Novembre-Dicembre 2006
NUMERO 10
L’organizzazione britannica War
on Want ha diffuso un rapporto sulle condizioni di oltre 5.000
lavoratori di sei fabbriche tessili situate nella capitale del
Bangladesh, Dacca, che riforniscono tre grandi società
britanniche della grande distribuzione: Primark, Tesco e Asda, che fa
parte del colosso statunitense Wal-Mart.
I dipendenti, in maggioranza donne, lavorano normalmente 80 ore la settimana, a volte anche 96 senza giorno di riposo, per uno stipendio mensile variante tra i 12 e i 24 euro. Ciò, nonostante che le tre società britanniche abbiano tutte assunto pubblici impegni per garantire che ai lavoratori dei propri fornitori sia garantito il minimo vitale, che in Bangladesh è calcolato in circa 32 euro al mese.
Primark, Tesco e Asda fanno parte dell’Ethical Trading Iniziative (ETI), un’alleanza tra imprese, organizzazioni non governative e sindacati, impegnate a migliorare le condizioni di lavoro nella catena dei fornitori. Aderendo all'ETI, le tre società hanno sottoscritto un Codice di condotta comune, in base al quale i dipendenti dei fornitori non devono lavorare più di 48 ore settimanali e godere di un giorno di riposo.
Inoltre, secondo il Codice dell'ETI, “lo straordinario sarà volontario, non sarà in eccesso di 12 ore per settimana, non verrà richiesto con regolarità e sarà sempre retribuito con pagamento superiore alla norma”. I proprietari delle sei fabbriche del Bangladesh, invece, obbligano i propri dipendenti a fare anche 140 ore di straordinario mensili, spesso non pagate, pena il licenziamento.
I 60 lavoratori intervistati da War on Want hanno denunciato anche che, durante le ispezioni degli auditor sociali, essi sono costretti a mentire sulle condizioni di lavoro, di sicurezza e sui salari. A volte, le ispezioni sono avvenute con 20 giorni di preavviso, dando ampia possibilità ai proprietari delle fabbriche di mettere tutto in ordine e intimidire i lavoratori.
Gli intervistati hanno anche dichiarato che le donne sono spesso oggetto di molestie, gesti osceni e avance sessuali da parte del personale di livello intermedio.
Il rapporto afferma, inoltre, che 22 lavoratori sindacalizzati di una delle sei fabbriche fornitrici di Asda, che lo scorso anno avevano chiesto il pagamento degli straordinari, sono stati picchiati, licenziati e arrestati con false accuse. I lavoratori avevano dovuto fare turni di 19 ore, senza pagamento degli straordinari.
Tutte e sei le fabbriche indagate forniscono Asda, quattro Tesco e tre Primark. Non si tratta delle peggiori fabbriche di Dacca ma rientrano nella media e sono state scelte a caso.
Le interviste dei lavoratori, dieci per ogni fabbrica, sono avvenute tra agosto e ottobre di quest’anno, nelle loro case. I nomi degli intervistati sono stati cambiati da War on Want, per garantire la loro sicurezza.
Il contenuto del rapporto di War on Want è stato contestato da S. M. Fazlul Hoque, presidente della Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association (BGMEA), secondo il quale le fabbriche del paese rispettano il minimo salariale stabilito dal governo.
Secondo quanto riporta l'agenzia Reuters, per il rappresentante dell'industria tessile del Bangladesh l'inchiesta è stata fatta con lo specifico scopo di danneggiare l'espansione di questo settore produttivo del paese, che ora ha in Europa, anziché negli Stati Uniti, il proprio mercato principale.
(Fonte RSI News, 14.12.2006)
Il rapporto ha suscitato grande scalpore nella stampa britannica; anche il Guardian che a seguito del rapporto ha intervistato i lavoratori, conferma le denunce relative all'eccesso di ore lavorative a alle generali condizioni di sfruttamento.Riportiamo un estratto dell'articolo pubblicato l'8 Dicembre.
Nazmul, 24 anni, racconta che lavora regolarmente più di 80 ore a settimana con un solo di giorno di ferie ogni 15 giorni. Con gli straordinari il suo salario arriva a 17 euro al mese (2.400 Taka) e se non lavora ai ritmi richiesti c'è qualcun altro che prende immediatamente il suo posto.
Le donne, che fanno i 2/3 della forza lavoro, sono particolarmente vulnerabili. Veena, 23 anni, racconta di essere stata accusata di rubare un vestito e di essere stata punita dopo avere denunciato abusi sessuali. " Non ho rubato ma mi sono rifiutata di fare quello che il manager mi ha chiesto. Non c'è sindacato. A chi posso rivolgermi? Chi mi darà il mio lavoro indietro?
War on want sostiene che i prezzi stracciati in UK, come un jeans a 3 sterline o un vestito da sera a 6, so no possibili solo grazie al fatto che i distributori ottengono prezzi bassi dai loro fornitori in Bangladesh che ottengono produzioni al prezzo più basso possibile.
Il paese offre i lavoratori tessili più convenienti del mondo, con salari che hanno dimezzato il loro poter d'acquisto negli ultimi 10 anni. Secondo la CCC e gli esperti il salario dignitoso dovrebbe essere di 3.000 Taka, molto al di sopra di quanto oggi garantito ai 2 milioni di lavoratori tessili del settore, nonostante le massicce proteste avvenute in Settembre. Le fabbriche scaricano migliaia di lavoratori in immensi e fetidi slum.
Salma, 21 anni, vive con altre 2 ragazze in una piccola stanza nello slum di Begun Bari. Il suo salario base è di 1.150 Taka al mese per 48 a settimana come apprendista operaia pere confezionare gli abiti della Primark. Lavorarndo fino alle 3 del mattino lei può raddoppiarlo. un lavoro in fabbrica è uno dei pochi modi socialmente accettati per una donna di guadagnare uno stipendio in un paese islamico conservatore come il Bangladesh. "E' una vita dura. Ma preferisco questo piuttosto che restare nel villaggio dove alle donne donne non è permesso di lavorare".
Ci sono pericoli, comunque. In seguito ai gravi incidenti accaduti nel corso dell'anno che hanno causato quasi 100 morti, la salute e la sicurezza sono diventati temi caldi. War on Want dichiara che le uscite di emergenza sono spesso chiuse. Louise Richards, responsabile dell'organizzazione, sostiene che i prezzi sono al minimo solo a causa dello sfruttamento. "Le imprese non sono nemmeno all'altezza dei loro stessi impegni.
I proprietari delle fabbriche hanno fatto sapere che 8 miliardi di dollari all'anno di esportazioni sono stati messi sotto pesante osservazione dalle imprese acquirenti estere ma che non c'è stata alcuna risorsa extra per i miglioramenti sul piano sociale.
Mohammed Lutfor Rahman, vice presidente dell'Associazione BGMEA, ha dichiarato che le imprese hanno imposto codici di condotta e inviato ispettori per rinforzare le loro regole, contando le uscite di sicurezza e verificando i dati sugli straordinari. "Mi è stato chiesto quante lampadine usiamo in fabbrica e dove sono i bagni. ma chi paga per queste cose? i profitti delle imprese committenti stanno crescendo. ma se chiediamo più soldi per i migliorare le condizioni, ci dicono che la Cina è molto conveniente. E 'la minaccia di spostare le produzioni altrove."
Le imprese menzionate in questo rapporto dicono di avere preso il problema sul serio. Chris McCann, responsabile degli standard etic di ASDA, ha detto di sperare che War on Want voglia condividere i dati rilevati per poter fare qualcosa in merito. Egli ha affermato che se potessero identificare le fabbriche, procederebbero ad una ispezione di verifica delle condizioni di lavoro. "Noi abbiamo una chiara politica e degli impegni. Se questi sono violati investigheremo e ci aspettiamo che i problemi siano risolti. Se le persone subiscono abusi, questo fatto è francamente inaccettabile."
Un responsabile di Tesco ha affermato: "Tesco offre abbigliamento abbordabile ai consumatori inglesi- comprese le famiglie a basso reddito -ma questo non si ottiene attraverso misere condizioni di lavoro presso i nostri fornitori. I fornitori di Tesco devono dimostrare che rispettano i nostri standard etici che sono strettamente monitorati. I nostri fornitori rispettano le leggi locali e i lavoratori impiegati presso tutti i fornitori bengalesi di Tesco sono pagati sopra il livello minimo nazionale"
Geoff Lancaster, responsabile PR della Primark, ha detto che la sua azienda ha lavoarto per tentare di elevare gli standards in Bangladesh e investigherà su quanto emerso. Ha negato che la Primark abbia tagliato i costi per fare beneficiare i consumatori inglesi di prezzi più convenienti." Noi acquistiamo grandi volumi, trattiamo direttamente con i fornitori eliminando intermediari and non facciamo pubblicità. Questo è il motivo per cui realizziamo il miglior prezzo."
I dipendenti, in maggioranza donne, lavorano normalmente 80 ore la settimana, a volte anche 96 senza giorno di riposo, per uno stipendio mensile variante tra i 12 e i 24 euro. Ciò, nonostante che le tre società britanniche abbiano tutte assunto pubblici impegni per garantire che ai lavoratori dei propri fornitori sia garantito il minimo vitale, che in Bangladesh è calcolato in circa 32 euro al mese.
Primark, Tesco e Asda fanno parte dell’Ethical Trading Iniziative (ETI), un’alleanza tra imprese, organizzazioni non governative e sindacati, impegnate a migliorare le condizioni di lavoro nella catena dei fornitori. Aderendo all'ETI, le tre società hanno sottoscritto un Codice di condotta comune, in base al quale i dipendenti dei fornitori non devono lavorare più di 48 ore settimanali e godere di un giorno di riposo.
Inoltre, secondo il Codice dell'ETI, “lo straordinario sarà volontario, non sarà in eccesso di 12 ore per settimana, non verrà richiesto con regolarità e sarà sempre retribuito con pagamento superiore alla norma”. I proprietari delle sei fabbriche del Bangladesh, invece, obbligano i propri dipendenti a fare anche 140 ore di straordinario mensili, spesso non pagate, pena il licenziamento.
I 60 lavoratori intervistati da War on Want hanno denunciato anche che, durante le ispezioni degli auditor sociali, essi sono costretti a mentire sulle condizioni di lavoro, di sicurezza e sui salari. A volte, le ispezioni sono avvenute con 20 giorni di preavviso, dando ampia possibilità ai proprietari delle fabbriche di mettere tutto in ordine e intimidire i lavoratori.
Gli intervistati hanno anche dichiarato che le donne sono spesso oggetto di molestie, gesti osceni e avance sessuali da parte del personale di livello intermedio.
Il rapporto afferma, inoltre, che 22 lavoratori sindacalizzati di una delle sei fabbriche fornitrici di Asda, che lo scorso anno avevano chiesto il pagamento degli straordinari, sono stati picchiati, licenziati e arrestati con false accuse. I lavoratori avevano dovuto fare turni di 19 ore, senza pagamento degli straordinari.
Tutte e sei le fabbriche indagate forniscono Asda, quattro Tesco e tre Primark. Non si tratta delle peggiori fabbriche di Dacca ma rientrano nella media e sono state scelte a caso.
Le interviste dei lavoratori, dieci per ogni fabbrica, sono avvenute tra agosto e ottobre di quest’anno, nelle loro case. I nomi degli intervistati sono stati cambiati da War on Want, per garantire la loro sicurezza.
Il contenuto del rapporto di War on Want è stato contestato da S. M. Fazlul Hoque, presidente della Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association (BGMEA), secondo il quale le fabbriche del paese rispettano il minimo salariale stabilito dal governo.
Secondo quanto riporta l'agenzia Reuters, per il rappresentante dell'industria tessile del Bangladesh l'inchiesta è stata fatta con lo specifico scopo di danneggiare l'espansione di questo settore produttivo del paese, che ora ha in Europa, anziché negli Stati Uniti, il proprio mercato principale.
(Fonte RSI News, 14.12.2006)
Il rapporto ha suscitato grande scalpore nella stampa britannica; anche il Guardian che a seguito del rapporto ha intervistato i lavoratori, conferma le denunce relative all'eccesso di ore lavorative a alle generali condizioni di sfruttamento.Riportiamo un estratto dell'articolo pubblicato l'8 Dicembre.
Nazmul, 24 anni, racconta che lavora regolarmente più di 80 ore a settimana con un solo di giorno di ferie ogni 15 giorni. Con gli straordinari il suo salario arriva a 17 euro al mese (2.400 Taka) e se non lavora ai ritmi richiesti c'è qualcun altro che prende immediatamente il suo posto.
Le donne, che fanno i 2/3 della forza lavoro, sono particolarmente vulnerabili. Veena, 23 anni, racconta di essere stata accusata di rubare un vestito e di essere stata punita dopo avere denunciato abusi sessuali. " Non ho rubato ma mi sono rifiutata di fare quello che il manager mi ha chiesto. Non c'è sindacato. A chi posso rivolgermi? Chi mi darà il mio lavoro indietro?
War on want sostiene che i prezzi stracciati in UK, come un jeans a 3 sterline o un vestito da sera a 6, so no possibili solo grazie al fatto che i distributori ottengono prezzi bassi dai loro fornitori in Bangladesh che ottengono produzioni al prezzo più basso possibile.
Il paese offre i lavoratori tessili più convenienti del mondo, con salari che hanno dimezzato il loro poter d'acquisto negli ultimi 10 anni. Secondo la CCC e gli esperti il salario dignitoso dovrebbe essere di 3.000 Taka, molto al di sopra di quanto oggi garantito ai 2 milioni di lavoratori tessili del settore, nonostante le massicce proteste avvenute in Settembre. Le fabbriche scaricano migliaia di lavoratori in immensi e fetidi slum.
Salma, 21 anni, vive con altre 2 ragazze in una piccola stanza nello slum di Begun Bari. Il suo salario base è di 1.150 Taka al mese per 48 a settimana come apprendista operaia pere confezionare gli abiti della Primark. Lavorarndo fino alle 3 del mattino lei può raddoppiarlo. un lavoro in fabbrica è uno dei pochi modi socialmente accettati per una donna di guadagnare uno stipendio in un paese islamico conservatore come il Bangladesh. "E' una vita dura. Ma preferisco questo piuttosto che restare nel villaggio dove alle donne donne non è permesso di lavorare".
Ci sono pericoli, comunque. In seguito ai gravi incidenti accaduti nel corso dell'anno che hanno causato quasi 100 morti, la salute e la sicurezza sono diventati temi caldi. War on Want dichiara che le uscite di emergenza sono spesso chiuse. Louise Richards, responsabile dell'organizzazione, sostiene che i prezzi sono al minimo solo a causa dello sfruttamento. "Le imprese non sono nemmeno all'altezza dei loro stessi impegni.
I proprietari delle fabbriche hanno fatto sapere che 8 miliardi di dollari all'anno di esportazioni sono stati messi sotto pesante osservazione dalle imprese acquirenti estere ma che non c'è stata alcuna risorsa extra per i miglioramenti sul piano sociale.
Mohammed Lutfor Rahman, vice presidente dell'Associazione BGMEA, ha dichiarato che le imprese hanno imposto codici di condotta e inviato ispettori per rinforzare le loro regole, contando le uscite di sicurezza e verificando i dati sugli straordinari. "Mi è stato chiesto quante lampadine usiamo in fabbrica e dove sono i bagni. ma chi paga per queste cose? i profitti delle imprese committenti stanno crescendo. ma se chiediamo più soldi per i migliorare le condizioni, ci dicono che la Cina è molto conveniente. E 'la minaccia di spostare le produzioni altrove."
Le imprese menzionate in questo rapporto dicono di avere preso il problema sul serio. Chris McCann, responsabile degli standard etic di ASDA, ha detto di sperare che War on Want voglia condividere i dati rilevati per poter fare qualcosa in merito. Egli ha affermato che se potessero identificare le fabbriche, procederebbero ad una ispezione di verifica delle condizioni di lavoro. "Noi abbiamo una chiara politica e degli impegni. Se questi sono violati investigheremo e ci aspettiamo che i problemi siano risolti. Se le persone subiscono abusi, questo fatto è francamente inaccettabile."
Un responsabile di Tesco ha affermato: "Tesco offre abbigliamento abbordabile ai consumatori inglesi- comprese le famiglie a basso reddito -ma questo non si ottiene attraverso misere condizioni di lavoro presso i nostri fornitori. I fornitori di Tesco devono dimostrare che rispettano i nostri standard etici che sono strettamente monitorati. I nostri fornitori rispettano le leggi locali e i lavoratori impiegati presso tutti i fornitori bengalesi di Tesco sono pagati sopra il livello minimo nazionale"
Geoff Lancaster, responsabile PR della Primark, ha detto che la sua azienda ha lavoarto per tentare di elevare gli standards in Bangladesh e investigherà su quanto emerso. Ha negato che la Primark abbia tagliato i costi per fare beneficiare i consumatori inglesi di prezzi più convenienti." Noi acquistiamo grandi volumi, trattiamo direttamente con i fornitori eliminando intermediari and non facciamo pubblicità. Questo è il motivo per cui realizziamo il miglior prezzo."
DALLE ISTITUZIONI
“MADE IN” OBBLIGATORIO, PARTE UNA CAMPAGNA EUROPEA, MA RESTANO MOLTE INCOGNITE
Per promuovere l’obbligatorietà dell’etichettatura di origine, le organizzazioni europee che rappresentano gli interessi di consumatori, imprenditori e sindacati si sono unite nell’associazione “Made in for Transparency”, la cui prima iniziativa è stata l’acquisto di spazi pubblicitari sui maggiori quotidiani tedeschi per lanciare una campagna di informazione rivolta ai consumatori. La Germania è fra i paesi più ostili all’introduzione dell’etichettatura obbligatoria, ma ha anche consumatori ben organizzati e attenti ai propri diritti. Tuttavia, l’unica cosa certa in questo momento è che la Commissione europea ha bocciato poche settimane fa la legge italiana del 2004 che impone l’indicazione in etichetta dell’origine della materia prima dei prodotti alimentari in quanto l’obbligo contrasterebbe con le regole della concorrenza “in quanto incita il consumatore a preferire i prodotti italiani”. Pessimo viatico per il disegno di legge sulla riconoscibilità e sulla tutela dei prodotti italiani, finalizzato all’introduzione nel nostro paese di un marchio “100% made in Italy”, che è approdato alla Commissione attività produttive della Camera, sponsor le principali griffe del lusso.
(Fonte: Il Sole 24 ore, vari numeri ottobre, novembre 2006)
TESSILE E SALUTE: IL PARLAMENTO EUROPEO VOTA PER RIDURRE L’USO DEI PERFLUOTTANO SULFONATI NEI TESSUTI
Il Parlamento europeo ha dato il via libera alla direttiva per ridurre il commercio e l’uso dei perfluottano sulfonati (Pfos), sostanze che contribuiscono all’effetto serra e pericolose per la salute umana. I Pfos sono utilizzati soprattutto per rendere resistenti ai grassi, oliorepellenti e idrorepellenti tessuti, tappeti, tappezzerie, pellami e abbigliamento, ma sono impiegati anche nelle schiume antincendio, nella carta e rivestimenti, in materiale fotografico e fluidi idraulici. Le disposizioni si applicano solo ai prodotti nuovi che non potranno contenere una percentuale di Pfos pari o superiore allo 0,005% della massa.
(Fonte: News Gevam, 21.11.2006)
FIRMATO IL CODICE DI AUTOREGOLAMENTAZIONE PER LA SALUTE DELLE MODELLE
La Camera nazionale della moda italiana, l’Associazione servizi moda (A.S.S.E.M.) e il Comune di Milano hanno firmato il 18 dicembre il codice di autoregolamentazione, risultato del tavolo “Moda e salute”. Tra i punti principali: le modelle dovranno aver compiuto 16 anni e avere un indice di massa corporea non inferiore a 18,5, secondo le indicazioni dell’OMS; gli operatori si impegnano a inserire nelle sfilate taglie diversificate e a introdurre nelle scuole di modelling corsi di alimentazione e stili di vita.
(Fonte: Fashionmagazine newsletter, 4/18.12.2006)
NUOVA LEGGE DEL LAVORO CINESE: IL SINDACATO INTERNAZIONALE ACCUSA LE MULTINAZIONALI DI BOICOTTARNE L’APPROVAZIONE
Il sindacato internazionale dei tessili (ITGLWF) ha scritto ad alcune grosse imprese, come Wal-Mart, Carrefour, Tesco, Nike, Walt Disney, Adidas, Sara Lee e DuPont, invitandole a prendere le distanze dalle loro associazioni industriali e a sostenere pubblicamente la proposta di legge cinese che, se entrasse in vigore, renderebbe più difficili i licenziamenti, e introducendo forme di consultazione con i lavoratori su salari, orari di lavoro e sicurezza, migliorerebbe le condizioni di lavoro, in particolare per i lavoratori senza diritti immigrati dalle campagne. La proposta di legge, per la quale il governo cinese ha accolto commenti dall’esterno (ne sono arrivati 190 mila) è osteggiata tenacemente da associazioni che rappresentano interessi industriali stranieri, come l’American chamber of commerce e la European union chamber of commerce, che minacciano forme di ritorsione, come invitare i propri associati a disinvestire dalla Cina. Va detto che la nuova legge non introdurrà né il diritto di sciopero, né il diritto di libertà sindacale, che in Cina continuano ad essere vietati.
(Fonte: RSI news, 6.11.2006; www.laborstrategies.org)
Per promuovere l’obbligatorietà dell’etichettatura di origine, le organizzazioni europee che rappresentano gli interessi di consumatori, imprenditori e sindacati si sono unite nell’associazione “Made in for Transparency”, la cui prima iniziativa è stata l’acquisto di spazi pubblicitari sui maggiori quotidiani tedeschi per lanciare una campagna di informazione rivolta ai consumatori. La Germania è fra i paesi più ostili all’introduzione dell’etichettatura obbligatoria, ma ha anche consumatori ben organizzati e attenti ai propri diritti. Tuttavia, l’unica cosa certa in questo momento è che la Commissione europea ha bocciato poche settimane fa la legge italiana del 2004 che impone l’indicazione in etichetta dell’origine della materia prima dei prodotti alimentari in quanto l’obbligo contrasterebbe con le regole della concorrenza “in quanto incita il consumatore a preferire i prodotti italiani”. Pessimo viatico per il disegno di legge sulla riconoscibilità e sulla tutela dei prodotti italiani, finalizzato all’introduzione nel nostro paese di un marchio “100% made in Italy”, che è approdato alla Commissione attività produttive della Camera, sponsor le principali griffe del lusso.
(Fonte: Il Sole 24 ore, vari numeri ottobre, novembre 2006)
TESSILE E SALUTE: IL PARLAMENTO EUROPEO VOTA PER RIDURRE L’USO DEI PERFLUOTTANO SULFONATI NEI TESSUTI
Il Parlamento europeo ha dato il via libera alla direttiva per ridurre il commercio e l’uso dei perfluottano sulfonati (Pfos), sostanze che contribuiscono all’effetto serra e pericolose per la salute umana. I Pfos sono utilizzati soprattutto per rendere resistenti ai grassi, oliorepellenti e idrorepellenti tessuti, tappeti, tappezzerie, pellami e abbigliamento, ma sono impiegati anche nelle schiume antincendio, nella carta e rivestimenti, in materiale fotografico e fluidi idraulici. Le disposizioni si applicano solo ai prodotti nuovi che non potranno contenere una percentuale di Pfos pari o superiore allo 0,005% della massa.
(Fonte: News Gevam, 21.11.2006)
FIRMATO IL CODICE DI AUTOREGOLAMENTAZIONE PER LA SALUTE DELLE MODELLE
La Camera nazionale della moda italiana, l’Associazione servizi moda (A.S.S.E.M.) e il Comune di Milano hanno firmato il 18 dicembre il codice di autoregolamentazione, risultato del tavolo “Moda e salute”. Tra i punti principali: le modelle dovranno aver compiuto 16 anni e avere un indice di massa corporea non inferiore a 18,5, secondo le indicazioni dell’OMS; gli operatori si impegnano a inserire nelle sfilate taglie diversificate e a introdurre nelle scuole di modelling corsi di alimentazione e stili di vita.
(Fonte: Fashionmagazine newsletter, 4/18.12.2006)
NUOVA LEGGE DEL LAVORO CINESE: IL SINDACATO INTERNAZIONALE ACCUSA LE MULTINAZIONALI DI BOICOTTARNE L’APPROVAZIONE
Il sindacato internazionale dei tessili (ITGLWF) ha scritto ad alcune grosse imprese, come Wal-Mart, Carrefour, Tesco, Nike, Walt Disney, Adidas, Sara Lee e DuPont, invitandole a prendere le distanze dalle loro associazioni industriali e a sostenere pubblicamente la proposta di legge cinese che, se entrasse in vigore, renderebbe più difficili i licenziamenti, e introducendo forme di consultazione con i lavoratori su salari, orari di lavoro e sicurezza, migliorerebbe le condizioni di lavoro, in particolare per i lavoratori senza diritti immigrati dalle campagne. La proposta di legge, per la quale il governo cinese ha accolto commenti dall’esterno (ne sono arrivati 190 mila) è osteggiata tenacemente da associazioni che rappresentano interessi industriali stranieri, come l’American chamber of commerce e la European union chamber of commerce, che minacciano forme di ritorsione, come invitare i propri associati a disinvestire dalla Cina. Va detto che la nuova legge non introdurrà né il diritto di sciopero, né il diritto di libertà sindacale, che in Cina continuano ad essere vietati.
(Fonte: RSI news, 6.11.2006; www.laborstrategies.org)
ALTRE NOTIZIE
INDIGENI MAPUCHE CONTRO BENETTON: UNA DELEGAZIONE IN ITALIA PER RACCONTARE LE ULTIME NOVITA’ E UN PROGETTO
Arrivati in Italia senza un soldo in tasca, perché di soldi non ne hanno, Dina Huincaleo e Rogelio Fermin, giovanissimi rappresentati del popolo mapuche argentino, invitati dall’associazione Ya Basta! con la quale le comunità residenti nei territori patagonici di Benetton condividono un progetto di cooperazione, hanno passato la loro prima notte nel nostro paese seduti nell’ufficio della questura all’aeroporto di Fiumicino. A nulla è valso l’intervento di un avvocato, e solo all’alba l’iniziativa di un parlamentare ha sbloccato la situazione. Ma Dina e Rogelio sono abituati a ben altro e non si sorprendono della pessima accoglienza. Li abbiamo ascoltati a Milano, il 1° dicembre, nei locali del centro sociale Casa Loca, raccontare le ultime novità di una lotta impari che oppone un antico popolo ridotto al lumicino a giganti golia come Benetton, capofila di una schiera di noti e oscuri imprenditori internazionali che impugnano documenti di proprietà discutibili per sfruttarne indisturbati il territorio. La vicenda di Rosa e Attilio Curinanco, scacciati con la forza dal podere nativo di Rosa al quale avevano fatto ritorno dopo che la crisi argentina aveva privato Rosa del suo lavoro in una fabbrica tessile, non ha trovato ancora soluzione. L’incontro con Luciano Benetton nel novembre del 2004 non ha fruttato la restituzione e la generica offerta alle comunità indigene tramite lo stato argentino di alcune migliaia di ettari di terreno all’altro capo della Patagonia (oltretutto improduttivi) è stata respinta. Rosa e Attilio sono ritornati in città con non pochi problemi economici, ma con due obiettivi precisi in mente: rientrare non appena possibile in possesso della loro terra e presentare ricorso contro la sentenza del tribunale che ha negato i loro diritti ancestrali. Dina Huincaleo vive nella comunità di Leleque, un’énclave mapuche in territorio Benetton, completamente circondata da recinzioni, stretta intorno alla stazione di un’antica linea ferroviaria che Benetton vorrebbe riattivare a fini turistici. Da quando la Compania de Tierras dei Benetton è subentrata ai vecchi proprietari, gli abitanti sono continuamente sollecitati ad andarsene, e lentamente sono stati spogliati di tutto: prima i locali pubblici, poi l’emporio trasformato a spese dei Benetton in un posto di polizia, la guardia medica sempre negata, alle ambulanze è interdetto persino l’accesso a Leleque, ci pensa la polizia a trasportare i malati fin fuori dalle recinzioni. Resta solo la piccola scuola all’interno della stazione e solo in virtù di questa gli abitanti di Leleque resistono all’assedio. Ma fino a quando? Rogelio Fermin vive nella comunità Vuelta del Rio, non lontana da Leleque, su terre dove le recinzioni di filo spinato costeggiano per chilometri la strada statale. Qui ci sono altri proprietari oltre a Benetton, che a loro volta picchiano e fanno distruggere le case. Le comunità indigene sono molto disperse e per comunicare, per dare manforte in caso di sgomberi occorrono strumenti adeguati. Per questo è nato il progetto della radio comunitaria, realizzato in collaborazione con l’associazione Ya Basta!, radio che comincerà a trasmettere da El Maiten dal prossimo anno, dopo che saranno installati gli impianti e i neo conduttori avranno terminato un corso presso un’emittente del Rio Negro. Per sostenere economicamente il progetto: www.yabasta.it:; Ya Basta Treviso tel. 0422-403535.
FABBRICHE ITALIANE RECUPERATE: GIORNATA DELLA FABBRICA APERTA ALLA TINTORIA TESSILE SYNTESS. UN CONTRIBUTO DEL DIRETTORE DEL PERSONALE DI SYNTESS
Domenica 12 novembre si è svolta a Bollate, in provincia di Milano, la giornata della fabbrica aperta promossa da Syntess, tintoria tessile bollatese che lo scorso marzo ha avviato con il sostegno del Sindacato dei tessili, dell'Amministrazione comunale e grazie all'appoggio politico ed economico della Provincia di Milano, l'esperienza dell'autogestione convincendo la proprietà - ormai ritirata dalla produzione - a cedere ai lavoratori l'area e i macchinari con contratto di affitto.
L'iniziativa, nata per far conoscere l'esperienza dell'autogestione alla cittadinanza in un momento delicato di trattativa con la proprietà, finalizzato all'acquisizione dell'area da parte della Syntess, ha ospitato la proiezione di “The take” e la presentazione della campagna Tessere il futuro, per iniziativa di Altrove, cooperativa sociale di commercio equo e solidale di Bollate, che ha voluto in questo modo esprimere la propria solidarietà ai lavoratori. Positiva la risposta della cittadinanza con più di un centinaio di persone intervenute.
CONTRIBUTO DEL DIRETTORE DEL PERSONALE DI SYNTESS, EX DELEGATO SINDACALE:
Il giorno 12/11/2006 si è tenuta presso lo stabilimento Syntess di Bollate un’iniziativa rivolta alla cittadinanza per fare conoscere il ciclo produttivo della nobilitazione tessile.
Syntess è una società composta solo dai lavoratori che ne sono soci, nasce a metà marzo 2006 dalla decisione di Tintoria di Bollate di chiudere lo stabilimento, in quel momento ci trovammo davanti al fatto di prendere una decisione, o rassegnarci alla smobilitazione o tentare un rilancio dell’attività produttiva.
Si decise in accordo con la Provincia di Milano e il Sindacato di utilizzare le risorse economiche disponibili per rilanciare l’attività.
Dopo otto mesi diciamo che tutti gli sforzi che sono stati fatti oggi cominciano a dare qualche risultato in termini di consolidamento delle quote di mercato e del fatturato.
Oggi il problema è anche quello di arrivare al più presto possibile ad una definizione riguardo all’acquisto dell’immobile cosa determinante per la prosecuzione dell’attività.
I lavoratori hanno fatto più del possibile affinchè questa esperienza si possa chiudere in modo positivo, comunque vada gli va riconosciuta la tenacia per un tentativo unico in italia dove si può dimostrare come il danaro pubblico possa essere utilizzato per rilanciare le attività e non per fare tentativi di ricollocazione spesso ibridi.
Paolo Castellano
Responsabile del Personale Syntess
>> Cronistoria dell'azienda
DALLE IMPRESE
CESSIONI/ACQUISIZIONI, RISTRUTTURAZIONI, ATTUALITA’ & FUTILITA’
GROTTO, azienda vicentina cui fa capo il marchio GAS, ha siglato un accordo con il produttore indiano di tessuti Raymond di Mumbai per formare una joint-venture che distribuirà jeans e sportswear a marchio Gas in India in 600 negozi nei prossimi tre anni. Con un tasso di crescita dell’8% annuo e una popolazione molto giovane (44 milioni di paia di jeans, di cui il 60% griffati, venduti lo scorso anno), l’India si sta rivelando un paese sempre più attraente per le imprese occidentali, soprattutto da quando il governo all’inizio di quest’anno ha concesso alle società straniere di detenere fino al 51% della proprietà dei negozi monomarca. Grotto, fondata nel 1986, ha scelto fin da subito la delocalizzazione produttiva e conta su una rete commerciale di 3 mila punti vendita in 56 paesi. Nel frattempo, un’altra società produttrice di jeans, la statunitense VF CORPORATION (marchi LEE, WRANGLER) sta ultimando lo smantellamento dei suoi stabilimenti negli USA per trasferire le lavorazioni in Centro America, con una perdita di 391 posti di lavoro.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 11.11.2006)
BENETTON: Autostrade annuncia l’addio alla fusione con Abertis, che avrebbe portato alla nascita del più grande gestore autostradale europeo, per gli azionisti di Autostrade salta il superdividendo da 2,5 miliardi che era stato programmato. Il no dell’Anas all’operazione, suffragata dalla decisione del Tar del Lazio che ha respinto il ricorso di Autostrade, le nuove norme sulle convenzioni contenute nella legge finanziaria hanno convinto le parti in causa a desistere. Secondo il Sole 24 ore “la realtà è che in sette anni, dal 1999 a oggi, la società che fa capo alla famiglia Benetton ha realizzato profitti troppo facili” in virtù di una convenzione “debole”, all’epoca della privatizzazione, senza un vero contratto che disciplinasse il trasferimento del rischio dal concedente al concessionario. Autostrade ora annuncia di guardare all’Est europeo per il suo futuro sviluppo.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 14.12.2006)
LOTTO acquisisce ETONIC, leader nel mercato statunitense delle scarpe da golf e da bowling, e fra i principali produttori di scarpe per la corsa e il passeggio. L’obiettivo è duplice: rafforzarsi negli USA appoggiandosi alla rete distributiva di Etonic e introdurre in Europa il marchio Etonic, che ha una lunga storia alle spalle (nasce nel 1876 in Massachussetts) e un fatturato in forte crescita.
(Fonte: Fashionmagazine newsletter 29.11.2006)
TIMBERLAND ha annunciato di avere rilevato Howies, società britannica che produce abbigliamento “amico dell’ambiente”, puntando su materie prime come il cotone biologico e su procedure di tintura e confezione in cui gli interventi chimici sono ridotti al minimo.
(Fonte: Fashionmagazine newsletter 4.12.2006)
Ha smesso di produrre per H&M e non accetterebbe commesse da ZARA, marchi che vendono qualità scadente e pagano poco. La società tessile cinese SHANDONG YELIYA GROUP, che cuce divise per AirChina e prende le misure a Hugo Chavez, ha forza finanziaria e produttiva sufficiente per presentarsi alle sfilate di Milano Moda Donna, insieme ad altre sette aziende cinesi, con una proposta di acquisto o di joint-venture rivolta alle griffe italiane di abbigliamento femminile in crisi, alla quale ha già risposto una mezza dozzina di brand italiani con sede a Biella, Carpi, Como e Modena. Non era mai capitato prima. Ecco come il Sole 24 ore descrive la fabbrica cinese: “Scatolone di cemento un po’ malandato, a quattro piani, 1.500 operai, 400 dei quali emigrati dall’interno del paese, vivono e dormono lì […] Una fabbrica che va senza sosta, dalla sirena delle 6,30 del mattino a un’ora non meglio precisata della notte, perché se c’è da finire una commessa le luci ai piani restano accese […] Brevi pause pranzo, in fila in mensa con la scodella in mano per una minestra di crauti e un pao-zi (pane cinese). Ma c’è un ambulatorio per gli infortuni e gli operai, giovanissimi, prendono 120-150 dollari al mese, più il 30% di contributi […] Niente busta paga, solo conti individuali”.
(Fonte: Il Sole 24 ore, 29.10.2006)
L’organizzazione statunitense National Labor Committee (NLC) ha diffuso un rapporto sullo sfruttamento di lavoro minorile in una fabbrica del Bangladesh che produce per PUMA e le grandi catene commerciali europee e USA WAL-MART, J.C. PENNEY, CARREFOUR, TESCO, TCHIBO (www.nlcnet.org/live/article.php?id=147). Lavoratori adulti e fino a 300 bambini lavorano alla Harvest Rich normalmente 12-14 ore al giorno, e quando ci sono ordini da completare dormono in fabbrica fra un turno e l’altro 2-3 ore sul pavimento, il tutto per paghe misere, ben al di sotto dei minimi legali. Ricevono percosse se non raggiungono gli obiettivi assegnati o si attardano nei bagni in cui mancano sapone e carta igienica. I bambini raccontano di non potersi permettere neppure l’acquisto di spazzolino e dentifricio e si lavano i denti con le dita e la cenere. Malgrado ciò, la Harvest Rich ha ottenuto la certificazione della Worldwide Responsible Apparel Production (WRAP), un’organizzazione statunitense, di emanazione aziendale, che monitora il rispetto dei codici di condotta, e ha attirato le critiche severe di ong e sindacati per la sua inaffidabilità. A riprova del fallimento dei meccanismi di controllo da parte delle imprese.
(Fonte: RSI news, 26.10.2006)
NIKE ha annunciato la decisione di interrompere i rapporti commerciali con il suo fornitore pachistano di palloni da calcio cuciti a mano, Saga Sports, a seguito di un’indagine durata sei mesi che avrebbe evidenziato il ricorso non autorizzato di lavoro a domicilio, con probabile impiego di bambini, e una serie di altre violazione delle leggi del lavoro. La produzione sarà assorbita da altre fabbriche in Cina e in Thailandia. Saga, che rifornisce i maggiori marchi dello sport, era stata scelta per essere una delle poche fabbriche di cucitura sindacalizzate nel distretto del pallone di Sialkot.
(Fonte: The Guardian, 21.11.2006, articolo citato da CCC)
NOTE DI STORIA E DI CULTURA
“SONO PULITE LE MIE MANI?”, STORIA DI UNA CAMICETTA DAI CAMPI DI COTONE DI EL SALVADOR FINO AI GRANDI MAGAZZINI SEARS, FORSE LA PIU’ ANTICA CANZONE PER UN CONSUMO CONSAPEVOLE
Potrebbe diventare a buon diritto l’inno della Clean Clothes Campaign il pezzo “Are my hands clean?” scritto nel 1985 da Sweet Honey in the Rock, un coro femminile afroamericano che compone e interpreta canzoni di impegno civile dal 1973. Notate la complessità del testo, che vi proponiamo nella traduzione di Enrico Pagani e in originale, che ricostruisce minuziosamente i processi produttivi subiti da una camicetta venduta ai grandi magazzini Sears.
SONO PULITE LE MIE MANI?
Indosso abiti toccati da mani di tutto il mondo
35% cotone, 65% poliestere.
Il viaggio inizia in America Centrale, nei campi di cotone di El Salvador.
In una provincia immersa nel sangue, i lavoratori irrorati di pesticida faticano sotto il sole cocente raccogliendo cotone per due dollari al giorno.
Saliamo un gradino – Cargill, uno dei più grandi gruppi commerciali del mondo, porta il cotone attraverso il Canale di Panama, su lungo la costa dell’Est, arrivando negli USA per la prima volta.
In South Carolina, agli stabilimenti Burlington, si unisce a un carico di filati di poliestere offerto dagli stabilimenti petrolchimici Dupont del New Jersey.
La matassa di filo Dupont ha il bandolo il Sud America, in Venezuela, dove operai estraggono petrolio dalla terra per sei dollari al giorno. Poi la Exxon, la più grande compagnia petrolifera del mondo, trasforma il prodotto nello stato di Trinidad e Tobago, che quindi torna nel mar dei Carabi e nell’Oceano Atlantico alle fabbriche Dupont, sulla strada verso gli stabilimenti Burlington in South Carolina, per incontrare il cotone dei campi insanguinati di El Salvador.
In South Carolina le fabbriche Burlington intrecciano petrolio e cotone in miglia di tessuto per la Sears, che porta questo dono nel mar dei Carabi questa volta diretto ad Haiti – possa essere presto libera -. Lontano dal palazzo di Port-au-Prince donne del terzo mondo confezionano capi secondo le indicazioni della Sears per tre dollari al giorno.
Le mie sorelle fanno la mia camicia.
Essa lascia il terzo mondo per l’ultima volta tornando in mare per essere impacchettata per me.
Questa sorella del terzo mondo.
E io vado ai grandi magazzini Sears dove compro la mia camicetta in vendita col 20% di sconto. Sono pulite le mie mani?
(Are my hands clean? Composta per Winterfest, Institute for policy studies. Testo ispirato a un articolo di John Cavanagh: “The journey of the blouse: a global assembly”, 1985. Traduzione di Enrico Pagani)
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