Aprile-Maggio 2006
NUMERO 6
TUNISIA: UN VICINO DI CASA IN CRISI
Nel marzo del 2005 il segretariato internazionale della Clean Clothes Campaign ha visitato la Tunisia per incontrare le organizzazioni sindacali e della società civile di uno dei più grandi paesi esportatori di abbigliamento, con l’intento di approfondire la conoscenza dei problemi che l’affliggono e stabilire legami duraturi con le organizzazioni che operano per migliori condizioni di lavoro in questo settore.
Il tessile-abbigliamento è il settore produttivo di punta della Tunisia, nel 2002 copriva il 46,8% del totale delle esportazioni di prodotti industriali, per un valore di 3,2 miliardi di euro l’anno. Le imprese attive con oltre 10 addetti sono 2.135 e nel 2004 davano lavoro a 205 mila persone. Di queste imprese, 997 sono joint-venture fra imprenditori tunisini e stranieri, 63 sono a totale capitale straniero, 1.690 lavorano esclusivamente per l’esportazione. La Tunisia è fra i 15 maggiori esportatori di abbigliamento al mondo e sfrutta il vantaggio della vicinanza con i mercati europei. E’ il quinto maggior fornitore dell’Unione europea e il principale nel settore dei pantaloni, jeans in particolare, per produrre i quali importa notevoli quantità di tessuti in cotone denim. Altri articoli leader sono gli abiti da lavoro e la biancheria intima. Fra i principali investitori stranieri figurano in ordine di importanza Francia (Cacharel, Lacoste, Prénatal, Yves-Saint-Laurent, fra i più noti), Germania (Adidas/Reebok, Speedo, Triumph), Belgio, e Italia (Benetton, Diesel, Marzotto), a cui si aggiungono noti marchi americani, fra cui Lee, Wrangler, Gap, Levi Strass, Fila. Le prime zone franche in Tunisia sono state istituite nel 1992, ma le leggi per incoraggiare gli investimenti stranieri risalgono ai primi anni Settanta.
Il mercato internazionale degli indumenti usati ha nella Tunisia uno snodo importante. Le grandi imprese di smercio dei capi raccolti a domicilio o con i cassonetti, che hanno tradizionalmente sede a Prato o a Ercolano, hanno trovato conveniente negli ultimi dieci anni trasferire le attività di selezione in Tunisia e Algeria, dove la manodopera costa sei volte meno e si può impiegare a cottimo o su base stagionale. Di qui, in balle da 45 chili, suddivisi per tipologia, qualità e colore, i vestiti prendono la via dell’Africa, mentre quelli migliori ritornano in Italia per essere venduti sul mercato dell’usato.
E’ opinione condivisa fra le organizzazioni sindacali e della società civile, che i rappresentanti del segretariato internazionale della Clean Clothes Campaign hanno incontrato nel loro viaggio di conoscenza in Tunisia nel marzo 2005, che l’industria dell’abbigliamento, che assorbe la metà della popolazione attiva nel settore manifatturiero, stia affrontando un periodo di recessione preoccupante. Fra il 2000 e il 2005 sono andati persi 80 mila posti di lavoro e negli ultimi tre anni hanno chiuso 600 aziende. Sono gli effetti della fine dell’Accordo Multifibre, associati alla precarietà connaturata al modello produttivo in conto terzi, dal quale l’industria tunisina sembra incapace di uscire, non potendo contare su un settore tessile evoluto (dalla filatura al finissaggio dei tessuti) e su una classe imprenditoriale che, malgrado trent’anni di attività nel settore, sia disposta ad affrontare il mercato con marchi propri. E’ forte inoltre la concorrenza con paesi della stessa area geografica, come il Marocco, che contano su un costo del lavoro ancora più basso. L’insicurezza occupazionale è avvertita come il maggiore problema, generato tanto dalla crisi quanto da un crescente ricorso a contratti temporanei reso possibile da una legge che consente lo scorporo di rami aziendali e la riassegnazione del personale ad unità autonome allo scadere dei quattro anni previsti per maturare il diritto a un’occupazione stabile.
Negli ultimi anni si è scioperato in numerose aziende che hanno lasciato i dipendenti per molti mesi senza paga; gli stabilimenti che chiudono, il più delle volte non corrispondono i salari arretrati e le indennità dovute. Ci sono violazioni ricorrenti del salario minimo legale, dei contributi previdenziali, e casi frequenti di molestie sessuali. Sono stati riferiti casi di donne che hanno lavorato per 30 anni per la stessa azienda nella convinzione di essere in regola, senza sapere che le detrazioni contributive che figuravano in busta paga non venivano versate. La crisi occupazionale ha indebolito l’azione sindacale. C’è una sola confederazione sindacale in Tunisia (UGTT), affiliata all’ICFTU, che raccoglie il 30% della forza lavoro del paese, opera dal 1946 secondo il modello organizzativo del sindacato francese, e si sta adattando con fatica all’avanzare del settore privato in un sistema economico dove l’80% delle attività era in mano pubblica. La Tunisia ha ratificato le convenzioni fondamentali dell’OIL ma gli abusi sono frequenti, a tutt’oggi non riconosce l’esistenza del sindacato dei giornalisti, e rifiuta di ratificare la convenzione sulla protezione dei rappresentanti sindacali, una misura indispensabile in settori ad alta intensità di manodopera precaria, come quello tessile o dell’edilizia, che sono meno tutelati. L’Association tunisienne des femmes democrates (ATFD), uno dei soggetti più attivi nella difesa dei diritti delle donne, ha in progetto la creazione di un osservatorio sul lavoro delle donne nell’industria dell’abbigliamento in conto terzi e a domicilio, a cui affiancare un centro d’ascolto come quello già avviato sulle molestie sessuali.
La Clean Clothes Campagin ha seguito da vicino il caso di una fabbrica che produce abiti da lavoro per ospedali francesi e di altri paesi europei, dove sono stati licenziati 26 lavoratori impegnati nel denunciare abusi, quali salari al di sotto del minimo legale (123 €), evasioni contributive, percosse.
L’italiana Benetton possiede in Tunisia uno dei suoi poli principali per la tintura con 185 dipendenti diretti e 94 imprese terziste che danno impiego a circa 5mila addetti temporanei.
(Fonte: Clean Clothes Campaign; Campagna Abiti Puliti)
FABBRICHE RECUPERATE IN ARGENTINA – L’AVVENTURA ITALIANA DI CUC E TEXTILES PIGUE’
In seguito alla crisi economico-finanziaria che ha colpito l’Argentina, decine di imprese passano sotto il controllo degli operai. Una di queste, la ex Gatic, una delle più grandi del paese per la produzione di abbigliamento sportivo entra nella rete del commercio equo e solidale italiano e coltiva un progetto ambizioso per far uscire dall’ombra le fabbriche recuperate italiane.
Alla fine degli anni ’90, al culmine di una grave crisi economica maturata nel paese in dieci anni di neoliberismo sfrenato, centinaia di fabbriche argentine chiudono i battenti lasciando migliaia di persone senza lavoro. La disoccupazione balza dal 6 al 24% e su 40 milioni di abitanti, 20 milioni precipitano sotto la soglia di povertà. I proprietari si indebitano e gli investitori finanziari trovano uno sbocco lucroso nella legge sulla parità di cambio fra peso e dollaro, i capitali finiscono all’estero e le imprese, già minate dalla concorrenza internazionale, sono abbandonate a sé stesse. Nel lungo elenco delle dismissioni finiscono alcune aziende fiore all’occhiello dell’industria argentina, come la Zanello, la più grande fabbrica di macchine agricole del paese, ritornata a nuova vita nel 2004 dopo essere stata rimessa in attività dalle maestranze. Oggi produce trattori, ma anche autobus, e ha firmato un accordo con il governo in base al quale in futuro potrà produrre anche automobili; i lavoratori guadagnano il 20-30% in più della media nel settore industriale. “Un economista ortodosso direbbe che è impossibile, ma i fatti sono qui a smentirlo”, dice José Abelli, presidente del MNER, il movimento nazionale delle imprese recuperate, che abbiamo incontrato a Milano il 26 aprile in una serata di conoscenza promossa dalla Cooperativa Chico Mendes. Oggi le fabbriche autogestite sono oltre 200 e danno lavoro a 15 mila persone. Ci sono imprese metalmeccaniche, alimentari, tessili, di trasporti, giornali, e anche un albergo a cinque stelle. Una di queste è la ex Gatic, un tempo uno dei maggiori produttori argentini di tessile e calzature, licenziatario per l’Argentina e il Sud America di grandi marchi dello sport come Nike, Adidas, New Balance, Fila, Le Coq, e fornitore della nazionale di calcio. Nei suoi giorni migliori occupava 7 mila persone in 22 stabilimenti e 3 mila persone nella rete distributiva. Ma i debiti accumulati ed errori di gestione portano l’azienda sull’orlo del fallimento. Nel 2002 cessa la produzione e gli operai restano per mesi senza salario, ma senza perdersi d’animo prendono contatti con il MNER, e fondano una prima cooperativa, la Cooperativa Unidos por el calzado (CUC), che produce calzature, e pochi mesi dopo la cooperativa Textiles Pigüé, il più grande e strategico degli impianti della Gatic, poiché fornisce la materia prima, tessuti e tomaie in cuoio, a tutti gli stabilimenti, entrambe hanno sede nella provincia di Buenos Aires. Dopo un tentativo di sgombero violento e una serie di traversie legali, la Textiles Pigüé, come la CUC prima di lei, ottiene il riconoscimento giuridico e l’affidamento degli impianti. La battaglia si sposta ora sul fronte legislativo per colmare il vuoto esistente in materia di espropriazioni. Della ex Gatic restano oggi 8 fabbriche, 5 sono autogestite e occupano un migliaio di persone, 3 sono state acquistate dal fondo di investimento americano Leucadia, che ha tentato fino all’ultimo di strappare la Textiles Pigüé all’autogestione. Le decisioni più importanti si prendono in assemblea, se serve si lavora più di otto ore al giorno perché le fabbriche recuperate non hanno accesso al credito e le politiche pubbliche non sono favorevoli, ma contando sulla comprensione dei fornitori e la solidarietà dei cittadini, il lavoro finora non è mancato. Dal 2005 una linea di scarpe sportive della CUC arriva in Italia grazie alla rete del commercio equo e solidale argentino, nata dalla collaborazione con la cooperativa Chico Mendes nell’ambito del progetto “Argentina equa e solidale”. Le scarpe si vendono in due modelli base, in cuoio, nelle botteghe milanesi della cooperativa Chico Mendes (www.chicomendes.it). Ma c’è un progetto più ambizioso, ai suoi primi passi, che fa ben sperare per il futuro. Si chiama CADI (cuoio argentino, disegno italiano) e nasce per impulso di José Abelli, dalla fiducia nelle grandi potenzialità del movimento cooperativo internazionale e dalla convinzione che per costruire un’economia diversa “bisogna partire dando lavoro là come qui”. L’idea è quella di mettere in collaborazione imprese recuperate italiane e argentine con il fine di arrivare a un prodotto finito che incorpori il meglio delle competenze tecniche di entrambi i paesi. La legge Marcora del 1985 ha permesso il recupero di 180 imprese italiane in fallimento, riconvertite in cooperative di lavoratori. Una di queste è la Gommus di Montecarotto, nella provincia di Ancona, che da vent’anni produce in autogestione suole in gomma e in termoplastica dando lavoro a 70 persone, con un ragguardevole carnet clienti di piccoli e grandi marchi. Il progetto CADI, nella sua prima fase, la coinvolge per la fornitura delle suole, che sono già partite alla volta dell’Argentina per entrare nel ciclo produttivo di Textiles Pigüé. Se il test avrà successo, il progetto prevede altre due fasi fino ad arrivare alla costruzione di una filiera partecipata vera e propria, che potrebbe coinvolgere altre cooperative italiane e argentine. E si stanno sondando possibilità di collaborazione anche in Brasile e in India. Fabbriche recuperate di tutto il mondo unitevi? “Speriamo che arrivi il momento in cui non ci sarà più bisogno di recuperarle”, dice scherzando Girolamo Badiali, presidente di Gommus. Sì, perché reinventarsi imprenditori non è facile, ma i lavoratori delle fabbriche autogestite stanno dimostrando di avere stoffa da vendere.
DALLE ISTITUZIONI
FIRMATI I RINNOVI CONTRATTUALI PER I LAVORATORI DEL TESSILE E DELLE CALZATURE
Sono stati chiusi in aprile gli accordi per il rinnovo del secondo biennio economico con un aumento medio in busta paga di 75 euro al mese per lavoratori tessili (+ 6,1%) e di 73 euro per i calzaturieri. I minimi contrattuali per i calzaturieri salgono da 1.019 euro per il primo livello fino a 1.709 euro per l’ottavo. Non sono state introdotte modifiche sulle parti normative malgrado la richiesta iniziale degli imprenditori di gestire unilateralmente le ferie o di ottenere 8 ore di lavoro in più a parità di salario. L’accordo dei tessili interviene sulla disciplina contrattuale dell’apprendistato per le aziende con sede in regioni che non hanno regolamenti in materia.
(Fonte: Il Corriere della sera, 13.4.2006, Fashionmagazine newsletter 13.4.2006)
LA REGIONE TOSCANA APPROVA UNA LEGGE SULLA RESPONSABILITA’ SOCIALE DELLE IMPRESE
La Regione Toscana si impegna ad assicurare agevolazioni e interventi di sostegno alle piccole e medie imprese che adottino, su base volontaria, gli standard internazionali relativi alla responsabilità sociale delle imprese in materia di rendicontazione, sistemi di gestione aziendali certificabili, certificazioni di prodotto o servizio, e che garantiscano la credibilità e la trasparenza del proprio operato in funzione della “tracciabilità sociale” dei beni o dei servizi prodotti. E’ quanto prevede la legge n. 14 approvata il 3 maggio dal Consiglio regionale, che disciplina inoltre la composizione e il funzionamento della Commissione etica regionale, a cui partecipano fra gli altri associazioni di categoria, ong e sindacati. Fra i compiti della Commissione nell’immediato futuro, proporre strumenti per incorporare la RSI negli appalti pubblici, applicare le certificazioni tipo SA8000 alla realtà toscana, rafforzare il ruolo delle pubbliche amministrazioni nei processi di certificazione.
(Fonte: Mani Tese/Campagna Abiti Puliti)
LA REGIONE LAZIO ADOTTA UN CODICE ETICO SUL COMMERCIO INTERNAZIONALE
La Giunta regionale del Lazio ha approvato il 31 marzo un codice etico che introduce la responsabilità sociale delle imprese nella sottoscrizione di accordi commerciali internazionali con l’obiettivo di garantire buone prassi anche nei paesi in cui i diritti fondamentali sono violati. Il codice impegna la Regione, le sue agenzie, gli enti pubblici dipendenti e gli enti privati a partecipazione regionale al rispetto di principi universalmente condivisi in materia di diritti umani e sindacali, protezione dell’ambiente e lotta alla corruzione, e a promuoverne l’osservanza da parte delle imprese del Lazio che svolgano attività di produzione e commercio internazionale. La delibera prevede anche l’adesione al Global Compact promosso dalle Nazioni unite.
(Fonte: RSI news 5.4.2006)
TORONTO SI UNISCE ALLE CITTA’ CHE PROMUOVONO ACQUISTI ETICI. LA PROSSIMA SARA’ SHENZHEN?
La città di Toronto ha approvato il 26 aprile un provvedimento che impegna i fornitori di abbigliamento da lavoro per l’amministrazione municipale, e i loro subfornitori, a rispettare i diritti fondamentali dei lavoratori, a corrispondere retribuzioni dignitose, e a rendere pubblici nomi e località dei siti produttivi per lo scrutinio da parte degli amministratori pubblici. La città di Toronto acquista circa 4 milioni di dollari all’anno in uniformi per la polizia, i vigili del fuoco, i conducenti di trasporti pubblici.
(Fonte: No Sweat Campaign, in: www.maquilasolidarity.org)
L’Ufficio del lavoro della città di Shenzhen, una delle più grandi zone economiche speciali cinesi, sta lavorando alla stesura delle prime linee guida della città in materia di responsabilità sociale delle imprese, che saranno prevedibilmente emanate entro la fine dell’anno. L’annuncio, insieme alla presentazione di un’indagine conoscitiva sulla conoscenza e l’applicazione di criteri di RSI fra le imprese di Shenzhen, è stato fatto in una conferenza stampa il 30 marzo. I nuovi standard si baseranno sulle leggi del lavoro e dell’ambiente nazionali, che dalla ricerca risultano largamente disattese, e sarà richiesta una certificazione di conformità emessa da enti terzi per poter accedere agli appalti per le forniture pubbliche, il cui valore si aggira annualmente sui 241 milioni di dollari. Alle imprese virtuose saranno concessi sgravi fiscali.
(Fonte: www.csr-asia.com)
IN DISCUSSIONE A PECHINO UNA PROPOSTA DI LEGGE PER MIGLIORARE I CONTRATTI DI LAVORO
Il governo cinese sta mettendo mano a una legge per la disciplina dei contratti di lavoro, che dovrebbe nelle intenzioni rendere più difficile il licenziamento dei lavoratori, alzare i costi per le assunzioni temporanee, aumentare le liquidazioni e dare un ruolo maggiore alle rappresentanze sindacali all’interno delle fabbriche. Le aziende straniere sono convinte che le nuove regole varranno soprattutto per loro. Tuttavia, pur avendo criticato il progetto – la Camera di commercio americana ha sottoposto osservazioni al governo cinese per conto delle 900 imprese associate – evitano di opporvisi troppo apertamente.
(Estratto da: Il Sole 24 ore, 21.4.2006)
NOVITA’ EDITORIALI
VIAGGIO A RITROSO NELLA VITA DI UNA MAGLIETTA
Nel suo libro “Viaggio di una T-shirt nell’economia globale”, uscito per Apogeo, la ricercatrice americana Pietra Rivoli compie il cammino inverso di Raffaele Brunetti (vedi Newsletter n. 1/06) per raccontare come prende forma una T-shirt dai compi di cotone del Texas alla fabbrica di stato, rumorosa e polverosa di Shanghai, prima di finire inesorabilmente nel cassonetto.
(Fonte: Carta, n. 16, 2006)
DAL MONDO DELLE IMPRESE
CESSIONI/ACQUISIZIONI, RISTRUTTURAZIONI, ATTUALITA’ & FUTILITA’
Adidas raddoppia il fatturato in Italia, firma un accordo con la Nba per vestire nei prossimi 11 anni tutte le squadre della lega professionistica di basket USA, prepara investimenti in comunicazione per gli imminenti mondiali di calcio per 900 milioni di euro (45 milioni in Italia).
Armani associa il suo nome al marchio di sneaker giapponese Mizuno per creare una collezione di scarpe sportive di lusso, sulla scia di altri analoghi sodalizi: Jil Sander e Puma, Neil Barrett e Puma, Yohji Yamamoto e Adidas.
Basicnet cede al proprio licenziatario in Cina Diamond King International i diritti di proprietà dei marchi Kappa e Robe di Kappa sul territorio cinese, realizzando dall’accordo 35 milioni di dollari, una cifra superiore al valore di borsa del gruppo. Dalla vendita di un pacchetto di titoli, il cui valore si è nel frattempo triplicato, il fondatore di Basicnet Marco Boglione incassa in tre giorni 2,6 milioni di euro. Morale: il tessile è in crisi, ma non per tutti.
Benetton, conclusa l’acquisizione delle autostrade del Cile, persa l’aggiudicazione di quelle francesi, la famiglia Benetton tenta la fusione fra Autostrade Spa, di cui detiene il controllo, e il socio spagnolo Abertis, che porterebbe alla nascita del più grande gruppo autostradale europeo. Se andrà in porto, l’operazione frutterà 670 milioni di euro ai Benetton, che hanno già goduto di utili più che triplicati dall’anno della privatizzazione grazie all’aumento delle tariffe a fronte di investimenti non realizzati. All’Anas spetta ora verificare che gli obblighi previsti dal contratto di concessione siano stati rispettati.
Bottega Veneta, la conoscete? Forse no, ma da un sondaggio del “Luxury Institute” fra i ricchi americani, con un reddito annuo di almeno 200 mila dollari e un patrimonio netto minimo di 750 mila dollari, si impone per preferenze come il primo marchio della moda su 21 selezionati, superando Hermès e Armani, perché “fa sentire speciali i clienti che lo scelgono”.
Champion Europe, azienda modenese dell’abbigliamento sportivo, rileva la catena di negozi Giacomelli Sport, andata in amministrazione straordinaria nel 2003 con 625 milioni di debiti, con l’intenzione di creare un polo dell’abbigliamento e della distribuzione fra Modena e Rimini.
Diadora si converte al lusso preparando per il prossimo autunno una linea di calzature disegnata da stilisti dell'alta moda, che utilizzerà “materiali molto esclusivi”, come – udite e rabbrividite – la pelle di squalo trattata.
Finpart, arrestato Gianluigi Facchini, l’ex amministratore delegato della holding della moda che controlla marchi come Frette e Cerruti (Nino Cerruti è stato l’inventore negli anni ’50 del prêt-à-porter maschile di lusso), con l’accusa di bancarotta fraudolenta e falso in bilancio. Al centro dello scandalo anche la Banca popolare di Intra che avrebbe finanziato l’ex a.d., i familiari e altri soggetti per acquistare sul mercato azioni della holding e sostenere le quotazioni del titolo in borsa (vi ricorda niente?).
Reebok ritira dal mercato 300 mila braccialetti, con un ciondolo a forma di cuore con il nome della società impresso al centro, distribuiti in omaggio nelle confezioni di diversi tipi di calzature per bambini. I braccialetti, importati dalla Cina, contengono un alto livello di piombo che ha causato la morte per avvelenamento di un bambino di quattro anni di Minneapolis, che aveva ingoiato il ciondolo.
Timberland annuncia che dalla fine dell’anno i propri prodotti conterranno un’etichetta definita “nutrizionale” che indicherà il nome della fabbrica e il luogo di produzione, la quantità di energia utilizzata e la quota proveniente da fonti rinnovabili, il numero di fabbriche monitorate sulla base del codice di condotta aziendale, le ore di volontariato dedicate alle comunità dai propri dipendenti. Le confezioni saranno ottenute da fibre riciclate, le borse da materiali biodegradabili.
Tod’s parca coi lavoratori, generosa con gli azionisti ai quali distribuirà 30,2 milioni di euro, il 78% dell’utile prodotto, grazie a ricavi cresciuti nel 2005 di quasi il 20% e a una cedola azionaria raddoppiata.
Versace si appresta a uscire dalla crisi lanciandosi nel settore dell’allestimento di interni di jet privati (700 venduti ogni anno) e yacht, nella vendita di gioielli, e di orologi con una gamma di prezzo dai 2 ai 50 mila euro.
(Fonte: Il Sole 24 ore, vari numeri aprile-maggio 2006; Il Corriere della sera, 22.4.2006; Fashionmagazine newsletter, vari numeri aprile-maggio 2006; RSI news 28.2.2006, 24.3.2006)