commissione rafforzi le responsabilità dei dirigenti delle aziende con più di mille dipendenti al fine di vincolarli all’impegno di minimizzare l’eventuale impatto dannoso, dal punto di vista sociale e ambientale, delle attività di impresa;
-    chiede alla Commissione di attuare un meccanismo che consenta alle vittime, compresi i cittadini di paesi terzi, di ottenere giustizia contro imprese europee dinanzi ai tribunali nazionali degli stati membri;
-    raccomanda che sia presa in considerazione la nomina di un ombudsman della UE per la RSI che svolga indagini indipendenti su questioni relative alla RSI su richiesta di imprese o di qualsiasi gruppo di soggetti interessati;
-    ribadisce che la Commissione e gli stati membri dovrebbero avvalersi delle opportunità offerte dalla revisione delle direttive sugli appalti pubblici del 2004 per sostenere la RSI, inserendo clausole sociali e ambientali nei loro contratti che consentano di escludere, se necessario, le imprese, anche in caso di corruzione;
-    richiama l’attenzione della Commissione all’integrazione della RSI nelle sue politiche commerciali cercando di introdurre disposizioni pertinenti in tutti gli articoli vincolanti degli accordi bilaterali, regionali o multilaterali, in conformità delle norme concordate a livello internazionale, come le norme dell’OCSE, la dichiarazione tripartita dell’OIL e principi di Rio.

Ora la parola passa alla Commissione europea.

ALTRE NOTIZIE

NUOVO RAPPORTO SUI COSTI UMANI E AMBIENTALI ASSOCIATI ALL’USO DEI PESTICIDI NELLA COLTIVAZIONE DEL COTONE
Il Pesticide action network (PAN) è impegnato fin dal 1991 nel denunciare gli effetti devastanti dell’uso dei pesticidi nella coltivazione del cotone, il prodotto agricolo non alimentare più commercializzato al mondo. Sedici anni di attività hanno prodotto risultati incoraggianti, ma non sufficienti. A fronte di un prepotente aumento delle coltivazioni di cotone biologico, inseritosi a pieno titolo nel mercato di massa, potendo dimostrare di essere sostenibile sia dal punto di vista ecologico che commerciale, resta la vertiginosa cifra di 2 miliardi di dollari di pesticidi, pari a circa 150 milioni di chili, irrorati annualmente nei campi, poco meno della metà dei quali classificati come altamente tossici dall’Organizzazione mondiale della sanità. I costi umani e ambientali associati alla coltivazione del cotone sono immensi. Il nuovo rapporto stilato dell’Environmental justice foundation in collaborazione con PAN UK, dal titolo Deadly chemicals in cotton, fornisce nuovi spunti di riflessione su una delle più pericolose attività umane, responsabile dell’intossicazione di un numero oscillante fra i 25 e i 77 milioni di agricoltori ogni anno, per la quasi totalità abitanti in paesi poveri, e dell’inquinamento spesso irreversibile dell’ecosistema.
(Il rapporto può essere scaricato gratuitamente da:
http://www.pan-uk.org/Projects/Cotton/Resources/downloads/deadly.htm; http://www.ejfoundation.org/page141.html

ABITI PULITI PER LO YOGA
Ci stiamo impegnando a convertire tutti i capi di abbigliamento che vendiamo per la pratica yoga o anche per il tempo libero ad una produzione equosolidale possibilmente da coltivazione biologica. Abbiamo così trovato canottiere e t-shirt E-Cotton (Coop. Il Raggio verde), prodotte in Bangladesh da artigiani e cooperative indipendenti con il sostegno di Aarong, consorzio che fornisce servizi a più di 30 mila lavoratori (85% donne) da anni inserito nel circuito equo e solidale. Per i pantaloni abbiamo fatto disegnare dei modelli unisex comodi per praticare esercizi di yoga, linea BE-Cotton, del Raggio Verde, ovvero cotone biologico equosolidale, 100% cotone Maikaal, proveniente dalla piantagioni Maikaal (India) che dal 1991 praticano coltivazioni biodinamiche ed ecologiche, di colore blu, tinto con sistemi che rispettano l’ambiente e la sicurezza sul lavoro. Stiamo inoltre trattando gli eco-jeans Lifegate in cotone 100% biologico e made in Italy, prodotti ad impatto zero con LifeGate energy.
(Andrea Fontana, Yoga shop, V.le Gabriele D’Annunzio 25, Milano – tel. 02-89077749; www.yogashop.it)

DALLE IMPRESE

CESSIONI/ACQUISIZIONI, RISTRUTTURAZIONI, ATTUALITA’ & FUTILITA’

La frase del mese: “Siamo seri: l’8 marzo non è una ricorrenza commerciale qualunque, è l’anniversario in cui morirono bruciate 129 donne, operaie rinchiuse dal padrone in una fabbrica. Ricordino a tutti quell’episodio piuttosto che scioperare per una pubblicità di moda” (commento di Dolce&Gabbana alla minaccia della Filtea Cgil di lanciare uno sciopero degli acquisti del marchio nel giorno della festa della donna)

Tormentone d’inizio mese la pubblicità di DOLCE&GABBANA, quella che mostra (o meglio mostrava) un uomo che tiene una donna immobilizzata a terra per i polsi mentre altri quattro uomini assistono impassibili alla scena. Censurata in Spagna, la campagna pubblicitaria ha suscitato indignazione anche nel nostro paese facendo intervenire il Comitato di controllo dell’Istituto dell’autodisciplina pubblicitaria (Iap), che ha imposto il divieto alla diffusione per violazione degli articoli 9 (violenza, volgarità, indecenza) e 10 (convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona) del codice di autodisciplina. I due stilisti, che avevano già minacciato di togliere la pubblicità al Sole 24 ore, colpevole di una recensione poco entusiasta del loro ristorante milanese, si sorprendono delle polemiche: per loro l’immagine censurata è una “forma d’arte”. Per ritorsione hanno ritirato tutte le loro pubblicità in Spagna.
(Fonte: vari quotidiani; www.iap.it)

Con le loro campagne pubblicitarie facilone e spregiudicate, le griffe entrano letteralmente come elefanti nella fragile cristalleria sociale, di cui pare ignorino tutto a parte i profitti che ne ricavano. Non ultimo ARMANI, che ricevuta la laurea honoris causa in design industriale dal Politecnico di Milano il 26 marzo, ha dichiarato: “Il design serve a vivere e con gli abiti noi comunichiamo, questo lavoro va fatto con estremo amore”. Ma mantiene sul suo sito, incurante delle preoccupazioni che ha sollevato, un’immagine pubblicitaria per la linea Armani junior quanto meno inopportuna, ora al vaglio del Garante italiano: due bimbe di non più di 6-7 anni, dai lineamenti asiatici, il viso truccato e la posa da adulte, che per il difensore dei minori di Madrid è “un messaggio al limite della legalità perché incita al turismo sessuale”. Qualunque cosa sia, almeno i bambini, lasciamoli in pace.
(Fonte: Il Manifesto, 11.3.2007; Il Sole 24 ore, 27.3.2007)

Marzo è stato un mese controverso per gli stilisti, messi in discussione per incoscienza e volgarità (il New York times ha definito qualche settimana fa i capi visti sfilare sulle passerelle milanesi: “una moda per zoccole”),  ma anche insigniti di alti riconoscimenti. Per esempio, Gianfranco FERRE’, che è stato nominato presidente dell’Accademia di belle arti di Brera, a Milano. Con la sua nomina, dice il sottosegretario per l’università e la ricerca Nando Dalla Chiesa: “si è voluto sottolineare l’importanza del rapporto tra arte e moda”.  Dopo aver letto tutto quello che precede, c’è di che riflettere.
(Fonte: Il Corriere della sera, 4.3.2007)

In fondo, da Valeria Marini a Lapo Elkann, diventare stilisti non è poi così difficile. Questo deve avere pensato la POLIZIA DI STATO che ha fatto sfilare il 28 marzo nel museo delle auto della polizia a Roma una sua linea di abbigliamento per i giovani, prodotta dalla Fin.Esse. Cappellino nero con scritto “Nocs”, maglia con lo slogan “Contra omnia aversa”, giubbotto coloniale con il logo “Polizia”, camice e borse con la pantera, il simbolo grafico delle volanti anni Cinquanta. “Abbiamo seguito l’esempio dell’aeronautica militare – racconta il direttore delle relazioni esterne – che da tre anni ha una linea che piace molto ai giovani. La moda è uno straordinario strumento di comunicazione. E proprio ai giovani vogliamo trasmettere i nostri valori”. Per tutti i reduci di Genova sarebbe sufficiente che sui caschi fosse impresso ben visibile un numero di riconoscimento. Ma questa è un’altra storia.
(Fonte: La Repubblica, 29.3.2007, Il Sole 24 ore 29.3.2007)

La top model Naomi Campbell è stata condannata da un giudice di New York a pulire i pavimenti di un magazzino della nettezza urbana municipale come punizione per aver spedito al pronto soccorso la sua cameriera dopo averla picchiata a colpi di cellulare. Notizia emblematica di un mondo, quello della moda, che da New York a Bangalore riserva agli ultimi solo botte da orbi. (Il Manifesto, 8.3.07)

VF CORPORATION rileva la Majestic athletics, con sede in Pennsylvania, produttore di divise sportive e abbigliamento per l’atletica, e fornitore di uniformi per le 30 maggiori squadre di baseball americane. JOLIDON, leader rumeno dell’intimo e della moda mare, specializzato nel commercio all’ingrosso, acquista INFIORE e affronta il mercato italiano attraverso una catena di vetrine monomarca. Passa invece a un accordo di joint-venture con il suo fornitore indiano STONEFLY (Lotto) che dalla fabbrica indiana ricava il 40% della sua produzione. Sempre in India MISS SIXTY si allea con la Indus clothing, terzista di Disney e Rifle, per distribuire nel paese due dei suoi marchi di abbigliamento high casual, Miss Sixty ed Energie, attraverso negozi in franchising. Accordo raggiunto da VERSACE con Agusta per realizzare prestigiosi allestimenti interni per elicotteri privati, un gradino nel percorso della griffe nel design di lusso iniziato con gli yacht, la Lamborghini e i jet privati di AG Avitio.
(Fonte: Fahsionmagazine, 28.2.2007, 1.3.2007; Affari & finanza, 12.2.2007; Il Sole 24 ore, 23.3.2007; Corriereconomia, 5.3.2007)

BENETTON: per darsi un’immagine globale Autostrade spa cambia nome in Atlantia e avvia azioni legali nei confronti del governo, dell’Anas e del Cipe per la mancata fusione con Abertis. Secondo il ministro delle infrastrutture Di Pietro, il cda che ha deciso i ricorsi avrebbe dovuto aggiungere un punto all’ordine del giorno: “realizzazione di 3,2 miliardi di investimenti programmati e non fatti”.
(Fonte: La Repubblica, 29.3.2007)           

Continua la mobilitazione dei lavoratori della LEGLER, storica azienda tessile bergamasca specializzata nella produzione di denim (tessuto per jeans), partecipata dalla finanziaria della Regione Sardegna Sfirs. Ad oggi i lavoratori di Ponte San Pietro, 480 in tutto, hanno ricevuto solo il 40% dello stipendio di gennaio. A fronte di 43 milioni di euro di debiti, il salvataggio della Legler vedrebbe la Sfirs convertire i suoi crediti in capitale e diventare così l’azionista di riferimento. C’è il timore che la Sfirs voglia trasferire le produzioni in Sardegna dove la Legler possiede tre stabilimenti con 750 dipendenti attualmente in cassa integrazione.
(Fonte: L’Eco di Bergamo vari numeri online)

Detentrice di record per un giorno, la diciottenne nuotatrice Federica Pellegrini è già top testimonial per ADIDAS che punta sulla sua immagine con un investimento complessivo di 250mila euro all’anno, di cui 100mila destinati all’atleta, che in Nazionale però veste costumi Arena. Adidas ha il 4,6% del mercato di costumi e beachwear e l’operazione su Pellegrini mira a far triplicare le vendite nel settore nei prossimi tre anni. Il contratto, valido fino al 2009, impegna la campionessa a fare presenza nei negozi monomarca e in svariati acquapark italiani con indosso costumi Adidas.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 28.3.2007)

Grande distribuzione. OVIESSE, oggi ribattezzata OVS industries, nei primi dieci mesi del 2006 ha sorpassato Benetton diventano il primo marchio di vendita italiano per quota di mercato nel settore dell’abbigliamento (2,91% conto 2,85%). Bernard Arnauld, l’uomo più ricco di Francia e proprietario del gruppo del lusso LVMH si è aggiudicato il 9,1% del pacchetto azionario della catena distribuzione CARREFOUR per un investimento pari a 2,9 miliardi di euro. LIDL, colosso tedesco dell’hard discount è al centro di una campagna di protesta organizzata in varie città europee dai sindacati del commercio per attività antisindacale e le sistematiche violazioni dei diritti dei lavoratori. Lidl ha aderito recentemente alla BSCI, organismo di promozione di codici di condotta nella grande distribuzione, ma non rispetta il  primo dei suoi obblighi, ovvero la libertà di associazione e il diritto di contrattazione collettiva per i suoi dipendenti.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 28.2.2007, Fashionmagazine, 7.3.2007, http:\\www.union-network.org)


NOTE DI STORIA E DI CULTURA

THE LOWELL FACTORY GIRL (L’operaia di Lowell)

“The Lowell factory girl circolava su foglio volante nelle fabbriche tessili del Massachusetts, intorno al 1840; essa è tuttora presente nella tradizione orale, e costituisce quindi la canzone di fabbrica più antica della cultura popolare americana che mantenga la propria vitalità. Come tutte le prime canzoni operaie, ha una grande attenzione ai dettagli tecnici, elencando con molta cura le macchine, i reparti, la struttura della fabbrica, che resta una straordinaria novità per le operaie anche quando queste la sentono come un fatto di oppressione”  (tratto da: Alessandro Portelli (a cura di), Woodie Guthrie, Joe Hill e altri: canzoni e poesie proletarie americane, Savelli, 1976. Fonte: Southern Exposure: America’s best music and more, vol. 2 (1974), n. 1)

Nel mese della festa della donna dedichiamo questa canzone – o meglio, il suo testo – a tutte le donne lavoratrici dell’industria tessile con l’augurio di riuscire a conquistare rispetto, giustizia e dignità.
Per motivi di spazio, riportiamo in traduzione una selezione delle strofe; il testo originale integrale lo trovate sul sito.

L’operaia di Lowell

Quando sono partita per Lowell
per cercarmi un lavoro in fabbrica
ho lasciato il mio paese natale
e tutti i miei amici laggiù.

Ma adesso sono a Lowell
e mi chiama la campana
e la fabbrica mi piace meno
della mia valle natale.

Sentite operaie che siete stanche
voglio farvi sapere
che me ne vado dalla fabbrica
e torno al mio paese.

Non dovrò più montare su i rocchetti
non dovrò più tirarli giù
non dovrò più ripulirli dopo il lavoro
perché me ne vado da questa città.

Non dovrò più prendere il mio pezzo di sapone
e non dovrò più andare ai lavabi
e il caporeparto non mi dirà più
“i tuoi cilindri hanno smesso di scaricare”.

Non dovrò più oliare i lancianavette
né spazzolare il telaio
non dovrò più spazzare il pavimento sporco
nella sala della tessitura.

Non farò più passare i fili
per l’occhiello della briglia
non dirò più al caporeparto
“Oddio, sto per morire”.

E da quando mi hanno tagliato il salario
a nove scellini la settimana
se non posso avere una paga più alta
mi cercherò un altro posto.

E’ incredibile come gli uomini
riescono a fare macchine simili
mille rotelle che girano tutte insieme
e nessuna va mai fuori posto.

E presto mi vedrete sposata
a qualche bel ragazzo
e allora vi dirò a tutte voi ragazze di fabbrica
venite a trovarmi qualche volta

(traduzione di Alessandro Portelli)

TESTO INGLESE

The Lowell factory girl

When I set out for Lowell,
Some factory for to find,
I left my native country,
And all my friends behind.

But now I am in Lowell,
And summon’d by the bell,
I think less of the factory
Than of my native dell.

The factory bell begins to ring,
And we must all obey,
And to our old employment go
Or else be turned away.

Come all ye weary factory girls,
I’ll have you understand,
I’m going to leave the factory
And return to my native land.

No more I’ll lay my bonnet on
And hasten to the mill
While all the girls are working hard,
Here I’ll be lying still.

No more I’ll lay my bobbins up,
No more I’ll take them down;
No more I’ll clean my dirty work,
For I’m going out of town.

No more I’ll take my piece of soap,
No more I’ll go to wash,
No more my overseer shall say,
“Your frames are stopped to doff”.

Come all you little doffers
That work in the Spinning room;
Go wash your face and comb your hair,
Prepare to leave the room.

No more I’ll oil my picker rods,
No more I’ll brush my loom,
No more I’ll scour my dirty floor
All in the Weaving room.

No more I’ll draw these threads
All through the harness eye;
No more I’ll say to the overseer,
Oh! dear me, I shall die.

No more I’ll get my overseer
To come and fix my loom,
No more I’ll say to the overseer,
Can’t I stay out ‘till noon?

Then since they’ve cut my wages down
To nine shillings per week,
If I cannot better wages make,
Some other place I’ll seek.

No more he’ll find me reading,
No more he’ll see me sew,
No more he’ll come to me and say
“Such works I can’t allow”

I do not like my overseer,
I do not mean to stay,
I mean to hire a Depot-boy
To carry me away.

The Dress-room girls, they needn’t think
Because they higher go,
That they are better than the girls
That work in the rooms below.

The overseers they need not think,
Because they higher stand
That they are better than the girls
That work at their command.

‘Tis wonder how the men
Can such machinery make,
A thousand wheels together roll
Without the least mistake.

Now soon you’ll see me married
To a handsome little man.
‘Tis then I’ll say to you factory girls,
Come and see me when you can.


(a cura di Ersilia Monti, Deborah Lucchetti, Claudio Brocanelli; con il contributo di Andrea Fontana, Yoga shop)

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Last modified 2007-04-03 03:32 PM
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