REPLICA TOSCANI E ABITI PULITI
PRIMA CHE CALI LA SERA SULLA SUA ULTIMA CAMPAGNA, FACCIAMO LUCE SUI DIRITTI DEI
LAVORATORI INDIANI.
Pubblichiamo di seguito la risposta di Toscani alla lettera aperta e la successiva replica di Abiti Puliti."Siamo alla ricerca disperata di qualcuno [qualcuno che non siamo noi,
possibilmente ben identificabile in un «nemico»] che ci sollevi dal senso di
colpa. Il senso di colpa generico, ma non per questo meno fastidioso, che ci
coglie tutte le volte che la povertà e l’ingiustizia si rivelano ai nostri
occhi distratti.
Siamo alla ricerca di qualcuno contro cui prendersela, possibilmente con
nome e cognome, ogni qual volta il degrado della vita che viviamo colpisce
in modo visibile un debole, un emarginato, una vittima.
I palloni garantiti «cuciti senza impiego di manodopera minorile», i «clean
clothes», i vestiti puliti, i giocattoli politically correct, la raccolta
differenziata dei rifiuti: spie del disagio che corrode il sistema in cui
crediamo e che ci affanniamo a perfezionare, dove contano competitività,
spregiudicatezza, profitto. Ma spie anche, paradossalmente, di un modo di
eludere il cuore di problemi drammatici, attirando l’attenzione sulla parte
più spettacolare di essi, sull’aspetto emotivo, sul senso di inadempienza
che la nostra cattiva coscienza registra nei confronti della ricchezza e
della sua ingiusta distribuzione.
Basta giocare a calcio con un pallone garantito lavorato da mani adulte per
sentirsi a posto di fronte allo sfruttamento planetario delle masse che
affollano ogni domenica gli spalti degli stadi? Basta un abito «pulito»,
lavorato obbedendo alle norme che regolano la produzione e il profitto, e
non frutto di lavoro clandestino, per avallare la legittimità di quelle
norme e il perdurare, anche questo planetario e non limitato alla Turchia o
all’India, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo? È sufficiente giocare con
una bambola confezionata da operai maggiorenni per eludere il grave problema
del consumo di massa, quello a cui vengono addestrati i bambini fin da
piccoli da dosi massicce di pubblicità, per abituarli ad assimilare, da
subito, il concetto che «tutto quel che vedi lo puoi comprare»? Crediamo
davvero di contribuire alla salvezza del pianeta buttando i rifiuti nei
contenitori gialli verdi e blu della raccolta differenziata? E siamo
davvero sicuri che la violenza principale sui bambini sia quella dei
pedofili additati ogni giorno al nostro disprezzo dalle pagine di cronaca
dei giornali?
Il bisogno continuo di capri espiatori sui quali rovesciare il nostro
impotente desiderio di giustizia, non ci trasformerà troppo superficialmente
in giudici?
Non sarà che a forza di illuminare scandalisticamente la parte più
mediatica del tutto, il tutto finisca per restare scandalosamente in ombra?
E questi comitati che spuntano come funghi per difendere bambini, cani gatti
e cavalli, maglioni e palloni non sentono mai sulla propria pelle il dubbio
che brucia a me: quante facce ha la verità? chi ha il diritto di accusare
facendo nomi e cognomi di altri che non sono lui? quanto siamo responsabili,
ognuno di noi, del sistema che si autoalimenta sulla nostra coazione a
consumare, sulla nostra bulimia?
Basterà mettersi due dita in bocca e vomitare, una volta sui vestiti, una
volta sui palloni, una volta sui bambini, una volta sui rifiuti, per
riacquistare un metabolismo naturale, per tornare a nutrirsi di riso in
bianco, dopo i sughi da trattoria di terz’ordine o da nouvelle cuisine a
cui ci condannano le repubbliche fondate sugli ipermercati? Mi brucia questo
dubbio: questi comitati, questi giornalisti che sparano scoop sui bambini
che lavorano nelle pagine di Economia [notoriamente dedicate a evidenziare
il rialzo dei titoli in Borsa quanto più i profitti delle imprese quotate
sono raggiunti con spregiudicatezza; e già qui la contraddizione tra la
denuncia e l’effetto rivela la verità contorta e cinica che muove il
meccanismo del libero mercato] sono legittimati per il semplice fatto di
fremere indignati di fronte a un pallone, a un vestito, a una bambola cuciti
da un bambino?
Non saranno anche loro complici di un sistema che ha bisogno di lavare con
la mano sinistra il fango che sporca la destra, di esorcizzare con
l’emozione e lo sdegno occasionali, una tantum, la perpetua e ormai
definitiva sopraffazione della ricchezza sulla povertà, della protervia
sulla dignità?
L’America, il Paese che ha realizzato il modello migliore del capitalismo, è
ricca di comitati «politicamente corretti» e di scoop sui giornali contro le
varie dignità calpestate.
Ma si può davvero dire per questo che l’America abbia realizzato il modello
migliore della giustizia sociale? E, per estensione, basta denunciare un
crimine per considerarsi o essere considerati automaticamente assolti dal
concorso in reato?
Non vorrei mai che si tacesse, ovviamente, sul lavoro minorile, sulla
violenza, sulle discriminazioni razziali e sul degrado dell’ambiente e del
mondo. Credo di averlo dimostrato con il mio lavoro. Ma mi brucia il dubbio
su quale sia la strada giusta per raggiungere la consapevolezza vera e
profonda sul dramma della povertà e dell’ingiustizia, su chi ha il diritto
di parlarne e su chi deve o non deve accettare di essere zittito. Mi brucia
il dubbio su quale sia la via per toccare non soltanto il mio cuore, ma
quella giusta e utile per fare finalmente luce nel mio cervello.
Oliviero Toscani
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Non “siamo alla ricerca disperata di qualcuno che ci sollevi dal senso di
colpa”. I sensi di colpa non ci appartengono e li
lasciamo a chi va a nozze col potere con l’augurio che riescano a
risolverli col loro padre spirituale o col loro psicoanalista. Il nostro pane non è il frutto di rapporti speciali con i potenti, ma del lavoro umile di chi si trova fra gli ultimi gradini della scala sociale. Noi
siamo alla ricerca di giustizia perche' pensiamo che tutti abbiamo solo da guadagnare da un mondo basato sulla giustizia invece che sullo sfruttamento e ci poniamo l’obiettivo di spingere i responsabili e i corresponsabili della violazione dei diritti dei lavoratori ad intraprendere azioni correttive. Nello specifico chiediamo a Flash & Partner di intervenire presso la sua appaltata indiana FFI affinchè cessi gli abusi nei confronti dei lavoratori e ritiri la querela che censura la libertà di denuncia.
Venendo al suo dubbio, su chi ha il diritto di parlare di povertà e
ingiustizia, la nostra opinione è che tutti abbiamo il dovere di
farlo. E non e' solo la nostra opinione, ma e' quanto scritto nella
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che affida ad tutte le
componenti della societa' il dovere di difendere i diritti umani. Non
certo per senso di colpa ma per amore della giustizia. Ma non per lucrarci sopra. Per concludere pensiamo che non è più il tempo delle strumentalizzazioni verbali, ma delle assunzioni di
responsabilità. Anche lei, signor Toscani, deve decidere da che parte
vuole stare. Se decide di stare dalla parte di chi opprime, continui
pure a fare le sue campagne pubblicitarie al servizio di chi usa tutto
e tutti, lei compreso, per fare soldi. Se decide di stare dalla parte
degli oppressi si unisca a noi per chiedere a Flash & partners di
intervenire presso l’appaltata indiana affinchè garantisca i diritti
dei lavoratori. Si schieri e vedrà che i dubbi scompaiono da soli.
Francesco Gesualdi
Deborah Lucchetti
Ersilia Monti
>> la lettera aperta inviata a O. Toscani