Febbraio 2007
NUMERO 2
INTERVISTA AD ANTONIO FRANCESCHINI (*), SEGRETARIO NAZIONALE DELL’UNIONE CNA FEDERMODA (**)
Nei nostri incontri pubblici siamo soliti invitare i cittadini/consumatori a leggere con attenzione le informazioni contenute nelle etichette che accompagnano i prodotti tessili, poiché in un mercato poco trasparente e dominato dalla pubblicità, l’etichetta costituisce la vera carta di identità non solo del prodotto, ma del marchio a cui il prodotto è legato. Abbiamo rivolto alcune domande a questo proposito ad Antonio Franceschini, segretario nazionale dell’Unione CNA Federmoda che rappresenta circa 25 mila imprese artigiane e piccole-medie imprese del comparto moda italiano, produttrici in conto proprio e in conto terzi.
>> leggi l'intervista
(*) Antonio Franceschini è stato recentemente nominato Segretario Nazionale dell’Unione CNA FEDERMODA. Entrato in CNA nel 1989, ha iniziato ad occuparsi del settore moda nel 1990 assumendo la responsabilità del settore per il territorio della provincia di Bologna divenendo poi nel 1998 Segretario Regionale per l’Emilia Romagna. Dal febbraio 1997 a febbraio 2006 ha anche operato come staff alla Presidenza Provinciale della CNA di Bologna quale Responsabile delle politiche per l’internazionalizzazione e come Responsabile del Comparto Moda Immagine e Comunicazione. E’ stato tra i fondatori nel 1988 della Cooperativa Società Dolce divenuta poi Cooperativa Sociale Società Dolce, esperienza che ha continuato a condurre essendo ancora oggi Vice Presidente della stessa.
(**) L’Unione CNA FEDERMODA raggruppa i settori tessile, abbigliamento, calzature, pellicceria, sartoria, occhialeria e attività connesse tutelando e rappresentando circa 25.000 imprese artigiane e PMI del comparto moda italiano sia produttrici in conto proprio che subfornitrici/produttrici conto terzi. E’ presente sul territorio in tutte le regioni, province e comuni d’Italia presso le oltre 1000 sedi CNA.
L’unione opera a sostegno delle imprese con iniziative e consulenze nel campo della FORMAZIONE, del marketing e della PROMOZIONE commerciale delle aziende produttrici in conto proprio e in SUBFORNITURA, dell’innovazione tecnologica, dell’aggiornamento tecnico e manageriale; promuove l’ASSOCIAZIONISMO tra le imprese. CNA FEDERMODA è firmataria dei CONTRATTI DI LAVORO dei settori tessile abbigliamento calzaturiero per le imprese artigiane e dei contratti del tessile abbigliamento, calzaturiero e pelle cuoio per le PMI.
CASI URGENTI
CASO ARMANI: BOCCHE CUCITE ALLA FIBRES AND FABRICS DI BANGALORE
Come sapete, questo mese abbiamo lanciato il caso Armani (è la prima volta che la Clean clothes campaign si occupa di questo marchio) in riferimento a violazioni dei diritti umani e sindacali in una fabbrica terzista di Bangalore, in India, dove si producono jeans. Vi preghiamo di andare sul nostro sito e di inviare il maggior numero possibile di mail ad Armani e Ra-Re; (http://www.cleanclothes.org/urgent/07-01-10.htm#3; inserire nell’oggetto: workers’ rights violations at FFI). Ra-Re non ha mai risposto alle lettere della Clean Clothes Campaign mentre pubblichiamo la prima risposta di Armani ricevuta dalla campagna il 1 Marzo 2007.
Procuratevi il numero in edicola questa settimana della rivista Carta che ha dedicato uno speciale al caso nello scorso numero e questa settimana pubblica la risposta ricevuta da Armani e un articolo della campagna. Ecco un estratto dell’articolo pubblicato il 24 Febbraio rielaborato sulla base delle informazioni che trovate nella home page di Abiti Puliti: “[…] L’elenco delle violazioni accertate dal comitato di inchiesta è piuttosto impressionante: Gli abusi fisici sono la regola se i lavoratori non tengono il passo con i ritmi produttivi, che vengono costantemente aumentati. “Sono i supervisori e il direttore del reparto a picchiarci a bastonate, a schiaffi, a calci, in qualsiasi parte del corpo”, hanno spiegato alcuni lavoratori. Ma gli operai subiscono pestaggi anche fuori dalla fabbrica: quelli più “indisciplinati” sono messi nel turno di notte e, una volta usciti, vengono assaliti sulla strada di casa. Alcuni mesi fa, un lavoratore del reparto lavaggio è stato chiamato fuori dalla fabbrica verso mezzanotte. Il giorno dopo, il suo corpo senza vita è stato trovato lungo i binari della ferrovia. In fabbrica si vive un’atmosfera militaresca: durante le ore di lavoro è vietato parlare. I bagni sono chiusi a chiave. Ogni volta che i lavoratori protestano scattano i licenziamenti arbitrari. Dal punto di vista formale, denunciano i lavoratori, “c’è un incaricato alla raccolta delle segnalazioni degli operai, ma nessuno l’ha mai visto” […]”.
Aggiungiamo, come aggiornamento, che il 19 febbraio la corte del tribunale civile di Bangalore ha confermato il provvedimento restrittivo della libertà di espressione che dal luglio 2006 impedisce al sindacato e a quattro organizzazioni della società civile indiane di diffondere informazioni sul caso. Le organizzazioni colpite ricorreranno in appello presso l’alta corte del Karnataka, ma intanto i canali di comunicazione con l’India si sono di fatto interrotti.
CASO CHEA VICHEA: GIUSTIZIA NON E’ FATTA PER IL LEADER SINDACALE CAMBOGIANO UCCISO NEL 2004
Ci siamo occupati di questo caso nel 2004, ma la morte di Chea Vichea attende ancora giustizia (http://www.abitipuliti.org:8080/abitipuliti/archivio/cambogia). Presidente del Sindacato libero dei lavoratori del regno di Cambogia (FTUWKC), Chea Vichea è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco il 22. gennaio 2004, all’età di 36 anni, mentre leggeva il giornale davanti a un chiosco di Phonm Penh. Vichea era stato fra i fondatori del partito di opposizione di Sam Rainsy, che aveva lasciato per dedicarsi completamente all’impegno sindacale in difesa dei lavoratori dell’industria dell’abbigliamento. Negli ultimi tempi aveva ricevuto numerose minacce di morte ed era riuscito in un’occasione a identificarne gli autori, malgrado questo non gli è stata concessa alcuna protezione. Nel terzo anniversario della sua morte il FTUWKC ha rinnovato l’appello al rilascio di due persone condannate ingiustamente per l’assassinio di Vichea (l’edicolante non li ha riconosciuti e ha dovuto abbandonare il paese in seguito a minacce; le conclusioni dell’indagine sono state giudicate prive di credibilità dal rappresentante per i diritti umani dell’ONU in Cambogia) e sollecita il governo a compiere un’indagine seria e imparziale che faccia luce sui veri autori e mandanti dell’omicidio. La Clean clothes campaign si unisce all’appello, che ha il sostegno della Confederazione sindacale internazionale (CSI o ITUC) e di Amnesty international. Inviate una lettera al governo cambogiano e all’ambasciata della Cambogia in Italia per domandare giustizia e il rispetto dei diritti sindacali in Cambogia (http://www.cleanclothes.org/urgent/07-02-08.htm; inserire nell’oggetto: New investigation into the murder of Chea Vichea).
DALLE ISTITUZIONI
CINA, CONTRO LE CONTRAFFAZIONI PUNITI ANCHE I PROPRIETARI DI IMMOBILI COMMERCIALI
Recenti pronunce giurisprudenziali hanno introdotto in Cina la responsabilità penale del proprietario che affitta immobili in cui si vendono prodotti falsi. L’Alta corte di Pechino ha infatti confermato la sentenza di primo grado di condanna per il Silk alley market, un supermarket in cui si vendevano prodotti contraffatti, che dovrà pagare una multa di 24.700 dollari a cinque grandi case della moda che si sono rivolte alla legge: Prada, Louis Vuitton, Burberry, Gucci e Chanel. Viene da chiedersi a quando altrettanta determinazione da parte dei marchi contro il noto fenomeno della contraffazione delle buste paga.
(Fonte: Il Sole 24 ore 7.2.2007)
CINA, DIECI MULTINAZIONALI SI DISSOCIANO DAGLI ATTACCHI CONTRO LA NUOVA LEGGE SUL LAVORO
Rispondendo alla richiesta di chiarimenti fatta dall’organizzazione britannica Business and human rights resource centre, dieci multinazionali occidentali si sono dissociate, con diplomazia, dagli attacchi delle Camere di commercio statunitense ed europea in Cina, contro il progetto di legge del governo di Pechino, che prevede il diritto a un contratto di lavoro, periodi di prova limitati, riduzione del lavoro temporaneo, indennizzi per licenziamenti, forme di consultazione dei lavoratori, pur non consentendo la formazione di sindacati indipendenti e non riconoscendo il diritto di sciopero. Le dieci multinazionali che hanno espresso una posizione dissonante, pur esplicitando, in alcuni casi, di non condividere in toto la proposta di legge sono: Ericsson, General electric, Intel, NIKE (teme la stabilizzazione dei rapporti di lavoro e non si discosta dal salario minimo), Nokia, Procter&Gamble, PSA Peugeot Citroën, Shell e TESCO. Sette multinazionali hanno rifiutato di rispondere: AT&T, CARREFOUR, DuPont, Maersk, Total, UPS e WAL-MART. Microsfot e WALT DISNEY hanno dichiarato che, al momento, non hanno commenti da fare, mentre ABB si è presa tempo per rispondere.
(Fonte: RSI news, 6.2.2007; http\\www.business-humanrights.org/Documents/Chinalabourlawreform )
CAMBOGIA, GOVERNO E INDUSTRIALI ACCUSANO L’OIL DI FALSI RAPPORTI SULLE CONDIZIONI DI LAVORO NELLE FABBRICHE DI ABBIGLIAMENTO
Il primo ministro cambogiano, Hun Sen, ha accusato di tentata estorsione, senza farne i nomi, alcuni ispettori dell’Organizzazione internazionale del lavoro, che avrebbero tentato di corrompere i proprietari di fabbriche tessili in cambio di un rapporto positivo sulle condizioni di lavoro nei loro stabilimenti. Secondo il primo ministro cambogiano, gli ispettori dell’OIL stanno fornendo un’immagine distorta dell’industria dell’abbigliamento nel suo paese, attraverso rapporti non veritieri. L’OIL ha chiesto chiarimenti al governo di Phnom Penh, con cui, dal 2001, ha avviato un programma per il miglioramento delle condizioni di lavoro nel settore, chiamato “Better factories”, in collaborazione anche con le associazioni imprenditoriali (che stanno ora preparando ora una lista di lamentele nei confronti dell’OIL), i sindacati e i committenti stranieri. Secondo Chea Mony, presidente del Sindacato libero dei lavoratori del regno di Cambogia (FTUWKC), fratello del leader sindacale Chea Vichea, assassinato nel 2004, “se l’OIL venisse allontanata dal paese, le condizioni di lavoro diventerebbero terribili, sono già pessime adesso con la sua presenza. Se il governo non desidera informazioni spiacevoli sulla Cambogia, dovrebbe far rispettare la legge sul lavoro”. La Cambogia è uno dei paesi più a rischio per i sindacalisti, lo stesso Chea Mony ha dovuto rifugiarsi all’estero in passato per sfuggire all’arresto.
(Fonte: RSI news, 6.2.2007; Clean clothes campaign)
Recenti pronunce giurisprudenziali hanno introdotto in Cina la responsabilità penale del proprietario che affitta immobili in cui si vendono prodotti falsi. L’Alta corte di Pechino ha infatti confermato la sentenza di primo grado di condanna per il Silk alley market, un supermarket in cui si vendevano prodotti contraffatti, che dovrà pagare una multa di 24.700 dollari a cinque grandi case della moda che si sono rivolte alla legge: Prada, Louis Vuitton, Burberry, Gucci e Chanel. Viene da chiedersi a quando altrettanta determinazione da parte dei marchi contro il noto fenomeno della contraffazione delle buste paga.
(Fonte: Il Sole 24 ore 7.2.2007)
CINA, DIECI MULTINAZIONALI SI DISSOCIANO DAGLI ATTACCHI CONTRO LA NUOVA LEGGE SUL LAVORO
Rispondendo alla richiesta di chiarimenti fatta dall’organizzazione britannica Business and human rights resource centre, dieci multinazionali occidentali si sono dissociate, con diplomazia, dagli attacchi delle Camere di commercio statunitense ed europea in Cina, contro il progetto di legge del governo di Pechino, che prevede il diritto a un contratto di lavoro, periodi di prova limitati, riduzione del lavoro temporaneo, indennizzi per licenziamenti, forme di consultazione dei lavoratori, pur non consentendo la formazione di sindacati indipendenti e non riconoscendo il diritto di sciopero. Le dieci multinazionali che hanno espresso una posizione dissonante, pur esplicitando, in alcuni casi, di non condividere in toto la proposta di legge sono: Ericsson, General electric, Intel, NIKE (teme la stabilizzazione dei rapporti di lavoro e non si discosta dal salario minimo), Nokia, Procter&Gamble, PSA Peugeot Citroën, Shell e TESCO. Sette multinazionali hanno rifiutato di rispondere: AT&T, CARREFOUR, DuPont, Maersk, Total, UPS e WAL-MART. Microsfot e WALT DISNEY hanno dichiarato che, al momento, non hanno commenti da fare, mentre ABB si è presa tempo per rispondere.
(Fonte: RSI news, 6.2.2007; http\\www.business-humanrights.org/Documents/Chinalabourlawreform )
CAMBOGIA, GOVERNO E INDUSTRIALI ACCUSANO L’OIL DI FALSI RAPPORTI SULLE CONDIZIONI DI LAVORO NELLE FABBRICHE DI ABBIGLIAMENTO
Il primo ministro cambogiano, Hun Sen, ha accusato di tentata estorsione, senza farne i nomi, alcuni ispettori dell’Organizzazione internazionale del lavoro, che avrebbero tentato di corrompere i proprietari di fabbriche tessili in cambio di un rapporto positivo sulle condizioni di lavoro nei loro stabilimenti. Secondo il primo ministro cambogiano, gli ispettori dell’OIL stanno fornendo un’immagine distorta dell’industria dell’abbigliamento nel suo paese, attraverso rapporti non veritieri. L’OIL ha chiesto chiarimenti al governo di Phnom Penh, con cui, dal 2001, ha avviato un programma per il miglioramento delle condizioni di lavoro nel settore, chiamato “Better factories”, in collaborazione anche con le associazioni imprenditoriali (che stanno ora preparando ora una lista di lamentele nei confronti dell’OIL), i sindacati e i committenti stranieri. Secondo Chea Mony, presidente del Sindacato libero dei lavoratori del regno di Cambogia (FTUWKC), fratello del leader sindacale Chea Vichea, assassinato nel 2004, “se l’OIL venisse allontanata dal paese, le condizioni di lavoro diventerebbero terribili, sono già pessime adesso con la sua presenza. Se il governo non desidera informazioni spiacevoli sulla Cambogia, dovrebbe far rispettare la legge sul lavoro”. La Cambogia è uno dei paesi più a rischio per i sindacalisti, lo stesso Chea Mony ha dovuto rifugiarsi all’estero in passato per sfuggire all’arresto.
(Fonte: RSI news, 6.2.2007; Clean clothes campaign)
ALTRE NOTIZIE
OPERAIE CINESI “IMPORTATE” IN ROMANIA PER CUCIRE BENETTON E PRADA
Dopo le navi officina e le aste al ribasso nel napoletano, questa è l’ultima delle notizie shock. La Wear company è un’azienda di confezione d’abbigliamento partecipata da capitali italiani con sede a Bacau, città a nord-est di Bucarest, che produce per conto di Benetton e Prada. A corto di manodopera specializzata, nel 2006 ha cominciato ad attingere personale dalla Cina, attraverso canali sui quali le autorità rumene stanno indagando. Oggi le operaie cinesi che lavorano per la Wear company sono circa 400, le prime ad essere impiegate legalmente in Romania, ma non sono affatto contente del trattamento che hanno trovato, e sono scese in sciopero. Guadagnano 350 dollari al mese, ma ne chiedono il doppio per poter vivere e mandare soldi a casa. Hanno pagato 5 mila dollari ciascuna a un intermediario cinese per assicurarsi il posto e ogni mese devono restituire una parte del debito, e gli interessi alle agenzie di collocamento in patria. Vivono in isolamento assoluto, anche a causa della lingua, – ha raccontato ai giornalisti un’operaia - e da un anno combattono con i morsi della fame per via della scarsità e della cattiva qualità del cibo. Il direttore della Wear company, Sorin Nicolescu, sostiene che le retribuzioni sono in linea con la media rumena e raddoppiarle sarebbe impensabile, pena il fallimento. Si ripromette nuove assunzioni, ma questa volta da un’altra regione cinese. Intanto alcune operaie hanno deciso di tornare in Cina; in un centinaio, invece, si sono rimesse al lavoro per paura di ritorsioni. La maggior parte, però, è ancora in sciopero. La Romania è un paese sempre meno attraente per gli investitori del tessile (vedi Cotonella nella rubrica “Dal mondo delle imprese”, Newsletter n. 1/07). Il costo del lavoro è aumentato, la manodopera scarseggia attratta da migliori condizioni di lavoro nell’Europa dell’ovest, la saturazione del settore comincia a farsi sentire. Ma nessuno avrebbe immaginato soluzioni tanto “creative”. La Clean clothes campaign sta seguendo il caso.
(Fonte: BBC news, 25.1.2007; Clean clothes campaign)
BENETTON IN PATAGONIA: I MAPUCHE RIOCCUPANO IL PODERE SANTA ROSA
Il 14 febbraio membri del popolo mapuche sono tornati a occupare l’appezzamento di terreno noto come “Santa Rosa”. Dal 2002, quando la famiglia Curiñanco-Nahuelquir è stata sgomberata a seguito di una denuncia di Benetton, la tenuta si è trasformata nel simbolo della lotta per il recupero del territorio e dell’identità di questo popolo originario. Decine di abitanti della zona sono arrivati prima dell’alba per realizzare un rito tradizionale mapuche durante il quale viene chiesto alle forze della natura di interagire con loro. Poi è stato letto un atto nel quale i presenti si costituivano come Comunità e un comunicato nel quale si dice, tra le altre cose, che “Santa Rosa ha assistito a decenni di spoliazioni, di violenza e di morte. Gli antichi (Futakecheyem) uomini e donne che calpestarono liberamente questa terra oggi giacciono in teche di musei, trofei di una cultura che distrugge il diverso: le idee differenti, le filosofie, le spiritualità, le ideologie, i popoli diversi. Tuttavia, i passi di questi antenati sono orme ispiratrici. Siamo conseguenza di queste orme. Continuiamo ad essere Mapuche e abbiamo la responsabilità e la necessità di rivelare la realtà storica. Per questo a partire da oggi, 14 febbraio, siamo ritornati a Santa Rosa a essere quello che siamo: Mapuche, gente della terra”.
(Fonte: www.yabasta.it/archivio/mapuche/mapu14feb07.htm; santarosarecuperada@yahoo.com.ar)
“TESSERE IL FUTURO”, LA CAMPAGNA DI CTM-ALTROMERCATO PER UNA FILIERA EQUA E SOLIDALE DAL SEME DI COTONE AL CAPO FINITO
La campagna Altromercato “Tessere il futuro” nasce per offrire informazione sugli squilibri dovuti all’assenza di regole e di principi di equità nel mercato internazionale del cotone e dei tessili: dalle piantagioni alle fabbriche, alla distribuzione. Ma vuole anche raccontare un nuova storia. Infatti, solo partendo da regole condivise, che tengano conto di principi come l’equità e la solidarietà, è possibile garantire un’economia in cui siano tutelati l’ambiente e i diritti di chi coltiva, produce, acquista. In Argentina sta nascendo la prima filiera tessile equa e solidale: dal seme fino al capo confezionato, totalmente trasparente e rintracciabile. Leggi il contributo di CTM Atromercato sulle fasi del progetto. CTM continuerà ad aggiornarci sull’evoluzione della campagna.
(Elisa Damoli, CTM Altromercato; www.tessereilfuturo.org/ www.altromercato.it)
DALLE IMPRESE
CESSIONI/ACQUISIZIONI, RISTRUTTURAZIONI, ATTUALITA’ & FUTILITA’
Classifica del mese. 160 miliardi di euro, una cifra pari al prodotto interno lordo della Grecia, con una crescita del 10% rispetto all’anno precedente: è il mercato mondiale del lusso nel 2006, secondo uno studio commissionato da Altagamma, l’associazione delle 53 aziende italiane della qualità più elevata in diversi settori commerciali. Segno evidente, se ce n’era ancora bisogno, che alla massa dei sempre più poveri corrisponde una fascia di popolazione eccezionalmente ricca. Dai 200 mila euro in su costano gli abiti della collezione Atelier di Versace (600 euro solo per la ciotola per cani con decori in oro firmata dalla griffe). La rivista americana Forbes ha stilato di recente la classifica dei dieci jeans più cari del mondo, tra cui figurano due modelli di Dolce&Gabbana (3.950 e 2.295 dollari) e uno di Roberto Cavalli (1.440 dollari); il più caro in assoluto è di Escada: 10 mila dollari. Nella lista delle dieci scarpe più care al mondo, sempre di Forbes, al primo posto figurano gli stivali Manolo Blahnik da 14 mila dollari, ma anche scarpe Ferragamo (2.390) e un modello in pelle di serpente Bottega Veneta da 1.140 dollari. Cosa non si farebbe per il massimo profitto, per esempio “pettinare” caprette neonate, come fa Loro Piana.
A proposito di ultraricchi. Amancio Ortega, proprietario di Inditex, che controlla il marchio ZARA, è uno dei principali immobiliaristi di Spagna. Il quotidiano “El Economista” ha calcolato che l’imprenditore incassa 62 mila euro al giorno dagli affitti delle sue case. Ortega ha partecipazioni nel Banco Pastor, Aguas de Barcelona, e in NH hotels (che controlla l’italiana Jolly), e occupa il 23esimo posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo davanti anche a Silvio Berlusconi.
(Fonte: Il Sole 24 ore 22.2.2007)
Vietato chiamarlo “mordi e fuggi”, oggi si dice “outsourcing a geometria variabile”, e GEOX, nell’intervista rilasciata al Sole 24 ore dell’8.2.2007, lo rivendica come valore di impresa. Ma tale rimane, se è vero che, come riportato sempre dal Sole nel numero del 3.12.2006, questa “elasticità” ha permesso al marchio di trasferire in soli 15 giorni la produzione di oltre 3 milioni di scarpe dalla Cina e dal Vietnam, colpite dai dazi antidumping, al Brasile e all’Indonesia. Anche grazie a questo, Geox è leader nel rendimento degli investimenti, posizionandosi al terzo posto nel mondo con un “Roi” 2005 del 66,2%.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 3.12.2006; 8.2.2007)
LEVI STRAUSS ha deciso di ritirarsi definitivamente da ETI (Ethical trading iniziative) dopo essere stata sospesa temporaneamente per aver rifiutato di adottare il principio del “living wage”, contenuto nel codice di condotta sottoscritto da tutte le imprese aderenti, che considera irrealizzabile (vedi Newsletter n. 1/07). Perso il primato sul mercato dei jeans, Levi’s ne ha conquistato un altro, quello di azienda statunitense più litigiosa. Nella classifica delle battaglie legali dichiarate negli ultimi cinque anni, Levi’s è riuscita a superare potenze aziendali quali General motors, Disney e Nike. Sono oltre cento le denunce che l’impresa ha presentato contro concorrenti accusati di copiare cuciture e design delle tasche posteriori dei jeans, che sostiene protetti da brevetto.
(Fonte: Clean clothes campaign; il Sole 24 ore 30.1.2007)
WAL-MART affronterà la più grande causa collettiva della storia americana, per discriminazione sul posto di lavoro, che potrebbe costare alla società miliardi di dollari di danni, dopo che la Corte d’appello della California ha accolto il ricorso di sei ex dipendenti del colosso della distribuzione, che l’accusano di pagare le donne il 15 per cento meno dei colleghi maschi e di garantire loro minori possibilità di promozione. La corte ha ritenuto che quanto denunciato dalle ricorrenti sia estensibile a tutte le donne che hanno lavorato per Wal-Mart a partire dal 26 dicembre 1998, che sono circa due milioni.
(Fonte: RSI news, 8.2.2007)
Chiusa l’inchiesta sul crack GIACOMELLI SPORT con 18 indagati, fra cui i proprietari e numerosi parenti, e 17 capi di imputazione, che vanno dall’associazione a delinquere al falso in scrittura privata. L’ex gruppo della distribuzione sportiva è accusato di aver distratto ingenti somme di denaro attraverso false fatturazioni (erano riusciti a riprodurre anche il logo della Nike). Nel 2003 i Giacomelli denunciarono un falso furto di assegni per 139 milioni di euro nella speranza di ottenere il blocco dei pagamenti in corso ai fornitori, a cui non potevano più far fronte. E’ atteso il rinvio a giudizio degli indagati.
(Fonte: Il Sole 24 ore 8.2.2007)
Autogrill, la società di ristorazione della famiglia BENETTON, è entrata nello scalo aeroportuale di Atlanta, il più grande al mondo per traffico di passeggeri con 84 milioni di viaggiatori all’anno. A ottenere la concessione è stata la spagnola Aldeasa, leader del duty free, acquistata da Autogrill due anni fa (che ne detiene il 50%). Il contratto di Atlanta segue di pochi giorni quello del Louvre: Autogrill si è aggiudicata i servizi di ristorazione del celebre museo parigino. Ora ha gli occhi puntati sull’India, dove è presente nel solo aeroporto di Bangalore.
(Fonte: Il Sole 24 ore 9.2.2007)
La società francese NAF NAF, titolare dell’omonimo marchio e di Chevignon, è stata ceduta al gruppo Vivarte, attivo fra l’altro con il brand di abbigliamento giovane Kookaï, che ha acquistato il 100% delle azioni detenute dai fratelli Pariente. SERGIO TACCHINI, azienda novarese dello sportswear, da tempo in crisi finanziaria, passa al fondo di turnaround Orlando Italy che apporterà capitali per un piano di rilancio. Sergio Tacchini ha avuto il suo momento d’oro negli anni ’80 cavalcando il boom del tennis e vestendo campioni come John McEnroe; la crisi ha cominciato a farsi sentire negli anni ’90 nella competizione con marchi come Nike e Adidas. PRADA sta valutando l’ipotesi della quotazione in borsa, dopo la cessione del 5% del capitale a Intesa Sanpaolo. Nel cda siedono l’ex numero uno di Enel, Franco Tatò e Marco Cerrina, già responsabile direzione merchant banking di Banca Intesa
(Fonte: Fashionmagazine, 1.2.2007; Il Sole 24 ore 10.2.2007; Fashionmagazine, 22.2.2007)
(a cura di Ersilia Monti, Deborah Lucchetti, Claudio Brocanelli; con il contributo di Antonio Franceschini, Elisa Damoli)