Quanto è vivibile l’abbigliamento in Italia?

Nuovo report sull’industria tessile e calzaturiera italiana

La Campagna Abiti Puliti lancia un nuovo report sulla situazione del settore tessile e calzaturiero italiano redatto attraverso una ricerca realizzata in tre regioni italiane: Veneto, Toscana, Campania

Il processo è noto: per abbattere i costi e incrementare i profitti le imprese delocalizzano le loro produzioni in Paesi dove possono reperire salari da fame, infime condizioni di lavoro e assenza di organizzazioni sindacali. Il settore dell’abbigliamento è tra i più attivi in questo campo: l’utilizzo di manodopera a bassi salari e diritti in Cina o in Bangladesh, come in Romania o Moldavia ne sono un esempio lampante. Le imprese multinazionali, spesso incentivate dai governi locali, comprano stabilimenti o ne costruiscono di nuovi, ricattano i lavoratori facendo leva sui loro bisogni di base; così possono produrre le loro merci a prezzi ridicoli incassando lauti profitti. La costruzione della filiera si basa sull’idea che è sempre possibile trovare manodopera a bassi salari da sfruttare a proprio vantaggio. Mentre una massa crescente di altri lavoratori sempre più impoveriti, è obbligata a tapparsi il naso e a comprare vestiti e calzature a basso costo in una spirale senza fine di corsa verso il basso.

Ma se improvvisamente ci accorgessimo che quei disperati siamo noi?

Nessuno saprà mai se si è trattato di un processo spontaneo o di una strategia preordinata, di quelle che si discutono a Davos o negli incontri segreti del club Bilderberg, ma è un fatto che dopo avere messo in ginocchio i piccoli produttori italiani, esportando la loro produzione in Romania, Moldavia, o perfino Cina, ora qualche grande marca stia tornando in Italia a godersi i risultati che essi stessi hanno prodotto negli anni scorsi. Succede ad esempio nella Riviera del Brenta, area a cavallo tra le province di Padova e Venezia, dove si producono calzature femminili. Dopo un ventennio di delocalizzazioni di piccoli e medi imprenditori contoterzisti, che se volevano lavorare se ne andavano in Romania o chiudevano, oggi giganti come Luis Vuitton, Armani, Prada, Dior, sono tornati per comprarsi degli stabilimenti o aprirne di nuovi. E mentre Prada ha acquistato la Giorgio Moretto, Louis Vuitton ha fatto due acquisizioni e aperto un nuovo stabilimento a Fiesso d'Artico. Ci lavorano 360 persone fra cui molti modellisti, chiamati pomposamente artigiani che svolgono attività di studio e progettazione per l’intera gamma di calzature Louis Vuitton.

Dallo stabilimento escono ogni anno ottocentomila paia di calzature di tutti i tipi. Stivali, mocassini, calzature da sera, sportive e ballerine. Ma sia ben chiaro, non tutte le fasi di lavorazione sono eseguite al suo interno. Oltre alla progettazione, si fa l’assemblaggio e la finitura con l'aiuto di robot e l'utilizzo di tomaie prestampate e importate dall'India. Infatti benché si tratti di imprese del lusso, anche queste si stanno orientando verso una produzione standardizzata per un consumatore che non può spendere 3000 euro per un capo personalizzato, ma 500 euro per levarsi la soddisfazione di sfoggiare un capo firmato, quelli li trova. Standardizzazione, flessibilità oraria, bassa scolarizzazione dei lavoratori, paura di perdere il posto di lavoro, scarsa sindacalizzazione: sono tutti elementi tipici delle fabbriche bengalesi o moldave.

Non deve quindi stupire se la filiera produttiva dei grandi marchi che rilocalizzano in Italia risulta composta da un’ampia rete di subfornitori medi e grandi, che a loro volta subappaltano fasi di lavoro a piccole imprese artigianali. Fra esse anche imprese cinesi che ormai sono presenti un po’ in tutti i territori a tradizione calzaturiera e dell’abbigliamento. Le condizioni di lavoro cambiano a seconda del posto occupato dall’impresa nella filiera globale di produzione. Ma queste catene del lavoro sono difficili da riscostruire, anche perché i marchi non sono per niente disponibili a pubblicizzare i nomi dei loro fornitori e in molti casi non hanno neppure il controllo completo sull’intera filiera.

Secondo la ricerca realizzata dalla Campagna abiti puliti, i salari migliori si trovano fra i lavoratori alle dirette dipendenze dei grandi marchi, non solo perché sono i luoghi che più frequentemente i giornalisti visitano, ma anche perché qui i lavoratori sono più organizzati e solitamente riescono a ottenere l’applicazione dei contratti collettivi e premi di produzione a livello aziendale. Ovviamente non mancano le eccezioni. Dalle testimonianze raccolte Prada pare sia la griffe con rapporti sindacali più difficili e condizioni di lavoro più critiche. D’altra parte, Prada è l’unica delle grandi case del lusso nella Riviera del Brenta che pur producendo calzature applica il contratto collettivo del cuoio. E non a caso, ma perché il contratto del cuoio è peggiorativo rispetto a quello calzaturiero per quanto riguarda sia le paghe sia gli aspetti normativi.

La filiera è un insieme di gironi danteschi e più si scende, più magri sono i salari e peggiori le condizioni di lavoro, fino a potersi imbattere nel lavoro nero che ovviamente sfugge alle grandi griffe perché loro il rapporto lo tengono solo col primo anello della subfornitura. Ma spesso i prezzi che pagano sono così bassi da non lasciare molta scelta a chi sta alla base. In ogni caso, neri o legali che siano, la ricerca ha appurato che i salari dei lavoratori nei livelli contrattuali più bassi, cioè la stragrande maggioranza, non vanno oltre i 1100-1200 euro netti al mese, che secondo un calcolo dell’Istat, nel Nord Italia non bastano per tirare avanti una famiglia di quattro persone neanche se si abita in campagna. Certo, poi modellisti, montatori e dirigenti vari alzano il livello salariale medio, ma per quanti corrono lungo le manovie, le catene di montaggio delle calzature, le paghe non sono certo a un livello dignitoso.

Le condizioni di lavoro nell’industria italiana dell’abbigliamento e delle calzature sono mutate negli ultimi venti anni: molte le imprese che hanno chiuso, alta la riduzione del fatturato. Il ritorno delle grandi multinazionali è sicuramente positivo in termini occupazionali, ma può diventare catastrofico se si importano in Italia le condizioni di lavoro e i livelli salariali che le imprese trovano altrove.

La ricerca ci restituisce la fotografia di una situazione che potremmo definire di post-occidentalizzazione riferendoci alle condizioni di lavoro prima riscontrabili nell’Europa dell’Est e nel lontano Oriente e ora anche nel Vecchio Continente: la dimostrazione che dopo la lunga discesa verso il fondo ora è tempo di risalire, prima che sia troppo tardi.