CROLLA LA SPECTRUM IN BANGLASDESH
Il crollo di un edificio di
nove piani che ospitava a Dhaka, in
Bangladesh, un maglificio fornitore di alcune grandi catene di
distribuzione e firme della moda europee ha causato nella notte
dell’11 aprile scorso la morte di almeno 74 persone, con
centinaia di feriti e dispersi. Fra le imprese committenti Zara,
Carrefour, Karstadt, Quelle, ma anche alcuni marchi del nostro paese
sui quali la Campagna Abiti Puliti italiana sta svolgendo indagini.
La rete europea della Clean Clothes Campaign ha seguito attivamente il
caso fin dall’inizio, quello che segue è un
resoconto
aggiornato (per approfondimenti: www.cleanclothes.org).
La tragedia che ha colpito la Spectrum Sweater Ltd e
l’annessa Shahriar Fabrics Ltd è solo
l’ultimo degli
incidenti mortali frutto dell’inosservanza delle misure di
sicurezza che fanno strage ogni anno in Bangladesh nelle fabbriche
produttrici di abbigliamento e tessuti per l’esportazione (50
morti nel 2000 alla Choudury Knitwear, 24 morti nel 2001 alla Maico
Sweater, 9 morti nel 2004 alla Misco Supermarket, 23 morti alla Shan
Knitting nel 2005). L’edificio sorgeva su un
terreno
acquitrinoso ed era stato costruito sole tre anni fa in modo abusivo
con tecniche e materiali inadatti a sostenere l’altezza della
struttura e il carico di macchinari industriali. Testimoni riferiscono
che sedici ore prima del crollo gli operai avevano dato
l’allarme
osservando delle crepe aprirsi nei muri ma erano stati invitati a
riprendere il lavoro. Resta ancora da chiarire se il proprietario
avesse un permesso per effettuare lavoro notturno, che veniva comunque
svolto anche dalle donne in violazione della legge del lavoro del
Bangladesh.
Varie fonti riferiscono di numerose altre violazioni della legge del
lavoro:
- un operaio morto tre giorni prima del
crollo per le
ustioni riportate dal contatto con liquido fuoriuscito da un
macchinario per tintura difettoso; un’operaia ridotta in fin
di
vita tre mesi prima dalle scariche prodotte dai fili scoperti
dell’impianto elettrico;
- salari al di sotto del minimo legale:
alla Spectrum
si pagavano 700 Taka al mese (10 euro) contro i 930 di legge
già
di per sé al di sotto dei livelli di sussistenza;
- settimane lavorative di sette giorni
senza il
venerdì di riposo prescritto dalla legge.
Tutto questo è in netto contrasto sia con gli
obblighi di
vigilanza che fanno capo alle autorità locali sia con le
procedure di verifica dell’applicazione dei codici di
condotta di
cui imprese come Zara, Carrefour, Karstadt Quelle e Cotton
Group
si sarebbero dotate.
Il proprietario della Spectrum Sweater e della Shahriar Fabrics,
Shahriar Saeed, e il direttore della Spectrum Sweater, Altaf Fakir, si
trovano attualmente in carcere in attesa che il giudice si pronunci
sulla loro richiesta di rilascio su cauzione.
RICHIESTE ALLE IMPRESE COMMITTENTI
Una volte identificate le imprese proprietarie dei marchi, la Clean
Clothes Campaign, in accordo con le organizzazioni partner e i
sindacati in Bangladesh, ha rivolto loro le seguenti richieste:
1. Assistenza e risarcimento:
sostegno alle
operazioni di soccorso e di estrazione dalle macerie delle vittime e
dei sopravvissuti; risarcimento alle famiglie delle vittime
nell’ordine di 200.000 taka (circa 2.443 euro) e di
50.000
ai feriti oltre alle cure mediche; pagamento dei salari arretrati di
marzo e aprile, e degli straordinari effettuati in febbraio, marzo,
aprile; garanzia del posto di lavoro, salario e risarcimento inclusi,
ai lavoratori sopravvissuti. Si chiede alle imprese di prendere
contatto con le organizzazioni sindacali e umanitarie locali.
2. Indagini complete, indipendenti e
trasparenti con
il coinvolgimento di organizzazioni locali serie e autorevoli che
esaminino le responsabilità del governo, delle associazioni
di
categoria locali e delle imprese committenti nel non aver impedito o
posto rimedio alle violazioni delle leggi edilizie e del lavoro. Agli
acquirenti europei della Spectrum Sweater che hanno codici di condotta
completi di programmi di verifica a tutela del diritto alla salute e
alla sicurezza sul lavoro si chiede di rendere pubblici i risultati
delle ispezioni periodiche condotte sul posto.
All’Associazione
dei produttori ed esportatori di abbigliamento del Bangladesh (BGMEA)
si chiede di rendere pubblici i rapporti ispettivi che attestano
l’adesione della Spectrum Sweater al programma antincendio
adottato dalla BGMEA. Deve essere stilata una lista completa delle
vittime e i risultati delle indagini svolte devono essere resi di
pubblico dominio.
3. Misure per la revisione della
sicurezza degli
edifici e per il rispetto delle norme di sicurezza sul
lavoro: il
crollo della Spectrum Sweater è solo l’ultimo di
una lunga
serie di eventi luttuosi nell’industria
dell’abbigliamento
del Bangladesh (50 morti nel 2000 alla Choudury Knitwear, 24 morti nel
2001 alla Maico Sweater, 9 morti nel 2004 alla Misco Supermarket, 23
morti alla Shan Knitting nel 2005). Occorre impedire che diventi luogo
comune associare il sacrificio di vite umane alla produzione di capi di
abbigliamento a basso costo per i mercati occidentali. Si chiede al
settore industriale, in collaborazione con organismi pubblici nazionali
e internazionali, di impegnarsi con urgenza a favore di un programma di
prevenzione che comprenda una revisione radicale delle
strutture
che ospitano gli stabilimenti, specie quelli a più piani, e
la
revisione dei relativi meccanismi ispettivi. La Clean Clothes Campaign
raccomanda la creazione di un comitato internazionale e indipendente di
vigilanza con il compito di esaminare le norme di salute e
sicurezza nei luoghi di lavoro e la loro effettiva applicazione. Del
comitato dovrebbero far parte esperti in ingegneria civile, salute e
sicurezza, norme del lavoro. Oltre a occuparsi di questioni tecniche,
il comitato dovrebbe attivare l’accesso a canali di
comunicazione
riservati e sicuri attraverso i quali sia possibile ai lavoratori far
pervenire ai datori di lavoro segnalazioni inerenti a questioni
cruciali come la salute e la sicurezza.
4. Dialogo con gli stakeholder locali
(Bangladesh
Independent Garment Workers’ Union Federation (BIGUF),
Bangladesh
Textile and Garment Workers League (BTGWL), National Garment Workers
Federation (NGWF) e l’organizzazione Karmojibi Nari) su tutte
le
questioni aperte, compreso l’ammontare del risarcimento
(alcune
organizzazioni chiedono che l’importo sia innalzato a 1
milione
di alle famiglie delle vittime).
5. Misure di prevenzione
nell’area
circostante: La Clean Clothes Campaign nutre il fondato
timore
che, a causa di difetti progettuali e costruttivi, corrano rischi di
crollo altri stabilimenti nelle vicinanze della Spectrum Sweater, area
storicamente soggetta a innondazioni. Chiede alle imprese che si
riforniscono in questa e in altre aree a rischio di mettersi
immediatamente in contatto con i propri fornitori per accertare che gli
edifici siano sani, costruiti nella legalità e che ai
lavoratori
siano garantiti adeguati livelli di tutela.
LA RISPOSTA DELLE IMPRESE
Carrefour ha assunto inizialmente un atteggiamento di chiusura
accettando alla fine di prendere contatto con due organizzazioni del
Bangladesh con le quali aveva intrattenuto rapporti. Una di queste,
Karmojibi Nari (organizzazione a difesa dei diritti delle donne), che
è partner della Clean Clothes Campaign, riferisce
però di
non aver ricevuto finora alcuna comunicazione da parte di Carrefour.
C’è inoltre da interrogarsi sulla
serietà e sulla
credibilità di ispezioni che Carrefour sostiene di aver
svolto
periodicamente con risultati soddisfacenti. Queste non solo non sono
state in grado di cogliere segnali della tragedia incombente ma neppure
di accertare la serie di violazioni dei diritti sindacali di cui
abbiamo riferito. La spagnola Zara ha reagito prontamente offrendo
sostegno alle operazioni di soccorso della Mezzaluna rossa e si
è impegnata a mantenere aperto il dialogo con la Campagna
spagnola pur non prendendo impegni concreti per il futuro. Alcuni
marchi (la tedesca Neckermann e l’olandese Scapino) inviavano
ordini attraverso la catena di distribuzione tedesca Karstadt Quelle.
Queste tre imprese, insieme a Zara, alla belga Cotton Group e a
Steillmann, aderiscono alla Business Social Compliance Initiative
(BSCI), un organismo per il monitoraggio dei codici di condotta di
recente formazione, che opera in rappresentanza di 40 distributori
europei, il cui scopo è armonizzare le pratiche ispettive
avvalendosi esclusivamente di società di certificazione
accreditate da SA8000 e condividendo al proprio interno i risultati
delle ispezioni. La cosa curiosa è che nessuna delle imprese
coinvolte aderente a BSCI disponeva di informazioni sulle condizioni di
lavoro alla Spectrum Sweater.
BSCI ha affidato a una piccola agenzia di consulenza tedesca con sede
in Bangladesh il compito di svolgere un’indagine per suo
conto e
si è impegnata a inviare propri rappresentanti sul posto
solo
nel mese di giugno, a quasi due mesi dalla tragedia, mentre continua a
non dare risposta alle tre richieste principali formulate dalla Clean
Clothes Campaign insieme alle organizzazioni sindacali e umanitarie
locali in merito ai soccorsi, al risarcimento e a un’indagine
indipendente. Nel frattempo i lavoratori sopravvissuti della Spectrum
Sweater e della Shahriar Fabrics sono senza lavoro, devono sostenere
tutte le spese per cure mediche e non hanno ricevuto i salari e gli
straordinari arretrati. L’Associazione dei produttori ed
esportatori di abbigliamento del Bangladesh (BGMEA) ha versato 100
mila ad alcune famiglie delle vittime, una cifra notevolmente
inferiore a quella richiesta dai sindacati, e rifiuta di risarcire i
feriti. Carrefour e BGMEA hanno già svolto le loro indagini,
ma
non hanno reso pubblici i risultati.
Continuano intanto le proteste dei lavoratori a Dhaka con
manifestazioni, catene umane e scioperi della fame per chiedere al
governo di fare giustizia.
La Clean Clothes Campaign continuerà a seguire il caso in
collaborazione con i suoi partner in Bangladesh e a mantenere alta la
pressione sulle imprese europee.
Vi informeremo di ogni ulteriore sviluppo o di iniziative che
richiedono il vostro sostegno.