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(2008) Chiuso il caso FFI

Se dovessero esserci denunce  da parte dei lavoratori, delle organizzazioni locali, della CCC e dell’ICN riguardo alle condizioni di lavoro negli stabilimenti, esse potranno essere sottoposte all’Ombudsman che tenterà di trovare una soluzione. I lavoratori saranno liberi di organizzarsi in un sindacato liberamente scelto.
Sulla base di questo accordo, la Clean Clothes Campaign e l’ICN sono fiduciosi che qualunque violazione dei diritti sarà comunicata tempestivamente e risolta nel modo giusto. Le parti pertanto richiedono al tribunale di non dare seguito alla richiesta di giudizio per le differenze di opinioni emerse e per le accuse avanzate dalle organizzazioni locali e contestate dalla FFI/JKPL, così come per gli eventi occorsi negli anni 2005-2006. Pertanto la FFI ritira tutti i procedimenti legali e la CCC e l’ICN pongono fine alla campagna di pressione verso la FFI/JKPL e l’impresa olandese  G-Star. La CCC e l’ICN accolgono molto positivamente la notizia che la G-Star, il cliente più importante della FFI/JKPL, intende riavviare le sue relazioni commerciali con la FFI/JKPL:

Di seguito il comunicato stampa del ministro ed ex-primo ministro olandese, Ruud Lubbers, che ha condotto il processo di mediazione dallo scorso Dicembre 2007.

Leggi testo in inglese

I report consultabili nei nostri archivi sono basati sulle interviste con i lavoratori della FFI/JKPL, condotte da organizzazioni locali indipendenti di Bangalore.
Nel corso del 2006 era emerso che molte delle violazioni rilevate presso le unità produttive della FFI/JKPL erano state risolte. I report qui presenti pertanto non offrono un quadro della situazione attuale presso la FFI/JKPL ma, unitamente alle altre informazioni che troverete in questa sezione del sito, costituiscono la memoria storica di questo caso.
Approssimativamente nello stesso momento in cui veniva reso pubblico il report contente notizie positive circa il miglioramento delle violazioni riscontrate alla FFI/JKPL, l’impresa indiana ha avviato un procedimento legale per diffamazione nei confronti delle organizzazioni locali.
La CCC and ICN hanno difeso la propria posizione, chiarendo con nettezza che una vera politica di responsabilità sociale richiede, quali premesse, un dialogo libero e aperto con gli stakeholder locali e con organizzazioni esterne e indipendenti. Hanno inoltre messo in evidenza come il procedimento legale pregiudicasse l’esercizio della libertà di parola e dell’associazione sindacale, ottenendo l’appoggio di molte ong e sindacati.
Con il ritiro della denuncia per diffamazione e degli altri procedimenti penali e con l’incarico di un ombudsman, la situazione si è normalizzata e le parti possono procedere ad affrontare le questioni all’ordine del giorno.
La CCC pubblicherà regolarmente i report relativi alle attività dell’ombudsmen nell’archivio del caso.

Leggi il comunicato stampa della Campagna Abiti Puliti


Schiavilusso

(2007) Intervista a Sabrina Giannini, autrice di "Schiavi del lusso" (Report, RAI3, 2.12.2007)

(Report, RAI3, 2.12.2007)

a cura di Ersilia Monti

Schiavilusso
DICEMBRE 2007
- Intervista stimolo per utili riflessioni sul concetto di lusso e di qualità. Sono necessariamente sinonimi? I retroscena del mondo della moda e le responsabilità dei mezzi di informazione per un "made in Italy" ormai solo di facciata.

Leggi l'intervista


cae

(2007) Interrogazione al Governo sul caso FFI

caeDICEMBRE 2007 - Gli onorevoli Mantovani, Siniscalchi e Rashid hanno presentato una interrogazione parlamentare a risposta immediata alla Commissione Affari Esteri con l'obiettivo di chiedere al Governo quali iniziative intende intraprendere per promuovere la difesa dei diritti umani e dei diritti sindacali dei lavoratori vittime di gravi abusi e violazioni denunciate dalla Campagna Abiti Puliti e impiegati per la produzione di marchi come Gstar, Mexx, Tommy Hilfiger, Gap, Guess e gli italiani Armani e Rare.

Interrogazione parte 1

Interrogazione parte 2


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(2007) Lettera aperta a Oliviero Toscani

Fra poco calerà il sipario mediatico sulla sua ultima campagna commerciale a sfondo sociale, intorno al tema dell’anoressia, e con questa sulle polemiche innescate dalla decisione del giurì dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria di intimare ai suoi associati il ritiro delle affissioni.
Lei avrà concluso il suo lavoro con una certa dose di “successo” in più, il suo committente Flash&Partners, proprietario dei marchi RaRe e Nolita, tirerà le somme della sua esposizione pubblica, forse raccogliendo il lustro sperato per i suoi fino a ieri oscuri marchi della moda. Il tempo dirà quale beneficio sociale abbia portato tutto questo. A giudizio delle associazioni dei malati di anoressia, nessuno.

Resteranno la censura, il sopruso, la negazione della libertà di espressione. Questi sì. Ma non nel senso che intende lei. Di una ben più grave censura è corresponsabile proprio la Flash&Partners, che appalta la produzione a una importante azienda indiana, la Fibres & Fabrics International (FFI), solita confezionare i suoi jeans in condizioni di lavoro ritenute indegne dai lavoratori intervistati. Di fronte alla denuncia di tali condizioni, la FFI ha reagito portando in tribunale associazioni e sindacati con l’obiettivo di silenziare tutti. E per la prima volta nella storia della nostra campagna - la Clean Clothes Campaign(CCC)-, è stato spiccato un mandato di cattura per alcuni attivisti europei, rei di avere diffuso informazioni circa le violazioni in corso.

Proprio in questi giorni un tribunale di Bangalore sta decidendo della speranza di trovare ascolto fra i creatori e i consumatori di moda del nostro ricco e viziato mercato per migliaia di mal pagati e abusati lavoratori indiani della FFI. Un SOS che non vogliono più affidare a una bottiglia nell’oceano della loro deriva sociale. Per questo da oltre quindici anni la nostra rete internazionale – la CCC -, lavora per difendere i diritti dei lavoratori del tessile dando loro voce nei paesi dei consumatori finali.

Sarà ancora possibile per i lavoratori difendere i loro diritti dopo che un provvedimento restrittivo della libertà di espressione, emesso dal tribunale, chiude ormai da oltre un anno la bocca ai sindacati e alle organizzazioni della società civile di Bangalore, pena alcuni anni di carcere? Sarà ancora possibile il nostro impegno se a breve il mandato di arresto che ha colpito il nostro staff europeo ci inseguirà in tutti i paesi che hanno in vigore un accordo di estradizione con il governo indiano? E tutto questo solo perchè si è avuto il coraggio di togliere il velo su quello che accade dietro i cancelli della FFI.

Se vuole conoscere i reati di cui i lavoratori della FFI si sono macchiati, e noi con loro, non ha da far altro che chiedere a Flash&Partners che, oltre ad essere il committente della sua campagna sull’anoressia, è anche il committente di FFI per i propri jeans, e da più di un anno tace sulle denunce contenute in un rapporto circostanziato, frutto di indagini e delle testimonianze raccolte dalle organizzazioni oggi condannate al silenzio.

La censura esiste – in questo siamo d’accordo con lei – con una differenza: porta notorietà a lei e paradossalmente rafforza il potere economico al quale, per sua stessa ammissione, la lega un rapporto di mutua assistenza. Contemporaneamente però condanna altri all’invisibilità e alla negazione del diritto a una vita degna.

Ha ragione quando dice, come riportano i giornali, che il nostro paese è conosciuto all’estero più per le borse e le scarpe che per i prodotti dell’ingegno. Non perchè sono “prodotti da terzo mondo”, ma proprio perchè sono prodotti nel terzo mondo. Infatti, Flash&Partners indica nel suo sito la strategia della delocalizzazione come uno dei capisaldi del suo successo e dei vantaggi competitivi che caratterizzano i suoi marchi. E ciò si ottiene con una politica di “consegne” e di “flash stagionali” per assecondare le “esigenze di un mercato sempre più affannato alla ricerca della novità”. Traducendo, Flash&Partners agisce nella più classica logica di mercato, quella che nel settore della moda ha fatto del consumo effimero e veloce la sua ragion d’essere, e della riduzione drastica dei tempi di consegna e dei prezzi il suo strumento.

Senza curarsi tuttavia delle conseguenze che questo tipo politica comporta, e che i dipendenti indiani di FFI hanno raccontato in dettaglio: ritmi produttivi insostenibili, straordinari obbligatori e non pagati, abusi fisici e verbali, lavorazioni nocive, divieto di attività sindacale.
Sui tabelloni a marchio Nolita, che fino a pochi giorni fa campeggiavano nelle strade delle nostre città, al posto di una modella anoressica a mostrare senza veli i segni della sua malattia, poteva a buon diritto, e con altrettanto impatto, comparire un’altra nudità: quella di un povero ragazzo spogliato e picchiato di fronte ai compagni di lavoro all’unico scopo di intimidirli.

L’anoressia è una malattia del nostro tempo, che in altra forma colpisce anche i lavoratori indiani di Flash&Partners, per troppa fame repressa di dignità, di salario, di libertà di espressione e di organizzazione.
Un record negativo in più rende il nostro paese riconoscibile: le sue aziende di prodotti della moda sono sempre le ultime a poter dimostrare di aver assunto impegni di responsabilità sociale. Su sette imprese committenti internazionali, Armani e Flash&Partners sono le uniche a non aver mai risposto ai ripetuti
appelli a intervenire presso il loro fornitore per chiedere il ripristino della libertà di espressione, appelli avanzati dalla nostra campagna e dai tanti cittadini e consumatori che vi hanno aderito.
Se per Flash&Partners “l’intento aziendale è quello di usare i mezzi pubblicitari come strumento di sensibilizzazione ai mali sociali”, come dichiara, perché tace colpevolmente?

Dato che lei ama definirsi “testimone del proprio tempo”, la invitiamo ad aiutarci a rendere evidente quale desolazione sociale sta dietro il denaro che rende possibile il suo lavoro. Saremo felici di incontrare lei e la sua impresa committente per discutere di tutto questo. Contro la censura e la negazione del diritto alla parola non c’è altro tempo da perdere.

Per la Campagna Abiti Puliti
Francesco Gesualdi
Deborah Lucchetti
Ersilia Monti

RISPOSTA DI OLIVIERO TOSCANI

Siamo alla ricerca disperata di qualcuno [qualcuno che non siamo noi, possibilmente ben identificabile in un «nemico»] che ci sollevi dal senso di colpa. Il senso di colpa generico, ma non per questo meno fastidioso, che ci coglie tutte le volte che la povertà e l’ingiustizia si rivelano ai nostri occhi distratti.

Siamo alla ricerca di qualcuno contro cui prendersela, possibilmente con nome e cognome, ogni qual volta il degrado della vita che viviamo colpisce in modo visibile un debole, un emarginato, una vittima.
I palloni garantiti «cuciti senza impiego di manodopera minorile», i «clean clothes», i vestiti puliti, i giocattoli politically correct, la raccolta differenziata dei rifiuti: spie del disagio che corrode il sistema in cui crediamo e che ci affanniamo a perfezionare, dove contano competitività, spregiudicatezza, profitto.
Ma spie anche, paradossalmente, di un modo di eludere il cuore di problemi drammatici, attirando l’attenzione sulla parte più spettacolare di essi, sull’aspetto emotivo, sul senso di inadempienza che la nostra cattiva coscienza registra nei confronti della ricchezza e della sua ingiusta distribuzione.

Basta giocare a calcio con un pallone garantito lavorato da mani adulte per sentirsi a posto di fronte allo sfruttamento planetario delle masse che affollano ogni domenica gli spalti degli stadi? Basta un abito «pulito», lavorato obbedendo alle norme che regolano la produzione e il profitto, e non frutto di lavoro clandestino, per avallare la legittimità di quelle norme e il perdurare, anche questo planetario e non limitato alla Turchia o all’India, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo? È sufficiente giocare con una bambola confezionata da operai maggiorenni per eludere il grave problema del consumo di massa, quello a cui vengono addestrati i bambini fin da piccoli da dosi massicce di pubblicità, per abituarli ad assimilare, da subito, il concetto che «tutto quel che vedi lo puoi comprare»? Crediamo davvero di  contribuire alla salvezza del pianeta buttando i rifiuti nei contenitori gialli verdi e blu  della raccolta differenziata? E siamo davvero sicuri che la violenza principale sui bambini sia quella dei pedofili additati ogni giorno al nostro disprezzo dalle pagine di cronaca dei giornali?
Il bisogno continuo di capri espiatori sui quali rovesciare il nostro impotente desiderio di giustizia, non ci trasformerà troppo superficialmente in giudici?
Non sarà che  a forza di illuminare scandalisticamente la parte più mediatica del tutto, il tutto finisca per restare scandalosamente in ombra?

E questi comitati che spuntano come funghi per difendere bambini, cani gatti e cavalli, maglioni e palloni non sentono mai sulla propria pelle il dubbio che brucia a me: quante facce ha la verità?  chi ha il diritto di accusare facendo nomi e cognomi di altri che non sono lui? quanto siamo responsabili, ognuno di noi, del sistema che si autoalimenta sulla nostra coazione a consumare, sulla nostra bulimia?
Basterà mettersi due dita in bocca e vomitare, una volta sui vestiti, una volta sui palloni, una volta sui bambini, una volta sui rifiuti, per riacquistare un metabolismo naturale, per tornare a nutrirsi di riso in bianco, dopo i sughi da trattoria di terz’ordine o da  nouvelle cuisine a cui ci condannano le repubbliche fondate sugli ipermercati? Mi brucia questo dubbio: questi comitati, questi giornalisti che sparano scoop sui bambini che lavorano nelle pagine di Economia [notoriamente dedicate a evidenziare il rialzo dei titoli in Borsa quanto più i profitti delle imprese quotate sono raggiunti con spregiudicatezza; e già qui la contraddizione tra la denuncia e l’effetto rivela la verità contorta e cinica che muove il meccanismo del libero mercato] sono legittimati per il semplice fatto di fremere indignati di fronte a un pallone, a un vestito, a una bambola cuciti da un bambino?
Non saranno anche loro complici di un sistema che ha bisogno di lavare con la mano sinistra il fango che sporca la destra, di esorcizzare con l’emozione e lo sdegno occasionali, una tantum, la perpetua e ormai definitiva sopraffazione della ricchezza sulla povertà, della protervia sulla dignità?
L’America, il Paese che ha realizzato il modello migliore del capitalismo, è ricca di comitati «politicamente corretti» e di scoop sui giornali contro le varie dignità calpestate.
Ma si può davvero dire per questo che l’America abbia realizzato il modello migliore della giustizia sociale? E, per estensione, basta denunciare un crimine per considerarsi o essere considerati automaticamente assolti dal concorso in reato?

Non vorrei mai che si tacesse, ovviamente, sul lavoro minorile, sulla violenza, sulle discriminazioni razziali e sul degrado dell’ambiente e del mondo. Credo di averlo dimostrato con il mio lavoro. Ma mi brucia il dubbio su quale sia la strada giusta per raggiungere la consapevolezza vera e profonda sul dramma della povertà e dell’ingiustizia, su chi ha il diritto di parlarne e su chi deve o non deve accettare di essere zittito. Mi brucia il dubbio su quale sia la via per toccare non soltanto il mio cuore, ma quella giusta e utile per fare finalmente luce nel mio cervello.

REPLICA ABITI PULITI

Non “siamo alla ricerca disperata di qualcuno che ci sollevi dal senso di colpa”.  I sensi di colpa non ci appartengono e li lasciamo a chi va a nozze col potere  con l’augurio che riescano a risolverli col loro padre spirituale o col loro psicoanalista. Il nostro pane non è il frutto di rapporti speciali con i potenti, ma  del lavoro umile di chi si trova fra gli ultimi gradini della scala sociale. Noi siamo alla ricerca di giustizia perche' pensiamo che tutti abbiamo solo da guadagnare da un  mondo basato sulla giustizia invece che sullo sfruttamento e ci poniamo l’obiettivo di spingere i responsabili e i corresponsabili della violazione dei diritti dei lavoratori ad intraprendere azioni correttive. Nello specifico chiediamo a Flash & Partner di intervenire presso la sua appaltata indiana FFI affinchè cessi gli abusi nei confronti dei lavoratori e ritiri la querela che censura la libertà di denuncia.

Venendo al suo dubbio, su chi ha il diritto di parlare di povertà e ingiustizia, la nostra opinione è che tutti abbiamo il dovere di farlo. E non e' solo la nostra opinione, ma e' quanto scritto nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che affida ad tutte le componenti della societa' il dovere di difendere i diritti umani. Non certo per senso di colpa ma per amore della giustizia. Ma non per lucrarci sopra. Per concludere pensiamo che non è più il tempo delle strumentalizzazioni verbali, ma delle assunzioni di responsabilità. Anche lei, signor Toscani, deve decidere da che parte vuole stare. Se decide di stare dalla parte di chi opprime, continui pure a fare le sue campagne pubblicitarie al servizio di chi usa tutto e tutti, lei compreso, per fare soldi. Se decide di stare dalla parte degli oppressi si unisca a noi per chiedere a Flash & partners di intervenire presso l’appaltata indiana affinchè garantisca i diritti dei lavoratori. Si schieri e vedrà che i dubbi scompaiono da soli.


emma

(2007) Lettera al Ministro Bonino

 

Sarebbe una storia di sofferenza e sopruso fra le tante, che milioni di lavoratori vivono ogni giorno sulla pelle per produrre gli abiti che indossiamo, magari nelle Zone Franche per l’Esportazione ideate per servire il libero commercio, dove i diritti sono sospesi e gli investimenti esteri possono affluire senza ostacoli.

Sarebbe una storia fra le tante, se non fosse che il faticoso lavoro di informazione e  denuncia indipendente della Clean Clothes Campaign (rete internazionale di 600 organizzazioni che da 15 anni si occupa di diritti delle donne lavoratrici nel settore tessile) ha sollevato le ire della FFI, che ha denunciato tutti ottenendo dal Tribunale Civile di Bangalore un provvedimento che censura le organizzazioni locali e un mandato di arresto internazionale per gli attivisti europei della CCC, rei di avere pubblicato e diffuso il rapporto sulle violazioni.

Ma c’è di più. Il Ministro del Commercio indiano Kamal Nath ha impugnato il caso nei confronti del governo olandese e del Commissario Mandelson, definendo la CCC una barriera non tariffaria al commercio. Le barriere, ovviamente, vanno rimosse per favorire il libero scambio ed evitare intoppi d’immagine che la più grande democrazia del mondo non si può permettere.

Sappiamo quanto sia fervida la sua fede nel libero commercio ma conosciamo anche il suo impegno appassionato per la difesa dei diritti umani fondamentali.
Qui la posta in gioco è alta; c’è una competizione pericolosa tra la libertà di produrre e commerciare a qualunque costo e la libertà di espressione e di difendere i diritti umani fondamentali, come stabilito dalla Dichiarazione sui Difensori dei Diritti Umani del 1998. Anche la Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della CCC, ha svolto il suo lavoro di informazione e denuncia; potremmo essere raggiunti da un mandato di arresto anche noi, e trovarci sul banco degli imputati per avere fatto su luce sulla triste condizione di molti uomini e donne che confezionano i nostri jeans.

Egregio Ministro, di fronte a tutto questo, che posizione assume? Quali provvedimenti intende adottare affinché vengano conciliate le libertà economiche con i diritti fondamentali delle persone?


(2007) Stretta sui diritti

 

Amnesty International ha espresso forte preoccupazione per la prassi ormai consolidata dei tribunali indiani di chiamare a giudizio per reati penali, sulla base di accuse inconsistenti, attivisti impegnati nella difesa dei diritti dei lavoratori senza che le autorità competenti intervengano a impedirlo, pur essendo l’India firmataria della convenzione internazionale che tutela il libero esercizio del diritto di parola e associazione.

In un documento congiunto, la Campagna Abiti Puliti e i sindacati italiani del tessile-abbigliamento si sono rivolti il 5 ottobre al governo italiano sollecitandolo a intervenire presso il governo indiano per chiedere il rispetto delle convenzioni internazionali e con i dicasteri competenti per far sì le imprese italiane coinvolte quali committenti all’epoca delle violazioni si assumano le loro responsabilità. Viene chiesto infine al governo di attivarsi nei confronti dell’azienda italiana Tintoria Astico, di proprietà della FFI, affinché chieda alla casa madre di ritirare la denuncia pendente presso il tribunale di Bangalore.
La Fair Wear Foundation, organismo multistakeholder al quale aderisce il secondo maggior committente di FFI, Mexx, ha pubblicato un rapporto sul caso.

che giunge alla conclusione che la FFI  non solo ha agito in contrasto con le convenzioni internazionali sulla libertà di associazione e il diritto di contrattazione collettiva, ma non ha mostrato alcun ripensamento preferendo trascinare in giudizio le controparti anziché trovare un accordo con il sindacato. Dal rapporto emerge inoltre che 85 lavoratori si erano iscritti al sindacato GATWU nell’estate 2006 e in seguito a questo sono stati tutti licenziati. Ciò contrasta con le affermazioni del titolare della FFI secondo il quale non sono mai esistite nelle sue fabbriche rappresentanze sindacali. Mexx ha di fatto sospeso gli ordini alla FFI, ma continua a non voler rendere pubblico il vero motivo della sua decisione, così come non si è impegnata a riprendere i rapporti con il suo fornitore se saranno attuati interventi correttivi. A fare le spese di questo atteggiamento ambiguo sono ovviamente i lavoratori.

Gli sviluppi dell’ultima ora non sono affatto confortanti. Nel corso di una visita di stato, alla presenza di una delegazione governativa olandese al gran completo (regina, ministri degli esteri e del commercio, e rappresentanti delle associazioni imprenditoriali), il ministro dell’industria e del commercio indiano Kamal Nath ha accusato la Clean Clothes Campaign e l’India Committee of the Netherlands di diffondere false informazioni sull’industria indiana e di danneggiare l’immagine del paese. Da parte olandese non c’è stata alcuna reazione, malgrado la questione fosse ben nota da mesi al governo, interpellato e incontrato a più riprese dalle ong coinvolte; governo che per altro non ha risposto all’interrogazione presentata in parlamento dai partiti dell’opposizione.  La stampa ha riportato le dichiarazioni successive del presidente delle associazioni imprenditoriali olandesi, che di fatto dava manforte al ministro indiano.

Le aspettative suscitate dall’accordo sul libero commercio fra India e Unione Europea attualmente in discussione potrebbero indebolire le iniziative dei governi che scommettono sulle possibilità offerte da un mercato vasto e in espansione come quello indiano. L’insofferenza manifestata dal ministro indiano si è spinta fino a prospettare azioni ritorsive se non cesserà la crescente diffusione di notizie, giudicate false, che minano la credibilità del suo governo: oltre al caso FFI, c’è il clamore sollevato dalla scoperta di bambini impiegati in condizioni di schiavitù nella catena incontrollata del subappalto di Gap, noto marchio statunitense, a sua volta committente di FFI, e l’indignazione per la terza morte in un anno fra i dipendenti di un suo fornitore (vedi rubrica “Altre notizie”). A ciò si aggiunge il rapporto diffuso il mese scorso dall’India Committee of the Netherlands sul lavoro minorile nella coltivazione di semi di cotone ibridi in India “Child bondage continues in Indian cotton supply chain”
secondo il quale sono 400 mila i minori, la metà al di sotto dei 14 anni (e in maggioranza bambine),  impiegati nei campi per 8-12 ore al giorno, esposti all’azione tossica dei pesticidi, per l’impollinazione di semi di cotone geneticamente modificati.

Ma che dire di quello che sta avvenendo nelle Filippine, il secondo paese più pericoloso al mondo per i sindacalisti secondo il rapporto annuale dell’ITUC. Qui si può finire, come è successo all’organizzazione statunitense International Labor Rights Forum, sulla lista nera di persone sospettate di avere legami con il terrorismo internazionale, il tutto con lo scopo di allontanare occhi indiscreti dal paese e spezzare i contatti esistenti con le organizzazioni sindacali e i gruppi di base locali che si battono per la difesa dei diritti umani e del lavoro.  In Bangladesh, nella primavera scorsa, l’associazione degli esportatori di abbigliamento ha chiesto senza mezzi termini al governo di indagare sulle attività delle organizzazioni non governative e di punire quelle che, colpevoli di denunciare la presenza di lavoro minorile o lo sfruttamento della manodopera, offuscano l’immagine del paese e ne mettono a rischio la competitività (vedi newsletter n. 4, 2007). Fra le organizzazioni estere invise per i legami con realtà locali c’è la statunitense National Labor Committee e l’inglese War on Want, mentre si sta facendo sempre più difficile per gli esponenti sindacali svolgere il proprio lavoro senza controlli e interferenze.

Sparizioni e minacce di morte accompagnano la vita dei sindacalisti nello Sri Lanka da quando il governo ha lanciato una campagna che descrive i rappresentanti sindacali come fiancheggiatori del Fronte di liberazione delle Tigri Tamil (vedi newsletter n. 3, 2007). Anton Marcus, segretario del Sindacato dei lavoratori delle zone franche e dei servizi pubblici, con il quale la Clean Clothes Campaign collabora da anni, ha denunciato in questi giorni di aver ricevuto nuove minacce di morte dopo essere stato accusato di aver rilasciato dichiarazioni alla BBC e fornito informazioni all’ong inglese Action Aid, che gettano discredito sull’industria tessile del paese. In Cambogia negli ultimi tre anni sono stati uccisi tre sindacalisti del tessile, fra questi il segretario generale del sindacato tessile cambogiano. Per la sua morte sono state condannate due persone innocenti, nonostante prove schiaccianti a discolpa e l’intervento del rappresentante dei diritti umani dell’ONU,  nel tentativo evidente da parte del governo di  coprire le vere responsabilità dell’omicidio (vedi newsletter n. 2, 2007)


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(2007) Lettera dei sindacati italiani al PNC OCSE

pcn2OTTOBRE 2007 - Cgil, Cisl e Uil insieme alle categorie tessili inviano una lettera al Punto di Contatto Nazionale OCSE.

Leggi la lettera


(2007) Vietato parlare di diritti

LA FFI/JKPL DI BANGALORE NON RETROCEDE: MANDATO DI ARRESTO PER CLEAN CLOTHES CAMPAIGN E INDIA COMMITTEE OF THE NETHERLANDS

 

OTTOBRE 2007 - Gli attivisti della Clean Clothes Campaign (CCC) e dell’India Committee of the Netherlands (ICN) rischiano due anni di carcere per cyber crime, diffamazione, atti di razzismo e xenofobia, in base al codice penale indiano, per aver diffuso informazioni sulle violazioni dei diritti dei lavoratori negli stabilimenti produttivi di un’azienda indiana. Le due organizzazioni e sette membri del loro staff avevano ricevuto un invito a comparire davanti al tribunale civile di Bangalore il 25 settembre scorso per una prima udienza rinviata al 31 agosto. Il tribunale civile di Bangalore ha emesso un mandato di arresto per gli imputati per assicurarsi la loro presenza alla prossima udienza. E’ il risultato di un’azione legale intentata dalla Fibres & Fabrics International, proprietaria della Jeans Knits Pvt. Ltd (FFI/JKPL) di Bangalore nei cui stabilimenti era emersa una lunga serie di abusi fin dalla fine del 2005. FFI/JKPL, fornitrice di jeans per un gran numero di marchi occidentali, aveva preferito agire per vie legali piuttosto che avviare un dialogo con le organizzazioni indiane e internazionali che difendono i diritti dei lavoratori. Dal luglio 2006, un’ingiunzione del tribunale di Bangalore impone alle organizzazioni locali il divieto di diffondere notizie sulle condizioni di lavoro all’interno degli impianti produttivi della FFI/JKPL. La decisione del tribunale è stata confermata nel febbraio 2007 e da allora il caso si trascina senza trovare soluzione.

La posta in gioco
Se il caso FFI/JKPL stabilisse un precedente giuridico, sarà forte la tentazione per le imprese terziste di rivolgersi alla giustizia per evitare di confrontarsi con i lavoratori sul piano sindacale e spezzare il legame che li unisce alla società civile internazionale. Se ciò avvenisse,  i tentativi in atto per promuovere comportamenti più responsabili fra le imprese subirebbero un forte arretramento, non solo in India ma in tutto il mondo. Le organizzazioni internazionali che condividono questa preoccupazione, fra queste Maquila Solidarity Network, Sweat Free Communities, Business Human Rights e CSR Asia hanno espresso solidarietà e sostegno a CCC e ICN.

FFI/JKPL continua a rifiutare il dialogo
Il 25 giugno la FFI/JKPL aveva diffuso un comunicato stampa nel quale invitava le organizzazioni coinvolte nel caso a cessare la campagna di pressione, basata su accuse definite false, e a impegnarsi in un dialogo costruttivo nell’interesse di uno sviluppo socialmente sostenibile dell’industria tessile indiana. CCC e ICN avevano risposto offrendo la loro disponibilità purché l’invito fosse presentato in forma ufficiale allo scopo di proteggere le organizzazioni locali da conseguenze di tipo legale e che lo stesso fosse accompagnato dal ritiro della denuncia che aveva dato origine al provvedimento restrittivo della libertà di espressione. Si chiedeva inoltre a FFI/JKPL di accettare la presenza di un osservatore indipendente gradito da tutte le parti.  Il 13 agosto FFI  ha ribadito la richiesta di cessazione della campagna internazionale, basata a suo dire su “presupposti falsi e infondati” dimostrando così di non avere alcuna intenzione di ritirare la denuncia a carico delle organizzazioni promotrici.

Sospesa la certificazione SA8000 alle unità produttive di FFI/JKPL
Social Accountability International (SAI), responsabile dello standard sociale SA8000, ha confermato che si applica anche al caso FFI/JKPL la decisione ufficializzata il 30 aprile scorso che sospende dai benefici della certificazione SA8000 tutte le imprese che abbiano ricevuto una “ingiunzione legale che vieta agli stakeholder di discutere delle attività condotte dall’impresa al suo interno” (http://www.sa-intl.org/index.cfm?fuseaction=Page.viewPage&pageId=534&par...)=1).  Nel 2006 SAI aveva certificato cinque stabilimenti di FFI/JKPL malgrado le segnalazioni inoltrate dalla CCC sulle violazioni dei diritti dei lavoratori documentate al loro interno. Nel novembre 2006 la CCC aveva presentato un ricorso formale dal quale era scaturita un’ulteriore indagine da parte di un’azienda consulente di SAI, che era arrivata alla conclusione che la concessione della certificazione SA8000 all’impresa indiana non era giustificata.

Diverse fonti confermano che la certificazione SA8000 concessa alle unità della FFI/JKPL è sospesa. Comunque, i termini della sospensione rimangono poco chiari. Nonostante le numerose richieste di informazioni aggiuntive, SAI non ha condiviso con la CCC e l’ICN alcuna informazione relativa ai dettagli delle procedure di sospensione.

L’assenza di una comunicazione ufficiale di SAI sullo status della certificazione ottenuta da FFI/JKPL è con tutta evidenza la conseguenza diretta della minaccia di FFI/JKPL di ricorrere alle vie legali. La CCC e l’ICN deplorano la decisione di SAI di autocensurarsi ed esprimono la forte preoccupazione che assecondando le minacce di un’azienda a caccia di certificazione, SAI ponga le premesse per la completa perdita di credibilità della sua organizzazione come ente indipendente.

FFI ha attività in Europa?
FFI/JKPL opera in India, ma ha un aggancio diretto con l’Europa: la società Tintoria Astico, con sede in Italia, fornisce modellistica computerizzata alla FFI/JKPL. La proprietà è equamente suddivisa fra la Fibres and Fabrics International di Bangalore e la Fibres and Fabrics Europe con sede in Olanda. L’amministratore delegato della società olandese si chiama Manfred Gruyters e si presenta come uno dei direttori della FFI/JKPL. La CCC ha scritto alla Tintoria Astico per sollecitarla a prendere posizione in favore del ritiro della denuncia presso il tribunale indiano.  Manfred Gruyters era fra i destinatari dell’ultima lettera inviata dalla campagna alla FFI/JKPL. Ma né la Tintoria Astico né la Fibres and Fabrics Europe hanno finora risposto ai nostri appelli.

La risposta delle aziende committenti
La politica dello struzzo di G-Star
G-Star è il principale committente di FFI/JKPL. Ha incontrato la campagna il 7 giugno scorso e ha  accettato di esercitare ulteriori pressioni su FFI,  ma continua a dimostrarsi poco trasparente rispetto al modo in cui si è mossa. G-Star afferma di aver imposto a FFI/JKPL un termine entro il quale dovrà garantire ai lavoratori il diritto ad associarsi liberamente e si dice certa che ciò avverrà entro settembre di quest’anno. Ma come può un’impresa che ha espulso e perseguito il sindacato liberamente scelto dai lavoratori acconsentire alla nascita di uno nuovo se non imponendone uno di proprio gradimento?
Il silenzio di  Mexx
Da quel che si sa Gap e Mexx sono in procinto di cessare i rapporti commerciali con FFI/JKPL, ma  per non dover ammettere che il vero motivo risiede nell’indisponibilità di FFI/JKPL a trattare con le organizzazioni locali,  entrambe evitano di fornire giustificazioni ufficiali. In questo modo non prendono impegni né per il presente né per il futuro con i lavoratori che dipendono anche dalle loro commesse. La Fair Wear Foundation (FWF), alla quale Mexx è associata, ha annunciato che diffonderà una dichiarazione pubblica sul mancato rispetto del codice di condotta della FWF da pare di FFI/JKPL. Un’analoga presa di posizione è prevista da parte di Ethical Trading Initiative.
GAP è in procinto di rivedere la sua politca di fornitura?
Alla luce dell’impasse tra la FFI e le diverse organizzazioni nazionali ed internazionali, GAP si trova sotto una fortissima pressione finalizzata a farle interrompere i rapporti commerciali con FFI.
In quanto membro di ETI, GAP deve rispondere agli obblighi derivanti dall’adesione al codice di condotta. ETI conferma che, a partire dalle informazioni raccolte da fonti diverse, l’applicazione di alcuni punti chiave del codice di condotta, come la libertà di associazione sindacale, sono seriamente compromesse.
L’irresponsabilità di Armani, Guess e RaRe
Nessuna delle tre imprese ha risposto ai ripetuti appelli che sono stati loro rivolti dalla CCC e dai tanti cittadini-consumatori che hanno aderito alla campagna di pressione pubblica. E’ impensabile che sul mercato esistano ancora imprese convinte di potersi sottrarre alle proprie responsabilità semplicemente distogliendo lo sguardo. Anche per Armani, Guess RaRe è arrivato il momento di assumere impegni concreti per garantire condizioni di lavoro corrette nella propria filiera produttiva.
L’ambiguità di Tommy Hilfiger

Nell’agosto 2006 Tommy Hilfiger ha informato la campagna di non intrattenere rapporti commerciali con FFI/JKPL e nel dicembre dello stesso anno ha comunicato a FFI/JKPL che avrebbe valutato l’ipotesi di una collaborazione futura solo a conclusione delle questioni aperte con la CCC e l’ICN.  Tuttavia, in un articolo pubblicato il 31 agosto scorso in una rivista olandese di settore è apparsa la notizia secondo la quale Tommy Hilfiger continuerebbe a rifornirsi da FFI/JKPL. Interrogata in proposito l’azienda sostiene di aver ancora FFI/JKPL nelle sue liste, ma classificato come “fornitore inattivo”.

Inviamo una lettera a FFI/JKPL
Scriviamo a Armani, RaRe e Guess che il loro rifiuto di prendere in considerazione le violazioni avvenuto presso il loro fornitore  non è accettabile. Tutti i marchi che si sono riforniti presso la FFI/JKPL dovrebbero denunciare il suo comportamento e fare pressione perchè si apra il dialogo con i sindacati e le organizzazioni della società civile.
Scriviamo nuovamente a FFI/JKPL per convincerli a ritirare la denuncia pendente presso il tribunale di Bangalore nei confronti delle organizzazioni della società civile, e di impegnarsi a un confronto con le organizzazioni locali (GATWU, NTUI, Cividep, Women Garment Workers’ Front Munnade).

Vai sul sito della CCC internazionale e complia automaticamente la lettera:
http://www.cleanclothes.org/urgent/07-09-27.htm


07-metraco

(2007) Repressione sindacale in Turchia

Quando nel 2006 il lavoratori della Metraco, azienda di proprità  turco-olandese con sede a Instanbul e che fornisce numerosi e importanti marchi europei, hanno cominciato ad organizzarsi, la direzione ha risposto con una forte campagna anti-sindacale. Per questo vi chiediamo di mobilitavi per fare pressione sulla Metraco affinchè i lavoratori illegalmente licenziati siano riassunti e  contemporaneamente venga riconoscituto il ruolo negoziale del  Disk-Tekstil, il sindacato tessile che da mesi sta sostenendo le istanze dei lavoratori.
Per mesi il DISK-Tekstil ha cercato di incontrare la Metraco che non ha mai mostrato un atteggiamento cooperativo. Dopo un incontro avvenuto a gennaio del 2007, la direzione della Metraco ha dichiarato che non avrebbe riassunto i lavoratori licenziati. Il sindacato inoltre aveva richiesto che le negoziazioni fossero facilitate dalla presenza di un soggetto terzo e indipendente con l’obiettivo di raggiungere un accordo. Tale richiesta è stata supportata dalla Clean Clothes Campaign, dalla Fair Wear Foundation, da Modint e da diversi marchi committenti della Metraco. Ma la Metraco non ha mai accettato la proposta.

LA STORIA

Metraco produce principalmente per clienti europei. Tra questi vi sono marchi molto conosciuti come Helly Hansen (Norvegia), Guru, Gas Jeans, Replay (Italia), Jack & Jones (Danimarca) and Pall Mall/Just Brands (Olanda). L’impresa è di proprietà turca per il 33% e Olandese per il 67%.
La campagna antisindacale ha prodotto il licenziamento di 18 lavoratori e le dimissioni forzate dal sindacato di altri 32 iscritti con la minaccia che avrebbero altrimenti perso il posto. Allo stesso tempo altri lavoratori sono stati assunti per rimpiazzare quelli sindacalizzati.
Nonostante diversi tentativi da parte del sindacato turco DISK-Tekstil e da parte di diversi marchi che hanno proceduto individualmente o attraverso la Fair Wear Foundation e Modint (l’associazione industriale olandese) a fare pressione sull’impresa per convincerla ad aprire una trattativa, la Metraco continua a fare pressione sul lavoratori perchè cessino la loro attività sindacale. Nel 2006 inoltre la Metraco ha deciso di chiudere la fabbrica e di riaprirne un’altra ad Avcilar, a 55 km di distanza; la nuova fabbrica è operativa da gennaio 2007. Solo pochi lavoratori (70) hanno continuato a lavorare nella nuova unità, soprattutto quelli con strette relazioni con la direzione. E’ chiaro che si è trattato di una precisa strategia per ostacolare la nascita del sindacato.

Pressioni sul sindacato: intimidazioni,licenziamenti e intervento dei militari

Quando i lavoratori hanno incominciato ad organizzarsi e ad iscriversi al DISK-Tekstil nel febbraio 2006, la Metraco ha subito messo in atto una strategia di repressione, cercando le persone coinvolte nel processo di sindacalizzazione per scoraggiarle.
In Turchia un lavoratore che intende iscriversi la sindacato deve firmare la richiesta di iscrizione in 5 copie e pagare un notaio per la notifica pubblica; lo stesso deve fare per lasciare un sindacato ed iscriversi ad un altro. La Metraco ha costretto i 32 lavoratori a dare le dimissioni dal sindacato, accompagnandoli dal notaio e costringedoli a pagare il servizio.

Il DISK-Tekstil ha quindi registrato i suoi membri presso il Ministero del Lavoro e della Protezione Sociale non appena è risultato chiaro il livello di intimidazione. In ogni caso il 12 aprile del 2006, 12 dei 14 membri del DISK-Tekstil inseriti nella lista comunicata al ministero sono stati licenziati. Nelle settimane successive la stessa sorte è toccata ad altri 6 membri. Il 19 aprile a due di questi lavoratori era stato promesso che sarebbero stati riassunti se avessero rinunciato a denunciare il caso al tribunale del lavoro e se avessero lasciato il sindacato.

Una donna è stata licenziata per aver rifiutato il trasferimento in un reparto dove vengono usati prodotti chimici e da cui era stata allontanata per ordine del medico. Avrebbe potuto evitarlo se avesse lasciato la tessera sindacale.

Il 30 Novebre 2006 un altro lavoratore è stato licenziato dopo aver parlato con gli ispettori che stavano investigando sulle condizioni di lavoro nello stabilimento.

La direzione della Metraco ha anche fatto uso improprio dell’esercito quando ha chiamato i militari per obbligare i lavoratori a lasciare il sindacato. Ha utilizzato sipatizzanti del partito fascista locale per sostituire i lavoratori sindacalizzati espulsi. Tale comportamento è assolutamente inaccettabile e testimonia che la Metraco non ha alcuna intenzione di creare condizioni di lavoro dignitose per i lavoratori e le lavoratrici della fabbrica.

Cause legali e denunce contro la Metraco.

I lavoratori turchi hanno il diritto di associarsi al sindacato. Questo è garantito dall’articolo 51 della costituzione turca. Il Turkish Criminal Code (articolo 118) stipula anche che minacciare i lavoratori perchè non si associno ad un sindacato è punibile con due anni di prigione. La Turchia ha ratificato le convenzioni ILO (87, 98) sul diritto di libera associazione sindacale e sul diritto di contrattazione collettiva.

Nell’aprile del 2006 il DISK-Tekstil ha denunciato il caso all’ILO di Ankara
e a diverse autorità governative, incluso il dipartimento diritti umani e il Ministero del Lavoro e della Sicurezza Sociale. Una denuncia è stata anche sporta alla polizia militare di Instanbul.

17 lavoratori hanno iniziato azioni legali verso la Metraco per i loro licenziamenti. Presso il tribunale di Beyoglu sono tuttora in corso i processi per 11 lavoratori e la prossima udienza è stata fissata per il 1 novembre 2007. Ma il fatto che sia in corso una causa legale non può essere considerato una valida scusa per la direzione per non procedere alla riassunzione che può avvenire in qualunque momento.

Al momento nessuna delle denunce ha portato ad un aiuto concreto ai lavoratori della Metraco. Il DISK-Tekstil ha dichiarato che l’ufficio ILO in Turchia ha richiesto informazioni al Ministro del Lavoro e della Sicurezza Sociale e che quest’ultimo ha concluso la propria ispezione indicando che nessuna azione verrà intrapresa finchè il processo è in corso.

Come hanno risposto i clienti della Metraco.

La Clean Clothes Campaign in Olanda, Italia, Norvegia e Svezia ha contattato i marchi committenti localizzati nei diversi paesi e clienti Metraco.

Alcuni marchi (Gaastra, Pall Mall, Bestseller, Gas Jeans, Helly Hansen) hanno incontrato oppure scritto lettere alla Metraco circa le violazioni in corso. Altri (Bestseller, Gaastra and O’Neill) hanno deciso di cancellare o sospendere i propri ordini.

Molti di questi (O’Neill, Gaastra, Helly Hansen, Scotch & Soda, and Pall Mall/Just Brands) hanno tentato di coordinare gli sforzi insieme alla Fair Wear Foundation e a Modint (associazione industriali del settore tessile olandese e rappresentata all’interno della FWF). Una ispezione da parte di questi marchi è avvenuta nel Novembre 2006 (commissionata da Modint da parte delle cinque imprese e come azione prevista dalla procedura della FWF). L’audit ha confermato le violazioni denunciate dai sindacati. Altri audit sono stati commissionati da altre imprese (ex. Bestseller, Guru). Come già citato, un lavoratore che aveva parlato con gli ispettori in Novembre è stato licenziato. E’ chiaro che i problemi rilevati dal DISK-Tekstil sono seri e credibili e che richiedono una risposta adeguata da parte dei committenti e dalla direzione aziendale.

La FWF ha informato i suoi stakeholder comunicando che la Metraco non solo ha violato gli standard internazionali dell’ILO ma ha anche dimostrato di non avere alcuna volontà di impegnarsi in azioni correttive in conformità a quanto stabilito dagli stessi codici di condotta, che sono parte integrante degli accordi commerciali con le imprese committenti e con la FWF.

La Clean Clothes Campaign accoglie positivamente le azioni intraprese dai marchi, in particolare il tentativo di lavorare insieme per la risoluzione del caso, ma la situazione dei lavoratori non è migliorata.

La Clean Clothes Campaign ritiene pertanto che le imprese che si riforniscono o si sono rifornite alla Metraco abbiano la responsabilità di continuare a fare pressione per una positiva risoluzione di questo caso.

Il sindacato turco chiede di congelare gli ordini alla Metraco

Data la sitiuazione fortemente negativa, il DISK-Tekstil chiede ai marchi europei di non fare più ordini alla Metraco, finchè la disputa non è risolta. La Clean Clothes Campaign contatterà i diversi clienti circa questa specifica richiesta e ne seguirà gli sviluppi. In caso di necessità, la Clean Clothes Campaign chiederà ai consumatori di contattare questi marchi per incoraggiarli a sostenere le richieste in campo.

QUESTIONI APERTE ALLA METRACO

Di seguito le richieste del sindacato alla Metraco sostenute dalla Clean Clothes Campaign:

1. Immediata riassunzione di tutti i lavoratori licenziati dall’inizio del processo di sindacalizzazione, nelle loro precedenti posizioni, livelli di anzianità e benefit, con appropriato compenso per il periodo di sospensione dal lavoro.

2. Riconoscimento immediato del sindacato; la direzione deve incontrarsi con il sindacato per discutere delle condizioni di lavoro e per facilitare la nascita di buone relazioni industriali.

3. Cessazione delle intimidazioni dei membri del sindacato e dei loro sostenitori.

4. Inchiesta sui comportamenti messi in atto dal responsabile delle risorse umane e assunzione di successive misure sanzionatorie.

5. Formazione dei manager sull’applicazione dei diritti fondamentali del lavoro, con particolare riferemento alla libertà di associazione sindacale.


(2007) REPORT - Olimpiadi: Nessuna medaglia alle Olimpiadi per i diritti dei lavoratori

GIUGNO 2007 - A un anno dall'apertura dei giochi olimpici di Pechino 2008, un'indagine in quattro aziende cinesi produttrici di materiale promozionale a marchio  olimpico solleva il velo sulla filiera commerciale del CIO e dei Comitati olimpici nazionali.
playfairlogo

Leggi la sintesi in italiano

Leggi l'intero rapporto in inglese


(2007) Riflessione sui limite degli strumenti volontari di controllo

a cura di Deborah Lucchetti (Fair/Campagna Abiti Puliti)

GIUGNO 2007 - Forse dipenderà dalle recenti notizie apparse in Gran Bretagna, che hanno fatto luce su imprese che producevano per Tesco in Bangladesh impiegando lavoro minorile, e che Tesco non sapeva di avere tra i suoi fornitori. Eppure Tesco è già membro dell’ETI (Etical Trade Initiative), organismo multistakeholder con sede in Gran Bretagna che richiede il monitoraggio indipendente di tutta la catena di fornitura, proprio per evitare questo tipo di abusi.
Il caso illustrato segna i limiti evidenti degli attuali strumenti volontari messi in piedi negli ultimi dieci anni per monitorare le condizioni di lavoro in tutti i segmenti della filiera produttiva.

E’ molto interessante a tal proposito, leggere con attenzione il recente studio indipendente pubblicato proprio dall'ETI (http://www.ethicaltrade.org/Z/lib/2006/09/impact-report/index.shtml) con l’obiettivo di fare una valutazione dell’impatto dei codici di condotta su 25 casi concreti. I risultati mettono in luce una serie di problemi gravi che i codici non sono, di fatto, riusciti ad affrontare e risolvere. Parliamo di libertà di associazione sindacale, per cui non si registra un effettivo aumento di sindacalizzazione dentro le imprese e nemmeno l’avvio di un processo reale di contrattazione collettiva (come sancito dalle convenzioni ILO 87 e 98); nemmeno il salario vivibile è mai raggiunto, visto che si riscontrano al massimo miglioramenti verso il salario minimo legale che sappiamo essere insufficiente per poter garantire una vita dignitosa ai lavoratori e alle loro famiglie. Le donne continuano ad essere discriminate, sia nell’accesso al lavoro, sia nella possibilità di avere possibilità di formazione e avanzamento mentre aumenta in generale la precarietà e la flessibilità del mercato del lavoro, sempre più ricco di manodopera informale e migrante.

In ultimo, e tra i punti aperti più importanti, i grandi marchi e distributori insistono nell’esercitare pratiche di acquisto predatorie, che mirano a ridurre i prezzi, accorciare i tempi di produzione e ridurre gli stock, ostacolando di fatto la possibilità dei fornitori di destinare maggiori risorse agli aumenti salariali e al miglioramento generale delle condizioni.
Altri aspetti critici interessanti che emergono dall'esperienza accumulata negli ultimi dieci anni in materia di controllo volontario della catena di fornitura, riguardano proprio la proliferazione di standard, codici e sistemi di implementazione, audit inclusi.

Ecco perchè la nuova iniziativa che sta per essere lanciata, decisamente business-oriented, ha tutto il sapore amaro dell’ennesimo tentativo di facciata, di cui è difficile comprendere efficacia reale e motivazioni, se non quella di mettere sul mercato un nuovo strumento di tutela dell’immagine e di public relations.
Le stesse imprese fornitrici denunciano la fatica di essere sottoposte a audit diversi, che richiedono una mole di dati differenziati da fornire a eserciti di ispettori provenienti dalle più disparate iniziative. Secondo quanto dichiarato recentemente da Neil Kerney, leader dell’ITGLWF (sindacato internazionale dei tessili) sul Finacial Times, “ le imprese hanno speso milioni di dollari in codici di condotta e audit e il maggiore risultato è stato quello di creare un esercito di frodatori”. Del resto anche il rapporto inchiesta della Clean Clothes Campaign - Looking for a quick fix (http://www.cleanclothes.org/pub-archive.htm) aveva messo in luce la debolezza degli audit sociali, spesso basati su informazioni truccate provenienti dai registri ufficiali preparati ad hoc per gli ispettori di turno. Lavoratori debitamente istruiti per dire ciò che si conviene e che rischiano il posto se non sono obbedienti; registri falsi che riportano paghe regolari e orari nella media, sono spesso la faccia presentabile di realtà dove ben altre sono le condizioni di lavoro. Condizioni e abusi che emergono in tutta la loro nuda drammaticità solo quando alcuni lavoratori decidono di prendere parola e denunciare i fatti che poi diventano oggetto di qualche scoop giornalistico, che all’improvviso scuote le coscienze e fa vedere una realtà molto diversa da quella dipinta nei bilanci sociali.

Come è successo di recente alla Tesco in Gran Bretagna che, a seguito della pessima figura che ha fatto di fronte all’opinione pubblica, ha deciso di correre ai ripari unendosi a Wal Mart, Carrefour e Metro per battezzare la nascita della nuova iniziativa, che avrebbe l’obiettivo di unificare metodi e sistemi di controllo della catena di fornitura per migliorare le condizioni dei lavoratori di tutti i settori.
Sarebbe interessante chiedere ai big della grande distribuzione quali sono le loro intenzioni in merito ai contenuti dell’iniziativa e come pensano di modificare le loro note e vampiresche pratiche di acquisto, che costringono i fornitori a produrre a costi sempre più bassi per potergli permettere di stare sul mercato globale con masse crescenti di merci a prezzi stracciati. Tutto ciò ricorda alcune pubblicità di importanti marchi della distribuzione italiana che tappezzano i muri delle nostre città ove campeggia vittoriosa la scritta SOTTO COSTO; senz’altro una bella conquista per noi consumatori, almeno fino a quando non cominceremo a chiederci chi paga per tale beneficio.

Seguiremo con attenzione gli sviluppi della nuova iniziativa, ben sapendo che sono ormai condivisi anche tra le imprese seriamente intenzionate a efficaci pratiche di responsabilità, alcuni punti chiave dai quali partire per affrontare il fallimento delle misure volontarie nel migliorare sensibilmente le condizioni dei lavoratori; in particolare risulta ormai chiaro che occorre partire dalle cause strutturali che generano il mancato rispetto dei diritti (perdurare di pratiche di acquisto selvagge in testa ma anche il non coinvolgimento dei lavoratori quali principali stakeholders).

Infine, ed è forse il punto più importante e contrastato da un certo filone di pensiero molto mercatocentrico, occorre prendere atto che nessuna misura volontaria potrà essere realmente efficace senza l'intervento e il ruolo attivo e complementare dei governi e delle autorità pubbliche. Lo ha detto persino la Banca Mondiale quando ha affermato nel 2003 che "progressi di sistema non saranno raggiunti senza il coinvolgimento attivo dei governi"1  .

1 Strenghtening implementation of corporate social responsibility in global supply chains - The Worldbank Group, 2003


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(2007) Libertà di parola per i lavoratori della Fibres&Fabrics/JKPL

BREVE RIEPILOGO
10 mesi fa la Fibres & Fabrics International (FFI), insieme aLla sua sussidiaria Jeans Knit Pvt. Ltd. (JKPL) di Bangalore, fornitrice di imprese multinazionali come G-Star, Gap, Armani and Mexx ha chiesto e ottenuto dal Tribunale Civile di imporre il silenzio agli attivitsti e ai sindacati locali per impedirgli di denunciare pubblicamente le violazioni dei diritti sindacali in corso all'interno degli stabilimenti produttivi. Le organizzazioni interessate, Munnade, Cividep insieme ai sindacati  GATWU e NTUI, avevano infatti riportato alla fine del 2005 l’esistenza di gravi violazioni nei reparti produttivi, come carichi di lavoro eccessivi e lavoro forzato, abusi psichici e fisici, mancanza di pagamento degli straordinari, assenza di regolari contratti.

La corte aveva emesso un’ordinanza restrittiva il 28 di Luglio del 2006 che era stata prolungata nel Febbraio 2007. Tale ordinanza sta tuttora impedendo alle organizzazioni non governative e ai sindacati di difendere i diritti dei lavoratori e di adoperarsi per migliorarne le condizioni alla FFI/JKPL. Questa situazione è assolutamente inaccettabile: la Clean Clothes Campaign e l’ India Committee of the Netherlands (ICN)  hanno fatto incessanti pressioni sulla FFI/JKPL perchè facesse ritirare l’ordinanza restrittiva mentre alle imprese committenti è stato richiesto di intervenire per facilitare l’apertura del dialogo; le imprese hanno avuto reazioni diverse, alcune si sono attivate, altre sono rimaste silenti e tra queste le due imprese italiane Armani e Ra-Re.

Recentemente la SAI, l’organizzazione responsabile per la certificazione SA8000 ha informato la CCC e l’ICN che la certificazione alla FFI/JKPL potrebbe essere revocata. SAI ha fatto questa dichiarazione in seguito alla  denuncia formale fatta dalla CCC e dall’ICN in relazione alla incoerenza del processo di certificazione che ha portato alla certificazione delle unità produttive della FFI.

Sebbene le condizioni di lavoro alla FFI/JKPL siano nel frattempo migliorate, l’ordinanza restrittiva è ancora in piedi e questo è un chiaro segnale intimidatorio  nei confronti dei lavoratori e delle lavoartrici. Tale provvedimento impedisce nei fatti alle diverse organizzazioni locali di assumere iniziative concrete e di organizzarsi per instaurare nuove relazioni idustriali, mimando alla radice la libertà di associazione sindacale e di contrattazione collettiva.

La CCC e l’ICN pertanto chiedono (urge) ancora alle imprese che si rifonoscono o si sono fornite alla FFI/JKPL di unire gli sforzi in una iniziativa comune per affrontare e risolvere la situazione. E’ importante sottolineare che alcune imprese come Guess, Ra-Re e Armani a tutt’oggi non hanno fatto alcun passo, nè formale nè sostanziale, per sostenere la risoluzione del caso; questo atteggiamento non può che generare una forte disapprovazione. Le imprese che hanno fatto qualche pressione sulla FFI/JKPL sono adesso  chiamate a continuare  a collaborare  per dare una risposta alle domande tuttora aperte.

Vi chiediamo di attivarvi in sostegno delle organizzazioni locali affinchè il caso ossa essere chiuso. Scrivete alle imprese che si riforniscono o si sono rifornite alla FFI/JKPL per ottenere che la FFI/JKPL accetti di aprire un vero confronto con le organizzazioni locali e i lavoratori.

Scrivete le vostre mail di pressione andando direttamente sul sito internazionale http://www.cleanclothes.org/urgent/07-05-10.htm#action Indicate nel soggetto - Support free dialogue at FFI/JKPL

 


(2007) Al via il fondo per i risarcimenti delle vittime

A due anni dal crollo della Spectrum al via il fondo per i risarcimenti delle vittime costituito dai buyer con la vistosa eccezione di Carrefour. In occasione della Giornata mondiale per la salute e sicurezza, celebrata il 28 aprile, L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) ha presentato il suo rapporto annuale: sono 2,2 milioni le persone che perdono la vita ogni anno nei luoghi di lavoro a causa di incidenti  e malattie professionali, mentre il numero degli infortuni ammonta a 270 milioni. I casi denunciati di malattie professionali sono pari a 160 milioni, con un danno economico quantificabile nel 4% del PIL globale. L’OIL associa il tema della sicurezza a quello della dignità del lavoro: dove non c’è garanzia dell’insieme dei diritti contrattuali e sindacali, non ci può essere prevenzione dai rischi. Ma in una società  globalizzata, dove la fabbrica ha scala planetaria, ha ancora senso un computo per nazione, che vede per esempio l’Italia non discostarsi dalla triste cifra di 4 morti al giorno?

Se riflettessimo sul numero di persone che in altre parti del mondo quotidianamente si ammalano, subiscono infortuni, perdono la vita per produrre le nostre merci, i paesi occidentali dovrebbero seriamente rivedere i propri calcoli e predisporre urgenti contromisure.
A chi appartengono i morti della Spectrum-Shariyar?

L’11 aprile 2005, a Savar, in una zona industriale a pochi chilometri dalla capitale del Bangladesh, crollava un edificio di nove piani, sorto e ampliato abusivamente su un terreno paludoso, che ospitava il maglificio Spectrum, fornitore di grandi imprese e distributori europei, fra i più noti Zara-Inditex e Carrefour. Morirono 64 persone e i feriti furono circa 80, di cui 54 gravi (vedi: www.abitipulit.org, “Azioni urgenti”; Newsletter n. 5/2006).

Ci sono voluti due anni di intenso lavoro, fra ricognizioni, trattative e pressioni pubbliche, ma alla fine il 1° aprile scorso gli operai rimasti invalidi e le famiglie degli operai deceduti nel crollo della Spectrum hanno cominciato a ricevere il primo pagamento dal fondo costituito da alcune delle imprese committenti per assicurare un vitalizio mensile alle famiglie colpite, che nel frattempo sono sopravvissute indebitandosi avendo ricevuto solo una modesta cifra una tantum dal datore di lavoro e dal governo per le necessità immediate. Si tratta per il momento di 22 persone per un totale di 3mila dollari erogati, prima tranche dello stanziamento iniziale di 60mila dollari in via di destinazione.

La prima a costituire il fondo è stata la spagnola Inditex, proprietaria del marchio Zara, a cui si sono aggiunte la catena di distribuzione tedesca KarstadQuelle (anche grazie alle pressioni della chiesa evangelica), New wave group (Svezia), Scapino (Olanda), Solo invest (Francia).
Hanno rifiutato di contribuire al fondo: Carrefour (Francia), secondo la quale questo tipo di risarcimento spetta al governo bengalese, Cotton group (Belgio); New yorker, Steilmann, Kirsten Mode e Bluhmod (Germania).

Il fondo, che dovrà raggiungere la somma di 533mila euro, sarà amministrato da un consiglio di fiduciari in rappresentanza di tutte le parti contribuenti: oltre alle imprese, è previsto che vi partecipino i proprietari della Spectrum, il governo del Bangaldesh, l’associazione dei produttori ed esportatori di abbigliamento del Bangladesh (BGMEA), più eventuali sottoscrizioni di privati e associazioni. La gestione corrente è affidata all’ong Incidin Bangladesh, partner di Oxfam Gran Bretagna, e alle organizzazioni sindacali locali.

Le Clean clothes campaign francese e belga hanno in programma nelle prossime settimane iniziative nei confronti di Carrefour per spingerla ad assumersi le proprie responsabilità. La CCC belga di lingua francese ha pubblicato un rapporto aggiornato sul disastro della Spectrum e sulle condizioni di salute e sicurezza nell’industria dell’abbigliamento del Bangladesh scaricabile dal sito: www.vetementspropres.be.
INVIATE UNA LETTERA A COTTON GROUP, STEILMANN, KIRSTEN MODE, BLUHMOD E NEW YORKER per sollecitare l’adesione al fondo di risarcimento della Spectrum - link non più valido


(2007) Una condanna ingiusta

Confermata in appello una condanna ingiusta

3 maggio 2007 - ll 12 aprile si è tenuto a Phnom Penh il processo di appello a carico di due persone, Born Samnang e Sok Sam Oeun, accusate dell’assassinio di Chea Vichea, presidente del Sindacato libero dei lavoratori del regno di Cambogia (FTUWKC), avvenuto il 22 gennaio 2004 (vedi Newsletter n. 3/2007). La sentenza ha confermato la condanna a vent’anni di carcere per entrambi. Il FTUWKC, le organizzazioni internazionali per i diritti umani, fra cui Amnesty international, il rappresentante per i diritti umani dell’ONU in Cambogia hanno fin dall’inizio sollevato seri dubbi sui risultati dell’indagine condotta dalla polizia e sulle procedure processuali che hanno determinato la condanna in primo grado. Oltre a molte altre irregolarità, i testimoni oculari chiave non sono stati ascoltati e in seguito hanno ricevuto minacce di morte.

La seconda udienza del processo di appello, fissata volutamente all’insolita ora delle 7,30 di mattina e nel giorno in cui i cambogiani festeggiano il capodanno, è iniziata con dieci minuti di anticipo impedendo agli accusati, ai loro legali, e alle organizzazioni della società civile di essere presenti. In poco meno di venti minuti, la corte ha respinto la richiesta del pubblico ministero di svolgere una nuova indagine, ha rifiutato di ascoltare i testimoni della difesa, non ha convocato l’ex capo della polizia di Phnom Penh, che Born Samnang aveva accusato nella prima udienza di averlo torturato per estorcergli una confessione, e ha confermato la sentenza di condanna a vent’anni di reclusione.

Secondo l’Asian human rights commission (AHRC), che ha seguito fin dall’inizio il caso, è chiaro il tentativo del governo di coprire un delitto politico individuando due opportuni capri espiatori. Il 18 aprile scorso, l’OIL ha stigmatizzato in una dichiarazione ufficiale gli esiti del processo di appello rivolgendo nuovamente al governo cambogiano l’invito a svolgere una nuova indagine, seria e imparziale, sull’assassinio di Chea Vichea.

INVIATE UNA LETTERA AL GOVERNO CAMBOGIANO (fate copia e incolla del testo che trovate di seguito)

Mr. Samdech Hun Sen
Prime Minister
E-mail: cabinet1b@camnet.com.kh

Mr. Sar Kheng
Deputy Prime Minister and Minister of Interior
E-Mail: info@interior.gov.kh or moi@interior.gov.kh

CAMBODIA: Unjust conviction of two men by the appeal court in the murder of Chea Vichea

I strongly condemn an unjust and politically biased conviction of Born Samnang and Sok Samoeun in the murder of a prominent union leader Chea Vichea by the Court of Appeals on 12 April 2007. I am informed that the Court of Appeals upheld the Municipal court's verdict in August 2005, in which that the two accused had been sentenced 20 years imprisonment.

However, I do not think the hearings of the appeal court were just and fair. The final hearing was conducted in an absentia of the two defendants and their defence lawyers. It is such a wrong procedure that the appeal should not decide in absentia without the present of the defendants, the defendants' lawyer because the defendants have also their rights to listen to the verdict announce.

I am also informed that during the hearings, the appeals court rejected all of the defend witnesses and did not bring the prosecution witnesses for the hearing at all. The appeal court also rejected prosecutor's request on April 6 for re-investigation to find real murderer. I am informed that the judge had always accepted the prosecution witnesses' 
testimony that they did not even join the appeal hearing. I suspect that there could be a political motivation behind the appeal verdict.

During the appeal hearing on 6 April 2007, Bon Samnang raised a lot about the torture in the police station that the police had tortured him to confess. However, all these matters were simply ignored. The appeal judge did not also accept Ms. Va Sothy's statement issued on 10 August
2006 from Thailand who is the eyes-witness at the sense and who see the perpetrators very clearly because Ms. Va Sothy haven't vow before the court.

There are many other irregularities in the appeal hearings.

On top of that, I think the final appeal court hearing on 12 April 2007 seemed so ridiculous because it was too rush that the judge started the hearing at 7: 20 am which is wrong this his schedule that suppose to started at 7: 30am so that it could less interested and participated from the international observer or media or the defend lawyers. I also think that the court had deliberately chose 12 April for its verdict to minimise when Cambodians are busy celebrating their new year.

From the begging since the murder of Chea Vichea, criminal investigation and trial was deeply flawed relating to murder of Chea Vichea and I believe that the true perpetrators responsible for the murder of Chea Vichea have not been held to account. Born Samnang and Sok Sam Oeun had alibis for the time of the shooting, but those providing the alibis were threatened and detained by police, while other witnesses were also intimidated by the police.

Now Born Samnang and Sok Sam Oeun will be held in prison for 20 years for the crime these two men in all probability have not committed. In all probability too this is a huge miscarriage of justice.

I therefore strongly urge the Cambodian authorities as well as international commnity to immediately intervene into this matter to bring independent and effective re-investigation into the murder of Chea Vichea so that the real murderers are brought to justice. Born Samnang and Sok Sam Oeun should be given a chance for re-trial and released without delay, unless there is sufficient evidence to bring charges against them.

Yours truly,


(2007) Il buco nero della RSI

Il buco nero della RSI

 

MARZO 2007 - Un commento alla Comunicazione della Commissione EU sulla Responsabilità Sociale d’Impresa e sul rapporto del Rappresentate Speciale dell’ONU John Ruggie sulle Norme per le imprese.

A cura di Deborah Lucchetti FAIR/Campagna Abiti Puliti


(2007) La risposta di Armani ad Abiti Puliti

La risposta di Armani ad Abiti Puliti

 

MARZO 2007 - ARMANI finalmente risponde alla Campagna Abiti Puliti; dopo l'articolo apparso su Carta, l'azienda si difende dichiarando di avere cessato i rapporti con il fornitore FFI con la collezione Autunno/Inverno 2006.

Leggi la lettera


(2007) Intervista ad Antonio Franceschini, segretario nazionale dell'Unione CNA Federmoda

a cura di Ersilia Monti

FEBBRAIO 2007 - Abbiamo rivolto alcune domande in tema di etichettatura e tracciabilità  di filiera al segretario nazionale dell'Unione CNA Federmoda che rappresenta circa 25mila imprese artigiane e piccole-medie imprese del comparto moda italiano, produttrici in conto proprio e in conto terzi.

Leggi l'intervista


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(2007) Azioni legali & SA8000

Il 15 Dicembre, dopo varie posticipazioni, si è tenuta la prima audizione degli accusati, in cui per la prima volta le organizzazioni hanno potuto rispondere alle accuse di diffamazione, focalizzando l'intervento sul merito: le violazioni relativa alla possibilità di formare liberi sindacati e di esprimere liberamente la propria opinione, in nome del diritto che qualunque individuo o organizzazione dovrebbe avere di denunciare fatti come questi, in qualunque luogo si verifichino.

Il 20 Dicembre è stato ascoltato il board della FFI/JKPL. Avrebbe dovuto esserci una nuova udienza il 12 Febbraio che però è stata spostata al 19 Febbraio; il giudice dovrà decidere se modificare l'attuale ordinanza restrittiva temporanea in una definitiva, oppure cancellarla, autorizzando nuovamente le organizzazioni in questione a prendere parola. Non è al momento possibile prevedere quali saranno gli esiti della vicenda giudiziale ma le organizzazioni in lotta a fianco dei lavoratori non intendono accettare una eventuale decisione oscurantista e antidemocratica.

L'11 Gennaio invece, la Clean Clothes Campaign ha ricevuto una lettera dallo studio legale Pramila Associates Advocate a nome della Fibres and Fabrics International (FFI) nella quale si minaccia di ricorrere per vie legali contro la campagna se questa non cessa immediatamente di diffondere informazioni circa le condizioni di lavoro nella fabbrica.

Leggi la lettera in inglese

Dall'Agosto 2006 la Clean Clothes Campaign insieme all'India Committee of the Netherlands (ICN), fa pressione pubblicamente sulla FFI e sulle aziende sue attuali clienti - Ann Taylor, Armani, G-Star, Gap, Guess, Mexx and Rare- affinchè cessino le violazioni in corso. Una di queste consiste nella mancata possibilità per i lavoratori di denunciare i problemi esistenti, senza avere paura di rappresaglie.

La lettera dello studio legale Pramila Advocates accusa la Clean Clothes Campaign e l'ICN di avere ordito una cospirazione con la finalità di danneggiare gli affari, la reputazione e l'immagine della FFI pubblicando informazioni false. Pramila minaccia di procedere contro la Clean Clothes Campaign per avere compiuto azioni illegali incluso l'utilizzo criminale del sito, se questa non rimuove tutti gli articoli pubblicati e non cessa di fare pressione sui marchi perchè la FFI ritiri il ricorso presentato contro gli stakeholder locali.

Sebbene la lettera sia strutturata come una ingiunzione legale, i legali della Clean Clothes Campaign hanno rilevato la mancanza di qualunque base giuridica. Secondo la Clean Clothes Campaign si tratta di un chiaro esempio della attitudine della FFI che testimonia la non volontà di intraprendere un dialogo con le parti sociali. La Clean Clothes Campaign ha risposto alla lettera ribadendo la necessità di accettare il dialogo con i lavoratori e di iniziare un processo correttivo immediato insieme alle organizzazioni locali.

Leggi la risposta in inglese

Uno degli elementi più sorprendenti di questa vicenda risiede nel fatto che diverse unità della FFI sono state certificate SA8000 mentre altre sembrano essere in fase di certificazione.

Il 29 Novembre la Clean Clothes Campaign ha scritto una lettera di protesta alla SAI in cui sottolineava la mancata reazione da parte del board della società di certificazione alle ripetute segnalazioni da parte della Clean Clothes Campaign che mettevano in evidenza le continue violazioni esistenti alla FFI. La Clean Clothes Campaign aveva anche segnalato più volte alla SAI le questioni aperte e le domande che gli attivisti dei diritti umani e i sindacati avevano posto all'azienda, compresa la grave situazione di riduzione degli spazi democratici dovuta all'ordinanza restrittiva emessa dal Tribunale Civile di Bangalore.
Tale ordinanza, restringendo le possibilità effettive di azione delle organizzazioni indiane, impedisce nei fatti il reale coinvolgimento dei lavoratori e quindi propone un sistema di relazione con gli stakeholder esattamente contrario a quello che dovrebbe essere garantito dal processo di certificazione.

Il 10 Novembre la SAI informava la Clean Clothes Campaign che "la certificazione SA8000 richiede la consultazione degli stakeholder da parte dell'organo di certificazione (CB). Siamo ora in attesa di ricevere un report dal CB che dettagli le consultazioni avvenute con i sindacati". E' difficile immaginare che una consultazione significativa possa essere avvenuta in presenza di un ordine restrittivo da parte del tribunale. Questo è un impedimento grave che minaccia alla base la possibilità di aprire un dialogo costruttivo che possa portare all'attuazione di un serio piano correttivo che parta dalle problematiche sollevate dai lavoratori. Secondo la Clean Clothes Campaign l'ordinanza del tribunale è un messaggio che indebolisce i lavoratori che sono posti in una situazione di delegittimazione.

La Clean Clothes Campaign e l'ICN hanno formalizzato un ricorso in conformità alle Linee Guida SAI ce mette in discussione la certificazione degli stabilimenti della FFI. A Dicembre la SAI ha risposto di avere preso in carico il ricorso e di essere impegnata a valutare l'operato dell'organismo di certificazione che ha condotto gli audit alla FFI insieme alla verifica dei report prodotti. Il 9 di gennaio la SAI ha annunciato l'intenzione di condividere i report con la Clean Clothes Campaign a breve.

 


(2007) Sintesi del rapporto del comitato di inchiesta sulle violazioni dei diritti alla FFI

In un secondo colloquio con il comitato, i lavoratori hanno riferito di una serie di miglioramenti intervenuti nelle condizioni di lavoro: gli abusi verbali e le punizioni corporali sono cessati, è stato sospeso l’obbligo degli straordinari, sono stati installate le cassette del pronto soccorso; altre questioni sono state risolte solo in parte: è stato istituito un comitato per raccogliere i reclami dei lavoratori ma non è libero di funzionare, nel reparto spazzolatura sono state distribuite le mascherine ma non i guanti, i permessi e le ferie continuano a non essere accordati, sono avvenuti trasferimenti punitivi di personale non gradito al reparto spazzolatura dove si maneggiano le sostanze chimiche a mani nude.

I lavoratori si erano rivolti al sindacato del tessile-abbigliamento (Garment and textile workers union, GATWU) per essere aiutati a difendersi dalle molestie e dalle percosse dei superiori, e da una lunga serie di negazioni dei diritti basilari, fra i quali la decurtazione del salario e condizioni di lavoro nocive. La situazione era divenuta insostenibile al punto che ogni mese almeno cento addetti del reparto davano le dimissioni. Il GATWU aveva inoltrato due lettere alla direzione nei mesi di febbraio e marzo 2006 chiedendo un incontro, ma non aveva ottenuto risposta. Si era rivolto allora ad alcune organizzazioni per i diritti umani che hanno accettato l’invito a costituire un comitato di inchiesta con l’incarico di accertare i fatti denunciati dai lavoratori.

I 14 lavoratori del reparto lavaggio incontrati dal comitato di inchiesta il 23.4.2006 avevano un’anzianità di servizio variante dai 2 mesi ai quattro anni, e differenti qualifiche: operai, assistenti e supervisori. Tutti di sesso maschile, di età compresa fra i 19 e i 28 anni, immigrati a Bangalore dai villaggi rurali del Karnataka dell’Andhra Pradesh, molti di loro erano in possesso di diploma di scuola superiore. Rappresentavano nel complesso la composizione demografica della manodopera occupata nel reparto. Dai colloqui è emersa l’urgenza dei lavoratori di far cessare gli abusi fisici e verbali, il cui grado di brutalità ha molto colpito i componenti del comitato, di ottenere il giusto livello di retribuzione, protezione dalle lavorazioni nocive e la possibilità di difendere i propri diritti.

Violazioni accertate
1. Abusi verbali e fisici

•    Le percosse sono la regola se i lavoratori non tengono il passo con i ritmi produttivi che vengono costantemente aumentati. Sono i supervisori e il direttore del reparto a picchiare i lavoratori, a bastonate, a schiaffi, a calci,  in qualsiasi parte del corpo. Nel reparto spazzolatura la quota di produzione individuale era di 70 pezzi in 8 ore, ma ultimamente è stata portata a 90 pezzi in 8 ore. Nell’ottobre 2005 un ragazzo è stato denudato e picchiato di fronte ai compagni di turno allo scopo di intimidirli.
•    I supervisori sono spinti alla violenza dai superiori e subiscono a loro volta le percosse dei capi reparto
•   I lavoratori ricevono percosse anche fuori dalla fabbrica da parte di individui prezzolati. Il sistema usato è molto semplice: i lavoratori più scomodi sono messi nel turno di notte e, una volta usciti, vengono assaliti sulla strada di casa. Alcuni mesi fa, un lavoratore del reparto lavaggio è stato chiamato fuori dalla fabbrica verso mezzanotte e il giorno dopo il suo corpo senza vita è stato trovato lungo i binari della ferrovia. Il GATWU sta svolgendo indagini sull’accaduto con la polizia locale.
•    Gli insulti, contenenti minacce, a sfondo sessuale, o allusivi del basso stato di casta dei lavoratori,  sono subiti  come una perdita di dignità intollerabile

2. Licenziamenti arbitrari
•    Il licenziamento è comminato senza preavviso o diritto di difesa ogni volta che i lavoratori avanzano proteste o esprimono difficoltà a far fronte a ritmi di lavoro insostenibili.

3. Straordinari non pagati
•    I lavoratori subiscono dure punizioni, anche fisiche, se non raggiungono la quota produttiva giornaliera assegnata.
•    Il lavoro straordinario è richiesto frequentemente ma non viene retribuito. Normalmente si lavora 4 ore in più nel turno diurno e un’ora in più in quello notturno senza regolare compenso e con il divieto di timbrare il cartellino prima e dopo le ore straordinarie.
•    Nel reparto spazzolatura, a causa delle dure condizioni di lavoro, il turnover del personale è altissimo: pochi lavoratori si fermano più di un mese. Quasi cento lavoratori lasciano il posto ogni mese perché non resistono agli abusi e alle vessazioni.

4. Assenza di lettere di assunzione
•    Nessun dipendente ha mai ricevuto una lettera di assunzione, il suo rapporto di lavoro si basa sulle informazioni ricevute oralmente al momento della presa di servizio. Non sono forniti neppure i tesserini di riconoscimento. Anche le promozioni a supervisore avvengono senza incarico scritto.

5. Retribuzioni
•    La paga giornaliera varia dalle 98 alle 104 rupie a seconda della categoria e della specializzazione, le categorie sono decise arbitrariamente dalla direzione.
•    Ai lavoratori era stato promesso un aumento annuo di 115 rupie al momento dell’assunzione, ma ne hanno ricevute solo 105.
•    Nei primi due o tre mesi i neoassunti sono pagati con assegno, ma poiché quasi sempre non posseggono un conto bancario, cadono vittime dei cambia valute che li aspettano fuori dalla fabbrica il giorno di paga per scontare gli assegni lucrando sulle commissioni.
•    I lavoratori sono costretti ad apporre le proprie firme in calce a fogli in bianco o a moduli ufficiali che potranno servire a dimostrare la corresponsione di compensi non percepiti.

6. Riposi settimanali
•    Spesso è richiesto di lavorare anche di domenica, che è il giorno di riposo settimanale. Chi prende due o tre giorni di permesso continuativi rischia il licenziamento in tronco.

7. Atmosfera militaresca
•    Durante le ore di lavoro è vietato parlare, lo scambio anche di una sola parola può comportare provvedimenti punitivi.
•    Quando c’è molto lavoro, la pausa pranzo è ridotta a meno di 30 minuti. Non sono accordate pause per bere il tè.
•    I bagni sono chiusi a chiave e i lavoratori non ne possono disporre liberamente.

8. Misure di sicurezza inadeguate
•    Gli addetti al reparto lavaggio maneggiano quotidianamente acidi, soda caustica, spazzole metalliche, ma hanno a disposizione solo mascherine, e nessuno degli altri presidi come gli occhiali, le scarpe di sicurezza, ecc. Nel reparto spazzolatura, le mascherine sono fornite ogni settimana ma restano inutilizzate perché sono scomode e di pessima qualità. Le sostanze chimiche impiegate provocano infezioni e irritazioni cutanee. Mancano del tutto i guanti e gli altri presidi di sicurezza, che sono forniti solo in occasione delle visite ispettive disposte dalle imprese committenti. La mancanza di precauzioni nel trattare le sostanze chimiche nocive è la causa probabile dei disturbi che affliggono un elevate numero di  lavoratori.
•    C’è un medico di fabbrica, ma non parla il dialetto locale, e non è in grado di comunicare con i lavoratori. I suoi interventi risultano inoltre scarsamente efficaci.

9. Assistenza sanitaria e pensionistica
•    Ogni mese dal salario sono dedotti i contributi sanitari e pensionistici, ma la percentuale applicata varia di mese in mese. I lavoratori non hanno la certezza che i contributi vengano versati dal momento che non hanno mai ricevuto una lettera di assunzione. Per le cure mediche esiste un ospedale, ma è praticamente inaccessibile perché è molto lontano dalla fabbrica.

10. Welfare
•    Il salario è appena sufficiente a far fronte alle esigenze primarie proprie e della famiglia. La maggior parte dei lavoratori non è sposata e condivide un alloggio con altri compagni di lavoro, ma con i pochi guadagni non può permettersi di inviare soldi ai genitori rimasti in campagna. Inoltre i ritmi coatti non consentono di avere tempo libero da dedicare ad attività ricreative o di socialità.

11. Meccanismi per la raccolta e il trattamento dei reclami dei lavoratori
•    C’è un incaricato alla raccolta delle segnalazioni dei lavoratori, ma nessuno l’ha mai visto. A detta dei lavoratori, il proprietario dell’azienda vive in Italia e solo a pochi è capitato di vederlo. Hanno sentore che l’ispettorato del lavoro stia per disporre una visita alla fabbrica, ma non sanno se e quando questa avrà luogo né hanno mai avuto occasione di incontrare un ispettore.

Le richieste dei lavoratori
I lavoratori chiedono di poter lavorare con dignità e nel rispetto dei loro diritti, e con retribuzioni sufficienti per condurre una vita dignitosa.  In particolare chiedono:
•    La fine delle violenze, dei soprusi e dello sfruttamento.
•    La riduzione dei ritmi produttivi a livelli umanamente accettabili e una precisa programmazione del lavoro. Gli straordinari devono essere retribuiti.
•    La fine dei licenziamenti arbitrari. Devono essere messe in atto procedure che consentano ai lavoratori di difendersi.
•    L’emissione delle lettere di assunzione nelle quali siano chiaramente specificati i termini del rapporto di lavoro.
•    La libertà di organizzazione sindacale all’interno della fabbrica, l’unica misura che garantisca la risoluzione duratura dei problemi, poiché alle organizzazioni sindacali è conferito il diritto di negoziare migliori condizioni di lavoro con la direzione.
•    La fine di ogni forma di abuso verbale e fisico nei confronti sia dei lavoratori sia dei supervisori.


(2007) Jeans sporchi per Armani e RaRe

Le fasi di lavorazione dei jeans sono particolarmente dure e nocive: alla FFI/JKPL i jeans non vengono solo tagliati e cuciti, ma anche stinti col lavaggio, o macchiati, spazzolati, e adeguatamente “danneggiati” per conferirgli l’aspetto vissuto molto in voga. I ritmi produttivi sono elevati e mantenuti con sistematica violenza, al punto che negli ultimi tempi almeno cento persone, nel solo reparto lavaggio, lasciano volontariamente il lavoro ogni mese, incapaci di subire oltre percosse e maltrattamenti. La perdita della dignità, avvertita come una condizione intollerabile, ha spinto i lavoratori a venire allo scoperto e a cercare aiuto presso il sindacato e le organizzazioni di base.
Alla FFI/JKPL il personale è ingaggiato senza lettera di assunzione, gli straordinari non vengono pagati, chi non tiene il passo con i ritmi produttivi sempre crescenti viene licenziato in tronco, le norme di sicurezza non sono rispettate. Ma soprattutto ai lavoratori è vietato organizzarsi per difendere i propri diritti e raccontare all’esterno ciò che avviene nella fabbrica.

Il tentativo del Sindacato dei lavoratori del tessile-abbigliamento (Garment and textile workers’ union, GATWU) di incontrare la direzione della FFI/JKPL va a vuoto e spinge le organizzazione di base a costituire un Comitato di inchiesta (Fact-finding team) con lo scopo di accertare la veridicità delle denunce fatte dai lavoratori e dare forza alle loro richieste. Un rapporto sulle violazioni rilevate, steso dal Comitato fra l’aprile e l’agosto 2006, viene inviato alla direzione della FFI/JKPL e alle imprese committenti, alcune delle quali fanno svolgere delle ispezioni da auditor esterni (senza per altro coinvolgere le organizzazioni locali), che confermano nella sostanza gli abusi denunciati comprese le molestie fisiche e verbali. Solo a questo punto, e dopo aver ricevuto pressioni da parte di alcuni dei principali clienti e della Clean clothes campaign,  la direzione accetta, il 9 giugno e il 3 luglio 2006, di incontrare il GATWU e le organizzazioni di base per discutere dei risultati dell’indagine, senza però voler incontrare i lavoratori e negando le contestazioni. Alla fine di luglio tutte le organizzazione indiane coinvolte nel caso: Garment and textile workers’ union (GATWU), Women garment workers front (Munnade), Civil initiatives for development and peace (CIVIDEP), New trade union initiative (NTUI) e la Clean clothes campaign Task force in India sono raggiunte da un’ingiunzione del tribunale civile di Bangalore, emessa su richiesta della direzione della FFI/JKPL,  che vieta la diffusione di informazioni sulle condizioni di lavoro all’interno della fabbrica con l’accusa di diffamazione e danno di immagine. Il bavaglio imposto dal giudice, che non è stato ancora revocato malgrado si siano già svolte un paio di udienze a dicembre, ha di fatto interrotto il canale di comunicazione esistente fra la campagna internazionale e le organizzazioni sindacali e non governative locali, alle quali non è più possibile fornire notizie sugli sviluppi del caso. Le iniziative pubbliche precedenti al blackout hanno avuto almeno il risultato, secondo quanto accertato dal Comitato di inchiesta, di far cessare i maltrattamenti e il furto degli straordinari, benché ancora tutto o quasi  resti da fare.

A fine novembre 2006 la Clean clothes campaign ha inoltrato un reclamo al Social accountability international (SAI), l’organismo di certificazione che presiede al sistema SA8000 sul rispetto dei diritti dei lavoratori, dopo aver scoperto che quattro dei cinque stabilimenti della FFI/JKPL hanno ricevuto la certificazione SA8000 mentre l’ultimo sta completando l’iter. La contestazione mossa dalla CCC si basa sul fatto che le consultazioni con il sindacato locale con le quali SAI afferma di voler  concludere la fase istruttoria sono seriamente compromesse dal provvedimento restrittivo della libertà di informazione emesso dal tribunale, che costituisce un grave impedimento all’instaurarsi di un dialogo costruttivo fra le parti dal quale possa scaturire un piano correttivo efficace.

L’11 gennaio scorso il segretariato europeo della Clean clothes campaign e L’India committee of the Netherlands hanno ricevuto dalla FFI/JKPL, attraverso uno studio legale di Bangalore, l’intimazione a cancellare dal sito tutto il materiale pubblicato sul caso sotto la minaccia di una causa legale per diffamazione. La lettera, che non ha alcun valore legale, sta solo a indicare la determinazione della FFI/JKPL di non confrontarsi con le controparti locali per trovare una soluzione ai problemi denunciati dai propri dipendenti, che per altro non hanno mai voluto incontrare. La CCC e l’ICN hanno risposto proponendo una trattativa mediata da una terza parte e l’avvio di un processo correttivo in collaborazione con il GATWU e le organizzazioni locali.

Le richieste alle imprese committenti
-    Ritiro da parte di FFI/JPKL della denuncia all’origine del provvedimento restrittivo della libertà di informazione emesso dal tribunale di Bangalore nei confronti delle organizzazioni di base locali.
-    Impegno di FFI/JPKL a riprendere il dialogo interrotto con GATWU, NTUI e Women garment workers front “Munnade” in rappresentanze delle organizzazioni di base.
-    Sviluppo e attuazione da parte di FFI/JPKL di un piano di interventi correttivi in collaborazione con GATWU e gli altri partner locali sulla base delle richieste già presentate alla società e alle imprese committenti.
-    Coinvolgimento degli stakeholder locali nelle ispezioni effettuate da terzi e in ogni altra iniziativa avente per obiettivo la risoluzione dei problemi rilevati.
-    Miglioramento delle procedure attraverso le quali sia possibile ai lavoratori segnalare anonimamente situazioni di non rispetto delle normative appoggiandosi a organizzazioni che godano della loro fiducia.
-    Predisposizione di misure idonee affinché ai lavoratori sia consentito esercitare il loro diritto alla libertà di associazione e alla contrattazione collettiva.

La risposta delle imprese committenti
-    G-Star: è il principale cliente di FFI/JPKL. L’azienda non ha mostrato disponibilità al dialogo né a intraprendere iniziative concrete nei confronti di FFI/JPKL. Gli incontri fra la CCC olandese, l’ICN, e l’azienda non hanno avuto esiti concreti, per questo motivo la CCC e l’ICN hanno presentato un ricorso al Punto di contatto nazionale dell’OCSE in Olanda  per violazione delle linee guida dell’OCSE sulle imprese multinazionali. Il ricorso è stato accettato il 6 dicembre 2006.

-    Mexx:  ha dichiarato di volersi impegnare per arrivare a una trattativa con le varie parti in causa finalizzata a definire misure correttive, e a questo fine riconosce la necessità della revoca del provvedimento restrittivo emesso dal tribunale di Bangalore. Nel contempo ha deciso di aderire alla Fair wear foundation (iniziativa multistakeholder promossa dalla Clean clothes campaign olandese).

-    Ann Taylor: si è mantenuta fin dall’inizio in comunicazione con FFI/JKPL per ricercare soluzioni correttive. Ha fatto svolgere due ispezioni da due diversi enti di certificazione, con interviste ai lavoratori, ma non ha ascoltato le organizzazioni locali. Ritiene che vi siano stati in seguito dei tangibili miglioramenti alla FFI/JKPL, giudizio che sarebbe condiviso dai lavoratori che sono stati intervistati. Non ha però preteso il ritiro preventivo del provvedimento restrittivo del tribunale e non ha reso pubblici i risultati delle ispezioni e le decisioni concordate, rendendo di fatto impossibile valutare la qualità del suo intervento.

-    Gap: ha collocato nuovi ordini alla FFI quando il provvedimento del tribunale era già in vigore e con la campagna di pressione pubblica in atto. Ha poi corretto il tiro, su richiesta della CCC, invitando la direzione della FFI a ritirare la denuncia che ha costretto le organizzazioni locali al silenzio, ma senza ottenere risultati.

-    Tommy Hilfiger: non è più committente di FFI/JKPL ma lo era al tempo in cui sono stati rilevati gli abusi. Ha scritto a FFI/JKPL contestando il ricorso alle vie legali e dichiarando di non essere disponibile a eventuali future collaborazioni in assenza di soluzioni concrete alle questioni sollevate dalla CCC.

-    Guess: dichiara di aver effettuato un ordine di prova e di non essere un cliente abituale di FFI/JKPL. Non ha dato seguito all’impegno di informare la CCC sui propri orientamenti in merito alle richieste avanzate.

L'azienda italiana RARE non ha dato alcuna risposta alle lettere inviate dalla Clean clothes campaign; ARMANI ha inviato una lettera ufficiale in seguito alla pubblicazione del caso su CARTA.

 


(2007) Al via nuova iniziativa di RSI

Al via una nuova iniziativa di RSI firmata dai grandi distributori globali

Riflessione sui limite degli strumenti volontari di controllo

a cura di Deborah Lucchetti Campagna Abiti Puliti

 

GIUGNO 2007 - Forse dipenderà dalle recenti notizie apparse in Gran Bretagna, che hanno fatto luce su imprese che producevano per Tesco in Bangladesh impiegando lavoro minorile, e che Tesco non sapeva di avere tra i suoi fornitori. Eppure Tesco è già membro dell’ETI (Etical Trade Initiative), organismo multistakeholder con sede in Gran Bretagna che richiede il monitoraggio indipendente di tutta la catena di fornitura, proprio per evitare questo tipo di abusi.
Il caso illustrato segna i limiti evidenti degli attuali strumenti volontari messi in piedi negli ultimi dieci anni per monitorare le condizioni di lavoro in tutti i segmenti della filiera produttiva.

E’ molto interessante a tal proposito, leggere con attenzione il recente studio indipendente pubblicato proprio dall'ETI (http://www.ethicaltrade.org/Z/lib/2006/09/impact-report/index.shtml) con l’obiettivo di fare una valutazione dell’impatto dei codici di condotta su 25 casi concreti. I risultati mettono in luce una serie di problemi gravi che i codici non sono, di fatto, riusciti ad affrontare e risolvere. Parliamo di libertà di associazione sindacale, per cui non si registra un effettivo aumento di sindacalizzazione dentro le imprese e nemmeno l’avvio di un processo reale di contrattazione collettiva (come sancito dalle convenzioni ILO 87 e 98); nemmeno il salario vivibile è mai raggiunto, visto che si riscontrano al massimo miglioramenti verso il salario minimo legale che sappiamo essere insufficiente per poter garantire una vita dignitosa ai lavoratori e alle loro famiglie. Le donne continuano ad essere discriminate, sia nell’accesso al lavoro, sia nella possibilità di avere possibilità di formazione e avanzamento mentre aumenta in generale la precarietà e la flessibilità del mercato del lavoro, sempre più ricco di manodopera informale e migrante.
In ultimo, e tra i punti aperti più importanti, i grandi marchi e distributori insistono nell’esercitare pratiche di acquisto predatorie, che mirano a ridurre i prezzi, accorciare i tempi di produzione e ridurre gli stock, ostacolando di fatto la possibilità dei fornitori di destinare maggiori risorse agli aumenti salariali e al miglioramento generale delle condizioni.
Altri aspetti critici interessanti che emergono dall'esperienza accumulata negli ultimi dieci anni in materia di controllo volontario della catena di fornitura, riguardano proprio la proliferazione di standard, codici e sistemi di implementazione, audit inclusi.

Ecco perchè la nuova iniziativa che sta per essere lanciata, decisamente business-oriented, ha tutto il sapore amaro dell’ennesimo tentativo di facciata, di cui è difficile comprendere efficacia reale e motivazioni, se non quella di mettere sul mercato un nuovo strumento di tutela dell’immagine e di public relations.
Le stesse imprese fornitrici denunciano la fatica di essere sottoposte a audit diversi, che richiedono una mole di dati differenziati da fornire a eserciti di ispettori provenienti dalle più disparate iniziative. Secondo quanto dichiarato recentemente da Neil Kerney, leader dell’ITGLWF (sindacato internazionale dei tessili) sul Finacial Times, “ le imprese hanno speso milioni di dollari in codici di condotta e audit e il maggiore risultato è stato quello di creare un esercito di frodatori”. Del resto anche il rapporto inchiesta della Clean Clothes Campaign - Looking for a quick fix (http://www.cleanclothes.org/pub-archive.htm) aveva messo in luce la debolezza degli audit sociali, spesso basati su informazioni truccate provenienti dai registri ufficiali preparati ad hoc per gli ispettori di turno. Lavoratori debitamente istruiti per dire ciò che si conviene e che rischiano il posto se non sono obbedienti; registri falsi che riportano paghe regolari e orari nella media, sono spesso la faccia presentabile di realtà dove ben altre sono le condizioni di lavoro. Condizioni e abusi che emergono in tutta la loro nuda drammaticità solo quando alcuni lavoratori decidono di prendere parola e denunciare i fatti che poi diventano oggetto di qualche scoop giornalistico, che all’improvviso scuote le coscienze e fa vedere una realtà molto diversa da quella dipinta nei bilanci sociali.

Come è successo di recente alla Tesco in Gran Bretagna che, a seguito della pessima figura che ha fatto di fronte all’opinione pubblica, ha deciso di correre ai ripari unendosi a Wal Mart, Carrefour e Metro per battezzare la nascita della nuova iniziativa, che avrebbe l’obiettivo di unificare metodi e sistemi di controllo della catena di fornitura per migliorare le condizioni dei lavoratori di tutti i settori.
Sarebbe interessante chiedere ai big della grande distribuzione quali sono le loro intenzioni in merito ai contenuti dell’iniziativa e come pensano di modificare le loro note e vampiresche pratiche di acquisto, che costringono i fornitori a produrre a costi sempre più bassi per potergli permettere di stare sul mercato globale con masse crescenti di merci a prezzi stracciati. Tutto ciò ricorda alcune pubblicità di importanti marchi della distribuzione italiana che tappezzano i muri delle nostre città ove campeggia vittoriosa la scritta SOTTO COSTO; senz’altro una bella conquista per noi consumatori, almeno fino a quando non cominceremo a chiederci chi paga per tale beneficio.

Seguiremo con attenzione gli sviluppi della nuova iniziativa, ben sapendo che sono ormai condivisi anche tra le imprese seriamente intenzionate a efficaci pratiche di responsabilità, alcuni punti chiave dai quali partire per affrontare il fallimento delle misure volontarie nel migliorare sensibilmente le condizioni dei lavoratori; in particolare risulta ormai chiaro che occorre partire dalle cause strutturali che generano il mancato rispetto dei diritti (perdurare di pratiche di acquisto selvagge in testa ma anche il non coinvolgimento dei lavoratori quali principali stakeholders).

Infine, ed è forse il punto più importante e contrastato da un certo filone di pensiero molto mercatocentrico, occorre prendere atto che nessuna misura volontaria potrà essere realmente efficace senza l'intervento e il ruolo attivo e complementare dei governi e delle autorità pubbliche. Lo ha detto persino la Banca Mondiale quando ha affermato nel 2003 che "progressi di sistema non saranno raggiunti senza il coinvolgimento attivo dei governi"1  .

1 Strenghtening implementation of corporate social responsibility in global supply chains - The Worldbank Group, 2003


A-ONE1

(2006) Sostieni la lotta dei lavoratori della A-One

Il caso A-One è ancora più urgente date le recenti proteste dei lavoratori avvenute in Bangladesh che hanno messo in luce la situazione disperata del settore tessile nel paese.  Il caso mostra quanto la legge, le autorità locali e gli imprenditori stiano ostacolando il miglioramento delle condizioni di lavoro. Vi chiediamo di dedicare attenzione a questa storia e di entrare in azione, dalla parte dei lavoratori della A-One e dalla parte dei lavoratori del settore tessile in genere.

Vi descriviamo i fatti e la storia in dettaglio, convinti che questo caso emblematico serva a richiamare l’attenzione su tutte le imprese che si riforniscono in Bangladesh. Di fatto questo caso riguarda la libertà di associazione e l’efficacia della legge in Bangladesh.

Legittimi rappresentanti dei lavoratori, onestamente eletti secondo la legge, le regole e i regolamenti stabiliti dall’Autorità del Governo del Bangladesh e delle Zone Speciali per l’Esportazione (Government of Bangladesh and Export Processing Zone Authority - BEPZA), sono stati licenziati in maniera illegale. Se questo può accadere senza conseguenze, ciò comporta implicazioni gravi non solo per questo caso, ma per l’applicazione della legge in altri casi nelle EPZ e fuori dalle zone speciali E genera seri dubbi sulla credibilità dei codici di condotta delle imprese, che richiamano al pieno rispetto delle convezioni ILO sulla libertà di associazione, contrattazione collettiva e rappresentanza dei lavoratori

Chi è coinvolto?

Nel febbraio 2005 i lavoratori avevano eletto alla A-One un consiglio di fabbrica di 15 persone (Workers Representation and Welfare Committee - WRWC), com'era loro diritto secondo la legge vigente nella EPZ del Savar dal 2004. Il WRWC era stato approvato dalla Autorità della Export Processing Zone (BEPZA) il 4 aprile del 2005 e aveva portato in discussione alla direzione della A-One 13 punti da migliorare all’interno della fabbrica.

Il 18 agosto la direzione A-One aveva concordato su 12 delle 13 richieste sottoposte. Subito dopo le reali intenzioni dell’azienda sono divenute chiare. A metà settembre  la A-One ha cominciato a licenziare illegalmente i lavoratori e i membri del comitato: il 10 settembre sono stati licenziati 47 lavoratori mentre 9 membri del WRWC ricevevano minacce di morte per forzarli a dare le dimissioni; l’11 settembre, sono stati licenziati altri 80 lavoratori e il 10 di ottobre ulteriori 119. L’azienda non aveva pagato quanto dovuto ai lavoratori licenziati.

All’inizio di Ottobre del 2005 il Consiglio di Fabbrica aveva chiesto alla Clean Clothes Campaign (CCC) di contattare le imprese e le autorità bengalesi, incluse Bepza e Bepzia (Bangladesh Export Processing Zone Investors Association). Il WRWC era sostenuto da due federazioni sindacali tessili bengalesi NGWF e BIGUF, dal Bangladesh Center for Worker Solidarity e dal Solidarity Center Bangladesh.

Le richieste formulate dai lavoratori erano le seguenti:

- reintegrare i 255 lavoratori con il pagamento degli arretrati

- cessare qualunque forma di intimidazione del WRWC e dei lavoratori che lo sostenevano

- investigare sulle minacce rivolte ai lavoratori da parte del personale della A-One

- riconoscere il consiglio di fabbrica e costituire un tavolo negoziale

La CCC aveva contattato le imprese committenti (buyers) della A-One: le imprese tedesche  Tchibo e Miles, le imprese italiane Coin e Tessival e l’impresa olandese C&A. Tali imprese erano anche state contattate dall’American National Labor Committee (NLC) mentre il Solidarity center aveva contattato anche l’impresa statunitense Target (AMC). La CCC inoltre aveva scritto anche direttamente alla A-One, al Bepza, al Bepzia e a varie autorità governative. Anche il WRWC aveva scritto lettere a tutti i buyer, alla direzione A-One e al Bepza, che rifiutarono di incontrarli.

Da allora le CCC tedesca, italiana e olandese con il segretariato internazionale, insieme ad altri gruppi, sono stati costantemente in contatto con le diverse imprese coinvolte; si sono tenuti diversi incontri tra la direzione della A-One, alcuni committenti, i lavoratori  i sindacati locali e internazionale (ITGLWF). Sebbene alcune imprese, in particolare la Tchibo, abbiano fatto sforzi concreti e abbiano ufficialmente richiesto alla A-One di reintegrare tutti i lavoratori illegalmente licenziati o costretti alle dimissioni (mentre facevano presente che un rifiuto avrebbe avuto conseguenze negative per gli ordini futuri e invece il reintegro avrebbe favorito la A-One come fornitore preferito), tali richieste fino ad oggi non sono state esaudite.

Le recenti proteste dei lavoratori  in Bangladesh.

La CCC era in procinto di preparare una campagna pubblica sul caso A-one, quando sono giunte le informazioni sulle estese proteste in Bangladesh. La A-One era una delle imprese attaccata dai lavoratori, che hanno distrutto la mensa e parte dell’edificio. Vogliamo affermare con chiarezza che nonostante siano trascorsi molti mesi dal loro licenziamento illegale e nonostante loro abbiano subito molte minacce e azioni repressive, i lavoratori della A-One hanno sempre mantenuto un comportamento pacifico e costruttivo, pronti ad incontrare la direzione, i buyer e tutti gli altri soggetti in campo per fornire spiegazioni e fatti concreti. Questo comportamento è in aperto contrasto con quello della direzione A-One e delle autorità locali delle EPZ come emergerà chiaramente dal seguito di questa storia.

Il ruolo di Bepza e Bepzia

E’ evidente la corresponsabilità del Bepza nel negare ai lavoratori della A-One i loro diritti e nel cercare di ostacolare la legge vigente dal 2004 nelle EPZ, che permette la formazione di consigli di fabbrica (Workers Representation and Welfare Committees- WRWC) come primo passo verso l’attuazione  della libertà di associazione sindacale. Anche il Bepzia ha dato manforte, avendo fatto pressione per ostacolare l’affermazione delle regole vigenti e influenzando il Bepza e gli imprenditori su questo tema.

La CCC aveva contattato le autorità, BEPZA and BEPZIA, il 12 ottobre 2005. Il 31 ottobre il Bepza aveva spedito una lettera alla CCC negando l’esistenza di licenziamenti illegali e dichiarando che il lavoratori erano stati “aggressivi” e “indisciplinati”, che avevano fatto scioperi illegali e perciò erano stati licenziati. Essi dichiaravano anche che i 15 membri del WRWC si erano dimessi volontariamente. Il Bepza asseriva inoltre che i problemi alla A-One “erano cominciati in seguito alle agitazioni dei lavoratori alla Ringshine Textile” e che “ il consiglio di fabbrica della Ringshine Textile era manovrato da ONG e sindacati per istigare i membri del consiglio di fabbrica della A-One”In quel caso Bepza aveva disconosciuto l'accordo legittimo, firmato dai committenti, dalla direzione aziendale e dai rappresentanti dei lavoratori eletti alla Ringshine.

Le imprese committenti che avevano contattato il Bepza e il Bepzia, su richiesta della CCC, avevano ricevuto una versione più estesa della stessa lettera.

Il Bepza sosteneva che il WRWC non aveva seguito le procedure e che i licenziamenti erano legali. In risposta alle loro accuse, il WRCW aveva spedito un report dettagliato ai committenti nel quale emergevano le prove di una repressione sistematica e anche i tentativi fatti dal consiglio di fabbrica di seguire le “procedure” che il Bepza teoricamente intendeva preservare.

Il Bepza inoltre ha costantemente sostenuto nei riguardi dei buyers e degli altri soggetti in campo che non c’erano le condizioni legali per riassumere i lavoratori poiché essi avevano accettato di dimettersi. Questo non è corretto: la A-One ha il diritto e la possibilità di negoziare con il WRWC e insieme possono accordarsi per il reintegro di tutti i lavoratori. Il Bepza può anche permettere e favorire tale processo.

Disgraziatamente i buyers committenti sempre attribuito grande affidabilità al Bepza e si sono convinti che era effettivamente in corso un processo legale credibile per gestire la vertenza, e hanno ripetutamente evitato di agire in prima persona.

La risposta delle imprese committenti.

In ottobre e novembre 2005 le CCC dei paesi coinvolti nel caso hanno contattato le relative imprese committenti. Quella che segue è una panoramica delle loro risposte.

La C&A ha contattato sia la A-One che il Bepza in ottobre e diverse altre volte, ma ha sempre rifiutato di fornire copie della corrispondenza per metterci nelle condizioni di valutare quanta pressione reale sia stata effettivamente esercitata.

Nelle sue comunicazioni alla CCC, la C&A ha sempre sostenuto che i suoi ordini erano indirizzati a due fornitori coreani con l’ultima consegna a luglio del 2005, e pertanto non aveva strumenti legali o contrattuali su cui far leva nei confronti della A-One. La CCC ha ripetutamente spiegato che le violazioni verso il Consiglio di fabbrica erano avvenute quando la C&A aveva ordini in corso con la A-one, richiamando il loro codice di condotta che si estende a tutta la filiera produttiva.

Tchibo ha fatto un accordo con la società di audit CSCC per condurre un’ispezione a Novembre 2005; gli ispettori avevano riportato dati preoccupanti e documentati circa il lavoro straordinario e i bassi salari.

In un incontro con la CCC tedesca nel dicembre 2005 Tchibo aveva annunciato che avrebbe assunto la società di consulenza Systain per svolgere indagini in Bangladesh in Dicembre e poi per organizzare una missione in gennaio.

La CCC aveva fornito tutti i contatti degli altri committenti europei, nella speranza che essi potessero cooperare per aumentare il livello di pressione.

Tra dicembre 2005 e marzo 2006, sono stati organizzati diversi incontri prima tra la  Systain ( per conto di Tchibo e Miles), la A-One e i lavoratori. I committenti avevano suggerito “soluzioni” che non includevano il reintegro del WRWC, cosa chiaramente inaccettabile per i lavoratori. Alla fine, il 7 di marzo è stata firmata una dichiarazione di intesa da Tchibo e Miles insieme alla Systain, al Solidarity Center, l’ITGLWF (sindacato internazionale dei tessili) con il supporto dei sindacati locali e del WRWC.

La direzione A-One era presente all’incontro dove la dichiarazione di intesa fu elaborata, ma successivamente ha rifiutato di impegnarsi in quella direzione.

COIN/Oviesse è un distributore italiano che si approvvigionava  principalmente attraverso l’impresa italiana Tessival. Tessival possiede anche propri marchi, come Herod e Greenland, con  produzione affidata alla A-One. Dopo ripetute richieste a dicembre la COIN aveva finalmente incaricato il responsabile qualità di seguire il caso e Tessival aveva contattato la A-One, che aveva risposto che “tutto andava bene e i problemi erano risolti”. La Tessival in dicembre aveva prodotto un documento di ispezione coinvolgendo un proprio referente commerciale locale che puntava l’attenzione sui presunti disordini causati dai lavoratori (mentre ignorava i licenziamenti illegali) e che riprendeva molte delle precedenti dichiarazioni del Bepza. Da questo momento sia Tchibo che Miles (attraverso Systain) hanno confermato che violazioni molto serie e sostanziali erano in corso alla A-One, e alla Tessival fu richiesto di nuovo di cooperare. In febbraio anche Coin aveva dichiarato di avere richiesto alla Tessival maggiore impegno per risolvere il caso.

Il 22 di Febbraio l’American Solidarity Center ha spedito una e-mail a Target richiedendo di unirsi agli altri committenti in uno sforzo comune per implementare la dichiarazione di intesa del 7 Marzo. Target aveva dichiarato che non si era più rifornita dalla A-One e sebbene inizialmente sembrasse  avere intenzione di coordinarsi con gli altri marchi, non c’è stato alcun seguito.

La cronologia allegata fornisce un resoconto dettagliato delle azioni intraprese dalle varie parti in campo:

Leggi cronologia

Il ruolo della direzione A-One.

Le principali violazioni in questo caso riguardano la libertà di associazione sindacale, lunghi orari di lavoro e straordinario obbligatorio, salari minimi non rispettati e diverse altre violazioni della legge locale e dei codici di condotta.

L’ispezione commissionata da Tchibo, a novembre 2005 ha confermato quanto dichiarato dai lavoratori.

La direzione di A-One e il Bepza hanno continuato a dichiarare che i membri del WRWC si sono dimessi volontariamente,  I membri del WRWC hanno invece sempre dichiarato che sono stati forzati a firmare sotto costrizione (in un caso sotto la minaccia di un coltello) e lo hanno dichiarato fin dall’inizio della denuncia, immediatamente dopo le loro dimissioni. Essi hanno anche fornito un documento dettagliato sulle repressioni sistematiche nella già menzionata lettera del 17 novembre. E’ altrettanto importante sottolineare che l’impresa non ha mai fornito prove che i lavoratori fossero stati licenziati per cause diverse da quella di essersi organizzati; infatti la lettera del Bepza (spedita anche a noi e ai committenti dalla stessa A-One) di ottobre rende tutto molto chiaro. Nuove assunzioni inoltre sono cominciate il 20 di novembre mentre il 25 dello stesso mese almeno altri 50 nuovi  lavoratori erano stati licenziati.

L’unica comunicazione diretta che la CCC ha ricevuto dalla A-One è arrivata in dicembre, e consisteva nella copia della risposta inviata dal Bepza alla CCC. Quando i committenti hanno richiesto di fornire le prove dei pagamenti degli stipendi arretrati, la direzione di A-One non ha risposto.

In molte occasioni, la A-One ha fatto promesse poi mai mantenute, mentre i lavoratori hanno sempre fornito tutte le informazioni richieste, oltre a proposte ragionevoli e disponibilità all’accordo.

La situazione attuale

A seguito del rifiuto di A-One di attenersi alla dichiarazione di intesa del 7 marzo, il 7 aprile la Tchibo ha inviato la proposta di una “roadmap” indirizzata a tutte le parti sociali. Tale percorso include alcuni cambiamenti alla dichiarazione di intesa, come la richiesta di affidare l'indagine sulla effettiva illegalità dei licenziamenti del WRWC ad un comitato multilaterale.

Poiché  i committenti coinvolti avevano già fatto svolto indagini in merito e avevano concluso che i membri del WRWC dovevano essere reintegrati, una nuova indaginesu questo produrrebbe ulteriori ritardi. Dopo averne discusso con i lavoratori avvenute il 21 di aprile, la CCC ha risposto a Tchibo in questo senso sollecitando invece l’insediamento di un comitato multilaterale per seguire gli sviluppi del caso, soprattutto per coinvolgere le altre imprese ancora inattive.

Tale comitato dovrebbe lavorare sulla successiva applicazione dell’accordo raggiunto il 7 marzo 2006 e monitorare il pagamento delle spettanze ancora pendenti dal settembre 2005.

Una lettera separata è stata spedita il 22 aprile a tutte le imprese collettivamente, richiamandole principalmente alla necessità di contattare Tchibo per formare un’alleanza comune per raggiungere l’accordo.

Durante la prima settimana di maggio, l’ITGLWF ha tentato di  contattare la direzione di A-One e Tchibo (con Systain) per fissare un incontro, il tutto senza risultati. Nella seconda settimana di maggio, i lavoratori hanno dichiarato di avere perso ogni speranza e di sentirsi fortemente frustrati. A quella data, l’ultimo ordine di Tchibo era stato ultimato, mentre sono attualmente in produzione Herod e Greenland, marchi che appartengono alla Tessival.

Conclusioni.

Sebbene alcuni dei marchi, in particolare Tchibo, abbiano prodotto sforzi effettivi per tentare di trovare una soluzione, ciò è avvenuto solo dopo un lungo periodo (6 mesi) di inaccettabili ritardi, causati dal fatto che le imprese confidavano nel fatto che il Bepza seguisse il caso, nonostante nessuna delle procedure e degli organismi descritti nella legge delle EPZ per regolare le vertenze fosse operativa.

Le aziende con una seria politica di responsabilità sociale di impresa sanno molto bene che in Bangladesh le leggi che disciplinano il lavoro nelle EPZ sono disattese e che le persone incaricate della supervisione delle zone per l’esportazione sono le stesse che ne ostacolano da anni l’applicazione.

E' pur vero che i committenti hanno talvolta ignorato i fatti e questo e sono stati cosi ingenui da pensare che la legge funzionasse, ma le prove presentate nel corso del caso da sole erano sufficienti a far capire che queste autorità non erano e non sono attendibili.

Tchibo è giunta a questa conclusione intorno a gennaio, ma ha speso purtroppo altri due mesi a proporre una “soluzione” che mirava ad affrontare i problemi per l’intera EPZ (in cooperazione con il Bepza), ma senza includere il reintegro dei lavoratori del WRWC alla A-One!

La CCC sostiene fortemente l’avvio di un processo ad ampio raggio nelle EPZ per il miglioramento delle condizioni di lavoro e in particolare per il rispetto della libertà di associazione. Questo processo comunque dovrà includere un accordo accettabile per il caso A-One. Tale accordo non è complicato, in alcun modo irragionevole o insostenibile in questo momento: il caso Ringshine dimostra che può essere fatto. E nei fatti un fallimento dell’accordo sul caso A-ONE significherebbe negare in parte il successo dell’accordo Ringshine. I lavoratori riceverebbero il messaggio che la legge non li protegge e che al contrario rischiano di perdere il lavoro e subire pesanti intimidazioni, se  tentano di esercitare i loro diritti.

Dopo le ultime settimane di protesta, che hanno avuto per conseguenza anche la distruzione della mensa della A-One, molte organizzazioni hanno richiesto alle autorità di investigare e affrontare le cause alla radice dei disordini.

Le cause sono da ricercare nella mancanza del rispetto dei diritti dei lavoratori a formare e iscriversi al sindacato liberamente e a leggere rappresentanze sindacali.

Il fallimento nell’implementazione della legge nelle EPZ, dei codici di condotta in maniera significativa quando si tratta di liberta di associazione, orario di lavoro e salari e la non volontà dei committenti ad agire concretamente, velocemente e collettivamente di fronte a vertenze serie come questa,  sono considerarsi tra le cause primarie dei gravi disordini in corso.

AGITE  IMMEDIATAMENTE

Contattate subito Coin, Tessival, C&A e Target  per chiedere loro di:

- lavorare con Tchiboe Miles per applicare l’accordo raggiunto il 7 marzo 2006, incluso il reintegro di tutti i lavoratori licenziati e costretti alle dimissioni

- informare ufficialmente la A-One che il rifiuto di attenersi all’accordo avrà come esito la cessazione degli ordini attuali e futuri mentre il raggiungimento dell’accordo consentirà alla A-One di venire considerata prioritariamente nella lista dei fornitori

- assicurarsi che i lavoratori ricevano le spettanze pendenti dal settembre 2005

- contattare Bepza e Bepzia per chiedere che assicurino le condizioni per il raggiungimento di un accordo pacifico alla A-One e lavorino per la piena attuazione della legge in vigore dal 2004 nelle EPZ

- Invino copia delle comunicazioni alla CCC

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Nelle prossime settimane la CCC inviterà tutte le imprese che si riforniscono nelle EPZ del Bangladesh a contattare il Bepza e il Bepzia per chiedere loro di assicurare una soluzione per il caso A-One e il rispetto della legge. Le imprese dovrebbero anche agire attivamente per assicurare che i propri fornitori nelle zone rispettino la legge e  permettano ai consigli di fabbrica di essere eletti e operare liberamente. Dovrebbero anche fare passi avanti per sostenere lo sviluppo di sane relazioni industriali.

Vi terremo informati sulle risposte delle imprese e se necessario vi chiederemo di mobilitarvi per sostenerci ancora.

CRONOLOGIA DEI FATTI

Febbraio 2005

Viene eletto alla A-One un consiglio di fabbrica (Workers Representation and Welfare Committee / WRWC) con 15 delegati.

4 aprile 2005

Il WRWC ottiene il riconoscimento dell’ente governativo responsabile delle zone per l’esportazione del Bangladesh (Bangladesh Export Processing Zone Authority / BEPZA)

4 luglio 2005

Il WRWC discute le sue richieste con la direzione aziendale.

18 agosto 2005

La direzione accetta di prendere provvedimenti in merito a 12 delle 13 richieste formulate dal WRWC.

10 settembre 2005

47 lavoratori vengono licenziati e 9 delegati del WRWC sono minacciati di morte per indurli alle dimissioni.

11 settembre 2005

80 lavoratori vengono licenziati.

1 ottobre 2005

Altri 119 lavoratori vengono licenziati.

Ottobre 2005 - diverse date

La Clean Clothes Campaign prende contatti con le imprese committenti della A-One.

12 ottobre 2005

La Clean Clothes Campaign prende contatti con BEPZA e BEPZIA

17 novembre 2005

Il WRWC scrive la sua urgente “richiesta ai rappresentanti delle imprese proprietarie dei marchi affinché intervengano per far cessare le violazioni delle norme del lavoro in essere nelle zone per l’esportazione e le violazioni dei [loro] codici di condotta e delle [loro] politiche di responsabilità sociale operate dal fornitore A-One”.

20 novembre 2005

Nuove assunzioni alla A-One.

? Novembre 2005

Un audit commissionato da Tchibo trova riscontri di abuso del lavoro straordinario e di bassi salari.

14 dicembre 2005

L’incontro con un rappresentante di Systain accende la speranza di una soluzione imminente fra i delegati del WRWC e i lavoratori licenziati. Ma è grande la delusione nell’apprendere che occorrerà aspettare fino alla terza settimana di gennaio quando la mancanza di denaro avrà impedito a tutti di far rientro a casa per l’Eid, la più importante festa musulmana dell’anno. Si lavora per venire a capo almeno delle questioni tecniche relative alle spettanze da riscuotere: arretrati salariali, indennità di licenziamento, premi, liquidazioni dal fondo di previdenza (istituito solo nel novembre 2005 pur essendo obbligatorio per le aziende insediate nelle EPZ), e poterle comunicare a Systain/Tchibo.

28 dicembre 2005

I lavoratori inviano a Tchibo l’elenco delle persone che sono state licenziate o si sono “dimesse volontariamente” con un calcolo dettagliato dei compensi dovuti e una serie precisa di richieste:

-         pagamento delle retribuzioni maturate da settembre 2005, gratifiche per le festività;

-         riconoscimento a tutti i lavoratori licenziati delle gratifiche per festività;

-         nessuno deve essere indotto a sottoscrivere una lettera di licenziamento in cambio dei compensi a cui ha diritto;

-         le somme dovute devono essere corrisposte entro gennaio 2006, e comunque prima dell’inizio della festa dell’Eid

30 dicembre 2005

I lavoratori formulano delle ipotesi di accordo elaborate sulla scorta dell’esperienza sulla composizione delle vertenze maturata nel caso Ringshine, procedure per le future relazioni fra il WRWC e la A-One, procedure per la presentazione di denunce da parte dei lavoratori, procedure per l’applicazione dei provvedimenti disciplinari.

 

6 gennaio 2006

Tchibo propone un accordo finalizzato solo al pagamento della gratifica per l’Eid rinviando a data da destinarsi il resto delle questioni aperte, proposta che non incontra il favore dei lavoratori, restii ad accettare soluzioni temporanee senza precise garanzie sul futuro delle trattative. Ciò è anche dovuto al fatto che Tchibo valuta in maniera diversa i dati sui salari, basati sui minimi dichiarati dal BEPZA, piuttosto che su quelli effettivamente corrisposti

8 gennaio 2006

Si svolge un incontro fra la direzione di A-One, Miles, la BEPZA e il Solidarity Center, nel corso del quale A-One rifiuta inizialmente di riassumere i lavoratori licenziati. Accetta infine il ritorno di “alcuni” ma non tutti, e di pagare per gli altri i compensi dovuti. Per un’organizzazione sindacale si tratta di un’ipotesi selettiva inaccettabile e che potrebbe stare in piedi solo nell’eventualità che la direzione producesse per i lavoratori destinati all’espulsione prove credibili di gravi inadempienze compiute, punibili con il licenziamento, e provvedesse a saldare le loro spettanze nel modo più corretto e completo.

23 e 25 gennaio 2006

Le parti si erano accordate per tenere un “incontro tecnico” nella terza settimana di gennaio alla presenza di un delegato del WRWC allo scopo di valutare la congruità delle somme corrisposte ai lavoratori licenziati. In caso di difformità, A-One si era impegnata a liquidare per intero il dovuto. I lavoratori chiariscono che non rinunciano con questo a rivendicare il diritto ad essere reintegrati. Se ciò avverrà, restituiranno alla A-One tutte le indennità percepite. Si svolgono due incontri nel corso dei quali la direzione della A-One rifiuta di fornire le informazioni richieste.

16 febbraio 2006

Tchibo, Miles e Systain presentano ai lavoratori due alternative (una con previsione di reintegro, l’altra senza) chiedendo il loro parere su quale proporre alla direzione della A-One e manifestando nuovamente il timore di una chiusura imminente.

20 febbraio 2006

I lavoratori ribadiscono che non intendono scostarsi dalle loro richieste: reintegro nel posto di lavoro, spettanze dovute a partire dal giorno del licenziamento, attuazione delle ipotesi di accordo presentate in dicembre, che contengono indicazioni per migliorare le relazioni industriali e la formazione.

22 febbraio 2006

Tchibo comunica a A-One la risposta dei lavoratori e invia copia della lettera alla Clean Clothes Campaign. Tessival invia una comunicazione analoga, C&A assicura di averlo fatto a sua volta, ma rifiuta di fornire copia della lettera alla CCC, rendendo così difficile accertarne il tenore. Target (AMC) si sottrae al confronto malgrado i tentativi fatti dal Solidarity Center di stabilire un contatto con l’azienda.

7 marzo 2006

Viene stesa una dichiarazione di intenti al termine di un incontro fra Systain, Solidarity Center, direzione di A-One e ITGLWF (sindacato internazionale dei lavoratori del tessile-abbigliamento) sottoscritta da tutte le parti ad esclusione di A-One, il cui rappresentante si riserva una valutazione nel consiglio di amministrazione. Il documento definisce i parametri negoziali (non è un accordo). A-One si impegna anche a corrispondere a 74 lavoratori le retribuzioni del mese di settembre e le indennità nel frattempo maturate. Questi lavoratori non erano stati liquidati a tempo debito poiché A-One pretendeva che sottoscrivessero una lettera “liberatoria”. Systain e il coordinatore dell’ufficio legale del Solidarity Center si propongono come osservatori per monitorare fisicamente l’effettuazione dei pagamenti. La data fissata e’ il 15 marzo.

15 marzo 2006

La direzione della A-One cerca di indurre i lavoratori che si presentano per riscuotere le spettanze ad accettare di essere liquidati per dimissioni anziché ricevere il trattamento economico previsto dalla legge e dalle norme prescritte dalla BEPZA. Accettare questa forma di pagamento equivarrebbe a una manifestazione di consenso al licenziamento, proprio ciò che i lavoratori non vogliono. La direzione aziendale non risponde a Tchibo/Miles a proposito della dichiarazione di intenti.

Primi di aprile 2006

Systain riferisce che la direzione di A-One rifiuta di reintegrare i delegati del WRWC, mostrandosi disposta a correre il rischio di perdere le commesse di Tchibo e di Miles. Systain comunica ancora una volta ai sindacati e ai gruppi in campo che raccomanda la riassunzione per tutti i lavoratori sindacalizzati ma non per i delegati del WRWC.

5 aprile 2006

Il Solidarity Center ribadisce nuovamente la volontà dei lavoratori di tener fede alle loro richieste e per i delegati del WRWC, una volta reintegrati, di restituire l’indennità di licenziamento che hanno accettato in stato di costrizione.

7 aprile 2006

Tchibo diffonde a tutte le parti in causa una proposta di “roadmap”.

21 aprile 2006

La CCC replica a Tchibo che nella fase attuale un’ulteriore indagine per accertare se i delegati del WRWC siano stati allontanati in modo legale o illegale sarebbe improduttiva.

22 aprile 2006

Lettera della CCC a tutte le imprese committenti per invitarle a contattare Tchibo e a formare insieme ad essa un’alleanza finalizzata ad ottenere gli obiettivi perseguiti dai lavoratori. Le si sollecita a rivolgersi a BEPZA e BEPZIA per manifestare preoccupazioni a tale proposito, e a sollevare il caso della A-One in seno al MFA Forum.

27 aprile 2006

Le organizzazioni sindacali inviano una lettera alla Banca Mondiale, con copia a varie ambasciate e altri organismi internazionali, per sollecitare un intervento in favore della risoluzione della vertenza.


(2006) Fabbriche recuperate in Argentina: l'avventura italiana di CUC e Textiles Pigué

di Ersilia Monti

MAGGIO 2006 -  La disoccupazione balza dal 6 al 24% e su 40 milioni di abitanti, 20 milioni precipitano sotto la soglia di povertà. I proprietari si indebitano e gli investitori finanziari trovano uno sbocco lucroso nella legge sulla parità di cambio fra peso e dollaro, i capitali finiscono all’estero e le imprese, già minate dalla concorrenza internazionale, sono abbandonate a sé stesse.

Nel lungo elenco delle dismissioni finiscono alcune aziende fiore all’occhiello dell’industria argentina, come la Zanello, la più grande fabbrica di macchine agricole del paese, ritornata a nuova vita nel 2004 dopo essere stata rimessa in attività dalle maestranze. Oggi produce trattori, ma anche autobus, e ha firmato un accordo con il governo in base al quale in futuro potrà produrre anche automobili; i lavoratori guadagnano il 20-30% in più della media nel settore industriale. “Un economista ortodosso direbbe che è impossibile, ma i fatti sono qui a smentirlo”, dice José Abelli, presidente del MNER, il movimento nazionale delle imprese recuperate, che abbiamo incontrato a Milano il 26 aprile in una serata di conoscenza promossa dalla Cooperativa Chico Mendes.

Oggi le fabbriche autogestite sono oltre 200 e danno lavoro a 15 mila persone. Ci sono imprese metalmeccaniche, alimentari, tessili, di trasporti, giornali, e anche un albergo a cinque stelle. Una di queste è la ex Gatic, un tempo uno dei maggiori produttori argentini di tessile e calzature, licenziatario per l’Argentina e il Sud America di grandi marchi dello sport come Nike, Adidas, New Balance, Fila, Le Coq, e fornitore della nazionale di calcio. Nei suoi giorni migliori occupava 7 mila persone in 22 stabilimenti e 3 mila persone nella rete distributiva. Ma i debiti accumulati ed errori di gestione portano l’azienda sull’orlo del fallimento. Nel 2002 cessa la produzione e gli operai restano per mesi senza salario, ma senza perdersi d’animo prendo no contatti con il MNER, e fondano una prima cooperativa, la Cooperativa Unidos por el calzado (CUC), che produce calzature, e pochi mesi dopo la cooperativa Textiles Pigüé, il più grande e strategico degli impianti della Gatic, poiché fornisce la materia prima, tessuti e tomaie in cuoio, a tutti gli stabilimenti, entrambe hanno sede nella provincia di Buenos Aires. Dopo un tentativo di sgombero violento e una serie di traversie legali, la Textiles Pigüé, come la CUC prima di lei, ottiene il riconoscimento giuridico e l’affidamento degli impianti.

La battaglia si sposta ora sul fronte legislativo per colmare il vuoto esistente in materia di espropriazioni.  Della ex Gatic restano oggi 8 fabbriche, 5 sono autogestite e occupano un migliaio di persone, 3 sono state acquistate dal fondo di investimento americano Leucadia, che ha tentato fino all’ultimo di strappare la Textiles Pigüé all’autogestione. Le decisioni più importanti si prendono in assemblea, se serve si lavora più di otto ore al giorno perché le fabbriche recuperate non hanno accesso al credito e le politiche pubbliche non sono favorevoli, ma contando sulla comprensione dei fornitori e la solidarietà dei cittadini, il lavoro finora non è mancato. Dal 2005 una linea di scarpe sportive della CUC arriva in Italia grazie alla rete del commercio equo e solidale argentino, nata dalla collaborazione con la cooperativa Chico Mendes nell’ambito del progetto “Argentina equa e solidale”. Le scarpe si vendono in due modelli base, in cuoio, nelle botteghe milanesi della cooperativa Chico Mendes (www.chicomendes.it).

Ma c’è un progetto più ambizioso, ai suoi primi passi, che fa ben sperare per il futuro. Si chiama CADI (cuoio argentino, disegno italiano) e nasce per impulso di José Abelli, dalla fiducia nelle grandi potenzialità del movimento cooperativo internazionale e dalla convinzione che per costruire un’economia diversa “bisogna partire dando lavoro là come qui”. L’idea è quella di mettere in collaborazione imprese recuperate italiane e argentine con il fine di arrivare a un prodotto finito che incorpori il meglio delle competenze tecniche di entrambi i paesi. La legge Marcora del 1985 ha permesso il recupero di 180 imprese italiane in fallimento, riconvertite in cooperative di lavoratori. Una di queste è la Gommus di Montecarotto, nella provincia di Ancona, che da vent’anni produce in autogestione suole in gomma e in termoplastica dando lavoro a 70 persone, con un ragguardevole carnet clienti di piccoli e grandi marchi. Il progetto CADI, nella sua prima fase, la coinvolge per la fornitura delle suole, che sono già partite alla volta dell’Argentina per entrare nel ciclo produttivo di Textiles Pigüé. Se il test avrà successo, il progetto prevede altre due fasi fino ad arrivare alla costruzione di una filiera partecipata vera e propria, che potrebbe coinvolgere altre cooperative italiane e argentine. E si stanno sondando possibilità di collaborazione anche in Brasile e in India.

Fabbriche recuperate di tutto il mondo unitevi? “Speriamo che arrivi presto il momento in cui non ci sarà più bisogno di recuperarle”, dice scherzando Girolamo Badiali, presidente di Gommus. Sì, perché reinventarsi imprenditori non è facile, ma i lavoratori delle fabbriche autogestite stanno dimostrando di avere stoffa da vendere.


(2006) Il controllo etico delle catene di fornitura

2006 - Il controllo della catena di fornitura in una fase di notevole delocalizzazione delle produzioni è il punto chiave e strategico su  cui lavorare per garantire il rispetto dei diritti dei lavoratori e dell'ambiente. In questa ricerca prodotta dall'osservatorio Operandi e dall'Altis, un'interessante quadro riassuntivo dei principali punti problematici e degli strumenti più avanzati per intraprendere percorsi efficiaci di RSI. Tra le analisi e le proposte più avanzate viene citata quella della Campagna Abiti Puliti/Clean Clothes Campaign.

Scarica la pubblicazione


(2006) REPORT- La condizione femminile nell'industria dell'abbigliamento in Turchia ed Est europeo

Gran_Europa_OrientalGENNAIO 2006 - Un'indagine basata su 256 interviste a lavoratrici in 55 fabbriche di subfornitura denuncia condizioni di lavoro di estremo sfruttamento in un settore cresciuto rapidamente negli anni '90 e che ora mostra segni di saturazione.

Leggi il documento con schede per paese


(2006) Risarcimento a rischio per i lavoratori

I lavoratori superstiti e le famiglie dei lavoratori deceduti l’11 aprile 2006 nel crollo della Spectrum-Shariyar, maglificio di Savar in Bangladesh, sono ancora in attesa di ricevere le indennità spettanti e il corrispettivo per gli straordinari svolti. Alcuni lavoratori feriti necessitano di nuove cure mediche. La produzione è ripresa al terzo piano della Shariyar, ma con sistemi di sicurezza praticamente inesistenti. Una delegazione della Clean Clothes Campaign, che ha visitato la fabbrica la prima settimana di dicembre, non vi ha trovato estintori, solo alcuni secchi di sabbia, e nessuna uscita di sicurezza. La Spectrum-Shariyar dava lavoro a 4 mila persone prima del crollo, oggi ne occupa solo 400; molti dei superstiti hanno trovato impiego altrove, ma cento restano disoccupati e senza fonte di reddito.

Una delle imprese committenti, la spagnola Inditex, ha proposto la creazione di un fondo di garanzia, approvato dalla Clean Clothes Campaign, destinato al risarcimento dei feriti e delle famiglie delle vittime, che prevede:

- Per le famiglie dei deceduti: salario completo dall’11 aprile 2005 fino alla data di corresponsione del risarcimento; una somma forfetaria calcolata in base al salario percepito dalla vittima e alla composizione del nucleo familiare; un vitalizio adeguato annualmente al tasso di inflazione.

- Per i feriti: salario completo dall’11 aprile 2005 fino alla data di corresponsione del risarcimento; una somma forfetaria calcolata in base all’età, alle ferite riportate e al salario percepito dalla vittima; una pensione,  adeguata annualmente al tasso di inflazione, commisurata al grado e alla durata dell’inabilità al lavoro, al salario percepito, e alla composizione del nucleo familiare.

La Clean Clothes Campaign ritiene che la proposta formulata dalla società di consulenza KPMG per conto della Inditex rappresenti il risarcimento minimo accettabile per una tragedia di queste proporzioni. Nella terza settimana di dicembre rappresentanti della Inditex e della Federazione internazionale dei lavoratori del tessile-abbigliamento (ITGLWF) si sono recati in Bangladesh per definire con la parti interessate le fasi per la costituzione del fondo di garanzia. All’Associazione dei produttori e degli esportatori del Bangladesh (BGMEA) e al governo del paese spetta sviluppare politiche di prevenzione e di miglioramento delle condizioni di lavoro per tutto il settore.

Altre imprese committenti della Spectrum-Shahriyar, Scapino e Cotton Group, a cui si sono accodate in seguito Steilmann e la catena di distribuzione KarstadtQuelle (KQ), hanno comunicato alla Clean Clothes Campaign l’intenzione di non partecipare al fondo di garanzia e di voler procedere separatamente alla costituzione di un fondo di soccorso per far fronte alle necessità più urgenti dei lavoratori. La Clean Clothes Campaign ritiene inammissibile che si possa pensare di sostituire con un sollievo momentaneo misure predisposte per rispondere alle esigenze di lungo periodo dei lavoratori e delle famiglie delle vittime. Le organizzazioni sindacali del Bangladesh riferiscono di non essere state consultate dalle imprese sui loro nuovi progetti e insistono per la loro adesione al fondo di garanzia.

La Clean Clothes Campaign chiede a tutte le imprese committenti di dare prova della serietà dell’impegno a risarcire adeguatamente tutte le persone che hanno subito le conseguenze della terribile tragedia che ha colpito la Spectrum-Shariyar sostenendo la proposta del fondo di garanzia e dotandolo dei  mezzi economici sufficienti a coprire lo stanziamento complessivo previsto.

Vi avevamo informato delle indagini in corso sulla presenza di aziende italiane fra i committenti della Spectrum-Shariyar. Abbiamo svolto un lavoro approfondito di concerto con il sindacato italiano e bengalese, incontrato i lavoratori della fabbrica. Ma le informazioni che abbiamo raccolto non si sono rivelate fino a questo momento sufficienti a provare con certezza il coinvolgimento delle aziende che ci sono state segnalate. Il nostro lavoro di indagine continua.

Inviate una mail alle imprese committenti della Spectrum-Sharyiar per chiedere loro di assumere un atteggiamento responsabile - link non più attivo.

 


05-04-savar

(2005) 5.000 senza lavoro, le imprese tacciono

GIUGNO 2005 - Il quadro delle vittime della Spectrum si fa sempre più drammatico; 74 morti, più di 100 feriti, più di 5.000 lavoratori rimasti disoccupati. Le interviste condotte sul posto alle famiglie dei lavoratori deceduti, a quelli rimasti feriti e senza lavoro mettono in luce un quadro drammatico che evidenzia condizioni di lavoro totalmente al di fuori delle regole nazionali e internazionali.

05-04-savar

Sono ormai due mesi che la fabbrica è crollata e molte delle famiglie dei sopravvissuti sono rimasti senza casa poiché privi di reddito per pagare affitto e cibo.

Questa situazione avrebbe potuto essere evitata se le imprese avessero agito in tempo. La Clean Clothes Campaign ritiene questo ritardo grave e ulteriormente dannoso ed è perciò giunto il momento di chiedere ai cittadini ed ai consumatori di fare pressione  sui principali marchi implicati: Karstadt Quelle (Germania), Steillmann e società del gruppo (Germania), Scapino (Olanda),Cotton Group e B&C (Belgio), Carrefour (Francia) e Zara/Inditex (Spagna) così come sulla BSCI ( Business Social Compliance Initiative) organismo di controllo dell'applicazione dei codici di condotta cui molti dei brand appartengono.
Essi devono impegnarsi immediatamente e concretamente per il risarcimento economico delle vittime e per la revisione dell'efficacia dei propri codici di condotta nei confronti delle imprese tessili bengalesi

Inviate una lettera alla BSCI e alle imprese europee (non più attivo)
A livello italiano la Campagna Abiti Puliti insieme alle organizzazioni sindacali territoriali sta lavorando per ottenere un incontro congiunto con le imprese coinvolte cui sottoporre le richieste concordate a livello internazionale. Renderemo pubblici i nomi delle imprese e le loro reazioni nei prossimi giorni insieme alle possibili richieste di pressione urgente.

AGGIORNAMENTO DELLLE ATTIVITA’ E DELLE AZIONI IN CORSO

Il 12 maggio le organizzazioni sindacali bengalesi National Garment Workers Federation (NGWF) e Bangladesh Garment Independent Workers Federation (BGIWF) hanno organizzato azioni comuni di protesta davanti al tribunale dove era stata portata l’istanza di scarcerazione per i due proprietari arrestati. La richiesta è stata negata e ciò ha costituito una decisione storica per il movimento dei lavoratori bengalesi.

Il 27 maggio centinaia di lavoratori del tessile insieme ai loro compagni della Spectrum e alle loro famiglie hanno organizzato un sit-in davanti agli uffici della Spectrum/Shahriyar. I parenti delle vittime hanno denunciato l’insostenibile situazione economica per cui oggi non sono in grado di rispondere ai bisogni basilari. I dimostranti hanno chiesto il pagamento degli stipendi arretrati e degli straordinari per tutti i lavoratori e soprattutto chiedono che venga loro riconosciuto il livello di risarcimento previsto dal Fatal Accident Compensation Act del 1955 che stabilisce un valore più alto del Workers Compensation Act finora considerato per determinare gli importi.

Nelle prime due settimane di maggio una ricercatrice della Clean Clothes Campaign ha visitato il luogo del disastro per raccogliere interviste dai lavoratori, dati documentati relativi al crollo oltre alle risposte delle autorità bengalesi, dei proprietari dell’impresa e dei marchi committenti della Spectrum. Un report preliminare è già stato inviato alle imprese coinvolte e a breve sarà disponibile il documento ufficiale.

Dalle ricerca sul campo e dalle informazioni ricevute dai sindacati e dalle ONG locali, l’Associazione dei produttori e degli esportatori del Bangladesh (BGMEA) ha attualmente risarcito solo alcune delle famiglie colpite con 79.000 Taka che verranno integrate con altre 21.000 da parte del tribunale del lavoro, in accordo con quanto previsto per il risarcimento di incidenti gravi e non di incidenti mortali. E’ evidente che 100.000 Taka (1250 euro) non sono sufficienti per compensare la perdita di vite umane e le necessità di sussistenza delle famiglie. I sindacati locali e le ONG stanno attualmente lottando, anche attraverso azioni legali, per ottenere risarcimenti più alti, almeno pari ad un milione di Taka, per le famiglie dei deceduti, come sarebbe previsto dal Fatal Accident Act in casi come questo.

Il BGMEA e le autorità rifiutano di risarcire i lavoratori feriti, molti dei quali rimarranno handicappati a vita e senza più abilità lavorativa. A peggiorare le cose inoltre risulterebbe che in molti casi i lavoratori feriti non hanno ricevuto appropriate cure mediche o sono stati aggravati dei costi delle cure stesse. Dovrebbe invece essere predisposto un presidio medico gratuito per fornire a tutti le cure adeguate.

Il crollo della fabbrica ha prodotto più di 5000 disoccupati, molti dei quali aspettano ancora le retribuzioni dei mesi di febbraio, marzo e aprile del 2005, anche se probabilmente vi sono altri arretrati. Il loro rapporto di lavoro non è ufficialmente cessato e perciò gli stipendi devono essere corrisposti; in caso di cessazione dei contratti comunque, in accordo con le leggi vigenti, i lavoratori dovrebbero ricevere un preavviso di 4 mesi e venire liquidati con 4 mensilità più una per ogni anno lavorato; i lavoratori dovrebbero inoltre avere assistenza per essere ricollocati, visto che i proprietari della Spectrum continuano la loro attività produttiva in altre 9 imprese tutte operanti.

Per quanto riguarda le investigazioni trasparenti e indipendenti il BGMEA e il RAJUK (ente governativo) hanno completato i loro rapporti. Tutto sembra confermare l’ipotesi  della costruzione difettosa e carente e dell’aggiunta illegale di 5 piani ma al momento nessuno dei report è stato reso pubblico

Il problema più grave oltretutto è che non c’è ancora una lista chiara e pubblica dei deceduti, degli scomparsi e dei sopravvissuti e ciò è inaccettabile perchè ostacola le pratiche per il risarcimento.

Insistiamo ancora sul fatto che deve essere costituito un autorevole organismo di indagine indipendente che individui la lista completa delle vittime, dei feriti, degli scomparsi e dei ricoverati, e che attivi le autorità competenti in merito.

Anche le imprese committenti coinvolte e la BSCI dovrebbero fare pressione sulla BGMEA e sulle autorità bengalesi affinchè esso venga istituito.

Rispetto alle questioni relative alla salute e alla sicurezza e alla proposta della Clean Clothes Campaign di istituire una programma di verifica delle condizioni di sicurezza includendo la revisione strutturale degli edifici a più piani e la possibilità per i lavoratori di dare voce alle preoccupazioni relative ai rischi per la salute, le risposte dei marchi e della BSCI devono ancora pervenire. La campagna internazionale sta facendo pressione perchè questo programma sia urgentemente attivato anche perchè la Spectrum non è l’unica azienda che è stata costruita su terreni paludosi. E’ inoltre  necessario che venga costituito immediatamente un organismo tripartito permanente (governo,imprese e sindacati) che monitori l’avanzamento del programma.

Una delegazione della BSCI e alcuni membri delle imprese committenti (KarstadtQuelle, Inditex, The Cotton Group) oltre a membri del ITGLWF, partiranno la prossima settimana per una missione investigativa in Bangladesh, in grave  ritardo rispetto alle nostre richieste.

Mentre la delegazione ha rivelato che intende incontrare i lavoratori e visitare il luogo del disastro, ha invece mantenuto segreti i risultati dell’inchiesta indipendente commissionata a un’agenzia di consulenza tedesca con sede in Bangladesh.

La delegazione ha in programma di incontrare ministri e partecipare all’incontro organizzato l’8 giugno dal GTZ (Ministero Tedesco di Assistenza allo Sviluppo). Sebbene la Clean Clothes Campaign sia stata originariamente informata che l’incontro, parte delle normali procedure proprie del codice di condotta di BSCI, sarebbe stato lo spazio di consultazione con gli stakeholders locali, adesso pare non sia nemmeno certo che la questione relativa alla gestione delle conseguenze della tragedia della Spectrum sia nell’agenda ufficiale.

Ciò è molto grave e rende la missione poco credibile; senza la consultazione dei sindacati che avevano iscritti tra i lavoratori della Spectrum e degli attivisti attualmente coinvolti  nel sostegno dei lavoratori e nelle azioni legali, non è possibile avere un quadro attendibile dell’accaduto.

Per questo ci aspettiamo e chiediamo che la missione della BSCI vada ad incontrare direttamente le famiglie delle vittime ed i sopravvissuti per riconoscere ciò che è loro dovuto.

La Clean Clothes Campaign ha gia spedito una lettera alla BSCI il 24 maggio dove esprime il totale disappunto per la lentezza del processo e la poca trasparenza della missione che di fatto sta sviando l’attenzione dai fatti reali: nessuna azione è stata intrapresa per rispondere ai bisogni dei lavoratori offesi, delle loro famiglie e delle migliaia di lavoratori rimasti senza lavoro e stipendio. La BSCI non ha ancora risposto a questa lettera che potete leggere in inglese sul sito della Clean Clothes Campaign.


05-04-12-savar

(2005) Crolla la Spectrum in Bangladesh

La tragedia che ha colpito la Spectrum Sweater Ltd  e l’annessa Shahriar Fabrics Ltd è solo l’ultimo degli incidenti mortali frutto dell’inosservanza delle misure di sicurezza che fanno strage ogni anno in Bangladesh nelle fabbriche produttrici di abbigliamento e tessuti per l’esportazione (50 morti nel 2000 alla Choudury Knitwear, 24 morti nel 2001 alla Maico Sweater, 9 morti nel 2004 alla Misco Supermarket, 23 morti alla Shan Knitting nel 2005).  L’edificio sorgeva su un terreno acquitrinoso ed era stato costruito sole tre anni fa in modo abusivo con tecniche e materiali inadatti a sostenere l’altezza della struttura e il carico di macchinari industriali. Testimoni riferiscono che sedici ore prima del crollo gli operai avevano dato l’allarme osservando delle crepe aprirsi nei muri ma erano stati invitati a riprendere il lavoro. Resta ancora da chiarire se il proprietario avesse un permesso per effettuare lavoro notturno, che veniva comunque svolto anche dalle donne in violazione della legge del lavoro del Bangladesh.

Varie fonti riferiscono di numerose altre violazioni della legge del lavoro:

-    un operaio morto tre giorni prima del crollo per le ustioni riportate dal contatto con liquido fuoriuscito da un macchinario per tintura difettoso; un’operaia ridotta in fin di vita tre mesi prima dalle scariche prodotte dai fili scoperti dell’impianto elettrico;

-    salari al di sotto del minimo legale: alla Spectrum si pagavano 700 Taka al mese (10 euro) contro i 930 di legge già di per sé al di sotto dei livelli di sussistenza;

-    settimane lavorative di sette giorni senza il venerdì di riposo prescritto dalla legge.

Tutto questo è  in netto contrasto sia con gli obblighi di vigilanza che fanno capo alle autorità locali sia con le procedure di verifica dell’applicazione dei codici di condotta di cui  imprese come Zara, Carrefour, Karstadt Quelle e Cotton Group si sarebbero dotate.

Il proprietario della Spectrum Sweater e della Shahriar Fabrics, Shahriar Saeed, e il direttore della Spectrum Sweater, Altaf Fakir, si trovano attualmente in carcere in attesa che il giudice si pronunci sulla loro richiesta di rilascio su cauzione.

RICHIESTE ALLE IMPRESE COMMITTENTI

Una volte identificate le imprese proprietarie dei marchi, la Clean Clothes Campaign, in accordo con le organizzazioni partner e i sindacati in Bangladesh, ha rivolto loro le seguenti richieste:

1.    Assistenza e risarcimento:  sostegno alle operazioni di soccorso e di estrazione dalle macerie delle vittime e dei sopravvissuti; risarcimento alle famiglie delle vittime nell’ordine di 200.000 taka (circa 2.443 euro) e di 50.000  ai feriti oltre alle cure mediche; pagamento dei salari arretrati di marzo e aprile, e degli straordinari effettuati in febbraio, marzo, aprile; garanzia del posto di lavoro, salario e risarcimento inclusi, ai lavoratori sopravvissuti. Si chiede alle imprese di prendere contatto con le organizzazioni sindacali e umanitarie locali.

2.    Indagini complete, indipendenti e trasparenti con il coinvolgimento di organizzazioni locali serie e autorevoli che esaminino le responsabilità del governo, delle associazioni di categoria locali e delle imprese committenti nel non aver impedito o posto rimedio alle violazioni delle leggi edilizie e del lavoro. Agli acquirenti europei della Spectrum Sweater che hanno codici di condotta completi di programmi di verifica a tutela del diritto alla salute e alla sicurezza sul lavoro si chiede di rendere pubblici i risultati delle ispezioni periodiche condotte sul posto. All’Associazione dei produttori ed esportatori di abbigliamento del Bangladesh (BGMEA) si chiede di rendere pubblici i rapporti ispettivi che attestano l’adesione della Spectrum Sweater al programma antincendio adottato dalla BGMEA. Deve essere stilata una lista completa delle vittime e i risultati delle indagini svolte devono essere resi di pubblico dominio.

3.    Misure per la revisione della sicurezza degli edifici e per il rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro:  il crollo della Spectrum Sweater è solo l’ultimo di una lunga serie di eventi luttuosi nell’industria dell’abbigliamento del Bangladesh (50 morti nel 2000 alla Choudury Knitwear, 24 morti nel 2001 alla Maico Sweater, 9 morti nel 2004 alla Misco Supermarket, 23 morti alla Shan Knitting nel 2005). Occorre impedire che diventi luogo comune associare il sacrificio di vite umane alla produzione di capi di abbigliamento a basso costo per i mercati occidentali. Si chiede al settore industriale, in collaborazione con organismi pubblici nazionali e internazionali, di impegnarsi con urgenza a favore di un programma di prevenzione che comprenda una  revisione radicale delle strutture che ospitano gli stabilimenti, specie quelli a più piani, e la revisione dei relativi meccanismi ispettivi. La Clean Clothes Campaign raccomanda la creazione di un comitato internazionale e indipendente di vigilanza con il compito di esaminare le norme di salute  e sicurezza nei luoghi di lavoro e la loro effettiva applicazione. Del comitato dovrebbero far parte esperti in ingegneria civile, salute e sicurezza, norme del lavoro. Oltre a occuparsi di questioni tecniche, il comitato dovrebbe attivare l’accesso a canali di comunicazione riservati e sicuri attraverso i quali sia possibile ai lavoratori far pervenire ai datori di lavoro segnalazioni inerenti a questioni cruciali come la salute e la sicurezza.

4.    Dialogo con gli stakeholder locali (Bangladesh Independent Garment Workers’ Union Federation (BIGUF), Bangladesh Textile and Garment Workers League (BTGWL), National Garment Workers Federation (NGWF) e l’organizzazione Karmojibi Nari) su tutte le questioni aperte, compreso l’ammontare del risarcimento (alcune organizzazioni chiedono che l’importo sia innalzato a 1 milione di  alle famiglie delle vittime).

5.    Misure di prevenzione nell’area circostante:  La Clean Clothes Campaign nutre il fondato timore che, a causa di difetti progettuali e costruttivi, corrano rischi di crollo altri stabilimenti nelle vicinanze della Spectrum Sweater, area storicamente soggetta a innondazioni. Chiede alle imprese che si riforniscono in questa e in altre aree a rischio di mettersi immediatamente in contatto con i propri fornitori per accertare che gli edifici siano sani, costruiti nella legalità e che ai lavoratori siano garantiti adeguati livelli di tutela.

LA RISPOSTA DELLE IMPRESE

Carrefour ha assunto inizialmente un atteggiamento di chiusura accettando alla fine di prendere contatto con due organizzazioni del Bangladesh con le quali aveva intrattenuto rapporti. Una di queste, Karmojibi Nari (organizzazione a difesa dei diritti delle donne), che è partner della Clean Clothes Campaign, riferisce però di non aver ricevuto finora alcuna comunicazione da parte di Carrefour. C’è inoltre da interrogarsi sulla serietà e sulla credibilità di ispezioni che Carrefour sostiene di aver svolto periodicamente con risultati soddisfacenti. Queste non solo non sono state in grado di cogliere segnali della tragedia incombente ma neppure di accertare la serie di violazioni dei diritti sindacali di cui abbiamo riferito. La spagnola Zara ha reagito prontamente offrendo sostegno alle operazioni di soccorso della Mezzaluna rossa e si è impegnata a mantenere aperto il dialogo con la Campagna spagnola pur non prendendo impegni concreti per il futuro. Alcuni marchi (la tedesca Neckermann e l’olandese Scapino) inviavano ordini attraverso la catena di distribuzione tedesca Karstadt Quelle. Queste tre imprese, insieme a Zara, alla belga Cotton Group e a Steillmann, aderiscono alla Business Social Compliance Initiative (BSCI), un organismo per il monitoraggio dei codici di condotta di recente formazione, che opera in rappresentanza di 40 distributori europei, il cui scopo è armonizzare le pratiche ispettive avvalendosi esclusivamente di società di certificazione accreditate da SA8000 e condividendo al proprio interno i risultati delle ispezioni. La cosa curiosa è che nessuna delle imprese coinvolte aderente a BSCI disponeva di informazioni sulle condizioni di lavoro alla Spectrum Sweater.

BSCI ha affidato a una piccola agenzia di consulenza tedesca con sede in Bangladesh il compito di svolgere un’indagine per suo conto e si è impegnata a inviare propri rappresentanti sul posto solo nel mese di giugno, a quasi due mesi dalla tragedia, mentre continua a non dare risposta alle tre richieste principali formulate dalla Clean Clothes Campaign insieme alle organizzazioni sindacali e umanitarie locali in merito ai soccorsi, al risarcimento e a un’indagine indipendente. Nel frattempo i lavoratori sopravvissuti della Spectrum Sweater e della Shahriar Fabrics sono senza lavoro, devono sostenere tutte le spese per cure mediche e non hanno ricevuto i salari e gli straordinari arretrati. L’Associazione dei produttori ed esportatori di abbigliamento del Bangladesh (BGMEA) ha versato 100 mila  ad alcune famiglie delle vittime, una cifra notevolmente inferiore a quella richiesta dai sindacati, e rifiuta di risarcire i feriti. Carrefour e BGMEA hanno già svolto le loro indagini, ma non hanno reso pubblici i risultati.

Continuano intanto le proteste dei lavoratori a Dhaka con manifestazioni, catene umane e scioperi della fame per chiedere al governo di fare giustizia.

La Clean Clothes Campaign continuerà a seguire il caso in collaborazione con i suoi partner in Bangladesh e a mantenere alta la pressione sulle imprese europee.

Vi informeremo di ogni ulteriore sviluppo o di iniziative che richiedono il vostro sostegno.


(2005) Tunisia: un vicino di casa in crisi

MARZO 2005 - La Clean Clothes Campaign ha incontrato in Tunisia le organizzazioni sindacali e della società civile di uno dei maggiori paesi esportatori di abbigliamento dell'Unione Europea entrato in recessione dopo la fine dell'Accordo Multifibre.

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(2004) REPORT - Olimpiadi: Gioca pulito alle Olimpiadi

GiocaPulitoGIUGNO 2004 - Le contraddizioni denunciate dalla campagna "Gioca pulito alle Olimpiadi" in un report che mette in evidenza il costo sociale di un avvenimento sportivo mondiale così importante e popolare. Dietro i successi e le medaglie dei nostri beniamini dello sport, si celano condizioni di lavoro ingiuste per migliaia di lavoratori che producono abbigliamento, scarpe e gadget per l'industria dello sport.

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logo_benetton

(2004) Benetton:un brutto calendario

logo_benetton23 giugno 2004 - Cosa si nasconde dietro agli stereotipi sui quali Benetton ha fondato il suo successo? Il carteggio fra Benetton e il Coordinamento Nord Sud del Mondo - un bell’esempio di campagna di pressione e controinformazione dal basso, secondo la definizione data nella rubrica “Il racconto del mese” dalla rivista Altreconomia - svela, dalla viva voce dei rispettivi protagonisti, i retroscena su temi quali la pace, la lotta alla fame, moralità e valore sociale, comunità locali, cultura.

Questa lettera è una risposta dettagliata e argomentata alla lettera del direttore della pubblicità del Gruppo Benetton, Paolo Landi che faceva seguito alla lettera spedita al direttore di Famiglia Cristiana don Antonio Sciortino in data 3.2.2004 motivata dall'inserimento di Benetton Group fra gli sponsor del calendario annuale, dedicato al tema della solidarietà, in virtù del suo impegno sociale.

Lettera Coordinamento Nord Sud

Risposta Benetton

Replica Coordinamento Nord Sud

Risposta Benetton

 

 


(2004) Filande e tessiture di cotone in Tamil Nadu - India

COME SI LAVORA NELLE FILANDE E TESSITURE DI COTONE CHE PRODUCONO PER L’ESPORTAZIONE

30 marzo 2004 - Una task force indiana, che riunisce 30 ong e 7 sigle sindacali, ha svolto indagini nelle filande e nelle tessiture di Vedasanthur, distretto di Dindigul, nel Tamil Nadu, che producono filato e tessuto di cotone per il mercato interno ma soprattutto per l’esportazione. Le informazioni raccolte dalle organizzazioni sindacali locali (CITU e altre) e le interviste condotte con i lavoratori da HOPE, una ong locale, compongono un quadro drammatico: salari al di sotto del minimo legale, violazione delle leggi sulla previdenza sociale, nessuna misura di igiene e sicurezza, negazione dei diritti sindacali, straordinari forzati, lavoro minorile.

Solo in 56 dei 167 impianti per la lavorazione del cotone nel distretto di Dindigul e’ tollerata la costituzione di sindacati. Licenziamenti, liste nere e in alcuni casi la violenza fisica sono gli strumenti di cui si servono i proprietari per impedire ai lavoratori di associarsi liberamente. Essi hanno ottenuto dalla corte distrettuale di Munsif Vedasanthur l’imposizione del divieto ai lavoratori di radunarsi per un raggio di 300 metri dagli stabilimenti. Lo scopo e’ impedire alle organizzazioni sindacali di avvicinare gli operai  ai cancelli e organizzare assemblee per informarli dei loro diritti.

Si calcola che siano 950 i bambini al lavoro nell’industria del cotone di Dindigul. In alcune fabbriche, adulti e bambini vengono puniti o indotti a lavorare piu’ speditamente a colpi di bastone. Gli ambienti sono malsani, saturi di polvere di cotone, e l’uso di vecchi macchinari e’ responsabile di frequenti incidenti con tagli e talora con amputazione delle dita.
Il diritto alla previdenza sociale non e’ garantito: non sono versati i contributi pensionistici ne’ assicurativi, e non viene pagata l’aspettativa per maternita’. Chi lavora da piu’ di tre anni continua a essere classificato come lavoratore temporaneo. Le paghe sono al di sotto dei minimi legali e non consentono un’alimentazione sufficiente ne’ condizioni abitative dignitose.

SCRIVIAMO ALLE AUTORITA’ DEL TAMIL NADU (provate per email, se il messaggio torna indietro, provate alternativamente per fax o lettera) per chiedere il rispetto delle leggi, la riabilitazione dei bambini lavoratori, un incontro con la Clean Clothes Campaign Task force – Tamil Nadu e con i sindacati per definire un piano di intervento.

Scrivete nell'oggetto: Violations of workers’ rights in Vedasanthur.

Inviate copia alla Task Force: savelrc@vsnl.net

Dr. J. Jayalalithaa
Chief Minister of Tamil Nadu
Secretariat
St. George Fort
Chennai – 600 009
Fax : 91-44-2561441
E-mail: cmcell@tn.gov.in or cmcell@tn.nic.in

Mr. M.B. Pranesh, I.A.S
Principal Secretary
Labour & Employ. Dept
Secretariat
St. George Fort
Chennai – 600 009
Fax: 91- 44 – 25679739
E-mail: labsec@tn.gov.in

Mr. Senthil Kumar
The District Collector
Dindigul District
Dindigul
E-mail: collr@dindigul.tn.nic.in

Mr. Appukutti
President
Dindigul Spinners Association,
24 11th Cross Street
Thiruvalluvar Nagar
Spencer Compound
Dindigul -624 003
E-mail: dispa@rediffmail.com

Dear Sirs,

I would like to draw your attention to the critical situation of the workers of the cotton spinning mills in Vedasanthur, Dindigul, whose fundamental rights are regularly being violated. I call upon you to take action to see that steps are taken to improve conditions for workers in this sector.

I have been informed by the Clean Clothes Campaign (CCC) Task Force – > Tamil Nadu that violations of workers’ rights in Dindigul include:
- forced overtime
- violation of minimum wage legislation
- failure to pay legal benefits, including Employees State Insurance, provident fund benefits, holiday pay, and maternity benefits
- violation of health and safety standards in the workplace
- violation of the right to freedom of association (of the 167 cotton  mills in Dindigul, only 56 mills allow trade unions).

I understand that workers are regularly denied their right to free association. Specifically,  trade unions have been prohibited from
conducting gate meetings in front of the mills. Mill owners have obtained a stay from the Munsif Vedasanthur District Court to prevent
workers from assembling in front of the mill gate for a radius of 300  meters. I urge you to take action to lift this court order and ensure
that workers are able to exercise their right to free association.

I am also especially distressed to learn that an estimated 950 children  are employed in the Dindigul cotton mills.

According to the CCC Task Force – Tamil Nadu, working conditions in  these mills violate numerous laws, including:

- the Factories Act 1948
- The Equal Remuneration Act, 1976,
- The Trade Unions Act, 1926,
- The Minimum Wages Act, 1948,
- The Child Labour (Prohibition and Regulation) Act, 1986
- The Industrial Disputes Act, 1947,
- the Maternity Benefit Act, 1961,
- The Contract Labour (Regulation and Abolition) Act, 1970,
- The Industrial Employment Standing Order Act 1948,
- The Employees Provident Funds and Miscellaneous provisions Act, 1952, and the Payment of Bonus Act, 1965.

Regarding the denial of legal benefits, I request that you advise the appropriate authorities/departments to see that basic benefits (ESI,
Provident Fund, maternity benefits, etc.) are paid to workers.

These children should be rehabilitated and provided education further their parents must be supported under poverty alleviation schemes.

There are numerous short-term and long-term actions that should be taken  to improve the overall working conditions in the textile spinning mills

in Dindigul district. I urge you to convene a meeting with the CCC Task  Force – Tamil Nadu and relevant trade union and labor officials to

develop a follow-up plan for addressing these problems. I believe that you have an important role to play in developing a systematic approach

for investigating and following up on rights violations in textile facilities in Vedasanthur to ensure that good labor standards are met.

Thank you for your consideration and I hope that you will keep me informed of the steps you take to address these concerns.

Sincerely,

(nome, cognome, nazione, eventuale organizzazione di appartenenza)

 


(2004) Cambogia: sindacalista ucciso

Leader sindacale dei lavoratori dell'abbigliamento assassinato in Cambogia

(fonti: ICFTU, Reuters, BBC, Human Rights Watch, AP, AFP, Radio Free Asia e fonti locali) (In coda trovate il sunto di un recente studio della Cisl internazionale sull’industria dell’abbigliamento in Cambogia).

13 febbraio 2004 - Chea Vichea, 36 anni, leader del Sindacato libero dei lavoratori del regno di Cambogia (FTUWKC) e’ stato ucciso a colpi d’arma da fuoco il 22 gennaio scorso mentre leggeva il giornale in un chiosco affollato di Phnom Penh. Vichea era stato fra i fondatori del partito di opposizione di Sam Rainsy che aveva lasciato per dedicarsi completamente all’impegno sindacale in difesa dei lavoratori dell’industria dell’abbigliamento pur continuando a mantenere stretti legami col partito. La sua morte fa seguito a quella di altri tre membri dell’opposizione, assassinati nelle prime settimane di gennaio. Al suo funerale hanno partecipato 10 mila persone, forte la presenza delle operaie tessili. La Cisl internazionale ha presentato una denuncia all’Organizzazione internazionale del lavoro: Vichea aveva ricevuto numerose minacce di morte ed era riuscito in un’occasione a identificarne gli autori, malgrado cio’ non gli e’ stata concessa alcuna protezione.

Nell’aprile 2003 Vichea era stato licenziato insieme al segretario generale e a 30 iscritti al FTUWKC per aver svolto attivita’ sindacale all’interno della fabbrica di abbigliamento INSM nella provincia di  Phnom Penh. Solo in un caso era riuscito a ottenere giustizia, nel settembre 2003, facendo condannare il capo del servizio di sicurezza che l’aveva aggredito mentre volantinava davanti a una fabbrica per invitare i lavoratori a partecipare alla manifestazione del primo maggio. Poco dopo la sua morte, altri iscritti al suo sindacato sono stati fatti oggetto di minacce. C’e’ forte scetticismo fra gli esponenti dell’opposizione politica e sindacale in merito agli arresti effettuati negli ultimi giorni di persone sospettate dell’assassinio di Vichea; il FTUWKC rivolge un appello alla comunita’ internazionale affinche’ il governo di Hun Sen riceva forti pressioni che lo inducano ad avviare un’indagine seria e imparziale che porti all’arresto dei veri assassini e dei mandanti dell’omicidio.

SCRIVIAMO  AL PRIMO MINISTRO DELLA CAMBOGIA per chiedere che sia fatta luce sul caso e sia garantito ai cittadini della Cambogia l’esercizio dei propri diritti senza dover temere di perdere la vita (devo dirvi che ho tentato piu’ volte di spedire il fax ma senza successo, se non ci riuscite, spedite per posta).

Mr. Hun Sen
Prime Minister
Kingdom of Cambodia
Phnom Penh
Fax: 00855-23-88-06-24
Re: Killing of FTUWKC President Chea Vichea

Dear Prime Minister Hun Sen,

We are contacting you to express our outrage at the January 22nd murder of trade union leader Chea Vichea. We call upon you to publicly denounce this brutal killing and take immediate steps to investigate and bring to justice those who organized and carried out Vichea’s murder.

As the president of the Free Trade Union of the Workers of the Kingdom of Cambodia (FTUWKC) Vichea was an important leader in the struggle for workers’ rights in Cambodia. His death is a tragic loss to the movement to improve the lives of workers in your country. This blatant attempt to silence the voice of workers, particularly the women and men in the garment and textile industries, who are organizing and pushing for improvements cannot be tolerated.

In addition to taking clear and decisive action to bring Vichea’s killers to justice, we believe the Cambodian government must take steps to ensure that assassinations like this do not happen again. In recent months a number of people (or their family members) who have voiced criticisms of your government have been killed, apparently with impunity. Not only trade unionists and other rights activists, but all the people of Cambodia must have the freedom to freely voice their opinions, without fear of reprisals. When threatened, they must be given the protection they need. According to a variety of sources, Vichea had received numerous death threats and was forced to go into hiding a number of times, however he was reportedly denied police protection, with tragic results.

Chea Vichea was a courageous man who undertook an important and difficult work to push for positive change in Cambodia; as a result he lost his life. We urge you to give your personal attention to this very serious matter. Please keep us informed of the progress made by any governmental inquiry into Vichea’s killing.

Sincerely,

(nome, cognome, eventuale organizzazione di appartenenza)

 

La Cisl internazionale ha pubblicato il mese scorso un dossier sull’industria dell’abbigliamento in Cambogia (http: //www.icftu.org/displaydocument.asp?Index=991218894)

Riassunto:

CAMBOGIA: I LAVORATORI DEL SETTORE TESSILE DI FRONTE A UN DESTINO INCERTO (ICFTU Online, 23 gennaio 2004)

Nel gennaio 2005 la fine dell’Accordo multifibre, che stabiliva quote di esportazione per il settore tessile, mettera’ la Cambogia in diretta concorrenza con paesi come la Cina che hanno una manodopera molto piu’ economica e ricattabile. Riuscira’ l’industria trainante della Cambogia a evitare il tracollo? In che modo il sindacato potra’ continuare a difendere i diritti dei lavoratori? Di questo si occupa il nuovo studio della Confederazione internazionale dei sindacati liberi, che sottolinea la relativa liberta’ sindacale di cui godono i lavoratori cambogiani rispetto ad altri paesi della regione asiatica, sebbene licenziamenti e intimidazioni siano all’ordine del giorno. Sono riportate le dichiarazioni del leader sindacale Chea Vichea, assassinato a Phnom Penh il 22 gennaio scorso.  Sebbene vi sia stato qualche timido segnale di miglioramento in seguito all’accordo siglato nel 1999 con gli Stati Uniti, che lega le esportazioni al rispetto dei diritti sindacali, e di cui lo studio tenta un bilancio, le condizioni di vita e di lavoro dei 200 mila occupati del settore tessile, per il 90 per cento donne, restano molto dure. Lo studio si sofferma inoltre sul destino tragico di tante giovani donne cambogiane che non hanno possibilita' di scelta fra lo sfruttamento in fabbrica e il racket della prostituzione.

 


(2004) Attivista di ong impegnata nel caso Tarrant aggredito da ignoti

21 gennaio 2004 - Il 30 dicembre, Martin Barrios, coordinatore della Commissione per i diritti umani e sindacali nella regione di Tehuacan, stato di Puebla, e’ stato aggredito sulla soglia della sua casa, sede dell’ufficio della commissione, da uno sconosciuto armato di un mattone, riportando gravi ferite al volto e alla testa. Barrios e’ riuscito a divincolarsi mettendo in fuga l’aggressore che era atteso da un complice a bordo di un taxi. Secondo la Commissione, l’aggressione subita da Barrios e le minacce che l’hanno preceduta sono un atto intimidatorio rivolto a tutta l’organizzazione, che  e’ impegnata nella difesa dei diritti dei lavoratori delle maquiladoras del Puebla. Lo scorso anno la Commissione ha difeso i diritti di centinaia di lavoratori licenziati ingiustamente da diverse fabbriche di blue jeans di proprieta’ della Tarrant Apparel Group, con sede a Los Angeles, e di  numerosi lavoratori di altre maquiladoras di Tehuacan.

Sempre nel 2003 l’organizzazione canadese Maquila Solidarity Network e il Centro de Apoyo al Trabajador (CAT) di Ajalpan, sede di uno stabilimento Tarrant in cui nell’autunno scorso sono state licenziate alcune centinaia di lavoratori per aver tentato di organizzarsi in sindacato (caso girato in lista il 3 novembre 2003), hanno pubblicato il dossier “Blue jeans, blue waters and worker rights”, ampiamente diffuso in Messico, Canada e Stati Uniti, che denuncia la sistematica violazione dei diritti sindacali e delle norme ambientali nell’industria del blue jeans di Tehuacan.

L’aggressione a Martin Barrios si aggiunge a un lungo elenco di attacchi portati agli attivisti per i diritti umani nello stato di Puebla, il piu’ grave dei quali e’ stata l’uccisione dell’avvocatessa Griselda Tirado Evangelio a Huehuetla, e poi minacce e molestie verso i membri di CADEM a Cuetzalan, minacce e intimidazioni nei confronti del CAT e di iscritti al sindacato indipendente degli stabilimenti Tarrant ad Ajalpan.

SCRIVIAMO AL GOVERNATORE DELLO STATO DI PUEBLA  per chiedergli di intervenire promuovendo un’indagine per far luce sul caso Barrios, per individuare e punire gli aggressori e i mandanti, e di predisporre misure a protezione della vita e della sicurezza di Barrios, della sua famiglia e dei membri della Commissione.

Potete inviare il testo che segue per fax al numero 0052-222-213-8805 oppure collegarvi  al sito governativo, pagina delle comunicazioni al governatore:  http://www.puebla.gob.mx/gobierno/escribealgobernador.html, inserire nome e cognome, indirizzo di posta elettronica, nome della citta’ e dello stato, e incollare il testo del messaggio nella finestra in basso a destra.

Inviate copia del messaggio a Maquila Solidarity Network: info@maquilasolidarity.org (oggetto: Martin Barrios)

Melquiades Morales Flores, Governor of Puebla
14 Oriente, No. 1006, Colonia El Alto, Puebla
Puebla, Mexico

Dear Governor Morales Flores,

I am writing to bring to your attention disturbing reports of a brutal assault carried out under suspicious circumstances against Martin Amaru Barrios, a leader of the Comision de Derechos Humanos y Laborales del Valle de Tehuacan, A.C.

On December 30, at 9:30 a.m. Barrios was attacked by an unknown assailant outside his home in Tehuacan. As he was about to enter his house, Barrios was assaulted from behind by a man carrying a brick. Barrios was able throw off the assailant, who fled to a taxi that was waiting for him in front of the house. Barrios suffered serious injuries to his face and skull, and has registered a formal complaint with the local authorities.

It appears the man and his accomplish who was driving the taxi were waiting for Barrios when he returned home. As well, the assailant made no attempt to enter the house or to rob Barrios. Barrios had also received threats prior to the attack. It would therefore appear that the attack had been planned in advance, and the assailant and his accomplice to the crime had been paid to carry out the assault.

As you may be aware, Barrios and the Commission have been playing a very important role in defending the rights of maquila workers in the Tehuacan region. It is therefore highly suspicious that this attack occurred recently after the Commission was involved in efforts to ensure that hundreds of maquila workers who were unjustly fired received their full severance pay as required by the Federal Labour Law. Prior to the assault, Barrios had received threats related to the work of the Commission in defending workers' rights.

We are very concerned that this assault might be part of a broader campaign to silence and punish Barrios, members of his family and other members of the Commission. In order to ensure that justice is done, and that there are no further attacks on Barrios, members of his family and/or other members of the Commission, we would strongly urge that you take the following actions:

1.      Immediately launch a full investigation of the attack and threats against Barrios and ensure that those who are responsible, including the intellectual authors of the crime, are brought to justice; and

2.      Direct local authorities to take immediate preventive measures to protect the life and security of Martin Amaru Barrios, his family, and other members of the Commission.

I look forward to receiving a prompt reply to my letter detailing the measures your government is taking to investigate the crime, bring those responsible to justices, and provide protection to Barrios, his family, and other members of the Commission.

(nome, cognome, citta’e paese, eventuale organizzazione di appartenenza)


(2003) T-shirt e fondi pensione in Honduras

24 dicembre 2003 - Quello che segue e' il primo caso in questa lista di un fondo pensione del sindacato che chiede conto a un'impresa del suo comportamento. Notate anche la capacita' raggiunta da ong e gruppi di base di svolgere un costante e scrupoloso lavoro di monitoraggio e di denuncia. La traduzione e' di Silvia Giamberini. Buone feste.

(fonte: Maquila Solidarity Network, info@maquilasolidarity.org; www.maquilasolidarity.org)

Il fondo di solidarietà della Federazione sindacale del Quebec ritira le azioni possedute in Gildan a seguito di licenziamenti ingiusti in Honduras.

Il 12 novembre il Fondo di Solidarietà della Federazione del Lavoro del Quebec (FTQ), che amministra fondi pensione degli iscritti al sindacato per un valore di circa 90 milioni di dollari, ha annunciato che liquiderà le proprie azioni del produttore di T-Shirt di Montreal Gildan Activewear, uscendone anche dal consiglio di amministrazione, a causa del rifiuto di Gildan di reintegrare nel posto di lavoro 38 lavoratori licenziati per organizzazione sindacale nella fabbrica di El Progreso in Honduras.

Il licenziamento ingiustificato e altre violazioni dei diritti dei lavoratori, documentati da Maquila Solidarity Network (MNS) e dal Gruppo di monitoraggio indipendente dell'Honduras nel maggio 2003, sono stati confermati da un'indagine indipendente sul posto svolta dal Fondo di Solidarietà,  che ha quindi chiesto a Gildan il reintegro dei lavoratori.

Gildan ha rifiutato il reintegro, negando che le affermazioni dell'MSN siano basate su fatti dimostrati, e affermando però a seguito dell'annuncio di FTQ che i licenziamenti riguardano un caso isolato che coinvolge pochi lavoratori.

Per rispondere alle pressioni crescenti di azionisti istituzionali e clienti che sollecitano assicurazioni tangibili del rispetto dei diritti dei lavoratori, nell'ottobre 2003 Gildan è entrata a far parte della Fair Labor Association (FLA), un organismo di controllo degli standard di lavoro di cui fanno parte le maggiori aziende americane e alcune importanti ONG e organizzazioni religiose, e ha affermato quindi che la partecipazione alla FLA dimostra l'impegno di Gildan ad applicare condizioni di lavoro eque; di fatto l'appartenenza alla FLA richiede che FLA approvi un programma di monitoraggio interno da effettuarsi a cura di Gildan stessa, e l'esecuzione una volta all'anno di un audit esterno in una sola fabbrica, che è l'unico controllo eseguito da auditor scelti da FLA.

Il Fondo di solidarietà, MSN e i loro partner nel gruppo di coordinamento Ethical Trading Action Group (ETAG) vedono l'iscrizione di Gildan alla FLA come un primo passo ma sono preoccupati per i tempi lunghi prima dell'esecuzione degli audit, e chiedono quindi a Gildan di cooperare a un’inchiesta indipendente sulle condizioni di lavoro in almeno uno stabilimento di proprietà e in uno stabilimento di un contoterzista in America Centrale prima della fine del 2003, e di correggere le violazioni dei diritti dei lavoratori identificate.

Contemporaneamente, il National Labor Committee (NLC), ong con sede a New York, ha denunciato altre violazioni dei diritti dei lavoratori in una fabbrica in Honduras, la AAA, che produce per il 75% per Gildan: 42 lavoratori licenziati per organizzazione sindacale, quote produttive e orari di lavoro eccessivi, danni fisici per movimenti ripetitivi, perquisizioni, e altro ancora. NLC ha invitato Gildan a richiedere l'osservanza della normativa sul lavoro incluso il diritto di organizzazione sindacale e di porre fine al clima di intimidazioni presente in fabbrica. Inoltre, MSN ha ricevuto recentemente informazioni sul licenziamento di altri 39 lavoratori di Gildan coinvolti in tentativi di organizzazione sindacale in Honduras.

Gildan afferma tramite lettere e sulla stampa che il governo dell'Honduras ha archiviato il caso riguardante le presunte violazioni di libertà di associazione presso lo stabilimento El Progreso. Secondo le informazioni possedute da MSN, il governo honduregno non ha condotto un'inchiesta seria; al contrario il ministro del lavoro ha ignorato per un anno la richiesta di registrazione dell’organizzazione sindacale dei lavoratori di El Progreso.

Gildan ha recentemente diffuso una lettera che ha ricevuto dall'International Development Research Centre (IDRC), ente finanziatore dell'indagine di MNS/EMIH, in cui, in risposta alle proteste di Gildan per le denunce di MNS, si afferma che "non è possibile per IDRC stabilire la validità delle affermazioni riportate nel rapporto, neanche con le informazioni addizionali fornite da Gildan". Gildan afferma che la lettera "parla da sola", mentre invece è ben lontana dal rifiutare i contenuti del rapporto. IDRC suggerisce che "fornirà il supporto per una revisione indipendente" delle questioni irrisolte, cosa che MSN ha richiesto a Gildan per tutto l'anno passato.

Il 22 dicembre MSN ha presentato un reclamo formale alla FLA, con il sostegno del Canadian Labour Congress e della Federazione Indipendente dei Lavoratori dell'Honduras (FITH), per denunciare il licenziamento ingiustificato dal novembre 2002 di oltre cento lavoratori dello stabilimento El Progreso.

SCRIVIAMO A GILDAN - copiate e inviate la lettera che segue (Si chiede a Gildan di cooperare a una inchiesta indipendente entro la fine dell'anno e di reintegrare i sindacalisti licenziati):

Ogg.: El Progreso factory in Honduras

Stephane Lemay

Vice-President, General Counsel and Corporate Secretary

slemay@gildan.com

c.c. Maquila Solidarity Network: info@maquilasolidarity.org

Dear Mr. Lemay,
I am writing to urge your company to cooperate with an independent investigation by the Fair Labor Association (FLA) of alleged violations of freedom of association at your company's El Progreso factory in Honduras. In order to demonstrate your company's willingness to seriously address these allegations in a timely manner, Gildan should agree to cooperate with such an investigation at the earliest possible date.

I also urge your company to offer to reinstate the 39 workers fired in October and November 2003, plus the approximately 70 workers fired in November 2002 and March, April and July 2003.

I look forward to receiving a prompt reply to my letter, declaring your company's willingness to cooperate with such an investigation at the earliest possible date and to reinstate the unjustly fired workers.

Yours truly,

(nome, cognome, eventuale organizzazione di appartenenza, nazione)


(2003) Kappa in Birmania: botta e risposta

Kappa in Birmania: botta e risposta

2003 - Chiediamo a BasicNet, multinazionale torinese, proprietaria dei marchi Kappa, Robe di Kappa e Jesus Jeans di abbandonare la produzione di capi di abbigliamento in Birmania, paese governato da una delle peggiori dittature mondiali. I sindacati internazionali, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, il sindacato birmano in esilio e molte ONG chiedono alle aziende multinazionali di interrompere i rapporti commerciali con la Birmania.

La campagna ha totalizzato 2500 cartoline e 5000 email spedite. A Torino il presidente di BasicNet annuncia una ‘pausa di riflessione’: sospendera’ temporaneamente l’approvvigionamento di capi di abbigliamento dalla Birmania.

Il 19 febbraio 2003, a Torino, nell’ambito dell’iniziativa “Olimpiadi 2006 e responsabilita’ sociale” organizzata dalla Campagna Biancaneve, si e’ tenuto un incontro pubblico fra Francesco Gesualdi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo e Marco Boglione, presidente di BasicNet/Kappa.

Nel 2002, la Rete di Lilliput ha promosso una campagna di pressione pubblica per chiedere a BasicNet di non rifornirsi piu’ da produttori localizzati in Birmania, prevedendo nel contempo delle forme di indennizzo per i lavoratori delle fabbriche interessate, in accordo con le richieste del sindacato e dell’opposizione democratica birmani.

Marco Boglione ha riconosciuto che il governo birmano e’ uno dei peggiori regimi oppressivi e che in Birmania si violano i diritti umani. Cio’ nonostante ha affermato che non spetta alle imprese assumere iniziative per fare cambiare il comportamento dei governi. Secondo Boglione questo compito spetta alle istituzioni internazionali (che in realta’ si sono gia’ espresse per la sospensione delle relazioni commerciali con il paese, vedi OIL, e per denunciare il lavoro forzato, vedi ONU) e, in assenza di misure coercitive da parte loro, le imprese hanno solo l’obbligo di rispettare le leggi dei paesi in cui operano, anche se sono in contrasto con le convenzioni internazionali. Boglione non ha dichiarato come cio’ si concili col codice di condotta assunto da BasicNet che la obbliga a rifornirsi solo da imprese che rispettano i fondamentali diritti dei lavoratori compreso il diritto ad organizzarsi in libere associazioni sindacali. Boglione ha anche messo in discussione la validita’ degli embarghi come forma di pressione a difesa dei diritti umani, mentre ha esaltato l’investimento perche’ promuove lo sviluppo e l’occupazione.  Ad ogni modo ha dichiarato di volersi prendere una pausa di riflessione sospendendo per il momento l’approvvigionamento di capi di vestiario in Birmania. A Boglione sono state fatte alcune proposte (SA8000, adeguamento al protocollo sui codici di condotta del CCNL, scelta di cooperative) per migliorare il codice di condotta di BasicNet e la ricerca dei fornitori. La campagna continua.

Per chi ha voglia di leggere le argomentazioni di Boglione in ‘presa diretta’, trovate di seguito la trascrizione della registrazione sonora del dibattito.

Potete inoltre scaricare altri articoli utili:

- Incontro CCC / Kappa

- Intervista Boglione

- Risposta della Campagna CCC

- Articolo Guardian


(2003) Accordo raggiunto in Bangladesh dopo l'uccisione di un lavoratore

20 novembre 2003 - Lo scorso 3 novembre 2003 un operaio tessile è stato ucciso, 200 sono stati feriti e 20 sono stati arrestati nel corso degli scontri svoltisi tra gli operai e la polizia nel distretto industriale BSCIC di Fatulla, Naranyongang (vicino alla città di Dhaka) in Bangladesh. Il lavoratore ucciso si chiamava Kamal, aveva 25 anni e lavorava, secondo un articolo apparso su "New Nation", alla Pentex Garments Ltd.

L'agitazione è nata dopo che gli operai di diversi stabilimenti avevano chiesto il pagamento dei salari arretrati e della gratifica festiva, che in Bangladesh deve obbligatoriamente venire pagata entro il 25 novembre, fine del mese di digiuno/ramadan. Negoziati tra i dirigenti e gli operai nella notte tra il 2 ed il 3 novembre non avevano portato ad alcun risultato e la situazione è degenerata rapidamente dopo l'arresto di un leader sindacale. La protesta, nel corso della quale alcuni stabilimenti tessili sono stati presi d'assalto, si è diffusa in tutta la zona che conta 400 impianti e 16000 lavoratori.

A seguito degli scontri e degli arresti, la Clean Clothes Campaign aveva diffuso in data 8 novembre 2003 un appello nei confronti della BMKEA (Associazione degli Imprenditori della Maglieria del Bangladesh) in cui si chiedeva di ritirare le denunce sporte nei confronti dei lavoratori tessili arrestati, riconoscere le richieste iniziali dei lavoratori riguardo al loro legittimo pagamento, inclusa la gratifica festiva, assicurare urgentemente cure mediche adeguate e un risarcimento ai lavoratori feriti e alla famiglia del lavoratore ucciso, garantire luoghi di lavoro sicuri dove i diritti dei lavoratori vengano rispettati.

In seguito all'appello, la BMKEA ha preso delle misure per venire incontro a queste richieste. Nello specifico si è impegnata a: ritirare le denunce sporte nei confronti dei lavoratori arrestati, che nel frattempo sono stati rilasciati; al pagamento di 100.000 tk alla famiglia di Kamal, il lavoratore assassinato negli scontri; ridurre l'orario lavorativo giornaliero a 8 ore, e pagare per ogni ora successiva il doppio del salario orario normale previsto; proseguire le pratiche per l'adempimento del pagamento della gratifica festiva (i lavoratori forniranno la lista degli stabilimenti in cui non viene pagato in modo che la BMKEA possa provvedere); e assicurare che i feriti ricevano adeguate cure mediche.

La Clean Clothes Campaign ringrazia tutti coloro che hanno provveduto a contattare la BMKEA per esprimere la loro preoccupazione riguardo a questi problemi e provvederà ad aggiornare le notizie al riguardo fino al completamento dell’accordo.


(2003) Tarrant-Messico: continua la battaglia per il riconoscimento del sindacato

2 novembre 2003 - La Tarrant Mexico - Ajalpan di Puebla e’ un’azienda a capitale statunitense, facente capo alla Tarrant Apparel Group con sede a Los Angeles, che produce  abbigliamento per Levi’s, Liz Claiborne, Tommy Hilfiger, the Wet Seal e altre marche USA.

E’ al centro di un conflitto sindacale dopo che a fine agosto alcune centinaia di lavoratori sono stati licenziati  per aver costituito un sindacato indipendente, SUITTAR, e aver proclamato uno sciopero a giugno per migliori condizioni di lavoro.

Il motivo ufficialmente addotto dall’azienda per i licenziamenti e’ il calo produttivo con conseguente esubero di personale, ma la procedura seguita e’ in netto contrasto con la legge del lavoro messicana che impone alle aziende di dimostrare per iscritto al JLCA (Comitato locale per la Conciliazione e l’Arbitrato di Puebla) lo stato di necessita’ temporanea  e quindi di negoziare un’indennita’ di disoccupazione per i lavoratori (questo perche’ in Messico non esiste sussidio per la disoccupazione). Inoltre, il motivo del licenziamento deve essere comunicato ai lavoratori per iscritto e, in caso di licenziamento senza giusta causa, essi hanno diritto a un’indennita’ di licenziamento o al reintegro nel posto di lavoro. Nel caso della Tarrant di Ajalpan nessuna di queste norme e’ stata rispettata e quindi i licenziamenti sono illegali. A colmare la misura, il 6 ottobre il JLCA ha respinto la richiesta di riconoscimento di SUITTAR adducendo una serie di vizi di forma. Questi, a norma di legge, avrebbero dovuto essere comunicati ai richiedenti prima del pronunciamento definitivo in modo da potervi porre rimedio; si tratta anche in questo caso di un provvedimento illegittimo. SUITTAR si appellera’ contro la decisione davanti agli uffici amministrativi nazionali del North American Agreement on Labor Cooperation (NAO/NAALC), l’OIL e l’OCSE. Ma poiche’ il caso non sara’ discusso prima di 6-8 mesi, e’ necessario che continui la pressione internazionale sul governo messicano, sulla Tarrant e sui suoi committenti.

Levi-Strauss ha risposto alle sollecitazioni e ha informato personalmente  molti dei clienti della Tarrant Apparel Group che le e’ stato negato l’accesso agli stabilimenti messicani dove intendeva recarsi per  monitorare l’applicazione del suo codice di condotta e in seguito la Tarrant Mexico ha rotto i rapporti commerciali con Levi’s.

Fra tutti i committenti, le peggiori reazioni vengono da Tommy Hilfiger, the Wet Seal e i Federated Department Stores. The Wet Seal, pur avendo un codice di condotta, non si e’ ancora espressa circa il suo intendimento, Tommy Hilfiger si e’ affrettata a cancellare le commesse per “ragioni commerciali”, i Federated Department Stores hanno dichiarato che non interverranno poiche’ il loro codice di condotta non contempla il diritto alla liberta’ di associazione.

E’ vero che molti dei marchi clienti di Tarrant non sono presenti nei negozi italiani, ma vi preghiamo di partecipare comunque alla campagna di pressione che serve a rafforzare il processo di costruzione della liberta’ sindacale in Messico. Lo abbiamo gia’ fatto in passato sostenendo, con buoni risultati, i lavoratori Nike della Mexmode, e con risultati purtroppo meno buoni, i lavoratori Puma della Matamoros.

 

SCRIVIAMO A THE WET SEAL, FEDERATED DEPARTMENT STORES INC., TOMMY HILFIGER per chiedere alle imprese di fare pressione sulla Tarrant, sul governo federale messicano e sul governo dello Stato del Puebla affinche’ sia riconosciuta legittimita’ al sindacato SUITTAR, le si invita inoltre a firmare con esso un contratto collettivo di lavoro: peter.whitford@wetseal.com; jzimmerman@fds.com; ddyer@tommy-usa.com; jhorowitz@tommy-usa.com; thilfiger@tommy-usa.com; cbirchfield@tommyhilfiger.com

Inviate per conoscenza ai seguenti indirizzi corrispondenti a uffici governativi ed altri uffici delle imprese (probabilmente qualcosa tornera’ indietro):

gguez@aol.com; gerard.guez@tags.com; kamel.nacif@tags.com; corazon.reyes@tags.com, silvia.davila@tags.com; tarrant.ajalpan@tags.com; gabriela.bringas@tags.com; pguez@innovogroup.com; iaa@innovogroup.com,
paul.guez@tags.com;buzon_abascal@stps.gob.mx;antonio.zarain@puebla.gob.mx; antonio.lopezmalo@puebla.gob.mx; armando.toxqui@puebla.gob.mx;
atq1969@hotmail.com; dorrit.bern@charming.com;sfried@limitedbrands.com;
catpuebla@yahoo.com.mx

To:

The Wet Seal

Federated Department Stores

Tommy Hilfiger

Ogg.: Tarrant Mexico – Legal recognition of the workers’ union

 

Dear sirs,

I have recently received updated information regarding the illegal dismissals of hundreds of workers from the Tarrant México – Ajalpan factory in Puebla, as well as reports that workers at this facility are being prevented from exercising their legal right to free association.

Specifically, the independent union SUITTAR was on October 6th unjustly denied legal recognition.

The company’s and labour board’s actions against the workers, and the leadership of the union, violate Mexican labour laws (the right to organize), as well as fundamental workers’ rights and constitute a human rights violation. Workers at Tarrant are entitled to be represented by

the union of their choosing, without intimidation or discrimination.

I therefore fully support the workers in this matter. I urge you to take responsibility and:

· Immediately contact Tarrant management, the Mexican federal government and the Puebla state government to ensure that:

a. The Ajalpan workers’ rights to freedom of association are upheld, thus accepting SUITTAR’s appeal, overturning the registro decision and legally recognizing the independent union. The JLCA violated LFT (Mexican Federal Law) Articles 685 and 686 stipulating its responsibility to revise all submitted documents and notify the petitioners what is lacking before considering the registro petition.

b. The company signs a collective bargaining agreement with SUITTAR according to LFT Articles 386 and 439.

· Work together with Levi’s, Limited Brands, Charming Shoppes and other TAG clients to urge TAG and the Puebla state government to comply with the brands’ Codes of Conduct and Mexican and international law.

· Publicly cite the Worker Rights Consortium report as evidence of the illegal violations, see  www.workersrights.org.

· Communicate directly with the workers and the CAT, for instance via catpuebla@yahoo.com.mx.

For your information, I am also contacting the factory’s management, the governor and JLCA of Puebla to share my concerns with them.

Thank you for your consideration. I appreciate your prompt attention and action, and hope that you will take the necessary steps to bring about a resolution to this matter that is to the satisfaction of the workers and in compliance with the law.

Sincerely,

(nome, cognome, citta’ e paese, evenutale organizzazione di appartenenza)


(2003) LOTTO in Indonesia: licenziati per aver scioperato, aspettano giustizia da tre mesi

Dal 16 luglio trovano i cancelli della loro fabbrica chiusi. Da tre mesi vivono senza stipendio e a resistere sono rimasti in 174. La loro colpa e’ di aver scioperato per quattro giorni a luglio per chiedere il rispetto del salario minimo legale e la fine delle intimidazioni nei confronti del loro giovane sindacato. Sono le lavoratrici e i lavoratori della PT Busana Prima Global di Bogor che produce abbigliamento sportivo per grandi marche europee e americane: Le Coq sportif, Bear USA, Lotto, Head e per squadre di calcio come il Manchester United.

Una giovane operaia racconta: “Una di quelle sere passate a lavorare in straordinario fino alle 6 del mattino, sono svenuta. Mi hanno condotto in infermeria e fatta distendere sul lettino. Mi sono riposata un po’, poi l’infermiera mi ha portato un po’ d’acqua e qualcosa da mangiare. Ha aspettato che finissi, ma subito mi ha fatto fretta perche’ ritornassi al mio posto, il lavoro non puo’ aspettare”.

Gli straordinari sono una cosa seria alla PT Busana, e anche se il preavviso e’ minimo, non ci si puo’ rifiutare. Chi lavora a tempo determinato, sa che non ricevera’ le maggiorazioni di legge. Non sorprende che i lavoratori raccontino che almeno una volta al giorno qualcuno si ferisce le dita, trafitte dall’ago della macchina da cucire. I rimedi sono sbrigativi: l’ago viene estratto, viene applicata tintura di iodio, e si deve riprendere il lavoro.

Situazioni come queste non sono una novita’, cosi’ come spesso capita che alla fine i lavoratori si coalizzino e reagiscano, nei paesi che almeno ufficialmente non lo vietano, costituendo un sindacato. Ma di li’ in poi la strada e’ tutta in salita. Alle prime rivendicazioni, al primo sciopero, fioccano i licenziamenti. Ogni datore di lavoro adotta una propria strategia: chi si appiglia a un cavillo legale, chi fa muro senza fornire giustificazioni.

Nel caso della PT Busana, ha fatto gioco una legge che consente in Indonesia di licenziare un lavoratore che senza giustificato motivo non si presenti al lavoro per cinque giorni di fila. Il 15 luglio, dopo quattro giorni di sciopero, un accordo mediato dal ministero del lavoro fissava per il giorno successivo il rientro in fabbrica. Ma quella mattina, davanti ai cancelli chiusi, gli addetti alla sicurezza ordinavano ai lavoratori di attendere. Dopo qualche ora, senza motivo apparente, due lavoratori venivano accusati da rappresentanti della direzione di atti di violenza e fatti condurre ai locali uffici di polizia dove venivano seguiti dagli altri compagni che volevano portare solidarieta’. Quello stesso pomeriggio, 166 persone venivano licenziate con il pretesto di aver superato i cinque giorni di assenza dal lavoro. I lavoratori della PT Busana si sono rivolti alla giustizia perche’ sia riaffermato il diritto di sciopero, ma sanno che potrebbero passare anche due anni prima di una sentenza, nel frattempo sono disoccupati e non hanno ricevuto ne’ la liquidazione ne’ l’indennita’ di licenziamento.

In agosto abbiamo scritto alla direzione della Lotto che ha risposto dicendo che la PT Busana non e’ un suo fornitore diretto, ma il fornitore del suo licenziatario inglese. Assicurava di averlo immediatamente invitato a sollecitare al fornitore una soluzione positiva della vertenza. Da allora pero’ non abbiamo avuto piu’ notizie e non ci risulta neppure che Lotto abbia risposto alla segreteria della Clean Clothes Campaign in merito alle politiche aziendali adottate per garantire e  verificare il rispetto degli standard sindacali.

Ci sembra quindi arrivato il momento di insistere.

CHE COSA POSSIAMO FARE:

Vi invito a collegarvi al sito della Clean Clothes Campaign: www.cleanclothes.org e ad aggiungere il vostro nome alla lettera di pressione telematica indirizzata a: Bear USA, Le Coq Sportif, Lotto e Head. Trovate il link al caso in prima pagina  annunciato da una bella foto delle operaie della PT Busana, e che inizia con “Please keep supporting the 174 young Indonesians in the PT Busana factory who dared to stand up for their rights”. Ciccate su “Please take two minutes to sign on to the web petition”


(2003) L'indignazione del CAT

L'indignazione del CAT

17 febbraio 2003 - Il Centro de Apoyo al Trabajador (CAT), organizzazione che assiste i lavoratori della Matamoros in Messico, respinge le conclusioni contenute nel rapporto della Puma (tradotto nel mio precedente messaggio), pone serie critiche al metodo seguito nelle indagini e denuncia la campagna di diffamazione condotta nei suoi confronti. La Clean Clothes Campaign tedesca ha scritto a Puma per denunciare due gravi scorrettezze: aver filmato i lavoratori durante le interviste, aver trasmesso nelle conclusioni del rapporto la falsa impressione che aderire al sindacato di comodo Sindicato Francisco Villa de la CTM equivalga ad esercitare la liberta' di associazione. La campagna tedesca ha chiesto a Puma di incontrare un rappresentante del CAT che sara' in Germania in questi giorni. Il 25 febbraio si terra' una conferenza stampa a Colonia.

Sotto trovate la traduzione della dichiarazione del CAT e un messaggio da inviare a Puma. I messaggi gia' inviati sono tantissimi e occorre che ne arrivino ancora molti.

DICHIARAZIONE DEL CENTRO DE APOYO AL TRABAJADOR (CAT)

Atlixco, Puebla

12 Febbraio 2003

Egregio dr. Reiner Hengstmann,

di fronte alla societa' civile e al mondo intero respingiamo con fermezza le conclusioni contenute nel vostro rapporto pubblico! Ci siamo incontrati con voi oltre una settimana fa nella citta' di Puebla, in Messico, in un'atmosfera illusoria di fiducia e comprensione reciproca. In quella sede ci avete comunicato l'intenzione di svolgere una serie di interviste alla Matamoros Garment S.A. allo scopo di raccogliere indicazioni utili in relazione alle denunce di sfruttamento del lavoro e di violazione dei diritti umani e sindacali. In risposta alle nostre contestazioni circa le gravi intimidazioni subite dai lavoratori, ci avete assicurato che avreste condotto un'indagine e, una volta terminate le interviste, avreste reso pubblici i risultati, ma non prima di esservi consultati con noi.

Invece che cosa e' accaduto? Avete dato pubblicita' alle vostre conclusioni senza consultarci, dopo averci per giunta negato una risposta alla e-mail con la quale, la mattina successiva al nostro incontro, vi illustravamo in dettaglio il  nostro punto di vista circa la necessita' di sottoporre i risultati a una verifica indipendente. Nel messaggio esprimevamo la nostra netta preoccupazione che venissero scelte modalita' non idonee per intervistare i lavoratori e suggerivamo che queste venissero, come minimo, condotte in luoghi separati dalla fabbrica al fine di garantire la necessaria obiettivita'. Abbiamo insistito su questo punto senza ricevere risposta.

Avete tradito la nostra fiducia e l'accordo in base al quale ci saremmo astenuti dal riferire del nostro incontro a John Whittinghill (direttore della Matamoros, ndt.), ad altre organizzazioni, o alla stampa, finche' le indagini non fossero concluse e i risultati ci fossero comunicati prima della loro diffusione pubblica.

Ed ecco che questa mattina avete inviato a noi e a tutto il mondo i "risultati" delle indagini svolte dalla Puma. Avete citato il sito web della Matamoros, dove sono pubblicati i livelli salariali degli operai, che mostra come una giornata di lavoro di 10 ore sia pagata non piu' di 39 pesos. Il salario minimo nella "Zona C" e' di 40,30 pesos al giorno, mentre il salario minimo di un cucitore nella categoria professionale e' di 52,10 pesos per una giornata lavorativa di 8 ore. (http://www.conasami.gob.mx/indice.htm). Ovviamente la maggioranza degli operai sono cucitori, il che significa che dovrebbero essere classificati nella categoria professionale, cio' che attualmente non avviene.

Ci chiediamo quindi che tipo di indagine abbiate svolto. E' evidente che non siete a conoscenza dei minimi salariali messicani e state di fatto violando le leggi del lavoro nazionali. Respingiamo fermamente le vostre dichiarazione cariche di menzogne che offendono tutti i lavoratori, e quelli della Matamoros Garment in particolare. State aggiungendo ingiustizia alle tante perpetrate nei confronti dei lavoratori messicani, specie di quelli che lavorano nell'industria per l'esportazione, che fa di loro persone invisibili e ignorate dal mondo.

Le vostre dichiarazioni testimoniano con ogni evidenza la mancanza di scrupoli, il completo disinteresse e l'avversione che caratterizzano il vostro comportamento verso i lavoratori, senza contare la bassezza morale di chi mente sapendo di mentire quando afferma che il CAT approva i risultati delle vostre indagini.

Non abbiamo mai ritrattato e non ritratteremo mai le denunce che abbiamo fatto in merito alle condizioni dei lavoratori, a Puma, alla situazione specifica della Matamoros.

Non vi abbiamo autorizzato a usare il nome delle nostra organizzazione che avete infangato per servire i vostri scopi. Nel farlo avete diffamato e macchiato il nome dell'intera classe lavoratrice.

In considerazione di tutto questo, ci vediamo costretti a denunciare Puma alla societa' civile, alla stampa nazionale e internazionale e a tutto il mondo, come un'impresa non degna di fiducia che adotta comportamenti antisindacali.

L'unico modo che avete per riabilitarvi e' ritornare alla Matamoros Garment,parlare con John Whittinghill e con il governo dello stato del Puebla; riconoscere che sono stati perpetrati abusi ai danni dei lavoratori e garantire che essi possano scegliere liberamente la propria organizzazionesindacale senza subire intimidazioni o ritorsioni; cancellare il contratto di protezione siglato con il Sindicato Francisco Villa del CTM. La lotta continua!

CAT - Centro de Apoyo al Trabajador

SCRIVIAMO NUOVAMENTE A PUMA (sintesi: siamo delusi dei risultati delle vostre indagini. Il CAT avanza serie critiche circa il metodo ma anche l' assenza di consultazioni. Disapproviamo inoltre le riprese filmate dei lavoratori intervistati e l'informazione fuorviante secondo cui iscriversi a un sindacato di comodo equivalga a esercitare la liberta' di associazione.

Vi chiediamo nuovamente di ripristinare gli ordini alla Matamoros , di garantire il rispetto del vostro codice di condotta e delle convenzioni OIL e di accettare verifiche indipendenti con l'inclusione dei lavoratori e di loro organizzazioni di fiducia come il CAT.  Vi chiediamo di riprendere il dialogo con la direzione della Matamoros e del governo dello stato del Puebla, di riconoscere le violazioni subite dai lavoratori e di garantire loro il diritto di scegliere il proprio sindacato cancellando il contratto di protezione siglato con il Sindicato Francisco Villa de la CTM.)

Mr. Reiner Hengstmann

Global Head Environmental and Social Affaire

PUMA AG

e-mail: reiner.hengstmann@puma.com

Ogg.: Respect workers' rights at Matamoros Garment factory - Mexico

Dear Mr. Hengstmann,

We consider the outcome of your investigation at the Matamoros Garment

factory as extremely disappointing. The CAT not only rejects the conclusions

reached by PUMA but also has very serious criticisms about the way the

investigation was conducted and about the fact that results were not

discussed first with the CAT as parties agreed to do. In addition, we

strongly disagree with your approach to investigation, such as the use of

videotaping of interviewed workers, and with your approach to information,

such as giving the false impression that joining the CTM amounts to freedom

of association.

We call upon you once more to resume production at the Matamoros facility

and ensure that your code and internationally recognized labour standards

are respected. A system of independently verifying compliance with these

standards needs to be set up which includes workers and their organizations,

such as CAT. A corrective action plan has to be developed and PUMA must

ensure that it is implemented. An important first step would be the formal

recognition of the free trade union SITEMAG.

We ask you to talk with the Matamoros management and the Government of the

State of Puebla to recognize the violations against the workers and give

them the opportunity to freely choose a union without company harassment or

pressure, and terminate the protection contract signed with the Sindicato

Francisco Villa of the CTM.

We hope to be soon hearing good news from you in this respect.

Sincerely,

(nome, cognome, eventuale organizzazione di appartenenza)


(2003) Nike e Puma: un appello agli italiani da Nikewatch

10 marzo 2003 - Sui casi  Nike/PT Doson (Indonesia) e Puma/Matamoros (Messico) Tim Connor, coordinatore della Nikewatch Campaign per l'organizzazione australiana Oxfam Community Aid Abroad, invita a scrivere una email alla Footlocker, una delle piu' grandi catene di distribuzione di scarpe e abbigliamento sportivi.

Rivolge l'invito in modo particolare agli italiani che pare si siano distinti per il numero di messaggi inviati finora a Nike. Questo non puo' che farci piacere (grazie a tutti da parte mia) e dunque insistiamo!

Ecco un aggiornamento sul caso PT Doson, a seguire il testo da inviare a Footlocker (sul caso Puma inviero' a giorni le ultime notizie):

Due rappresentanti degli ex lavoratori della PT Doson, Yeheskiel Prabowo e Ida Mustari, accompagnati da Tim Connor di Oxfam Community Aid Abroad, hanno preso parte a un seminario al controvertice di Davos (Public Eye on Davos) su globalizzazione e lavoro, il 27 gennaio scorso. Phil Knight, presente al World Economic Forum,  e' stato invitato a discutere pubblicamente delle politiche del lavoro di Nike, ma ha preferito declinare l'invito.

Ida ha raccontato i suoi 9 anni di lavoro alla PT Doson a far scarpe per Nike, la quantita' di ore straordinarie lavorate da lei e dal marito senza riuscire a mantenere i due figli, cresciuti dai nonni nella lontana Sumatra, per vederli solo una volta all'anno per quattro giorni durante le festivita' religiose. Poi a settembre 2002 la doccia fredda: Nike toglie le commesse, per Ida e per i suoi compagni e' il licenziamento in tronco. Per poter avere la liquidazione, citano in giudizio il datore di lavoro, che garantisce solo la meta' della somma, pur sapendo che una causa puo' durare fino a 2 anni. Ida cerca un nuovo posto, ma intanto, come molti altri, deve fare debiti per sopravvivere ed e' chiaro che non potra' continuare a pagare la sua parte di spese legali. Gli ex dipendenti della PT Doson - riferisce al Jakarta Post uno dei loro rappresentati sindacali  - sono costretti a vivere di riso e sale. In virtu' del meccanismo del subappalto, che le consente di scindere legalmente le proprie responsabilita' da quelle dei suoi fornitori, a nulla
sono valsi finora i tentativi di ottenere da Nike il pagamento del dovuto.
Ma su questo occorre insistere: Nike non puo' sottrarsi alla responsabilita' morale che la lega a chi ha contribuito a costruire la sua fortuna per 11 anni e mezzo e ora chiede che siano rispettati i suoi diritti. Trovate i racconti di Ida e Prabowa a Davos nel sito www.evb.ch/nikewatch.htm.

COPIATE E SPEDITE QUESTO MESSAGGIO (sintesi: la vostra e' una delle piu' grande catene di distribuzione di articoli sportivi, per questo vi chiedo di contribuire alla risoluzione di due conflitti di lavoro, in Indonesia e in Messico. PT Doson ha prodotto scarpe sportive per conto di Nike per 11 anni e mezzo e ora, rimasta senza lavoro, ha licenziato tutti i 7 mila dipendenti. I lavoratori hanno fatto causa al proprietario per avere la liquidazione, ma i tempi sono lunghi e intanto fanno la fame. Chiedete a Nike di intervenire immediatamente, il fatto che non fosse proprietaria della fabbrica non la esime dalle sue responsabilita' morali. Puma ha dato lavoro alla Matamoros Garment in Messico fino al gennaio 2003. Le condizioni di lavoro erano pessime, ma proprio quando si stava formando un sindacato, Puma ha tolto le commesse.
Chiedete a Puma di ripristinare gli ordini e assicurare il libero esercizio dell'attivita' sindacale. Voi avete il potere di influenzare le decisioni di aziende come Nike e Puma e di far sapere che i consumatori non vogliono acquistare prodotti ottenuti con lo sfruttamento del lavoro)

Inviate il messaggio a:
customer_service@footlocker.com (attenzione digitate: customer_service)
help@footlocker-europe.com

inviatene copia a:
timc@sydney.caa.org.au,
continuous.improvement@nike.com

Oggetto: Nike-PTDoson, Puma-Matamoros

Mr. Matthew D. Serra
President and Chief Executive Officer
Footlocker Inc.

Dear Mr. Matthew D. Serra,

As your company is one of the world's largest sportswear retailers, I am writing to urgently seek your support for workers from two sportswear factories. One was in Indonesia, the other is in Mexico. The PT Doson factory in Indonesia produced sportshoes for Nike for eleven and a half years. In September 2002 Nike stopped ordering from the factory and it closed, putting 7,000 people out of work.

The factory's owner is refusing to pay workers the severance pay required by the Indonesian government. The workers have taken the factory to court, but the case could take up to two years to complete. Meanwhile workers are living off credit while they seek other work. Press reports indicate that many of the workers are going hungry, with meals consisting of little more
than rice with salt.

Please urgently call Nike's attention to this case and urge the company to pay workers what they are owed. Nike's system of contracting out all its production should not excuse Nike from responsibility for ensuring that the legal rights of the workers who make its goods are respected. This includes their right to severance pay when a factory closes, particular when the
factory closes as a result of Nike cutting its orders.

Puma was a customer at the Matamoros Garment factory in Mexico from July 2002 until January 2003. A Mexican labour rights group reports that conditions at the factory were poor, including illegally low wages, forced overtime and verbal abuse.  Puma recently ceased ordering from the factory, just as workers started to establish an independent union.According to Puma this was because the factory is currently unable to meet production deadlines.

The factory owner has told workers that Puma left because the workers organised a union and held a short strike for better wages and conditions. Genuine respect and promotion of workers' right to form and join democratic trade unions is the most powerful way that companies can prevent exploitation in the production of their goods.

Please urge Puma to restart ordering from the Matamoros Garment factory and to work with the factory to ensure that workers' trade union rights are respected.

As a major sportswear retailer your company has considerable influence over Nike, Puma and other sportswear companies. Consumers do not want to buy goods made in sweatshops. I look forward to hearing that you have used your influence to persuade these companies to do the right thing in these cases.

Sincerely

(nome, cognome, paese, eventuale organizzazione di appartenenza)


(2003) Nike e Puma: un appello agli italiani da Nikewatch

Nike e Puma: un appello agli italiani da Nikewatch

10 marzo 2003 - Sui casi  Nike/PT Doson (Indonesia) e Puma/Matamoros (Messico) Tim Connor, coordinatore della Nikewatch Campaign per l'organizzazione australiana Oxfam Community Aid Abroad, invita a scrivere una email alla Footlocker, una delle
piu' grandi catene di distribuzione di scarpe e abbigliamento sportivi.
Rivolge l'invito in modo particolare agli italiani che pare si siano distinti per il numero di messaggi inviati finora a Nike. Questo non puo' che farci piacere (grazie a tutti da parte mia) e dunque insistiamo!

Ecco un aggiornamento sul caso PT Doson, a seguire il testo da inviare a Footlocker (sul caso Puma inviero' a giorni le ultime notizie):

Due rappresentanti degli ex lavoratori della PT Doson, Yeheskiel Prabowo e Ida Mustari, accompagnati da Tim Connor di Oxfam Community Aid Abroad, hanno preso parte a un seminario al controvertice di Davos (Public Eye on Davos) su globalizzazione e lavoro, il 27 gennaio scorso. Phil Knight, presente al World Economic Forum,  e' stato invitato a discutere pubblicamente delle politiche del lavoro di Nike, ma ha preferito declinare l'invito.

Ida ha raccontato i suoi 9 anni di lavoro alla PT Doson a far scarpe per Nike, la quantita' di ore straordinarie lavorate da lei e dal marito senza riuscire a mantenere i due figli, cresciuti dai nonni nella lontana Sumatra, per vederli solo una volta all'anno per quattro giorni durante le festivita' religiose. Poi a settembre 2002 la doccia fredda: Nike toglie le commesse, per Ida e per i suoi compagni e' il licenziamento in tronco. Per poter avere la liquidazione, citano in giudizio il datore di lavoro, che garantisce solo la meta' della somma, pur sapendo che una causa puo' durare fino a 2 anni. Ida cerca un nuovo posto, ma intanto, come molti altri, deve fare debiti per sopravvivere ed e' chiaro che non potra' continuare a pagare la sua parte di spese legali. Gli ex dipendenti della PT Doson - riferisce al Jakarta Post uno dei loro rappresentati sindacali  - sono costretti a vivere di riso e sale. In virtu' del meccanismo del subappalto, che le consente di scindere legalmente le proprie responsabilita' da quelle dei suoi fornitori, a nulla
sono valsi finora i tentativi di ottenere da Nike il pagamento del dovuto.
Ma su questo occorre insistere: Nike non puo' sottrarsi alla responsabilita' morale che la lega a chi ha contribuito a costruire la sua fortuna per 11 anni e mezzo e ora chiede che siano rispettati i suoi diritti. Trovate i racconti di Ida e Prabowa a Davos nel sito www.evb.ch/nikewatch.htm.

COPIATE E SPEDITE QUESTO MESSAGGIO (sintesi: la vostra e' una delle piu' grande catene di distribuzione di articoli sportivi, per questo vi chiedo di contribuire alla risoluzione di due conflitti di lavoro, in Indonesia e in Messico. PT Doson ha prodotto scarpe sportive per conto di Nike per 11 anni e mezzo e ora, rimasta senza lavoro, ha licenziato tutti i 7 mila dipendenti. I lavoratori hanno fatto causa al proprietario per avere la liquidazione, ma i tempi sono lunghi e intanto fanno la fame. Chiedete a Nike di intervenire immediatamente, il fatto che non fosse proprietaria della fabbrica non la esime dalle sue responsabilita' morali. Puma ha dato lavoro alla Matamoros Garment in Messico fino al gennaio 2003. Le condizioni di lavoro erano pessime, ma proprio quando si stava formando un sindacato, Puma ha tolto le commesse.
Chiedete a Puma di ripristinare gli ordini e assicurare il libero esercizio dell'attivita' sindacale. Voi avete il potere di influenzare le decisioni di aziende come Nike e Puma e di far sapere che i consumatori non vogliono acquistare prodotti ottenuti con lo sfruttamento del lavoro)

Inviate il messaggio a:
customer_service@footlocker.com (attenzione digitate: customer_service)
help@footlocker-europe.com

inviatene copia a:
timc@sydney.caa.org.au,
continuous.improvement@nike.com

Oggetto: Nike-PTDoson, Puma-Matamoros

Mr. Matthew D. Serra
President and Chief Executive Officer
Footlocker Inc.

Dear Mr. Matthew D. Serra,

As your company is one of the world's largest sportswear retailers, I am writing to urgently seek your support for workers from two sportswear factories. One was in Indonesia, the other is in Mexico. The PT Doson factory in Indonesia produced sportshoes for Nike for eleven and a half years. In September 2002 Nike stopped ordering from the factory and it closed, putting 7,000 people out of work.

The factory's owner is refusing to pay workers the severance pay required by the Indonesian government. The workers have taken the factory to court, but the case could take up to two years to complete. Meanwhile workers are living off credit while they seek other work. Press reports indicate that many of the workers are going hungry, with meals consisting of little more
than rice with salt.

Please urgently call Nike's attention to this case and urge the company to pay workers what they are owed. Nike's system of contracting out all its production should not excuse Nike from responsibility for ensuring that the legal rights of the workers who make its goods are respected. This includes their right to severance pay when a factory closes, particular when the
factory closes as a result of Nike cutting its orders.

Puma was a customer at the Matamoros Garment factory in Mexico from July 2002 until January 2003. A Mexican labour rights group reports that conditions at the factory were poor, including illegally low wages, forced overtime and verbal abuse.  Puma recently ceased ordering from the factory, just as workers started to establish an independent union.According to Puma this was because the factory is currently unable to meet production deadlines.

The factory owner has told workers that Puma left because the workers organised a union and held a short strike for better wages and conditions. Genuine respect and promotion of workers' right to form and join democratic trade unions is the most powerful way that companies can prevent exploitation in the production of their goods.

Please urge Puma to restart ordering from the Matamoros Garment factory and to work with the factory to ensure that workers' trade union rights are respected.

As a major sportswear retailer your company has considerable influence over Nike, Puma and other sportswear companies. Consumers do not want to buy goods made in sweatshops. I look forward to hearing that you have used your influence to persuade these companies to do the right thing in these cases.

Sincerely

(nome, cognome, paese, eventuale organizzazione di appartenenza)


(2003) La nuova campagna Benetton: ecco perchè non ci piace

Febbraio 2003 -  La nuova campagna promozionale con la quale Benetton associa il suo nome al Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite e’ appena partita e gia’ incombe sulle nostra strade e infarcisce i nostri giornali. Guardiamo quella pubblicita’ e come sempre scuotiamo la testa. Benetton non ci convince. Non ci convince sui temi della pace, della lotta alla fame, delle donne, delle minoranze etniche. Ecco perche’:

NEL GOLFO PER L’ESERCITO INGLESE: LA NAVE DI BENETTON

“Milano - Nel dibattito italiano sui preparativi bellici fa irruzione il caso "Strada Gigante": una nave italiana che sta trasportando verso il teatro di guerra materiale bellico per conto delle forze armate britanniche. A fare scandalo - secondo Oliviero Diliberto, leader dei Comunisti italiani - è che la nave sia in parte di proprietà dei Benetton, dinastia dall'immagine storicamente pacifista. "Stradablu", la compagnia armatrice che possiede la nave spiega che i Benetton hanno con la loro "21 Investimenti" una partecipazione in "Stradablu" minoritaria e "finanziaria", senza coinvolgimento nella gestione. Dalle visure camerali, si scopre però che la partecipazione è del 44,62%. Tra i proprietari della "21 Investimenti" con il 56% dei Benetton c'è anche il 10% della Fininvest di Berlusconi.»

(La Repubblica, giovedì 27 febbraio 2003,  p. 9)

PER COMBATTERE LA FAME BASTA PAGARE UN GIUSTO SALARIO
La multinazionale veneta sarebbe di maggior aiuto alla causa della lotta contro la fame nel mondo se decidesse finalmente di corrispondere a chi lavora per lei in ogni parte del mondo salari in linea con il costo della vita. Dall’indagine “Wearing thin: the state of pay in the fashion industry, 2000-2001” , condotta dall’organizzazione inglese Labour Behind the Label, aderente alla rete della Clean Clothes Campaign, Benetton risulta essere una delle aziende meno attente al problema dei livelli retributivi nei paesi di delocalizzazione. Riferirsi costantemente ai minimi salariali locali, come fa Benetton, significa mantenere consapevolmente intere comunita’ al di sotto della soglia di poverta’.

Il Coordinamento Lombardo Nord/Sud del Mondo ha scritto alle grandi associazioni pacifiste italiane invitandole a non accettare eventuali traini promozionali da parte della Benetton in campagne di solidarieta’ con la popolazione irachena, come invece avvenne durante la guerra del Kosovo (ricordate la campagna ‘Benetton per il Kosovo’ lanciata dalla multinazionale proprio mentre negava la presenza di bambini, profughi kurdi, nelle sue fabbriche turche?) (per informazioni: Ersilia Monti)

LE DONNE AFGHANE NON VESTONO BENETTON
Lettera aperta alla stampa
.
Abbiamo visto sulle vostre pagine le splendide foto di bambine e ragazze afghane, ritratte dalla Benetton a pubblicizzare il nuovo corso della politica afghana rispetto alle donne. Le immagini hanno un forte impatto emotivo, l¹accostamento burqua-volto scoperto e/o le didascalie non lasciano dubbi: oggi le ragazze sarebbero libere di trovare un lavoro, di andare a scuola, di rientrare dall¹esilio.

Noi e voi sappiamo che non è così.

Certamente conoscete quanto noi gli ultimi rapporti di Human Rights Watch, che potete consultare comodamente sul loro sito www.hrw.org , o persino tradotti in parte in italiano sui nostri siti (www.wforw.it ;  www.ecn.org/reds/donne/donne.html), visto che la
stampa si guarda bene dal pubblicarli.

Potete rivolgervi ad Amnesty International, o anche ai vostri stessi corrispondenti che sono certamente ben informati. 

Perché allora ospitare sulle vostre pagine una campagna pubblicitaria che nega e nasconde quello che è oggi più che mai necessario denunciare con forza?

La "liberazione" delle donne è stato uno dei principali falsi obiettivi dei bombardamenti americani in Afghanistan. Le donne afghane, attraverso le loro organizzazioni quali tra le altre Rawa ed Hawca, si sono opposte strenuamente a questo massacro e sono state ignorate. Hanno denunciato senza ambiguità che i nuovi padroni dell¹Afghanistan, i signori della guerra insediati dal governo americano e mai liberamente eletti dalla popolazione, sono dei criminali. Essi hanno provocato centinaia di migliaia di morti negli ultimi trenta anni, hanno devastato, torturato e calpestato i diritti
e la dignità umana delle donne quando erano al governo prima dei talebani. Contro di loro Rawa chiede da anni un processo internazionale per crimini contro l¹umanità e l¹accurata documentazione per realizzarlo è già pronta e disponibile da anni. Peccato che non si trovi ne¹ un giornale ne¹una forza politica, neppure qui in Italia, disposto a sporcarsi le mani con questa storia poco edificante.

In tutte le province dell¹Afghanistan le scuole riaperte a beneficio dei riflettori occidentali vengono assalite da bande di fondamentalisti e non sono poche quelle che sono state costrette a chiudere di nuovo.

Dobbiamo ricordarvelo noi che la sharia è in vigore ovunque, le carceri sono piene di donne che fuggono alla violenza domestica, i suicidi per sfuggire ai matrimoni forzati non diminuiscono, in molte regioni è nuovamente proibito alle donne circolare senza un parente stretto maschio? Le donne vengono arrestate e sottoposte a visite ginecologiche forzate, non riescono a raggiungere scuole, posti di lavoro, università a causa delle restrizioni rigidissime sulla libertà di movimento. Forse non è evidente a chi gira solo per Kabul, ma chi mette un piede fuori dalla capitale entra in un territorio fuori da ogni controllo.

Sta per arrivare l¹8 marzo e qui in Italia ci saranno compagne a sostegno di Rawa. Per favore, evitate di pubblicare, magari accanto a un articolo corretto e ben informato come certo siete in grado di fare, qualche bella foto pubblicitaria capace di spazzare via, con un¹occhiata, fiumi di
inchiostro.

COORDINAMENTO ITALIANO A SOSTEGNO DI RAWA
www.ecn.org/reds/donne/coordinamentoRAWA.htmlNUOVI VOLTI DELLA COLONIZZAZIONE

Nel 1991 la Benetton acquisto’ in Argentina, a prezzi stracciati, 900 mila ettari di terreno in Patagonia dove alleva greggi di pecore che la riforniscono di migliaia di tonnellate di lana. Quei luoghi pero’ non erano disabitati, ci vivono infatti da sempre le comunita’ Mapuche, ora confinate in una striscia di terra sovraffollata chiamata Reserva de la Compania. Ogni tanto qualche famiglia mapuche sconfina per occupare un misero fazzoletto di quella che solo fino a ieri era la sua terra. Il risultato immediato e’ lo sgombero violento, come ha potuto sperimentare lo scorso ottobre la famiglia Nahuelquir-Curinanco, a cui la polizia, mandata dai Benetton, ha sequestrato i beni e ha demolito l’abitazione. Quello che segue e’ l’ultimo comunicato della Comunità Mapuche-Tehuelche “11 de Octubre”.

Esquel, Puelmapu, 28 febbraio 2003

BENETTON: LA MULTINAZIONALE DELLA MENZOGNA, I COLORI UNITI DELLA SIMULAZIONE
.
La menzogna non è un marchio registrato di Benetton, ne è la sua essenza. Poche settimane fa la multinazionale italiana ed il PAM (programma alimentario mondiale dell’ONU) hanno lanciato la campagna Cibo per la Vita. Utilizzando fotografie scattate in Sierra Leone, Afghanistan, Cambogia e Guinea argomentano che cercheranno di coscientizzarci sulla fame nel mondo. I buoni samaritani tornano alla carica... tremino gli affamati!!!

Con l’accumulazione di quasi un milione di ettari in territorio mapuche la multinazionale perpetua un sistema sociale, economico e politico ingiusto, che condanna alla fame gran parte del nostro popolo. A loro bastano delle fotografie ad effetto per rifarsi la faccia... Loro che hanno fatto sgomberare la famiglia mapuche Curiñanco.

La strategia del gruppo veneto è quella di mentire; più grande è la menzogna, più essa risulta credibile e più aumenta il fatturato.

Lo scorso ottobre la responsabile del Servizio Sociale di Esquel, Miriam Grimaldi, ha realizzato uno studio socio-ambientale sulla famiglia Curiñanco. In esso si afferma: “La situazione economica della famiglia ha avuto un forte crollo per la perdita del lavoro della signora Rosa e la difficoltà economica in cui versa l’Argentina (...) Indipendentemente dai risvolti legali che vedono la famiglia contrapposta alla Compañía de Tierras Sud Argentina (così si fa chiamare Benetton in Patagonia), la restituzione della terra e tutto quanto è andato perduto durante lo sgombero rappresenterebbe la restituzione della dignità ad una famiglia originaria di queste terre, che solo chiede di poter contribuire al mantenimento dei suoi integranti.”

Benetton, attraverso il suo avvocato, ha presentato un ricorso alla Procura contro la signora Grimaldi in cui si afferma: “Non è possibile permettere che uno studio socio-ambientale si trasformi in un’esplicita rivendicazione di un atto illegale: l’appropriazione illecita dei diritti del mio cliente. Non è giustificabile l’occupazione perpetrata dai Curiñanco.”

La multinazionale, paladina nel mondo dei diritti umani, si appella alle “leggi” che perpetuano il latifondismo...
Benetton non vende solo maglioni, controlla autostrade e società di telefonia. Adesso arriva alla presunzione di dirci cosa è bene, cosa è male. Così arriva a sostenere come dobbiamo pensare, ruolo già ricoperto da Julio Argentino Roca, Jorge Rafael Videla, Augusto Pinochet, Adolf Hitler, Benito Mussolini...

E’ veramente lungo l’elenco delle considerazioni della multinazionale, solo vogliamo sottolinearne alcune che smascherano i paladini della lotta alla fame: “Atilio Curiñanco ha un lavoro fisso per il quale percepisce uno stipendio di circa 100 euro al mese, superiore a quello di altri nella zona (...) Vive in una casa confortevole, provvista di servizi che molti suoi compatrioti vorrebbero avere. Insomma una situazione rispettabile, non come quella della gran parte degli argentini che non ha alcuna fonte reddito e nemmeno una casa.”

E’ veramente indignante l’infamia sostenuta da Benetton. Nella città di Esquel una famiglia, per riuscire a coprire le necessità di base, ha bisogno di 220 dollari al mese sempre che abbia una casa propria. La famiglia Curiñanco può contare solo sullo stipendio di Atilio, circa 100 euro. E’ evidente che non si tratta di una situazione di privilegio. Ma capiamo la situazione di Benetton perché paga i suoi braccianti, che lavorano dall’alba al tramonto, dai 50 ai 70 euro al mese.
E’ rispettabile la posizione economica dei Curiñanco solo perché non stanno morendo di fame? Qual è la posizione economica di Benetton che possiede un milione di ettari? Quale responsabilità ha il gruppo italiano in questo panorama d’impoverimento generalizzato?
La multinazionale italiana chiede alla Procura: “ Non si riesce a capire il vincolo tra i popoli aborigeni e l’occupazione di territorio di cui si sono resi protagonisti i Curiñanco. Che non vengano con scusanti o striscioni in sostegno alle care e rispettabili culture aborigene, culture che il mio cliente ha promosso e preserva più delle stesse comunità. Che non si usi tutto ciò per giustificare un illecito e l’ignoranza della legge.”

Certo, Benetton dice di non capire quale relazione esista tra il popolo mapuche ed i Curiñanco. Se lo facesse, sarebbe costretto ad ammettere di essere un colonialista. Per la multinazionale italiana i nostri diritti come popolo originario sono solo una scusante, degli striscioni... Dice che preserva la nostra cultura. Starà pensando di clonarci? Quando parla di preservazione sicuramente allude ai privilegi conferiti dal possesso di un milione di ettari. Quando parla di “promuovere” sottintende gli sgomberi delle comunità mapuche vicine al suo latifondo.

Prima di venir fuori con parole irrispettose, Benetton deve spiegare da dove sono venuti fuori gli oggetti mapuche e tehuelche del suo museo. Deve anche spiegare perché nel depliant che diffonde per promuovere il museo sui mapuche ha inserito le parole del lonko Foyel pronunciate nel 1870: “Qui c’è posto per tutti.” Chi sono “tutti” per la multinazionale? Certo non il popolo mapuche.

“La resistenza dei popoli oppressi è il limite dei tiranni”

Per Giustizia, Territorio, Libertà.

Marici Weu!!! Marici Weu!!!

(Dieci volte vinceremo, dieci volte saremo vivi!!!)

Organizzazione di Comunità Mapuche-Tehuelche “11 de Octubre”

puelmapu@terra.com.ar


(2003) Puma in Messico: aggiornamento

Puma in Messico: aggiornamento

13 febbraio 2003 - Il 13 gennaio scorso 190 lavoratori/lavoratrici della Matamoros, subfornitrice di Puma nello stato messicano del Puebla, sono scesi in sciopero spontaneo contro il mancato pagamento dei salari, lo straordinario forzato, l'imposizione di un sindacato sgradito. Denunciavano inoltre diessere tenuti chiusi a chiave nella fabbrica. E' stato costituito un sindacato indipendente con il nome di Sindicato Independiente de Trabajadores de la Impresa Matamoros Garment (SITEMAG).
Puma, contattata dalla Clean Clothes Campaign tedesca, ha assicurato il 17 gennaio che avrebbe mandato qualcuno sul posto per accertamenti ma non prima di due settimane. Quello stesso giorno, la direzione della Matamoros comunicava ai dipendenti che Puma stava togliendo le commesse e che insistere con il sindacato avrebbe finito per fargli perdere il posto. Il 18 gennaio informava infine che Puma si era portata via tutto il lavoro. Nel frattempo centinaia di organizzazioni e singoli consumatori europei e nordamericani si mobilitavano in iniziative di pressione nei confronti di Puma, fra queste la Federazione internazionale dei lavoratori dell'abbigliamento e cuoio (ITGLWF) e la sua affiliata europea ETUC/TLC. Il 28 gennaio Puma rilasciava una dichiarazione secondo cui avrebbe svolto un'ispezione alla Matamoros all'inizio di settembre 2002 senza rilevare irregolarità e che l'8 ottobre sarebbe arrivata alla decisione di cessare i suoi rapporti con il fornitore a causa di ritardi nelle consegne. Per inciso, Puma ha chiuso il bilancio il 31 gennaio con un utile netto di 84,9 milioni di euro (il 114 per cento in piu' rispetto all'anno precedente).

In risposta alle pressioni pubbliche, Reiner Hengstmann, responsabile del settore affari sociali e ambientali della multinazionale tedesca, ha svolto un sopralluogo alla Matamoros all'inizio di febbraio. Stando alle prime notizie, non avrebbe riscontrato assenza di liberta' sindacale (dato che in fabbrica c'e' gia' un sindacato, quello di comodo.). I lavoratori sarebbero stati ripresi da una telecamera mentre venivano intervistate dagli ispettori. E' atteso a breve un resoconto del CAT. Dal 20 al 26 febbraio sara' in Germania una delegazione dal Messico che terra' una conferenza stampa il 25 febbraio.

Questa mattina ho ricevuto la risposta della Puma all'appello inviato per e-mail. Dato che contiene nuovi elementi, mi pare superato il testo che la Clean Clothes Campaign suggeriva qualche giorno fa  di inviare a rincalzo del precedente.Attenderei i risultati della conferenza stampa e nuove istruzioni.

RISPOSTA DI PUMA (Reiner Hengstmann) AGLI APPELLI E-MAIL

Le denunce diffuse in relazione all'attivita' della Matamoros Garment ci hanno profondamente colpito. Di concerto con il nostro centro acquisti World Cat America (WCA) abbiamo disposto un'ispezione sul posto. Tre persone sono incaricate di accertare i fatti, raccogliere informazioni ed effettuare riprese. Desidero ricapitolare lo stato dei rapporti fra Puma e Matamoros Garment. Puma commercializza e distribuisce abbigliamento e scarpe sportive su scala mondiale. Non produce direttamente, ma opera sulla base di contratti di commessa in circa 28 paesi. Il 29 luglio 2002 Puma e WCA, attraverso un agente commerciale statunitense, hanno sottoscritto un contratto di fornitura con la Matamoros Garment per quantitativi limitati. Nel rispetto degli standard Puma, che sono in linea con le procedure di auditing SA8000 e le convenzioni internazionali, nello stabilimento e' stata svolta un' ispezione. I risultati sono stati giudicati soddisfacenti. All'inizio di ottobre a WCA e' giunta notizia che il maggiore cliente di Matamoros aveva aperto una procedura di fallimento. Contatti con il titolare confermavano che Matamoros non era piu' in grado di rispettare le consegne a causa delle difficolta' economiche insorte. Di comune accordo Puma rinunciava ad assegnare nuovi ordini. Dalla meta' di ottobre 2002 e per tutto gennaio 2003, l'agente commerciale americano di Puma continuava ad effettuare pagamenti alla Matamoros, al di la' degli obblighi contrattuali, per un totale di 15 mila dollari a settimana, per contribuire alla copertura dei costi della manodopera necessaria al completamento dei lotti di produzione gia' avviati. Abbiamo agito in buona fede, ma un ritardo nel versamento dei salari, dovuto alle precarie condizioni della Matamoros,  associato ad altre rivendicazioni,  ha scatenato le proteste di una parte dei dipendenti che, senza conoscere i fatti, hanno addossato a noi ogni responsabilita'. Siamo stati oggetto di accuse infondate di ogni tipo che desideriamo smentire.

- I lavoratori sostengono di essere in arretrato di 3 settimane e mezzo di salario. Ci risulta che siano stati retribuiti per intero con una settimana di ritardo. C'e' la testimonianza della Junta de Conciliacion (il tribunale del lavoro messicano). I dati a comprova si trovano sul sito www.matamorosgarment.com/payment. Il Centro de Apoyo al Trabajador ha ritirato la sua accusa in questo senso.

- Pessime condizioni igieniche nella mensa: c'e' stato un allagamento causato dall'irrigazione dei campi agricoli circostanti. Il problema e' stato risolto con l'installazione di apposite barriere e, comunque, anche quando si e' verificato il danno, la mensa era stata resa agibile prima di essere utilizzata.

- Straordinari forzati: i lavoratori che abbiamo intervistato il 3-4 febbraio scorsi hanno negato di essere mai stati costretti a svolgere ore straordinarie nel periodo di durata del contratto con Puma.

- Chiusura a chiave della fabbrica: i 22 intervistati hanno negato di essere mai stati chiusi a chiave. Chiedendo un permesso alla direzione o ai controllori, potevano lasciare i locali in qualsiasi momento. L' autorizzazione era necessaria a mantenere la cadenza produttiva prevista.

- Liberta' di associazione: tutti gli intervistati hanno dichiarato di essere iscritti, o di non ricevere impedimenti all'iscrizione al Sindicato Francisco Villa de la Industria Textil y Conexos Miembro de la C.T.M. Questo e' il sindacato riconosciuto in fabbrica dal novembre 1999. Due dei tre membri del Centro de Apoyo al Trabajador intervistati hanno confermato che i lavoratori godono del diritto alla liberta' di associazione e hanno presentato domanda per il riconoscimento legale di una loro sigla sindacale.

- Maltrattamenti fisici e verbali: gli intervistati hanno negato che si siano mai verificati casi di abuso. Puma ritiene che l'abuso verbale e' un concetto che si presta a interpretazioni soggettive.

- Mancanza di mezzi di trasporto: Matamoros ha sempre fornito servizi di trasporto gratuiti. La crisi economica recente ha imposto ristrutturazioni del servizio in termini di frequenza e di tragitto.

Siamo consapevoli che i lavoratori hanno pagato le conseguenze di una situazione difficile, ma da parte nostra abbiamo fatto il possibile per alleviarne gli effetti. Anche il Centro de Apoyo al Trabjador e' giunto alla conclusione che Puma si e' trovata nell'occhio del ciclone non per sua colpa o negligenza, ma per via del suo nome capace di attrarre l'attenzione pubblica. Il Centro de Apoyo ci ha informato che intende pertanto ritirare ufficialmente le sue accuse. Puma e' disposta a riprendere i rapporti commerciali con la Matamoros non appena le difficolta' di varia natura che sono insorte saranno appianate nel reciproco interesse.


(2003) Fine del presidio ma la cooperativa resiste

Fine del presidio ma la cooperativa resiste


8 febbraio 2003
-Ci scrive Junya Lek Yimprasert, coordinatrice della Thai Labour Campaign, che e' stata in questi mesi sostegno e megafono della lotta dei lavoratori della Bed and Bath, per informarci che il presidio al ministero del lavoro thailandese si e' concluso venerdi' 31 gennaio.

Da oltre tre mesi i lavoratori della Bed and Bath protestavano contro la fuga dei titolari della fabbrica, subfornitrice di Nike, Adidas, Levi's e altre marche, che li aveva lasciati senza lavoro, arretrati degli stipendi e liquidazioni. Non riuscendo piu' a mantenersi, molti lavoratori hanno via via abbandonato la lotta; gli ultimi 171 hanno accettato alla fine l'offerta del ministero del lavoro che ha stanziato a titolo di risarcimento 450 dollari a persona. Il risultato pratico e' questo: il 30% dei lavoratori impiegati alla Bed and Bath ha ricevuto l'80% del dovuto (quelli con una minore anzianita' di servizio), il 50% ha ricevuto il 30%, il 20% ha ricevuto il 10% (quelli con molti anni di servizio). Questo non significa comunque che la lotta e' terminata: alcuni ex dipendenti hanno avuto incarico di tenere alta l'attenzione del governo sul loro caso con l'obiettivo di trascinare gli ex datori di lavoro in tribunale (forse si trovano negli Stati Uniti).

Intanto, 60 ex lavoratori della Bed and Bath hanno affittato dei locali per dare concreto avvio al progetto di una cooperativa di confezioni di abbigliamento che produrra' con il marchio "Made in unity". Sono in corso contatti sia a livello locale sia a livello internazionale per cercare i clienti giusti (possibilmente circuiti del commercio equo e sindacati). Il ministero del lavoro fornira' un prestito e altri soldi dovrebbero entrare sotto forma di sussidi personali. La Thai Labour Campaign continuera' ad assistere i lavoratori anche in questo progetto (al link "workers' alternatives" nel sito www.thailabour.org si possono vedere alcune proposte per il campionario).

"Abbiamo deciso di costituire la cooperativa perche' non vogliamo piu' lavorare sotto padrone in un'altra fabbrica. Non cambierebbe niente, saremmo sfruttati di nuovo", dice Sujanthra, una delle animatrici della lotta alla Bed and Bath.

La sera in cui il presidio e' stato sciolto un grosso applauso e' stato rivolto alle numerose organizzazioni che da un capo all'altro del mondo hanno fatto sentire la loro solidarieta' rendendo possibile la conclusione del caso:  Clean Clothes Campaign, Nike Watch Campaign, UNITE, Campaign for Labour Rights, Maquilla Solidarity Network, Worker's Rights Consortium, Fair Labour  Association, ITGLWF, numerosi sindacalisti e singole persone di tutto il mondo.

Secondo Lek, pur non avendo conseguito una vittoria completa, i risultati ottenuti possono dirsi soddisfacenti. Il ministero del lavoro ha dovutoaumentare il risarcimento da 30 giorni di salario arretrato a 60 giorni e il pagamento delle liquidazioni da un mese a due mesi per i lavoratori con oltre 6 anni di anzianita'. Se i lavoratori non avessero resistito come hanno fatto, non avrebbero ricevuto neppure un soldo. In questo senso la lotta dei lavoratori della Bed and Bath ha costituito un precedente per tutti i lavoratori thailandesi. Ora comincia una nuova fase: la cooperativa e la ricerca degli ex datori di lavoro.

Riporto una breve traduzione con commenti delle risposte che chi ha partecipato alla campagna ha ricevuto da Adidas, Nike e Levi's.

RISPOSTA DI ADIDAS

Abbiamo svolto delle indagini a Bangkok da cui risulta che la Bed and Bath, poco prima della chiusura dello stabilimento, aveva ricevuto una quantita' limitata di commesse da un agente locale che operava per conto di un nostro licenziatario (inizialmente Adidas sosteneva di non aver rapporti commerciali con Bed and Bath, ndt). I nostri licenziatari sono tenuti per obbligo contrattuale a comunicare alla Adidas Salomon i nomi di tutti i loro agenti e subfornitori. Nel caso specifico della Bed and Bath, cio' non e' avvenuto, pertanto l'azienda non era autorizzata a produrre per nostro conto, e questo spiega perche' non sia stata ispezionata dal nostro personale del Dipartimento affari sociali e ambientali preposto alla verifica di conformita' delle fabbriche con i nostri standard prima che queste ultime siano inserite fra i fornitori ufficiali (come vedete, nel sistema basato sulla subfornitura e' alta la probabilita' che l'ultimo anello della catena produttiva sfugga ai controlli, ndt). Siamo addolorati per i lavoratori che hanno perso il posto, sappiamo pero' che meta' di loro sta ricevendo assistenza temporanea da parte del governo thailandese sotto forma di sussidi mensili. Stiamo verificando come sia possibile fornire ulteriore assistenza in collaborazione con gli altri committenti e con il ministero del lavoro thailandese (gli esiti del caso dicono che a pagare e' stato alla fine solo il ministero del lavoro, ndt).

RISPOSTA DI NIKE

Non appena siamo venuti a conoscenza dell'inaspettata chiusura della Bed and Bath, ci siamo mossi di concerto con le altre parti per accertare le cause dell'accaduto e per decidere come aiutare i lavoratori che hanno perso il posto. Guardiamo con preoccupazione all'eventualita' che i lavoratori siano privati dei salari arretrati e delle liquidazioni che gli sono dovuti, sappiamo pero' che il governo thailandese ha preso delle misure per risolvere la questione (come sempre accade, i grandi committenti non avvertono l'obbligo di contribuire in prima persona, ndt). Nike, Reebok, Adidas, Levi's e altri marchi hanno assegnato commesse in modo indiretto attraverso contratti di licenza con gruppi come l'Haddad Apparel Group. La quota dei prodotti Nike lavorati per conto di Haddad rappresenta il 20 per cento, o anche meno, dell'intera produzione della Bed and Bath, che e' uno degli oltre 450 fornitori di Nike a livello mondiale (notate il tentativo di ridimensionare la responsabilita' propria e degli altri committenti, ndt). Nike ha adottato i seguenti provvedimenti: 1) Abbiamo sostenuto il governo thailandese nel suo impegno ad accertare i fatti  e ad imporre alle parti in causa il rispetto degli obblighi di legge; 2) Abbiamo incontrato e scambiato informazioni con i rappresentanti dei lavoratori, con rappresentanti del ministero del lavoro, dell'ambasciata americana, dell'associazione dei produttori thailandesi dell'abbigliamento, di Haddad e altri acquirenti. Nike continuera' a confrontarsi con tali soggetti e a sostenere il governo nella ricerca di una soluzione. Poiche' attribuiamo grande importanza alla responsabilita' sociale e al nostro codice di condotta, ci rammarichiamo della situazione in cui si sono venuti a trovare i lavoratori della Bed and Bath in conseguenza dell'inaspettata chiusura della loro fabbrica. Per ulteriori informazioni sul programma di responsabilita' sociale e sul codice di condotta della Nike, visitate il nostro sito. (Nike, sostanzialmente, non ha fatto proprio nulla e ha evitato anche di rispondere alle richieste dei lavoratori che la sollecitavano a contribuire allo stanziamento di un fondo di risarcimento in proporzione agli ordini assegnati. Stando al racconto della Thai Labour Campaign, pur avendo uffici di rappresentanza a Bangkok, Nike non si sarebbe mai fatta viva con i lavoratori, ndt).

RISPOSTA DI LEVI'S

Uno dei nostri licenziatari, la Haddad Apparel Group, aveva in essere un contratto di commessa con la Bed and Bath per la fornitura di un quantitativo limitato di prodotti a marchio Levi Strauss fra il gennaio e il settembre del 2002. La nostra quota rappresentava meno del 3 per cento dell'intera produzione di quest'azienda. Levi Strauss pretende che i suoi fornitori rispettino il suo codice di condotta e le leggi locali. Abbiamo affrontato il caso della Bed and Bath con grande serieta', mossi dalla preoccupazione per l'inaspettata chiusura della fabbrica e per gli effetti che questo ha avuto sulla vita dei lavoratori. Non appena a conoscenza della situazione, abbiamo preso i seguenti provvedimenti: 1) Abbiamo preso contatto con il governo thailandese sollecitandolo ad aprire un'inchiesta sul caso e a trovare una soluzione con rapidita' ed equita'. Ci rincuora la recente decisione assunta dal governo di costituire un fondo per il risarcimento dei lavoratori; 2)  Abbiamo avviato consultazioni con le altreimprese multinazionali e con la Fair Labor Association per definire possibili soluzioni; 3) Stiamo valutando la possibilita' di fornire ai lavoratori disoccupati strumenti per il ricollocamento lavorativo.

Continuiamo a collaborare con il governo, le altre imprese, la Fair Labor Association e tutte le altre parti in causa, per arrivare a una soluzione nell'interesse dei lavoratori.

(Nessuna delle grandi imprese che davano lavoro alla Bed and Bath ha accettato in definitiva di assumere su di se' una parte della responsabilità contribuendo a risarcire i lavoratori in proporzione all'entita' delle proprie commesse. L'onere del risarcimento e' caduto interamente sul governo thailandese con il parziale risultato del quale, alla fine, gli exlavoratori della Bed and Bath si sono accontentati. La strada verso una responsabilita' sociale autentica e' ancora molto lunga, ndt).

Fine del presidio ma la cooperativa resiste

 


(2003) Puma in Messico: sciopero dei lavoratori della Matamoros

Dopo tre settimane consecutive di lavoro non pagate, in violazione delle leggi messicane, 190 dei 250 lavoratori della Matamoros, nello stato del Puebla, sono scesi in sciopero spontaneo  il 13 gennaio. Accusano l’azienda di imporre lunghe ore di lavoro straordinario, di tenere il personale sotto chiave e di aver firmato un contratto di protezione con un sindacato di comodo, negando cosi’ la liberta’ di associazione sindacale.

Le fabbriche di abbigliamento nello stato del Puebla sono state al centro dell’attenzione internazionale nel 2001 quando i lavoratori della Kukdong (ora Mexmode) protestarono per motivi molto simili, riuscendo alla fine ad estromettere il FROC-CROC, il sindacato gradito all’azienda contro cui si battono oggi i dipendenti della Matamoros, e a costituire il primo sindacato indipendente del Puebla nel settore dell’abbigliamento (del caso Mexmode ci siamo occupati in questa lista). Il FROC-CROC e’ una federazione sindacale con forti legami con il governo dello stato del Puebla. Su di esso grava l’accusa di non rappresentare a sufficienza gli interessi dei lavoratori.

Con oltre 100 mila addetti, il Puebla conta il maggior numero di lavoratori dell’abbigliamento in un paese che e’ il principale esportatore verso gli Stati Uniti in questo settore. Una dubbia fama gli viene dall’aver scelto di ospitare la prossima tornata negoziale dell’Alca (accordo di libero commercio delle Americhe),  ma non gli fanno maggiore onore le dure condizioni di lavoro che caratterizzano la forte espansione della sua industria tessile, sostenuta da un brutale apparato repressivo. Un  pacifico corteo di lavoratori della Matamoros, che protestavano  - proprio come oggi  -per i salari non pagati, si concluse due anni fa con violente cariche delle forze dell’ordine. Il bilancio fu di numerosi feriti, a cui seguirono licenziamenti (nessuno di quei lavoratori fu pagato).

La Matamoros e’ un’azienda a capitale statunitense che produce uniformi per ristoranti e ospedali americani con il marchio ‘Angelica’, e abbigliamento sportivo per la tedesca Puma. La fabbrica e’ arrivata a occupare in passato fino a mille persone, ma negli ultimi tempi molti se ne sono andati, incapaci di reggere ancora a lungo una situazione lavorativa impossibile e continui ritardi nel pagamento delle retribuzioni. Esiste il sospetto che si tratti di una precisa strategia da parte padronale: indurre i lavoratori alle dimissioni per non pagare le indennita’ di licenziamento.

 

LETTERA DEI LAVORATORI DELLA MATAMOROS
Puebla, 13 gennaio 2003

Noi, lavoratori della Matamoros Garment S.A, abbiamo deciso di scendere in sciopero per protestare contro le seguenti irregolarita’:

1)      Salari non pagati da tre settimane e mezzo.

2)      Cattive condizioni igieniche nella mensa.

3)      Straordinari forzati.

4)      Privazione della liberta’ (veniamo chiusi a chiave nella fabbrica).

5)      Violazione del diritto alla liberta’ di associazione.

6)      Maltrattamenti verbali.

7)      Assenza di mezzi di trasporto.

Vi chiediamo di sostenerci nella nostra lotta che ha bisogno della solidarieta’ internazionale e della solidarieta’ delle organizzazioni per la difesa dei diritti dei lavoratori.

Cordiali saluti.

I lavoratori che producono per conto di Puma e Angelica. (seguono le firme dei rappresentanti del consiglio di fabbrica)

 

SCRIVIAMO UNA LETTERA E-MAIL A PUMA

(testo del messaggio in sintesi: vogliamo attirare la vostra attenzione sulle condizioni di chi produce per voi alla Matamoros in Messico. Dopo 3 settimane di ritardi nei pagamenti, straordinari forzati, restrizione della liberta’, i dipendenti sono scesi in sciopero. Non riconoscono il contratto di protezione firmato dal titolare con un sindacato non rappresentativo. Vi chiediamo di inviare un ispettore, di imporre il pagamento degli arretrati e il riconoscimento dei rappresentati eletti dai lavoratori. Vi chiediamo di dichiarare pubblicamente che Puma sostiene il diritto dei lavoratori alla liberta’ di associazione, e di far cessare le intimidazioni contro i leader sindacali)

 

Ogg.: Matamoros Garment factory - Mexico

 

Mr. Reiner Hengstmann

Global Head Environmental and Social Affairs

PUMA AG

Germany

Email: reiner.hengstmann@puma.com

 

Dear Mr. Hengstmann,

We are writing to bring your attention to the situation facing workers at the Matamoros Garment factory in the state of Puebla (Mexico), which produces sports apparel for your brand.

After working for over three weeks with no pay, in violation of Mexico’s labour law, 190 of the 250 active workers of Matamoros Garment initiated a wildcat strike on January 13. Workers complain that the factory has forced them to work many hours of overtime, locked them in the factory, and signed a protection contract with a union which has not obtained workers’ recognition.

We call upon you to send an inspector to the factory immediately to investigate the situation and demand that management pay workers the wages they are owed and recognize and negotiate with genuine workers’ representatives. Rights violations reported at Matamoros are violations of the Mexican law and the Puma code of conduct.

Closing this factory or shifting work to another maquilladora with bad working conditions is not the answer and only punishes the workers who are demanding justice. Instead, Puma should make sure that their current contractor improves workplace conditions and treats workers with dignity.

Puma should immediately inform the striking workers and factory management that Puma supports workers’ right to freedom of association and ensure that factory management cease all undue pressure against union leaders.

Sincerely,

(nome, cognome, eventuale organizzazione di appartenenza)

(2003) Lasciati senza lavoro, progettano una cooperativa

Lasciati senza lavoro, progettano una cooperativa

26 gennaio 2003 - Da tre mesi in presidio permanente nei locali del ministero del lavoro di Bangkok, dopo che i titolari si sono eclissati lasciandoli senza mezzi, i lavoratori della Bed and Bath Prestige mettono in atto una strategia di resistenza che ha dello straordinario. Intanto, sette macchine da cucire sfornano capi da vendere per sostenere la lotta. Ce la faranno? Dipende anche da noi.

(il caso, i volti, i racconti dei lavoratori della Bed and Bath sul sito della Thai Labour Campaign: www.thailabour.org)

Da quasi dieci anni, la Bed and Bath Prestige di Prapadaeng,  proprietà di una coppia che controlla altre cinque aziende di confezioni, produce capi di abbigliamento sportivo e per bambini per conto dei maggiori marchi del settore, fra cui Nike, Levi’s, Adidas, Reebok,  in misura minore Fila e Umbro, e almeno 40 altre case committenti della Haddad Apparel, una delle piu’ grandi aziende licenziatarie di vestiario per bambini.

Gli affari, per i coniugi Photikamjorn, sembravano andare a gonfie vele: in poco meno di dieci anni, i dipendenti della Bed and Bath erano passati da 20 a 900, e il giro d’affari era cresciuto in modo costante. Ma il 5 ottobre 2002, recandosi al lavoro come ogni giorno, gli operai trovano i cancelli dello stabilimento serrati e, fra alterne vicende, il 21 ottobre l’attivita’ viene dichiarata chiusa; contro i proprietari, resisi irreperibili, viene spiccato un mandato d’arresto. Per i dipendenti, alcuni con lunghi anni di lavoro alle spalle,  e’ un duro colpo. Sono rimasti improvvisamente senza lavoro e senza interlocutori per poter esigere il pagamento dei salari arretrati e della liquidazione maturata. Resta l’amarezza e la rabbia per i duri anni di servizio trascorsi alla Bed and Bath: per i maltrattamenti, gli straordinari forzati, le multe illegali, le assenze per malattia e maternita’ calpestate, e per l’inutile cartellino appeso al collo con il codice di condotta plastificato della Nike. Reclamano piu’ di tutti giustizia i lavoratori del reparto spedizioni, costretti normalmente a lavorare fino a notte fonda, e fino alle 5 del mattino nei periodi di punta, per riprendere puntualmente il turno 3 ore dopo. Quando serviva, per togliere il sonno e aumentare il rendimento, era abitudine del titolare somministrare acqua da bere con l’aggiunta di anfetamine (sull’allucinante pratica del doping in fabbrica arrivano denunce anche dal Centroamerica).

LE INIZIATIVE DI  LOTTA
I lavoratori della Bed and Bath non si danno per vinti, si accampano nei locali del ministero del lavoro e cominciano a mettere in atto forme di resistenza. Vogliono cio’ che gli spetta per legge, e che intanto a pagare siano il ministero e i committenti. Accusano i funzionari del ministero di scarso interesse al loro caso, smossi dall’apatia solo sotto il pungolo di una forte solidarieta’ internazionale,  e il governo di non fare sul serio nella ricerca degli ex datori di lavoro. Nel frattempo 400 lavoratori con meno di un anno di servizio accettano l’offerta del ministero del lavoro: arretrati per un solo mese e niente liquidazione. Gli altri rifiuteranno a gennaio la proposta definitiva: due mesi di arretrati e uno di liquidazione.

In questi tre mesi gli ex dipendenti della Bed and Bath hanno tentato di tutto. Hanno scritto petizioni al primo ministro, ai leader politici asiatici, ai committenti, all’OIL, all’ONU, all’ambasciatore USA; sono andati in corteo, esibendo maschere e vistosi body painting, ovunque fosse possibile: parlamento, ministeri, ambasciata USA, la filiale della Nike ai cui rappresentanti hanno consegnato una lettera. Hanno organizzato serate di solidarietà, partecipato a incontri pubblici, sono stati presenti a tutti gli eventi cittadini piu’ importanti per raccontare la loro storia. Vendono fiori per finanziare la loro lotta e mangiano soltanto due volte al giorno. Chi non ha nessuno a cui affidare i figli, li ha portati con se’ al presidio; l’ultimo arrivato e’ un bimbo nato a dicembre. Il 9 gennaio i lavoratori hanno attuato una nuova forma di protesta. Sette di loro si sono fatti rasare a zero, ciocca per ciocca, dai loro compagni. E’ una forma di protesta forte per la cultura thailandese. Spiega un lavoratore: “I capelli sono parte inscindibile della vita che i genitori ci hanno donato. Tagliarli e’ come recidere la vita stessa”.

LA COLLEZIONE ‘MADE IN UNITY’
In realta’ i lavoratori nutrono la speranza. Un mese e mezzo fa hanno avviato una linea di produzione sperimentale di abbigliamento, t-shirt e camicie, per la collezione “MADE IN UNITY”. Sette macchine da cucire sono state portate al presidio e altre potrebbero aggiungersi. I capi sono venduti per finanziare le iniziative di lotta, ma l’intenzione dei lavoratori va oltre. Racconta Lek, la combattiva e instancabile coordinatrice della Thai Labour Campaign, ong tailandese affiliata alla Clean Clothes Campaign, che assiste i lavoratori della Bed and Bath: “Stiamo discutendo con i lavoratori l’ipotesi di costituire una cooperativa dopo che il caso sara’ risolto. Le liquidazioni serviranno a finanziarla. Avremo bisogno di  molto aiuto per convincere Nike, Levi’s, Adidas o Reebok ad assegnare commesse alla cooperativa, ma questa volta nel rispetto dei principi dettati dai loro codici di condotta. Potrebbe uscirne un progetto pilota sull’applicazione dei codici. Penso pero’ anche di contattare organizzazioni di commercio equo, come Oxfam, per trovare un canale verso i consumatori che cercano abbigliamento pulito dal punto di vista della dignita’ del lavoro.” Aggiunge Lek: “Il mio posto in questo momento e’ a fianco dei lavoratori. Voglio aiutarli nelle scelte stilistiche, nella ricerca dei tessuti, nella commercializzazione. E’ un’iniziativa straordinaria, ho imparato tantissimo dalla lotta dei lavoratori della Bed and Bath”.

Per vedere le foto dei primi capi in produzione: www.thailabour.org al link ‘Workers’ alternative’

CHE COSA POSSIAMO FARE

In sostegno alla lotta dei lavoratori della Bed and Bath e’ partita una campagna internazionale. I lavoratori ci chiedono di:

1)  scrivere alle grandi imprese committenti: Nike, Adidas, Levi’s (Reebok non ha piu’ rinnovato il contratto di licenza alla Haddad, che dava lavoro alla Bed and Bath, un anno fa) per invitarle a contribuire a un fondo di risarcimento in proporzione agli ordini assegnati e a esercitare pressioni sul governo affinche’ faccia altrettanto  (Adidas rispondera’ che si serviva presso un’altra fabbrica dei coniugi Photikamjorn. Non vi preoccupate, scrivete lo stesso, questo sta solo a indicare falle nei sistemi di monitoraggio delle imprese che non sono in grado di controllare dove, di subfornitura in subfornitura, finisce la produzione). In questo momento non vi invito a scrivere a Fila in quanto stiamo tentando dei contatti preliminari.

2) scrivere al primo ministro thailandese  per sollecitarlo a  intervenire in favore dei lavoratori della Bed and Bath assicurando loro cio’ che gli spetta di diritto e avvertendo che la loro lotta pacifica e la solidarieta’ internazionale continueranno fino a che non sara’ fatta giustizia.

SCRIVI UNA MAIL A NIKE, ADIDAS E LEVI’S:

(oggetto: Bed and Bath Prestige Company – Thailand)

VP Corporate Responsibility

Nike, Inc.

e-mail: Maria.Eitel@nike.com

 

Frank Henke

Head of Environmental Affairs

Adidas-Salomon

e-mail: Frank.Henke@adidas.de

 

Patrick Neyts

Head of Environment, Health and Safety/Code of Conduct

Levi Strauss & Co.

e-mail: PNeyts@levi.com

c.c.: Thai Labour Campaign (campaign@thailabour.org)

 

Dear representative of Nike, Levi's, Adidas,

I am writing to bring your attention to the situation facing workers at the Bed and Bath factory in Thailand.

These workers produced clothes for your company under conditions that contravened both Thai Laws and your company codes of conduct. According to a research conducted by the Thai Labour Campaign,  workers were forced to work extensive overtime. In some cases they worked through the night, finishing at 5 a.m. and starting the next shift at 8 a.m. Workers claim that the factory owner put amphetamines in their drinking water so they could work through the night. In October, the factory closed its doors and the factory owner Mr. Chaiyapat Phothikamjorn and Ms. Uayporn Songpornprasert have disappeared, owing Bed and Bath workers back wages and severance pay. The workers, some of whom have young children, are in a desperate economic situation.

I call upon you to write to the Thai government urging to pay workers what they are owed. I believe that your company too can play a role in seeing that these workers receive the financial compensation that they are owed. Based on the percentage of production carried out for your company at Bed and Bath, your company should pay a percentage of what is owed to the workers who produced your goods.

Your companies profited from the exploitation of these workers, your responsibility toward them should not end now that the factory has closed.

Sincerely,

(nome, cognome, eventuale organizzazione di appartenenza)

 

SCRIVI UNA MAIL AL PRIMO MINISTRO THAILANDESE

(oggetto: Bed and Bath Prestige Company – Thailand)

public@thairakthai.or.th

fax (662) 282-8587, 282-8631

Dear Prime Minister Thaksin,

This is a call for you to personally intervene in ending the suffering of the Bed and Bath (Prestige) Company workers in Bangkok. Bed and Bath Prestige Co, Ltd. was until very recently a very profitable factory based in Bangkok specializing in the manufacturing of children's apparel for such corporate giants as Nike, Reebok, Adidas, Levi's and others.

The company was managed by Mr. Chaiyaphat Photikamjorn with other members of the Photikamjorn family acting as directors and shareholders. The workers' plight began in early October when Bed and Bath was suddenly and without explanation shut down. There was no notice and in violation of the law of Thailand the workers were not given any compensation. Moreover, the wages that were earned towards the end of the company's existence have not been paid. An arrest warrant has been issued for Mr. Photikamjorn and his principle partner Ms Uayporn Songpornprasert. However, the deadline for apprehending these two people has come and gone and authorities of your Government are no closer than they were a month ago to securing the wages and compensation for these poor workers. This is unjust and to the watching world, unacceptable.

The workers are only asking for their rights as required under Thai law. Namely, that they be paid their compensation and back wages. Bed and Bath became very wealthy through a systematic mistreatment of these poor workers. There is currently much documented evidence of this. One of the most egregious examples involved forcing the workers drink Amphetamine laced water in the workplace and "fining" them if they insisted on drinking some other beverage. This behavior along with the non payment of compensation and back wages is totally illegal and makes a mockery of your Government's 'White Factories Program'.

The workers have made it clear that they cannot and will not give up. They will continue to protest PEACEFULLY at the Ministry of Labour until justice is done. As this letter demonstrates, with each day knowledge of and support for the workers of Bed and Bath are growing both in Thailand and internationally. In all of Thailand you Mr. Prime Minister are in the best position to see that justice is done for the workers. This is a call for you to resolve this situation and put an end to these sorts of labour practices that so damage Thailand's reputation in the eyes of the world. Like the workers of Bed and Bath their growing legion of supporters cannot and will not give up. This is a call on you to do what is right and legal. It is a call on you and your Government to ensure that the Bed and Bath workers receive their compensation and outstanding back wages as prescribed by Thai law.

Sincerely,

(nome, cognome, eventuale organizzazione di appartenenza)

 


(2003) Nike e il sindaco di Roma

 Il 14 dicembre a Roma, in occasione della Festa  dell’Altraeconomia, il sindaco Veltroni si è impegnato pubblicamente ad aprire  un tavolo di discussione con le associazioni per il consumo critico per definire  i criteri per le sponsorizzazioni del comune di Roma raccogliendo l’invito di  Alex Zanotelli, che gli ha consegnato personalmente una lettera, e del  Coordinamento Cambia lo Sponsor (CoCs) che da tempo chiede al comune di non  accettare sponsorizzazioni e doni da aziende oggetto di boicottaggio, per  esempio la ventina di campetti di calcio offerti dalla Nike.

Ricorderete il caso dei 7 mila lavoratori della PT Doson, fornitore esclusivo di Nike, licenziati in tronco nell’ottobre 2002 in seguito alla decisione della multinazionale di cancellare definitivamente le commesse per assegnarle presumibilmente a paesi con un costo del lavoro ancor piu’ basso. Abbiamo scritto a Nike contestando la decisione e sollecitandola almeno a pagare le liquidazioni, una spesa  che il titolare della PT Doson afferma di non poter affrontare. Nike ha risposto (testo in inglese piu’ sotto) di essere stata spinta a questo passo non da scelte di tipo sindacale e politico, ma di tipo organizzativo. Assicura di avere a cuore il destino delle 123 mila persone che lavorano per lei in Indonesia,  suo secondo fornitore mondiale (dopo la Cina), con cui intrattiene relazioni commerciali da quasi 15 anni. Dice pero’ che il pagamento delle indennita’ di licenziamento spetta per legge al titolare della fabbrica e non a Nike che si impegnera’ comunque a fornire agli ex dipendenti: assistenza medica, corsi di riqualificazione professionale, opportunita’ di studio agli studenti lavoratori, priorita’ in eventuali programmi di assunzione presso altri fornitori Nike.

La Nikewatch Campaign, organizzazione australiana collegata alla Clean Clothes Campaign, ha inviato a Nike una replica e sollecita tutti a fare altrettanto. Piu’ sotto trovate il testo da inviare con le istruzioni. Questa e’ la sintesi: Nella vostra lettera sostenete che spetta al titolare della PT Doson versare le liquidazioni dovute. Nike fonda la sua politica produttiva sul subappalto che scarica i rischi connessi alle incertezze del mercato sui fornitori e in ultima analisi sui lavoratori. Sfruttando la sua posizione dominante, Nike ha messo i propri fornitori nella condizione di dover comprimere i costi di produzione per garantirle competitivita’ con il risultato che essi non sono in grado di far fronte agli obblighi di legge nell’ipotesi di tagli di commesse o forzata chiusura dell’attivita’. Il titolare della PT Doson ha comunicato che neppure dopo la vendita dei macchinari potra’ pagare le indennita’ di licenziamento. Il sistema produttivo che Nike ha scelto non puo’ costituire un pretesto per sottrarsi alle sue responsabilita’ morali, in special modo nei confronti di fabbriche di cui Nike e’ il committente esclusivo. In merito all’asserita disponibilita’ di Nike a fornire assistenza medica, microcredito per l’avvio di piccole attivita’ in proprio, opportunita’ di studio per gli studenti lavoratori, priorita’ di assunzione presso altri fornitori: 1) Nike non ha ancora detto per quanto tempo ancora l’ambulatorio di fabbrica restera’ aperto ne’ quanto denaro intende investire nel progetto; 2) Non e’ stata precisata l’entita’ del fondo che dovrebbe finanziare i crediti ne’ indicato il numero di lavoratori che vi potrebbero accedere; 3) Su 7 mila ex dipendenti solo 18 sono studenti lavoratori, quindi ben pochi (0,26 per cento) beneficeranno dell’offerta della Nike; 4) Non e’ stato indicato quanti lavoratori potranno essere riassunti presso altri fornitori, si tratta infatti di un’eventualita’ remota: quest’anno diversi fornitori Nike in Indonesia hanno effettuato numerosi licenziamenti. Una cosa e’ certa, tutte queste offerte costeranno a Nike molto meno del pagamento delle indennita’ obbligatorie, tanto e’ vero che i lavoratori hanno fatto sapere tramite i propri rappresentanti sindacali di continuare a preferire che sia corrisposto il dovuto. Per finire, non avete risposto alla domanda se le commesse perse dalla PT Doson saranno assegnate a nuovi fornitori in paesi dove costituire sindacati indipendenti e’ punito con la prigione o con i lavori forzati. E’ vero che Nike ha ancora una forte presenza in Indonesia, ma e’ altrettanto vero che con l’uscita di scena del dittatore Suharto nel 1996, la quota di scarpe sportive Nike prodotte in Indonesia e’ passata dal 38 al 30 per cento e, stando alle valutazioni del Wall Street Journal, potrebbe scendere fino al 26 per cento con la chiusura della PT Doson. Vi invitiamo nuovamente a rivedere la vostra decisione di cancellare le commesse alla PT Doson e comunque a garantire ai lavoratori il pagamento delle indennita’ di cui hanno in questo momento un assoluto bisogno avendo poche speranze di trovare un nuovo posto di lavoro in un paese che conta 40 milioni di disoccupati.

ECCO IL TESTO DA INVIARE PER EMAIL A:
continuous.improvement@nike.com
e per conoscenza a:
timc@sydney.caa.org.au,
indicando in calce nome, cognome, nazionalita’ ed eventuale organizzazione di appartenenza. Nelloggetto della mail scrivete: PT Doson (o quello che preferite)

Maria Eitel,
Vice-President for Corporate Responsibility
Nike Inc.

Dear Ms Eitel,

In response to consumers' letters regarding the situation facing the workers at PT Doson, Indonesia, you make the point that legally it is the factory owner's responsibility to pay workers' severance payments. Nike has made the decision to contract out all your company's production. This decision has shifted most of the risks and costs of participating in a volatile global economy onto factory owners, and hence onto workers themselves.  As a dominant player in the global sportshoe market, Nike has been able to put pressure on factory owners to reduce costs in order to keep Nike's business. This reduces the capacity of factory owners to ensure that they are able to meet their legal responsibilities to workers if Nike cuts its orders and the factory closes. My understanding is that the factory owner at PT Doson has told  workers that even after selling all the factory equipment it is unlikely that there will be enough money to pay workers what they are owed.  The decision to contract out production should not be a means of avoiding moral responsibility for ensuring that workers in Nike's production system receive their legal entitlements, particularly in factories like PT Doson, where Nike is the only buyer. You also make the point that Nike is willing to make continuing medical services, microloans to start small businesses, continuing education opportunities for currently enrolled worker-students, and a hiring preference for skilled Doson workers at other contract factories should opportunities become available. With respect, this looks like tokenism. To take each of your offers in turn:

- I understand that Nike is not yet able to say how long the factory clinic will stay open, or how much Nike will spend on this offer.
- I understand that Nike is yet to determine how much will be available to be loaned to workers who are able to start small businesses, or how many
workers will be able to take up this offer.
- I understand that only 18 of the 7,000 workers at the factory are enrolled as students, so only a very small percentage (0.26%) of workers will benefit from the offer of continuing educational opportunities.
- I understand that Nike is not able to indicate at this stage how many workers will be able to find employment at other Nike contract manufacturers, but that several other Nike contract factories in Indonesia have already sacked large numbers of workers this year and so are unlikely to be able to take on new workers.

It seems likely that these offers will cost Nike much less than ensuring that workers receive the payments they are entitled to under Indonesian law.  These offers have certainly not satisfied workers at the factory, who have indicated through their union representatives that they would rather receive the severance payments which they are supposed to receive under Indonesian law.

Your letter also avoided indicating whether the decision to cut orders will result in more of Nike's sportshoe production moving to countries where workers can be imprisoned or sent to forced labour camps for attempting to assert their right to form independent, democratic unions. It is true that Nike retains a substantial presence in Indonesia. It is also true that since Suharto's dictatorship fell in 1996, Nike's sportshoe production in Indonesia has fallen from 38% of overall production to 30%. According to the Wall Street Journal it looks set to go as low as 26% when Nike ceases ordering from the PT Doson.

I would again urge you to reconsider the decision to leave PT Doson, or at the very least to ensure that workers receive their severance pay. Workers who become unemployed are in urgent need of some means of support while they seek other work. This is particularly so in countries like Indonesia, where they are competing for jobs with 40 million others.

Sincerely,

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Lettera inviata da Nike in risposta alle prime mail:

October 31, 2002

Dear Ms. Monti:

Thank you for your letter regarding PT Doson.  Through careful and thoughtful deliberation, Nike has made the difficult decision to discontinue orders at this factory.  This decision was taken to better balance Nike manufacturing across all footwear sourcing countries and across Nike's sourcing base in Indonesia.  Nike notified the factory in February to give the factory time to look for new buyers.  Nike hopes this consolidation will allow us to better support the remaining ten Indonesian contract footwear factories, and the 65,000 workers in these factories. Nike values the importance of a worker's right to freedom of association and recognizes the vital role of PUK SPTSK PT Doson (Indonesian Textile, Garment and Leather Workers Union).  Nike Indonesia staff demonstrated this commitment by meeting with the leaders of PUK SPTSK on July 22nd and subsequent occasions and reiterated in a letter to the union on July 29th that that the decision to discontinue orders was a business decision and was not related to changes in government policy, union advocacy or labor issues.  PUK SPTSK also represents workers at four other Nike contract factories in Indonesia.  In fact, 13 trade unions represent workers at the 10 Nike contract footwear factories. Nike continues to value Indonesia as an important part of our global strategy.  It continues to be our second largest footwear production country and we will continue to make efforts to support the success of our factory partners and promote stability for the Indonesian people employed in these factories.  Our commitment is demonstrated by our ongoing work with 47 contract footwear, apparel and equipment factory partners in Indonesia, which employ over 123,000 people.  As a company that has operated in Indonesia for nearly 15 years, we understand the value and importance of stable employment and a good job.  Nike has remained committed to Indonesia during times of instability and uncertainty, and we continue to value the people and country of Indonesia as valuable long-term partners.  While business realities and global conditions do impact our business practices, Nike is looking forward to a positive future in Indonesia.In addition to factory severance payments the factory is required to pay by law and government support, Nike will work with partners to provide programs designed to make this difficult transition easier.  Displaced workers will have the opportunity to access one or more of the following Nike-supported programs: continuing medical services, job retraining programs, continuing education opportunities for currently enrolled worker-students, and a hiring preference for skilled Doson workers at other contract factories should opportunities become available.  I hope this letter provides some additional background and context to what has been a challenging global decision for Nike.  We look forward to a continuing relationship with the people and country of Indonesia.  Please visit nikebiz.com for the latest information regarding PT Doson and Nike's other corporate responsibility initiatives.

Sincerely,

Maria Eitel, Vice President and Senior Advisor Corporate Responsibility Nike, Inc.


(2002) In Indonesia scioperare non sarà più un diritto

28 settembre 2002 - La famosa multinazionale è ancora sotto tiro, nonostante i tentativi di rifarsi un'immagine etica (greenwashing). Denunciamo la perdita di 7000 posti di lavoro in Indonesia, senza indennità di legge, a causa della decisione di NIKE di togliere le commesse di produzione al fornitore esclusivo P.T. Doson. La produzione viene spostata in Cina e Vietnam paesi senza diritti sindacali e con stipendi ancor più da fame di quelli indonesiani. Chiediamo al comune di Roma di non accettare la sponsorizzazione dei campi da Calcetto Scorpio "regalati" da NIKE. Arriva inoltre dalla Nikewatch campaign l'invito a scrivere alla Footlocker, una delle più grandi catene di distribuzione di scarpe e abbigliamento sportivi.

Scarica volantino

IN INDONESIA SCIOPERARE NON SARA' PIU' UN DIRITTO
ORA SCRIVIAMO A NIKE (questa volta per email) - Clean Clothes Campaign

Aggiornamenti sul caso distribuito alla lista il 5 settembre 2002 - informazioni ricevute dall'Indonesian National Front for Labour Struggle
(FNPBI), Nikewatch Campaign e da SISBIKUM.

Continuano in Indonesia le manifestazioni di protesta contro l'ipotesi di riforma della legge del lavoro che minaccia di cancellare i diritti faticosamente conquistati dai lavoratori indonesiani negli anni del dopo Suharto. Il parlamento offre un tavolo di dialogo fra le parti ma non
convince i sindacati. Intanto Nike si prepara a lasciare senza lavoro 7 mila persone.

Incollate e spedite per email un messaggio di protesta a Nike e un messaggio di solidarieta' ai lavoratori indonesiani. L'indirizzo email dell'ambasciata indonesiana indicato dal segretariato della CCC non funziona. Vi aggiornero' nei prossimi giorni.

LA PROPOSTA DI LEGGE, IL COMPORTAMENTO DI NIKE

Se entrera' in vigore, la nuova legge estendera' il ricorso al lavoro precario e ridurra' il salario degli apprendisti, esentera' il governo dall'obbligo di mediare nelle controversie fra lavoratori e imprenditori, cancellera' il diritto di sciopero che diventera' un reato punibile con pene
detentive fino a 6 mesi e multe da 10 a 50 milioni di rupie (pari a 1100-5600 euro) (i dati mi sembrano piu' plausibili dei 4 anni e dei 45 mila euro indicati nel messaggio precedente), ridurra' i problemi del lavoro a 'problemi di organizzazione industriale' ignorandone le implicazioni piu' vaste, cioe' il legame con la politica del governo e le pressioni degli
istituti finanziari internazionali, impedira' ai sindacati di difendere i lavoratori nelle sedi legali, elminera' diritti fondamentali delle lavoratrici come l'astensione dal lavoro retribuita per maternita' o durante il ciclo mestruale. Per contrastare l'introduzione della proposta di legge si e' costituito in Indonesia il Comitato contro l'oppressione dei lavoratori (KAPB) formato da venti fra sigle sindacali e organizzazioni democratiche che hanno dato vita a ripetute manifestazioni di protesta fra agosto e settembre, nel corso delle quali diversi lavoratori sono stati arrestati e due feriti da colpi di pistola sparati dalle forze dell'ordine.
Lunedi' scorso il parlamento si e' detto disposto ad aprire un tavolo di dialogo fra le parti sociali per trovare un accordo sugli articoli piu' controversi della riforma, ma i sindacati chiedono che il provvedimento nel suo complesso venga cancellato in quanto lesivo degli interessi e dei diritti fondamentali dei lavoratori.
Intanto i 7 mila operai/operaie della PT Doson, fornitore monomarca di Nike, saranno lasciati a ottobre in mezzo a una strada dalla multinazionale americana che ha deciso di spostare le sue commesse altrove, presumibilmente in paesi politicamente piu' tranquilli e con livelli salariali piu' bassi, e si uniranno cosi' ai 40 milioni di indonesiani gia' senza lavoro. Nike si
dice disposta a venire incontro ai lavoratori, molti dei quali iscritti al sindacato,  pagando le spese mediche per un periodo di tempo non precisato e fornendo microcredito a chi voglia avviare piccole attivita' autonome, ma rifiuta di corrispondere l'indennita' di licenziamento prevista dalla legge indonesiana che il titolare della fabbrica non e' in grado di versare. I lavoratori della PT Doson ci chiedono di inviare un messaggio a Nike per sollecitarla ad assumersi le sue responsabilita' (vedi il testo piu' sotto).
Nel 1996, quando ancora il paese era sotto la dittatura di Suharto e non esistevano sindacati liberi, il 38% delle scarpe sportive di Nike proveniva dall'Indonesia. Negli anni del difficile passaggio alla democrazia e all'affermazione dei diritti sindacali che hanno portato anche a consistenti aumenti dei minimi salariali, la quota di produzione assegnata all'Indonesia
e' scesa al 30% e, secondo stime del Wall Street Journal, potrebbe toccare il 26% a ottobre quando saranno rescissi i rapporti commerciali con la PT Doson. Attualmente oltre la meta' dell'intera produzione di scarpe sportive Nike proviene da paesi dove costituire sindacati democratici puo' comportare l'arresto o l'internamento in campi di lavoro forzato (Nike non ha ancora risposto alla domanda se intende trasferire le commesse della PT Doson a
paesi come la Cina). E' immaginabile che Nike non resti un caso isolato:
secondo le previstioni della camera di commercio coreana, riportate dal Wall Street Journal del 9 settembre, i recenti aumenti dei minimi salariali avranno per conseguenza l'emigrazione di massa dall'Indonesia degli operatori sudcoreani.

SCRIVI A NIKE
(in estrema sintesi la traduzione del testo da inviare: apprendo che a ottobre 7 mila lavoratori della PT Doson, molti dei quali iscritti al sindacato, perderanno il lavoro a causa del taglio del vostre commesse.
Esprimo disappunto per la vostra decisione, per il rifiuto di corrispondere le spettanze di legge, per non aver ancora reso noto se intendete trasferirela produzione in paesi dove vigono minori diritti sindacali. Vi chiedo di ripensarci e comunue di garantire ai lavoratori cio' che spetta loro di diritto).

Maria Eitel,
Vice-President for Corporate Responsibility
Nike Inc.
Continuous.Improvement@nike.com
copia a:  timc@sydney.caa.org.au

Dear Ms Eitel,

I am writing to bring your attention to the plight of workers at the PT Doson factory in Indonesia. I understand that in October this year all 7,000 workers from the factory will lose their jobs as a result of Nikecutting its orders to the factory. I understand that although Nike is willing to provide some support for those workers, your company is not willing to take responsibility for ensuring that they receive their full legal entitlements.

I also understand that Nike has so far not been willing to say whether this decision will result in more of Nike's production moving to countries where workers can be imprisoned or sent to forced labour camps for attempting to assert their right to form independent, democratic unions.

 

In this context I am particularly disappointed that Nike is effectively shutting down a factory where most of the workers are union members. I urge your company to change its mind, and to continue placing orders at PT Doson. If you do not do so, at the very least Nike should ensure that they receive all their legal entitlements. Nike's decision to contract out all its production should not be a means of escaping responsibility for making sure that workers' legal rights are met, particularly in factories where Nike is the only buyer.

Sincerely,
(nome, cognome, paese, eventuale organizzazione di appartenenza)

MANDIAMO UNA MAIL DI SOLIDARIETA' AI LAVORATORI

Katarina Puji Astuti
International secretary FNPBI
Jakarta Seletan
Email: dpp_fnpbi@telkom.net; katarina_fnpbi@yahoo.com

I want to express my strong solidarity with your struggle against the two draft laws that would undermine hard-won labour rights of Indonesians, such as the right to strike.

In solidarity
(nome, cognome, paese, eventuale organizzazione di appartenenza)


(2002) Kappa in Birmania

Kappa, sponsor della nazionale di calcio, sostiene la dittatura birmana

13 giugno 2002 -  Il Coordinamento Nord Sud del Mondo e la Rete di Lilliput hanno lanciato una campagna di pressione nei confronti di BasicNet/Kappa per chiederle di cessare la commercializzazione di capi di abbigliamento sportivo prodotti in Birmania, paese retto da una spietata dittatura militare.
(per informazioni: Ersilia Monti, Claudio Portugalli (glt-lentesuimprese@retelilliput.org)

La cartolina della campagna

L'Organizzazione Internazionale del Lavoro, unendo la propria voce a quella dell'opposizione democratica e del sindacato birmano in esilio, che chiedono da anni alle imprese occidentali di non investire nel paese, ha adottato nel 2000 una risoluzione che raccomanda ai governi di rivedere le loro relazioni con il regime birmano a causa dell'uso sistematico del lavoro forzato, particolarmente diffuso in agricoltura, nell'edilizia, nella costruzione di aree industriali per l'export, nei trasporti per l'esercito. Tutte le attività economiche del paese sono controllate dai militari che sono sempre presenti creando joint-venture obbligatorie sia con le società straniere che con quelle nazionali. La giunta militare attira investitori stranieri con la promessa di nessuna libertà sindacale e paghe fra le più basse al mondo.

A seguito di pressioni pubbliche molte imprese multinazionali hanno già abbandonato la produzione in Birmania. Ultima in ordine di tempo Triumph, marca di abbigliamento intimo, oggetto della campagna promossa dalla rete europea della Clean Clothes Campaign alla quale gli iscritti a questa lista hanno partecipato.

Una vittoria importante è già stata conseguita: la recentissima liberazione del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi dopo 19 mesi di arresti domiciliari.
Seguendo le indicazioni della leader birmana e della Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi (ICFTU), che si sono espressi per il mantenimento del boicottaggio economico fino al ritorno di un regime democratico, la campagna chiede a BasicNet, proprietaria del marchio Kappa, e alle aziende che lasciano la Birmania, di predisporre un piano sociale e adeguati risarcimenti per i lavoratori e di impegnarsi nell'adozione di un codice di condotta basato sul rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori, completo di strumenti per il suo monitoraggio indipendente.

La campagna prende avvio con i mondiali di calcio che ci vedranno impegnati in iniziative di
sensibilizzazione sulle condizioni di lavoro nell'industria mondiale degli articoli sportivi
(www.retelilliput.org - www.cleanclothes.org).

SPEDISCI IL SEGUENTE MESSAGGIO A BASICNET (con un copia/incolla o
direttamente dal sito www.retelilliput.org):

Spett.le
BASICNET
Attenzione Sig. Marco Boglione
Boglione@basic.net

Ho scoperto che la vostra societa', attraverso il marchio Kappa e Robe di Kappa, commercializza abbigliamento sportivo prodotto in Birmania.
Questa attività sostiene finanziariamente e moralmente un regime che viola sistematicamente i
diritti umani ed e' stato condannato dall'Organizzazione internazionale del lavoro per l'utilizzazione sistematica di lavoro forzato.
Aung San Suu Kyi, premio nobel per la pace 1991 e rappresentante legittima del popolo birmano, cosi' come numerose organizzazioni del paese, tra cui il sindacato in esilio FTUB, invitano le imprese straniere a ritirarsi dal paese. Essi sono consapevoli dell'impatto che questo appello puo' avere sui lavoratori interessati.
Sotto il regime brutale e corrotto della giunta militare birmana, la BasicNet non puo' garantire ai lavoratori impiegati il rispetto dei loro diritti umani e sindacali piu' elementari, banditi dal regime militare al potere. E' inaccettabile che dopo il ritiro di molte aziende dell' abbigliamento, tra cui Triumph e Fila, la vostra azienda continui a operare in questo modo, in considerazione anche del fatto che sponsorizza la nazionale italiana di calcio.
Io le domando di assumere la sola misura possibile che consiste nel vostro ritiro totale dalla
Birmania prevedendo un piano sociale che permetta la riconversione dei lavoratori interessati e di impegnarvi nell'adozione di un codice di condotta basato sul rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori, completo di strumenti per il suo monitoraggio indipendente. In attesa di una sua risposta porgo cordiali saluti.

Nome, Cognome
Indirizzo