Dicembre 2005
NUMERO 2
GLI AUDIT SOCIALI NELLE IMPRESE TESSILI E DELLE CALZATURE SONO UN FALLIMENTO
Gli audit sociali, come vengono normalmente condotti, spesso falliscono lo scopo di controllare le condizioni di lavoro nelle fabbriche di abbigliamento e calzature sportive.
I ricercatori, intervistando 670 lavoratori in 40 fabbriche, hanno scoperto che gli audit non funzionano specialmente
in relazione alle violazioni della libertà di associazione, al lavoro eccessivo e forzato, alle minacce di abusi e discriminazioni dei lavoratori.
Secondo Ineke Zeldenrust della Clean Clothes Campaign "è stato
rilevato che i lavoratori e le loro organizzazioni sono spesso messe ai
margini durante i processi di audit sociale; essi non partecipano e la
realtà del posto di lavoro non viene alla luce".
I lavoratori che denunciano di essere intervistati di fronte alla
direzione e di essere completamente bypassati dagli ispettori, sono
troppo spaventati per rivelare i veri problemi che vivono sul lavoro e
le altre irregolarità che emergono dal processo ispettivo.
Lo studio, basato su una ricerca condotta in Bangladesh, Cina, Kenya,
India, Indonesia, Marocco, Pakistan e
Romania, ha rivelato che gli audit sociali sono speso molto brevi e
superficiali, e sono spesso condotti da staff di imprese internazionali
incompetenti e inesperti. Gli audit spesso non sono seguiti da azioni
correttive sufficienti e l'industria dell'ispezione è spesso poco
trasparente ostacolando in questo modo una seria discussione sulle sue
politiche, pratiche e possibili miglioramenti apportabili ai suoi metodi.
"Gli ispettori sono sempre di fretta; talvolta essi si limitano a
osservare e non coinvolgono mai i lavoratori...Essi devono parlare con
noi se veramente vogliono conoscere i nostri problemi", ha detto un
lavoratore di una fabbrica in Kenya che produce per il gigante della
distribuzione Wal-Mart.
La Clean Clothes Campaign rivela inoltre che il settore distributivo non specializzato in particolare, sta sviluppando modelli di implementazione di codici di condotta sempre meno stringenti, che dipendono principalmente da un sistema di ispezione sociale debole.
La Clean Clothes Campaign invece richiede un sistema che pone i lavoratori
al centro del processo di ispezione sociale e un approccio più completo
per implementare e verficare l'applicazione dei codici di condotta; un
approccio che deve prevedere anche il coinvolgimento delle
organizzazioni della società civile.
Per scaricare e leggere il report clicca qui.
Partendo dal dato che il 74% degli inglesi afferma di avere inserito almeno un capo di abbigliamento nella lista dei regali di natale, un articolo apparso su The Guardian il 19 dicembre si interroga sugli effetti del vertiginoso aumento delle spese in vestiario a basso costo delle famiglie inglesi e occidentali in genere. Per vestirsi si è speso in Inghilterra nel 2004 il 20% in più rispetto al 2000, con una tendenza inarrestabile all’acquisto di articoli studiati per durare una stagione e poi finire in discarica o nel fiorente mercato dell’usato, che ha il continente africano per destinatario, sommerso dai nostri scarti e privato delle sue industrie che non reggono la concorrenza con il nostro dozzinale superfluo. “Consumatore imperialista” è la definizione che dà l’economista americana Juliet Schor dell’abitante delle nostre latitudini, il cui benessere dipende in misura sempre crescente dalla disponibilità di merci a buon mercato di cui non paga i costi sociali e ambientali. Anzi, proprio per questo ne acquista sempre di più: fino al 2002 gli Stati Uniti hanno importato 48,3 capi di abbigliamento a persona all’anno mentre ogni bambino riceveva 69 nuovi giocattoli all’anno. La “fast fashion” ha portato le stagioni della moda da 2-4 all’anno all’enorme frequenza di 6-8 all’anno per farci cambiare guardaroba più spesso. Per non restare a corto di t-shirt usa e getta scaraventiamo sui campi di cotone il 22,5% di tutti i pesticidi usati in agricoltura benché il cotone copra solo il 2,5% delle terre coltivate. Senza contare il candeggio, la tintura e la grande quantità d’acqua necessaria ad ogni sua fase di lavorazione. Al termine della catena del nostro regalo natalizio sta l’operaio (ma più spesso l’operaia) che l’ha confezionato, condannato a una misera paga e a ritmi di lavoro estenuanti per permettere alle merci di sedurci con le armi della varietà inesauribile e il basso prezzo con le quali i giganti della distribuzione si contendono il mercato. Privilegi di occidentali viziati che possono essere mantenuti solo tenendo ben saldo il timone del potere politico ed economico mondiale. Ecco perché il vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio a Hong Kong si è concluso a metà dicembre lasciando gli agricoltori africani a mani vuote. I produttori di cotone americani continueranno a intascare 4 miliardi di dollari all’anno in sussidi in cambio di vaghe promesse che un rappresentante africano ha efficacemente descritto come “applicare un cerotto su una gamba di legno”. Buon Natale a tutti.
(il testo integrale dell’articolo nella rassegna stampa del 20.12.2005 in: www.rsinews.it)
BAMBINI AL LAVORO PER I FORNITORI DI WAL-MART IN BANGLADESH
La rete televisiva canadese CBC ha trasmesso, il 30 novembre, un servizio su due fabbriche tessili del Bangladesh, in cui lavorano molti bambini, mostrando come, tra i clienti, vi fosse anche il gigante statunitense della grande distribuzione Wal-Mart. I bambini erano ovunque, in locali mal illuminati, sporchi e surriscaldati. Il direttore di una delle due fabbriche ha garantito che i bambini lavoravano su prodotti destinati al mercato nazionale e non all’esportazione, aggiungendo, però, di non aver mai incontrato ispettori di controllo e che Wal-Mart non ha mai visitato la fabbrica. La compagnia statunitense, da parte sua, si è difesa sostenendo che in questo caso si tratta di subfornitori senza rapporti di affari diretti con Wal-Mart. In ogni caso, dopo aver visto il reportage, Wal-Mart ha deciso di troncare ogni rapporto con i fornitori che hanno subappaltato il lavoro alle due fabbriche oggetto dell’inchiesta. Il servizio è stato realizzato da giornalisti di Radio-Canada, il servizio in lingua francese della CBC, che si sono finti compratori per il mercato canadese dell’abbigliamento e sono entrati nelle fabbriche con cineprese nascoste.
(Estratto da: RSInews, 7.12.2005; notizia e video nel sito: www.rsinews.it)
DETENUTI E CASSAINTEGRATI SI ALLEANO IN UN PROGETTO PER LA DIGNITA’ E IL LAVORO
Nel corso del 7. congresso della federazione italiana lavoratori tessili ed abbigliamento Filtea CGIL, che si è tenuto a Milano il 14 dicembre 2005, è stato annunciato il varo di un progetto congiunto fra il sindacato, l’Amministrazione provinciale di Milano e le cooperative sociali sartoriali e della pelletteria Alice ed Ecolab, che danno lavoro a detenuti all’interno delle carceri di San Vittore e di Opera. Scopo del progetto, che affida a cassaintegrati esperti del settore tessile-abbigliamento e pelletteria attività formative e di consulenza nelle cooperative, è riqualificare il lavoro dei detenuti in vista del loro reinserimento sociale e preparare le cooperative ad affrontare il mercato, sviluppando sinergie solidali fra persone in stato detentivo e persone in sofferenza lavorativa. La Provincia di Milano ha stanziato per il progetto, che partirà nel 2006, 40 mila euro, e metterà a disposizione per il lavoro di detenuti in regime di semilibertà 10 appartamenti in edifici sottratti alla cartolarizzazione degli immobili pubblici.
La Cooperativa Alice svolge dal 1992 attività sartoriale di alto livello per il teatro e la televisione. La Cooperativa Ecolab, fondata nel 2000, produce pelletteria a concia vegetale e ha fra i suoi principali clienti Ipercoop, Camera del lavoro di Milano, librerie Feltrinelli. Occupano una trentina di persone ciascuna e insieme propongono dal 2003 la linea “Gatti Galeotti”: T-shirt, borse e zainetti in vendita presso le librerie Feltrinelli. Un altro esperimento riuscito è la cooperativa di ex detenuti del carcere di Rebibbia che da oltre quindici anni produce con il marchio “Made in jail” t-shirt e accessori serigrafati con slogan ispirati a temi sociali e alla realtà carceraria.
IL BAMBU’ DIVENTA FILATO
Il filo di bambù nasce dall’attività di ricerca del gruppo Lineapiù ed è stato realizzato dai laboratori del Cotonificio Ferrari, appartenenti al gruppo. Secondo i produttori, il nuovo filo, ottenuto da una particolare lavorazione della cellulosa di bambù, coltivato senza l’ausilio di pesticidi, non si stropiccia, assicura una costante traspirazione e ha proprietà antibatteriche, caratteristiche ritenute ottimali per i tessuti destinati all’abbigliamento intimo, sportivo e all’arredamento della casa.
(Fonte: News GEVAM, n. 124, 6.12.2005; Acquisti Verdi, www.acquistiverdi.it)
BENETTON, I TANTI «FILI» OLTRE IL TESSILE
(Il Sole 24 ore, 13.11.2005 articolo di Simone Filippetti)
Se anche l'«affare Romiti» andrà in porto, dalle parti di Ponzano Veneto stapperanno, come sempre senza troppi clamori, più di una bottiglia di Prosecco. Perché l'ingresso in Miotir avrà il valore simbolico di un traguardo per la famiglia Benetton: la holding di Cesare Romiti custodisce indirettamente il 51% degli Aeroporti di Roma, il più grande aeroporto italiano.
Aeroporti, autostrade, stazioni ferroviarie: i Benetton sono su tutte le partite dove si gioca la gestione delle infrastrutture (e dei relativi servizi), uno degli asset strategici del Paese. Ma c'è anche un gioiello come Autogrill, e l'abbigliamento che poi rappresenta le origini del gruppo, indietro fino al lontano 1965 quando venne fondata la United Colors of Benetton. E ancora i giornali (con il Gazzettino), i possedimenti terrieri (la tenuta di Maccarese, che nei giorni scorsi ha rilevato la Cirio Agricola, divenendo il secondo polo italiano del latte, e i 900mila ettari di allevamenti argentini della Compania de Tierras).
La metamorfosi del gruppo inizia a metà degli anni '90 (se si esclude la piccola sortita, con l'1% appena, nelle due ex Bin Comit e Credit): nel 1995 la Sme, che controllava i supermercati Gs e Autogrill, viene ceduta dall'Iri a Edizione Holding, la finanziaria dei fratelli Carlo, Gilberto, Giuliana e Luciano, in partnership con Leonardo Del Vecchio. «Due circostanze coincidenti - ricordano persone vicine all'azienda - contribuirono allora alla svolta: la liquidità di cui i Benetton disponevano e l'alba delle grandi privatizzazioni statali». È il primo assaggio di diversificazione (Gs sarà ceduta poi a Carrefour), ma il salto importante è il colpo su Autostrade, privatizzata nel 1999. Perché il gruppo che controlla il 60% della rete viaria a pagamento (tra cui la nevralgica A1 Milano-Napoli) è una macchina finanziaria perfetta. Un mercato regolamentato, dove le tariffe sono definite dallo Stato, e manager competenti, guidati da Vito Gamberale, hanno fatto il resto. I caselli (2,4 miliardi di ricavi) generano liquidità vicina al miliardo di euro, che serve a finanziare anche investimenti come il recente ingresso in Impregilo, tramite la cordata Igli.
Dal 1999 a oggi, Autostrade ha reso, in termini di ritorno sul patrimonio, il 13% all'anno. Senza contare la rivalutazione di Borsa, visto che i titoli sono passati da 7 euro agli attuali 19 (+167%). I Benetton spesero 2,5 miliardi per il 30% nel 99. Oggi quei soldi, calcolano gli analisti includendo anche l'Opa del 2003, che ha portato la subholding Schema28 al 52%, sono raddoppiati: 5,4 miliardi. Da lì è iniziata una strategia tenace e costante di investimenti nelle utility e nei servizi a chi viaggia: così si spiega l'ingresso in Grandi Stazioni, la joint-venture con le Ferrovie per gestire gli scali, riqualificati in shopping center. Ai caselli e alle stazioni si sono aggiunti gli aeroporti: prima l'acquisizione della Sagat (che gestisce lo scalo di Torino) e poi, tramite la cordata Aeroporti Holding, l'acquisizione di Adf (Aeroporti di Firenze).
Ma se in Autostrade c'è stata da mantenere in carreggiata una macchina ben oliata, più significativa è stata la trasformazione di Autogrill da monopolista locale a multinazionale della ristorazione, presente in 15 Paesi del mondo. I 600 milioni di ricavi del 1995 (tutti in Italia) sono diventati 3,2 miliardi lo scorso anno (per due terzi all'estero) con circa 100 milioni di utili. Il valore dal momento della quotazione, nel 1997, si è quasi quadruplicato (+374%) in otto anni. L'ultima mossa dell'ad Gian Mario Tondato da Ruos è stata la conquista della Spagna e dell'America Latina: con un'offerta da 750 milioni Autogrill si è portata a casa la catena di duty free Aldeasa. Ma nel mirino c'è già un altro big: quella travagliata Compass che ha messo in vendita le sue concessioni.
A un certo punto alcuni hanno iniziato a interrogarsi, specie dopo l'ingresso in Telecom Italia, sul destino della United Colors of Benetton: la cavalcata degli anni 80 e 90, quella che ha proiettato maglioncini e t-shirt Benetton a simbolo mondiale del Made in Italy (grazie anche alle fortunate campagne di Oliviero Toscani), ha rallentato un po' il passo. Negli ultimi anni i ricavi sono scesi (1,6 miliardi nel 2004 contro i 2 miliardi del 2001), anche se i manager hanno tenuto ferma la barra dei profitti (nel range tra i 105 e i 150 milioni, tranne il rosso del 2002). In Europa i consumi stagnano e il comparto retail soffre. Benetton, poi, subisce anche l'agguerrita concorrenza, in casa, degli stranieri: Zara e H&M. Ma i maglioni non si cedono, hanno sempre ripetuto i Benetton. D'altronde finché l'azienda di famiglia produce utili (ogni anno stacca una cedola tra i 60 e i 70 milioni), non se ne vedrebbe nemmeno la necessità.
Le telecomunicazioni, invece, hanno portato gloria e qualche mal di testa ai Benetton. Già quando comprarono Autostrade si trovarono in pancia la partecipazione in Blu, lo sfortunato quarto gestore Gsm nato da un'idea di Giancarlo Elia Valori e naufragato nel 2002. Ma la mossa più impegnativa è stata quella dell'estate 2001 quando Edizione ha comprato, affiancando Pirelli, il 16% di Olimpia, la scatola che controlla il 18% di Telecom Italia. Lo scorso anno, però, la svalutazione di Olimpia (che pure ha chiuso in utile per 15 milioni il 2004) ha portato in rosso la subholding Edizione Finance per 363 milioni. L'operazione Telecom a braccetto con Marco Tronchetti Provera ha proiettato la famiglia di Ponzano Veneto nell'alta finanza: Gilberto, che dei quattro fratelli è quello con più spiccata vocazione finanziaria, siede anche nel consiglio di Mediobanca e di Pirelli (di cui Edizione ha il 4,6%). Loro che nel 1994 dicevano ai giornali di non amare i salotti buoni. Ma forse, col tempo, hanno cambiato idea.
MARZOTTO: MOBILITA’ E TRASFERIMENTI PRODUTTIVI
Accordo concluso fra Marzotto e i sindacati sulle procedure di mobilità per 225 dipendenti dei poli produttivi in Veneto e in Calabria e degli uffici amministrativi di Biella. L’accordo tra le parti prevede uno sviluppo ulteriore della ricerca di prodotto, ma anche la riduzione dei costi: ingenti volumi di produzione sono stati destinati infatti allo stabilimento di Nova Mosilana (Repubblica Ceca).
(Fonte: Fashionmagazine newsletter, 25.11.2005)
IL DISTRETTO MANTOVANO DELLA CALZA SALVATO DAI CINESI
E’ la tesi del sociologo Paolo Polettini autore, per conto del Centro servizi calza di Castel Goffredo (Mantova) del Censimento 2005 del distretto della calzetteria femminile, presentato il 15 dicembre scorso. Al di là dei problemi legati al lavoro sommerso, che l’indagine ha rilevato, l’autore sostiene che la presenza dei cinesi avrebbe contribuito ad arginare la tendenza a spostare all’estero certe fasi della lavorazione, come la cucitura. Gli imprenditori non temono di essere soppiantati dai loro terzisti: il ciclo produttivo dei collant è complesso e il distretto si difende ricorrendo alla tecnologia “seamless”, l’intimo senza cuciture, ma anche alla creazione di negozi monomarca. I dati però non sono rassicuranti: il fatturato del “distretto della calza” (15 comuni mantovani, 3 bresciani e 1 cremonese) è passato da 940 milioni di euro nel 2001 a 840 nel 2004; la quota dell’export italiano nel mercato mondiale della calza era pari al 27,3% nel 2003 contro il 16,6% della Cina, mentre nel 1996 il rapporto era 35% contro 5,7%.
(Fonte: Il Corriere della sera, 16.12.2005)
DONNE IN PRESIDIO PERMANENTE ALL’AQUILA CONTRO LA CHIUSURA DI UNA FABBRICA DI FILATI
La Filosud 90 è ormai un simbolo del lavoro che se ne va dal capoluogo abruzzese, città che accoglie i visitatori con un lungo striscione blu con scritto “Benvenuti nella città dei disoccupati”, appeso dai cassaintegrati della Finmec durante l’ennesimo corteo.
Le operaie dello stabilimento che produceva filati elasticizzati sono sempre state abituate a lavorare a ciclo continuo, anche di notte e nei festivi, e non si spiegano come improvvisamente in ottobre sia arrivata la cassaintegrazione. Da allora fanno muro davanti ai cancelli della fabbrica, dove hanno installato due tende, per impedire ai camion di entrare e portarsi via i macchinari. Un tentativo di forzare il blocco lo scorso novembre ha fatto finire tre persone in ospedale. Per risolvere la vertenza la Regione Abruzzo è intervenuta presso il governo.
(Fonte: Carta, n. 42, 2005; www.tuttoabruzzo.it)
EXPORT DI TESSILE CINESE: RALLENTAMENTO QUASI IMPERCETTIBILE
Nonostante gli accordi restrittivi siglati con la UE e gli USA, le esportazioni di prodotti tessili cinesi segneranno nel 2005 un incremento del 19% con un calo di due punti rispetto allo scorso anno.
Lo ha stimato l’associazione tessile China national textile and apparel council (Cntac), che giustifica il rallentamento nella crescita con i maggiori investimenti fissi e le spese sostenute nell’innovazione tecnologica. Secondo statistiche ufficiali, nei primi dieci mesi dell’anno le aziende cinesi del settore di media dimensione hanno registrato tassi di crescita del 26% nella produzione e nelle vendite rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Negli accordi, l’espansione del flusso verso gli Stati Uniti dovrebbe mantenersi fra il 10 e il 17% l’anno nel triennio 2006-2008.
(Fonte: Fashionmagazine newsletter, 5.12.2005)
NUOVA RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO CONTRO GLI INVESTIMENTI IN BIRMANIA
Nuova risoluzione del Parlamento europeo il 17 novembre con la quale si incoraggia “l’adozione di un divieto generale per le imprese registrate nell’UE di realizzare nuovi investimenti o di estendere prestiti a qualsiasi impresa di stato birmana” sulla base delle misure adottate nel giugno 2000 e nel giugno 2005 dall’Organizzazione internazionale del lavoro. La Birmania, oppressa da una feroce dittatura militare e il cui popolo “è vittima di violazioni dei diritti umani , tra cui lavori forzati, persecuzioni dei dissidenti, arruolamento di bambini nell’esercito, stupri e saccheggi da parte delle truppe governative, deportazioni”, è terra di conquista per un gran numero di imprese occidentali, una fetta consistente delle quali sono imprese dell’abbigliamento. Negli ultimi anni imprese come Triumph, Kappa, Lotto e Sergio Tacchini sono state indotte da campagne di pressione a rinunciare ai loro investimenti in Birmania.
(Il testo della risoluzione del parlamento europeo nel sito www.rsinews.it)
ETICHETTA D’ORIGINE: PROPOSTA DI REGOLAMENTO APPROVATA DALLA COMMISSIONE EUROPEA
La Commissione europea ha varato il 16 dicembre la proposta di regolamento sull’etichettatura d’origine obbligatoria per tutti i prodotti industriali importati in Europa, ad eccezione di quelli “della pesca e dell’acquacoltura”. Il regolamento dovrà essere approvato dal Consiglio dei ministri UE e le norme entreranno in vigore un anno dopo il varo definitivo, ovvero non prima del 2007. L’obbligo di etichettatura non vale per i paesi che fanno parte dell’Eee, lo Spazio economico europeo, come Svizzera, Liechtenstein, Islanda e Norvegia, ma soprattutto non si applica a paesi come Bulgaria, Romania e Turchia. Gli ultimi due occupano i primi posti nella lista dei fornitori italiani di abbigliamento e scarpe.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 17.12.2005)
ETICHETTA D’ORIGINE: IL COMPROMESSO FRANCESE
Anche i francesi annunciano la nascita di un marchio di garanzia per certificare l’origine e la qualità dei prodotti della moda nazionale con l’obiettivo di contrastare la crisi del settore tessile-abbigliamento. La decisione è stata presa dal ministro francese dell’industria François Loos. Il nome dell’etichetta non è ancora definitivo, ma si ipotizza che sia “Création française”, una dicitura che dà importanza alla progettazione piuttosto che alla fabbricazione e che sarà utilizzabile esclusivamente dalle aziende che conserveranno una parte della produzione in Francia.
(Estratto da: Fashionmagazine newsletter, 24.11.2005)
ETICHETTA DI ORIGINE: L’AUTOCERTIFICAZIONE DI VERSACE
La casa del lusso Versace sta predisponendo una nuova etichetta con la dicitura “Made in Italy, manufactured and certified by Versace” che da gennaio dovrebbe accompagnare tutti i capi di abbigliamento, le borse, le scarpe e la piccola pelletteria della prima linea. “Oggi – sostiene l’amministratore delegato Di Risio – per stare sul mercato occorre molta chiarezza, a partire dal consumatore finale che deve poter leggere in una etichetta tutto ciò che gli si vuole dire [sic]”. Versace possiede uno stabilimento a Novara, dove si confeziona la prima linea di abbigliamento, e a Burago, in Brianza, dove si realizzano borse, calzature e piccola pelletteria sempre della prima linea. Il resto della produzione, escluso dall’etichettatura, è affidato a terzi con accordi di licenza, in particolare per l’abbigliamento casual e sportivo a Ittierre.
(Fonte: Corriere Economia, 21.11.2005)
PROPOSTA DI LEGGE PER LA RESPONSABILITA’ SOCIALE DELLE IMPRESE PRESENTATA DA ERMETE REALACCI
Nel corso di un convegno tenutosi a Roma il 7 dicembre, è stata illustrata la proposta di legge “Disposizioni per la promozione e lo sviluppo della responsabilità sociale delle imprese”, presentata dal deputato della Margherita e presidente onorario di Legambiente, Ermete Realacci. La proposta di legge, che segue quella presentata dalla Campagna acquisti trasparenti (oggi Meno Beneficenza Più Diritti) e decaduta con la fine della legislatura scorsa, prevede l’istituzione di una Autorità per la responsabilità sociale delle imprese, a cui si affianca un Forum consultivo multilaterale, con il compito di definire gli standard, individuare gli strumenti di valutazione dei comportamenti socialmente responsabili e selezionare i progetti da ammettere ai benefici previsti; incentivi, visibilità e divulgazione delle loro iniziative presso il pubblico alle imprese socialmente responsabili; l’equiparazione all’abuso di posizione dominante del “dumping sociale” e l’istituzione dell’Osservatorio nazionale sul dumping sociale, con lo scopo di monitorare il fenomeno anche in relazione all’attività in Italia di imprese estere; una disciplina tributaria di favore per il commercio equo e solidale.
(Il testo integrale della proposta di legge nel sito www.rsinews.it)
USA PATRIA DEI PROVVEDIMENTI ANTIDELOCALIZZAZIONI
Pochi sanno – come riferisce Bernard Cassen nell’articolo “Il supermercato della mercificazione” apparso nel numero di dicembre di Le monde diplomatique - che “negli Stati Uniti, alcuni stati federali e alcune città, in seguito a una forte pressione popolare, moltiplicano le decisioni contro le delocalizzazioni e a favore della preferenza per le imprese locali in occasione degli appalti […] Tra gennaio 2003 e giugno 2005, in 46 stati federali su 50, i parlamentari locali hanno esaminato almeno un progetto di legge antidelocalizzazione: divulgazione della sede geografica scelta per insediarvi i call center, obbligo di informare lo stato prima di delocalizzare, restrizioni legislative sull’invio di dati fuori del territorio nazionale, soppressione degli aiuti pubblici, ecc. (in 11 stati diversi, 11 misure sono state definitivamente adottate. In 7 stati, 9 decreti sullo stesso argomento sono stati varati da 7 governatori). Per ciò che riguarda gli appalti pubblici, numerosi stati moltiplicano le clausole di preferenza relative alle imprese locali Alcuni (Maryland, Colorado) vanno persino più lontano, esigendo dai governatori che sottopongano alla Camera e al Senato locali l’approvazione di accordi commerciali internazionali (Nafta, Wto), firmati dal governo federale”
(Fonte: Jean Duval, L’Amérique, ses règles, ses protections in : La Lettre de Brn, n. 16, 2005)
BARCELLONA ACQUISTA ABBIGLIAMENTO DA LAVORO VERDE PER I DIPENDENTI PUBBLICI
La città di Barcellona, accogliendo le richieste della Clean Clothes Campaign, ha inserito alla fine di novembre una clausola etica nella gara d’appalto per la fornitura di vestiario da lavoro destinato ai 700 lavoratori della ripartizione Parchi e giardini, che prescrive il rispetto dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente. E’ la prima iniziativa di questo tipo in Spagna.
(Fonte: El País, 29.11.2005)