CAMPAGNA KAPPA: le parole di Boglione
La campagna ha totalizzato 2500 cartoline e 5000 email spedite. A Torino il presidente di BasicNet annuncia una ‘pausa di riflessione’: sospendera’ temporaneamente l’approvvigionamento di capi di abbigliamento dalla Birmania.
Il 19 febbraio 2003, a Torino, nell’ambito dell’iniziativa “Olimpiadi 2006 e responsabilita’ sociale” organizzata dalla Campagna Biancaneve, si e’ tenuto un incontro pubblico fra Francesco Gesualdi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo e Marco Boglione, presidente di BasicNet/Kappa.
Nel 2002, la Rete di Lilliput ha promosso una campagna di pressione pubblica per chiedere a BasicNet di non rifornirsi piu’ da produttori localizzati in Birmania, prevedendo nel contempo delle forme di indennizzo per i lavoratori delle fabbriche interessate, in accordo con le richieste del sindacato e dell’opposizione democratica birmani.
Marco Boglione ha riconosciuto che il governo birmano e’ uno dei peggiori regimi oppressivi e che in Birmania si violano i diritti umani. Cio’ nonostante ha affermato che non spetta alle imprese assumere iniziative per fare cambiare il comportamento dei governi. Secondo Boglione questo compito spetta alle istituzioni internazionali (che in realta’ si sono gia’ espresse per la sospensione delle relazioni commerciali con il paese, vedi OIL, e per denunciare il lavoro forzato, vedi ONU) e, in assenza di misure coercitive da parte loro, le imprese hanno solo l’obbligo di rispettare le leggi dei paesi in cui operano, anche se sono in contrasto con le convenzioni internazionali. Boglione non ha dichiarato come cio’ si concili col codice di condotta assunto da BasicNet che la obbliga a rifornirsi solo da imprese che rispettano i fondamentali diritti dei lavoratori compreso il diritto ad organizzarsi in libere associazioni sindacali. Boglione ha anche messo in discussione la validita’ degli embarghi come forma di pressione a difesa dei diritti umani, mentre ha esaltato l’investimento perche’ promuove lo sviluppo e l’occupazione. Ad ogni modo ha dichiarato di volersi prendere una pausa di riflessione sospendendo per il momento l’approvvigionamento di capi di vestiario in Birmania. A Boglione sono state fatte alcune proposte (SA8000, adeguamento al protocollo sui codici di condotta del CCNL, scelta di cooperative) per migliorare il codice di condotta di BasicNet e la ricerca dei fornitori. La campagna continua.
Per chi ha voglia di leggere le argomentazioni di Boglione in ‘presa diretta’, segue la trascrizione della registrazione sonora del dibattito.
Ersilia Monti
______________________________________________________________________________________________________“OLIMPIADI 2006 E
RESPONSABILITA’ SOCIALE“ - Torino 19 febbraio 2003
Incontro
pubblico promosso dalla Campagna Biancaneve per la responsabilità sociale di
Torino 2006.
Intervengono:
Rinaldo Bontempi (vicepresidente Toroc), Marco Boglione (presidente BasicNet/Kappa),
Francesco Gesualdi (Rete di Lilliput), Daniela Fossat (Campagna Biancaneve);
modera Gianluca Gobbi.
(trascrizione
della registrazione sonora)
[Viene
proiettato un video con l’intervista a due sindacalisti birmani che hanno
tenuto un incontro pubblico a Torino il 3 febbraio 2003, ospiti di Iscos
Piemonte].
GOBBI:
L’intensità
di questo video rende superflua qualsiasi introduzione, quindi due parole
sull’organizzazione della serata. Nella seconda parte si toccherà il tema
legato più specificamente alla preparazione dei giochi di Torino 2006 con
Rinaldo Bontempi, vicepresidente del Toroc; poi prenderà la parola anche
Daniela Fossat per la Campagna Biancaneve: una campagna che si batte perché ci
sia una vera e propria responsabilità sociale soprattutto da parte degli
sponsor e dei fornitori. Si chiede alle aziende di essere trasparenti in tutto
e per tutto, soprattutto per quanto riguarda la filiera produttiva, aziende che
poi ricorrono ad imprese che possono trovarsi nei luoghi appena descritti, come
la Birmania. Poi Francesco Gesualdi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo che
dibatterà un po’ con Marco Boglione in merito alla situazione della Kappa.
Allora Boglione, codici di condotta che sono solo una facciata per la propria
immagine, come è stato detto nell’intervista?
BOGLIONE:
No,
io credo che da quello che si è sentito nell’intervista il problema sia molto
più complesso di quello che si può definire [...]. I codici di condotta
sicuramente sono qualcosa, non sono tutto, sono qualcosa che uno può vedere
come la prima goccia in un bicchiere vuoto oppure una prima goccia in un
bicchiere in cui non doveva esserci niente, neanche quella goccia. Allora
bisogna entrare nel tema […] sia come affrontare una criticità pazzesca che ci
riguarda tutti perché, così come ci riguarda in questo momento quello che
succede in Iraq, ci riguarda anche quello che succede in Birmania. E da quello
che si è capito da questo video, è una situazione pazzesca. Che ci sia un
ordine mondiale che non è in grado di far rispettare un’elezione democratica,
beh, io direi che questo è il tema. Poi scendiamo effettivamente, si arriva...,
si sente parlare di lavori forzati, una roba che non c’è più su nessuna carta.
E’ rimasta la pena di morte, ma non ci sono più i lavori forzati; eppure ci
sono, qualcuno li sta tollerando e io mi sento tremendamente impotente di
fronte a un tema del genere. Che cosa c’entro io? Se potessi fare qualcosa, lo
farei subito, ma non per le magliette in Birmania, che alla fine [...], ma
perché ci sono ancora i lavori forzati al mondo.
GOBBI:
Per
esempio, in occasione dei mondiali asiatici di calcio, è stato scritto sulle
cartoline, ne abbiamo viste a migliaia circolare, “In Birmania la dittatura non
è un gioco”; c’era l’elenco delle aziende che poi, anche sulla base di forti
campagne di opinione internazionali, hanno deciso di lasciare la Birmania.
Allora la domanda era: Kappa che cosa aspetta?
BOGLIONE:
Ma
io però dico questo, ho sentito in quel video come un elemento, diciamo che il
video evidentemente elencava negatività, una forte negatività. Una di queste è:
“A detta degli americani, è uno dei paesi meno sviluppati del mondo” [in realtà
l’intervistato diceva: “il paese è stato classificato dalle Nazioni unite come
uno dei meno sviluppati del mondo”]. Lo sviluppo è un fattore positivo, penso
che su questo siamo tutti d’accordo. Certo che se io vado a fare magliette là,
non tolgo sviluppo, aumento lo sviluppo. Allora bisogna capire come
comportarci. Secondo me il problema è più grande: come il mondo deve comportarsi
di fronte a questi fatti. Se no che cosa succede, a un certo punto, sì,
facciamo tutti i boicottaggi, ma se poi facciamo boicottaggi nei confronti di
qualcun altro, allora abbiamo sbagliato boicottaggio. E poi a forza di
boicottaggi, ci sarà sempre l’escamotage: si parlava di joint-ventures. Noi non
abbiamo nessuna joint-venture, noi compriamo da un’azienda cinese che ha le
joint-ventures nei vari mercati, in Vietnam, in Birmania probabilmente, in
Indonesia, e sono queste forme di collaborazione. Effettivamente noi sappiamo
che si produce in Birmania, evidentemente, però credo che il problema sia più
grande perché poi non avendo la joint-venture c’è un ordine, diciamo delle
regole di mercato che, sì, ti consentono di dire: no, io non voglio lavorare in
Birmania, ma ti mettono su un piano che non è il tuo; ti senti di fare un
mestiere che non spetta a te.
GOBBI:
Quindi
lei non sente a pelle l’accusa di chi dice che ogni relazione economica con la
Birmania comunque va a vantaggio del regime militare?
BOGLIONE:
Probabilmente
sì, probabilmente è vero che ogni iniziativa economica, in qualunque paese del
mondo, va a vantaggio del governo; se c’è un governo militare va a vantaggio
del governo militare. Ripeto, il tema è se bisogna sostituirci nel nostro
piccolo, sapendo che non cambierà niente al governo, oppure stare nella
legalità e agire sul governo perché si correggano certe storture macroscopiche.
Io per altro ho anche scritto che ho ricevuto più di 5.000 email, 2.500
lettere, e ho anche risposto a tutti. Il codice di comportamento sicuramente
non risolve niente, ma è quella goccia che non dovrebbe esserci e invece c’è.
Non credo che sia completamente inutile, perché noi almeno, attraverso quel
codice, siamo sicuri che lavoriamo in condizioni che non sono quelle che sono
state descritte lì. Questo lo posso garantire, l’ho detto centomila volte. Nel
nostro codice per esempio c’è una prima parte, l’abbiamo mandato a tutti questo
codice, dove si dice che la prima cosa da fare è far sapere ai lavoratori quali
diritti hanno sulla base di una carta mondiale dei diritti dei lavoratori.
Probabilmente questa gente - non sono bambini e non hanno catene, questo è
evidente - sa qualcosa che altrimenti nessuno gli direbbe.
GOBBI:
Sentiamo
la replica di Francesco Gesualdi. Tra l’altro si parlava prima che agli inizi
degli anni Novanta è stata la Levi’s la prima a introdurre un codice di
autoregolamentazione, ma molto spesso in questi anni aziende del tessile
sportivo sono state oggetto di forti campagne.
GESUALDI:
Ma
io capisco che per Boglione tutto questo sia un tema nuovo perché abbiamo
visto, per esperienza, che le imprese non sono abituate a considerare i temi
sociali. Sono abituate a considerare essenzialmente, se non esclusivamente i
temi commerciali. Per cui capisco molto bene che tutta questa serie di problemi
gli arriva come un fulmine a ciel sereno, non sono preparati per poterli
affrontare. E che non siano preparati lo si capisce semplicemente dando
un’occhiata al codice di condotta di BasicNet. Un codice di condotta dove non
si rammentano mai le convenzioni internazionali del lavoro, si fa sempre
riferimento alle leggi locali. Allora io vi chiedo quali garanzie si possono
dare a dei lavoratori che sono sottoposti a delle leggi di un regime militare
che prevede il lavoro forzato. Un regime che impedisce l’organizzazione
sindacale, un regime che impedisce lo sciopero, un regime che prevede dei
minimi salariali che sono al di sotto della soglia di povertà, vorrei ricordare
che la Banca mondiale fissa la soglia di povertà a un dollaro al giorno, qui si
parla addirittura di 6 dollari al mese. Ma fate un pochino il conto, 6 diviso
30, quanto viene; viene qualcosa come 30 centesimi al giorno, qualcosa del
genere; non sono bravo in matematica ma siamo veramente al disotto di quel
famoso dollaro. Cioè la legge birmana mantiene volutamente, legalmente la gente
al di fuori di tutte le convenzioni che sono sancite a livello internazionale.
Il codice della BasicNet fa riferimento alle leggi locali, quindi è come dire:
noi vi manteniamo al di fuori dei diritti, questa è la realtà. Il codice lo
abbiamo qui, ringrazio Boglione che ce l’ha mandato, di questo senz’altro
gliene va dato atto. Però leggendolo c’è da fare questa constatazione, per cui
ecco, la domanda: un codice di condotta per fare che cosa? La famosa goccia che
è il primo passo per andare più lontano, o soltanto un’operazione di immagine
per gettare fumo negli occhi a quegli scocciatori che ci vengo a chiedere la
responsabilità sociale? Questo è il grande problema. Allora, a seconda di come
sono fatti i codici, e soprattutto a seconda soprattutto se si prevedono o non
si prevedono dei controlli, che siano dei controlli stringenti, i codici sono
davvero quella famosa goccia, quel famoso passo che può portare lontano, o se
no sono soltanto delle operazioni di marketing. Questo è il punto. Venendo poi
alle altre risposte che ha dato Boglione, io capisco che ci sono delle
responsabilità generali, è vero che siamo in un mondo che è tutto organizzato
soltanto per fare l’interesse dei potenti. E’ così, i deboli sono calpestati, i
diritti sono calpestati, però non ci possiamo trincerare dietro al fatto che
viviamo in un sistema fatto così per dimenticare le nostre responsabilità
individuali, perché poi alla fine il risultato che otteniamo è dato dalla somma
dei comportamenti individuali di ciascuno di noi, per cui arriva un momento in
cui ci dobbiamo chiedere: e io cosa faccio per mettere fine a questa
situazione? Ed ecco che arriviamo alla pressione che noi facciamo sulle imprese,
chiedendo che singolarmente si assumano le loro responsabilità. Allora, di
fronte a un paese così repressivo com’è la Birmania, non possiamo trincerarci
dietro al fatto che la colpa non è nostra, che ce lo siamo già trovati. Voi
andate ad investire là, e per favore, non mi dica che voi andate là per portare
lo sviluppo. Questa è una cosa che oramai è passata, non ci crede nessuno
[applausi]. Voi andate lì perché il lavoro vi costa poco, ma ditelo
chiaramente: c’è la concorrenza, siamo in un momento in cui c’è poco da fare,
per avere i clienti dobbiamo abbassare il più possibile i costi, altrimenti i
profitti non ci tornano. Diciamo le cose come stanno, perché a carte scoperte,
quanto meno discutiamo seriamente. Quindi, lasciamola perdere questa storia
dello sviluppo, voi siete lì per fare i vostri interessi. E guarda caso, con
meno i lavoratori sono garantiti, con più gli interessi vengono a galla. E
quindi questa è la realtà delle cose. Premesso questo, rimane il fatto, che qui
ci sono i birmani che chiedono alle imprese di non investire in Birmania. Non è
che noi ce lo siamo levati dalla testa una mattina, abbiamo detto ci sta
antipatico il governo birmano e chiediamo alle imprese di non investire più in
Birmania; sono i birmani stessi che ci chiedono, che chiedono alle imprese di
fare questo passo perché si rendono conto che fino a quando rimane in piedi
questo governo così repressivo, non c’è la possibilità di conquistare nessun
altro diritto. E’ una situazione analoga a quella che si aveva nei primi anni
Ottanta in Sud Africa in cui i sudafricani, pur sapendo che gli poteva
procurare un danno economico immediato, chiedevano a tutte le imprese di
smettere di investire in Sud Africa, ed alla fine ce l’abbiamo fatta, il
governo dell’Apartheid non c’è più, e non c’è più grazie al fatto che le
imprese hanno accolto la richiesta che gli veniva fatta di non investire in Sud
Africa e oggi ci troviamo in un paese che ha abbandonato questo regime. Questa
è la dimostrazione che le prese di posizioni individuali, anche da parte delle
imprese sono fondamentali, e un’impresa come BasicNet che si richiama al valore
dei diritti deve assolutamente venire via dalla Birmania, tentando naturalmente
di mettere in atto tutta una serie di iniziative che non facciano pagare ai
lavoratori che sono già stati assunti, tentando di far sì che questo tipo di
scelta abbia un risvolto positivo che davvero possa anche portare sviluppo, ma
lo sviluppo ci sarà solo nel pieno rispetto dei diritti, e di questo possiamo
parlare in un momento successivo.
GOBBI:
Lei
vuole replicare subito?
BOGLIONE:
Ma
sì. Innanzi tutto mi dispiace che tutto il suo ragionamento si indebolisca
sulla partenza. Lei parla delle imprese, non mi riconosco, le imprese non sono
abituate a porsi i problemi sociali, lo dice lei. Io me li pongo i problemi
sociali.
GESUALDI:
Lo
dimostri come se li pone.
BOGLIONE:
Venga
a vivere con e me e vedrà...[botta e risposta fra Gesualdi e Boglione
incomprensibile]. Dire che le imprese sono una cosa sola, mi consenta, è uno
sbaglio perché allora non ha neanche la speranza [Gesualdi: le imprese che ho
conosciuto io]. Le imprese che ha conosciuto lei sono una cosa [Gesualdi: mi
pare che BasicNet non faccia eccezione dato il comportamento]. Va bene,
comunque secondo me la sua è stata una partenza incerta: le imprese non
fanno... Ci sono imprese e imprese. Per quanto riguarda il riferimento alle
leggi locali, evidentemente non si può fare diversamente perché non si può
andare in nessun modo a casa di qualcun altro e dire: non rispetto le leggi
locali. Il codice non è uno strumento di marketing, la prova è che noi non ne
abbiamo mai fatto pubblicità. Se fosse uno strumento di marketing, lo useremmo
per dire che abbiamo un codice. No, non è semplicemente questo.
Sostanzialmente, si dice le imprese devono fare la loro parte, tutti dobbiamo
fare la nostra parte, sono perfettamente d’accordo; voi dovete andare via dalla
Birmania cercando di non danneggiare quei poveracci che stanno lavorando. Lo
dice lei stesso. E’ un teorema impossibile [Gesualdi: ci sono delle soluzioni].
E no, andare via dalla Birmania e tenere le imprese, non ci sono soluzioni. Io
non ho ancora un’idea se sia giusto che noi siamo in Birmania o no. Ma anche
perché, quando c’è una discussione, la cosa migliore è sempre quella di
sospendere, anche perché la produzione in Birmania era piccola, è piccola, e
sta finendo perché fanno del tagliato e del cucito leggero, quindi estivo, ed è
finita, e non rifanno la stagione invernale su cui stiamo cominciando a
lavorare adesso, avremo comunque una pausa di riflessione per capire se poi
l’estate prossima rimanderemo del tessuto da cucire in Birmania oppure no. Dal
quel punto di vista lì, possiamo stare un attimo tranquilli. Sono per capire ed
affrontare il tema, ma non facciamo che tutte le aziende la pensano in un modo,
perché se no non riusciamo a parlare.
GOBBI:
Lei
respinge l’idea che tutte le imprese siano uguali, ma a questo punto il
problema viene demandato a chi, alle organizzazioni sovrannazionali, alle
organizzazioni umanitarie?
BOGLIONE:
No,
guardi, io penso proprio questo: noi dovremmo fare le pressioni dove servono.
Dimentichiamoci per un attimo della maglietta Kappa in Birmania, che comunque è
utile perché fa parlare, fa comunicare, espone il problema Birmania, che è un
problema vero. Ma chi dovrebbe fare? Deve fare il governo mondiale, devono fare
gli stati democratici, invece di correre dietro sempre a uno o all’altro
problema, bisognerebbe che si facesse tutta la pressione necessaria ai governi
locali, ai governi internazionali, ma non le associazioni non governative,
sull’Onu, su chi ha il potere di andare lì e dargli due schiaffoni, perché poi
a uno così non è che lo si convince togliendo le magliette della Robe di Kappa;
non gliene frega niente, questo è il tema. Bisogna andare lì, facciamogli altri
scenari: okay, io non faccio più le magliette della Robe di Kappa, ma poi tutti
insieme che cosa facciamo? Pensiamo di aver fatto il nostro dovere pensando di
aver convinto Boglione a non fare più le magliette della Robe di Kappa in
Birmania. Fine della discussione. No, dov’è che dobbiamo andare a battere i
pugni e dire: non sono d’accordo e voi dovete andare lì e prenderlo per le
orecchie adesso, non fra vent’anni, trascinarlo fuori e imporgli il risultato
delle elezioni democratiche. Chi? Io? No.
GOBBI:
Però
c’è un’evidenza. C’è un numero crescente di persone che trovano odioso il fatto
che un piacere personale, che può essere indossare una maglietta o osservare un
evento sportivo, sia collegato a un’azienda che anche solo per il 2% della
produzione sia inserita in un paese con le caratteristiche che abbiamo sentito
poco fa. La campagna del ‘98 sull’Adidas per i palloni e ancora prima nel ’96
perché si era scoperto che i palloni erano cuciti a mano in Pakistan da adulti
sottopagati o da bambini, e in altri casi, palloni che erano cuciti da cinesi
che erano costretti a vivere nei campi di lavoro forzato; quindi, d’accordo il
discorso degli schiaffi, comunque questa sensibilità sta crescendo, lei se ne
rende conto?
BOGLIONE:
Sì,
e mi fa molto piacere.
GOBBI:
Detto
questo…
BOGLIONE:
Detto
questo…Non c’è più la produzione in Birmania, era piccola; dato che gli
interessi commerciali sono lo scopo della mia attività professionale e poi non
faccio mica neanche il Robespierre, mi conviene non andare più in Birmania […]
a rispondere a 5 mila email; non mi cambia niente, non è strategico. Se mi
dicessero: “non devi produrre più in Cina”, allora dico: “ma, allora chiudo”.
Produrre in Birmania non è il problema, è come il Vietnam, come quando nel 1996
hanno riaperto il Vietnam, si è andati subito in Vietnam. Non sarà quello il
problema. Questo è il vero modo di nascondersi dietro un dito, non il codice
etico. Se io me ne vado dalla Birmania, non abbiamo ottenuto niente, veramente
non abbiamo ottenuto niente, a parte qualche centinaio di poveracci…
GESUALDI:
Vediamo
di precisare le cose: la Birmania è un problema sul problema. La Birmania ha
anche questa connotazione particolare, di essere un regime oppressivo, che se
non viene tolto di mezzo, se non ridà la possibilità al governo legale di
potersi insediare e rispettare i diritti fondamentali […]. Quindi questa è una
priorità [interruzione di Boglione]. Come?
BOGLIONE:
Non
gliela darà mai questa possibilità. Bisognerà che qualcuno vada lì e dica:
adesso gliela dai.
GESUALDI:
Noi
ragioniamo secondo l’ottica che ognuno deve fare la propria parte, perché se
non lo facciamo, diventa un alibi per continuare ad ottenere vantaggi da una
situazione di sfruttamento. Questa è la nostra logica e credo che in altre
situazioni anche lei converrebbe con me. Lei andrebbe, tanto per fare un caso
di attualità, a investire in Iraq, sì o no?
BOGLIONE:
No,
vede in Iraq… No, perché c’è l’embargo […]
GESUALDI:
Ma
se è per questo l’OIL, il 30 maggio del 2000 ha condannato esplicitamente la
Birmania per il lavoro forzato. Se è per questo l’Unione Europea si è espressa.
Ce ne sono state tante di dichiarazioni contro la Birmania.
BOGLIONE:
Nessuno
si è espresso… sarebbe talmente facile. Non è più il fatto che le aziende si
devono porre dei problemi etici o no, le aziende devono rispettare la legge, e
belle che finita. Se ci fosse una disposizione governativa, non ci sarebbe il
problema.
GESUALDI:
Abbia
pazienza, tenti un attimo di essere coerente. Un momento parla di governi
internazionali…
BOGLIONE:
No,
io ho detto prima di governi nazionali che fanno le pressioni sulle strutture
governative internazionali che hanno il potere di agire. L’Italia non può
dichiarare guerra alla Birmania.
GESUALDI:
Ci
sono le convenzioni dell’OIL, organizzazione internazionale del lavoro, che
affermano delle cose ben precise che non sono rispettate in Birmania perché il
governo volutamente [interruzione di Boglione: ma c’è l’ONU che non le prende
in considerazione]. Ma per lei qual è quella che domina, la legge Birmana che
consente di sfruttare la gente, di dare dei salari da fame, di non consentire
l’organizzazione sindacale, tutti impegni che stanno scritti dentro il suo
codice di condotta, o valgono le convenzioni dell’OIL?
BOGLIONE:
Certamente
valgono le convenzioni dell’OIL, ma le convenzioni non sono esecutive,
dovrebbero essere…se valgono perché valgono… ma sono perfettamente d’accordo,
l’ho detto subito, ma è una roba pazzesca, ma non ci penso più alle
magliette…il problema è pensare se esiste un disordine mondiale, non un ordine
mondiale. E’ chiaro che se c’è un disordine, poi scoppia una roba che nessuno
capisce più niente. E allora bisogna pensarci prima, ma non ‘non fare le
magliette’, veramente…
GESUALDI:
Noi
di fronte al disordine mondiale ci poniamo il problema di come facciamo per
farlo cambiare. Questo è il nostro approccio. Non so quale sia il suo. Se il
suo è quello di accettare di trarne vantaggio, non è il nostro, siamo su due
sponde completamente diverse. Però allora dobbiamo dire che non abbiamo gli
stessi interessi, non puntiamo agli stessi obiettivi. [Boglione: sicuramente
non abbiamo gli stessi interessi, almeno professionalmente abbiamo interessi
diversi]. Apparentemente sembra che abbiamo un terreno di discussione comune.
Allora se abbiamo questo terreno di discussione comune che è quello di far
migliorare le cose a livello mondiale, e quando dico migliorare, vuol dire
tutelare di più i diritti della gente, allora dobbiamo essere coerenti
[interruzione di Boglione]
BOGLIONE:
Allora
se c’è questo terreno, parliamone.
GESUALDI:
Allora
c’è un problema Birmania, che è un problema particolare, non ce lo siamo
inventati noi. I birmani ci chiedono di non sostenere più il governo birmano in
nessuna maniera e gli investimenti in questo paese sono una forma di sostegno.
La gente che sta facendo la sua lotta per i diritti ci dice: per favore non
venite ad investire in casa nostra, per noi è un danno economico immediato ma è
un prezzo che siamo disposti a pagare perché se non risolviamo questa questione
di fondo non verrà tutto il resto.
BOGLIONE:
Allora
mi faccia fare un ragionamento assolutamente commerciale e di mercato. Io non
vado più in Birmania perché ci sono aziende e aziende. E ritorniamo al discorso
iniziale, guardi che le aziende non sono tutte uguali. Poi sono uno che dice da
sempre che il dramma delle multinazionali è che hanno la facciata e non più la
faccia, quindi ci sono aziende con facciata e aziende ancora con facce, quindi
ci sono differenze fondamentali. Ci sono delle aziende che sentono il problema,
hanno una faccia, dietro la faccia c’è un cervello, ragionano e dicono: basta
chiudo con la Birmania. Però ci sono altre aziende che hanno le facciate.
Secondo lei, quelle smettono di andare in Birmania perché Boglione ha smesso di
andare in Birmania? Risponda sì o no. No.
GESUALDI:
Le
affrontiamo una per volta. Voi per il fatto di… [Boglione: va beh. Aspetti,
aspetti, mi lasci fare un ragionamento] Scusi, mi ha fatto una domanda
[Boglione: mi risponda sì o no]. Per il
fatto di inseguire BasicNet non è che smettiamo di inseguire tutte le
altre imprese…
BOGLIONE:
No
d’accordo, ma lei crede che la Shell o le grandi multinazionali che hanno i
veri interessi in Birmania deciderebbero. Quelli direbbero… Allora, non le
faccio la domanda, le rispondo io, io dico di no. Secondo me non lo fanno.
Prima si faceva un accenno anche – che è giustissimo – allo sfruttamento, al
livello salariale. Se c’è meno offerta perché io sono andato via, quelli che
rimangono e le rispondo io, quelli che ci sono. Se non c’è una legge che dice
non si può andare, allora si fa una linea di demarcazione molto chiara, allora
le multinazionali spariscono subito perché quelle, facciata o non facciata, la
legge la rispettano. La legge. Poi magari se la fanno ad hoc, ma se c’è una
legge la rispettano. L’effetto sul lavoratore sfruttato peggiora, con la gente
che va via, a meno che non si azzeri il problema, allora entra talmente in
crisi il sistema da non essere più sostenuto, allora cade il dittatore. Ma se
invece va via solo qualcuno, il problema per gli individui in Birmania, secondo
me, matematicamente peggiora.
GESUALDI:
Io
capisco che lei sta tentando tutti gli alibi possibili per non assumersi le sue
responsabilità [Boglione: io le dico che adesso il problema non c’è perché non
produco più in Birmania. Ho detto troviamo un terreno comune per discutere,
discutiamo]. Una delle prerogative di fondo per poter migliorare le condizioni
di lavoro è avere la libertà di potersi organizzare in sindacato. Questo in
Birmania non esiste. Ha voglia lei a esserci multinazionali su multinazionali
che vanno per fare in modo che aumenti la richiesta, se la gente non si può
organizzare i salari rimarranno salari da fame. Questa è la realtà delle cose…
BOGLIONE:
Quello
che voglio dire io è che sono perfettamente d’accordo con questo. Io vado via,
il salario è ancora più da fame. Questo dico solo, tecnicamente.
GESUALDI:
Io
credo che sul piano dei diritti politici dobbiamo ascoltare ciò che ci chiede
la gente del luogo. La gente del luogo ci dice che il regime che hanno in casa
loro è così oppressivo che loro preferiscono pagare il prezzo immediato di non
avere più imprese straniere che investono da loro con la possibilità di far
cadere quel regime, piuttosto che avere dei salari che consentono di mantenersi
al di sotto della soglia di povertà come sta succedendo ora, ma mantenere
questo regime in sella. Questo è quello che ci stanno chiedendo e ce lo
chiedono perché sanno che fino a quando questo regime rimarrà lì non sarà
possibile ottenere nessun altro tipo di conquista sociale. Li dobbiamo
ascoltare. Per tornare al discorso che si faceva, il problema Birmania è un
problema particolare che si innesta su un problema più generale dello
sfruttamento dei lavoratori nel sud del mondo. Per cui per il fatto che voi
siate in Cina e ci siate con questo codice di condotta non ci tranquillizza per
niente, ma proprio per niente. Per cui, noi sul problema Birmania poniamo questo problema particolare che è
legato ai regimi oppressivi, poi andiamo sul problema più generale del
trattamento dei lavoratori, e diciamo che voi questo codice di condotta come
minimo lo dovete cambiare, ma il codice di condotta, se non è inserito in un
sistema di controllo e se non è inserito in un sistema di contrattazione,
quanto meno con il sindacato internazionale, è poco più che carta straccia. Io
non so che uso ne fate, ma questo codice di condotta non serve a niente; non
serve ai lavoratori di sicuro [applausi]. Allora io vi faccio una domanda
precisa: perché non prendete in considerazione l’idea di farvi certificare
SA8000?
BOGLIONE:
Ma
non è il nostro prodotto, come si fa a certificare una maglina t-shirt
[Gesualdi: si certifica l’impresa, che è una cosa diversa]. Ma no, ma no. Io
credo che si faccia una terribile confusione, confondere un regime, come quello
che è stato descritto prima, con una maglietta, è una roba tremenda. Che quel
regime non stia in piedi, va benissimo, ma metterlo in relazione con la
produzione di magliette in quel paese, lo vedo molto tirato. Ripeto… [Gesualdi:
ognuno tiri le proprie conclusioni…]
GOBBI:
Adesso
c’è una pausa di riflessione, come l’ha definita prima. Dopo questa serata
quale sarà il suo orientamento rispetto alla sua produzione in Birmania? Lei
l’ha definita una pausa di riflessione.
BOGLIONE:
Tecnica.
Time out, abbiamo il cambio di stagione.
GOBBI:
finito
il time out si continua a giocare sempre sullo stesso parquet oppure…?
BOGLIONE:
come
ho detto prima è facile di no perché poi alla fine si fanno delle scelte di
convenienza e penso quindi che non ci torneremo, ma ve lo farò sapere. Oltre
tutto noi scriviamo, l’avrete notato, potendolo anche non fare, invece noi
scriviamo sui nostri prodotti i paesi in cui vengono fatti […]
GOBBI:
Sentiamo
una domanda dal pubblico.
UN SIGNORE:
Buona
sera. Intanto la ringrazio per avere avuto il coraggio di essere venuto qua. Io
penso che con la sua risposta ultima, lei abbia legittimato ancora di più
quello che Francuccio Gesualdi voleva dire perché se sono bastate poche
migliaia di lettere e qualche centinaio di persone che sono qui stasera per
farle cambiare orientamento [Boglione: non l’ho cambiato, allora non mi sono
spiegato bene]. Comunque, è storia, è dimostrato che le campagne di pressione
non mirano ad azzerare il fatturato di un’azienda ma mirano a una piccola parte
del fatturato di un’azienda, perché basta quello per mettere in crisi la
direzione aziendale. Allora, perché lei non pensa che un governo che dal punto
di vista economico funziona più meno allo stesso modo, un governo come quello
della Birmania, boicottato anche soltanto da alcune delle aziende che in questo
momento lavorano lì, non possa far cambiare idea, mettere in crisi il governo,
esattamente come lei è stato messo in crisi questa sera?
BOGLIONE:
Perché
ho i piedi per terra. Perché i governi dittatoriali del mondo non li mette in
crisi un imprenditore o cento imprenditori che si pongono dei problemi etici e
che invece di produrre qualche maglietta lì, la vanno a produrre nel paese di
fianco. Ho i piedi per terra, secondo me quel governo lì non viene giù con
queste operazioni, e voi che fate benissimo a fare questa azione continua di
pressione, la dovreste fare, la dovremmo fare tutti insieme sotto il palazzo di
vetro dal mattino alla sera, non lasciarli più andare a dormire fino a quando
non risolvono il problema […] che adesso è un problema irrisolvibile, e
solamente andando là a dire: mi fa schifo che ci sia ancora un dittatore che
[…]. Io però scusi, io non ho cambiato idea; ho detto umilmente: in questo
momento prendo un time out tecnico; non stiamo producendo, ma non ho ancora
cambiato idea, ci penseremo.
GOBBI:
Un’altra
domanda dal pubblico.
ERSILIA:
Infatti
il palazzo di vetro si è espresso, l’ONU si è espressa nuovamente nell’ottobre
del 2002 condannando per l’ennesima volta l’uso del lavoro forzato in Birmania,
e però volevo ricordare che l’OIL, organizzazione internazionale del lavoro,
non è un ente sovrannazionale che raccoglie soltanto gli stati, è tripartito:
lì sono rappresentati gli stati, è rappresentato il sindacato, sono
rappresentati gli imprenditori, e nel 2000 anche gli imprenditori si sono
espressi affinché le imprese non investano più in Birmania; quindi voi stessi
avete deciso di non investire più in Birmania. Lei dice: i grossi interessi
sono quelli delle aziende petrolifere, è vero, perché la Birmania è un paese
poverissimo, in realtà è un paese ricchissimo; è ricchissimo di tutto e negli
anni Cinquanta era uno dei paesi più floridi dell’Asia, è diventato così povero
grazie a questo governo. Non è vero che le imprese petrolifere [termine
registrazione, fine cassetta. Riassumo il resto dell’intervento: anche i grossi
interessi, come le imprese petrolifere,
possono decidere di lasciare la Birmania, vedi l’esempio dell’inglese
Premier Oil solo pochi mesi fa; intanto la Totalfinaelf e la Unocal sono state
citate a giudizio in Belgio e negli USA da alcuni fuoriusciti birmani che le
accusano di aver utilizzato lavoro forzato nella costruzione di infrastrutture
collegate alla realizzazione del gasdotto Yadana che taglia in due il paese per
portare gas in Thailandia senza dare alcun beneficio economico alla
popolazione. Ricordo a Boglione che le convenzioni dell’OIL sono state recepite
dal nostro paese e quindi hanno un valore giuridico.Ricordo a Boglione, tanto
per dargli qualche altro suggerimento, che il CCNL del settore
tessile-abbigliamento contiene un protocollo aggiuntivo che definisce i criteri
per l’adozione di un codice secondo le convenzioni OIL e impegna le imprese che
lo adottano a individuare con il sindacato meccanismi di verifica indipendente.
Gli chiedo che cosa ne pensa.]
ALTRA DOMANDA DAL PUBBLICO:
[…]
le imprese dovrebbero essere così trasparenti da mettere in chiaro a tutti
quali sono i costi che loro hanno in quei paesi e quali sono i costi che invece
vengono caricati per la distribuzione nel nostro paese; questo sarebbe molto
interessante per vedere dove gli investimenti delle aziende vanno a finire e,
in pratica, vanno a finire molte volte queste compensazioni in marketing, in
pubblicità, che producono praticamente nei nostri paesi poco o niente e quindi
questa è la convinzione per cui tutte le industrie manifatturiere nel nostro
paese vanno verso l’esterno; quindi trasparenza dei costi. Devono, quando vengono
importati questi manufatti di vario tipo, conoscere esattamente il costo di
quello perché ci possa essere un controllo veramente di quello che viene fatto
e qual è il margine operativo che rimane all’azienda; in questo modo potremmo
veramente controllare democraticamente la cosa; poi ovviamente chi mi ha
preceduto è già stata molto precisa sul resto. Grazie
BOGLIONE:
Partendo
dall’ultima domanda, io penso di sì, sì, siamo dispostissimi, interessati ad
adeguare il nostro codice a quanto è previsto dal contratto tessile,
assolutamente sì. Sugli investimenti, è vero… Noi non facciamo investimenti in
Birmania, noi mandiamo dei pezzi di stoffa da cucire. Gli investimenti li fanno
i malesi, gli indonesiani, i coreani del sud soprattutto, e i cinesi. Lì investono
e mettono su le fabbriche […]. Per quanto riguarda il codice di autodisciplina,
siamo dispostissimi a recepire tutte queste cose, però si è anche detto prima
che i codici non servono a niente, quindi allora bisogna vedere [Ersilia: se
c’è il monitoraggio indipendente, no. E’ il controllo il problema]. Il
monitoraggio indipendente c’è anche, ce l’abbiamo, c’è sui costi. […] Ho
apprezzato, ho capito tutto quello che lei dice. Quanto al fatto che le
convenzioni dell’OIL siano leggi, questo purtroppo non mi risulta, altrimenti
sarebbe tutto più facile, sono recepite dal governo italiano, questo
sicuramente, ma non sono leggi, è diverso, c’è una differenza. Per quanto
riguarda la trasparenza, siamo
un’azienda quotata, c’è già la Consob che si preoccupa alla grande della nostra
trasparenza; c’è tutto, è tutto scritto, è anche su internet. E comunque, è il
mercato; […] il costo del prodotto finito FOB, free on board, a bordo della
nave, di un porto asiatico, al prezzo al pubblico moltiplichiamo per 4 - 4,5, e
i passaggi sono circa … al prezzo sul porto di Hong Kong bisogna aggiungere
circa il 25% per trasportarlo, assicurarlo, finanziare tutto il ciclo di
produzione, pagarci un dazio mediamente del 12%, se non è un dazio, è una
quota, una quota o un dazio. Quindi si va su del 25% di costi tecnici dopo di
che c’è un 40% di margine nostro dentro il quale c’è circa il 10% di spese di
marketing e circa il 10% di spese di distribuzione; a quel punto il prodotto è
arrivato nel negozio, il negoziante moltiplica per 2 e ci mette l’IVA, e voi
andate e lo comprate. Per quanto riguarda il costo medio di manodopera di
trasformazione del nostro prodotto, ahimè per competere sul mercato globale,
noi dobbiamo stare a un costo medio del nostro prodotto di 120-130 dollari al
mese per la sola trasformazione. Tenete presente che noi produciamo più del 20%
in Italia, un 10% in Europa nell’area euro, un 50% in Cina, e il rimanente 20%
di qua e di là attraverso delle trading companies prevalentemente cinesi che
piazzano la manodopera qualche volta anche in Birmania.