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Gennaio 2006

NUMERO 3


IN USCITA L’ATTESA “GUIDA AL VESTIRE CRITICO” DEL CENTRO NUOVO MODELLO DI SVILUPPO
Si intitola Guida al Vestire Critico e si pone tre obiettivi: fare conoscere le problematiche sociali e ambientali esistenti dietro i capi di vestiario, fornire consigli per un vestire responsabile e dare informazioni sulle imprese più in vista del settore abbigliamento e calzature. Di conseguenza, la Guida è strutturata in quattro parti. La prima, intitolata “La matassa produttiva”, descrive il percorso produttivo di vestiti e calzature con particolare attenzione alla fase manifatturiera. Gli elementi che emergono sono la separazione crescente fra chi possiede i marchi e chi produce, il ricorso massiccio all’appalto e il trasferimento produttivo nei paesi a bassi salari. La seconda parte, intitolata “Sporco ostinato”, si concentra sui problemi sociali e ambientali con particolare riferimento allo sfruttamento del lavoro. La terza parte, intitolata “Consigli per un vestire responsabile” indica delle piste di comportamento per vestirsi rispettando l’ambiente e i diritti dei lavoratori. I temi affrontati sono la sobrietà, l’usato, il biologico, i codici di condotta, il commercio equo e solidale, il consumo critico inteso come selezione delle imprese in base ai loro comportamenti. La quarta parte, intitolata “Identikit delle imprese più in vista”, fornisce schede su 93 imprese d’abbigliamento e calzature. Le schede contengono notizie sulla struttura produttivo-finanziaria e sui comportamenti che sono stati individuati. Appositi simboli richiamano l’attenzione sugli aspetti più rilevanti. Il libro si conclude con un’appendice contenente brevi pezzi di approfondimento, compreso un vocabolarietto dei termini specialistici più usati nel settore. La ricerca, che è durata un anno, è stata condotta dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo in collaborazione con vari amici a distanza. E’ pubblicato dalla EMI e sarà in vendita da febbraio presso le Botteghe del mondo e Feltrinelli.

LA CONDIZIONE FEMMINILE NELL’INDUSTRIA DELL’ABBIGLIAMENTO IN TURCHIA E NEI PAESI DELL’EST EUROPEO
“Women’s voices: the situation of women in the Eastern European and Turkish garment industries” (http://www.cleanclothes.org/ftp/05-workers_voices.pdf) è la terza pubblicazione della Clean Clothes Campaign sulle condizioni di lavoro nell’Europa dell’est e la prima sulla Turchia. L’indagine, condotta fra il 2003 e il 2005 sulla base di 256 interviste a lavoratrici in 55 fabbriche o in laboratori a domicilio in Bulgaria, Macedonia, Moldavia, Polonia, Romania, Serbia, Turchia, mostra come le condizioni di lavoro siano rimaste sostanzialmente immutate rispetto al primo studio realizzato dalla Clean Clothes Campaign otto anni fa: 15 ore di lavoro al giorno per 6 o 7 giorni alla settimana, salari insufficienti o al di sotto dei minimi di legge, precarietà, assenza di tutele sanitarie e antinfortunistiche, molestie sessuali e maltrattamenti, discriminazioni e attività antisindacali sono una costante nell’industria di confezioni per l’esportazione. La Turchia è il paese dove sono stati riscontrati i peggiori abusi, fra cui l’impiego sistematico di lavoro minorile. Fra i primi dieci paesi fornitori della UE, la Turchia occupa il secondo posto dopo la Cina, con una quota dell’11%, Polonia e Romania sono in sesta posizione con il 4%. Il comparto del tessile-abbigliamento rappresenta il 15,5% del settore manifatturiero in Turchia, l’11% nelle repubbliche baltiche, poco meno del 10% in Romania e Slovenia. Predominante la componente femminile, fra il 90 e il 95% della manodopera totale. Il meccanismo commerciale e tariffario introdotto dall’Unione europea, che consente alle imprese di esportare semilavorati o materie prime al di fuori del territorio della Comunità per reimportare i prodotti finiti senza pagare i dazi all’importazione (Traffico di perfezionamento passivo o TPP), ha incentivato le delocalizzazioni nell’est europeo, dando origine a un numero sterminato di piccole imprese specializzate nella cucitura in conto terzi, ma determinando una crisi irreversibile per le industrie tessili e per gli stabilimenti a produzione integrata, molto diffusi nei paesi ex-comunisti, che sfornavano capi finiti partendo dal filato. Oggi, con l’ingresso progressivo nella UE dei paesi dell’est, si pone il problema di una revisione dei meccanismi di scambio commerciale ed è probabile che in futuro a restare sul mercato saranno solo poche, grandi imprese di subfornitura. Fra le imprese committenti che si spartiscono quest’area geografica sono segnalate le italiane Armani, Benetton, Diadora, Hugo Boss (Valentino), Miroglio, Trussardi e una serie di altri marchi di minor fama. La marcia delle griffes verso paesi con minori diritti e costo del lavoro più basso prosegue intanto in direzione della Lituania, dell’Ucraina, della Russia. 
Leggi documento integrale con schede paese nella sezione documenti.

LIBERATO MARTIN BARRIOS, DIFENSORE DEI DIRITTI DEI LAVORATORI E DEGLI INDIGENI MESSICANI
Ingiustamente accusato di aver tentato di ricattare il proprietario di una fabbrica di abbigliamento che teneva sotto osservazione, Martin Amaru Barrios Hernandez, presidente della Commissione per i diritti umani e del lavoro della regione di Tehuacan, in Messico, è stato arrestato il 29 dicembre 2005 dalla polizia dello stato del Puebla e trasferito in una prigione della capitale. L’episodio è avvenuto a due anni esatti dal suo sequestro e dall’aggressione subita ad opera di alcuni sconosciuti. Il 12 gennaio, in seguito a una intensa campagna di pressione internazionale, Martin Barrios è ritornato in libertà, senza però che le autorità messicane si siano pronunciate chiaramente sul suo caso. All’epoca dell’arresto Barrios stava assistendo 163 dipendenti ingiustamente licenziati dalla maquila Confecciones de Calidad di proprietà di Lucio Gil Zarate, che poi l’ha denunciato. In quegli stessi giorni la giornalista indipendente Lydia Cacho veniva a sua volta arrestata a Cancun con l’accusa di diffamazione nei confronti del re messicano del denim (tessuto per i jeans), Kamil Nacif, di cui aveva documentato il coinvolgimento in un giro di prostituzione infantile. Barrios è coautore del dossier “Tehuacan: blue jeans, blue waters and worker right”,  pubblicato dalla Commissione e da Maquila solidarity network, che documenta la violazione dei diritti del lavoro e dell’ambiente nell’industria dell’abbigliamento per l’esportazione di Tehaucan. La Clean Clothes Campaign ringrazia tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita della campagna di pressione pubblica.

ETICHETTATURA: APPROVATO DAL SENATO IL DISEGNO DI LEGGE SULLA RICONOSCIBILITA’ DEI PRODOTTI ITALIANI
E’ stato approvato il 18 gennaio dalla Commissione industria del Senato il disegno di legge sulla riconoscibilità e la tutela dei prodotti italiani. La normativa che istituisce il marchio “Cento per cento Italia” prevede una sorta di carta d’identità per il made in Italy, al fine di distinguere le produzioni italiane da quelle importate anche da aziende italiane. La proposta di legge, che impone norme più severe sull’etichettatura, passerà la prossima settimana alla  Camera.
(estratto da: Fashionmagazine newsletter, 19.1.2006)

BULGARIA, MORTE DUE OPERAIE IN DITTA ITALIANA
Due operaie bulgare sono decedute alla Euroshoes, fabbrica italiana di calzature a 30 chilometri da Sofia. “Condizioni di lavoro sfibranti” sarebbe il motivo della duplice morte secondo i media e le televisioni locali. Claudio Marocchi, titolare dell’azienda, smentisce le illazioni e si dice “incredulo”. Contattato dall’agenzia Apcom appena sbarcato a Sofia, il proprietario di Euroshoes si affida alle autorità bulgare. Le due operaie erano sorelle. La prima, Raina, 48 anni, è morta il 4 gennaio in ospedale stroncata da un ictus. La seconda, Pavlina, 38 anni, è stata colta da infarto in ditta lunedì scorso, durante l’intervallo. La Euroshoes, con sede a Dupnitsa, impiega 1.600 persone e produce scarpe che reimposta in Italia; è attiva da 14 anni. Secondo l’agenzia “Sofia News”, gli ispettori hanno riscontrato “decine di violazioni delle norme del lavoro”, con condizioni “estenuanti”. Agli operai della fabbrica italiana non sarebbero state concesse pause e di regola neppure riposi settimanali.
(estratto da: Il Manifesto, 19.1.2006)

SCARPE NEW BALANCE, ABUSI E SFRUTTAMENTO PRESSO FORNITORE CINESE

Due organizzazioni statunitensi, National labor committee e China labor watch, hanno diffuso un dossier, in cui documentano le condizioni di sfruttamento di cui sono vittime i lavoratori di una fabbrica cinese, la Hongyuan Shoe, situata nella provincia del Guangdong, che rifornisce la marca americana di scarpe da ginnastica New Balance. Le scarpe sono vendute a 85 dollari ma i lavoratori che le producono sono pagati 41 cents l’ora, costretti a lavorare per una media di 15 ore al giorno, 6-7 giorni la settimana, senza alcun giorno di riposo. Gli straordinari non vengono retribuiti  e per ogni minuto di ritardo la multa è pari a un’ora e mezza di paga. Chi diffonde voci, incita allo sciopero o introduce estranei all’interno della fabbrica, viene licenziato e denunciato per attività criminali. Gli operai sono ammassati in dormitori fatiscenti, con letti a tre livelli. Le donne devono farsi la doccia di fronte agli uomini. Il cibo fornito è immangiabile e il riso è contaminato da feci di topo, mentre l’acqua da bere è a pagamento. L’aria della fabbrica è impregnata dai vapori della plastica e in alcuni reparti il rumore è tale che i lavoratori devono urlare e comunicare a gesti. I nuovi assunti sono costretti a firmare un contratto senza valore, che serve solo per essere esibito ad eventuali ispettori di New Balance e Wal-Mart. La Hongyuan Shoe rifornisce anche Wal-Mart e produce scarpe per ragazzi delle tartarughe Ninja. In un proprio documento dello scorso giugno, New Balance dichiara di avere a cuore le condizioni di lavoro presso i suoi fornitori e di averne affidato il monitoraggio all’organismo di auditing Verité, il quale stenderebbe regolari rapporti.
(estratto da: RSI News, 18.1.2006; il dossier è scaricabile dal sito: www.rsinews.it)

VIETNAM, UN SINDACATO IN PROVA
Ci sono voluti mesi di scontri e di scioperi nelle imprese straniere affinché il governo vietnamita si decidesse a imporre minimi salariali più alti. Dal primo febbraio le molte aziende sudcoreane, thailandesi, e soprattutto taiwanesi, che producono per grandi marchi occidentali come Nike Adidas e Disney, dovranno mettersi in regola e pagare il 40% in più ai propri dipendenti, portando gli stipendi da 45 a 55 dollari al mese, a seconda delle diverse zone del paese e perciò del costo della vita. L’ondata di scioperi spontanei, innescata dall’aumento dell’inflazione conseguente alla perdita di valore della moneta nazionale rispetto al dollaro, ha bloccato in soli due mesi l’attività di 60 fabbriche straniere, di cui 24 taiwanesi, e ha raggiunto l’apice poche settimane fa, quando più di 18 mila operai dell’impresa tessile e calzaturiera Freetrend, taiwanese, hanno incrociato le braccia e sono scesi in strada. “Il problema non riguarda solo gli stipendi – spiegano gli operai della Freetrend all’agenzia di stampa Ips –, ma anche le condizioni di sicurezza all’interno delle fabbriche, gli orari prolungati e i maltrattamenti continui che dobbiamo subire dalle guardie private dell’azienda”. La legge del lavoro, in attesa di riforma, offre comunque alcune garanzie ai dipendenti che altri governi, formalmente democratici, ancora non prevedono. Ad esempio, impone la costituzione di comitati aziendali e di rappresentanti dei lavoratori in ogni singola impresa entro sei mesi dalla sua costituzione. Inoltre, tollera le azioni di sciopero e le manifestazioni, anche se spontanee e non autorizzate, limitatamente al settore privato. La confederazione nazionale del lavoro, Cvl, controllata dal partito comunista, rappresenta oggi solo il 10% degli occupati, ma sta cercando di riconquistare fiducia e credibilità. “Se la riforma del lavoro che abbiamo chiesto passerà – dice la presidentessa Cu Thi Hau – presto anche noi saremo in grado di organizzare scioperi senza paura di perdere il posto, così come potremo gestire con più autonomia le risorse necessarie alla sindacalizzazione”.
(estratto da: Il Manifesto, 22.1.2006)



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