Novembre 2005
NUMERO 1
BILANCIO E SVILUPPI DI “GIOCA PULITO ALLE OLIMPIADI”
Fin dai campionati europei di calcio del 2000 la rete della Clean Clothes Campaign è riuscita a sfruttare la visibilità mediatica dei grandi eventi sportivi per mostrare le reali condizioni di vita e di lavoro che si nascondono dietro la facciata patinata dello sport. La campagna Play Fair at the Olympics per i giochi di Atene 2004 ha aggiunto alcuni tasselli nella costruzione di una responsabilità sociale vera in questo settore. Per prima cosa ha spostato l’attenzione dai grandi marchi dell’abbigliamento sportivo ai cosiddetti “B-brands”, imprese note e in forte crescita, ma rimaste finora più o meno nell’ombra. Ha posto poi l’accento sulle politiche di acquisto e sulle pratiche commerciali dei marchi mostrando come le sollecitazioni crescenti rivolte ai fornitori per produrre in tempi e a costi sempre minori, a fronte di compensi drasticamente in calo, siano responsabili del continuo peggioramento delle condizioni di lavoro. Ma soprattutto, ed è questa la novità, ha dato vita a forme di collaborazione nuove e stabili fra mondo associativo, organizzazioni non governative e sindacali nel sud come nel nord del mondo, al punto che si può parlare di una delle più grandi mobilitazioni in difesa dei diritti dei lavoratori coordinata su scala mondiale.
Ricordiamo fra i risultati più immediati le oltre 500 mila firme raccolte in 35 paesi a sostegno della campagna, la risoluzione approvata dal Parlamento europeo e dal Parlamento britannico in appoggio alle sue richieste, il dialogo avviato con un certo numero di imprese per risolvere alcune importanti controversie di lavoro, il tavolo convocato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro per discutere con le imprese (assenti i marchi italiani) il “Programme of work”, un programma di lavoro proposto dalla campagna con l’intento di arrivare fra Atene 2004 e Pechino 2008 alla firma di un accordo settoriale valido a livello internazionale. Molto alta è stata la partecipazione del pubblico e, in particolare nei paesi produttori, la campagna è stata l’occasione per tessere alleanze e creare momenti di incontro fra i lavoratori culminati nel “Workers’ Solidarity Olympics”, i giochi olimpici della solidarietà che si sono svolti a Bangkok con rappresentanze da 7 paesi produttori. Tuttavia, il periodo molto breve in cui si sono concentrate le iniziative di Play Fair at the Olympics rende difficile valutare se la campagna sia stata in grado di portare benefici significativi nella vita dei lavoratori. E’ opinione condivisa dagli organizzatori che gli spazi di partecipazione siano stati sensibilmente più ampi nei paesi di consumo e che non sia stata posta sufficiente attenzione nel definire delle modalità concrete attraverso le quali i lavoratori possono far valere nei rispettivi luoghi di lavoro i progressi registrati nel dialogo con le aziende proprietarie dei marchi. In conclusione, le organizzazioni dei paesi produttori dovranno divenire il fulcro delle iniziative future, così come centrale dovrà essere la definizione di strumenti che facilitino davvero la libertà di associazione.
Avendo presente questo obiettivo, l’ITGLWF (federazione internazionale dei sindacati dei lavoratori dell’abbigliamento) che aderisce alla Play Fair Alliance, nome assunto dal coordinamento della campagna nel suo cammino verso Pechino 2008, ha avviato un programma di formazione dei sindacati affiliati in Asia sulla filiera dello sport e sugli strumenti di tutela sindacale in collaborazione con ong locali.; al seminario sulla libertà di associazione, che si è tenuto ad Hanoi nel luglio scorso, è stata organizzata una sessione congiunta con i responsabili per la RSI (responsabilità sociale di impresa) di cinque grandi marchi dello sport. Senza esito è rimasto il tentativo di indurre il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) a inserire il rispetto dei diritti dei lavoratori fra i principi della Carta Olimpica e nei contratti di licenza e sponsorizzazione. Il CIO ha opposto a lungo un muro di silenzio e solo negli ultimi mesi si è reso disponibile a un incontro fra rappresentanti della campagna e del suo settore commerciale. La Federazione Mondiale dei Produttori di Articoli Sportivi (WFSGI), che rappresenta più di cento imprese e associazioni commerciali del settore, ha recentemente istituito una commissione sulla responsabilità sociale che ha tenuto il suo primo incontro a Shanghai nel marzo scorso. La WFSGI ha discusso del “Programma di Lavoro“ presentato dalla Play Fair Alliance un anno prima, ma non ha ancora fornito indicazioni di come intende confrontarsi con le richieste che le sono state avanzate, né ha chiarito perché la maggior parte delle imprese associate non applicano neppure il suo codice di condotta.
Una relazione sullo stato dell’arte nei rapporti con WFSGI al luglio 2005 è consultabile sul sito della Clean Clothes Campaign (“A Play Fair Alliance evaluation of the WFSGI response to the Play Fair at the Olympics Campaign”, in: www.cleanclothes.org/campaign/olympics2004-wfsgi-resp-eva.htm ).
Sullo stesso sito è reperibile una valutazione delle risposte delle sette multinazionali dello sport che sono state oggetto di pressione da parte di Play Fair at the Olympics
(“The Play Fair at the Olympics Campaign: an evaluation of the company responses”, in: www.cleanclothes.org/campaign/olympics2004-eval-company-response.htm).
Consigliamo vivamente la lettura delle schede delle tre aziende italiane Fila, Lotto e Kappa.
La campagna italiana “Gioca Pulito alle Olimpiadi” ha dato nuovo impulso ai rapporti di collaborazione con le organizzazione sindacali nazionali di categoria, che hanno aderito alle mobilitazioni internazionali E’ stata curata la traduzione italiana del rapporto “Play Fair at the Olympics” e aperto un sito web dedicato con invio elettronico di cartoline ai tre marchi italiani, ma solo Lotto ha accettato di incontrare il Centro Nuovo Modello di Sviluppo in rappresentanza della campagna italiana. Nei mesi successivi il Centro Nuovo Modello di Sviluppo e Mani Tese hanno sottoscritto un patto di collaborazione con i sindacati del settore moda per promuovere congiuntamente campagne di pressione e di informazione, confrontarsi sulla definizione di codici di condotta e sistemi di controllo, avviare un negoziato pilota nei confronti di Lotto, Kappa e Geox.
Una tappa intermedia verso Pechino 2008 sono le Olimpiadi invernali di Torino 2006. Il comitato organizzatore italiano, Toroc, ha adottato una “Carta di intenti” contenente una serie di principi etici ai quali di dichiara di attenersi nello svolgimento delle sue attività. La Campagna Biancaneve per la responsabilità sociale e ambientale di Torino 2006, promossa dai nodi di Torino e Biella della Rete di Lilliput, giudica vaghi gli impegni assunti, e lo dimostra il fatto che uno dei maggiori sponsor delle olimpiadi è Finmeccanica, uno dei principali produttori mondiali di sistemi di armamento.
Per informazioni su Play Fair at the Olympics visita il sito www.cleanclothes.org/campagin/olympics2004.htm
LEVI’S, PUMA E TIMBERLAND PUBBLICANO LA LISTA DEI FORNITORI
Levi’s, Puma e Timberland seguono l’esempio di Nike e rendono noti i nomi e gli indirizzi dei propri fornitori in tutto il mondo. Levi’s ha pubblicato la lista sul suo sito il mese scorso, Puma la fornisce su richiesta, Timberland l’ha allegata al suo terzo rapporto sulla responsabilità sociale.
Sono oltre 750 le aziende di proprietà o che producono per conto di Levi’s con i marchi Levi’s, Dockers e Levi Strass Signature. Ai primi tre posti per numero di unità produttive Cina, Giappone e
India; cinque le aziende italiane (4 nelle Marche, 1 in Lombardia) (http://www.levistrauss.com/responsibility/toe/suppliers_list.pdf).
Sono 350 i fornitori dichiarati da Puma; un terzo è localizzato in Cina, seguono in graduatoria Turchia e Vietnam; 14 le aziende italiane (5 nelle Marche, 1 in Umbria, 2 rispettivamente in Emilia, Lombardia, Veneto e Puglia) a cui si aggiunge un’azienda italiana che opera in Bulgaria. La lista non è ad accesso diretto, ma va richiesta alla Fair Labor Association (klimon@fairlabor.org), oppure scrivete a ersilia.monti@mclink.it
Timberland elenca 167 fornitori; 45 sono situati in Cina, seguono in graduatoria Brasile, India e Usa. Una sola azienda italiana con sede in Veneto. La lista è scaricabile dal sito http://www.rsinews.it/
Nella lista di Puma e Timberland compaiono Kingmaker e Pou Chen/Yuen, due aziende del Guangdong i cui abusi sono documentati sul sito di China Labor Watch, denuncia che La Repubblica ha ripreso in un articolo a firma di Federico Rampini il 19 maggio scorso.
Anche il Dipartimento del lavoro e della sicurezza sociale del Guangdong ha cominciato a pubblicare i nomi delle imprese che violano le leggi del lavoro, in ossequio a un nuovo regolamento entrato in vigore il 1. ottobre. Una prima lista di 20 nomi comprende tre fabbriche di scarpe
(CSR Asia Weekly, Vol. 1, no. 40, 5.10.2005, in: www.csr-asia.com )
RINNOVATO L’ACCORDO TRA PUMA E LA FEDERAZIONE ITALIANA GIOCO CALCIO
Puma e la Figc hanno annunciato l’estensione del contratto stipulato nel gennaio 2003. Puma rinnova la sua posizione di sponsor tecnico per l’abbigliamento da gara, da allenamento e da rappresentanza per tutte le squadre nazionali appartenenti alla Figc prolungando i termini dell’accordo oltre i campionati del mondo del 2014.
(Fonte: Fashionmagazine Newsletter, 14.10.2005)
LA CITTA’ DI SAN FRANCISCO PROMUOVE ACQUISTI ETICI PER LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
La città di San Francisco ha approvato un provvedimento che vincolerà gli amministratori locali all’acquisto di prodotti tessili destinati alla pubblica amministrazione, come uniformi, biancheria, ecc., solo da fornitori che garantiscono salari dignitosi, igiene e sicurezza, nessun impiego di lavoro minorile o forzato. Sull’applicazione della legge, per la quale sono stati stanziati 100 mila dollari, veglierà un comitato consultivo composto da diverse organizzazioni che difendono i diritti dei lavoratori. Le aziende dovranno dichiarare dove sono localizzati i fornitori e quanto vengono pagati i dipendenti. Chi viola il codice di condotta non vedrà rinnovato il contratto con l’amministrazione comunale. Il provvedimento, che entrerà in vigore a fine anno, contiene una clausola di preferenza per gli acquisti locali, e si rifà ad analoghe esperienze in atto in altre città americane come Albuquerque, Los Angeles, Newark e Milwaukee.
(Fonte: The Oakland Tribune, 26.9.2005)
L’INDUSTRIA CALZATURIERA ITALIANA ACCUSA LA UE DI COMPORTAMENTO ILLEGITTIMO
“L’UE censura i dati sulle importazioni di calzature dalla Cina”. L’accusa proviene dall’Anci, la principale associazione nazionale rappresentativa dell’industria calzaturiera. L’ultima rilevazione consultabile sul sito istituzionale risale all’8 giugno scorso e si ferma ai primi quattro mesi del 2005. Come ricordano dall’Anci, tra le varietà di calzature per le quali sono state eliminate le quote all’import (dall’1.1.2005) si è verificato un incremento di oltre il 700% per le 32 categorie con tomaia in pelle. Altre tipologie hanno raggiunto addirittura punte superiori al 1.200%. “Incredibilmente, a quattro mesi di distanza, la commissione preposta non ha diffuso alcun aggiornamento di tali importantissimi dati – lamenta Rossano Soldini, presidente dell’associazione di categoria -. La UE sta violando gravemente i propri obblighi e assume con ciò un comportamento illegittimo”. Un sistema di monitoraggio preventivo, voluto da Anci e dal Ministero delle attività produttive, consente di controllare in tempo reale l’andamento degli acquisti dalla Cina, come spiegano i calzaturieri italiani. Lo stesso commissario europeo al commercio Peter Mandelson ne ha riconosciuto l’importanza e ha dichiarato di attendere i dati delle importazioni effettive, prima di decidere se avviare o meno le procedure di difesa commerciale dalla Cina. “A questo punto siamo liberi di pensare qualunque cosa”, sostiene Soldini.
(Estratto da: Fashionmagazine Newsletter, 12.10.2005)
LO IAP VIETA LE PUBBLICITA’ DI RA-RE, NOLITA, DIESEL
I manifesti dell’attuale campagna pubblicitaria del marchio di abbigliamento Ra-Re, firmati da Oliviero Toscani, non saranno tolti ma non ne potranno essere affissi altri. Lo ha deciso l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria, giudicandoli volgari. I protagonisti delle immagini incriminate sono due uomini ritratti in atteggiamenti a sfondo erotico, ma con una generosa dose di ironia. Lo IAP mette tuttavia le mani avanti e sottolinea che l’elemento di disturbo non è legato agli accenni più o meno espliciti all’omosessualità, ma soltanto “all’ostentazione volgare e provocatoria di situazioni legate all’intimità sessuale”. “L’Istituto di Autodisciplina – ribatte, intervistato dal quotidiano La Repubblica, Oliviero Toscani – è una corporazione privata delle agenzie di pubblicità. Che diritto hanno i suoi responsabili di giudicare gli altri? La loro è mafia”.
A distanza di qualche settimana lo IAP sanziona un’altra campagna firmata da Toscani, quella realizzata per il brand di abbigliamento femminile Nolita, perché contraria agli articoli 10 (dignità della persona) e 11 (tutela dei minori) del codice di autodisciplina pubblicitaria. Si tratta dell’immagine di una donna che mostra numerose banconote infilate nei jeans a vita bassa, con headline “Too sexy? Nolita. Come as you are”.
Lo IAP ha fermato anche due immagini della campagna Diesel autunno-inverno 2005-2006, per contrasto con gli articoli 1 (discredito della pubblicità), 9 (violenza) e 11 (minori). Si tratta dei manifesti di grande formato che rappresentano tre donne: due tengono in mano delle fruste, mentre la terza mostra segni visibili di tortura sulla schiena. L’altro soggetto sanzionato rappresenta una ragazza seduta a cavalcioni su un uomo sdraiato che brandisce una roncola.
(Estratto da: Fashionmagazine Newsletter, 6.10.2005, 9.11.2005)
BENETTON DONA CIO’ CHE NON E’ SUO
Benetton apre un sito per comunicare che a gennaio “donerà circa 7.500 ettari di territorio al governo della provincia di Chubut, in Patagonia (Argentina), affinché siano utilizzati per i bisogni delle popolazioni autoctone. Si tratta dell’esito finale di un processo che ha avuto per protagonisti una famiglia e gruppi di attivisti mapuche, il governo argentino, il premio Nobel Perez Esquivel e Benetton stessa”, ma dimentica di dire che la famiglia Curinanco e le comunità mapuche non sono affatto d’accordo. Intanto non può esservi “esito finale” di un conflitto che verte su una questione di fondo, ovvero la legittimità dei titoli di proprietà vantati dai Benetton sulla globalità delle terre mapuche, se non con la restituzione di quelle terre ai suoi abitanti, che vi furono scacciati con la forza per favorirne lo sfruttamento. Nello specifico Rosa e Atilio Curinanco sono stati chiari, sia nella loro corrispondenza sia nell’incontro avuto con Luciano Benetton a Roma lo scorso anno: desiderano solo vedersi restituito il podere Santa Rosa nel quale sono nati, e dal quale sono stati sgomberati a forza per essere trascinati in tribunale. Hanno scritto di non essere interessati a delle terre molto lontane dai loro luoghi di origine e oggetto di rivendicazioni da parte di altre comunità mapuche, ma soprattutto non vogliono sentire parlare di “dono” ma di restituzione. Secondo l’Organizzazione mapuche 11 de Octubre, le terre offerte dai Benetton sarebbero state acquistate da un proprietario terriero di origine siro-libanese distintosi per espropriazioni e sgomberi ai danni delle comunità locali. Dal Chubut intanto giunge la denuncia dell’avvelenamento dell’acqua potabile causato dalle sostanze chimiche usate per la disinfestazione degli animali nella tenuta Benetton di El Maiten.
(Fonte: Organizacion Mapuche Tehuelche 11 de Octubre, Carta, n. 41 (14-20.11.2005))
CRACK GIACOMELLI: NOVITA’ DELLE INDAGINI
Altre scoperte di illecito dall’indagine penale in corso sul fallimento di Giacomelli Sport. I vertici della catena di abbigliamento e attrezzature sportive avrebbero distratto fondi dal gruppo riminese per investirli in beni mobili e immobili attraverso prestanome e fiduciarie a San Marino. A fine ottobre la Guardia di finanza ha posto sotto sequestro attività mobiliari e immobili in tutta Italia. Le indagini sono iniziate nel 2002 quando il gruppo quotato in borsa è finito in amministrazione straordinaria. Le prime verifiche hanno accertato occultamenti di cospicue perdite in bilancio con l’indicazione di false entrate. L’inchiesta è attualmente estesa anche alle sedi estere del gruppo, dislocate in Belgio, Polonia, Svizzera e Spagna.
(Estratto da: Fashiomagazine Newsletter, 28.10.2005)
DOPO LE ARMI, BERETTA PUNTA ALLA MODA
Il produttore di armi Beretta ha deciso di crescere nel mondo della moda con tre linee di abbigliamento e accessori dedicate rispettivamente alla caccia, al mondo dello sport e al lifestyle. La nuova strategia è volta a incrementare il peso del comparto abbigliamento che sino ad oggi rappresenta solo il 10% del fatturato consolidato. Il gruppo di Gardone Val Trompia punta ad un rialzo del fatturato 2005 dopo aver chiuso il 2004 a 358 milioni di euro.
(Fonte: Finanza & Mercati, 20.10.2005, estratto a cura di Pambianconews)
PRADA E LA CATTEDRALE NEL DESERTO
Ladri beffardi rubano sei borse e sedici scarpe, ma solo destre, da una vetrina di Prada lasciando artisticamente scritto sul muro esterno “scemi”. E’ accaduto sulla Route 90, in un pezzo di deserto fra il Texas e il New Mexico. La vetrina non è quella di un negozio ma di un’installazione permanente del costo di 100 mila dollari che ne crea l’illusione. “Volevamo fare un test – spiegano gli ideatori – e vedere se la moda può vivere senza il supporto del suo ambiente urbano”. E hanno rimesso in piedi la loro “opera” nella speranza che “duri per sempre e diventi una rovina, una testimonianza del tempo in cui fu realizzata, l’autunno 2005”. Ma stavolta ci hanno aggiunto un sistema di allarme e alle borse in vetrina hanno tagliato il fondo. Ogni commento è superfluo
(Fonte: Corriere della sera, 7.11.2005).
Più in sintonia coi tempi è il fatto che le giunterie delle tomaie di Prada sono fatte in Slovenia e Ungheria, dalla Romania provengono parti della componentistica e dall’India i ricami per l’abbigliamento (Fonte: La Repubblica, 11.10.05). E a “testimonianza dell’autunno 2005” per i lavoratori tedeschi della Jil Sander, del gruppo Prada, ci sarà l’addio ai posti di lavoro, che emigreranno presso terzisti italiani in una strana delocalizzazione tutta europea
(Fonte: Fashionmagazine Newsletter, 10.10.2005)
LA PERLA METTE IN CRISI IL TESSILE BOLOGNESE
Negli anni Ottanta erano 20 mila i dipendenti di aziende tessili e dei calzaturifici nel bolognese, a metà degli anni Novanta erano scesi a 12 mila, oggi sono solo 6 mila e quasi un quarto lavora nel gruppo leader dell’intimo. Ma La Perla ha presentato di recente ai sindacati un piano di ristrutturazione che prevede il taglio di 410 posti di lavoro e che dovrebbe portare l’azienda a 900 dipendenti entro il 2007. L’obiettivo dei vertici della società è concentrarsi sul core business degli articoli di lusso, nel quale rientra una linea per le crociere
(Fonte: La Repubblica, 12.1.2005, Fashionmagazine Newsletter, 11.10.2005)
MITUMBA, IL LUNGO CAMMINO DI UNA MAGLIETTA USATA
Qual è il filo che unisce un bambino di Amburgo, che ha smesso una maglietta da calcio nuova perché la sua squadra ha cambiato sponsor, e un coetaneo della Tanzania, che giocherà nella savana con quella maglia ma con una scarpa sola? Lo racconta il regista Raffaele Brunetti nel documentario “Mitumba, the second-hand road” cercando di dipanare la matassa lunga 10 mila chilometri che porta da un cassonetto di Amburgo a un grossista dell’usato di Ercolano, e da qui a un altro grossista, questa volta indiano, a Dar es Saalam in Tanzania, che vende a piccoli commercianti locali balle di abiti usati chiamati “mitumba”. Destinati a essere venduti all’asta per giungere fino ai villaggi più sperduti, o rivenduti nelle città ai benestanti dopo essere stati selezionati, gli indumenti aumentano di valore a ogni passaggio. Intanto le fabbriche tessili locali vengono abbandonate. Come in una commedia degli equivoci, mentre noi pensiamo di fare della beneficenza depositando il nostro sacco nel cassonetto, nessuno in Africa crede che i capi vengano donati, bensì rivenduti dopo essere stati indossati un paio di volte, perché solo un pazzo butterebbe tanta ricchezza, a meno che non si tratti di “uomini bianchi morti”. Il documentario, vincitore del premio che ogni anno i giornalisti stranieri in Italia assegnano al nostro cinema, pone più interrogativi di quanti non pretenda di risolvere, ed è molto consigliato per le scuole
(provate a chiedere una copia del dvd al regista, scrivendo a: raffaele@bbfilm.tv)